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Vita e avventure di Robinson Crusoe
Titolo:Vita e avventure di Robinson Crusoe
Autore:Daniel Defoe
Anno di pubblicazione:1719
Argomento:Avventura
Lingua:Italiano
Lingua originale:Inglese
Pubblicato il:2015-02-10
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Vita e Avventure
di
ROBINSON CRUSOÈ.
VERSIONE DALL'INGLESE
DI
GAETANO BARBIERI.
Volume I.
MILANO
Vedova di A.F. Stella e Giacomo figlio.
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1838
Volume I.
IL TRADUTTORE
Premetter lodi all'opera inglese di cui presento or la versione, sarebbe cosa affatto superflua. Chi non ha letto almeno una volta in sua gioventù il Robinson Crusoè? Chi non ricorda volentieri nell'età matura le care impressioni che ne ritrasse sin dall'infanzia? Non v'è quasi grande autore o filosofo che ove parli dell'uomo della natura o dell'onnipotenza dell'industria umana posta alle più dure prove, non citi or Venerdì, or Robinson col suo ombrello, or la scranna e le tavole che si fabbricava nella deserta sua isola. Si parla di Robinson come quasi si parlerebbe di Cook di Laperouse. Pochi nella generalità sanno che sia vissuto Daniele di Foè, autore di questa storia e di altre prose e poesie reputate, di cui daremo qualche cenno in fine di questa edizione. Tutti s'immaginano di conoscere Robinson Crusoè.
Tanto più ordinaria apparisce una fortuna sì segnalata e durevole della predetta opera che, quando uscì, non erano molti fuori dall'Inghilterra i quali conoscessero la lingua inglese in cui fu scritta; e tale imperizia trapela da una gran parte dalle versioni che ne sono state date fin qui; pur questa circostanza medesima non ne ha scemato lo spaccio.
Ma diminuisce la meraviglia in chi, dotto nell'inglese favella, sa che la lindura dello stile non è nemmeno il pregio del testo originale. Ne sono pregio la naturalezza delle immagini, l'ingenuità delle descrizioni, l'interesse mantenuto costantemente ne' leggitori e queste prerogative sono tanto più da apprezzarsi poichè non le fa splender meno la trasandatura abituale dell'autore che, o credesse dar maggiore verisimiglianza alle cose narrate, o non curasse, o non sapesse far meglio, perchè uomo dell'infimo volgo ed educatosi quasi affatto da sè medesimo, stendeva le sue relazioni come avrebbe tenuto uno zibaldone per aiuto della sua memoria soltanto, e come se nessuno avesse dovuto mai leggerlo. Perciò, se non bastava che ripetesse talvolta le cose raccontate già poco prima, replicava spesso le stesse frasi in un periodo, gli stessi periodi in una frase. In questa parte i traduttori avrebbero reso miglior servigio a lui e a sè medesimi se gli fossero stati alquanto infedeli; e dico a sè medesimi perchè chi non ha innanzi gli occhi il testo inglese, o chi non lo intende, rare volte perdona al traduttore le mende dell'autore.
Tale servigio avrei voluto io rendere a me stesso e agli editori che m'hanno affidato l'incarico di questa versione, e ho fatto il possibile a tal uopo senza per altro rendermi, a mia saputa, colpevole di veruna alterazione dell'originale. Ma i casi delle trasandature dell'indicato genere da riparare erano sì frequenti che ne avrò forse sfuggita una e sarò caduto in un'altra.
Spero ciò non ostante di avere raggiunto uno scopo che per me è sempre il primo: quello di serbare la chiarezza del testo e possibilmente la forza dei concetti. Rispetto ai termini di marina io non ho mancato di consultare il reputatissimo vocabolario del chiaro nostro defunto italiano, il senatore Stratico. Ove ho creduta utile qualche nota non l'ho omessa, giacchè l'autore non ne ha posta di sorta alcuna se non quelle che fanno seguito al giornale di Robinson, ed entrano quindi nel corpo dell'opera.
Certo la mia fatica è stata maggiore che nol fu nel tradurre Tom-Jones, gli Ultimi giorni di Pompei e Nostra Donna di Parigi. Ma, benchè io non disperi che questa mia versione del Robinson regga più che sufficientemente al confronto almeno di quante italiane ne son state finor pubblicate in Italia, credo d'operare consigliatamente se prego nel caso presente il pubblico ad essermi generoso di compatimento come lo fu in casi diversi d'un gentile aggradimento a troppo chiari indizii manifestato.
Gaetano Barbieri.
I. Primi anni di gioventù.
Nacqui dell'anno 1632 nella città di York d'una buona famiglia, benchè non del paese, perchè mio padre, nativo di Brema, da prima venne a mettere stanza ad Hull; poi fattosi un buono stato col traffico e dismesso indi il commercio, trasportò la sua dimora a York; nella qual città sposò la donna divenuta indi mia madre. Appartiene questa alla famiglia Robinson, ottimo casato del paese; onde io fui chiamato da poi Robinson Kreutznaer, ma per l'usanza che si ha nell'Inghilterra di svisar le parole, siamo or chiamati anzi ci chiamiamo noi stessi, e ci sottoscriviamo Crusoe, e i miei compagni mi chiamarono sempre così.
Ebbi due fratelli maggiori di me, un de' quali, tenente-colonnello in un reggimento di fanteria inglese, servì nella Fiandra, prima sotto gli ordini del famoso colonnello Lockhart, poi rimase morto nella battaglia accaduta presso Dunkerque contro agli Spagnuoli. Che cosa divenisse dell'altro mio fratello non giunsi a saperlo mai più di quanto i miei genitori abbiano saputo in appresso che cosa fosse divenuto di me.
Terzo della famiglia, nè essendo io stato educato ad alcuna professione, la mia testa cominciò sin di buon'ora ad empirsi d'idee fantastiche e girovaghe. Mio padre, uomo già assai vecchio, che mi aveva procurata una dose ragionevole d'istruzione, fin quanto può aspettarsi generalmente da un'educazione domestica e dalle scuole pubbliche del paese, mi destinava alla professione legale; ma nessuna vita mi garbava fuor quella del marinaio, la quale inclinazione mi portò sì gagliardamente contro al volere, anzi ai comandi di mio padre, e contro a tutte le preghiere e persuasioni di mia madre e degli amici, che si sarebbe detto esservi nella mia indole una tal quale fatalità, da cui fossi guidato direttamente a quella miserabile vita che mi si apparecchiava.
Mio padre, uom grave e saggio, mi avea dati seri ed eccellenti consigli per salvarmi da quanto egli presentì essere il mio disegno. Mi chiamò una mattina nella sua stanza ove lo confinava la gotta, e lagnatosi caldamente meco su questo proposito, mi chiese quali motivi, oltre ad un mero desiderio di andar vagando attorno, io m'avessi per abbandonare la mia casa ed il mio nativo paese, ove io poteva essere onorevolmente presentato in ogni luogo, e mi si mostrava la prospettiva di aumentare il mio stato, l'applicazione e l'industria, e ad un tempo la sicurezza di una vita agiata e piacevole. “Sol per due sorte d'uomini, egli mi diceva, è fatto il cercare innalzamento e fama per imprese poste fuori della strada comune: per gli spiantati e per coloro ai quali ogni ricchezza, ogni ingrandimento sembrano pochi. Or tu sei troppo al di sopra o al di sotto di questi; la tua posizione e in uno stato mediocre, in quello stato che può chiamarsi il primo nella vita borghese, posizione che una lunga esperienza mi ha dimostrata siccome la migliore del mondo, e la meglio adatta all'umana felicità; non esposta alle miserie e ai travagli che son retaggio della parte di genere umano costretta a procacciarsi il vitto col lavoro delle proprie braccia; e nemmeno agitata dalla superbia, dal lusso, dall'ambizione e dall'invidia ond'è infetta la parte più alta dell'umanità. Puoi argomentare la beatitudine di un tale stato da una cosa sola: dall'essere cioè desso la condizione invidiata da tutto il resto degli uomini; spesse volte gli stessi re hanno gemuto sulle triste conseguenze dell'esser nati a troppo grandi cose, onde molti di loro si sarebbero augurati vedersi posti nel mezzo dei due estremi, tra l'infimo e il grande. Poi ti ho mai dato altre prove, altri esempi io medesimo? Ho sempre riguardata una tal condizione come la più giusta misura della vera felicita, e ho pregato costantemente il Signore che mi tenesse ugualmente lontano dalla povertà e dalla ricchezza. Imprimiti ciò bene nella mente, figliuolo. Troverai sempre che le calamità della vita sono distribuite fra la più alta e la inferior classe del genere umano; e che uno stato mediocre, soggetto a minori disgrazie, non è esposto alle tante vicende cui soggiacciono i più grandi o i più piccoli fra gli uomini; chi si contenta della mediocrità, non patisce tante malattie e molestie sia di corpo, sia di mente, quante i grandi, o gl'infimi: quelli consumati dal vivere vizioso, dalla superfluità dei piaceri e dalle medesime loro stravaganze; questi logorati da un'improba e continua fatica, dalla mancanza delle cose necessarie, e da uno scarso ed insufficiente nudrimento, traggono sopra sè stessi quante infermità vengono in conseguenza del sistema loro di vivere. Aggiugni, la condizione media della vita è fatta per ogni sorta di virtù e per ogni sorta di godimenti; la pace e l'abbondanza sono ai comandi di quest'aurea mediocrità; la temperanza, la moderazione, la tranquillità, la salute, la buona compagnia, ogni diletto degno di essere desiderato, vanno necessariamente connessi con lei. Per essa gli uomini trascorrono pacatamente e soavemente la peregrinazione di questo mondo, e ne escono piacevolmente, non travagliati da fatiche di braccia o di capo, non venduti alla schiavitù per accattarsi il giornaliero loro pane, non angustiati da perplessità che tolgono la pace all'anima e il riposo al corpo; non lacerati dalla passione dell'invidia o dal segreto rodente verme dell'ambizione che li faccia aspirare a grandi cose; guarda come, posti in circostanze non mai difficili, attraversino la carriera della vita gustandone le soavità senza provarne l'amaro, sentendo di esser felici, e imparando da una giornaliera esperienza di essere ogni giorno più. Dunque sii uomo; non precipitarti da te medesimo in un abisso di sventure contro alle quali la natura e la posizione in cui sei nato, sembrano averti premunito; non sei tu nella necessità di mendicarti il tuo pane. Quanto a me, son disposto a farti del bene e ad avviarti bellamente in quella strada che ti ho già raccomandata come la migliore; laonde se non ti troverai veramente agiato e felice nel mondo, ne avranno avuto unicamente la colpa o una sfortuna non prevedibile o la tua mala condotta, venute ad impedirti sì lieto destino. Ma non avrò nulla da rimproverare a me stesso, perchè mi sono sdebitato del mio obbligo col farti cauto contro a quelle tue risoluzioni che vedo doverti riuscire rovinose. Son prontissimo dunque a far tutto a tuo favore, se ti determini a rimanertene in mia casa e ad accettare un collocamento quale te l'ho additato; ma altresì non coopererò mai alle tue disgrazie col darti veruna sorta d'incoraggiamento ad andartene. Guarda tuo fratello maggiore al quale avevo fatte le stesse caldissime insinuazioni per rattenerlo dal portarsi alle guerre de' Paesi Bassi; ah! non riuscii a vincere in quel giovinetto l'ardente voglia di precipitarsi in mezzo agli eserciti! Che gli accadde? vi rimase ucciso. Ascoltami bene; io certo non cesserò mai dal pregare il Cielo per te; pure m'arrischierei dirti che se t'avventuri a questa risoluzione insensata, Dio non t'accompagnerà con la sua benedizione; e pur troppo per te avrai tutto il campo in appresso a pentirti d'aver trascurati i suggerimenti paterni; ma ciò avverrà troppo tardi, e quando non vi sarà più alcuno che possa accorrere in tuo scampo”.
Notai, durante quest'ultima parte del suo discorso, che fu veramente profetica, benchè, io suppongo, quel pover'uomo non sapesse egli stesso quanto profetizzasse la verità; notai, dissi, come gli scorressero copiose lagrime per le guance, allorchè principalmente parlommi del mio fratello rimasto ucciso; così pure allorchè mi disse che avrei avuto campo a pentirmi quando non vi sarebbe stato chi mi potesse scampare: in quel momento apparve si costernato, che troncò di botto il discorso, e mi disse:
‒ “Ho troppo gonfio il cuore per poterti dire altre cose”.
Fui sinceramente commosso da una tale ammonizione; e da vero come avrebbe potuto essere altrimenti? commosso tanto, che determinai in quel momento di non pensare più a girare il mondo, ma di mettermi di piè fermo in mia casa come mio padre lo desiderava. Ma oimè! pochi giorni si portarono via tutti questi miei propositi; ed alla presta, per impedire ogni ulteriore sollecitazione del padre mio, risolvei di fuggirmi da lui entro poche settimane; pur non feci nè sì sollecitamente nè in quel modo che nell'impeto della mia risoluzione aveva divisato; ma, tratta in disparte mia madre in un momento ch'ella mi parve di buon umore più che d'ordinario, le dissi come le mie idee fossero affatto vôlte al desiderio di vedere il mondo. ‒ “Già, io continuai, con tale brama ardentissima in me non potrò mai combinare nessun'altra delle cose propostemi; mio padre farebbe meglio a concedermi il suo assenso, anzichè costringermi ad andarmene senza averlo ottenuto. Ho già diciotto anni compiuti, età troppo tarda per entrare alunno in una casa di commercio o nello studio di un avvocato; io sono ben sicuro che se mi prestassi a ciò, non compirei il termine del mio alunnato, e fuggirei prima del tempo dal mio principale per mettermi in mare. O madre mia! se voleste impiegare una vostra parola presso mio padre, affinchè mi lasciasse una volta soltanto fare un viaggio dintorno al mondo, tornato a casa, ove tal vita non mi conferisse, non parlerei più d'andarmene: in tal caso, ve lo prometto io, raddoppierei di diligenza, e saprei riguadagnare il tempo perduto”.
Ciò pose mia madre nella massima agitazione.
‒ “Non vedo, ella disse, come una tal proposta possa mai venire fatta a tuo padre. Egli sa troppo bene quali sieno i tuoi veri interessi per prestare giammai il suo assenso ad un partito di tanto tuo scapito; non capisco nemmeno come tu possa pensar tuttavia a cose di simil natura dopo il discorso di tuo padre, e dopo sì tenere ed amorose espressioni che adoperò teco; perchè io lo so qual discorso ti ha tenuto. Figliuolo caro, se vuoi rovinarti da te medesimo, non sarò io quella che t'aiuti a farlo; sta pur sicuro che l'assenso de' tuoi genitori non l'otterrai in eterno. Quanto a me, certamente non voglio il rimorso di aver prestata mano alla tua distruzione, nè che tu abbi mai a dire un giorno: Mia madre acconsentiva ad una cosa che mio padre disapprovava”.
Benchè mia madre ricusasse far parola di ciò a suo marito, pure, come lo riseppi in appresso, gli riferì tutto questo discorso, e mio padre dopo essersene molto costernato, le disse mettendo un sospiro:
‒ “Questo ragazzo potrebbe esser felice rimanendo a casa sua; ma se si da a vagare pel mondo, sarà il più miserabile uomo fra quanti nacquero su la terra; non posso acconsentire a ciò”.
II. Fuga.
Sol quasi un anno dopo io ruppi il freno del tutto; benchè in questo intervallo avessi continuato a mostrarmi ostinatamente sordo ad ogni proposta di dedicarmi a qualche professione, e benchè frequentemente mi fossi querelato de' miei genitori per questa loro volontà, sì fermamente dichiarata contro a quanto sapevano essere, com'io diceva, la decisa mia vocazione. Ma trovatomi un giorno ad Hull, ove capitai a caso e in quel momento senza verun premeditato disegno, incontrai uno de' miei compagni, che recandosi allora a Londra per mare sopra un vascello del padre suo, mi sollecitò ad accompagnarlo col solito adescamento degli uomini di mare: col dirmi cioè, che un tal viaggio non mi sarebbe costato nulla. Non consultai nè mio padre nè mia madre, nè tampoco mandai a dir loro una parola di ciò; ma lasciai che lo sapessero come il Cielo lo avrebbe voluto, e partii senza chiedere nè la benedizione di Dio, nè quella di mio padre; senza badare a circostanze o conseguenze; e partii in una trista ora: Iddio lo sa!
Nel primo giorno di settembre del 1651 mi posi a bordo di un vascello diretto a Londra. Non mai sventure di giovine avventuriere incominciarono, cred'io, più presto, o continuarono più lungo tempo, come le mie. Il vascello era appena uscito dell'Humber1 quando il vento cominciò a soffiare e l'onde a gonfiarsi nella più spaventevole guisa. Io che per innanzi non era mai stato in mare, mi trovai in un ineffabile modo travagliato di corpo ed avvilito di animo. Allora cominciai seriamente a riflettere su quanto avevo fatto, e come giustamente io fossi colpito dalla giustizia del Cielo per avere abbandonato così malamente la casa di mio padre e posto in non cale ogni mio dovere. Tutti i buoni consigli de' miei genitori, le lagrime di mio padre, le preghiere di mia madre, mi si rinfrescarono alla memoria; e la mia coscienza che non era anche giunta a quell'eccesso d'indurimento, cui pervenne più tardi, mi rinfacciava il disprezzo de' suggerimenti ricevuti e la violazione de' miei obblighi verso Dio e i miei genitori.
Intanto infuriava la procella, e il mare, ove io non mi era trovato giammai, divenne altissimo, benchè non quanto io l'ho veduto molto tempo dopo, e nemmen quanto lo vidi pochi giorni appresso; ma era abbastanza per atterrire in allora un giovine navigatore come me, chè non sapeva nulla di tali cose. Io m'aspettava che ogni ondata ne avrebbe inghiottiti, e che ogni qualvolta il vascello cadeva, io la pensava così, entro una concavità apertasi tra un cavallone ed un altro, non ci saremmo rialzati mai più; in questo spasimo della mia mente feci parecchi voti e risoluzioni che se mai fosse piaciuto a Dio di risparmiar la mia vita in quel viaggio, se mai il mio piede avesse toccato terra, sarei corso direttamente alla casa di mio padre, nè mai più mi sarei imbarcato in una nave finchè fossi vissuto; ch'io mi sarei d'allora in poi attenuto ai suggerimenti paterni, nè mi sarei mai più gettato in simili miserie, come quelle che mi circondavano. Allora io vedea pienamente la saggezza delle osservazioni fattemi dal padre mio sopra uno stato mediocre di vita; come agiatamente, come piacevolmente egli era vissuto per tutti i giorni suoi senza essersi mai esposto ad infortuni nè di mare nè di terra. Era risoluto di tornarmene, come il figlio prodigo pentito, alla casa del mio genitore.
Questi saggi e moderati pensieri durarono quanto la procella, e per dir vero qualche tempo ancora dopo; ma nel dì successivo quando il vento fu rimesso e il mare più tranquillo, cominciai ad assuefarmici alquanto meglio. Nondimeno mi sentiva molto depresso in quel giorno essendo tuttavia travagliato un poco dal male di mare; ma sul tardi il cielo si era schiarito, il vento cessato del tutto, e sopravvenne una bellissima deliziosa sera; il sole tramontò affatto chiaro, e chiaro risurse nella successiva mattina; e spirando o poco o nessuna sorta di vento, ed essendo placido il mare che rifletteva i raggi del sole, tal vista sembrommi la più incantevole che mi fosse apparsa giammai.
Avevo dormito bene la notte; or non sentivo più il mal di mare, e prosperoso di salute andavo contemplando con istupore come la marina, sì irritata e terribile nel giorno innanzi, potesse essere tanto cheta e piacevole dopo sì breve tempo trascorso.
Allora il mio compagno per paura che continuassero le mie buone risoluzioni, perchè era stato lui che m'avea sedotto a fuggire da casa, mi si accostò battendomi amichevolmente con una mano la spalla e dicendomi:
‒ “Ebbene, come vi sentite adesso, bell'uomo? Vi so dir io che eravate ben impaurito; non lo eravate, quando soffiò quel po' d'aria brusca?
‒ Un po' d'aria brusca, lo dite voi? io gli risposi; fu una tremenda burrasca.
‒ Una burrasca, impazzite? egli replicò. Chiamate quella una burrasca? Non lo fu niente affatto. Datene un buon vascello e una bella deriva2, come avevamo, e ci pensiamo ben noi a colpi di vento, quale fu questo! Voi siete ancora un nocchiere d'acqua dolce, amico mio, andiamo; seppelliamo tutto ciò entro un bowl3 di punch. Vedete che bel tempo fa adesso?”
Per accorciare questa trista parte della mia storia, facemmo come tutti i marinai: il punch dirò che fu apparecchiato, io m'ubbriacai, e negli stravizi di quell'unica notte affogai tutto il mio pentimento, tutte le mie riflessioni su la mia passata condotta, tutti i miei fermi propositi per l'avvenire. In una parola, appena il mare fu tornato alla sua uniformità di superficie ed alla sua prima placidezza col cessare della procella, cessò ad un tempo lo scompiglio de' miei pensieri; le mie paure di rimanere inghiottito dalle onde furono dimenticate, e, trasportato dalla foga degli abituali miei desiderii, mi scordai affatto delle promesse e dei voti fatti nel momento dell'angoscia. Mi sopravvennero, non lo nego, alcuni intervalli di riflessione e di seri pensieri, che a volta a volta m'avrebbero persuaso a tornarmene addietro; ma io facea presto a scacciarli come malinconie da non farne caso, ed a furia di bevere coi compagni, giunsi a rendermi padrone di questi tetri accessi di demenza, perchè io li chiamava così, affinchè non tornassero; di fatto in cinque o sei giorni riportai tal compiuta vittoria su la mia coscienza, qual può desiderarla ogni giovine spensierato che si risolva a non voler lasciarsi disturbare da essa.
Pure soggiacqui tuttavia ad un'altra prova che avrebbe potuto farmi ravvedere, perchè la Providenza, come fa generalmente in simili casi, avea risoluto di lasciarmi affatto privo di scuse; e da vero, ancorchè non avessi voluto ravvisare un salutare avvertimento nella prima, la seconda doveva esser tale, che il peggiore e l'uomo di cuor più duro fra noi, non potea non confessare il pericolo e ad un tempo la grandezza della divina misericordia.
III. Una tempesta.
Nel sesto giorno della nostra navigazione toccavamo le spiagge di Yarmouth; chè essendone stato contrario il vento, e avendo trovato bonaccia facemmo ben poco cammino dopo la sofferta burrasca. Qui fummo costretti venire all'áncora, e vi rimanemmo per sette o otto giorni, perchè il vento che spirava da libeccio (sud-west), continuava ad esserci contrario; in questo intervallo un grande numero di grosse navi, provenienti da Newcastle, convennero alle medesime spiagge come rifugio comune, ove ogni naviglio poteva aspettare un vento propizio per raggiugnere il Tamigi. Pure non v'era una necessità che ancorassimo ivi sì lungo tempo, ed avremmo potuto entrarvi facendo fronte alla marea se fosse stato meno forte il vento, che dopo essere noi rimasti lì quattro o cinque giorni divenne poscia gagliardo oltre ogni dire. Ciò non ostante quelle spiagge venendo riguardate buone come un porto, ottime essendo le nostre ancore e gagliardissimi i loro attrezzi, la nostra brigata non se ne dava quasi per intesa, e senza sospettar nemmeno il pericolo, impiegava il tempo nel riposo e nell'allegria ad usanza de' marinai. Ma nell'ottavo giorno, cresciuto in guisa straordinaria il vento, tutte le braccia furono all'opera per abbassare i nostri alberi di gabbia, e serrare e difendere tutto all'intorno, affinchè la nostra nave potesse restare all'áncora il meglio che fosse possibile. Verso mezzogiorno la marea si fece altissima; il nostro castel di prua pescava l'acqua, la nave riceveva a bordo parecchie ondate, e tememmo per due o tre volte che l'áncora arasse terra: per lo che il nostro capitano ordinò si gettasse l'áncora di soccorso; sì che ci appoggiavamo su due áncore al davanti di noi, e le nostre gomene erano tirate da un capo all'altro.
Allora infierì davvero terribile quanto mai la burrasca; allora cominciai a leggere la paura e l'avvilimento su i volti de' medesimi marinai. Il capitano si dava con la massima vigilanza all'opera per preservare la nave; ma mentre, or tornava nella sua camera, or ne veniva passandomi da vicino, potei udirlo quando disse parecchie volte fra sè medesimo: Dio, abbiateci misericordia! saremo tutti perduti, tutti morti! e cose simili. Durante i primi scompigli io rimaneva istupidito tuttavia nella mia camera, posta dinanzi alla paratia4 della grande, nè potrei descrivere qual fosse lo stato dell'animo mio. Mal sapevo in allora ripetere que' primi atti di pentimento ch'io avea sì apertamente posto in non cale, e contro cui si era indurito il mio cuore; pensavo che anche l'orrore della morte fosse passato; che anche questa tempesta finirebbe in nulla come la prima; ma quando lo stesso capitano venutomi da presso disse egli medesimo, come ho raccontato, che saremmo tutti perduti, non so esprimere quanto orridamente restassi atterrito. Uscito in fretta della mia camera, guardai al di fuori. Oh! i miei occhi non si sono mai incontrati in una sì spaventosa veduta: il mare si accavallava in montagne che si rompevano sopra di noi ad ogni tre o quattro minuti. Quando potei guardare all'intorno, mi trovai circondato dalla desolazione per ogni dove; due navi che stavano all'áncora presso di noi avevano per alleggerirsi di carico, tagliato i loro alberi rasente la coperta; la nostra ciurma gridava che una nave ancorata un miglio all'incirca dinanzi a noi era sommersa. Due altre navi staccate dalle loro ancore venivano trasportate alla ventura, e ciò dopo aver perduti tutti i loro alberi. I più piccioli navigli se la scampavano meglio siccome quelli che erano meno travagliati dal mare; pure ci passarono da presso due o tre di essi vaganti in balia delle onde con le sole vele di civada esposte al vento. Verso sera il capitano e il bosmano vennero a proporre al nostro capitano che si tagliasse l'albero di trinchetto, cosa dalla quale questi grandemente rifuggiva; nondimeno il bosmano avendo protestato che se il suo superiore persisteva nell'opporsi a tale espediente, la nave sarebbe colata a fondo, questi acconsentì; ma poichè l'albero di trinchetto fu tagliato, l'albero di maestra rimasto isolato dava tali scosse alla nave che fu forza tagliare esso pure, onde il ponte rimase diradato del tutto.
Lascio giudicare a chicchessia in qual condizione mi fossi all'aspetto di tutti questi oggetti, io inesperto al mare, e che ero rimasto sì spaventato a quanto potea quasi dirsi un nulla. Pure se in tanta distanza di tempo io posso ancora raccapezzare i pensieri che mi agitarono allora, io era dieci volte più inorridito dal pensare al mio primo pentimento ed alla mia ribalderia di essere tornato dopo di questo alle antiche risoluzioni, che a quello della stessa morte; il quale orrore aggiunto allo spavento prodotto in me dalla burrasca, mi pose in tal deplorabile condizione che non vi sono parole atte a descriverla. Ma il peggio non era anche venuto; la procella imperversava con tanto furore che i più provetti marinai confessavano di non averne veduta mai una peggiore. Certo avevamo una buona nave, ma enormemente carica, e si abbassava tanto che i marinai gridavano ad ogni momento: è lì lì per andare per occhio5. Fu mia fortuna per una parte il non capire che andar per occhio presso i marinai equivalesse a sommergersi, cosa che domandai solamente in appresso. Pure la tempesta era sì violenta che vidi, cosa non solita a vedersi di frequente, il capitano, il bosmano ed alcuni altri più esperti del rimanente dei naviganti, gettarsi in orazione, come se si aspettassero ad ogni istante di veder la nave ingoiata dall'onde. Nel mezzo della notte, quasi non avessimo abbastanza disgrazie, un marinaio calato abbasso per fare delle osservazioni gridò forte: Si è aperta una via d'acqua! Un altro gridò: L'acqua è alta quattro piedi sopra la stiva! Allora le braccia d'ognuno furono chiamate alle trombe. A questo comando mi sentii morire il cuore, e caddi a spalle addietro sul mio letto ove stavo seduto. Ma gli altri vennero a scuotermi da quella specie di letargo dicendomi:
‒ “Olà! voi che non eravate buono a far nulla poc'anzi, sarete almeno buono a tirar su acqua al pari di un altro”; alla quale chiamata io mi mossi; e portatomi alla tromba lavorai col massimo buon volere. Mentre ciò si stava facendo, il capitano vedendo alcuni leggeri palischermi che impotenti a difendersi dalla burrasca e costretti ad abbandonarsi in balìa dell'onde non poterono avvicinarsi a noi per soccorrerci, ordinò si sparasse il cannone come segnale di disastro. Io, ignorando affatto che cosa questo significasse, rimasi sì sbalordito, che m'immaginai fosse naufragata la nave o avvenuto qualche altro spaventevole caso. Non vi dico altro: il mio atterrimento fa tale, che caddi svenuto. Poichè quello era un momento in cui ciascuno faceva abbastanza se pensava alla propria vita, non vi fu chi mi badasse o cercasse che cosa mi fosse avvenuto. Un altro uomo venne in mia vece alla tromba, e spintomi da una banda con un calcio, mi lasciò lì credendo che fossi morto; ci volle un gran tempo prima ch'io ricuperassi i miei sensi.
Continuammo a lavorare; ma crescendo sempre l'acqua nella stiva, tutte le apparenze mostravano che la nave fosse per affondarsi; e se bene il temporale cominciasse un poco a rimettersi, non si vedeva una possibilità che essa stesse a galla quanto tempo bastava per entrare in porto; onde il capitano continuò ad ordinare gli spari soliti a farsi in tali circostanze per domandare soccorso. Un bastimento leggero che stava all'áncora dinanzi a noi, si arrischiò a spedirci una barca. Non senza grave pericolo questa si avvicinò alla nostra nave; ma nè a noi era possibile il lanciarci a bordo di essa, nè a quella il venire rasente al fianco del nostro legno pericolante. Finalmente que' navicellai vogando di tutto cuore, e avventurando le proprie vite per salvar le nostre, ci furono tanto a tiro che i nostri marinai da star su la poppa gettarono in mare una corda col segnale galleggiante attaccato in fondo di essa; poi la filarono a tanta lunghezza che i navicellai della barca opposta, non senza grande fatica e pericolo, l'attaccarono ad essa, onde potemmo tirare la navicella a tanta aderenza con la nostra poppa che ne riuscì a tutti il gettarvici entro. Poichè fummo nella barca non conveniva nè ad essi nè a noi il raggiugnere la loro nave; quindi ognuno convenne di lasciarla costeggiare, e di non pensare ad altro che a vogare più che si potea verso la riva. Il nostro capitano promise loro che se la barca vi si fosse rotta contro, ne avrebbe rifatti i danni al proprietario; così, parte remigando, parte abbandonandoci alla marea verso tramontana, la barca arrivò di sghembo quasi vicino a Winterton-Ness.
Non era passato un quarto d'ora da che eravamo fuori della nostra nave, quando la vedemmo affondarsi, e allora intesi per la prima volta che cosa volesse dire andare per occhio. Devo confessare che mi ero poco accorto allorchè i marinai mi dissero che le sovrastava questo pericolo, perchè era sì fuor di me, che quando si dovette abbandonare la nave, fui gettato nella barca più di quanto potessi dire d'esserci entrato. Il mio cuore era come morto, parte per l'atterrimento del presente, parte per la paura di quanto mi stava tuttavia in prospettiva.
Eravamo in tale stato, ed i navicellai non davano tregua al remo per avvicinare la barca alla spiaggia. Ogni qualvolta la barca stessa veniva sollevata dall'onde, potevamo vedere e la terra e molta gente affollata per le contrade, pronta ad aiutarci appena saremmo stati vicini; ma camminavamo ben lentamente verso la spiaggia, nè potemmo raggiugnerla se non quando, passato il faro di Winterton, essa s'internava a ponente nella dirittura di Cromer, la qual giacitura ruppe alcun poco la violenza del vento. Qui, non senza per altro molta difficoltà certamente, prendemmo terra sani e salvi. Portatici indi con le nostre gambe fino a Yarmouth, quivi fummo accolti con una umanità corrispondente alla nostra grande sciagura, sia dalle magistrature della città che ne fecero assegnare buoni alloggiamenti, sia dai privati negozianti e proprietari di navi. Quivi pure ci fu somministrato bastante danaro per trasportarci a Londra, o tornare addietro ad Hull come ne fosse meglio piaciuto.
IV. Soggiorno a Yarmouth.
Se avessi avuto il giudizio di appigliarmi al secondo di tali espedienti e di tornarmene a casa, sarebbe stata una grande fortuna per me; e certo il padre mio, emblema della parabola del nostro Salvatore, avrebbe anch'egli fatto macellare un grasso vitello al mio arrivo; perchè il povero uomo avendo udito come la nave entro cui m'ero partito, fosse naufragata dinanzi alle coste di Yarmouth, gli volle un gran pezzo prima di avere la sicurezza ch'io non fossi rimasto annegato.
Ma il mio cattivo destino mi trascinava con una pertinacia cui nulla poteva resistere; e benchè parecchie volte sentissi forti richiami fattimi dalla mia ragione e dalle più calme mie considerazioni, non ebbi forza di arrendermi a queste voci. Io non so come chiamare (nè sosterrò che sia questo un preponderante misterioso decreto) ciò che ne spinge ad essere gli stromenti della propria nostra distruzione, ancorchè essa ne sia manifesta, e vi ci precipitiamo entro ad occhi aperti. Certamente null'altro che qualche cosa di simile ad un tale decreto, qualche cosa di connesso ad inevitabile sciagura, cui mi era impossibile il sottrarmi, può avermi tratto ad ostinarmi contro ai freddi ragionamenti e alle persuasioni dei miei più raccolti pensieri, e contro a due lezioni tanto potenti, siccome quelle che mi occorsero nel primo mio tentativo.
Il mio collega, quegli che dianzi avea tanto contribuito a confermarmi ne' miei tristi propositi, figlio, come dissi, del capitano, si mostrava anche men coraggioso di me, quando gli parlai la prima volta da che fummo a Yarmouth, cioè passati due o tre giorni, perchè nella città eravamo stati distribuiti in separati quartieri. La prima volta dunque che mi vide, parea d'un fare tutto diverso, e aveva una cera assai malinconica, quando mi chiese come stessi. Egli era in compagnia di suo padre, al quale disse chi io fossi, e come avessi impreso questo viaggio in via soltanto di esperimento, e con idea di procedere molto più in là. Il capitano voltosi a me disse con accento grave e solenne:
‒ “Il mio giovine, voi dovete lasciar da banda ogni pensiere di rimettervi in mare, e ravvisare in quanto vi è avvenuto un pieno e visibile contrassegno, che la vostra vocazione non e quella del navigante.
‒ Perchè, signore? gli chiesi; voi non contate più di tornare in mare?
‒ Il mio caso è diverso; tale è la mia professione, e quindi anche l'obbligo mio; ma poichè voi avete fatto questo viaggio in via di prova, dal gusto che ci avete avuto, potete capire qual ne ritrarrete in appresso se persistete. Forse la disgrazia che n'è toccata, ci è venuta per cagion vostra, come occorse alla nave di Tarso che portava Giona. Di grazia, per qual congiuntura vi trovaste imbarcato con noi?”
Raccontatogli allora qualche cosa della mia storia, si abbandonò ad una specie di stravagante collera, quando finii di parlare.
- “Che cosa ho mai fatto io, egli esclamò, perchè mi venisse l'ispirazione di prendermi nella nave un tal miserabile? Non metterei più il piede in una stessa nave con te, per un migliaio di sterlini”.
Questa per altro fu una scappata della sua testa tuttavia conturbata dal sentimento della perdita fatta, perchè veramente eccedè in tal suo dire tutti i limiti della ragionevolezza e della civiltà. Nondimeno mi parlò in appresso con molto senno e posatezza, esortandomi a cercar nuovamente la casa del padre mio, e a non tentare di più la Providenza, s'io non voleva vedere la mia rovina; pretendea riconoscessi in ciò la mano del Cielo, che si chiariva contro di me.
‒ “Giovine mio, egli concluse, tenetevi ben per sicuro che se non tornate addietro, ovunque andiate, non troverete altro che disastri ed afflizioni, finchè i presagi del padre vostro sieno avverati del tutto”.
Dopo di questo ci separammo; chè ben poche cose io gli risposi: indi nol vidi più. Che strada abbia tenuto in appresso, lo ignoro; quanto a me, avendo un po' di danaro nella mia borsa, m'avviai per terra a Londra, e così in questa città come lungo il cammino ebbi molte lotte con me medesimo in ordine al genere di vita che avrei abbracciato, sempre perplesso fra il tornare a casa ed il rimettermi in mare. Circa il tornare a casa, la vergogna rintuzzava sempre quanti migliori pensieri potessero nascermi in mente, perchè la prima idea ad occorrermi, era quella della derisione che avrei trovata fra i miei concittadini, onde arrossivo non solamente di rivedere mio padre e mia madre, ma qualunque altra persona. Da quel momento ho fatto più volte una considerazione: come, cioè, sia incoerente ed assurda in generale, l'indole umana nell'istituire quei raziocini che dovrebbero guidarci in simili casi; non si ha vergogna della colpa, ma bensì del pentimento; non ci vergognamo di un'azione che ne merita giustamente il credito di stolti, ma di un ravvedimento che solo potrebbe rimeritarci il nome di saggi.
V. Navigazione alla costa d'Africa.
Rimasi nondimeno qualche tempo in questa incertezza sul partito al quale mi sarei attenuto; ma l'invincibile contrarietà a rimpatriare continuava sempre a prevalere; e mentre io m'interteneva in questa discussione con me medesimo, la ricordanza dei precedenti disastri svaniva del tutto, e svanita questa, svanì del pari ogni mia tendenza al ritorno, onde finalmente dismessane ogni idea, non pensai più che ad intraprendere un viaggio. Quella malaugurosa manía che mi portò la prima volta fuori della casa paterna, che spinse la mia mente in un desiderio vago e mal inteso di far fortuna, che s'impossessò di me al segno di rendermi sordo a tutti i buoni consigli, alle preghiere e perfino ai comandi del padre mio, quella stessa malaugurata manía presentò alla mia scelta il più sgraziato degl'intraprendimenti: mi posi a bordo di una nave destinata alla costa dell'Africa, o, come sogliono chiamar ciò gli uomini di mare, ad un viaggio nella Guinea.
Fu una grande sventura la mia, che in tutte queste spedizioni io non m'imbarcassi mai come soldato di marina. Avrei, per dir vero, sofferto patimento più che comune, ma avrei ancora imparati i doveri e gli ufizi d'un marinaio, ed avrei potuto a suo tempo divenire bosmano o tenente, se non capitano; ma essendo sempre stato il mio destino quello di attenermi al peggio, così feci anche in tale occasione, e trovandomi tuttavia provveduto di danaro e ben vestito, volli andare a bordo in qualità di gentiluomo viaggiatore; con che non ebbi da far nulla nella nave, ma non imparai nemmeno nulla.
Avevo avuta la fortuna, fu la prima in mia vita, d'incontrarmi a Londra in un eccellente compagno; fortuna che non occorre sempre a giovani scapestrati e spensierati qual m'era io a que' giorni; chè certo il demonio, generalmente parlando, non si scorda di tendere insidie di buon'ora alla gioventù. La mia prima conoscenza adunque era stata con un capitano di nave che veniva dalla costa della Guinea e che, avendo avuto ottimo successo nel primo viaggio, era risoluto di tornarvi. Egli prese diletto alla mia conversazione che non era in quel tempo affatto disaggradevole, e udito da me che avea voglia di vedere il mondo, mi disse:
‒ “Se vi piacesse di venire in mia compagnia, non dovreste soggiacere a veruna spesa; sareste il mio commensale e compagno; e se poteste portare qualche merce con voi, ne ritrarreste tutti quei vantaggi che può offrire il commercio; e tali forse da vedervi incoraggiato a maggiori cose in appresso”.
Accettata subito la proposta, ed entrato in intrinsica amicizia col capitano, che era veramente un onesto e lealissimo uomo, m'imbarcai con esso portando meco una piccola paccottiglia che, grazie alla disinteressata onestà dell'amico mio capitano, accrebbi piùttosto considerabilmente; perchè avrò portato meco un valore di circa quaranta sterlini in quelle bagattelle e cianfrusaglie che il capitano stesso mi suggerì di comprare. Questi quaranta sterlini io gli aveva messi insieme mercè l'aiuto d'alcuni miei congiunti, co' quali mi mantenevo in corrispondenza, ed i quali, cred'io, arrivarono ad indurre mio padre, o per lo meno mia madre, a contribuire questa somma per la mia prima prova.
Fu questo il solo viaggio fortunato fra tutte le avventure della mia vita, e lo dovei all'integerrima onestà dell'indicato mio amico, sotto del quale acquistai in oltre una sufficiente cognizione dei principii della matematica e della nautica: imparai a valutare il corso di una nave, a prender la misura delle altezze, in somma a conoscere quelle principali cose che non può esimersi dal sapere un marinaio; poichè egli prendeva diletto ad istruirmi, com'io ad imparare. In una parola, questo viaggio mi fece ad un tempo marinaio ed esperto nelle cose del commercio; onde portai a casa dal mio viaggio cinque libbre e nove once di polve d'oro, che mi fruttarono in Londra circa trecento sterlini; ma ciò mi empì sempre più la testa di quelle chimere d'ingrandimento che furono in appresso la mia assoluta rovina. Ciò non ostante anche in questo viaggio ebbi le mie disgrazie, soprattutto quella di essere continuamente malaticcio e di avere sofferta una violenta febbre maligna, prodotta dal caldo eccessivo del clima, perchè il nostro principale commercio si facea sopra una costa che tenea una latitudine dai quindici gradi al nord fino alla linea.
VI. Seconda navigazione alla costa d'Africa, schiavitù e fuga dalla schiavitù.
Io m'era già collocato nel novero dei trafficanti per la Guinea, ma, per mia grande calamità, morì presto dopo il suo ritorno il mio capitano, allorchè risolvei di tornare ad imprendere lo stesso viaggio. M'imbarcai nella stessa nave con chi, essendovi già stato aiutante, ne avea or preso il comando. Fu questo il più infelice viaggio che uomo abbia mai fatto, ancorchè per mia buona sorte io non fossi arrivato a prendere con me cento sterlini dei miei guadagni, e ne avessi lasciati dugento presso la vedova del mio amico, che mi si mostrò onestissima. La prima delle terribili disgrazie occorsemi in tal viaggio fu questa.
Mentre la nostra nave prendea via verso le isole Canarie, o piuttosto tra queste isole e la spiaggia dell'Africa, venne sorpresa sul far del giorno da un pirata turco di Salè che a tutte vele spiegate ne dava la caccia. Noi per evitarlo facemmo forza di vele, quante poteano spiegarne i nostri pennoni, o portarne i nostri alberi; ma vedendo che il pirata guadagnava via sopra di noi, e ne avrebbe certamente raggiunti entro poche ore, ci preparammo a combattere. Noi avevamo dodici cannoni: lo scorridore ne aveva diciotto.
A tre ore in circa dopo mezzogiorno ci trovammo sotto il suo tiro; ma per isbaglio portò l'assalto all'anca anzichè alla poppa della nostra nave, com'egli si credea; laonde noi puntammo otto dei nostri cannoni da quella banda, e gli demmo tal fiancata che lo costrinse a fuggire dopo avere contraccambiato il nostro fuoco con la moschetteria di circa duecento uomini ch'egli aveva a bordo, senza per altro toccare uno dei nostri perchè ci eravamo tutti ben riparati. Dopo di ciò si dispose ad assalirci di nuovo, come noi a difenderci; ma questa seconda volta venendo all'arrembaggio su l'altra anca del nostro vascello, vi lanciò sul ponte sessanta uomini che immantinente spezzarono le vele, e misero fuor d'uso gli attrezzi della nostra nave. Noi li noiammo con moschetti, mezze picche e granate in guisa che per due volte gli scacciammo e schiarimmo il nostro ponte. Ciò non ostante, per far corta questa malaugurata parte della mia storia, essendo disalberata affatto la nostra nave e tre de' nostri marinai uccisi, otto gravemente feriti, fummo costretti ad arrenderci, e tutti ci vedemmo trasportati a Salè, porto spettante ai Mori.
Il trattamento che trovai quivi non fu tanto spaventoso, quanto io lo aveva temuto; nè fui condotto, come il rimanente de' nostri, alla corte dell'imperatore, ma tenuto qual sua propria preda dal capitano del legno corsaro che trovandomi e giovine e snello, e assai adatto alle sue occorrenze, mi volle suo schiavo. A tal sorprendente cambiamento de' casi miei, al vedere trasformata la mia condizione di mercante in quella di abbietto schiavo, rimasi come percosso dalla folgore, e rimembrai le parole profetiche di mio padre: Tu sarai miserabile, e non avrai alcuno che corra in tuo scampo, la qual profezia io credeva avverata ad un punto di cui non potesse immaginarsi il più tristo; io credea che la mano di Dio mi avesse percosso oltre ad ogni possibile limite; io mi vedea perduto senza riscatto; ma oimè! ciò non era se non un preludio della miseria cui soggiacqui in appresso, come apparirà dalla continuazione di questa mia storia.
Poichè il mio padrone mi aveva preso in sua casa, io sperava che m'avrebbe tolto in sua compagnia corseggiando di nuovo e che, una volta o l'altra, il suo destino sarebbe stato quello di esser fatto prigioniero da qualche nave da guerra portoghese o spagnuola, io vedeva in ciò un raggio di futura mia liberazione. Ma questa mia speranza dovè cessare bentosto, perchè quand'egli si rimise in mare, mi lasciò su la spiaggia per custodirgli il suo piccolo giardino, e dedicarmi alle solite fazioni di schiavo nella sua casa; quando tornò dal suo corseggiare, mi pose nella camera del suo legno corsaro per farvi la guardia.
Quivi non meditavo ad altro che alla mia fuga, e al modo di mandarla ad effetto; ma non trovavo un espediente che avesse nemmeno la probabilità di riuscita. Nulla si presentava che mostrasse almen ragionevole questa mia idea; non un solo al quale potessi comunicarla per indurlo ad imbarcarsi con me; non un compagno di schiavitù, non un Inglese, non un Irlandese, non uno Scozzese; per due anni dunque, se bene mi andassi pascendo sovente di tal mia immaginazione, non ebbi mai la menoma confortante prospettiva di poterla mettere in pratica.
Dopo circa due anni capitò una singolare circostanza che mi tornò con maggior forza nella mente l'antica idea di fare uno sforzo per la mia libertà. Il mio padrone da qualche tempo rimaneva in casa più del solito senza far allestire per veruna corsa il suo legno corsaro, la qual cosa, come udii, gli derivava da mancanza di danaro. Intanto per diportarsi, avea presa l'usanza, due o tre volte la settimana, e più spesso se il tempo era bello, di entrare nello scappavia del suo legno corsaro, e di recarsi su quelle acque alla pesca. Poichè prendea sempre seco me ed un giovine moresco ad uso di rematori, noi lo tenevamo molto allegro, tanto più ch'io mi mostrai molto destro nel pigliare il pesce, onde qualche volta spediva me con un Moro suo cugino ed il giovinetto che chiamavano il Moresco, per provvedere di pesce la sua tavola.
Accadde una volta, che andando a pescare in una mattina fredda, pure tranquilla, si alzò d'improvviso una nebbia sì fitta che, sebbene non fossimo lontani dalla spiaggia una mezza lega, la perdemmo affatto di vista; e, remando senza sapere nè da qual parte nè per dove remassimo, ci affaticammo inutilmente tutto il giorno e la successiva notte; e quando venne il mattino, trovammo che ci eravamo innoltrati di più nel mare in vece di avvicinarci alla spiaggia, dalla quale eravamo lontani per lo meno due leghe; pur finalmente la raggiugnemmo con grande stento, e non senza qualche pericolo, perchè il vento comincio a soffiar gagliardamente nella mattina; arrivammo dunque a casa, ma tutti orrendamente affamati.
Il nostro padrone, fatto circospetto da questa specie di disgrazia, pensò a cautelarsi meglio per l'avvenire; onde decise di non andar più alla pesca senza una bussola ed alcune vettovaglie. Fermo in questa massima, ed avendo a sua disposizione la scialuppa della nostra nave inglese che aveva presa, ordinò al suo falegname, che era uno schiavo inglese, di fabbricare nel mezzo di essa una elegante stanza, siccome quella di una navicella di diporto con uno spazio dietro di essa per chi governava il timone e tirava le scotte, ed un altro spazio davanti per chi regolava le vele. Egli si giovava d'una di quelle vele chiamate spalla di castrato, e l'albero sovrastava alla stanza stretta e bassa, che nondimeno conteneva il letto per coricarvisi egli ed una o due schiave, una tavola da mangiare, e qualche piccola credenza per riporvi fiaschetti di quel liquore che gli fosse piaciuto bere, e soprattutto la sua provvigione di pane, riso e caffè.
Portatosi di frequente alla pesca su questa scialuppa, egli non ci andò mai senza di me, ch'egli avea riconosciuto assai destro nel prendere il pesce. Accadde ch'egli avesse deciso di portarsi su questa barca, così per pescare come per altri diporti, in compagnia di due o tre Mori assai riguardati in paese, e ad onor de' quali avea fatti straordinari apparecchi. Mandate pertanto nella notte precedente a bordo della scialuppa vettovaglie più copiose del solito, mi comandò di approntare tre moschetti con polvere e pallini, tutti del suo legno corsaro, perchè contavano divertirsi non solo alla pesca, ma anche alla caccia.
Feci prontamente quanto mi era stato comandato, e nella mattina seguente assistetti a tutti i servigi che riguardavano la mondezza della barca, a far mettere fuori di essa e banderuola e bandiera di comando, in somma a quanto doveasi per onorar meglio i convitati ospiti. Di lì ad un momento arrivò solo a bordo il mio padrone, dicendomi come agli ospiti da lui aspettati fosse sopravvenuto tal affare che area mandato a vuoto il loro divertimento; soggiunse che ciò non ostante questi suoi amici avrebbero cenato con lui, onde mi ordinò di andarmene secondo il solito col Moro e col Moresco a pescare entro la scialuppa, portando a casa il pesce che avrei preso; tutte le quali cose io mi disponeva ad eseguire.
In quel momento le mie prime idee di libertà mi splendettero nel pensiere, perchè io trovava allora di avere una specie di piccola nave ai miei comandi e, poichè il mio padrone se ne era andato, mi preparai ad acconciarmi non per una pesca, ma per un viaggio, benchè io non sapessi, e nemmeno ci pensassi molto a qual parte mi sarei vòlto; per me ogni via che mi traesse fuori di lì era la buona.
La mia prima astuzia si fu quella di trovare un pretesto per mandare il Moro a cercare alcun che per la nostra sussistenza, mentre saremmo rimasti a bordo; perchè non dovevamo, gli diss'io, pensare a cibarci delle cose preparate ivi dal nostro padrone. Egli disse che ciò era giusto: in fatti portò un gran canestro di rusk, che e il loro biscotto, e tre orci di acqua fresca. Io sapeva dove stesse la cassa de' liquori del mio padrone, i quali, come appariva evidentemente dalla fattura dei fiaschetti, erano una preda fatta su qualche vascello inglese, e la portai a bordo intantochè il Moro stava su la spiaggia, facendo credere che fosse stata posta ivi precedentemente per ordine del nostro padrone. Ci portai ancora un gran pane di cera che pesava più d'un mezzo quintale, ed una certa quantità di spago e di filo, un'accetta, un martello ed una sega, le quali cose ci resero grande servigio in appresso, specialmente la cera per far candele. Inventai un altro inganno, nel quale il Moro cadde parimente con la massima buona fede. Questi si nomava Ismael, che lì veniva chiamato Muley, o vero Moley; così dunque lo chiamai ancor io.
‒ “Moley, gli dissi, son qui a bordo i moschetti del nostro padrone; non potreste voi andar a prendere un poco di polvere e di pallini? Può darsi che ne accada di ammazzare alcune alcamie6 per noi, perchè so che ha lasciato nel brigantino la sua provista di polvere.
‒ Sì, me andare, e portarvi quel che voi mi dire”.
E di fatto portò una grande borsa di cuoio che conteneva una libbra e mezzo di polvere, piuttosto più che meno, e un'altra di pallini che pesavano cinque o sei libbre, ed anche alcune palle, mettendo tutto nella scialuppa. Nel tempo stesso io aveva trovata della polvere spettante al mio padrone, con la quale empiei uno de' maggiori fiaschetti della cassa di liquori che era quasi vuota, versando il liquore che ci rimaneva in un altro fiaschetto; così provvedute tutte le cose necessarie, salpammo dal porto per andar a pescare.
Le guardie del castello poste all'ingresso del porto sapevano chi eravamo, onde non badarono a noi; ed eravamo più d'un miglio lontani dal porto quando ammainammo la nostra vela, e ci sedemmo per pescare. Il vento spirava da greco-tramontana (nord-nord-est) il che contrariava le mie intenzioni, perchè se avesse spirato da mezzogiorno, sarei stato sicuro di prendere la costa di Spagna, e di raggiugnere finalmente la baia di Cadice; ma, soffiasse quel vento che voleva soffiare, era presa la mia risoluzione di tirarmi fuori dell'orrido luogo ove mi trovava, e di lasciare la cura del rimanente al destino.
Dopo aver pescato per qualche tempo, e non aver preso nulla, perchè quando io aveva i pesci nel mio amo, non voleva tirarneli fuori e lasciarli vedere al Moro, dissi a costui:
‒ “Qui non facciamo bene, e il nostro padrone non deve essere servito così; bisogna andar a pescare più al largo”.
Egli non sospettando di nulla, convenne nel la mia opinione, ed essendo alla prora della scialuppa spiegò di nuovo le vele; intanto standomi io al timone spinsi la scialuppa una lega più innanzi, ed allora misi in panna come se volessi fermarmi a pescare; indi lasciando il ragazzo al timone, m'avanzai laddove stava il Moro, ed abbassatomi come se avessi voluto cogliere qualche cosa cadutami, lo presi per sorpresa cacciandogli un braccio fra le gambe, e di netto lo feci saltare dal bordo della scialuppa nel mare. Rialzatosi subito fuori dell'onda, perchè sapea galleggiare come se fosse stato di sughero, quel poveretto mi chiamava e supplicava di riprenderlo nella scialuppa, assicurandomi che sarebbe stato contento di venire in capo al mondo con me. Notava si vigorosamente che m'avrebbe i raggiunto prestissimo, perchè spirava un leggerissimo vento. Allora, entrato io nella stanza mi munii d'uno di quei moschetti ed addirizzandoglielo, dissi:
‒ “Non vi farò alcun male, semprechè vi regoliate come vi dico. Voi siete abile al nuoto abbastanza per raggiugnere la spiaggia, e il mare è tranquillo. Fate quanto potete per guadagnare il lido, nè vi farò male di sorta alcuna; ma se continuate ad accostarvi alla scialuppa, vi fo saltare in aria il cervello, perchè son risoluto di ottenere la mia libertà”.
Dopo le quali parole, egli tornò addietro e nuotò verso la spiaggia, nè dubito che non vi arrivasse comodamente, perchè, come ho detto, era un ottimo notatore.
Non avrei avuto difficoltà di tenermi meco il Moro, e di gettare in acqua il ragazzo; ma col primo non era da fidarsi, senza correre rischio. Poichè mi fui liberato di esso, mi volsi al fanciullo, di nome Xury cui dissi:
‒ “Xury, se voi volete essermi fedele, io vi farò un grand'uomo; ma se non vi battete la faccia (ciò equivaleva per lui al giurare per Maometto e per la barba di suo padre) in pegno della vostra fedeltà, vi lancio nel mare anche voi”.
Il fanciullo mi sorrise, e parlò con modi sì innocenti, che non avrei potuto ingannarmi nel credergli quando mi giurò di essermi fedele e di venire in qual si fosse luogo con me.
Fintantochè rimasi a veggente del Moro, che notava verso la spiaggia, mi tenni bordeggiando come in cerca del vento, affinchè si potesse pensare che volessimo avviarci verso la foce dello stretto; intenzione che doveva attribuirci chiunque non ne stimasse affatto privi di giudizio; perchè chi mai avrebbe supposto che volessimo veleggiare ad ostro contro alle coste di Barbari affatto selvaggi, donde indubitamente intere popolazioni di Negri sarebbero venute a circondarne co' loro canotti e a distruggerci, e dove, arrivando anche a toccare la spiaggia, non avremmo potuto aspettarci altro che di essere divorati dalle fiere o da belve di umana razza, più spietate ancora di esse.
Ma appena la sera si fece oscura, cangiai direzione governando immediatamente al sud-sud-est (un quarto d'ostro verso scirocco) piuttosto tenendomi verso questo secondo punto, a fine di guadagnare una spiaggia; e spirando una fresca brezza e tranquillissimo essendo il mare, veleggiai quanto bastava perchè, quando vidi terra alle tre dopo il mezzogiorno del dì successivo, potessi credere di non essere lontano meno di centocinquanta miglia dalla punta meridionale di Salè, affatto al di là degli stati dell'imperator di Marocco, o sicuramente di qualunque altro principe di que' dintorni; chè non mi si offerse alla vista verun abitante per poter stabilire questo punto con certezza.
VII. Fermata per far acqua.
Tuttavia era tanta la mia paura di essere preso dai Mori, tanto il terrore di cadere un'altra volta fra le unghie di costoro, che non volli prender terra o cercare una spiaggia o mettermi all'áncora, tanto più che il vento continuava ad essere propizio; onde veleggiai in questa guisa per cinque giorni, al qual termine il vento si voltò a ponente. Pensai allora che, quand'anche qualche vascello fosse uscito per darmi la caccia, il vento contrario ne lo avrebbe fatto desistere; quindi arrischiatomi ad avvicinarmi alla costa, gettai l'áncora alla foce di un piccolo fiume: non seppi come si chiamasse, nè ove scorresse, e nemmeno sotto qual latitudine, in che paese, fra quali popoli mi trovassi; nè vidi, nè desiderai di vedere alcuno. La sola cosa di cui mancavo, era l'acqua dolce. Entrammo in questo seno la sera, determinati, appena fosse notte, di raggiugnere a nuoto la spiaggia e di scoprire paese; ma non sì tosto dominò il buio per ogni dove, udimmo tal frastuono orribile di abbaiamenti, ruggiti, ululati, venuti da bestie selvagge, non sapevamo di quale razza, che il povero ragazzo mio compagno ebbe a morirne di paura, e mi supplicò che non cercassimo quella spiaggia prima del giorno.
‒ “Va bene, Xury, gli diss'io; non anderò adesso; ma potrebbe ben darsi che domani vedessimo uomini non meno terribili per noi di questi leoni.
‒ Allora far sentire a questi uomi7 nostri moschetti, rispose Xury sorridendo, e farli fuggire”.
Xury aveva imparato a parlare o piuttosto a storpiare la mia lingua dal molto conversare con gli schiavi di nostra nazione. Contentissimo di vedere sì buono spirito in questo ragazzo, gli diedi alcun poco del liquore contenuto ne' fiaschetti portati via al nostro padrone, per infondergli sempre maggiore allegria. In fine dei conti il consiglio di Xury era buono, e lo adottai. Ci ancorammo e rimanemmo zitti tutta la notte; dico zitti perchè non dormimmo punto. E chi mai sarebbe stato capace di farlo? Per due o tre ore continue vedemmo grandi creature (non sapemmo con che nome chiamarle) di molte sorte venir giù alla spiaggia, gettarsi nell'acqua, voltolarvisi e guazzarvi entro, fosse per diporto o per voglia di refrigerarsi; certo i loro ululati erano sì orridi che non ne udimmo mai più dei compagni.
Xury era spaventato non so dir quanto, e da vero non lo era poco nemmeno io; ma fummo ben più quando ci accorgemmo di una di quelle formidabili creature che notava in verso della nostra scialuppa. Non potemmo vederla, ma potemmo capire dalla crescente vicinanza delle sue urla che era una mostruosa, enorme, ferocissima belva. Xury la diceva un lione, e poteva ben esserlo secondo le mie congetture. Questo povero fanciullo mi si raccomandava a più non posso di levar l'áncora e partirmi di lì.
‒ “No, Xury, gli diss'io; possiamo filare la nostra gomona col segnale galleggiante attaccato, e andarcene a nuoto sul mare portandoci a tanta distanza, che la belva non possa arrivar sino a noi”.
Ebbi appena detto ciò quando vidi quella creatura d'ignota razza accostarsi ad una lontananza non maggiore di due tratti di remo; sorpresa che mi fece rimanere imbarazzato alcun poco; pure corso immediatamente alla stanza della scialuppa e trattone il mio moschetto, lo sparai contro al mostro che, presa immantinente la fuga, tornò ad avviarsi notando alla spiaggia.
Ma egli è impossibile il descrivere quale orrido strepito, quali disperati gridi e ululati corrisposero al frastuono e all'eco del mio moschetto; grida e ululati inauditi cred'io fin allora che rimbombarono così sull'orlo della spiaggia come per tutto l'interno del paese. Ciò mi convinse che non era cosa sana per noi l'andare a terra su quella costa per tutta la notte, ma il come avventurarvici poi di giorno diveniva un altro punto di quistione scabroso, perchè il cadere nelle mani di qualche selvaggio sarebbe stata cosa altrettanto trista, quanto capitar tra gli artigli di leoni o di tigri; per lo meno il pericolo da temersi era eguale.
Ma comunque fosse andata la cosa, non potevamo dispensarci dallo sbarcare d'un modo o dell'altro, perchè non ci rimaneva un boccale d'acqua nella scialuppa: quando e da che parte eseguire lo sbarco, qui stava la difficoltà.
‒ “Se voi lasciare andar me con orcio a spiaggia, io veder bene se esservi acqua dolce, e portarvene alcun poco.
‒ Ma perchè andarci tu, e non piuttosto io, e tu rimanere nella scialuppa?”
Quel fanciullo mi diede tale affettuosa risposta che la ricordai sempre in appresso con tenera gratitudine.
‒ “Se selvaggi uomi venire, mangiar me, tu scappar via.
‒ Bene, Xury, andremo insieme, e se vengono i selvaggi uomi gli ammazzeremo; non mangeranno nessuno di noi due”.
Ciò detto, diedi al povero Xury un pezzo di pane di rusk e del liquore tolto dalla cassetta de' fiaschetti del mio padrone commemorata poc'anzi; poi tirata la scialuppa tanto vicino alla spiaggia quanto lo credemmo opportuno, guadammo sino alla riva non portando altro con noi, che i nostri moschetti e due orci per empirli d'acqua.
Non mi piacea di perdere di vista la scialuppa per paura che alcuni canotti di selvaggi scendessero lungo il fiume; ma il ragazzo scorgendo una valletta lontana circa un miglio dal luogo ove eravamo, si trasse fin là, nè andò guari che il vidi tornare a me correndo come il vento. Pensai fosse inseguito da qualche uomo, o spaventato da qualche fiera, onde gli corsi incontro per aiutarlo; ma quando gli fui più vicino, vidi alcun che pendergli dalle spalle. Era un piccolo animale da lui ucciso col moschetto, somigliante ad un lepre, salvo il colore e le gambe ch'erano più lunghe. Fummo assai contenti di tale presa, perchè ne fornì di una squisita vivanda; ma la grande contentezza che facea correre il povero Xury, era perchè veniva ad annunziarmi che avea trovato acqua dolce e non veduti selvaggi uomi.
Per dir vero scoprimmo in appresso, che non avremmo avuto bisogno di prenderci tanti fastidi per trovare acqua dolce, perchè un poco al di sopra del seno ove stavamo, ne scorgemmo una sorgente al calare della marea; così pertanto potemmo empire tutti i nostri orci e, acceso il fuoco, facemmo onore al lepre che avevamo predato; indi ci accingemmo a riprendere la nostra navigazione, senza aver veduto un sol vestigio di creatura umana in quella parte di paese.
Poichè avevo fatto un precedente viaggio a quella costa, compresi ottimamente che le isole Canarie e quella del Capo Verde non dovevano esserne molto lontane. Ma non avendo meco stromenti per misurare un'altezza o cercare sotto qual latitudine ci trovassimo, ne potendo esattamente sapere, o almeno ricordarmi la latitudine delle isole or nominate, io non sapeva nemmeno a qual parte volgermi, e dove recarmi al largo per raggiugnerle; altrimente non mi sarebbe stato difficile il ripararmi ad una di tali isole. Ma la mia speranza fu che, tenendomi a costeggiare in quelle acque, arriverei in qualche parte ove trafficassero i miei compatriotti, e scontrandomi in qualcuno de' loro vascelli mercantili, vi troverei e buona accoglienza ed imbarco.
Dai più precisi calcoli da me istituiti mi risulta, che il luogo ove fui ora, debb'essere un paese giacente fra i dominii dell'imperator di Marocco e le terre abitate dai Negri, paese deserto e popolato soltanto di fiere. I Negri lo avevano abbandonato, andando a stanziarsi più verso mezzogiorno per paura dei Mori; e i Mori nol credettero degno di essere abitato a motivo della sua sterilità; e veramente non se ne saranno nemmeno curati atteso il prodigioso numero di tigri, di leoni, di leopardi e d'altre formidabili fiere che vi hanno il lor covo; i Mori quindi se ne valgono solamente per venirvi a caccia, formando una specie d'esercito di due o tremila uomini in una volta. Egli è certo che per lo spazio di circa un centinaio di miglia non vedemmo su quella costa altro che un deserto disabitato durante il giorno, nè udimmo se non ululati e ruggiti di feroci belve in tempo di notte.
Una o due volte, facendo giorno, credei vedere il Picco di Teneriffa, ch'è il punto più alto delle montagne Teneriffe nelle Canarie, onde mi prese gran voglia di avventurarmi a quella parte nella speranza di ripararmi ivi; ma essendomici provato due volte, fui spinto in addietro da contrari venti, oltre all'essere divenuto troppo grosso il mare pel mio piccolo bastimento. Risolvei pertanto di attenermi al mio primo di segno, continuando a costeggiare.
Dopo aver lasciata questa spiaggia fui costretto bene spesso a prendere terra per far acqua; ed una mattina particolarmente che era di bonissima ora, ancorammo sotto una punta di terra altissima ove cominciando a salir la marea, restammo tranquillamente ad aspettare ch'ella ci portasse più in là. Xury, cui gli occhi servivano, a quanto sembra, assai meglio che a me, mi chiamò pian piano per dirmi che avremmo fatto molto bene allontanandoci da quella spiaggia.
‒ “Guardar là! egli soggiugnea, guardar là spaventoso mostro che a fianco di montagna dormir di grossa”.
Girai l'occhio laddove egli m'indicava, e vidi uno spaventoso mostro da vero, perchè era un grosso terribile leone che giacea di fianco alla spiaggia al rezzo di un enorme dirupo che gli pendea sopra la testa.
‒ “Xury, gli diss'io, portatevi su la spiaggia ed ammazzatelo.
‒ Me ammazzar lui? lui mangiar me in una bocca”; e col dire in una bocca s'intendeva in un boccone.
Non dissi altro al ragazzo, ma gl'intimai silenzio, e tratto a mano il nostro più grande moschetto che portava in circa la carica d'un moschettone, lo caricai con una quantità di polvere e con due verghe di piombo; indi ne caricai un altro a due palle, ed un terzo (dissi già che avevamo tre moschetti con noi) a pallini. Portate fuori della stanza queste tre armi, presi la mira meglio che potei con la prima per colpire il feroce animale nella testa; ma esso giaceva in tal modo con una gamba sollevata un poco al di sopra del suo naso che le verghe di piombo lo colpirono al di sopra di un ginocchio rompendone l'osso. La belva trasalì, muggendo alla prima, ma accortasi della sua gamba rotta, ricadde, indi alzatasi su le sue tre gambe metteva i più orridi ruggiti che mai potessero udirsi. Mi fece qualche sorpresa il non averla colpita su la testa; pure fui presto a dar di mano al secondo moschetto, e benchè il leone cominciasse a moversi con le sue tre gambe, fui fortunato abbastanza, perchè la mia seconda scarica lo colpisse ove aveva divisato prima, ond'ebbi il piacere di vederlo stramazzato senza dimenarsi più di quanto fa una creatura che combatte con la morte. Allora Xury, preso coraggio, desiderò gli permettessi di venir su la spiaggia.
‒ “Ebbene, gli dissi, venite”.
E tosto il ragazzo, lanciatosi in acqua e tenendo in una mano il terzo moschetto, nuotò con l'altra mano alla spiaggia, ove fattosi ben vicino al moribondo leone e portatagli la bocca del moschetto all'orecchio, tornò a scaricarglielo nella testa con che la fiera rimase spedita del tutto.
Questo fu veramente per noi un diporto che non ne dava di che nudrirci; ed ero assai contristato d'aver perdute queste tre cariche di polvere, per ammazzare una bestia che non era di verun uso per me. Ciò non ostante Xury avrebbe voluto aver qualche cosa di essa, onde tornò a bordo chiedendomi che gli dessi l'accetta.
‒ “Da farne che, Xury?
‒ Me voler tagliare sua testa”.
Nondimeno il povero ragazzo non riuscì in questa impresa; giunse per altro a tagliargli una zampa ch'egli si portò seco a bordo, ed era una zampa di mostruosa grandezza. Pensai fra me nondimeno che la pelle di quel leone, o d'un modo o dell'altro, avrebbe potuto essere di qualche valore per noi; per lo che mi determinai a portargliela via se mi riusciva. Ci mettemmo dunque Xury ed io a questo i lavoro; ma Xury si mostrò assai più abile di me, perchè io da vero non sapeva come mettermici. Sicuramente questa opera ne portò via l'intera giornata; ma la pelle del leone finalmente l'avemmo, e stesala sul tetto della stanza della scialuppa, il sole la seccò in non più di due giorni, sicchè me ne servii in appresso per giacervi sopra.
Dopo questa fermata costeggiammo di continuo verso ostro per dieci o dodici giorni vivendo con grande risparmio delle nostre vettovaglie che cominciavano a scemarsi in notabilissima guisa, nè ci portammo alla spiaggia più spesse volte di quanto ne fu necessario per cercare acqua dolce. In questa fu mio disegno d'avviarmi verso il fiume Gambia o il Senegal, vale a dire, sempre nelle vicinanze del Capo Verde, ove mi rimanea la speranza d'incontrarmi in qualche vascello europeo, espettazione che, se fosse andata delusa, io non aveva altra speranza dinanzi a me se non quella di raggiugnere le isole o di morire fra i Negri.
VIII. Continuazione di questa navigazione sino al Brasile.
Io sapea che quante navi europee veleggiavano o verso la costa della Guinea o al Brasile, o vero alle Indie Orientali, toccano il Capo o le menzionate isole; onde, in una parola, il dilemma della mia sorte stava in ciò solamente: o avrei incontrato qualche vascello o mi sarebbe stato forza perire. Durato nella mia risoluzione, come dissi, dieci o dodici giorni, cominciai a veder paesi che erano abitati; in due o tre luoghi presso cui veleggiammo, ne accadde osservar gente che stava su la spiaggia a guardarci, e potemmo anche accorgerci ch'erano di carnagione affatto nera e ignudi del tutto. Mi sentii tentato una volta ad andar su la spiaggia verso di loro; ma Xury, il miglior consigliere ch'io m'avessi, mi disse:
‒ “Non andare! non andare!”
Nondimeno, tiratomi più vicino alla spiaggia per poter parlare ad essi, vidi che su la mia stessa strada correvano lungo il lido. Notai che non avevano armi con sè, eccetto un di loro il quale portava un piccolo sottile bastone che Xury mi disse essere una lancia, aggiugnendo che sapeano tirarla in gran lontananza e prendendo bene la mira; per conseguenza mi tenni in distanza, ma parlai loro per cenni come meglio potei, chiedendoli singolarmente di qualche cosa da mangiare. Essi mi fecero segno di fermare la mia scialuppa, e di essere pronti a portarmi alcune vivande; laonde, abbassata la punta della mia vela, mi fermai dov'ero, e due o tre di quegli abitanti, postisi a correre per il paese, in meno di mezz'ora tornarono addietro portando seco due pezzi di carne secca e qualche provvigione di grano del loro paese. Noi non sapevamo nè di che animale fosse la carne, nè di qual natura fosse quel grano; pure avevamo tutta la buona voglia d'accettar queste cose. Ma il come arrivare a tale intento fu il soggetto della prima ed ultima disputa che avemmo insieme, perchè io non mi sentiva d'arrischiarmi a por piede su la spiaggia, ed essi avevano altrettanta paura di noi; ma s'attennero ad un espediente sicuro e per una parte e per l'altra, perchè portarono le vettovaglie su la riva e le posero giù, indi se ne andarono e ci stettero ad una grande distanza finchè le avessimo tirate a bordo; allora si accostarono di nuovo alla nostra scialuppa.
Noi femmo loro grandi ringraziamenti per cenni, chè non avevamo altra moneta onde compensarli; ma in quel momento medesimo ne si offerse un'opportunità di rendere ad essi un segnalato servigio; perchè mentre continuavamo a fermarci a veggente della spiaggia, scesero dalle montagne due potenti belve,una delle quali, a quanto ne parve, inseguiva l'altra con gran furore verso del mare. Se il maschio inseguisse la femmina, o vero se così facessero per diporto o rabbia, gli è quanto non sapremmo dire, come non potremmo dire se un tal caso fosse strano o comune colà; ma io direi la prima cosa, e perchè quelle belve rapaci rare volte si lasciano vedere fuorchè di notte, e perchè scorgemmo quegli abitanti straordinariamente impauriti, massime le donne. L'uomo che portava la lancia, o dardo o bastoncello che fosse, non fuggì, ma fuggirono tutti gli altri, ancorchè le due fiere, correndo direttamente verso l'acqua, non paressero nell'intenzione vogliose di scagliarsi addosso ad alcuno di que' Negri, ma bensì di gettarsi nel mare, ove si diedero a notare qua e là come per loro divertimento. Finalmente uno di questi animali cominciava ad avvicinarsi alla nostra scialuppa più di quanto mi sarei aspettato; ma mi trovò pronto ai suoi comandi, chè avevo già caricato il mio moschetto con ogni possibile celerità, e intimato a Xury di fare lo stesso con gli altri due. Appena un de' due animali mi fu venuto bellamente a tiro, gli feci fuoco addosso e lo colpii nella testa. Si sprofondò tosto nell'acqua, ma uscitone un momento dopo andava dibattendosi da una parte e dall'altra come chi resiste invano alla morte; e così era di fatto: esso si sforzava di arrivare immediatamente alla spiaggia, ma tra la sua ferita che era mortale e lo strozzamento dell'acqua stessa, morì prima di averla raggiunta.
Egli è impossibile l'esprimere lo sbalordimento da cui furono presi que' poveri abitanti al fuoco e al frastuono del mio moschetto. Alcuni di essi furono lì lì per morire dalla paura, e caddero veramente siccome morti per l'effetto del terrore concepito; ma quando videro l'animale, non dubitarono più che la terribile belva non fosse perita nell'acqua, e poichè si accorsero de' miei segni che li richiamavano alla spiaggia, preso coraggio, ci vennero, e cominciarono a far ricerche per avere in loro potere il cadavere dell'ucciso animale. Giunto io a scoprirlo dalle strisce del sangue che lordavano l'acqua, coll'aiuto di una corda gettatagli all'intorno del corpo, e di cui mandai l'altra estremità ai Negri perchè la tirassero, questi lo ebbero alla spiaggia. Allora fa riconosciuto che la belva era un raro leopardo, leggiadramente screziato e d'un pelame ammirabilmente fino. Gli abitanti sollevarono le mani con ammirazione, e fantasticando con che cosa mai avessi potuto ammazzarlo.
L'altro animale spaventato dalla vampa del fuoco e dallo strepito dello sparo, notò alla spiaggia, e prese correndo la via delle montagne dond'erano usciti entrambi; a quella distanza non potei discernere qual razza d'animale esso fosse. Capii presto che i Negri aveano voglia di cibarsi della carne dell'ucciso leopardo, onde non mi dispiacque che riconoscessero in ciò un mio presente; e quando feci ad essi un segno che poteano impadronirsene liberamente, mi rendettero grandi ringraziamenti alla loro maniera. Tosto si misero all'opera di apparecchiarlo; e benchè non avessero coltello, con un pezzo di legno ben affilato ne tolsero la pelle con la stessa prestezza, anzi maggiore, che non avremmo fatto noi co' nostri stromenti da taglio. Mi offersero una parte di quella carne; offerta ch'io ricusai mostrando di volerla lasciar tutta a loro; sol mi feci intender per cenni che ne avrei aggradita la pelle, il qual mio desiderio secondarono di buonissima grazia, portandomi in oltre una copia maggiore di loro vettovaglie che accettai, sebbene non sapessi che cosa fossero. In appresso i miei segni furono intesi ad avere una certa quantità di acqua dolce, e mi feci capire voltando uno de' miei otri con la bocca all'ingiù, affinchè vedessero che aveva bisogno di essere empiuto. Essi chiamarono immediatamente alcuno de' loro famigliari, onde comparvero due donne portando un gran vaso di terra, credo io, cotta al sole, che venne deposto, come dianzi le vettovaglie, sul lido, indi mandai Xury su la spiaggia co' miei orci che mi tornarono pieni d'acqua dolce tutti e tre. Le donne erano affatto ignude al pari degli uomini.
All'acqua dolce vennero aggiunti e grani e radici, di che cosa ho anche a saperlo; indi preso congedo dai miei benevoli Negri, mi portai innanzi per undici giorni ancora senza vedere alcuna vicinanza di spiaggia, fino all'undecimo di questi giorni in cui mi si parò innanzi una terra che sporgeva in fuori per un gran tratto di mare, distante da me quattro o cinque leghe all'incirca; e poichè era tranquillissima l'onda, presi il largo per giungere alla punta di quella terra. Finalmente, giratole attorno ad una distanza di circa due leghe, vidi distintamente una costa che facea fronte al mare sul lato opposto; donde dedussi, come la cosa era certissima, che quella punta fosse il Capo Verde, e stessero ivi le isole che danno a quella punta il nome di Capo delle Isole Verdi. Pur queste mi erano sempre ad una grande distanza, nè sapevo troppo qual fosse per me il miglior partito da prendere, perchè se fossi stato sorpreso da un gagliardo colpo di vento avrei potuto non raggiugnere nè il Capo nè le sue isole.
Venuto in pensiero per questo dilemma, entrai nella stanza, ove mi posi a sedere, intantochè Xury stava al timone. Tutt'ad un tratto odo il giovinetto che grida:
‒ “Padrone! padrone! un vascello e una vela!”
Il povero ragazzo era fuor di sè dallo spavento, immaginandosi non potesse esser altro che qualche legno del suo padrone mandato per inseguirci: ma io ben sapea che ci eravamo allontanati abbastanza per trovarci fuori della sua presa. Uscito subito della stanza della scialuppa, vidi immediatamente non solo il vascello, ma che vascello fosse: esso era di pertinenza portoghese, forse diretto, io pensai nel momento, alla costa di Guinea per far acquisto di Negri. Nondimeno, osservata la dirittura ch'esso prendea, fui tosto convinto ch'esso pigliava altra via, e che il suo disegno non era di serrarsi punto alla spiaggia; per la qual cosa presi il largo quanto io potea, risoluto di abboccarmi con que' naviganti, se pur mi era possibile.
Benchè facessi tutta forza di vele, capii che non mi sarebbe riuscito di entrar nell'acque di quel vascello, e che esso mi sarebbe sparito dalla vista prima ch'io avessi potato fargli alcun segno; ma poichè io aveva fatti gli ultimi sforzi, e cominciava già a disperare, que' naviganti mi videro, io penso, co' lor cannocchiali, e compresero essere il mio legno qualche barca europea, ch'essi supposero appartenere ad un vascello pericolato. Accorciarono pertanto le vele per darmi campo d'avvicinarmi a loro. Incoraggiato da ciò, ed avendo a bordo la bandiera di chi fu mio padrone, diedi loro il segnale di disastro, e sparai un moschetto; entrambe le quali cose essi notarono, perchè mi dissero in appresso di aver veduto il fuoco, ancorchè non avessero udito lo strepito dell'archibugio. Dietro questi segnali con tutta la cortesia immaginabile misero alla cappa, cioè abbassarono le vele per aspettarmi; onde in capo a circa tre ore potei raggiugnerli.
Mi chiesero chi fossi in lingua portoghese, poi spagnuola, poi francese, ma io non intendeva alcuna di quelle lingue; finalmente un marinaio scozzese ch'era a bordo del vascello, mi volse il discorso, e gli risposi raccontandogli ch'io era un Inglese fuggito dalla schiavitù de' Mori; allora mi fecero entrar subito a bordo, ove accolsero graziosamente me e tutte le cose mie.
È inesprimibile la gioia ch'io provai, ed ognuno me lo crederà, al vedermi in tal guisa liberato da una condizione così trista, e ch'io metteva omai per disperata. Offersi immediatamente quanto io possedeva al capitano del vascello in ricompensa della mia liberazione; ma egli generosamente rispose, che non avrebbe ricevuto alcun compenso da me, e che quanto io aveva portato a bordo, mi sarebbe consegnato libero d'ogni aggravio, appena arriveremmo al Brasile.
‒ “Perchè, egli diceva, ho salvata la vostra vita in que' termini onde mi piacerebbe veder salvata la mia; una volta o l'altra il mio destino può condurmi alla medesima condizione. Oltrechè, se vi privassi di quanto avete, e tanto lunga la strada di qui al Brasile che, giunto là, sareste costretto a morire di fame, ed in tal caso non avrei fatto altro che salvarvi la vita qui per privarvene là. No, no, senhor Inglese, voglio condurvi fin là per amor del mio prossimo; e queste cose che vorreste darmi, vi gioveranno a procurarvi la vostra sussistenza nel Brasile e nella traversata che dovrete fare per tornarvene a casa”.
E come si mostrò caritatevole in questa offerta, fu altrettanto giusto nel mantenerla appuntino; perchè ordinò severamente ai suoi marinai di non toccar nulla di quanto mi appartenesse, e, presesi in deposito egli stesso le mie robe, mi diede un inventario di tutto, esatto tanto che non erano nemmeno dimenticati i miei tre orci di terra.
Quanto alla mia scialuppa, che era veramente una delle buone fra quante ve ne fossero, dopo averla considerata, mi espresse il desiderio di comprarla per uso del suo vascello, e mi chiese qual prezzo ne avrei voluto.
‒ “Siete stato si generoso verso di me in ogni rispetto, che non ho coraggio di far io il prezzo della mia scialuppa, e intorno a ciò mi rimetto interamente a voi.
‒ Facciamo così, egli soggiunse, vi darò una cedola di banco per ottanta pezze da otto, che vi saranno pagate al Brasile e, quando la scialuppa sarà arrivata là, se trovate chi vi offra di più, vi abbonerò quel di più”.
Mi offerse inoltre sessanta pezze da otto pel mio ragazzo Xury, al che mi rincrescea l'acconsentire, non perchè mi dispiacesse cedergli quel fanciullo, ma mi sapea male di vendere la libertà di una povera creatura che m'aveva aiutato con tanta fedeltà a procurarmi la mia. Nondimeno, poichè ebbi esposto al capitano un tal motivo di mia renitenza, questi che lo trovò giusto mi propose un temperamento, vale a dire di obbligarsi col ragazzo a metterlo in libertà dopo dieci anni, semprechè si fosse fatto cristiano; a tal patto, tanto più che Xury disse che sarebbe andato volentieri con lui, lo cedei al capitano.
Il nostra viaggio al Brasile fu felicissimo, perchè in venti giorni circa arrivammo alla baia di Todos los Santos (di Tutti i Santi); ed eccomi anche una volta liberato dalle disgrazie e, in questo caso, dalla più miserabile di tutte le condizioni della vita umana. Or non mi rimaneva altro, che pensare al partito cui mi sarei appigliato.
IX. Piantagione di zucchero fatta nel Brasile.
Non mi ricorderò mai abbastanza del generoso trattamento usatomi dal capitano. Oltre al non aver voluto ricevere alcun danaro pel mio viaggio al Brasile, mi diede venti ducati per la pelle del leopardo, e quaranta per quella del leone che si trovavano nella mia scialuppa, comandando indi che mi fossero puntualmente consegnate tutte le cose di mia pertinenza. Quante di queste fui contento di vendere, le comprò da me; così accadde per la cassa di liquori, così per due moschetti e per una parte del pane di cera, perchè il rimanente di esso lo avevo convertito in candele; in una parola di tutto il mio carico ricavai duecento venti ducati, col qual capitale toccai la spiaggia del Brasile.
Non rimasi qui a lungo senza che il buon capitano m'avesse raccomandato ad un onest'uomo come lui, possessore di un ingenio; chè così chiamasi colà una piantagione, e fabbrica di zucchero. Vissuto qualche tempo con questa persona, imparai il modo di piantare e di fabbricare lo zucchero; e veduto come i piantatori vivessero e facessero presto ad arricchire, mi determinai, purchè avessi una licenza, di stabilirmi nel paese, e divenir piantatore ancor io. Nel tempo stesso m'adoperai a cercar qualche mezzo per farmi arrivare il danaro che m'avea lasciato addietro a Londra. Ottenuta dunque una specie di lettera di naturalizzazione, acquistai quanto terreno incolto potevo comprare col danaro attuale, formando i miei disegni per l'ideata piantagione, disegni ne' quali feci entrare anche il danaro ch'io mi prefiggea di ritirare da Londra.
Avevo per vicino un portoghese di Lisbona, nato per altro da genitori inglesi, di cognome Wells, che si trovava nelle mie medesime circostanze. Lo chiamo mio vicino, perchè la sua piantagione era contigua alla mia, e veramente vivemmo in buon accordo fra noi. Il mio capitale era poco siccome il suo, e per circa due anni abbiamo fatto la vita dei piantatori piuttosto per procacciarci il vitto, che per altro intento. Ciò non ostante le cose nostre cominciarono a prosperare, e i nostri due poderi a prendere buon aspetto, di modo che nel terzo anno piantammo un po' di tabacco, e ciascuno di noi apparecchiò un ampio spazio di terreno onde piantarvi canne di zucchero per l'anno avvenire; ma tutt'a due mancavamo di chi ci aiutasse, e compresi allora più che mai quanto avessi avuto torto nel separarmi dal mio buon ragazzo Xury.
Ma già sfortunatamente l'aver torto non era un soggetto di stupore per me che non ne aveva mai fatta una per il diritto, nè vi era verso ch'io m'attenessi alla strada buona. Di fatto io mi era messo in una impresa del tutto contraria alla mia inclinazione, a quella vita di cui mi beavo nella mia fantasia, e per la quale abbandonai la casa di mio padre, e mi gettai dietro le spalle tutti i suoi buoni suggerimenti; anzi io stava per entrare in quello stato medio, o sia in quel primo stato nella vita borghese, com'egli lo chiamava, e quale mi veniva consigliato da lui; in quello stato che, se mi fossi determinato ad abbracciarlo prima, avrei raggiunto standomene a casa mia e senza straccarmi a girare il mondo come avevo fatto; onde io soleva dire a me stesso:
‒ “Io potevo avere queste cose medesime nell'Inghilterra fra i miei amici, senza andar a far cinquemila miglia di cammino, senza essermi trovato fra selvaggi ed estranei, in un deserto ed a tal distanza da non ricevere notizie da veruna parte del mondo che abbia la menoma relazione con me”.
In questo modo io soleva meditare col massimo rincrescimento su la mia condizione presente. Non avevo con chi conversare, se non a quando a quando col vicino di cui ho parlato; non potevo eseguire alcun lavoro se non con la fatica delle mie braccia, e mi pareva proprio di vivere come un uomo balestrato su qualche isola deserta, senz'altra compagnia che quella di sè medesimo. Ma oh! come ciò era giusto, e oh! come tutti gli uomini tentati ad augurarsi in vece della loro condizione presente altre condizioni peggiori, dovrebbero pensare che il Cielo può costringerli a tal cangiamento, e convincerli con l'esperienza quanto fossero più felici da prima! Oh! come era giusto, lo ripeto, che il condurre tal vita veramente solitaria, qual io me la dipingeva adesso in un'isola deserta, fosse retaggio di me, o al segno di metterla a confronto con quella ch'io viveva in allora, vita che se non me la fossi giocata, mi avrebbe secondo ogni probabilità fruttato e ricchezze ed ogni contentezza di cuore!
Può dirsi fino ad un certo segno che tutto era già avviato per la mia piantagione prima che il mio cortese amico, il capitano del vascello che mi raccolse sul mare, si fosse rimesso in viaggio; perchè la nave di lui, per raddobbarsi e disporsi ad una nuova traversata, rimase qui circa tre mesi; ed allora, avendogli io detto di aver lasciato addietro in Londra un piccolo capitale di mia ragione, mi diede questo amichevole e sincero consiglio:
‒ “Senhor Inglese (chè non mi chiamava mai se non così), se mi darete lettere ed una carta di procura in forma con un ordine a chi e depositario del vostro danaro in Londra, affinchè faccia arrivarlo alla persona ch'io indicherò, e convertito in quelle merci che saranno più convenevoli a questa piazza, ve ne porterò, piacendo a Dio, al mio ritorno in Lisbona il valsente; nondimeno, siccome le cose umane vanno soggette a mutazioni o disastri, vi direi di non ordinare una spedizione d'altro valore che d'un centinaio di sterlini, metà, come dite, del vostro capitale, e di stare a vedere come la sorte buttasse per la prima volta. Così, s'io torno sano e salvo, voi potrete ordinare con lo stesso mezzo la spedizione del rimanente; se le cose andassero male, vi resterebbe sempre l'altra metà, su cui fare i vostri conti.»
Trovai troppo salutare ed amichevole questo suggerimento per non arrendermi subito ad esso, e di conformità apparecchiai le lettere per quella signora nelle cui mani io aveva lasciato il danaro, e la carta di procura che il capitano portoghese mi consigliò.
Nella lettera che scrissi alla vedova del capitano inglese, la ragguagliai pienamente di tutte le mie avventure, della mia schiavitù, della mia fuga, dell'incontro fatto in mare col capitano portoghese, dell'umano di lui procedere, della condizione in che mi trovavo ora, e di tutte l'altre particolarità necessarie alla spedizione di una parte del mio danaro. Poichè questo onesto capitano fu a Lisbona, trovò il mezzo di alcuni trafficanti inglesi che vi dimoravano, per far tenere non solamente il mio ordine, ma l'intero racconto delle mie avventure ad un negoziante di Londra, che presentò di fatto tutte le indicate carte a quella signora. Essa, oltre allo sborsare la somma richiestale, inviò del proprio un assai bel regalo al capitano portoghese in compenso dell'umanità e delle amorevolezze usatemi.
Il mercante di Londra, dopo avere convertite le cento lire sterline in merci di manifattura inglese, quali gliele aveva indicate il mio amico, le inviò direttamente a Lisbona, onde il capitano me le portò poi intatte al Brasile. Fra queste (e certo senza ch'io gliene avessi fatto cenno, chè ero troppo giovine per intendermi di tali affari) aveva avuto cura di far si che si trovasse ogni sorta di stromenti, ferramenti ed ordigni necessari alla mia piantagione, e riconosciuti di grand'uso per me.
Poichè il carico fu arrivato, credei fatta la mia fortuna, e ne fui veramente attonito dalla gioia. Il mio buon maggiordomo, il capitano si era perfin giovato dei cinque sterlini trasmessigli in via di presente dalla vedova del capitano inglese, per provvedermi un famiglio obbligato a sei anni di servigio, e condurmelo senza volere accettare verun compenso da me, salvo un po' di tabacco che lo costrinsi a ricevere come ricolto della mia piantagione.
Nè qui stava il tutto, perchè il mio danaro essendo convertito in manifatture inglesi, come panni, drappi, baiette ed altre merci singolarmente desiderate in que' paesi, trovai modo di venderle con grande vantaggio; onde potei dire di avere quattro volte più del valore del mio primo capitale, ed ora mi vedevo infinitamente al di sopra del mio vicino nel buon inviamento della mia piantagione. Per prima cosa mi comprai uno schiavo negro, e mi procurai un altro famiglio europeo; intendo un altro oltre quello che il capitano mi condusse da Lisbona.
Ma la prosperità è spesse volte l'origine delle più gravi disgrazie per chi ne abusa; e ciò fu il caso mio. Nel prossimo anno ebbi straordinaria fortuna nella mia piantagione; raccolsi cinquanta grandi rotoli di tabacco sul mio podere, oltre a quelli ch'io aveva obbligati, per procurarmi le mie provvigioni annue di casa, ai miei vicini; e questi cinquanta rotoli, ciascuno di peso oltre ad un quintale, vennero da me acconciati e tenuti in serbo pel ritorno della flotta da Lisbona. In questo aumento di affari e di ricchezze, la mia testa cominciò ad empirsi di divisamenti oltre a quanti ne potessi abbracciare; e veramente sta in ciò, il più delle volte, la rovina de' più abili speculatori. Se mi fossi limitato a mantenermi nella posizione cui ero giunto, ora vi sarebbe stato luogo per me a tutte quelle fortune che mi augurava tanto mio padre, e pel conseguimento delle quali mi avea si caldamente raccomandato un genere di vita ritirato e tranquillo; a quelle fortune che egli mi avea con tanta evidenza descritte siccome retaggio di uno stato medio fra l'infimo e l'eccelso. Ma altri casi mi aspettavano, ed io fui nuovamente lo sgraziato artefice delle mie proprie sciagure; anzi, ad aumento di colpa in me, e ad ingrossare le meste considerazioni che mi sarebbe toccato di fare su me medesimo nell'avvenire, tutti questi miei errori derivarono da evidente ostinazione in me di secondare la mia mania di vagare pel mondo, e di far ciò in aperta contraddizione con quanto il mio dovere mi avea suggerito e con le più patenti vie di avvantaggiarmi con una condotta di vivere semplice e piacevole, quali la natura e la providenza congiuntamente mi aprivano.
Come una volta il non contentarmi della mia sorte mi fece fuggire dai miei genitori, così non seppi credermi ora abbastanza felice, se non mi commettevo a nuovi rischi, se non abbandonavo la felice prospettiva di divenire uom ricco e fortunato nella mia nuova piantagione, unicamente per correr dietro ad un audace immoderato desiderio d'innalzarmi oltre quanto la natura delle cose lo permetteva; così io mi precipitai nuovamente nel più profondo abisso di miseria entro cui uomo sia caduto giammai, o forse il solo che possa immaginarsi al mondo, ove non manchi la vita o la forza di sentirne l'angoscia.
X. Nuovo viaggio per la costa della Guinea e naufragio.
Per giungere gradatamente ai particolari di questa parte della mia storia, voi dovete immaginarvi che essendo or vissuto quattro anni in circa al Brasile, e cominciando a prosperar tanto nella mia piantagione, non solamente avevo imparata la lingua portoghese, ma mi era stretto in conoscenza ed amicizia co' miei confratelli piantatori, come pure coi trafficanti di San Salvatore, che era il nostro porto. Pertanto ne' discorsi avuti con essi io gli avea frequentemente intertenuti de' miei due viaggi alla costa di Guinea, del modo di trafficare colà coi Negri, e della facilità di procacciarsi su quella costa, in vece di merciuole di poco conto, siccome pallottoline bucate, giocherelli, temperini, forbici, accette, pezzi di vetro e simili, non solamente polve d'oro, droghe e legni preziosi di Guinea, denti di elefanti ec., ma Negri in gran numero per servigio del Brasile.
Questi miei amici stavano attentissimi ai miei discorsi su tutti gl'indicati punti, ma principalmente alla parte che riguardava la compra dei Negri, commercio che a que' giorni non solamente non era molto innoltrato8, ma comunque lo fosse, veniva fatto da chi soltanto era munito di assientos o patenti dei re della Spagna e del Portogallo, ed incettato a pregiudizio della generalità, di modo che pochi Negri venivano comprati, e questi ad un prezzo eccessivo.
Accadde che dopo essere stato una sera di brigata con alcuni di tali trafficanti e piantatori, ed avendo parlato con essi diffusamente di queste cose, tre di essi venissero nella seguente mattina a trovarmi. Costoro mi dissero che avendo ben pensato su i discorsi da me tenuti loro la scorsa notte, erano lì per farmi una riservata proposta; dopo avermi obbligato con parola d'onore alla maggior segretezza, mi narrarono esser loro intenzione di apparecchiare un vascello per la Guinea; posseder tutti al pari di me delle piantagioni che non difettavano di nulla fuorchè di schiavi; non potersi tirare avanti la coltivazione degli zuccheri, perchè non era permesso il vendere in pubblico i Negri quando erano menati al Brasile; non aver eglino bisogno d'altro, che di fare un viaggio per acquistare di questi Negri, condurli di soppiatto alla spiaggia, e ripartirli in comune fra le piantagioni degli armatori del divisato vascello. In una parola, mi domandarono s'io acconsentiva ad essere loro scrivano di nave per regolare la parte che si riferiva al traffico sulla costa della Guinea, e mi offrivano in compenso una parte uguale nel ripartimento dei Negri e un'esenzione assoluta dal contribuire la mia porzione di capitale.
Questa, convien confessarlo, sarebbe stata una bella proposta da farsi a chi non avesse avuto da mantenere una piantagione sua propria, avviata considerabilmente sul prosperare, e dotata di un buon capitale. Ma quanto a me che avevo il mio fondo così bene incamminato e stabilito, cui non mancava altro che continuare ancora per tre o quattro anni, come avevo cominciato, e ritirare gli altri miei cento sterlini dall'Inghilterra; un fondo che dopo i suddetti tre o quattro anni e con questa piccola aggiunta non potea valer meno di tre o quattromila lire sterline, e sempre di più andando avanti; per me il pensare ad un simile viaggio era la più rea stranezza di cui un uomo, posto nelle mie condizioni, si potesse render colpevole.
Ma io, nato per essere il distruggitore di me medesimo, non potei resistere a tale offerta, più di quanto potessi rattenere i miei primi disegni da vagabondo quando i buoni consigli di mio padre furono perduti per me. In una parola, risposi loro che avrei accettata la proposta di tutto cuore, purchè avessero voluto prendersi l'incarico di vegliare su la mia piantagione durante la mia lontananza, e disporre di essa a tenore degli ordini che darei precedentemente pel caso ch'io venissi a naufragare. Obbligatisi a far ciò, autenticarono il dovere assuntosi con convenzioni in iscritto; io feci il mio testamento disponendo, in caso di morte, della mia piantagione e dei capitali che vi erano sopra, instituendo mio erede universale il capitano del vascello da cui ebbi salva la vita, come è stato narrato di sopra; obbligandolo per altro quanto alle proprietà indicate nello stesso testamento, ad usarne in modo che la metà della rendita rimanesse a lui, l'altra metà fosse spedita in Inghilterra.
In somma, io presi ogni possibile cautela per salvare i miei averi, e per mantenere in ordine il mio podere. Se avessi avuto una metà soltanto di questa prudenza nel vegliare al mio proprio interesse e nell'esaminare quanto mi conveniva il fare o il non fare, certamente non avrei abbandonato un sì prosperoso stabilimento e tutte le probabilità di vederlo migliorato sempre di più, per commettermi ad un viaggio connesso con tutti i rischi delle navigazioni, anche senza calcolare i tant'altri motivi per aspettarmi particolari disgrazie connesse con me medesimo.
Ma io fui affascinato, onde obbedii ciecamente ai dettati della mia fantasia anzichè a quelli della mia ragione. Per conseguenza, allestito il vascello, fornitone il carico, somministrato tutto quanto era fissato ne' patti dalle parti interessate meco in tale viaggio, andai a bordo in trista ora al primo di settembre del 1659, lo stesso giorno in cui otto anni addietro fuggii da' miei genitori ad Hull ribellandomi alla loro autorità e facendomi giuoco del mio proprio interesse.
Il nostro vascello di circa centoventi tonnellate, portava sei cannoni e quattordici uomini, non compreso il capitano, il servo di lui e me. Non avevamo a bordo altro carico di mercanzie che merci opportune al nostro commercio coi Negri, cianfrusaglie soprattutto, come pallottoline bucate, pezzetti di vetro, specchietti, coltelli, forbici, accette e altre simili cose.
Nello stesso giorno che venni a bordo, spiegammo le vele portandoci verso la parte settentrionale della nostra spiaggia con l'idea di stender bordo verso la costa dell'Africa. Quando fummo a circa dieci o dodici gradi di latitudine settentrionale (pare che tal fosse il metodo a quei giorni di far simile traversata), avemmo bellissime giornate, soltanto eccessivamente calde per tutto il tempo in cui ci tenemmo da presso alla nostra costa fino al momento che arrivammo all'altura del capo di Sant'Agostino; donde mettendoci al largo perdemmo di vista la terra, e governammo come se fossimo diretti all'isola Fernando de Noronha e le sue pertinenze, tenendoci a nord-est ¼ nord (un quarto di greco verso tramontana) e lasciandoci a levante quelle isole. In questa traversata passammo la linea nel tempo incirca di dodici giorni, ed eravamo secondo l'ultima nostra osservazione a 7 gradi e 22 minuti di latitudine settentrionale, quando un violento turbine od oragano ci tolse quasi i sensi del tutto. Venuto dal sud-est (scirocco) passato quasi al nord-vest (maestro) si fermò al nord-est (greco), donde infuriava sì tremendamente, che per dodici giorni continui non potemmo se non derivare, e fuggendo dinanzi ad esso lasciarci trasportare ove il destino e il furore del turbine ci spingeva. Non ho bisogno di dire che durante questi dodici giorni io m'aspettai ad ogni istante di rimanere sommerso, nè da vero fuvvi alcuno nel vascello che sperasse di avere salva la vita.
In tale stato d'angoscia avemmo, oltre al terrore prodotto dalla procella, uno de' nostri marinai morto di febbre maligna, un altro ed un mozzo portati via da un'ondata. Verso il duodecimo giorno, essendo alquanto rimessa la burrasca, il capitano, misurata la nostra posizione meglio che potè, trovò di essere a circa 11 gradi di latitudine settentrionale, ma lontano dal capo di Sant'Agostino per una differenza di 22 gradi di longitudine occidentale; onde a questi conti eravamo arrivati verso la costa della Guiana, o sia parte settentrionale del Brasile, oltre il fiume delle Amazzoni e verso l'Orenoco, detto comunemente il Gran Fiume. Principiò quindi a consultarmi sul partito da prendersi, perchè il vascello avea molte falle, ed era sì mal andato, ch'egli credea ne convenisse tornare addietro per cercar direttamente la costa del Brasile.
Io fui di parere affatto contrario; e guardando insieme su la carta della costa marittima dell'America, conchiudemmo non esservi terra abitata ove avessimo potuto ripararci, finchè non avessimo raggiunto l'arcipelago delle isole Caraibe. Risolvemmo pertanto di veleggiare verso le Barbade; il che avremmo potuto ottenere facilmente, così almeno speravamo, in una quindicina circa di giorni veleggiando al largo per evitare i frangenti del golfo o baia del Messico; mentre ne sarebbe stato impossibile l'eseguire un viaggio alla costa d'Africa senza qualche soccorso così pel nostro vascello, come per noi.
Con questo proposito cangiammo direzione volgendoci ad uest ¼ di nord uest (un quarto di maestro) verso ponente, a fine di raggiugnere qualcuna delle nostre isole inglesi, ove ci confidavamo di trovare assistenza; ma il destino avea determinato diversamente, perchè quando ci trovammo alla latitudine di 12 gradi e 18 minuti, ne sopravvenne da ponente con lo stesso impeto della prima burrasca una seconda, da cui fummo tratti sì fuor della via d'ogni umano consorzio che, ov'anche le vite di noi tutti si fossero salvate dall'onde, eravamo in pericolo di essere divorati dai selvaggi, anzichè nella possibilità di rivedere i nativi nostri paesi.
Ci trovammo in tali strette, e continuava a soffiare il vento tremendamente, allorchè la mattina di buon'ora uno de' nostri marinai gridò ben forte: Terra! ed appena fummo corsi fuor della nostra camera nella speranza di vedere almeno in qual parte del mondo fossimo, il vascello urtò contro ad un banco di sabbia. La violenza della sua fermata fu tanto forte, che il mare gli salì sopra con formidabile violenza, a tal che per un comune istinto ci ritirammo tutti dietro al castello di poppa, per ripararci dagli immensi sprazzi dell'onde.
Non è cosa facile per chi non siasi trovato in un simile caso il descrivere o concepire la costernazione d'uomini ridotti a tal punto. Non sapevamo affatto nè dove fossimo, nè su qual terra saremmo trasportati, se in una isola o in un continente, se in un paese abitato o disabitato; e poichè il furore del vento imperversava tuttavia, se bene un poco più mitigato di prima, non avevamo grande speranza di governare il vascello per molti minuti senza che andasse in pezzi, semprechè il turbine, ciò che sarebbe stato una specie di miracolo, non voltasse ad un tratto da un'altra banda. In una parola, noi ci sedemmo guardandoci in faccia gli uni con gli altri, aspettando a ciascun momento la morte, e preparandoci tutti di comune accordo per l'altro mondo, perchè in questo ci restava omai poco o nulla da fare per noi. Il nostro conforto del momento, e tutto il conforto che avemmo, si fu che il vascello non era per anche andato in pezzi, e aggiungasi la notizia datane dal capitano, che il vento cominciava a sminuire.
Pure, ancorchè fossimo convinti di questa lieve diminuzione, il vascello si era troppo saldamente fitto entro la sabbia che non ci rimaneva più speranza di rimetterlo al mare. In sì spaventosa condizione non avevamo altro partito fuor quello di salvare le nostre vite come meglio avremmo potuto. Prima della burrasca avevamo a poppa una scialuppa, ma sfondatasi contro al timone e infrantesi le corde che la teneano, andò a sommergersi e il mare la trascinò lontano da noi. Su questa pertanto non si poteva sperare. Ne avevamo un'altra a bordo; ma non sapevamo bene come lanciarla in mare; pure non vi era luogo a discutere, perchè ci aspettavamo ad ogni minuto che il vascello si spezzasse, e qualcuno dicea che era già spezzato.
In tale istante di disperazione l'aiutante del vascello diè di piglio alla scialuppa, e fattosi aiutare dagli altri marinai, congiuntamente la fecero saltare dal di sopra dell'anca del vascello nell'acqua. Dopo esserci lanciati tutti entro di essa (eravamo rimasti in numero di undici), la lasciammo andare mettendoci alla mercede di Dio e del mare infuriato; perchè, se bene la burrasca fosse considerabilmente diminuita, pure il mare andava alto a coprire la spiaggia, e potea ben esser detto den wild zee (mare selvaggio), come gli Olandesi chiamano il mare in burrasca.
Allora la nostra posizione si fece sempre più deplorabile, perchè vedevamo patentemente divenuto sì grosso il mare che la scialuppa non ci potendo tenere, saremmo rimasti inevitabilmente annegati. Non vi era il caso di veleggiare perchè non avevamo vele, nè, se ne avessimo avuto, avremmo potuto far nulla con esse. Remigammo dunque verso terra, benchè col cuore depresso come uomini che andassero al patibolo. Comprendevamo ben tutti che, appena la scialuppa sarebbe più vicina alla spiaggia, anderebbe in mille pezzi per l'urto del mare. Pure raccomandammo fervorosamente le nostre anime a Dio, poi affrettammo con le nostre mani medesime la nostra distruzione, spingendo con troppa gagliardia la scialuppa verso la spiaggia contro cui già la spingeva lo stesso vento.
Quale spiaggia si fosse, se scoglio o banco di sabbia, se montagna o pianura, non lo sapevamo. L'unica ombra di speranza che ragionevolmente potea rimanerne, si era quella d'incontrarci in qualche baia o golfo o foce di fiume, entro cui potessimo per gran ventura introdurre la nostra scialuppa, metterla a sotto vento e forse navigare in un'acqua più tranquilla. Ma non v'era alcuna apparenza di ciò, e quando fummo più vicini alla costa, la terra ci si mostrò più spaventosa del mare.
Dopo aver remigato, o piuttosto esserci lasciati trasportare dal vento per circa una lega e mezzo, come lo congetturammo, una furiosa ondata simile ad una montagna ci corse alle spalle, e ne fece presentire compiutamente il colpo di grazia. Ci venne addosso con tal furore che, capovolta la scialuppa, ci disgiunse da questa come gli uni dagli altri, dandone appena il tempo di dire: Oh Dio! perchè in un momento fummo tutti ingoiati dalle onde.
XI. Il solo rimasto fra i naviganti.
Non posso descrivere io medesimo la confusione de' miei pensieri allorchè mi trovai immerso nell'acqua; perchè se bene io sia abilissimo notatore, non potei liberarmi dalle onde tanto da prender fiato, finchè l'onda che mi avea condotto, o piuttosto trascinato per lungo tratto verso la spiaggia, non fu tornata addietro, lasciandomi quasi a secco sopra la costa, ma mezzo morto per l'acqua che avevo bevuta. Una certa previdenza e le poche forze rimastemi, mi secondarono abbastanza per levarmi in piede, appena m'accorsi di essere più vicino alla terra ferma di quanto mi fossi aspettato, onde mi sforzai di correre verso questa con ogni possibile celerità prima che un'altra ondata tornasse ad investirmi; ma mi apparve subito l'impossibilità di evitar questo sconcio, perchè vedevo il mare corrermi dietro alto come una gran montagna e furioso come un nemico contro al quale io non avea mezzi per resistere o guerreggiare. Tutti i miei espedienti allora si riducevano a tenere il fiato, ed alzarmi su l'acqua se avessi potuto, indi nuotando e serbandomi, fin che ci riusciva, a galla per conservarmi la respirazione, veder di condurmi da me medesimo verso la spiaggia. La mia maggior paura si era che l'onda, dal cui arrivo sarei stato trasportato verso la terra, nel retrogredire non mi trascinasse nuovamente seco nel mare.
L'ondata che ritornò ad assalirmi, mi tuffò di botto entro la sua massa per un'altezza di venti o trenta piedi, sì che per lungo tratto mi sentii trasportato violentemente e con grande velocità verso la spiaggia. Dal canto mio mi aiutai tenendo il fiato per venire a galla, e per avanzarmi sempre di più al nuoto. Benchè poco mancasse che non mi scoppiasse nel far questo sforzo una vena, pervenni a mio grande conforto con la testa e la mano fuori dell'acqua, nella qual posizione benchè io non potessi mantenermi più di due secondi, ciò fummi di molto sollievo non tanto pel breve respiro, quanto pel nuovo coraggio che me ne derivò. Rimasi nuovamente coperto dall'acqua per un altro buon intervallo, pur non sì lungo ch'io non potessi durarla, finchè, accorgendomi che il furore di questa ondata andando estinguendosi essa retrocedeva, feci forza per avvicinarmi di più al lido prima che ne tornasse una terza, e toccai di nuovo coi miei piedi la terra. Dopo essermi fermato pochi momenti per ripigliar fiato, mi raccomandai alle calcagne, correndo con quanta forza mi restava verso il lido. Ma nemmeno ciò valse a liberarmi dal furore del mare, che venuto ancora ad assalirmi per più di due volte, mi sollevò con le proprie acque, portandomi per altro sempre innanzi come da prima, perchè la riva era piatta del tutto.
L'ultima di queste due volte andò ben poco lontano dall'essermi fatalissima, perchè l'ondata trasportandomi, come dianzi, mi condusse o piuttosto mi battè contro ad una punta di scoglio con tanta veemenza, che toltimi i sensi, mi lasciò affatto incapace di aiutarmi da me medesimo per non perire, sì gagliarda fu la botta che ne soffersi al fianco e alla testa; e certamente, se un'altra onda fosse sopravvenuta immediatamente, io rimaneva soffocato senza riparo nell'acqua; ma riavutomi alcuni momenti prima di questo ritorno, e vedendo come io fossi per essere investito ancora dal mare, presi il partito di attaccarmi forte ad un pezzo dello scoglio, e di tenere, se mi riusciva, il fiato in tale postura, finchè l'onda fosse tornata addietro. Questa volta, poichè le acque non erano tanto alte come in principio, essendo la terra ognor più vicina, mi ressi meglio fino all'istante dello sbassarsi dell'acqua, per lo che l'ultima ondata, ancorchè mi giungesse addosso, non mi sommerse entro di sè, nè mi trasportò seco; quindi appena rimasto in libertà di prendere una corsa, toccai la terra ferma, ove inerpicatomi agli scogli della costa, a mio gran conforto mi trovai seduto su l'erba, fuor di pericolo e libero affatto dal timore che quivi l'acqua tornasse a sorprendermi.
Raggiunta allora in tutta sicurezza la terra, sollevai gli occhi al cielo ringraziando l'Ente supremo per essersi degnato di farmi salva la vita in tal caso, che pochi minuti prima non dava quasi luogo a qual si fosse speranza. Credo sia impossibile l'esprimere con adeguati colori quale sia l'estasi, quale il delirio di gioia d'una creatura che si veda sottratta come per un prodigio al sepolcro; ne mi maraviglio ora se quando e stata decretata la grazia di un malfattore, da notificarsegli per altro sol quando legato e col capestro al collo sta per ricevere l'ultima scossa, si usa farlo accompagnare da un chirurgo che gli levi sangue all'atto di un tale annunzio, e questo affinchè la sorpresa della gioia non ne scacci gli spiriti vitali dal cuore e lo uccida, perchè Si muore di piacer come d'affanno.
Con le mani alzate, e la mia esistenza, per così esprimermi, tutta assorta nella contemplazione del prodigio che m'avea liberato, io camminava qua e là per la spiaggia facendo mille atti e gesti che mi studierei indarno descrivere, e meditando su la probabilità che tutti i miei compagni fossero rimasti vittime delle acque, e che non vi restasse di quel la brigata altro uomo salvo fuori di me. In fatti non vidi più mai in appresso veruno di essi, nè altro vestigio loro fuor di tre cappelli, un berrettone e due scarpe scompagnate.
Voltati gli occhi al vascello arrenato, che io poteva discernere di mezzo a qualche apertura delle alte e tempestose onde, e ciò a fatica, tanto era esso lontano, io andava meditando fra me: “Gran Dio; è egli possibile ch'io abbia toccata la spiaggia?”
Confortatomi così in pensando a questo lato favorevole della presente mia condizione, cominciai indi a guardarmi all'intorno, per vedere in qual sorta di paese io mi trovassi, e che cosa mi rimanesse a fare in appresso. Allora sentii tosto deprimersi le mie contentezze, perchè in sostanza era bene spaventoso quel modo della mia liberazione. Tutto inzuppato d'acqua, non avevo panni per cambiarmi, ne alcuna cosa da mangiare o da bere per ristorarmi; non vedevo dinanzi a me altra prospettiva fuor quella di perir di fame o di essere divorato da qualche fiera. Mi contristava soprattutto il non avere armi per andare a caccia d'animali pel mio sostentamento o difendermi contra creature di qualunque genere si fossero, che volessero uccidere me per il proprio. Io non mi trovava indosso null'altro fuor d'un coltello, d'una pipa e d'un po' di tabacco da fumare entro una scatola. Qui consisteva tutta la mia provvista; il quale pensiere mi trasse in tanta costernazione che per un pezzo girai qua e là a guisa di un delirante. Stava per sopraggiugnermi la notte, onde cominciai tosto a pensare qual sarebbe stato il mio destino, se il paese era abitato da belve carnivore, perchè io ben sapeva essere quella l'ora in cui vanno in cerca di loro preda.
Il solo espediente corsomi intanto al pensiere si fu di cercarmi ricovero per la notte col montar sopra un folto frondoso albero, che vidi in poca distanza da me, simile assai ad un abete, ma spinoso. Nel dì successivo avrei pensato al genere di morte ond'io dovessi morire, perchè fin qui io non vedeva alcuna prospettiva di vita. Allontanatomi circa un mezzo quarto di miglio dalla spiaggia per vedere se mi riuscisse di abbattermi in un po' d'acqua dolce per dissetarmi, ne trovai a mia grande consolazione; indi bevuto di questa e postomi in bocca un po' di tabacco per tener lontana la fame, venni all'albero che salii, cercando poscia di collocarmi sovr'esso in modo di non cadere se fossi stato preso fortemente dal sonno. Quivi tagliato un ramo corto e grosso, di cui mi feci una specie di randello per mia difesa, presi possessione del mio alloggiamento. Estenuato, com'io lo era, dalla fatica, non tardai a rimanere profondamente addormentato, onde ebbi un tal sonno tranquillo qual, cred'io, ben pochi lo avrebbero dormito nel caso mio, nè penso che alcun altro mai si sia trovato ristorato dalla sua dormita quanto io fui dalla mia in quella occasione.
Allorchè mi svegliai era alto il mattino, bella la giornata, depressa tanto la tempesta, che il mare non infuriava o si gonfiava più come il dì innanzi; ma fu un grande oggetto per me di sorpresa il vedere come il nostro vascello, sollevatosi durante la notte dalla sabbia ove giaceva, fosse state trasportato dal gonfiarsi della marea e tratto ad arrenarsi in poca lontananza dallo scoglio da me menzionato dianzi, e contro al quale lanciato dall'acque ebbi sì mala percossa. Non essendo esso più lontano d'un miglio circa dalla spiaggia ov'ero, e sembrandomi che non isbandasse ancora del tutto, concepii un vivo desiderio di potermivi recare a bordo, per salvarne almeno alcune cose necessarie alla mia sussistenza.
Sceso giù dal mio appartamento, tornai a guardarmi all'intorno, e la prima cosa occorsami fu la povera nostra scialuppa, che sbattuta dal mare e dal vento era venuta a stare sopra la spiaggia alla mia diritta in una distanza di circa due miglia. Camminai finchè potei alla sua dirittura, ma giaceva tra essa e me un braccio d'acqua della larghezza quasi di un mezzo miglio. Voltai dunque addietro per allora; che assai più stavami a cuore il tornare a bordo del vascello, ove io sperava raccorre qualche cosa utile al mio sostentamento.
Passava di poco l'ora del mezzogiorno, quando trovai il mare sì placido e il riflusso in tanta declinazione, che potei portarmi con le mie gambe alla distanza di un quarto di miglio dal vascello, e qui, oh quanto si rinnovellarono i miei cordogli! perchè qui ebbi il pieno convincimento che se fossimo rimasti a bordo, ci saremmo tutti salvati. Intendo le nostre vite, perchè avremmo tutti raggiunta in piena salvezza la spiaggia, nè io mi sarei veduto a tal segno di miseria in questo attuale stato di perfetta solitudine e desolazione; il qual pensiere mi costrinse a spargere nuove lagrime; ma poichè non vedevo rimedio a ciò, risolvei tentare di raggiugnere, se pur fosse stato possibile, il naufragato vascello. A tal fine spogliatomi de' miei panni, perchè il caldo del clima era eccessivo, mi posi al nuoto; ma quando io fui presso al vascello mi offerse una difficoltà anche più grave il non vedere come avrei potato penetrarne a bordo, perchè essendo esso arrenato ed altissimo fuori dell'acqua, non mi veniva il destro d'alcuna cosa cui aggrapparmi. Girai due volte a nuoto intorno ad esso, e sol la seconda volta, chè ben mi maraviglio del non averlo notato di prima giunta, m'accorsi d'un picciolo pezzo di corda che pendea dalle catene delle sarte di trinchetto, abbastanza a basso perchè potessi, non per altro senza molta fatica, impadronirmene e giungere, accomandandomi a quello, al castello di prua. Trovai allora il vascello tutto conquassato e grande quantità d'acqua nella stiva; ma stava puntellato in tal guisa sopra un banco di fitta sabbia o piuttosto di terra, che mentre la sua poppa rimanea sollevata su questo suolo, la prora toccava quasi la superficie dell'acqua, onde quanto stava tra le parasarchie di maestra e la poppa era intatto ed asciutto: perchè potete ben immaginarvi che le mie prime indagini si portarono ad avverare lo stato delle provvisioni, rinvenute tutte non danneggiate punto dall'acqua; e v'immaginerete ancora che, dispostissimo com'ero a mangiare, corsi innanzi di far altro al deposito del pane, ove empiei i miei taschini di biscotto, e ne mangiava mentre spedivo in uno altre faccende, perchè tempo da perdere io non ne avea. Trovai parimente nella camera del capitano una quantità di rum, del qual liquore mi bevei una buona sorsata, chè da vero avevo bisogno di rinforzarmi lo spirito con quelle belle espettazioni che mi stavano innanzi. Or non mi mancava altro che una barca, per caricarvi entro le molte cose ch'io prevedeva mi sarebbero bisognate.
Era inutile il fermarsi a sospirare quello che era impossibile avere, la quale estremità aguzzò invece il mio intelletto nello scandagliare ciò che poteva surrogarsi a quanto mancava. Avevamo nel nostro legno parecchi pennoni da rispetto, tre grandi stanghe d'abete ed uno o due alberi di gabbia di riserva. Con questi materiali mi posi all'opera, lanciando fuori del bordo i meno pesanti, dopo aver raccomandato ciascuno d'essi con una corda per rimanerne padrone: ciò fatto e portatomi al fianco esterno del vascello, tirai a me questi legnami e con una corda ne legai quattro il meglio che potei ad entrambe le estremità; indi posti in croce sovr'essi due o tre piccoli pezzi di assi, vidi come tutto ciò potesse prestarmi ottimamente l'ufizio di una zattera, ancorchè non atta a portar grandi pesi, attesa la leggerezza delle tavole. Allora giovatomi della sega del carpentiere feci un albero di gabbia in tre parti, che aggiunsi alla mia zattera; lavoro che mi costò al certo non poco stento e fatica, ma la speranza di procacciarmi ciò che sarebbe stato necessario al mio sostentamento, mi dette animo ad eseguire cose al di là di quante sarei stato abile a compiere in tutt'altre circostanze.
XII. Le zattere.
La mia zattera era portata ora a tale stato da poter sostenere qualunque ragionevole peso; onde i miei pensieri successivi furono su le cose di cui l'avrei caricata e sul modo di preservarle dalla risacca9 del mare; ma su questo secondo punto non fermai a lungo le mie considerazioni. Vi trasportai dunque quante bande e assi mi venne fatto raccogliere e tre casse di marinai, ch'io aveva aperte forzandone le serrature, votate e calate su la mia zattera per empirle indi come feci di vettovaglie, vale a dire, pane, riso, tre formaggi d'Olanda, cinque pezzi di carne secca di castrato (genere d'alimento di cui avevamo già fatto grand'uso durante la navigazione), ed un piccolo rimasuglio di grano d'Europa, trasportato con noi per nudrire alcuni polli che in appresso furono uccisi. Tra questi grani vi era qualche poco di orzo e di frumento, che m'accorsi di poi con mio grande rincrescimento essere stato mangiato o guastato affatto dai sorci. Circa a liquori, ne trovai cinque casse di fiaschetti tra cui alcuni di cordiali spettanti al capitano, ed in tutto tra i venti ed i ventiquattro boccali di rack. Questi gli allogai in disparte, e perchè non vi era bisogno di metterli nelle casse, e perchè non ci era nemmeno più posto per essi. Mentre io stava facendo tali cose notai che la marea saliva, placidissima per dir vero, ma ciò non mi tolse la mortificazione di veder galleggiare sovr'essa la mia camicia, la mia camiciuola e il mio giustacuore che avea lasciati sopra la sabbia; chè quanto alle mie brache di tela sottile aperte al ginocchio e alle calze le avevo tenute. Tal vista ciò non ostante mi fece avvertito di unire insieme panni da vestirmi de' quali trovai copia bastante, ma non ne presi meco oltre al bisogno del momento, perchè aveva in mira cose di maggior entità, e soprattutto il munirmi di stromenti da lavoro per quando sarei tornato sopra la spiaggia. Di fatto dopo lunghe ricerche trovai la cassa del carpentiere più preziosa all'uso mio in quel momento, che nol sarebbe stato un galeone carico d'oro. La misi nella mia zattera senza nemmeno guardarci entro, perchè conosceva a un di presso tutto ciò che in essa si contenea.
Il mio successivo pensiere fu quello di provvedermi d'alcune armi e munizioni. Trovandosi nella grande camera due eccellenti moschetti da caccia e due pistole, di queste cose primieramente m'impossessai oltre ad alcuni fiaschetti di polvere, un sacchetto di pallini e due rugginose spade. Io sapeva che dovevano essere nel vascello tre barili di polvere, benchè ignorassi ove il nostro cannoniere gli avesse collocati; e a furia d'indagini li trovai: due de' quali asciutti e buoni, il terzo bagnato. Presi i due primi nella mia zattera insieme con l'armi. Vedendomi allora assai ragionevolmente carico cominciai a non pensare più, che al modo di guadagnare con tutti questi arnesi la spiaggia, perchè, non avendo io nè vela nè remo nè timone, il menomo venticello bastava a mandare sossopra tutto il mio carico.
Tre cose m'incoraggiavano: primieramente un dolce placido mare, in secondo luogo la marea che saliva verso la spiaggia, e per ultimo il vedere come il più picciolo soffio di vento che si fosse alzato, mi ci avrebbe a dirittura spinto. Pertanto avendo trovati due o tre remi rotti che spettavano alla scialuppa, e fra gli stromenti contenuti nella cassa del carpentiere due seghe, un'accetta ed un martello, con tutta questa provvisione m'affidai al mare. Per un miglio all'incirca la mia zattera andava assai bene; trovai solamente che nel dirigersi verso il lido si scostava alcun poco dal luogo ove presi terra la prima volta, la qual circostanza mi fece conoscere esservi qualche braccio di mare che s'internava nella costa, onde concepii la speranza di trovare quivi un seno o un fiume che mi facesse uffizio di porto per isbarcare tutta la mia provigione.
La cosa era come io la immaginava; perchè comparsami innanzi una piccola apertura di terra, trovai una forte corrente di marea che s'affrettava a quella volta; ci guidai il meglio che potei la mia zattera per mettermi in mezzo al fiume. Ma qui andai a pericolo di soffrire un secondo naufragio, il che se mi fosse accaduto, mi avrebbe da vero accorato; poichè per la niuna mia cognizione di quella costa, la zattera andò ad arrenarsi con una estremità in un banco di sabbia, mentre con l'altra estremità stava nell'acqua, per lo che mancò quasi un istante che il mio carico sdrucciolasse verso l'estremità galleggiante, e cadesse dentro nell'acqua. Feci ogni possibile sforzo per piantarmi con la schiena contro alle casse a fine di tenerle ferme ne' loro luoghi; nè ardii muovermi da tale postura, ma sempre facendo resistenza alle casse, mi tenni in essa alla meglio per circa mezz'ora, nel qual tempo l'innalzamento dell'acqua mi rimise un po' più in equilibrio; indi poco dopo, l'acqua innalzandosi tuttavia, la mia zattera galleggiò nuovamente, onde col mio remo potei spingerla entro il canale, e governando sempre all'insù mi trovai finalmente alla foce di un fiumicello che aveva terra da entrambi i lati, ed una forte corrente o marea che ascendeva. Guardai da entrambi i lati per iscegliere il luogo più opportuno ove sbarcare, non desiderando io di essere trasportato troppo alto lungo il fiume; che mi rimanea la speranza di vedere una volta o l'altra qualche vascello sul mare. Perciò unicamente risolvetti di collocarmi quanto mai lo potei vicino alla costa.
Finalmente mi riuscì scoprire una piccola calanca alla destra riva del seno, verso la quale con grande stento e difficoltà condussi la mia zattera, e trovatomi sì vicino a terra, ch'io potea toccarla col mio remo, spinsi tosto in quella dirittura la zattera stessa; ma qui ancora tutto il mio carico corse grave pericolo, perchè quella spiaggia avendo una giacitura affatto ripida o piuttosto sdrucciolevole, non vi era luogo a prender terra se non laddove una estremità del mio naviglio avrebbe poggiato sì in alto, che l'altra estremità sarebbesi tuffata nell'acqua, ed il mio rischio tornava ad essere quello di prima. Tutta la mia virtù stette nell'aspettar tanto che la marea venisse alla sua massima altezza, tenendo forte col mio remo, trasformato in áncora, il lato della zattera stessa contro alla spiaggia presso ad uno spazio di terra piatta, su cui m'immaginava che sarebbe corsa l'acqua crescente; e così avvenne. Appena ebbi trovato abbastanza d'acqua, perchè la mia zattera vi pescasse all'incirca per l'altezza d'un piede, la spinsi su quel pezzo di terra piatta, e quivi la legai e ormeggiai, conficcando sul suolo i miei due remi, vôlti uno da un lato vicino ad una delle estremità di essa, l'altro presso all'estremità opposta. Rimasto così fintantochè l'acqua con la marea decrescente se ne fosse andata, ebbi salvi e il mio carico e la mia zattera sopra la spiaggia.
La mia ultima fazione si fu quella d'investigare il paese e di cercare un luogo opportuno per mettervi dimora, ed ove potere assicurare le mie sostanze da quante disgrazie mai potessero succedere. Dove io mi fossi non lo sapevo; non se in un continente o in un'isola; non se in una terra abitata o disabitata; nè se in pericolo o no di essere assalito da belve selvagge. Io vedeva, più lontano un miglio da me, un monte assai erto ed alto, che parea dominarne alcuni altri posti in continuazione con esso dalla banda del settentrione. Presi con me uno de' miei moschetti, una delle mie pistole ed un fiaschetto di polvere, mi portai così armato alla scoperta della cima di questo monte, alla quale inerpicatomi con grande pena e fatica, conobbi pienamente e con mia grande costernazione il mio destino: quello cioè di trovarmi in un'isola accerchiata per tutti i versi dal mare senza veruna terra in vista, salvo alcune giogaie di scogli da me lontanissimi e due isolette più piccole di questa, che mi giacevano in una distanza di circa tre leghe a levante.
Trovai parimente che tutta questa mia isola era affatto incolta, e come ebbi buona ragione di credere, non abitata fuorchè da fiere, di cui per altro non ne vidi una sola. Notai bensì una grande abbondanza di volatili senza conoscerne le specie, e senza poter nemmeno sapere, quando ne ebbi uccisi alcuni, quali fossero buoni per cibarsene e quali no. Nel tornare addietro tirai ad un grosso uccello ch'io vidi appollaiato sopra un albero di fianco ad una grande foresta: credo sia stato il primo moschetto sparatosi in quell'isola dopo la creazione del mondo. Non ebbi appena scaricata la mia arma, surse da tutte le parti del bosco un'innumerabile quantità di uccelli di parecchie specie, che empierono l'aria di confusi strilli e grida, ciascuno in conformità delle sue usate note, niuna delle quali per altro fuvvi ch'io mi ricordassi di avere udita per lo innanzi. Quanto al grosso volatile che ammazzai, lo presi per una specie di falco, perchè somigliava a questo animale nel colore e nel rostro, ma non aveva artigli più del comune degli uccelli: la sua carne non era affatto buona da mangiarsi.
Pago per allora di tal mia scoperta, e tornatomene alla mia zattera, mi diedi all'opera di trasportare il mio carico sopra la spiaggia, fazione che mi portò via tutto il rimanente del giorno. Che cosa far di me nella notte, non lo sapevo, e nemmeno ove dormire, perchè il giacere sul terreno all'aperto mi faceva paura per la possibilità che qualche fiera venisse a divorarmi, benchè, come lo verificai in appresso, non vi fosse realmente luogo a tali timori.
Ciò non ostante munitomi intorno alla meglio con le casse e le tavole che aveva trasportate alla spiaggia, mi feci una specie di capanna pel mio alloggio di quella notte. Quanto al mio nutrimento avvenire, io non sapeva ancora in qual modo mi sarei aiutato, se non che io aveva veduto due o tre animali simili a lepri correr fuori della foresta ove uccisi il grosso uccello col mio moschetto.
Cominciai indi a considerare, che avrei potuto portarmi meco fuor del vascello una grande quantità di cose secondo ogni probabilità utili per l'avvenire, e particolarmente sartiame e vele ed altre minutaglie facili a trasportarsi; onde mi determinai di fare un'altra gita, se mi fosse possibile, a bordo del vascello; e poichè io vedea come la prima burrasca che fosse sorta, lo avrebbe necessariamente posto affatto in pezzi, feci proposito di mettere in disparte ogni altra faccenda finchè non avessi tirate a casa quante cose potevano ancora aversi dal naufragato vascello. Allora chiamai a consiglio, ben inteso, nient'altro che i miei pensieri, per decidere se avessi dovuto valermi nuovamente della mia zattera; ma apparsomi ciò impraticabile, risolvei d'andarci come prima in un momento di bassa marea; ed abbracciai questo partito, spogliandomi per altro prima di uscire della mia capanna; laonde io non aveva in dosso se non una camicia tessuta a scacchi, un paio di mutande di tela per brache, e un paio di scarpe ai piedi.
Tornato a bordo del vascello, come la prima volta, mi preparai una seconda zattera, e istrutto dalla precedente esperienza, nè la feci sì poco maneggevole, nè la caricai tanto, e ciò non ostante vi portai dentro parecchie cose a me utilissime. Visitate, come dianzi, le provvigioni del carpentiere, trovai due o tre sacchi di chiodi grossi e piccoli, una grande trivella, una dozzina o due di accette e soprattutto uno stromento di vantaggiosissimo uso, una mola. Tutte queste cose io mi procurai, oltre a molt'altre che appartenute erano al cannoniere, particolarmente due o tre raffi di ferro, due barili di palle da moschetto, sette moschetti ed un altro da caccia oltre ad una nuova picciola provvista di polvere, ad un ampio sacco di pallini e ad un gran fascio di foglia di piombo; ma questo era sì pesante, che non potei alzarlo per metterlo su l'orlo del vascello.
Nè contento a ciò, presi quanti vestiti di uomini potei trovare, una vela di gabbia di trinchetto, un piccolo letto pensile e qualche altro letto; di tutte le quali cose caricata la mia seconda zattera, con mia grande consolazione me le trassi tutte sane e salve alla spiaggia.
Non era privo di qualche timore, che durante la mia lontananza dalla spiaggia le provvigioni da me lasciate ivi venissero divorate; ma tornato sul luogo non trovai alcun indizio di visitatori, salvo una specie di gatto selvatico seduto sopra una cassa, che appena mi vide comparire, fuggi ad una piccola distanza, poi fermatosi si pose a sedere con grande compostezza ed aria d'indifferenza, acconciandosi come se avesse avuta intenzione di far conoscenza meco. Gli presentai il mio moschetto, ma non ne avendo mai udito sicuramente lo strepito non mostrò di pigliarsene il menomo fastidio, nè veruna intenzione di moversi di dov'era. Allora gettai un pezzetto del mio biscotto, benchè nè fosse questo un buon metodo per liberarmene, nè la mia provisione fosse lauta al segno di fare il generoso con essa. Pure volli regalargli, come ho detto, questo pezzo di biscotto, e la bestia venne a cercarlo, lo annasò, lo mangiò; poi convien dire che le piacesse, perchè si mise a guardare come se ne chiedesse dell'altro, ma la congedai non potendo offrirgliene di più. La bestia si ritirò.
Tirato a terra il mio secondo carico, e, dopo essere stato costretto a perdere molto tempo per aprire i barili di polvere, e a trasportarne in più partite il contenuto, tanto erano pesanti, mi posi tosto all'opera di fabbricarmi una piccola tenda con la vela ed alcune pertiche da me tagliate a tal fine, e sotto questa condussi ciascuna di quelle cose che sapevo più soggette ad essere guastate dalla pioggia o dal sole; indi misi circolarmente d'intorno alla tenda tutte le casse ed i barili vuoti, per fortificarla contr'ogni improvviso assalto o d'uomini o di bestie.
Fatto ciò, ne riparai l'ingresso con una cassa vuota posta in piedi, indi afforzai per di dentro questa specie di uscio con alcune tavole; steso indi per terra uno dei letti, e poste le mie due pistole al suo capezzale e lungh'esso il mio moschetto, mi coricai (e fu la prima volta che ciò mi accadesse sopra un letto in quest'isola), e dormii un sonno tranquillissimo tutta la notte perchè era veramente oltremodo stanco e aggravato, e dovevo esserlo avendo dormito sì poco l'antecedente notte e faticato stranamente per tutto il giorno, sia nel procurarmi tutte le cose tolte fuori del vascello, sia nel traghettarle alla spiaggia.
Io aveva allora un magazzino di ogni specie di robe, il più grosso, cred'io, che sia mai stato messo insieme per un sol uomo; pure non ero contento: fintantochè il vascello la durava in quella postura, io mi pensava in dovere di trarne fuori quanto avrei potuto. Di fatto in ciascun giorno al farsi della bassa marea andai a bordo, e ne ritrassi sempre or una cosa or l'altra; ma particolarmente nella terza mia spedizione ne trasportai quanto mi fu possibile di sartiame, come pure quante picciole gomone e funicelle mi capitarono, ed un grosso ritaglio di tela riservato per risarcire ad un bisogno le vele, oltre al barile di polvere umida lasciatovi nella mia prima spedizione. In una parola, io portai via tutte le vele dalla prima all'ultima. Unicamente fui costretto a tagliarle in pezzi, e portarne via quante potevo in una volta; che già non era sperabile che fossero più di verun uso come vele, ma come tela soltanto.
Ciò che soprattutto mi allegrò, si fu il trovare dopo cinque o sei di tali spedizioni, ed allorquando io non credea potermi aspettar più dal vascello alcuna cosa che facesse al mio caso, una gran botte di pane, tre bei bariletti di rum o acquavite, una cassa di zucchero e una botte di fior di farina; scoperta che mi fece tanto più estatico perchè io aveva rinunziato ad ogni speranza d'altre vettovaglie che non fossero state guaste dall'acqua. Votata tosto la botte del pane, lo feci su partitamente con pezzi di vele tagliale a tal uopo, e tutta questa roba io mi portai intatta alla spiaggia.
Nel dì successivo feci un altro viaggio, ed avendo già spogliato il vascello di tutto quanto potea trasportarsi ed essere di uso, cominciai a far man bassa su le gomone, e pigliatomi primieramente a quella di tonneggio e tagliatala in pezzi ch'io fossi buono di movere, ne composi due gomone minori ed una ansiera10; m'impadronii parimente di tutti i ferramenti che potei staccare; indi fatti in pezzi il pennone di civada e l'albero di mezzana, mi procurai quanti pezzi di legno mi ci voleano per fabbricarmi una più grande zattera su cui caricare tutti questi pesanti materiali adunati; poscia m'avviai verso la spiaggia; ma la mia buona sorte cominciava ora ad abbandonarmi, perchè questa mia grande zattera era sì poco maneggevole e fatta grave dal suo carico, che appena entrato nella calanca11 d'onde avevo sbarcate tutte le altre mie masserizie, nè potendo io governarla con l'agilità onde aveva condotte l'altre in buon porto, la mia enorme zattera si capovolse, ed io con essa nell'acqua. Non ci fu gran male, rispetto a me, per essere io vicinissimo alla riva; ma il mio carico andò la maggior parte perduto, principalmente i ferramenti, su cui faceva gran conto pei miei bisogni avvenire. Ciò non ostante al ritirarsi della marea ricuperai molto sartiame ed una parte di ferramenti, benchè ciò mi costasse una infinita fatica, avendo io dovuto, durante questa fazione, rimaner sempre tuffato nell'acqua. Dopo di ciò non tralasciai di tornare ogni giorno a bordo del vascello e di portarne pur via quanto potevo.
Erano tredici giorni ch'io mi trovava su questa spiaggia, e undici le volte ch'io aveva viaggiato a bordo del vascello, nel qual tempo ne ho levato via tutto ciò che un paio di mani d'uomo è supposto atto a portare; e credo bene che avrei pezzo a pezzo portato via l'intero vascello, se mi avesse secondato la placidezza della stagione; ma, mentre io mi allestiva al mio dodicesimo viaggio, sentii alzarsi un vento che, per altro, a marea calante non mi distolse dal recarmi a bordo anche questa volta; e trasferitomi nella camera del capitano, benchè anche in questa avessi tanto frugato che il fare ulteriori indagini sembrava omai tempo perduto, pure scopersi uno scrignetto con tiratoi in uno de' quali trovai due o tre rasoi, un paio di lunghe forbici, e dieci o dodici buoni coltelli e forchette; in un altro circa trentasei lire sterline, alcune monete d'Europa, altre del Brasile, alcune quadruple ed altre monete d'oro e d'argento.
Risi fra me stesso alla vista di questo danaro, e ad alta voce esclamai: “Robaccia, a che cosa sei buona? Tu non mi giovi a nulla, al gran nulla! non compensi l'incomodo di levarti da terra; un di questi coltelli val più di tutto questo tuo mucchio. Di te non saprei in che modo servirmi; dunque resta dove sei, ed affondati co' resti del vascello; tu non sei tal creatura, che meriti le sia salvata la vita”. Nondimeno dopo una seconda riflessione la presi tutta questa robaccia, e l'avvolsi entro un pezzo di tela da vele.
Io m'apparecchiava a fabbricarmi una nuova zattera, quando vidi annuvolarsi il cielo e nel tempo stesso, fattasi sempre più commossa l'aria, un vento freddo cominciò a soffiar dalla spiaggia. Capii allora, quanto divenisse per me inutile il fabbricarmi una zattera, poichè spirando il vento dal lido tutto il mio pensiere doveva in quel momento consistere nel cercare di esser via di lì prima dell'alzarsi della marea, altrimenti la spiaggia non l'avrei raggiunta più mai. Postomi per conseguenza a nuotare, attraversai il canale frapposto tra il vascello e il banco di sabbia, nè ciò senza le sue buone difficoltà, prodotte in parte dal peso delle cose ch'io mi portava meco, in parte dall'agitazione dell'acque, perchè il vento incalzando sempre di più, la piena burrasca avea già preceduta la grossa marea.
Ad onta di tutto ciò raggiunsi la mia piccola tenda, sotto la quale mi coricai con tutte le mie sostanze dintorno a me poste al sicuro. Il turbine infuriò tutta la notte, e la mattina guardando attorno vidi sparita ogni traccia del vascello; novità che mi sovraprese alcun poco, ma mi condusse ad un tempo ad una soddisfacente considerazione; quella cioè di non aver perduto tempo o omessa veruna sorte di diligenza per trarre al lido quante cose del vascello stesso potevano giovarmi, onde ben poche altre mi sarebbe rimasto a raccorne se ne avessi avuto il tempo.
Allora cessai affatto di pensare al vascello e alle sue pertinenze, o se ci pensai, fu soltanto a que' rimasugli del suo secondo naufragio che la marea avrebbe potuto portare alla spiaggia, come veramente qualche tempo appresso ce ne vennero diversi frantumi, ma di ben piccolo uso per me.
XIII. Stanza di ricovero.
In questo momento tutti i miei pensieri si volgevano ad assicurarmi contro ai selvaggi, se qualcuno ne fosse apparso, o contro alle fiere, se pur ve ne erano in questa isola; dubitai molto su la maniera di procacciarmi un simile intento e sul genere di abitazione da preferire, se una caverna sotterranea o una tenda piantata in terra; ed in fine mi risolvei per l'una e l'altra cosa; del che non sarà qui inopportuno il descrivere il modo ed il come.
Feci presto a comprendere che il luogo in cui mi trovavo non era adatto a porvi stanza, particolarmente perchè situato sopra un terreno basso, paludoso, in vicinanza del mare, e tale che ne credevo l'atmosfera mal sana; più particolarmente poi per non trovarvisi acqua dolce da presso; mi determinai quindi a cercare un terreno più salubre e più convenevole al caso mio.
Postomi a considerare su le molte cose che mi sarebbero state indispensabili nella mia posizione, trovai esser queste primieramente salute e acqua dolce in vicinanza, come ho già detto; secondo un ricovero contro all'ardore del sole, inaccessibile in oltre ad ogni sorta di viventi voraci, fossero questi uomini o bestie; finalmente la vista del mare, affinchè se Dio mi avesse mandato a veggente un vascello, io non perdessi ogni possibilità di liberarmi di lì, speranza che io non sapeva risolvermi a sbandire dalla mia mente.
Datomi a cercare questo terreno, trovai una piccola pianura posta a fianco di un erto poggio, che la prospettava presentando un piano inclinato simile al tetto di una casa, affinchè nulla che cadesse dalla sommità del monte poteva venirmi sopra la testa. In oltre sotto questa specie di tetto vedevasi praticata una cavità simile ad un piccolo andito o ingresso della porta di una cantina; ma quivi realmente non si trovava nè caverna nè via di sorta alcuna aperta nel piede del monte.
Sul verde spianato posto dinanzi all'accennata cavità, non più largo di circa cento braccia, e presso a poco due volte altrettanto lungo, io divisai dunque di piantar la mia tenda innanzi alla cui porta lo spianato formasse una specie di giardino; l'estremità di questo spianato scendeva irregolarmente da tutte le bande a guisa di pendío che toccava il mare. Esso era al nord-nord-west (maestro-ponente) del monte, difeso quindi dal caldo in ciascuna giornata finchè il sole venisse all'incirca tra ponente ed ostro, il che in questi paesi accadea presso l'ora del tramonto.
Prima di piantar la mia tenda descrissi dinanzi all'accennata cavità un semicircolo, il cui diametro da un'estremità all'altra teneva una distanza di venti braccia dallo stesso monte.
In questo semicircolo piantai due filari di forti pali conficcandoli nel terreno tanto che prendessero la consistenza di veri pilastri, la cui parte più massiccia usciva presso a cinque piedi e mezzo da terra, terminando in punta; i due filari distavano circa sei pollici l'uno dall'altro.
Pigliati allora i pezzi di gomona apparecchiatimi nel vascello, li collocai un sopra l'altro entro lo spazio lasciato vuoto dai due filari ch'io empiei sino alla cima; indi piantai nell'interno altri pali alti circa due piedi e mezzo, che s'appoggiavano e prestavano uffizio come di contrafforte alla barriera già fabbricata; barriera sì gagliarda che nè uomo nè animale poteva penetrarvi od oltrepassarla. Ciò costommi grande tempo e fatica, massimamente avendo io dovuto tagliar le pertiche ne' boschi, condurle sul luogo e conficcarle nel terreno.
Non si entrava qui da porta alcuna, ma bensì per mezzo di una specie di scala con cui si arrivava alla cima della palizzata, e ch'io dopo essere entrato mi tirava dentro; mercè i quali espedienti credutomi abbastanza munito e afforzato contro di qualunque assalitore, dormii tranquilli i miei sonni la notte, ciò che non avrei fatto altrimenti, benchè mi sia accorto in progresso non esservi bisogno di tutte queste cautele contro al genere di nemici ch'io paventava.
Entro questo mio castello o fortezza trasportai con immensa fatica tutte le mie ricchezze, provisioni, munizioni e vettovaglie che vi ho già precedentemente descritte; poi mi feci un'ampia tenda che a fine di ripararmi dalle piogge, qui violentissime per un'intera parte dell'anno, fabbricai in doppio, composta cioè d'una più picciola tenda interna e d'un'altra più forte che le stava di sopra, il tutto in oltre coperto da una grandissima tela cerata ch'io mi era posta a parte nel fare incetta di vele.
Allora cessai per qualche tempo di coricarmi nel primo letto che m'avea portato meco alla spiaggia; e gli preferii un letto pensile che da vero era eccellente, siccome quello che appartenne in passato all'aiutante del capitano del vascello.
Sol dopo avere trasportate in questa tenda tutte le mie provisioni, e quelle prima delle altre che l'umidità potea danneggiare, chiusi l'ingresso della tenda stessa che fin qui era rimasto aperto, e di lì in poi mi giovai per passare e ripassare della corta scala che ho nominata.
Compiuto tutto ciò, cominciai ad aprirmi una via entro al dirupo, e trasportando quanta terra e pietre scavai nell'interno della mia tenda, le collocai a guisa di uno sterrato che innalzò di circa un piede e mezzo il pavimento; così venni ad aprirmi dietro la mia fortezza una specie di grotta. Mi ci vollero molti stenti e gran tempo prima di aver terminate tutte queste cose, al qual fine dovetti trasandarne altre che aveano seriamente occupati i miei pensieri. Non era anche condotto a tutta la sua perfezione il disegno di alzare il pavimento e di farmi una grotta, quando annuvolatosi orridamente il cielo, cadde un tremendo rovescio di acqua, poi la mia tenda fu d'improvviso illuminata da un abbagliante lampo cui succedè tosto, come suole accadere, un grande fragore di tuono. Certo non mi diede tanto fastidio il lampo quanto un pensiere suscitatosi nella mia mente con la rapidità del lampo stesso: O mia polvere! gridai. Rimasi mezzo morto al pensare come dipendesse da un soffio che la mia polvere fosse distrutta; la mia polvere su cui aveva fondate tutte le speranze, non solo della mia difesa, ma in oltre del mio sostentamento; e la cosa più singolare si e che quasi nulla io m'affannava sul pericolo di me medesimo, benchè se la polvere avesse preso fuoco, non avrei saputo mai più che cosa potesse farmi del male.
Tale impressione fu sì forte nell'animo mio che, cessato il temporale, lasciai in disparte tutti gli altri miei lavori, tutte le mie fabbriche e fortificazioni per darmi a preparare sacchi e casse onde separare la mia polvere e tenerne una piccola partita in un luogo esterno, una piccola in un altro parimente esterno, affinchè qualunque disgrazia fosse per succedere, non prendesse fuoco tutta in una volta, e le porzioni di essa fossero segregate in guisa che infiammandosene una non si infiammasse tutta la massa. Impiegai poco meno di una quindicina di giorni a terminare questa faccenda; e credo bene che tutta tale munizione, del peso in circa di duecento quaranta libbre, non fosse suddivisa in meno di cento parti. Quanto al barile umido, in quello stato non mi faceva paura; onde lo posi nella nuova grotta, che nella mia fantasia io chiamava cucina. Il rimanente della polvere lo nascosi in buche fatte entro il monte, dopo essermi preso ogni cura perchè l'umido non vi penetrasse e dopo avere contrassegnato accuratamente il luogo di ciascun ripostiglio per poter trovare all'uopo le mie munizioni.
Mentre tutte le indicate cose si andavano operando, ogni giorno io usciva almeno una volta della tenda col mio moschetto sia per divertirmi, sia per vedere se mi riuscisse uccidere qualche animale buono per nutrimento, sia finalmente per rendermi possibilmente pratico delle cose che produceva quel suolo. Alla prima di tali sortite fuor della mia fortezza scopersi che nell'isola v'erano capre, il che mi diede grande soddisfazione, non disgiunta per altro da un dispiacere, perchè questi animali erano sì paurosi, sì leggeri e veloci al corso, che diventava cosa difficilissima il raggiugnerli; pure non mi sconfortai, nè mi abbandonò la speranza che una volta o l'altra ne avrei atterrato uno, come ben presto avvenne, perchè dopo aver preso un poco di cognizione de' luoghi che frequentavano, concepii il mio stratagemma per appostarli. Io aveva notato che se vedevano me nelle valli ancorchè fossero sul monte, correvano via spaventati terribilmente; ma se invece stavano pascolando nelle valli ed io era su le montagne, non parea che s'accorgessero di me; per donde conclusi che per la collocazione dei loro nervi ottici la vista di questi animali diretta all'ingiù non raggiugnesse prontamente gli oggetti posti al di sopra di essi; per conseguenza mi attenni sempre al metodo di prendere vantaggio su di loro, salendo la montagna finchè essi restavano a pascolare la valle; e così m'accadde frequentemente di far buona caccia. Il primo colpo di moschetto sparato fra queste bestie uccise una capra che aveva il suo capriuolo poppante sotto di se, il che mi diede assai dispiacere; nè quando gli ebbi uccisa la madre il capriuolo si distolse da essa, ma rimase al suo posto fin ch'io le fossi addosso per prenderla; nè ciò solo, ma allorchè io me la portai su le spalle, il capretto mi seguì fino a casa; veduta la qual cosa lasciai giù la madre, e presomi quel piccolo animaletto fra le braccia lo feci passare al di là della palizzata, con la speranza che lo avrei allevato e addimesticato; ma non volea mangiare, onde mi vidi costretto ad uccidere anch'esso e a mangiarlo. E la madre ed il figlio mi mantennero a carne per un bel pezzo, perchè andavo con molta parsimonia nel cibarmi, e risparmiava le mie provisioni, massimamente il pane, il più ch'io poteva.
Stabilita ora la mia abitazione vidi cosa di assoluta necessità l'assicurarmi un luogo ove far fuoco e combustibili per mantenerlo. Quali espedienti io prendessi a tal uopo, come pure in qual modo ampliassi la mia grotta, ne darò un pieno ragguaglio a suo tempo; ma prima mi è necessario il dire alcune poche particolarità sopra me stesso e le meditazioni da me istituite su la mia vita, che, come ognuno può ben immaginarsi, non furono poche.
XIV. Bilancio fra i beni e i mali.
La prospettiva che stavami innanzi agli occhi era ben trista; perchè non per mia scelta erravo alla ventura in questa isola, posta affatto giù di mano dalla via che avevamo intrapresa e lontana alcune centinaia di leghe dalle scale dell'ordinario commercio di tutto il mondo, ma per esserci stato balzato, come fu detto, da una violenta burrasca; onde avevo gran ragione di ravvisare in ciò una determinazione del Cielo, il quale avesse deciso che in questo desolato luogo e in questa lagrimevole guisa io terminassi la vita mia. Copiose lagrime mi scorreano pel volto mentre io facea tali considerazioni, e spesse volte ho fin chiesto a me stesso, perchè la Providenza potesse rovinare a tal ultimo grado le sue creature, e renderle sì assolutamente miserabili, sì prive d'ogni soccorso, sì derelitte che appena sembrasse ragionevole il ringraziarla per un tal genere di vita accordato loro.
Ma alcun che si facea tosto a reprimere nella mia mente e a riprovare tali pensieri; e particolarmente un giorno mentre io passeggiava col mio moschetto in riva del mare tutto intento coll'animo alle considerazioni del presente mio stato, parve che la ragione in certo modo mi chiamasse a ravvisarlo sotto un altro aspetto. “È vero, sembravami che questa mi dicesse, voi siete in una derelitta condizione, è vero; ma ricordatevi un poco qual sia quella degli altri della vostra brigata. Non eravate undici in quella scialuppa? I dieci dove sono? Perchè mo non si sono salvati quelli, e non vi siete perduto voi? Perchè siete stato voi distinto dagli altri? È egli meglio esser qui o là?” E nel dir là accennava col dito il mare. Tutti i mali vanno considerati con quel bene che è, e con quel peggio che potrebbe essere in loro.
Allora ricorrendomi di nuovo alla mente, come io fossi ben provveduto per la mia sussistenza, pensavo qual sarebbe stata la mia condizione se non fosse accaduto (e ben ve n'era la probabilità di undici mila ad uno) che il nostro vascello si fosse sollevato dal luogo ore arrenò, e se non fosse stato trasportato sì vicino alla spiaggia, ch'io avessi avuto il tempo di procacciarmi da esso tutto quanto ne trassi; qual sarebbe stato il mio caso se condannato a vivere in quella condizione che mi si offerse a prima giunta sopra la spiaggia, privo di tutte le cose necessarie alla vita o di quelle che son necessarie a provvedersi di queste. “Particolarmente, io diceva ad alta voce, benchè non parlassi con altri che con me medesimo, che cosa avrei io fatto senza un moschetto, senza munizioni, senza stromenti per imprendere qualche lavoro, senza vestiti, un letto, una tenda o qualche modo di ripararmi?” E tutte queste cose io aveva ora in discreta quantità, ed era su la buona via di provedere a me stesso in modo da vivere, facendo senza del moschetto quando la mia munizione sarebbe finita; ora io aveva una sufficiente prospettiva di sussistere senza essenziali bisogni fin ch'io vivea; perchè aveva fatto i miei calcoli fin dal principio sul modo di provedere ai casi contingibili dell'avvenire, non solo dopo che sarebbe finita la mia munizione, ma quand'anche sarebbero scemate le mie forze o la mia salute.
Confesso che non avevo pensato per nulla alla possibilità di veder distrutta in un soffio la mia munizione; intendo di vederla distrutta da un fulmine, da ciò nacquero i pensieri che mi soprappresero quando tuonò e lampeggiò, come poc'anzi osservai.
Ed ora accingendomi alla malinconica relazione di una scena di vita taciturna, di una tal vita che forse non se ne udì mai una simile dachè mondo è mondo, io la ripiglierò dal suo principio, continuandola nel suo ordine di tempo. Correa dunque il giorno 30 di settembre, quando, nel modo narrato dianzi, posi il piede la prima volta in questa orribile isola; quando il sole essendo per noi nel suo equinozio d'autunno sovrastava esattamente alla mia testa, perchè dalle osservazioni e dai calcoli che ho istituiti, mi risultò di essere nella latitudine di 9 gradi e 22 minuti al nord della linea.
Dopo essere rimasto quivi circa dieci o dodici giorni mi venne in mente che avrei perduto il computo del tempo per mancanza di libri, penne ed inchiostro, e che avrei persino dimenticati i giorni festivi confondendoli con quelli di lavoro. Perchè ciò non avvenisse, alzai uno stipite in forma di croce su la spiaggia ove presi terra la prima volta, e con un coltello scolpii sovr'esso in lettere maiuscole: Io arrivai su questa spiaggia il dì 30 settembre 1659. Sui lati dello stesso stipite feci ogni giorno col coltello stesso una tacca che nel settimo giorno era lunga il doppio, e questa tacca doveva esser pure più lunga il doppio della precedente al primo giorno di ciascun mese; così io tenni il mio calendario o sia registro settimanale, mensile ed annuale del tempo.
Ma accadde che fra le molte cose procacciatemi dal vascello nelle parecchie gite a bordo di esso già menzionate, molte ne avessi ritratte di minor valore, benchè non del tutto inutili per me, le quali io trovai solamente qualche tempo dopo frugando entro le casse e particolarmente penne, inchiostro e carta, oltre ad altre serbate nei ripostigli del capitano, del suo aiutante, del cannoniere e del carpentiere; tra queste tre o quattro compassi, alcuni stromenti matematici, quadranti, cannocchiali, carte e libri di nautica, cose tutte che unii insieme, ne avessi o no il bisogno. Trovai ancora tre bellissime bibbie che faceano parte del mio carico quando abbandonai l'Inghilterra e che aveva unite al fardello de' miei arnesi; parimente alcuni libri portoghesi, e tra essi due o tre libretti di preci cattoliche, e molti altri che conservai con gran cura. Nè tralascerò che avevamo nei nostro vascello un cane e due gatti, su l'eminente storia delle quali bestie mi accade qui il fare alcun cenno. I gatti me li portai entrambi meco nella prima zattera, e quanto al cane saltò fuori del vascello da sè, e venne a cercarmi a nuoto fin su la spiaggia il giorno dopo che ci arrivai col mio primo carico. Ebbi in esso un fedel servitore per molti anni. Non mi mancò mai cosa ch'egli fosse buono di cercarmi, nè compagnia che egli potesse tenermi; restava a desiderare che mi parlasse, ma questo non lo poteva. Tornando dunque al primo discorso, io trovai penne, inchiostro e carta, delle quali cose feci il miglior governo possibile; e potrò far vedere, che finchè durommi l'inchiostro, tenni i miei registri con la massima esattezza, il che non potè più avverarsi quando questo mi mancò; ma per quanti modi mi studiassi, non mi riuscì il fabbricare inchiostro d'alcuna sorta.
E ciò mi fa ricordare che mi mancavano molte cose a malgrado di tutte quelle che avevo adunate. Una di queste fu da principio l'inchiostro; ma mi mancarono poi sempre e una pala e una vanga e una zappa per ismovere la terra, ed aghi e spilli e filo. Quanto a vestimenta di tela, di cui pure aveva scarsezza, il caldo m'insegnò presto a poterne far senza con poca fatica.
La mancanza di stromenti per lavorare facea ch'io procedessi lentamente nelle mie manifatture, ed era quasi passato un intero anno prima ch'io avessi finita la palizzata e munita all'intorno la mia abitazione. I pali o stecconi, grevi sì che se fossero stati di più non avrei potuto levarli, mi portarono via lungo tempo per tagliarli ed apparecchiarli ne' boschi, ed in oltre per trasportarli a casa ben da lontano; laonde mi ci voleano talvolta due giorni fra lavoro e condotta d'un solo di questi, ed un altro per conficcarlo nel terreno; al qual fine io mi valsi su le prime d'un pezzo di legno pesante, indi mi ricordai de' rampiconi di ferro che trasportai dal vascello e che rinvenni di fatto; ma benchè mi rendessero un po' men malagevole il piantare dei detti pali, non cessava questa di essere una fatica penosa e tediosissima. Per altro avrei dovuto io, qualunque lavoro imprendessi, badare al tedio che mi potesse costare, io che vedevo d'avere tempo anche d'avanzo? Terminato quel lavoro, tutte le mie faccende, almeno secondo le mie prevedenze d'allora, si sarebbero ridotte all'andare in giro per l'isola onde procacciarmi nudrimento; e tal cosa dal più al meno io la faceva ogni giorno.
Intanto datomi a meditare anche più seriamente la mia condizione e le circostanze tra cui mi vedevo, ne stesi uno specificato prospetto, non certo per lasciarlo a chi verrebbe dopo di me (poichè secondo ogni probabilità non avrei avuto di molti eredi), ma per liberare i miei pensieri dalla giornaliera molestia di affannarsi ed affiggersi su le cose che non aveano verun aspetto di volersi cambiare: e poichè la mia ragione principiava ora a padroneggiare il mio abbattimento d'animo, cercai da essa i possibili conforti col mettere a confronto i mali che mi premeano, i beni che mi restavano per aver come una norma a distinguere il caso mio da casi anche peggiori; in somma con un'assoluta imparzialità compilai un conto di dare e avere tra i miei mali ed i beni che a questi mano mano contrapponevo.
Mali
Beni
Mi vedo gettato sopra un'isola orribile, deserta, senza veruna speranza di uscirne.
Ma son vivo e non annegato, come lo furono tutti gli altri miei compagni del vascello.
Sono distinto e, può dirsi, separato da tutto il mondo nell'essere un miserabile.
Ma sono distinto da tutti i miei compagni del vascello nell'essere stato risparmiato a vita; e quegli che mi campò miracolosamente dalla morte può liberarmi da questa condizione ove ora mi trovo.
Sono diviso dal genere umano, un solitario, un uom bandito dal consorzio degli uomini.
Ma non sono posto a morir di fame in un luogo sterile affatto che non offra verun mezzo di sostentamento.
Io non ho panni per coprirmi.
Ma mi trovo sotto un clima caldo, ove se avessi panni, potrei portarli a fatica.
Sono privo di qualunque difesa o mezzo per resistere ad ogni assalto d'uomini o di fiere.
Ma sono stato gettato in un'Isola ove non vedo animali che possano arrecarmi nocumento, come vidi nelle coste dell'Africa; che ne sarebbe di me se fossi colà naufragato?
Non trovo un'anima con cui cambiare parola, o da cui sperare soccorsi.
Ma Iddio mandò prodigiosamente il vascello naufragato in tanta vicinanza della spiaggia che ho potuto ritrarne quante cose erano necessarie o a supplire ai miei bisogni o a darmi abilità di supplire ad essi da me medesimo.
Dalla totalità di questo registro abbiamo una irrefragabile testimonianza del non esservi quasi mai una condizione sì miserabile di vita, che non vi sia alcun che o di bene positivo o di male negativo per cui non dobbiamo ringraziare la Providenza.
XV. Disposizioni per provvedere ai maggiori comodi della casa edificata.
Così riconciliatomi alcun poco con la presente mia posizione e tralasciato di scandagliare ad ogn'istante il mare per vedere se qualche vela spuntasse in fondo all'orizzonte, mi diedi a studiare i mezzi di uniformarmi meglio a quel mio genere di vita e di renderlo men disagiato che per me si potea.
Ho già detto come la mia abitazione fosse sotto una tenda innalzata a fianco di un monte, circondata da una doppia forte barriera di stecconi e di gomone; barriera ch'io potei oramai chiamare un muro, per averle posto all'intorno dalla parte esterna un parapetto di zolle, grosso circa due piedi; e qualche tempo dopo, passato credo un anno e mezzo, feci partir da questo muro alcuni travicelli che, coperti di rami d'albero e di quanto potei all'uopo mio radunare, divenne una specie di tetto per difendere tutto l'edifizio dalle piogge, qui violentissime, com'ebbi ad accorgermene in alcune stagioni dell'anno.
Ho parimente notato che trasportai tutte queste mie sostanze, parte entro la palizzata, parte entro la grotta scavata nel monte; ma mi conviene ancora osservare come queste presentassero un sì confuso e disordinato ammasso di cose, che mi portavano via tutto lo spazio, onde non trovavo in mezzo ad esse luogo ove voltarmi. Mi posi pertanto all'opera d'ingrandire la mia grotta scavando più in dentro nel monte, il che non mi diede molta fatica, perchè il massiccio di esso, di natura sabbioso, facilmente arrendevasi al mio lavoro; e poichè mi vedevo perfettamente sicuro dalle fiere, dopo avere scavato nel fianco destro della rupe, mi volsi di nuovo a destra col mio scavamento sinchè mi trovassi affatto al di fuori e della grotta e della palizzata, con che mi procurai un'uscita fuor della mia fortezza. Ciò mi diede non solamente una porta di soccorso, per così esprimermi, che mi agevolava il reingresso e l'ingresso così nella palizzata come nella grotta, ma un maggiore spazio per allogarvi le cose mie.
Ora i miei pensieri si volsero a fabbricarmi diversi mobili de' quali io sentiva grandemente la privazione, quella tra l'altre di una tavola e di una scranna, perchè senza queste due cose io non potea godere de' pochi conforti che avevo in questo mio mondo. Senza una tavola come scrivere, come mangiare, come fare agiatamente molte cose che mi sarebbe tanto piaciuto di fare? Mi accinsi pertanto all'opera. Nè a questo proposito posso starmi dall'osservare come essendo la nostra ragione l'origine e la sostanza vera delle scienze matematiche, ciascun uomo può, ove ponderi e misuri ciascuna cosa con la ragione e deduca da questo studio razionali giudizi, può col tempo divenire maestro in ciascun'arte meccanica. Io non avea mai maneggiato uno stromento d'artigiano in mia vita; pure a poco a poco, a furia di fatica, di applicazione e di sforzi fatti sopra me stesso, arrivai finalmente ad accorgermi che non mi mancava cosa la quale io non fossi stato buono di farmi, massimamente se avessi avuto i necessari stromenti. Pure moltissime ne feci anche senza di questi ed alcune con non altri arnesi che un'accetta e una pialla, che forse non furono mai adoperate a simile uso; ciò per altro non senza un'immensa fatica. Per esempio, se mi bisognava un asse, io non aveva a far altro che abbattere un albero, mettermelo transversalmente dinanzi, e spianarlo ad entrambe le superficie con la mia accetta finchè fosse ridotto all'incirca alla sottigliezza d'un asse, poi lo rendeva liscio con la mia pialla. È ben vero che con questo metodo non poteva cavare se non un asse da tutto un albero; ma a ciò, come pure all'enorme dispendio di tempo e di fatica che mi ci voleva per fare un asse, io non aveva altro rimedio fuorchè la pazienza; d'altronde il mio tempo e la mia opera erano sì a buon mercato che tanto facea per me l'impiegarli in un modo quanto in un altro.
Ciò non ostante la tavola e la scranna che mi fabbricai, come ho detto da prima, furono costrutte coi corti pezzi di asse portati via dal vascello su la mia zattera. Alcune altre assi che mi procurai nel modo dianzi indicato, mi giovarono a fare ampi scaffali della larghezza di un piede e mezzo collocati un sopra l'altro lungo una parete della mia grotta per annicchiarvi tutti i miei arnesi, chiodi e ferramenti, ed in una parola per tenere tutte le cose mie in tal conveniente distanza l'una dall'altra, da non far fatica a trovarle quando ne avevo bisogno. Conficcai alcuni piuoli nel muro del monte per sospendervi i miei moschetti e tutti quegli attrezzi atti ad essere tenuti in tal modo; laonde chi avesse veduta la mia grotta, gli sarebbe apparsa un magazzino generale di tutte le necessarie provisioni; ed io di fatto avea ciascuna di esse sotto la mano in tal guisa ch'io poteva altamente compiacermi di vedere tutte le cose mie in tanto buon ordine, e specialmente di vedere dintorno a me tanta abbondanza d'oggetti i più necessari.
Fu questo il momento in cui mi nacque il pensiere di tenere un registro de' miei lavori di ciascun giorno; perchè da vero su le prime io era tanto stravolto, nè solo in conseguenza della fatica, ma pel disordine fattosi nella mia mente, che anche il mio giornale sarebbe stato pieno di memorie confuse; per esempio avrei scritto così: “Ai 30 settembre, dopo avere raggiunta la spiaggia ed essere campato dal pericolo di annegarmi, in vece di ringraziar Dio per la mia liberazione, avendo prima vomitato una grande copia d'acqua salata, di cui m'ero empiuto lo stomaco, e riavutomi alcun poco, corsi su e giù per la spiaggia, contorcendomi le mani e battendomi testa e faccia e sclamando nella mia miseria e gridando forte: Son disperato! son disperato! finchè spossato e debole fui costretto stendermi sul terreno per riposare, ma non ardii prender sonno per la paura dl essere divorato”.
Alcuni giorni appresso, e dopo essere stato a bordo del vascello per ritrarne quante cose potei, non avrei avuto testa per fare un giornale meglio che nei primi giorni, perchè non poteva starmi dal salire su la cima di un monticello e di guardar fiso il mare con la speranza di vedere un qualche vascello. La fantasia mi dipingeva una vela ad una distanza immensa, ed io pascendomi di questa speranza mi mettevo con gli occhi immobili a rischio quasi di perderli; poi mancatami d'un tratto questa speranza, mi buttavo seduto in terra, piangevo come un fanciullo e il mio stato di demenza accresceva la mia desolazione.
Ma giunto a superare fino ad un certo grado questi travagli, assicuratomi un'abitazione, e messe a posto le mie sostanze, fattomi una tavola e una scranna, arridendomi all'intorno quella poca felicità ch'era sperabile nel caso mio, principiai a tenere il mio giornale, di cui qui vi presento una copia, benchè vi troverete la ripetizione di alcune particolarità già descritte. Esso non è più lungo del tempo che durai a scriverlo perchè, mancatomi l'inchiostro, dovei dimetterne il pensiere.
30 settembre 1659. Io povero miserabile Robinson Crusoè naufragato, durante una spaventosa burrasca, dall'impeto delle onde fui gettato a terra in una orribile e sfortunata isola che chiamai l'Isola della disperazione. Gli altri miei compagni del vascello rimasero annegati, io poco meno che morto.
Passai tutto il rimanente della giornata nel desolarmi su le tremende circostanze cui mi vidi ridotto, perchè io non aveva nè cibo, nè casa, nè panni per cambiarmi, nè luogo ove rifuggirmi. In quella disperazione d'ogni soccorso io non vedeva se non la morte dinanzi a me, o rimanessi divorato dalle fiere o trucidato dai selvaggi, o perissi di fame per mancanza di nutrimento. Al sopraggiugnere della notte dormii sopra un albero per la paura di essere sorpreso da esseri malefici, fossero uomini selvaggi, fossero belve; pure dormii profondamente benchè piovesse tutta la notte.
1 ottobre. Nella mattina vidi con mio grande stupore che il vascello sollevatosi con l'alta marea, era stato portato sopra un banco di sabbia assai più vicino all'isola, la qual vista fummi di conforto per una parte, perchè vedendo il vascello stesso diritto su la sua chiglia nè andato in pezzi, concepii la speranza, se il vento cessava, di andarvi a bordo e di trarne fuori e nutrimenti ed altre cose necessarie a tenermi in vita anche per qualche tempo; ma d'altra parte la stessa vista mi rinnovellò il cordoglio della perdita de' miei compagni che, se non avessero abbandonato il vascello, sarebbero riusciti a salvarsi o almeno non sarebbero rimasti annegati, come lo furono; e scampandosi gli uomini avremmo forse potuto tutti insieme fabbricare con gli avanzi del legno naufragato una scialuppa che ne avrebbe condotti in qualche altra parte del mondo. Perdei molto tempo di questo giorno in tali perplessità, ma finalmente, vedendo che il vascello posava quasi affatto su l'asciutta sabbia, me gli avvicinai quanto mi fu possibile; indi superato a nuoto il tratto d'acqua che me ne disgiungeva, vi entrai a bordo. Tutta questa giornata continuò ancora piovendo benchè non facesse vento del tutto.
Dal 1 al 24 detto. Questi giorni furono interamente impiegati in viaggi dall'isola al vascello per cavarne fuori tutto quel bisognevole che mi riuscì, trasportandolo coll'ingrossar delle maree sopra zattere. Continuò sempre a cadere molt'acqua dal cielo, non senza per altro alcuni intervalli di buon tempo; ma a quanto sembra era quella la stagione delle piogge. In uno de' suddetti giorni (fu il 20) mi andò sossopra la mia zattera, e con essa tutte le provisioni ch'io vi trasportava caddero in mare; ma ciò mi avvenne in acqua bassa, e le cose cadute essendo assai grevi, le ricuperai quasi affatto a marea calante.
25. Tutto il giorno e la notte durò la pioggia accompagnata da folate di vento; fattesi queste più violente, andò in pezzi il vascello che non si lasciò più vedere, eccetto alcuni frantumi di esso, e ciò in tempo di bassa marea. Impiegai questa giornata nel coprire, affinchè la pioggia non me le mandasse a male, le mie sostanze.
26. Girai tutto il dì qua e là per la spiaggia in cerca d'un luogo ove mettere la mia dimora, premurosissimo sempre di guarentirmi dagli assalti d'ogni sorta di nemici viventi. Sceltomi sul far della sera un sito adatto al di sotto di un monte, contrassegnai con un semicircolo lo spazio del futuro mio accampamento, ch'io divisai fortificare all'intorno con uno steccato doppio di pali imbottito internamente con pezzi di gomona e munito di zolle al di fuori.
Dal 26 al 30 non perdonai a fatica per trasportare tutte le cose mie nella nuova abitazione, e ciò a malgrado quasi sempre di un'orrida pioggia.
31. Alla mattina andato per l'isola col mio moschetto a fine di procacciarmi nutrimento e di scoprire paese, uccisi una capra il cui capretto mi seguitò sino a casa; ma dovetti ammazzare anche questo perchè non voleva mangiare.
1 novembre. Al di sotto del monte, piantai la mia tenda sotto la quale dormii questa notte la prima volta; la tenni larga quanto potei, mercè di stecconi, alle cui estremità raccomandai il mio letto pensile.
2. Ordinai tutte le mie casse e i miei legnami, compresi quelli di cui mi era servito a fabbricarmi le zattere, formandone un semicircolo di fortificazione un po' più in dentro della prima cinta.
3. Uscito di casa col mio moschetto uccisi due uccelli somiglianti ad anitre salvatiche, veramente eccellenti a mangiarsi. Dopo il mezzogiorno mi accinsi all'opera di fabbricarmi una tavola.
4. In questa mattina ripartii l'ordine delle operazioni della giornata, il tempo cioè di andare a caccia, quello di dormire, quello di ricrearmi. Ogni mattina pertanto, se non piovea, faceva una passeggiata di due o tre ore col mio moschetto; alle undici in circa mi metteva al lavoro della mia tavola; poi mangiavo alla meglio ch'io poteva. Dalle dodici alle due mi coricavo per dormire, così volendolo la stagione eccessivamente calda. Sul far della sera mi rimettevo di nuovo al lavoro che in tutto questo giorno e nel successivo consistè nel fabbricarmi la mia tavola, perchè ero tuttavia un gran tristo artigiano; benchè in appresso il tempo e il bisogno mi abbiano reso naturalmente un compiuto maestro d'arti meccaniche, come credo che nel caso mio sarebbe accaduto a qualunque altro.
5. Andando attorno col mio moschetto, e in compagnia del mio cane, uccisi un gatto salvatico la cui pelle era morbidissima, ma la carne buona a nulla; perchè era mio costume il levare e conservare le pelli di quanti animali ammazzava. Tornando addietro lungo la riva del mare notai molti uccelli acquatici di cui non seppi conoscere le specie; ben rimasi attonito e poco meno che spaventato al vedere due o tre vitelli marini che, mentre io stava contemplandoli, perchè non sapevo bene se tali fossero, guizzarono nel mare e per questa volta mi si sottrassero.
6. Dopo la mia passeggiata della mattina tornai ancora al lavoro della mia tavola, che terminai finalmente, ma non mi garbava gran che; pare non andò guari che vidi come correggerne i difetti.
Dal 7 al 12. Col primo di questi cominciò a stabilirsi la bella stagione. Venendo fino ad una parte del 12 ed eccettuato l'11 che, secondo i miei conti, era una domenica, impiegai il tempo nel fabbricarmi una scranna, e quanto mi affaccendai per ridurla ad una tollerabile forma, senza che mai ne fossi contento! anzi nel farla e rifarla più d'una volta la misi in pezzi.
Nota. Feci presto a trascurare il registro delle domeniche, perchè omesso una volta di contrassegnarle con la tacca più lunga nel mio stipite, dimenticai in qual giorno cadessero12.
13. Piovè tutto questo giorno, il che mi refrigerò oltre ogni dire e rinfrescò pure la terra; ma l'acqua venne accompagnata da terribili tuoni e lampi che mi fecero un'orrida paura a cagione della mia polvere. Cessato appena il temporale, mi determinai a separarne la provisione nel maggior numero possibile di partite, perchè non rimanesse tutta in pericolo.
Dal 14 al 16. Passai quindi questi tre giorni facendo tante cassette o scatolette quadrate, ciascuna delle quali non portasse se non una libbra o due al più di polvere; indi posto in ciascuna di esse il suo carico le allogai in ripostigli sicuri e lontani quanto mi fu possibile l'uno dall'altro. In uno di questi tre giorni uccisi un grande uccello di una carne buona a mangiarsi; come si chiamasse, non l'ho mai saputo.
17. In questo giorno cominciai a scavare dalla mia tenda entro la rupe per acquistarmi quel maggiore spazio che mi conveniva.
Nota. Per un tale lavoro mi mancavano alcune essenzialissime cose, vale a dire, una zappa, una vanga, una carriuola, o almeno un canestro; laonde prima d'accingermi all'opera pensai al modo di supplire alla mancanza degl'indicati stromenti. Quanto alla zappa, mi valsi de' rampiconi di ferro che trovai sufficienti al mio uopo, benchè di soverchio pesanti; ma l'altro stromento, la vanga, era di si inevitabile necessità, che da vero io non vedeva la possibilità di venire a termine di nulla senza di esso, nè sapeva a quale degli stromenti che io possedeva potessi farne fare le veci.
Dal 18 al 22. Nel giorno successivo cercando per le foreste, trovai un albero di quel legno o simile a quel legno che gli abitanti del Brasile chiamano per la sua durezza legno di ferro. Di questo con grande fatica, e non senza rovinar quasi affatto la mia accetta, tagliai un pezzo, che anche il trasportarmi a casa non mi costò poca difficoltà, tant'era pesante. L'eccessiva durezza di questo legno, e il non avere altra materia di cui valermi, mi fece perdere un gran tempo in tale lavoro, il che apparirà chiaramente ove io dica che a poco a poco lo ridussi effettivamente alla forma di una vanga. Nel manico essa somigliava esattamente le nostre vanghe inglesi, ma la parte piatta non essendo di ferro non poteva durarmi lungamente; nondimeno mi servì abbastanza per gli usi ai quali dovetti adoperarla; certamente non fuvvi vanga, cred'io, foggiata in questa maniera o costata sì lungo tempo per fabbricarla. Non era ancora provveduto abbastanza, perchè mi mancava un canestro e una carriuola. Un canestro non poteva farmelo in nessuna maniera, perchè io non aveva fin allora intorno a me, o almeno non l'aveva trovata, veruna pianta che, pieghevole come vimini, fosse opportuna a tale lavoro; quanto poi alla carriuola capiva che avrei potuto far tutto fuorchè una ruota, genere di manifatture estraneo affatto alle mie cognizioni, ed impresa per conseguenza della quale non sarei venuto a capo giammai; oltrechè, io non aveva alcun modo di procurarmi una caviglia di ferro che passando pel centro o asse della ruota stessa la facesse girare. A questa idea pertanto io rinunziai; e per portar via la terra ch'io scavava nella grotta, mi feci come una specie di quei truogoli entro cui i manovali portano la calcina ai muratori. Tal cosa non mi fu tanto difficile quanto il fabbricarmi una vanga; ciò non ostante e il truogolo e la pala e il tempo speso nello studiare a farmi una carriuola non mi portarono via meno di quattro giorni; così almeno credo, eccettuata sempre la passeggiata della mattina col mio moschetto, che rare volte io tralasciava e che rarissime volte ancora mancava di fruttarmi alcun che da mangiare.
23. L'altro mio lavoro riposò finchè non ebbi terminati gl'indicati stromenti. In questo giorno ci tornai con tutta quella intensione che il tempo e le mie forze mi permisero, onde diciotto interi giorni, cioè fino al 10 del successivo dicembre, furono spesi nel far più larga e profonda la mia grotta, affinchè tutte le cose mie vi si allogassero comodamente.
Nota. Durante tutto questo tempo io mi adoperai a rendere tale grotta o stanza tanto spaziosa, che mi facesse ufizio di guardaroba o magazzino, di cucina, di tinello e di cantina. Quanto alla camera da letto, non mi dipartii dalla tenda, se non talvolta nelle giornate umide, quando la pioggia cadeva sì fitta ch'io non potea mantenermici asciutto, il che m'indusse in appresso a coprire tutto il mio edifizio posto entro la palizzata con lunghe pertiche, che in forma di travicelli si appoggiavano contro alla montagna e che riparai con pezzi di vele e larghe foglie d'alberi a guisa di un tetto di stoppia.
10 dicembre. Io cominciava a credere ora che la mia grotta o cantina fosse finita, quando in un subito (convien dire ch'io l'avessi tenuta troppo larga) una grande quantità di terra cominciò a dirupare dalla cima e da un lato sì fortemente che n'ebbi grande paura; nè era una paura senza ragione, perchè se ci rimanevo sotto, non avevo bisogno mai più d'un becchino. In forza di tale disgrazia ebbi un bel lavorare in appresso perchè mi conveniva portar fuori la terra caduta e, ciò che importava più, appuntellare la soffitta per assicurarmi che lo stesso inconveniente non tornasse a succedermi.
Dall'11 al 16. A ciò io pensai nel dì appresso, e presi due pali o puntelli, li piantai diritti fino alla cima della grotta ponendo due pezzi di asse incrocicchiati su ciascun d'essi. Ciò fu terminato nel dì successivo; poi piantando altri puntelli con assi nella stessa maniera, entro una settimana circa trovai assicurata la mia soffitta. I puntelli collocati in filari mi servirono di altrettanti spartimenti di quella mia stanza.
Dal 17 al 19. In questi giorni posi scaffali e conficcai chiodi nei puntelli per attaccarvi tutte le cose che si prestavano a tal genere di collocamento. Allora cominciai a vedere assestate le cose entro il mio domicilio.
20. Trasportato quanto dovea stare nella grotta, mi diedi ad accomodare la parte di essa che doveva servirmi di tinello collocando alcune assi, di cui per dir vero cominciava ad avere penuria, e disponendo sovr'esse le mie vettovaglie. Venni così a formarmi una specie di tavola da cucina.
24. È piovuto tutta la notte e tutto il giorno, nè mi son mosso di casa.
25. È piovuto tutto il giorno.
26. Non è piovuto, e la terra più fresca del giorno innanzi ha permesso che si respirasse più agiatamente.
27. Uccisi un capretto e ne storpiai un altro che presi e mi condussi meco per un guinzaglio; giunto a casa fasciai e munii di stecche la sua gamba ch'era rotta.
Nota. ‒ Presi tal cura di esso per farlo vivere; di fatto la sua gamba tornò sana e gagliarda come prima, e in forza di essere stato nudrito sì lungo tempo divenne mansueto, andò a pascolarsi su la verdura posta dinanzi alla porta della mia abitazione, nè volle più andarsene via. Fu questa la prima volta che mi nacque il pensiere di addimesticare animali, per ritrarne nudrimento quando la mia polvere e le mie munizioni sarebbero finite del tutto.
Dal 28 al 31. Gran caldo e non un fiato di brezza, onde non mi mossi di casa fuorchè verso sera per andar in cerca di nudrimento. Impiegai questi giorni a mettere sempre in miglior ordine le mie suppellettili.
1 gennaio 1660. Continuò il gran caldo; pure uscii di buon'ora e sul tardi col mio moschetto riposandomi tutto il resto della giornata. Nella sera internandomi nelle valli che giacciono verso il centro dell'isola trovai che vi era abbondanza di capre, ma timorose quanto mai e difficili a lasciarsi raggiugnere; pure risolvei di provare se il mio cane potesse arrivare a fermarle.
2. Di conformità lo condussi meco in questo giorno e lo lanciai contro alle capre; ma aveva sbagliati i miei conti perchè queste tennero testa al cane, ond'esso, compreso ottimamente in qual pericolo si sarebbe posto, non volle più avvicinarsi a quegli animali.
3. Cominciai il mio vallo o muro di cinta che divisai fosse ben fitto e gagliardo, non mi abbandonando mai la paura d'assalti per parte d'uomini o di bestie.
Nota. Poichè questo muro di cinta fu già descritto dianzi, ho omesso con proposito determinato la parte del mio giornale che lo riguarda; mi basta l'osservare che non ci andò minor tempo di quello frapposto tra il 3 di gennaio e il 14 aprile per eseguirne i lavori, ridurlo a termine e perfezionarlo, ancorchè non avesse un perimetro d'oltre a venticinque braccia; questo descriveva una semicirconferenza che partiva da un punto del monte ad un altro, distanti fra loro dodici braccia. La porta della grotta stava nel centro al di là di tale linea di distanza fra entrambi i punti.
In tutto questo intervallo lavorai indefessamente, benchè per molti giorni e talvolta per più settimane di seguito le piogge me lo impedissero; ma io non mi credeva mai di essere veramente in sicuro finchè un tal baloardo non si sarebbe finito. È appena credibile quanta immensa fatica mi costassero tutte le operazioni necessarie a tal uopo, quella soprattutto di trasportare i pali dai boschi e di conficcarli nel terreno; perchè io gli avea scelti molto più grossi di quanto sarebbe stato necessario.
Poichè questo baloardo fu terminate e l'esterno ebbe una doppia difesa dal terrapieno di zolle innalzato rasente ad esso, mi persuasi che chiunque fosse venuto su la spiaggia, si avrebbe immaginato di vedere tutt'altra cosa fuorchè un'abitazione; e ben fu ch'io avessi disposte le cose in tal guisa, come si potrà osservare da poi in una notabilissima circostanza.
Intanto feci ogni giorno, quando la pioggia non me lo impediva, molti giri andando a caccia per le foreste, nelle quali passeggiate mi occorsero frequenti scoperte or d'una cosa or dell'altra che mi tornarono vantaggiose; particolarmente mi abbattei in una specie di colombi salvatici che facevano i loro nidi, non come i colombi boscaiuoli negli alberi, ma in certo modo come i domestici nelle buche delle roccie; presine alcuni di questi ancor giovinetti, cercai di allevarli e addimesticarli e ci riuscii; ma venuti grandi, mi fuggirono tutti; del che fu probabilmente la prima cagione ch'io non aveva nulla da dar loro a mangiare; ciò non ostante capitai frequentemente ne' loro nidi, donde trassi i colombi giovani, vivanda veramente squisita.
Mentre andava dando opera ora ad un affare casalingo or ad un altro, m'accorsi come mi mancassero tuttavia molte cose che su le prime pensai sarebbe impossibile per me il farmele da me medesimo; e per alcune ebbi ragione: per esempio io non arrivai mai a fabbricarmi e a cerchiarmi una botte. Avevo bensì dinanzi agli occhi uno o due bariletti come precedentemente osservai; ma non giunsi mai alla capacità di farmene uno sul modello di quelli, ancorchè intorno a ciò impiegassi parecchie settimane; non potei nè connetterne i piani nè unirne le doghe una all'altra con tanta saldezza che giungessero a contenere l'acqua; a quest'opera dunque io rinunciai.
Era per me una grande disgrazia anche di non aver candele. Non appena il giorno imbruniva, il che accadeva generalmente verso le sette ore, mi conveniva andarmene a letto. Mi ricordava allora quel pane di cera onde mi fabbricai candele nella mia spedizione africana; ma adesso quel pane non ci era: l'unico rimedio che ci trovai fu quello, avendo un giorno ammazzato una capra, di serbarne il grasso; pertanto mi feci un piattello di creta che seccai al sole; indi posto entro esso e il grasso ed un lucignolo che mi feci di alcune corde sfilate, me ne formai una lampada che mi dava luce fino ad un certo segno, non mai per altro mai limpida e ferma siccome quella di una candela.
XVI. Grata sorpresa.
Nella durata di tutti i descritti lavori mi era occorso, frugando le cose mie, di rinvenire un sacchetto che, come accennai tempo prima, era stato empiuto di grano per nutrire i polli del vascello, non già per questo viaggio, ma prima, come io suppongo, quando lo stesso vascello si partì da Lisbona. La picciola quantità di grano rimasta nel sacchetto era stata mangiata tutta dai sorci, onde io non ci vidi nulla fuorchè pule di grano e polve. Desideroso di valermi dello stesso sacchetto a qualche altro uso (credo per metterci della polvere, quando la separai in più partite per la paura del lampo, o per non so qual altro fine) ne scuotei fuori le pule in un canto della mia fortificazione al di sotto del monte.
Avvenne un pocolino prima della strepitosa pioggia menzionata dianzi, ch'io mi disfeci di tutta questa robaccia, non pensando ad altro nè tenendo al certo gran conto del luogo ove la gettai. Or bene; un mese dopo vidi spuntar dalla terra alcuni verdi steli ch'io pensai potessero appartenere a qualche pianta non anche veduta da me. Qual fu la mia sorpresa, il mio compiuto stupore, allorchè dopo un brevissimo tempo vidi sorgere dieci o dodici spiche di perfetto orzo in erba della medesima specie del nostro orzo europeo, anzi del nostro orzo inglese!
Egli e impossibile l'esprimere lo sbalordimento, la confusione de' miei pensieri in tale occasione. Fin qui le mie azioni non si erano regolate sopra verun religioso principio; da vero io aveva ben poche nozioni di religione nella mia testa, ne m'ero avvezzo a riguardare le cose che mi occorrevano se non come un caso, o come sogliamo dire, non ponderando quel che diciamo, voler di Dio, senza poi internarmi altro nei fini della providenza o prendermi pensiere dell'ordine da essa tenuto nel governare gli eventi di questo mondo. Ma dopo aver veduto crescere qui l'orzo, sotto un clima ch'io sapeva non essere atto al grano (e ciò che specialmente io non sapeva si era come il grano fosse venuto qui) ciò mi scosse d'una straordinaria maniera. Allora cominciai a supporre che Dio avesse miracolosamente disposto affinchè questa biada nascesse senza alcun aiuto di semina e che avesse predisposto ciò unicamente pel mio sostentamento in questa selvaggia isola della sfortuna.
Tale avvenimento che toccò alquanto il mio cuore mi spremette lagrime dagli occhi, onde cominciai a riputarmi benedetto e beato poichè un tal prodigio di natura a mio solo favore avveravasi; e il fatto riusciva tanto più stravagante per me, perchè osservavo nello stesso tempo in vicinanza alcuni altri steli dispersi lungo il fianco del monte che apparivano gambi di riso, a me ben noti per averne veduti crescere nell'Africa quando mi trovai su quella spiaggia.
Non solamente io pensai che quegli steli fossero meri doni mandatimi in soccorso dalla providenza, ma, non dubitando che ve ne fosse una maggior copia nell'isola, mi diedi a percorrerla per tutte le bande ove era già stato altre volte, e ad indagare per ciascun angolo, sotto ciascun dirupo per vedere se di queste spiche benefiche ve ne fossero altrove, ma non ne trovai in nessun'altra parte. Finalmente tornatomi al pensiere ch'io aveva scosso in quel luogo il sacchetto della provvigione dei polli, principiò a cessare in me la meraviglia; e bisogna lo confessi, la mia religiosa gratitudine alla providenza divina s'andò dileguando poichè ebbi scoperto nulla esservi in ciò che si togliesse dall'ordinario. Pure, se avessi ragionato meglio, io doveva esser grato a questa non preveduta ed inaspettata providenza, come se fosse stata miracolosa; perchè fu realmente verso di me un'opera di lei e tale come se quel grano mi fosse venuto dal cielo, l'aver essa preordinato che dieci o dodici grani d'orzo rimanessero intatti quando i sorci ne avevano distrutto il rimanente; fu una predestinazione della providenza ch'io gettassi quel grano in tal particolare luogo ove essendo protetto dall'ombra di un'alta rupe potesse immediatamente spuntare; giacchè se fosse stato gettato altrove in quella stagione dell'anno sarebbe tosto arso e perito.
Raccolsi con grande cura, potete bene esserne certi, quelle spiche d'orzo quando ne fu la stagione, verso il fine di giugno all'incirca; e messone in serbo tutti i grani, divisai di seminarli un'altra volta nella speranza di averne col tempo una ricolta sufficiente per provvedermi di pane. Ma ci vollero quattro anni prima ch'io potessi far conto su la più piccola quantità di quel grano per cibarmene, e ciò ancora con molto risparmio, come lo dirò in appresso quando ne verrà l'occasione; perchè andò perduto quasi interamente quello che seminai la prima volta per non avere io côlto il vero tempo e per averlo consegnato alla terra prima della stagione asciutta, onde non venne mai a maturità, almeno in quella copia che poteva sperarsi altrimenti; ma di ciò parleremo a suo luogo.
Oltre all'orzo, scopersi, come ho detto, venti o trenta steli di riso che colsi con la stessa premura e che adoperai nella stessa maniera e col medesimo fine, vale a dire di farmi del pane o piuttosto di ritrarne nudrimento; perchè trovai modo di cuocerlo senza metterlo al forno, benchè in appresso mi fabbricassi anche un forno. Ma torniamo al mio giornale.
XVII. Il tremuoto.
Dopo avere faticato improbamente tre o quattro mesi per vedere a termine il mio baloardo, lo chiusi ai 14 di aprile; e volli entrarvi non per una porta, ma passando al di sopra del muro mercè una scala, affinchè al di fuori non comparisse alcun indizio della mia abitazione.
16. aprile. Terminai la mia scala, mediante la quale salii alla sommità del baloardo, indi me la tirai dietro lasciandola tra esso e la palizzata. Io mi avea quindi assicurata una perfetta clausura; perchè nell'interno aveva spazio abbastanza e nulla potea venire a me dal di fuori senza scalare il mio baloardo.
Dal 17 al 21. Nel seguente giorno, poichè la scala fu terminata, poco mancò che tutte le mie fatiche non andassero in una volta sossopra e che non rimanessi morto io medesimo: ecco in qual modo le cose avvennero. Mentre io stava facendo alcun che nel ricinto frapposto tra il baloardo e la palizzata, all'ingresso appunto della mia grotta, fui spaventato non so dir quanto da un incidente il più terribile da vero e il più straordinario, perchè in un subito io vidi la terra dirupar giù dalla soffitta della mia grotta e dalla cima del monte che sovrastava ai mio capo, mentre udivo spaccarsi con orrido fracasso due dei puntelli collocati dianzi nella grotta stessa. Mi sentii gelare il sangue dall'atterrimento; pure andavo tuttavia pensando non essere cagione di ciò se non un nuovo scoscendimento di soffitta della mia cantina, come qualche cosa di simile era accaduto dianzi; onde per timore di rimanerci sepolto sotto, corsi in fretta alla scala del mio baloardo, nè quivi credendomi ancora al sicuro saltai al di là di esso aspettandomi da un istante all'altro che qualche scheggione di dirupo venisse a piombarmi sopra la testa. Non ebbi appena fatto alcuni passi al di fuori, quando m'accorsi che tutto ciò procedea da uno spaventoso tremuoto; perchè la terra ove io mi stava traballò per tre volte in intervalli disgiunti di otto minuti l'uno dall'altro con tali violenti scosse che avrebbero bastato, cred'io, a rovesciare da cima a fondo il più saldo fra quanti edifizi del mondo si potessero immaginare. Di fatto un gran masso di roccia, distante da me un mezzo miglio all'incirca, precipitò nel mare con sì orrendo fracasso che in vita mia non ne ho mai udito l'uguale. Accortomi nello stesso tempo che il mare si era posto in una straordinaria agitazione, dovetti credere più forti le scosse nel seno di esso che nell'isola stessa.
Questo spaventoso fenomeno di cui non avevo mai veduto il compagno, nè parlato con altri che fossero stati spettatori di simili avvenimenti, mi fece tanta impressione che ne rimasi stupido e poco meno che morto, oltrechè il tremuoto mi avea sconvolto lo stomaco come avrebbe potuto farlo l'agitazione del mare. Lo strepito nondimeno dello scheggione di roccia caduto nell'onde mi scosse, ma togliendomi dal mio stato di stupidezza diede luogo in me ai pensieri i più orridi e spaventosi. Vidi che sarebbe bastato un nulla a far cadere il monte su la mia tenda e le mie sostanze in essa raccolte, a seppellire tutte queste cose in un colpo; ed ecco che il mio spirito tornò una seconda volta ad avvilirsi.
Passata la terza scossa, e non ne avendo udite più altre per qualche tempo, incominciai a ripigliare coraggio; pure non ne aveva abbastanza per portarmi al di là del mio baloardo; troppa era la mia paura di rimanere sepolto vivo! Mi posi a sedere su l'erba con l'animo fortemente sconsolato e depresso, nè sapendo a qual partito appigliarmi. In tutto questo tempo non mi occorse alla mente il menomo pensiere serio di religione se si eccettui quella esclamazione comune: Dio n'abbia misericordia! e quando la disgrazia fu cessata se ne andò via con essa anche questo pensiere.
Standomi così seduto sentii che l'aria era oltremodo pesante e vidi il cielo annuvolato come se volesse piovere; e subito dopo si alzò a poco a poco il vento che in meno di mezz'ora andò a finire in un turbine spaventoso. Il mare si coperse tutt'ad un tratto di spuma; i suoi cavalloni s'internavano nella spiaggia; gli alberi, atterrati dalle radici; sopravvenne una tremenda burrasca, che per altro, durata all'incirca tre ore, cominciò a mitigarsi, laonde dopo altre due ore tutto era tornato in calma, dando luogo soltanto ad una fittissima pioggia. In tutto questo tempo me ne rimasi seduto su l'erba sempre atterrito e costernato al maggior segno; quando in un subito mi soccorse alla mente che que' venti e questa pioggia essendo stati la conseguenza del tremuoto, non era congettura improbabile il dedurne la cessazione del tremuoto stesso e la ragionevolezza quindi dell'avventurarmi a tornarmene un'altra volta nella mia grotta. Ravvivatosi con ciò il mio coraggio, contribuì non poco a persuadermi la presenza stessa della pioggia. Andai dunque a sedermi sotto la mia tenda; ma la pioggia era sì violenta che minacciava abbattere la tenda stessa, per lo che non vidi meglio che rintanarmi nella mia grotta, benchè il facessi paurosamente ed assai di mal umore, aspettandomi da un momento all'altro che questa mi cadesse sopra la testa. La violenza di un tal fortunale mi costrinse ad un nuovo lavoro: quello di aprire una fossa per traverso alla mia fortificazione, siccome scolatoio dell'acqua piovana che altrimenti mi avrebbe inondata l'intera cantina. Dopo essere rimasto in questa per alcun tempo, nè udita più veruna scossa di tremuoto, cominciai ad essere più calmo; anzi per procurare un ristoro ai miei spiriti, che da vero ne aveano grande bisogno, ricorsi alla mia credenza per prendere una sorsata di rum, con parsimonia per altro: regola che osservai allora e sempre prevedendo l'istante che non avrei più avuto di questo liquore. Continuò piovendo tutta la notte e gran parte del giorno successivo, onde non potei andare attorno nè poco nè assai. Allora a mente più fredda principiai a meditare che cosa mi convenisse meglio, e conclusi che, se l'isola andava soggetta a tremuoti di simil natura, non c'era per me buon vivere entro una grotta. Pensai quindi a fabbricarmi una piccola capanna in luogo aperto, circondandola ciò non ostante, come avevo fatto qui, di una palizzata per difendermi dalle offese di bestie o d'uomini, persuasissimo che, restando ov'ero, mi sarebbe accaduto una volta o l'altra di rimanere sotterrato vivo.
Pieno di questi pensieri, divisai di rimovere la mia tenda dal sito ove trovavasi, perchè stava proprio sotto l'imminente precipizio del monte che, se riceveva un'altra scossa della stessa natura, cadeva indubitatamente sovr'essa. Impiegai le due successive giornate (il 19 e il 20) a studiare il dove e il come trasferire altrove la mia dimora. Il timore di essere subissato in corpo ed in anima m'incalzava tanto che non mi lasciò mai dormir quieto. Pure era quasi uguale a questa paura l'altra di coricarmi all'aperto senza nulla che mi difendesse; oltrechè, quando io mi guardava attorno, quando io vedea ciascuna delle cose mie sì bene assestate e come piacevolmente io mi stessi nascosto e sicuro da ogni altro pericolo esterno, sentiva la massima ripugnanza ad allontanarmi di lì. In questo mezzo io considerava ancora che sarebbe occorso un enorme dispendio di tempo per mandar ad esecuzione un simile divisamento e che mi conveniva per lo meno contentarmi ad affrontare il rischio di rimanere ove era tanto che mi fossi fabbricata una opportuna trinciera e tale da francare il mio traslocamento. Acquetatomi in questa conclusione per un certo tempo, risolvei di mettermi bensì con tutta la sollecitudine all'opera di fabbricarmi una trincera con pertiche e gomone entro un circolo, come dianzi, ma di non trasportarci la mia tenda finchè questa trincera non fosse finita; in somma di tenermi al primo alloggio finchè tutto non fosse pronto ed apparecchiato per prenderne un altro. Ciò fu deciso nel giorno 21.
22. In questa successiva mattina principiai a pensare i mezzi onde mandare ad esecuzione l'indicato disegno; ma la cosa di cui difettavo molto erano gli stromenti. Avevo per vero dire tre grandi accette e molta copia di piccole, perchè le avevamo portate con noi per farne traffico con gli Indiani; ma a furia di tagliare e rimondare tante sorte di legnami duri e nodosi erano divenute piene di tacche e prive affatto di taglio; e se bene avessi una mola, non potevo girarla nè quindi affilare su d'essa i miei ferri comodamente. Ciò mi diede tanti pensieri quanti ne avrebbe dati ad un magistrato il decidere sopra un punto scabrosissimo di politica, o quanti se ne sarebbe presi un giudice prima di sentenziare su la vita o la morte d'un poveretto. Finalmente inventai una specie di ruota che facevo girare sopra d'una cordicella col mio piede, rimanendomi per tal modo le mani in libertà.
Nota. Io non avea mai veduto una mola di tal natura nell'Inghilterra o almeno non mi ero trovato nel caso di sapere come fosse fatta, benchè da poi io abbia notato che tal macchina vi è comunissima; ad onta di ciò la mia mola estremamente grande mi riusciva oltremodo pesante e malagevole; il solo condurla a perfezione mi è costato il lavoro di un'intera settimana.
28 e 29. Questi due giorni furono dedicati affatto ad affilare i miei ferri, nel che la mia macchina rotante mi servì ottimamente.
30. Accortomi che il mio pane andava calando a dismisura, presi tal circostanza in grave considerazione, onde fatta la mia rivista, mi ridussi, non senza grave cordoglio, ad un biscotto al giorno.
XVIII. Effetti del tremuoto su gli avanzi del vascello naufragato.
1 maggio. Nella mattina, mentre stavo guardando il mare in tempo di bassa marea notai su la spiaggia alcun che di più grosso dell'ordinario e somigliante nella sua forma ad una botte. Accostatomi a questo oggetto, osservai un piccolo barile e due o tre frantumi del vascello naufragato portati a riva dall'ultima tempesta; poi voltando gli occhi alla parte ove il vascello stesso sparì, vidi i suoi avanzi sporgere fuori dell'acqua più che nol facevano prima. Esaminato il barile che era già su la spiaggia feci presto a riconoscerlo per un barile di polvere che per altro inzuppatasi d'acqua si era ammucchiata e divenuta dura al pari d'un sasso. Ciò non ostante la ruzzolai più in su la riva per il momento, indi per praticar nuove indagini mi avvicinai quanto fu possibile al banco di sabbia ove il vascello perì.
Giunto presso al luogo ov'erano gli avanzi del naufragio, li trovai stranamente spostati; perchè il castel di prua che dianzi era sepolto nella sabbia si era alzato almeno sei piedi; mentre la poppa, andata in pezzi e staccatasi dal rimanente per la violenza dell'acqua poco dopo l'ultima indagine che io feci sovr'essa, parea fosse stata trabalzata e andata a collocarsi in disparte dal rimanente. La sabbia si era tanto addossata d'intorno ad essa che a bassa marea io mi ci poteva accostare, camminando coi miei piedi laddove si trovava prima un ampio tratto di acqua, che mi obbligava a fare circa un quarto di miglio a nuoto se ci volevo arrivare. La cosa mi fece stupore alla prima, ma conchiusi tosto esser questa una conseguenza del tremuoto; e poichè in forza di tale sconquasso lo scheletro del vascello rimase più sbandato di prima, arrivavano di giorno in giorno alla spiaggia molte cose che il mare avea poste in libertà, e che i venti e l'acqua mandavano a riva di mano in mano.
Tutto ciò divagò i miei pensieri dal disegno di traslocare la mia abitazione, onde mi affaccendai soprattutto, massimamente in quel giorno, nel cercare di potermi aprir qualche via entro al corpo del vascello; ma vidi che nulla di tal genere poteva sperarsi, perchè l'interno di esso era pieno zeppo di sabbia. Nondimeno avendo imparato a non disperare più di veruna cosa, divisai di metterne in pezzi tutto quanto mi fosse riuscito pensando che per poche cose che avessi potato trarne mi avrebbero sempre servito o ad un uso o ad un altro.
3. Dato di mano alla mia sega tagliai per traverso un pezzo di trave ch'io credo tenesse unito alcun che della parte superiore del cassero; indi con questo pezzo di legno mandai via quanta sabbia potei dalla parte di vascello che rimaneva più alta; ma ingrossandosi la marea, fui costretto per allora a desistere dal mio lavoro.
4. Andai alla pesca, ma non presi un sol pesce che avessi coraggio di mangiare; tantochè io cominciava ad essere annoiato del mio diporto, quando nell'atto appunto di venirmene via, pigliai un giovine delfino. Io mi era fatto una lenza di gomona sfilata, ma mi mancavano gli ami; ciò non ostante io pigliava spesso tanto pesce quanto potevo aver volontà di mangiarne; seccato tutto al sole il pesce pigliato, lo mangiavo dopo questa preparazione.
5. Giorno impiegato lavorando su gli avanzi del naufragio. Fatto in pezzi un altro trave, m'impadronii di tre grandi tavole d'abete che legate insieme feci navigare alla spiaggia appena sopravvenuta la grossa marea.
6. Impiegato nello stesso lavoro; e trattine parecchi catenacci ed altri ferramenti; ottenuti con grande stento e portati a casa con tanta fatica, che mi trovai stanco da vero ed in procinto di abbandonare l'opera.
7. Pure ci tornai ancora, ma non con intenzione di lavorare. Trovai che il corpo del vascello si era fracassato sotto il proprio peso, perchè le travi ne erano rotte e molti pezzi di esso ne pareano staccati; il fondo della stiva era si aperto, ch'io ci poteva guardar dentro, ma quasi affatto pieno di acqua e di sabbia.
8. Portatomi allo stesso genere di lavoro, presi meco un rampicone di ferro per disfare il ponte che lasciai questa volta libero di acqua e di sabbia. Trattene due tavole, portai anche queste al lido con l'aiuto dell'alta marea, e lasciai ove gli aveva portati i rampiconi per valermene nel dì successivo.
9. Tornato all'opera e apertomi strada nell'interno col mio rampicone, sentii parecchie botti, che mossi col ferro stesso, ma senza poter levarle di lì; sentii pure un fascio di piombo inglese e mi riescì anche di smoverlo, ma era troppo pesante per tirarlo via di dov'era.
Dal 10 al 14. Ognuno di questi giorni fu impiegato nella stessa natura di lavoro, e mi fruttò molti pezzi di legname, assi o tavole, e due o tre quintali di ferro.
15. Portai meco due accette per provare se potessi tagliare un pezzo del fascio di piombo, collocandovi sopra il taglio di una di esse e battendola con l'altra; ma siccome questa rimaneva per un piede e mezzo nell'acqua non potei imprimerle alcun colpo che facesse effetto.
16. Avea fatto un gran vento tutta la notte onde lo scheletro del vascello appariva rotto anche di più dalla forza dell'onde. Ma io era rimasto sì lungo tempo ne' boschi onde procacciarmi colombi pel mio nudrimento che, sopraggiunta la grossa marea, m'impedì in questo giorno di portarmi al consueto lavoro.
17. Vidi alcuni pezzi di vascello che il vento avea portati su la spiaggia ad una distanza di due miglia da me; a malgrado della qual distanza risolvei di andar a vedere che cosa fossero, e trovai un frammento di sperone13 ma troppo pesante perchè io potessi trasportarmelo meco.
Dal 18 maggio al 15 giugno. E in questo giorno e ne' successivi sino al 24 di questo mese, il mio lavoro fu sempre dello stesso genere. Nel giorno 24 giunsi, benchè a grande stento, a smovere tante cose col rampicone, che alla prima marea crescente galleggiavano parecchie botti e due casse da marinai; ma il vento soffiando da terra, nessuna di queste cose pote giungere a riva, eccetto alcuni pezzi di legname ed una botte che contenea carne di porco del Brasile, ma affatto rovinata dall'acqua salsa e dalla sabbia. Continuai in simil lavoro ogni giorno fino al 15 giugno, tranne le ore necessarie a cercarmi nudrimento, le quali io facea sempre cadere durante l'alta marea per essere in tempo a recarmi al lavoro giornaliero quando essa calava. In tutto questo tempo ottenni e legnami e tavole e ferramenti, quanti sarebbero bastati a costruire una buona feluca se fossi stato abile a ciò; in più volte ed in pezzi spezzati giunsi ancora a procacciarmi circa un quintale di lastre di piombo.
16. Trasportatomi alla riva del mare, trovai una grossa testuggine, la prima ch'io avessi veduta; e ciò, a quanto sembra, fu solamente mia sfortuna, non difetto del luogo o scarsezza quivi di questi animali; perchè se mi fosse occorso di pigliar terra in un'altra banda dell'isola, ne avrei avuto un centinaio per giorno, come ebbi occasione d'accorgermene in appresso; ma forse avrei pagata troppo caro la mia scoperta.
17. Tal giorno fu impiegato nel cucinare la mia testuggine, entro cui trovai sessanta uova; la carne di essa fu per me in quel tempo la più saporita e deliziosa che avessi gustato in mia vita, perchè io non aveva avuta altra carne che di capre e d'uccelli da che fui gettato in questo deserto.
XIX. Malattia.
18. Piovve tutto giorno, nè per conseguenza mi mossi punto di casa. Pensai che la pioggia producesse il freddo improvviso onde mi sentii come agghiacciato: cosa per altro ch'io sapeva non essere solita sotto questa latitudine.
19. Mi sentii assai male e sempre tormentato da brividi come se la stagione fosse stata fredda.
20. Non ho dormito tutta la notte; violento male di capo e febbre.
21. Malissimo; atterrito quasi a morirne dal pensare alla trista mia condizione di essere ammalato e non avere chi mi presti assistenza, ho pregato Dio, ed e stata la prima volta dopo quel la bufera su le acque di Hull; ma sapevo ben poco quel ch'io mi dicessi, o non ne conoscevo il perchè: tanto erano confuse tutte le mie idee.
22. Un po' meglio, ma sempre agitato dalle paure che accompagnano le malattie.
23. Un'altra volta malissimo; freddo e brividi oltre ad un terribile male di capo.
24. Assai meglio.
25. Una violentissima febbre; l'accesso di essa mi ha tenuto sette ore; freddo, poi caldo, indi sudori deprimenti.
26. Meglio; e non avendo carne di cui cibarmi, sono uscito col mio moschetto ad onta di un'estrema debolezza: pure ho ammazzata una capra che mi son portata a casa con molto stento; arrostitone un pezzo, me ne sono cibato. Ne avrei volentieri fatto uno stufato, come pure avrei voluto procacciarmi con essa un poco di brodo; ma mi mancava una pentola.
27. La febbre tornò ad essere sì violenta, che rimasi in letto tutto il giorno senza mangiare nè bere. Io stava per morire di sete; ma in quello stato di debolezza non aveva forza per tenermi in piedi tanto da procurarmi un poco d'acqua. Tornai a pregare il Signore, ma ero in delirio; e quand'anche non ci fossi stato, la mia ignoranza era sì crassa ch'io non sapeva che cosa dovessi dire; solamente da starmi giaciuto io esclamava: Dio, volgetevi a me! Dio abbiatemi compassione! Dio usatemi misericordia! Credo di non aver fatto altro per due o tre ore continue sinchè, finito l'accesso della febbre, rimasi addormentato nè mi destai se non tardi nel cuor della notte. Nello svegliarmi mi sentii alquanto ristorato, benchè debole e assetato oltre ogni dire; ma non avendo acqua in tutta quanta la mia abitazione, fui costretto aver pazienza sino a giorno; tornai pertanto ad addormentarmi. Oh qual terribile sogno io feci in questa seconda dormita!
Parevami essere seduto per terra fuori della mia trincea, come ci stavo quando si sollevò quella burrasca che venne dopo il tremuoto; vedevo in lontananza calar giù da un grosso nuvolone nero nero un uomo avvolto in una gran vampa di fuoco che scendeva a terra. Sfolgorava sì tremendamente da tutte le parti che i miei occhi non ci reggevano a fisarsegli incontro; l'aspetto di esso ineffabilmente spaventoso è impossibile a descriversi con parole; allorchè si movea, credevo che la terra traballasse come appunto nel giorno del tremuoto, e tutta l'aria sembravami in fiamme. Appena postosi a camminare, veniva alla mia volta brandendo una lunga lancia o spada a due mani destinata ad uccidermi; poi arrivato sopra un'eminenza ed in minore distanza da me, mi parlò, o vero credei udire una voce sì tremenda che m'agghiacciò d'uno spavento di cui tenterei invano or darvi un'idea. Quanto posso dire di ricordarmi son queste parole: Dopo aver veduto tutto ciò che hai veduto, non ti sei ridotto a penitenza: or morrai! dopo i quali detti mi parve vedergli sollevare la brandita arma per darmi morte.
Niun leggitore si aspetti ch'io sapessi render conto a me stesso dell'orrore di cui tal visione mi aveva compreso; intendo dire che ancorchè questa fosse un sogno, la mia mente era di per sè stessa immersa in un delirio, che con quel mio orrore si conformava14; nè è possibile il descrivere l'impressione che me ne rimase allorchè svegliandomi m'avvidi d'avere meramente sognato.
Io non avea per mia disgrazia verun principio di religione, chè quanti me ne aveva instillati l'educazione del mio buon padre erano svaniti in conseguenza di un corso non interrotto per otto anni di vita licenziosa da marinaio, e di un costante conversare con compagni scapestrati e dissoluti al massimo grado come lo era io. Io non mi ricordo di avere avuto in tutto quell'intervallo un pensiere che m'innalzasse a Dio, o mi traesse a scendere entro me stesso per esaminare la mia condotta. Un'assoluta stupidezza, ugualmente lontana dal desiderio del bene e dalla coscienza del male, mi dominava interamente, ond'ero tutto quel che di peggio, di più incallito nella colpa, di più spensierato potesse immaginarsi fra i nostri comuni marinai; basti il dire ch'io non aveva alcun sentimento di timor di Dio nel pericolo, o di gratitudine a lui dopo esserne liberato.
Ove si richiami ad esame tutto quanto ho già narrato della mia storia, tal mia perversità sarà sempre più facilmente creduta, se aggiugnerò una circostanza di più. In mezzo a tanta varietà di miserie sin qui occorsemi, non mi nacque mai in pensiere esser tutto ciò opera della mano di Dio, giusto punitore o dell'insubordinato contegno di cui mi resi reo verso mio padre, o delle mie colpe presenti grandi da vero, o in generale di tutto il corso dell'iniqua mia vita. Quando mi gettai corpo morto in quella disperata spedizione alle deserte coste dell'Africa senza pensar più che tanto a ciò che avverrebbe di me, non volsi una sola preghiera a Dio affinchè mi proteggesse ovunque fossi per addirizzarmi o mi campasse dai pericoli che secondo ogni apparenza mi circondavano, quali erano la voracità delle belve e la crudeltà dei selvaggi. Senza pensar menomamente a Dio o alla providenza, io, a guisa d'un vero animale irragionevole, mi lasciava guidare unicamente dagl'istinti della natura e dai dettati d'un rozzo senso comune, e ciò anche a stento. Liberato e accolto nel suo vascello dal capitano portoghese e trattato da lui con onestà, cortesia e ad un tempo con caritatevole amorevolezza, l'idea di gratitudine non mi passò nemmeno per la mente. Naufragato, ridotto ad ultima estremità, in pericolo d'annegarmi, quando fui gettato in quest'isola, io era lontanissimo dai ricordarmi le mie colpe e dal riguardare quanto avvenivami come un giudizio di Dio; non sapeva dir altro che: Son proprio un povero diavolo sfortunato e nato per essere sempre un miserabile!
Egli è vero che al primo toccar questa spiaggia, e quando vidi sommersi i miei compagni, unicamente me salvo, fui preso da una specie di estasi e da una certa espansione di anima, sentimenti che avrebbero potuto con l'assistenza di Dio condurmi a quelli della gratitudine; ma tutto finiva, com'era cominciato: in un'ebbrezza di gioia, in un'esultanza di esser vivo, disgiunta da ogni considerazione benchè menoma su la bontà segnalata della mano che mi aveva salvato e prescelto per camparmi dalla distruzione cui tutti gli altri miei compagni soggiacquero. Non pensai no ad esaminare per qual fine la providenza mi si fosse mostrata tanto misericordiosa; la mia gioia fu quella specie d'allegrezza comune a tutti gli uomini di mare che quando dopo un naufragio si vedono vivi sopra la spiaggia, non hanno miglior premura dell'annegarla entro un bowl di punch; poi dimenticano ogni cosa appena è passato il pericolo: tutta la mia vita era stata di questo tenore.
Ed anche in appresso, quando non potei essere insensibile all'evidente orridezza della mia posizione, di essere cioè gettato in sì spaventoso luogo fuori d'ogni consorzio del genere umano, senza speranza alcuna d'aiuto o prospettiva di riscatto, non appena vidi una probabilità di poter vivere e di non morire dalla fame, ogni sentimento di costernazione si dileguò dal mio animo; cominciai ad essere di più lieto umore dandomi ai lavori più adatti alla mia salvezza ed al mio mantenimento, e tenendo ad una buona distanza da me quel cruccio che dovea derivarmi dal riguardare il mio stato attuale siccome una giusta punizione del Cielo; oh! questi pensieri mi passavano per il capo ben rare volte.
Il germogliare improvviso del grano, di cui feci menzione nel mio giornale, produsse su le prime qualche picciolo effetto su l'animo mio, e cominciava ad eccitarvi sentimenti di un genere più solenne; ma ciò fin tanto che durò in me la persuasione di alcun che di miracoloso. Appena questa persuasione fu rimossa, si dileguò l'impressione ch'essa avea fatto nascere, come ho già notato. Lo stesso dicasi del tremuoto. Benchè non siavi cosa nè più terribile in sè stessa nè più immediatamente atta a volgere le umane menti verso quel potere invisibile che solo regola l'universo, pure appena ne fu la paura, se ne andò seco l'impressione ch'esso aveva eccitata su me. Io avea così poco sentimento di Dio e de' suoi giudizi, molto meno poi del venirmi dalla sua mano le mie tribolazioni d'allora, come se mi fossi trovato nella più prospera condizione di vita che si fosse potuta ideare.
Ma questa volta, quando caddi infermo e l'immagine delle calamità, della morte, venne grado grado a pormisi innanzi; quando i miei spiriti principiarono a sentirsi depressi sotto il peso di una gagliarda malattia, e la natura fu esausta dalla violenza della febbre, or sì la coscienza rimasta dormigliosa sì lungo tempo principiò a risvegliarsi; or sì rimproverai me medesimo di avere con la straordinaria perversità della trascorsa mia vita così evidentemente provocata la giustizia di Dio che mi puniva col sottomettermi ad angosce proporzionate soltanto ai miei falli. Furono queste le considerazioni che mi oppressero nel secondo e nel terzo giorno della mia infermità e che, nella violenza così della febbre come de' rimorsi della mia coscienza, mi trassero alcune parole di preghiera a Dio. Ma io non posso dire se queste preghiere fossero l'espressione del mio desiderio di guarire o della mia fiducia nell'ente pregato: erano desse piuttosto le voci della paura e dell'angoscia. Confusi erano i miei pensieri; grandi i rimorsi nella mia mente; e il ribrezzo destato dalla sola idea di morire in un sì miserabile stato mi facea salire tetri vapori al cervello. Nè in queste strette dell'anima io sapea quali cose profferisse la lingua: erano piuttosto esclamazioni del genere di queste: Signore, che miserabile creatura son io! Se vengo ad ammalarmi, morrò certo per mancanza di soccorsi, e che cosa sarà di me? Allora mi sgorgarono le lagrime dagli occhi, e credo poter affermare per un bel pezzo di tempo.
In questo mezzo mi tornarono alla memoria i buoni suggerimenti di mio padre e soprattutto quelle sue predizioni da me commemorate sul principio di questa storia: vale a dire che se mi fossi posto su questo pazzo cammino, Dio non mi avrebbe benedetto; che avrei avuto tutto il tempo di gemere per non avere ascoltati i consigli paterni quando non avrei alcuno che mi aiutasse a trovare un rimedio, uno scampo. “Ora, io diceva ad alta voce, i pronostici del mio caro padre si sono avverati; la giustizia di Dio mi ha colpito, e non ho veruno che mi aiuti o mi ascolti. Respinsi la voce della providenza che m'avea misericordiosamente posto in uno stato di vita ove sarei stato felice ed agiato; non volli mai nè vedere da me medesimo nè imparar dai miei genitori la felicità di un simile stato. Lasciai gli autori de' miei giorni nel cordoglio che costarono ad essi le mie follie; or son lasciato nel cordoglio che mi costano le conseguenze di esse. Io ricusai il loro aiuto, la loro assistenza, che m'avrebbero portato a buon fine nel mondo, ed appianate tutte le vie per arrivarvi; or mi tocca lottare contro a tribolazioni sì grandi, che la natura stessa mal regge a sopportarle; or mi vedo privo d'ogni assistenza, d'ogni conforto, d'ogni consiglio15”. In quel momento esclamai: “Signore, aiutatemi voi, perchè io sono abbandonato sopra la terra!” Fu questa la prima preghiera, se pure può chiamarsi tale, ch'io avessi pronunziato dopo il corso di lunghi anni. Ma torniamo al nostro giornale.
XX. Doppia guarigione.
28. Ristorato alcun poco dall'aver dormito, e cessata affatto la febbre, mi alzai, perchè, comunque grandi fossero il ribrezzo e l'atterrimento rimasti in me dopo il mio sogno, pensai che l'accesso della febbre sarebbe tornato il dì successivo e che per conseguenza mi conveniva apparecchiare alcun che per aiutarmi e sostenermi meglio quando più il male mi opprimerebbe. La mia prima operazione si fu d'empiere d'acqua un gran fiasco riquadro, che posi su la tavola in modo da arrivarci con la mano da starmene in letto. Per correggere la natura cruda e febbricosa di quell'acqua la mescolai col quarto circa di una foglietta di rum. Preso indi un pezzo di carne di capra, lo arrostii su le brage, ne mangiai per altro ben poco. In appresso feci un giro, ma breve, perchè spossato oltre modo e col cuore abbattuto così dal sentimento della miserabile mia condizione come dal timore della febbre ch'io m'aspettava alla domane. In quella sera la mia cena fu di tre uova di testuggine cucinate sotto la cenere, o come vengono dette, affogate; e fu questa la prima vivanda su cui, a mia ricordanza, avevo implorata la benedizione divina da che ero al mondo. Finita questa cena mi provai a fare una passeggiata, ma mi sentivo sì debole che potevo a stento portarmi meco il mio moschetto; che non sono mai andato attorno senza di esso. In conseguenza, fatto ben poco cammino, mi adagiai su l'erba contemplando il mare che, mite e placidissimo in quell'ora, mi stava rimpetto. Ecco allora quali pensieri mi si presentarono.
“Che cosa sono questo mare e questa terra di cui tanta parte ho veduta? Chi gli ha fatti? E che cosa son io e tutte l'altre creature, mansuete o selvagge, ragionevoli o irragionevoli? Chi ci ha fatti? Sicuramente siamo stati fatti da qualche segreto potere che ha fatto e la terra ed il mare e l'aria ed il firmamento. E chi è questi?”
Ne veniva come di naturale conseguenza: “È Dio che ha fatto tutto. Or bene (seguiva allor da presso l'altra conseguenza sterminatamente più ampia), se Dio e quegli che ha fatte tutte queste cose, egli è pur quegli che le guida e governa tutte, e tutte si riferiscono a lui; perchè chi aveva il potere di farle tutte dovea del certo avere anche l'altro di condurle e di reggerle; ciò posto, nulla accade nella vasta sfera delle opere sue senza saputa o disposizione di esso.
“E se nulla accade senza sua saputa, io continuava, egli sa ch'io sono qui e che mi trovo in questa deplorabile condizione; e se nulla accade senza disposizione di esso, egli ha adunque voluto tutto quanto or m'interviene”.
E poichè non mi occorreva alla mente alcuna idea che si opponesse all'esattezza delle precitate conseguenze, quella che vi rimase più fortemente si fu dell'essere stati necessariamente disposti da Dio tutti gli avvenimenti ai quali soggiacqui.
“Dunque, io diceva fra me, è il voler di Dio che mi ha condotto in queste sgraziatissime circostanze, perchè egli unicamente ha potestà non solo su me, ma su tutte le cose che succedono in questo mondo. E perchè, prestamente io soggiugneva, Dio ha fatto a me tutto questo? Che cosa ho fatto io per essere trattato in simil maniera?”
Ma quando io m'internava in sì fatta investigazione sentiva tali rimproveri della mia coscienza quali può meritarseli chi profferisce bestemmie; mi sembrò udire una voce che mi gridasse:
“Sciagurato! domandi ancora che cosa hai fatto? Vóltati indietro su la tua orribile dissipata vita e domanda a te medesimo che cosa non hai fatto! Domanda perchè non sei stato ben prima d'ora distrutto; perchè non rimanesti sommerso dinanzi al lido di Yarmouth, o ucciso nella zuffa quando il tuo vascello fu predato dal corsaro di Salè, o divorato dalle belve feroci in su la costa d'Africa, o annegato qui quando tutti i tuoi compagni rimasero preda dell'onde fuori di te? E chiedi che cos'hai fatto!”
Rimasi muto, atterrito da tali considerazioni contro alle quali non avrei saputo articolare una parola; no, nemmeno una parola e non aveva che rispondere a me medesimo. Levatomi in piedi, tutto avvilito e pensieroso, me ne tornai alla volta della mia abitazione. Quivi scalato giusta il consueto il mio muro di cinta, mi apparecchiavo per mettermi in letto, ma in quel turbamento mio di pensieri non sentendo alcuna voglia di dormire, mi posi a sedere su la mia scranna dopo avere accesa la mia lucerna perchè principiava a far molto scuro. Poi cominciando a darmi grande sgomento il pensiere del non lontano nuovo accesso di febbre, mi tornò alla memoria che gli abitanti del Brasile non usano per ogni sorta quasi di malattia d'altro rimedio fuor del loro tabacco. Io ne aveva in una delle mie casse un vaso di preparato ed una porzione di verde e non preparato.
Andai ad aprir questa cassa, guidato senza dubbio dal cielo, perchè vi trovai la medicina del mio corpo e della mia anima. Ne trassi la cosa per cui l'aveva aperta, cioè il tabacco; ed essendovi pure entro que' pochi libri ch'io m'era salvati, ne levai una delle bibbie da me commemorate dianzi e ch'io non aveva avuto il tempo, o diciam meglio, la voglia di leggere; poi e questa e il tabacco mi portai su la tavola. Come dovessi adoperare il tabacco è quanto io nol sapea, nè per vero dire sapeva nemmeno se sarebbe stato rimedio opportuno per la mia malattia. Pure lo sperimentai in varie guise, immaginandomi che in una maniera o nell'altra mi avrebbe giovato. E primieramente mi misi in bocca e masticai una delle sue foglie che in principio mi portò da vero grande sbalordimento al cervello trattandosi di tabacco verde, gagliardo ed al quale io non era gran che assuefatto. Un'altra picciola parte ne misi in infusione per un'ora o due in un poco di rum, prefiggendomi di berne una dose quando sarei per coricarmi; per ultimo ne bruciai altra porzione sopra un bragere tenendo il naso sul suo fumo tanto tempo quanto me lo permisero il calore e la paura di rimanere soffocato.
Durante questa operazione io prendeva in mano la bibbia che mi feci a leggere; ma la mia testa era troppo disturbata dal fumo del tabacco perchè potessi reggere ad una lettura, almeno seguìta. Solamente avendo aperto a caso il volume, m'abbattei tosto in queste parole: Chiamami nel giorno dell'angoscia, ed io ti aiuterò e mi glorificherai: parole adattissime al caso mio e che mi fecero, se vogliamo, impressione nel leggerle, ma non tanta quanta in appresso. Le parole Ti libererò in quel momento non aveano, per così esprimermi, un significato per me: nel mio modo d'intenderla, la mia liberazione appariva una cosa si lontana da ogni probabilità che potevo dire come il popolo d'Israele quando nel deserto gli fu promessa carne da mangiare: Può egli Dio apparecchiarci una mensa qui? Incominciai anch'io a dire: Può egli Iddio liberarmi da questo luogo? E poichè sol dopo anni splendè qualche speranza di tal genere di liberazione, questa idea d'impossibilità prevalse frequentemente su i miei pensieri; ciò non ostante le parole della bibbia non mancavano di produrre in me una forte impressione, onde tornai spesse volte a pensarci sopra.
L'ora era tarda e il fumo del tabacco, siccome dissi, mi aveva fatto girare tanto la testa che mi sentiva in molta disposizione di dormire. Lasciai quindi la mia lucerna accesa entro la grotta pel caso di qualche bisogno che mi sopravvenisse nella notte, indi andai a mettermi in letto. Ma prima di coricarmi feci una cosa che non avevo mai fatta in mia vita: m'inginocchiai a pregar Dio, affinchè mi mantenesse la promessa fattami di liberarmi, semprechè fossi ricorso a lui nel giorno della mia angoscia. Finita questa interrotta ed imperfetta preghiera, bevetti il rum entro cui aveva messo in infusione il tabacco: bevanda trovata da me sì fiera e nauseosa che potei a grande stento inghiottirla; poi mi stesi sul letto. Sentii tosto i fumi del rum andarmi con una tremenda violenza alla testa; ma non andò guari che profondamente m'addormentai, nè mi svegliai se non al declinar del sole: secondo i miei computi a tre ore dopo il mezzogiorno. Ma erano queste le tre ore del dì successivo, o avevo io dormito tutta una notte e tutto il giorno e l'altra notte seguente? Propendo a credere così; altrimenti non saprei spiegare a me stesso in qual maniera nel mio computo dei giorni della settimana ne avessi perduto uno, siccome dovetti accorgermene alcuni anni dopo; perchè se avessi perduto un giorno per avere tagliata e ritagliata la stessa linea o tacca, il giorno perduto non sarebbe stato uno solamente16. Il fatto è che perdei un giorno nel mio conto, nè ho mai saputo veramente in che modo. Sia poi stato in una maniera o nell'altra, quando mi svegliai, mi sentii grandemente ristorato e i miei spiriti erano più vivaci e contenti. Alzatomi, trovai migliorate le mie forze ed anche il mio stomaco perchè avevo fame. In somma non ebbi accesso di febbre nella giornata, e le variazioni a mano a mano furono sempre in meglio. Questo miglioramento apparve nel giorno 29.
30. Fu questo, secondo la regola dell'intermittenza, il mio giorno buono, onde andai attorno col mio moschetto, procurando per altro di non far troppo cammino. Uccisi due uccelli di mare, somiglianti alcun poco ad oche salvatiche; me li portai a casa, ma non ebbi fretta di cibarmene onde mangiai solamente non so quante uova di testuggine che trovai eccellenti. La sera rinnovai la mia medicina che supposi avermi giovato il dì innanzi, quella cioè del tabacco in infusione; solamente non ne presi tanto quanto l'altra volta, nè masticai veruna foglia di esso o tenni la mia testa sopra il suo fumo.
1. luglio. Per dir vero in questo giorno non mi sentii tanto bene quanto avrei sperato perchè ebbi un piccolo accesso di freddo, ma non fu gran cosa.
2. Reiterai la mia medicina in tutte tre le maniere che aveva praticate prima, ma quanto al tabacco in infusione ne raddoppiai la dose.
3. l'accesso febbrile non comparve nè oggi nè più, benchè tardassi alcune settimane prima di ricuperare le mie forze interamente. Intanto ch'io andava riguadagnandole, i miei pensieri correvano incessantemente su quel tratto di scrittura: Ti libererò, mentre l'impossibilità della mia liberazione mi stava si fitta nell'animo che troncava ogni mia speranza di ottenerla giammai. Pure intantochè io stava scoraggiandomi con questi pensieri, un altro me ne occorse alla mente. “Tu ti fisi tanto, io dicevo a me stesso, su la tua liberazione dalla principale delle disgrazie che non fai caso dell'altra ottenuta poc'anzi”. Allora principiai a farmi una interrogazione di natura diversa: “Non sei tu stato liberato, ed anche in guisa prodigiosa, dalla tua malattia, dalla più disastrosa condizione in cui ti potessi trovare e che ti dava tanto spavento? hai tu mostrato nemmeno d'accorgertene? Hai tu fatta la parte tua? Dio ti ha ben liberato, ma tu non lo hai glorificato, perchè non hai riguardato ciò come una liberazione. Non hai nemmeno pensato a mostrarne un sentimento di gratitudine. Come vuoi tu aspettarti una liberazione più grande?” Questa idea mi toccò fortemente il cuore e mi prostrai a ringraziar Dio perchè m'avea liberato dalla mia malattia.
4. Nella mattina di questo giorno, dato mano alla bibbia e incominciando dal Nuovo Testamento, impresi a leggerla seriamente e prescrivendo a me medesimo l'obbligo di meditarne un buon tratto ciascuna sera e ciascuna mattina: ciò senza limitarmi a numero di capitoli, ma tanto a lungo quanto lo esigevano le considerazioni ch'io era in dovere di fare. Non passò molto tempo, dopo essermi io accinto a questo studio, che sentii il mio cuore più profondamente e sinceramente compreso della perversità del mio vivere passato. Si rinnovava in esso l'impressione del mio sogno e le parole: Dopo aver veduto tutto ciò che hai veduto, non ti sei ridotto a penitenza! seriamente agitavano le mie idee. Io pensava ansiosamente a pregar Dio che mi desse il dono di un vero pentimento, quando la providenza mi condusse in quel medesimo giorno ad incontrarmi leggendo la santa scrittura in quelle parole: Egli è esaltato siccome principe e salvatore perchè concede ravvedimento e perdono. Messo giù il sacro volume, con le mani e il cuore sollevati al cielo, in una specie d'estasi di gioia, esclamai ad alta voce: “Gesù, tu figlio di Davide! Gesù, tu esaltato principe e salvatore, tu dammi ravvedimento!” Fu questa la prima volta in tutta la vita mia che potei dire, nel vero significato della parola, di avere pregato il Signore; perchè tal mia preghiera fu fatta con sentimento del mio stato, con una vera speranza evangelica fondata su l'incoraggiamento venutomi dalla parola di Dio. D'allora in poi posso dire d'aver cominciato a sentire in me la fiducia che Dio m'ascolterebbe.
Ora sì principiai a spiegare nel vero loro senso le parole dianzi commemorate: Chiamami, ed io ti libererò: senso ben diverso da quello ch'io aveva attribuito loro in addietro. In quel tempo non era in me idea d'altre cose cui si potesse dar nome di liberazione fuor dell'essere io liberato dalla mia cattività; perchè, se bene io mi trovassi in un luogo ampio, quest'isola era del certo una prigione per me, nel più tristo significato di tale parola. Ma adesso imparai a ravvisare sotto un altro aspetto le cose. Volsi addietro lo sguardo alla mia passata condotta con tanto orrore, le mie colpe mi apparvero sì spaventose, che la mia anima non seppe più domandare altra cosa a Dio se non la liberazione dal peso dei peccali che la privavano d'ogni conforto. Chè quanto al vivere in solitudine, ciò era un nulla; non pensai nemmeno a pregar Dio per esserne liberato o a fermarmi su tal desiderio; tutto era di nessuna importanza a confronto dell'altra liberazione. E aggiungo questo episodio alla mia storia per indicare a chiunque la leggerà che, ogni qual volta l'uomo arrivi a scoprire il vero senso delle cose, ravviserà nella liberazione dalla colpa una beatitudine infinitamente maggiore dell'essere liberato da qualsivoglia cordoglio. Ma si lasci questo punto per tornare al mio giornale.
XXI. Nuovi ricolti e produzioni dell'isola.
Cominciava ora la mia condizione ad essere, benchè non meno sfortunata pel tenore di vita a cui mi vedevo costretto, più facile in mia sentenza a tollerarsi. Più che con la costante lettura delle sacre carte e con l'abitudine di pregar Dio volsi i miei pensieri ad oggetti di più alta natura, trovai entro me stesso una copia di conforti de' quali finora io non aveva avuto la menoma idea. Tornatemi ancora la mia salute e le mie forze, diedi opera a procurarmi ciascuna delle cose ond'io difettava ed a regolare il corso del mio vivere quanto meglio per me si poteva.
Dal 4 al 14. Armato sempre del mio moschetto, impiegai questo intervallo a far le mie passeggiate, ma adagio e com'uomo che andava ricuperando a poco a poco e dopo una severa malattia le sue forze; chè è difficile l'immaginarsi quanto queste fossero depresse ed a qual debolezza io fossi ridotto. Il metodo ch'io aveva usato per guarire era nuovo del tutto, nè forse fu mai praticato dianzi per curare una febbre; nè da vero consiglierò ad alcuno il metterlo in opera dietro al mio esperimento; perchè se bene un tal rimedio mi liberasse dall'accesso febbrile, contribuì non so dir quanto a debilitarmi, oltre all'aver portate ne' miei muscoli e nervi frequenti convulsioni che mi durarono per qualche tempo. In questa occasione imparai un'altra avvertenza; vale a dire come l'andare attorno nelle stagioni piovose fosse la cosa più pericolosa che immaginar si potesse: specialmente se queste piogge andavano accompagnate da temporali e turbini, come è quasi sempre di quelle che cadono ne' mesi asciutti. Trovai di fatto esser queste assai più nocive delle altre che vengono in settembre e in ottobre.
Erano già più di dieci mesi da che io rimaneva in quest'isola malaugurosa, ove sembrava che ogni speranza di uscirne mi fosse tolta ed ove io credea fermamente che nessun essere umano avesse mai posto piede. Dopo avere assicurata pienamente, a mio avviso, la mia abitazione, nacque in me il desiderio di fare una più ampia investigazione dell'isola per discoprire quali altre produzioni da me ignorate finora vi si contenessero.
15. In questo giorno cominciò la mia indagine. Portatomi primieramente alla calanca ove, come ho già accennato, condussi le mie zattere alla spiaggia, m'accorsi, dopo aver camminato due miglia al di sopra di essa che la marea non andava alta di più. Trovai quivi unicamente un ruscelletto d'acqua corrente, dolce e buonissima; ma correndo la stagione asciutta era cosa difficile lo scoprire acqua in veruna parte di esso, o almeno in guisa sensibile. Dalla riva di quel fiumicello notai molte piacevoli praterie o savanne17, tutte uniformi e di bell'erba coperte. Nelle parti più alte di esse in vicinanza delle montagne (ove, come ognuno può immaginarsi non correva mai l'acqua) rinvenni una grande copia di tabacco i cui verdi gagliardi steli crescevano ad una notabile altezza, poi diverse altre piante ch'io non conosceva e delle quali io non sapeva le proprietà, benchè forse avessero virtù loro proprie ignorate da me.
Andai in cerca della radice di cassava, onde gl'Indiani nella generalità di questo clima formano pane, ma non mi riuscì di trovarne. Vidi grandi piante d'aloè di cui parimente ignoravo le proprietà e parecchie canne di zucchero ma salvatiche, e per mancanza di coltivazione imperfette. Contento per ora a queste scoperte, tornai addietro pensando fra me stesso qual metodo potrei adoperare per conoscere le virtù e prerogative d'ogni frutto e pianta che mi venisse fatto scoprire; ma ciò senza venire a nessuna conclusione, perchè in sostanza io aveva fatte sì scarse osservazioni quando ero nel Brasile che conosceva ben poco delle piante de' campi, o almeno il poco ch'io ne aveva imparato non poteva essermi d'alcun vantaggio nelle mie angustie presenti.
Dal 16 al 18. Nel successivo giorno tenni la stessa via dell'antecedente, ma portandomi un poco più innanzi ove trovai che il ruscello e le praterie cominciando a mancare davano luogo ad una campagna più boscosa di prima. Quivi trovai diversi frutti e particolarmente grande abbondanza di poponi sul terreno e di grappoli d'uva su gli alberi. Su questi di fatto si estendeano le viti, e i copiosi loro racimoli erano in istato di perfetta maturità. Fu questa una sorprendente scoperta che mi empiè di giubilo, benchè andassi assai cauto nel profittarne. L'esperienza mi aveva insegnato a mangiarne parcamente, ricordandomi tuttora come, allorchè mi trovai su le spiagge di Barbaria, il cibarsi d'uva fosse cagione di morte a molti de' nostri Inglesi schiavi colà e per effetto dell'uve stesse colpiti da flussi e da febbre. Immaginai ciò non ostante un eccellente modo di avvantaggiarmi di tali grappoli. Consistea questo nel prepararli e seccarli al sole, conservandoli come si conservano le uve secche; pensai che sarebbero per me sane e gradevoli, come lo furono a mangiarne quando non si poteva averne di fresche.
Passata quivi tutta la sera, non tornai addietro alla mia abitazione: prima notte ch'io passassi fuori di casa. All'imbrunire m'attenni alla mia prima invenzione guadagnando la cima d'un albero, ove dormii molto bene; indi nella successiva mattina procedei innanzi nella mia scoperta, camminando circa per quattro miglia (come potei argomentarlo dalla lunghezza della valle ) vôlto sempre a tramontana e circondato da una catena di monti così a destra come a sinistra.
Al termine di questo cammino giunsi ad un aperto ove parea che la campagna declinasse verso ponente, mentre una piccola sorgente d'acqua dolce che sgorgava dal lato della montagna postami a fianco scorreva nell'opposta dirittura, cioè verso levante. Questo tratto di paese mi apparve ventilato da un'aria sì temperata, sì florido e rigoglioso, ogni cosa di esso in uno stato di sì costante verdura, di tal fioritura da primavera, che per poco non mi credei trasportato in un giardino artifiziale.
Sceso alcun poco lungo la pendice di questa valle sì deliziosa, la contemplai con una specie di segreta contentezza, non disgiunta ciò non ostante da altri molesti pensieri. Ma il pensier primo si fa che tutto questo era di mia piena proprietà; ch'io mi trovava re e signore assoluto di tutto quel paese con ampio diritto di possederlo e che, se avessi potuto trasportarlo, avrei anche potuto ergerlo in maggiorasco con tutta l'autorità compartita in ordine a ciò ad ogni lord possessore di una signoria nell'Inghilterra. Vi scopersi copia d'alberi di coco, aranci, limoni, cedri, ma tutti salvatici e ben pochi fruttiferi, almeno in allora. Pure i limoni verdi da me côlti erano non solamente buoni al palato, ma sanissimi; onde in appresso, spremuto il loro sugo nell'acqua, ne composi una bevanda salubre e oltremodo fresca e refrigerante.
Capii allora che avrei avute faccende abbastanza nell'adunare e portarmi a casa tutto questo ricolto; risolvei pertanto di adunare una provvigione così di grappoli d'uva come di limoni, per esserne fornito all'uopo nell'umida stagione ch'io sapeva esser vicina. Per conseguenza disposi un grande strato di grappoli in un luogo, un minore in un altro; ed in un altro una grande quantità di limoni e di poponi. Indi toltimi con me pochi d'ognuno di tali frutti, m'avviai verso casa coll'intenzione di tornare qui un'altra volta portando meco un sacco o quel mezzo di trasporto che potrei procurarmi per condurmi a casa quanto allora era da levarsi di lì. A norma di ciò, dopo avere impiegati tre giorni in questo viaggio me ne venni a casa (chè d'ora in poi chiamerò così la mia tenda e la mia grotta); ma prima ch'io arrivassi, i grappoli d'uva erano andati a male; l'abbondanza de' grani e il peso del sugo gli aveva infranti e stritolati si fattamente che non furono buoni da nulla o ben da poco; quanto ai limoni, li trovai intatti, ma aveva potuto portarne meco sol pochi.
19. M'avvicinai verso il luogo stesso dopo avermi fatti due sacchi per trasportare a casa il mio ricolto; ma rimasi sorpreso allorchè arrivando vidi il mio strato di grappoli sì abbondanti e belli quando li colsi, tutti sparpagliati, gualciti, trascinati un qua un là, gran copia di essi addentati o mangiati; d'onde conchiusi esservi in que' dintorni alcuni grossi viventi di selvaggia natura che soli potevano aver fatto ciò, ma che razza di viventi fossero io non sapeva immaginarmelo. Vidi pertanto che non vi era il caso nè di stendere strati d'uva sol terreno per seccarla, nè di portarne via i grappoli entro un sacco. Non la prima cosa, perchè la mia provisione sarebbe stata distrutta come lo fu l'altra; non la seconda perchè l'uva si gualcirebbe entro il sacco. M'applicai ad un altro espediente; raccosi cioè una grande quantità di grappoli attaccandoli ai rami degli alberi e lasciandoli ivi tanto che si stagionassero e seccassero al sole. Circa ai limoni, ne portai via tutto quel numero sotto il cui peso fui buono a reggere.
XXII. Casa sul lido e casa di villeggiatura.
Tornato dal mio viaggio e postomi a meditare con grande soddisfazione su la fertilità della scoperta valle e su l'amenità della sua situazione, più riparata in oltre dall'impeto de' turbini e copiosa d'acqua dolce e di legna, dovetti conchiuderne che da vero io era venuto a stanziarmi nella più trista parte di tutta quell'isola; per le quali considerazioni io cominciava già a divisare di abbandonare l'alloggiamento scelto da prima e metterne uno, ben difeso siccome questo, se pure fosse stato possibile, in quella fertile amenissima parte di paese.
Su questo disegno spaziai a lungo con la mia mente, perchè per qualche tempo rimasi innamorato di quella bellezza di situazione per dir vero seducentissima, ma guardandoci più da vicino osservai come ora mi trovassi proprio su la riva del mare, ove non era per lo meno impossibile che succedesse alcun che di vantaggioso per me. Di fatto quella stessa mala sorte che qui mi spinse avrebbe potuto condurci a sua volta qualch'altro sgraziato; e ancorchè ci fosse poca probabilità che ciò avvenisse, l'andarmi a rinserrare fra boschi e montagne nel centro dell'isola era un confermare la mia cattività e un rendere non solo improbabile, ma impossibile il riscattarmene; laonde decisi di non dovere risolutamente sloggiare dal luogo ove allora io mi trovava. Ciò non ostante io era sì invaghito dell'altro che ci passai gran parte del mio tempo in tutto il rimanente del mese di luglio e, se bene fermo nella determinazione già presa di non rimovermi dal primo alloggiamento, mi costrussi nella valle una specie di piccolo frascato che circondai all'intorno della sua trincea di difesa, cioè d'una doppia palizzata alta quanto potei e colma di sterpame nell'intervallo dei due steccati. Entro questo io dormiva con tutta sicurezza le due, le tre notti di seguito, nè vi entravo se non superando con una scala da ritirare in dentro la palizzata, come facevo nella mia antica abitazione: con ciò io m'immaginai di essere venuto ad avere due case, l'una sul lido, l'altra di villeggiatura. Questa nuova costruzione mi tenne in faccende sino al principio del nuovo mese.
Agosto. Terminata ora la mia nuova fortificazione, cominciavo a godere del frutto dei miei sudori, quando le piogge sopravvenute mi costrinsero a rannicchiarmi nella casa vecchia; perchè, se bene nella casa nuova, come nell'altra, mi avessi fatta una tenda con un pezzo di vela, io non ci avea ciò non ostante la protezione del monte contro ai temporali, nè la grotta entro cui rintanarmi ne' casi di piogge più che ordinarie.
1. Col principio di questo mese, come dissi, avevo finito il mio frascato, nè pensavo omai che a godere di tutti questi miei comodi.
3. Oggi trovai secchi a perfezione i grappoli d'uva che avevo appiccati alle piante, eccellentemente soleggiati ed ottimi da vero al gusto. Mi diedi pertanto a spiccarli dagli alberi, e buon per me l'aver fatto così; altrimenti le piogge che sopraggiunsero me gli avrebbero mandati a male e con essi la migliore mia provvigione del verno, perchè nè ebbi una scorta di dugento grappoli. Appena tolti giù, ne portai una gran parte alla casa vecchia entro la mia grotta; ma principiò dal più al meno ogni giorno a piovere (ciò fu ai 14 agosto) sino alla metà di ottobre; e alle volte con tanta violenza che per parecchi giorni non ho potuto fare un passo fuori della mia grotta.
In questa stagione ebbi la sorpresa di vedermi cresciuto in famiglia. Io aveva avuto tempo prima il dispiacere di perdere una gatta fuggitami di casa o forse morta, come allora pensai. Non me ne ricordavo più, quando a mio grande stupore me la vidi tornare a casa con tre gattini: avvenimento tanto più sorprendente per me perchè, se bene sul finire d'agosto avessi ammazzato un gatto salvatico, com'io lo chiamava, mi sembrò per altro d'una specie affatto diversa dai gatti europei. Or questi gattini apparivano affatto spettanti alla razza de' nostri gatti domestici; e d'altronde i miei due gatti erano femmine entrambi, onde non ci capivo nulla. Certo è che poco appresso in vece di avere tre gatti mi trovai sì infestato da una popolazione di tali bestie, che fui costretto a sterminarle, come avrei fatto di cimici o di scorpioni e a tenermele lontane da casa più che potei.
Dal 14 al 26 agosto non fece altro che piovere, onde non potevo quasi affatto movermi di casa, chè ero divenuto paurosissimo di prendere l'umido. Durante questa prigionia principiai a trovarmi alle strette nelle mie vettovaglie; ma arrischiatomi un paio di volte ad uscire, la prima ammazzai una capra, la seconda, ai 26 dello stesso mese, presi una grande testuggine di mare che fu una lautezza per me. I miei pasti erano ora regolati come segue: un grappolo d'uva secca per la mia colezione; pel mio pranzo un pezzo di capra o di testuggine arrostita, chè sfortunatamente non aveva alcun recipiente entro cui preparare veruna sorta di lesso o stufato; due o tre uova di testuggine per la mia cena.
Nel tempo parimente di tal prigionia cui la pioggia mi costringea, impiegai due o tre ore di ciascun giorno nell'allargare la mia grotta. In un fianco di questa scavai tanto che venni a riuscire del monte e ad aprirmi una porta posta fuori della mia trincea per la quale poteva entrare e venir fuora a mio talento. Pure non mi trovai troppo contento di essermi messo così allo scoperto, perchè di riparato come io viveva in una perfetta chiusura, adesso al contrario io mi trovava più indifeso. Ad ogni modo non sapevo persuadermi che in quest'isola vi fossero viventi da far paura; i più grossi che avessi veduti erano capre.
30 settembre. Eccomi ora arrivato all'infausto anniversario del mio tristo approdare in quest'isola. Contate le tacche del mio stipite, vi trovai di esser rimaso trecento sessantacinque giorni. Distinsi questo giorno con un solenne digiuno, dedicandolo unicamente ad esercizi di pietà, prosternandomi a terra con la più sincera umiliazione, confessando a Dio le mie colpe, riconoscendo la giustizia de' suoi giudizi adempiutisi sopra di me, e pregandolo ad usarmi misericordia pei meriti di Gesù Cristo. Non avendo preso alcuna sorta di refezione per dodici ore, solo al tramontare del giorno mangiai un pezzetto di biscotto ed un grappolo d'uva secca, terminando la mia giornata come l'aveva incominciata. In tutto questo tempo erano state trascurate da me le domeniche, perchè, priva su le prime d'ogni sentimento di religione la mente mia, io non facea nissuna differenza tra un giorno e l'altro della settimana. Ma ora tornai a tenere il registro dei giorni, siccome avevo divisato su le prime, e partendo dal principio di essere rimasto qui un anno, lo divisi in settimane, notando con un segno suo proprio ogni settimo giorno, cioè ogni domenica; benchè trovai in fin del conto di aver perduto uno o due giorni nel mio calcolo. Poco appresso, essendo cominciato a mancarmi l'inchiostro, m'adattai a valermene con maggiore risparmio, ed a notare soltanto gli avvenimenti più memorabili della mia vita senza continuare un giornale espressamente per l'altre cose.
XXIII. Seminagione ed altri casalinghi lavori.
Imparato ora a conoscere la vicenda regolare delle stagioni piovose ed asciutte, mi diedi a farne un riparto proporzionato ai bisogni di provvedere alla mia sussistenza. Ma mi costò caro il giungere a questo intento, e quanto mi apparecchio ora a riferire darà a conoscere uno dei più scoraggianti esperimenti ch'io m'abbia mai fatti.
Ho di già narrato come io mettessi in serbo le poche spighe d'orzo e di riso che in guisa tanto maravigliosa io aveva vedute nascere da sè medesime, come lo credei da principio: credo fossero all'incirca trenta quelle del riso e venti l'altre dell'orzo. Ora cessate le piogge, e il sole nascente stando alla massima distanza da me nella sua posizione meridionale, credei questo essere il tempo opportuno per la mia seminagione. Conseguentemente lavorai meglio che potei con la mia vanga di legno un pezzo di terra che divisi in due parti per seminarvi il mio grano. Nel far ciò mi venne a caso l'idea di non seminarlo tutto in una volta, perchè non era ancora ben sicuro che quella fosse l'adatta stagione. Commisi dunque al terreno due terzi di semina così d'un grano come dell'altro, tenendone addietro per maggior cautela una porzioncella di ciascheduna sorta.
Fu un grande conforto per me l'essermi regolato in questa maniera. Non uno dei grani che seminai allora venne a buon fine; perchè essendo succeduto alla mia seminagione un mese asciutto, nè la terra avendo ricevuto dalle piogge verun ammollimento che aiutasse il germoglio del seme, esso non produsse nulla finchè non tornò la stagione umida, che allora buttò come se fosse stato seminato di fresco. Poichè m'accorsi che la mia prima semina non germogliava, subitamente immaginai che ciò era effetto dell'aridità. Cercai quindi un pezzo di terreno più umido per farvi una seconda prova; e rinvenutolo in vicinanza del mio nuovo frascato, lo vangai affidandogli altra parte della mia semina in febbraio, un poco prima dell'equinozio di primavera. Questa, dopo essersi imbevuta delle piogge di marzo e d'aprile, spuntò bellamente e mi diede un eccellente ricolto; ma non avendone seminata che poca porzione, perchè non ardii privarmi di tutto il grano che aveva, non ne cavai in fin dei conti se non una piccola quantità, perchè tutta la mia messe non ammontava a più di un mezzo moggio per ciascuna sorta. Nondimeno, grazie a questo esperimento, m'impossessai della mia materia, e giunsi a conoscere esattamente quale fosse il tempo opportuno alla seminagione; come pure venni a sapere ch'io poteva calcolare sopra due seminagioni e due ricolti a ciascun anno.
Intantochè il mio grano andava crescendo feci una piccola scoperta che mi fu in appresso di molta utilità. Appena cessate le piogge e cominciato a stabilirsi il buon tempo, il che accadde all'incirca nel mese di novembre, feci una gita alla mia villeggiatura ove, benchè non vi fossi stato da alcuni mesi, trovai tutte le cose nell'ordine in cui le avevo lasciate. Il cancello o doppio steccato che le avevo messo all'intorno non solamente si trovava fermo ed intatto, ma i pali che erano stati recisi da alcuni alberi di quelle vicinanze, aveano buttato lunghi rami, e tanti quanti ne mettono i nostri comuni salci nel primo anno dopo essere stati tagliati a corona: non saprei dire come si chiamassero gli alberi donde questi pali furono tolti. Rimasi sorpreso, e da vero gratamente, al vedere cresciute queste giovani piante; le potai lasciandole crescere ad una certa uguaglianza per quanto potei. È appena credibile la bella comparsa ch'esse fecero in capo a tre anni; in guisa che, se bene la palizzata formasse un cerchio di circa venticinque braccia di diametro, pure i miei alberi (che così dall'ora in poi poteva chiamarli) copersero presto tutto il frascato, e formarono una compiuta ombra, bastante ad alloggiarvi sotto per tutta la stagione asciutta.
Ciò fece che mi risolvessi a tagliare un maggior numero di simili pali, e a fabbricarmi una palizzata eguale nel semicircolo posto intorno alla trincea della mia prima abitazione; e questo eseguii piantando tali alberi o pali in un doppio filare distante all'incirca otto braccia dalla mia prima fortezza; essi crebbero prontamente, procurando su le prime un bellissimo frascato all'antica mia casa e divenendomi di un'utile difesa in appresso, come farò vedere a sua tempo.
Trovai allora che le stagioni dell'anno poteano generalmente venir divise, non in verno e state come nell'Europa, ma in stagioni piovose ed asciutte, che generalmente erano queste.
Metà di febbraio
Marzo
Prima metà di aprile
Stagione piovosa, essendo in questo tempo il sole o nell'equinozio o prossimo ad esso.
Seconda metà di aprile
Maggio
Giugno
Luglio
Prima metà di agosto
Asciutta, essendo il sole a settentrione della linea.
Ultima metà di agosto
Settembre
Prima metà di ottobre
Piovosa, il sole retrocedendo dalla linea.
Seconda metà di ottobre
Novembre
Decembre
Gennaio
Prima metà di febbraio
Asciutta, il sole essendo a mezzogiorno della linea.
Le stagioni piovose duravano talvolta più, talvolta meno secondo la parte donde soffiava il vento.
Dopo avere esperimentate le triste conseguenze dell'andare attorno quando piovea, ebbi la previdenza di far tali anticipate proviste che ne' tempi cattivi mi salvassero da questo bisogno; poi me ne rimaneva in casa il più ch'io poteva durante i mesi delle piogge. Non mi lasciai mancar lavoro in questo intervallo, che mi tornò anzi giovevole assai, perchè mi diede campo a procurarmi parecchie di quelle cose che mi sarebbe stato impossibile il conseguire senza molto dispendio di applicazione e di continuata fatica. Soprattutto io avea tentate molte prove per fabbricarmi un canestro; ma tutti i rami ch'io potea procacciarmi a tale effetto erano sì fragili che non mi servivano a nulla. Certo io sentiva allora il vantaggio di essermi dilettato nei giorni di mia fanciullezza a passar le ore nella bottega di un fabbricatore di tali mercanzie che dimorava nella stessa città ove viveva mio padre: era in quei giorni, come sono in generate tutti i ragazzi, e uficiosissimo nel prestargli servigio e attentissimo all'andamento del suo lavoro, cui diedi più volte una mano. Io avea pertanto una perfetta conoscenza degl'ingegni da operarsi per tale manifattura, ma non mi mancava poco mancandomi i materiali. Stava affliggendomi di ciò, quando mi venne in mente che gli alberi adoperati per averne i pali or crescenti della mia palizzata, avrebbero dovuto essere tigliosi quanto i salci ed i vimini dell'Inghilterra. Risoluto di farne l'esperimento finchè i giorni erano asciutti, mi trasferii nel dì successivo a quella ch'io chiamava mia casa di villeggiatura, ove tagliati alcuni ramuscelli di tali alberi, li trovai perfettamente al mio caso. Laonde nel giorno appresso tornato quivi con un'accetta, ne tagliai una grande quantità che non durai fatica a rinvenire, perchè ve ne avea grande copia. Fattili seccare entro la mia palizzata, li trasportai indi alla mia grotta, ed impiegai la stagione seguente nel fabbricarmi parecchi canestri ad uso sia di trasportare or terra da un luogo all'altro or provvigioni a casa, sia di conservar queste. Non dirò che fossero estremamente eleganti, ma servivano al proposito per cui me gli ero fatti. D'allora in poi procurai sempre d'averne una scorta, e quando i primi cominciavano ad essere logori, me ne facevo degli altri; principalmente ne fabbricai di ben profondi, perchè mi facessero vece di sacca, entro cui mettere il mio grano quando giugnessi ad averne un abbondante ricolto.
Vinta questa difficoltà, mi diedi a fantasticare se vi fosse via di provedermi d'altre due cose che mi mancavano. Primieramente io non avea vasi per contenervi i liquidi fuor di due bariletti quasi affatto colmi di rum, d'alcuni fiaschi di vetro di comune grandezza ed altri riquadri per liquori; ma non una sola pentola per bollirvi entro qual si fosse cosa, se si eccettui una grande caldaia ch'io salvai dal vascello naufragato, ma troppo spaziosa per l'uso ch'io mi prefiggea, di farmi cioè il brodo o di cucinarvi entro uno stufato. Altra cosa che avrei grandemente desiderata si era una pipa da tabacco; ma questa mi era impossibile farmela, benchè finalmente trovassi uno stratagemma per supplire anche a tale bisogno. Tutta la state o sia la stagione asciutta fu da me impiegata nell'innalzare il mio secondo steccato di pali, ed anche nel fabbricarmi canestri, quando una seconda fazione mi portò via più tempo di quanto si potesse immaginare ch'io ne avessi d'avanzo.
XXIV. Pellegrinaggio nell'isola.
Dissi dianzi come fosse grande in me la voglia di vedere tutta quanta l'isola, e come mi fossi trasferito lungo il ruscello fermandomi laddove stabilii la mia casa di villa, donde io aveva un cammino aperto sino al mare dall'altra parte. A questa parte io risolvei ora di trasferirmi. Preso pertanto meco il mio moschetto, un'accetta, il mio cane ed una maggior quantità di polvere e di pallini, proveduta la mia bisaccia di biscotto e d'uva appassita, cominciai il mio pellegrinaggio. Passata la valle ove stava il mio frascato, arrivai a vista del mare a ponente, e facendo una giornata oltre ogni dire serena, scopersi perfettamente una terra: se isola o continente non potei conoscerlo, ma altissima ed estesa in un'assai grande lontananza da ponente al west-sud-west (ponente-libeccio), non meno di quindici a venti leghe secondo le mie congetture.
Io non potea determinare a qual paese del mondo quella terra appartenesse; sol non dubitavo che non fosse una parte dell'America e, secondo i raziocini che istituii, vicina ai dominii spagnuoli. Ma poteva anch'essere tutta quanta abitata da selvaggi, e tale che se vi fossi sbarcato, mi sarei veduto a peggior partito che non lo ero adesso. Mi rassegnai quindi con tranquillo animo alle disposizioni della Providenza ch'io cominciava ora a confessare, ravvisando com'ella ordinasse per il meglio tutte le cose. In questa considerazione dunque acchetai la mia mente senza angustiarmi con inutili voti per trovarmi colà.
Oltrechè, ragionando più a mente fredda, pensai che, se quella terra fosse stata una costa spagnuola, certamente avrei veduto, una volta o l'altra, passare o ripassare qualche vascello di quella nazione; se no, essa era senza dubbio quella costa inospite situata fra i possedimenti spagnuoli e il Brasile, i cui abitanti sono la peggior razza di tutti i selvaggi; perchè, cannibali o divoratori d'uomini, certamente non si stanno dall'uccidere e dal mangiare gl'infelici naviganti che cadono nelle loro mani.
Nel far queste considerazioni io procedeva innanzi a piccole giornate, e trovai come questa parte d'isola ov'ero allora fosse più dilettevole di lunga mano che quella della mia residenza: campi aperti, o savanne, ricchi di fiori, di praterie e di bellissime piante. Veduta quivi una grande quantità di pappagalli, m'invogliai di prenderne uno per addimesticarlo se mi fosse stato possibile, ed insegnargli a parlarmi. Mi riuscì di fatto, non per altro senza qualche fatica, di farne con un bastone stramazzare un novello, che fui presto a cogliere, e mi portai a casa; ma ci vollero alcuni anni prima che potessi farlo parlare; pur finalmente giunsi a tanto che profferì famigliarmente il mio nome. L'accidente occorsomi al proposito di esso, benchè di lieve conto, non sarà privo di vezzo quando verrà il momento di raccontarlo.
Di questo mio viaggio fui soddisfatto oltre ogni dire. Trovai nelle terre basse e volpi e lepri, almeno così le giudicai; tanto diverse per altro da tutte le solite in cui m'era altrove abbattuto, che, se bene ne uccidessi molte, non seppi risolvermi ad assaggiarne. D'altra parte io non avea bisogno di avventurarmi a prove, perchè non mancavo di nutrimento e per vero dire eccellente, soprattutto di capre, colombi e tartarughe. Aggiunti a ciò i miei grappoli d'uva, il mercato di Leadenhall non poteva somministrare una tavola meglio imbandita della mia, avuto massimamente rispetto al numero dei commensali; laonde ancorchè la mia posizione fosse deplorabile anzichè no, io aveva sempre grande motivo di ringraziare la Providenza, perchè lontano dall'esser ridotto ad estrema penuria, nuotavo nell'abbondanza, nè mi mancavano nemmeno le delicatezze del vitto.
In tutto questo viaggio il mio cammino non oltrepassava mai le due miglia in una stessa dirittura; ma prendevo tanti giri, or portandomi più innanzi, or tornando addietro per vedere quali scoperte vi fossero a farsi, che arrivava sempre sufficientemente stanco al luogo ove io mi prefiggeva di passare la notte. Durante questa o riposava sopra un albero o mi faceva all'intorno uno steccato di pali piantati in terra; talvolta ancora tra due filari di questi pali alzati tra un albero ed un altro, affinchè qualche fiera non s'accostasse a me senza svegliarmi.
Appena giunto alla spiaggia del mare, dovetti accorgermi con dispiacere e stupore che la parte toccatami finora per abitarvi era la più trista dell'isola. Qui di fatto il lido era coperto d'uno sterminato numero di testuggini, mentre dall'altra banda non ero arrivato, a trovarne più di tre in un anno e mezzo. Quivi pure trovai un'infinità di uccelli di moltissime specie, alcune vedute dianzi, altre non vedute ancora, tutti ottimi a mangiarsi e di nessuno de' quali io conosceva i nomi, eccetto i così detti penguini.
Avrei potuto prenderne quanti avessi voluto, se non mi fosse stato a cuore il far grande risparmio della mia munizione, e non avessi pensato piuttosto ad uccidere, se mi riusciva, una capra di che cibarmi per più lungo tempo. Ma benchè di tali animali vi fosse quivi abbondanza, e maggiore che dal mio lato d'isola, pure la difficoltà di accostarsi ad essi era anche più grande, perchè essendovi più piano ed uniforme il terreno, mi vedevano più presto ch'io non fossi loro addosso per ammazzarli.
Devo confessare che questa banda di paese era più piacevole della mia; ciò non ostante non mi venne la menoma voglia di traslocarmi. Mi era già stabilito nella mia abitazione, mi ci ero affezionato, onde per tutto il tempo che rimasi quivi mi considerai sempre come un uomo in viaggio e fuori di casa propria. Avrò nondimeno camminato lungo la spiaggia per una dozzina credo di miglia, all'ultimo de' quali conficcato in terra un grande palo che mi servisse di segnale, presi la determinazione di tornarmene a casa, e di pigliare per direzione d'un secondo viaggio la parte orientale dell'altra spiaggia ch'io avrei costeggiato nel mio nuovo giro, finchè fossi arrivato al punto ove lasciai piantalo lo stipite. Di questo parlerò a luogo e tempo.
Per tornare addietro presi una strada diversa, immaginandomi di poter sempre dominare coll'occhio tanta parte dell'isola, che mentre conseguiva così l'intento di vedere maggior estensione di paese, non avrei mai perduta di vista la dirittura della mia abitazione; ma andò errato il mio calcolo. Dopo fatte due o tre miglia mi trovai sceso in una valle ampia sì, ma tanto attorniata da colline e queste estremamente boscose, ch'io non aveva altra norma ai miei passi fuor della via percorsa dal sole, e nemmeno questa semprechè non conoscessi la posizione di esso a tal data ora. Per giunta di mia disgrazia accadde che il tempo si fosse buttato nebbiosissimo ne' tre o quattro giorni da me trascorsi in quella valle, onde, contesami la vista del sole, vagai sconfortato alla ventura, finchè finalmente fui costretto cercar di nuovo la spiaggia e il palo che avevo piantato, e da quel punto ripigliare la stessa via dond'ero venuto. Allora me ne tornai a casa a piccolissime giornate, perchè, tanto più che era caldissima la stagione, il mio moschetto, le mie munizioni, l'accetta ed altre cose mi pesavano assai.
Durante il narrato viaggio, il mio cane sorprese una giovine capretta di cui s'impadronì, e ch'io sottrassi viva dalla sua presa. Mi venne tosto l'inspirazione di condurmela parimente viva a casa se mi riusciva, chè già da lungo tempo io andava pensando se non sarebbe possibile l'avviarmi una razza di capre domestiche che tanto sarebbemi venuta all'uopo quando la mia polvere e le mie munizioni fossero finite. Fatto un collare per questa bestiuola ed un guinzaglio di spago ch'io non mancava mai di portarmi meco, me la tirai dietro, benchè con qualche stento, fino al mio frascato, ove chiusala, la lasciai; perchè non vedevo l'ora di essere a casa donde mancavo da un mese.
XXV. Ritorno dal primo viaggio.
Non valgo ad esprimere la mia soddisfazione al trovarmi nuovamente nella mia tana e sul mio letticciuolo. Questo piccolo pellegrinaggio privo di stazioni di riposo mi era stato si molesto che la mia casa, com'io la chiamava, avea per me l'aspetto di eccellente dimora cui non mancasse alcuna sorta di comodi; ed ogni cosa di essa mi divenne sì deliziosa, che facevo proposito di non imprendere più mai grandi viaggi, finchè il mio destino m'avesse tenuto in quell'isola.
Qui stetti una settimana per riposarmi e ristorarmi dai disagi della mia lunga peregrinazione. Molto di questo tempo fu impiegato nell'importante affare di fabbricare una gabbia pel mio Poll: tal fu il nome da me imposto al mio pappagallo che principiava ora ad essere più dimestico e a mettersi in perfetta corrispondenza con me. Pensai pure alla mia povera capretta lasciata a stentare nel mio frascato, e che era ben ora per me di andare a visitare per darle almeno di che cibarsi, se non me la fossi tirata, come poi feci a casa. Andai dunque e la trovai dove l'aveva lasciata, che già di lì non poteva uscire, ma quasi morta di fame. Tagliate frasche d'alberi o di macchie, come mi riuscì trovarne, gliele gettai dinanzi; poi pasciuta che fu, la posi al guinzaglio siccome la volta precedente, indi la condussi via. Ma potevo risparmiare la cautela del guinzaglio, perchè la fame l'aveva tanto addimesticata, che mi seguì a guisa d'un cagnolino. Avendo poi sempre continuato a nutrirla, divenne sì amorosa e gentile che fu in appresso anch'essa nel numero della mia gente di casa, nè avrebbe mai voluto staccarsi da me.
Era or venuta la piovosa stagione dell'equinozio di autunno. Il 30 settembre, giorno del mio arrivo nell'isola, fu da me festeggiato con la stessa solennità dell'anno scorso. Correa già il secondo anno da che io mi trovava quivi, nè avevo migliori prospettive d'uscirne ch'io non ne vedessi nel primo giorno. Impiegai l'intera giornata in umili affettuosi ringraziamenti al Signore per tanti prodigi di misericordia versati su la mia solitudine, prodigi senza de' quali essa sarebbe stata infinitamente più miserabile. I più fervorosi di questi rendimenti di grazie si riferivano all'avermi egli scoperta la possibilità di essere anche in questo deserto più felice che non lo sarei stato in seno ai godimenti della società ed a tutti i piaceri del mondo. Egli avea fatti colmi e il vuoto della solitudine e la privazione d'ogni consorzio di uomini col comunicare all'anima mia i doni della sua grazia, col sostenermi, confortarmi, incoraggiarmi a porre ogni fiducia nella sua providenza quaggiù, ogni speranza nella sua eterna presenza per l'avvenire.
In questo punto cominciai veramente a sentire quanto fosse più felice la vita da me condotta ora, anche accompagnata da tutte le sue deplorabilissime circostanze, che non quella perversa, esecrata, abbominevole, vissuta in tutto il precedente intervallo de' giorni miei: in questo punto si cangiarono affatto i miei contenti e i miei crucci; le mie brame si fecero diverse, le mie affezioni mutarono di scopo, i miei diletti erano tutt'altro da quel che furono all'atto del mio primo arrivo, ed anzi per tutto il tempo de' due scorsi anni.
Per l'addietro, s'io mi diportava o per cacciare o per iscoprire paese, l'angoscia della mia anima travagliata dalla considerazione di sì misero stato scoppiava in me d'improvviso, e mi sentiva lacerare il cuore pensando alle foreste, alle montagne, ai deserti tra cui andavo vagando, tra cui era prigioniero, racchiuso dall'eterne sbarre dell'oceano, in un deserto il più assoluto, senza speranza di riscatto. Nei momenti anche di maggior calma della mia mente quest'angoscia vi prorompeva a guisa d'orrida burrasca, mi costringeva a contorcermi le mani, a piangere come un fanciullo; talvolta essa mi sorprendeva tra i miei lavori, sì che io mi lasciava cadere seduto, e sospirava e guardava fiso la terra per una o due ore continue: e ciò era anche peggio per me; perchè se avessi potuto alleviarmi col pianto o dar varco al dolore con le parole, questo sarebbe svanito, o almeno, esausto dal ripeterne gli accenti, si sarebbe mitigato.
Ma ora pensieri di una nuova natura mi sollevavano: col leggere ogni giorno la parola divina, io ne applicava i conforti al presente mio stato. Una mattina ch'io mi trovava assai malinconico, apersi la Bibbia al punto di quelle parole: “Non ti lascerò, non ti abbandonerò mai!” Pensai tosto che questi detti fossero vôlti immediatamente a me; altrimenti mi sarebbero essi occorsi in tal guisa, allorchè appunto io stava gemendo su la mia condizione come chi si crede abbandonato da Dio e dall'uomo? “Quand'è così, dunque, diss'io, se Dio non mi abbandona, che male può derivarne, o che importa a me, se anche tutto il mondo mi abbandona? D'altronde, se tutto il mondo fosse mio, e dovessi perdere il favore e la benedizione di Dio, vi sarebb'egli confronto tra il guadagno e la perdita?”
Da quel momento io cominciai a concepire col mio pensiere, che forse ero più felice in questa solitaria derelitta posizione, di quanto il sarei forse stato mai in ogni altra relazione con la società, e fermo in tale pensiero io volea ringraziare il Signore per avermi condotto in quest'isola. Pure non so dire come ciò fosse: sentii nell'idea stessa qualche cosa che mi ripugnava, onde queste parole di ringraziamento non ardii profferirle. “Come puoi tu essere ipocrita, dissi ad alta voce a me medesimo, al segno di ringraziar Dio per averti posto in una condizione dalla quale, per quanti sforzi tu faccia alla tua ragione onde trovartene contento, pregheresti con tutto il cuore di essere liberato?” Qui mi fermai; ma benchè io non fossi buono di ringraziar Dio per aver permesso ch'io mi trovassi in quest'isola, gli resi grazie sincere per quelle afflizioni di qualunque genere onde piacque alla sua providenza aprirmi gli occhi affinchè vedessi qual fu il primo genere di mia vita e piangessi su la mia perversità e me ne pentissi. D'indi in poi non ho mai aperta o chiusa la Bibbia ch'io non ringraziassi il Signore e per avere inspirato a quel mio amico inglese di mettere, senza alcun ordine mio preventivo, tal divino libro entro le cose del mio fardello, e per avermi indi assistito tanto che lo salvai dal naufragio.
Così ed in tale disposizione di mente io cominciai il mio terzo anno; e benchè nel descrivere il secondo io non abbia recata al leggitore la molestia della minuta descrizione d'ogni mio lavoro, come feci nel primo anno, ciò non ostante egli può generalmente persuadersi ch'io rimaneva in ozio ben rare volte. Io aveva già ripartito regolarmente il mio tempo compatibilmente con le giornaliere faccende dalle quali io non potea dispensarmi: primieramente i miei doveri verso Dio, e la lettura delle sacre carte, chè io mi teneva in disparte quanto tempo bastava perchè seguisse tre volte ogni giorno; in secondo luogo l'andarmene attorno col mio moschetto per procurarmi il vitto, occupazione che generalmente parlando, e se non pioveva, mi prendea tre ore d'ogni mattina; per ultimo l'ordinare, l'allestire, il conservare, il cucinare gli animali ch'io aveva uccisi o presi pel mio sostentamento. Ciò portava via una gran parte della giornata, perchè fa d'uopo in oltre considerare che al mezzogiorno, quando il sole stava sullo zenit, l'eccesso del caldo era troppo grande per permettere di far nulla; per lo che quattro ore della sera erano tutto il tempo che si potea supporre dato al lavoro. Tale riparto va soggetto alla eccezione cagionata dall'aver io talvolta permutate le mie ore della caccia e del lavoro, ed essermi, per esempio, posto al lavoro la mattina, essere andato a caccia la sera.
In questo tempo lasciatomi pel lavoro prego si computi l'estrema difficoltà ch'esso mi costava: quelle tante ore cioè che, per mancanza di stromenti, di aiuto ed anche di perizia, io doveva levare degl'intervalli dedicati alle mie manifatture; per esempio, io dovetti impiegare quarantadue giorni onde fabbricarmi una lunga asse da scaffale che mi mancava nella mia grotta; mentre due segatori forniti de' loro cavalletti e d'una sega, ne avrebbero cavate fuori sei dello stesso albero in una mezza giornata.
Ecco in qual modo operai. Enorme era l'albero da abbattere, se volevo cavarne un'asse della larghezza da me ideata; mi bisognarono quindi tre giorni soltanto per atterrarlo, ed altri due per rimondarlo di tutti i suoi rami e ridurlo ad un pezzo di legname da lavoro. A furia di tagliare e tagliuzzare da tutti i lati, lo impoverii tanto delle schegge toltene che fu leggero quanto bastava per poterlo movere. Allora, voltato sopra un fianco il mio tronco, ne piallai da una estremità all'altra la lunghezza superiore, poi riversatolo su l'altro fianco ripetei la stessa operazione su la lunghezza di sotto che diveniva superiore, con che ottenni un asse grossa in circa tre pollici e sufficientemente liscia ad entrambe le superficie. Ognuno può immaginarsi se le mie mani non si affaticarono in tal genere di lavoro; ma la pazienza e la buona volontà mi condussero a buon fine in questo come in molti altri.
Mi sono unicamente esteso nella presente descrizione per dare a conoscere il motivo del molto tempo impiegato in un lavoro sì piccolo, o sia per dimostrare che quanto sarebbe stato una cosa da nulla per chi avesse avuto aiuto di uomini e stromenti, diveniva un immenso lavoro e chiedeva un tempo prodigioso per chi operava solo e col solo sussidio delle proprie braccia. Ciò non ostante col non iscoraggiarmi mai venni a capo di molte cose, anzi di tutte quelle che l'attualità delle mie circostanze mi rendea necessario procurarmi, come ne recherò tosto una prova evidente.
XXVI. Pericoli minacciati alla messe e superati.
Correvano i mesi di novembre e dicembre quando io stava in espettazione del mio ricolto di grano e di riso. Il campo da me lavorato e vangato per queste biade non era vasto; perchè, come osservai, la mia semenza d'entrambe non oltrepassava la capacita d'un mezzo moggio, da che aveva perduto un intero ricolto per aver fatta la mia seminagione ne' giorni asciutti; ma questa volta i miei campi promettevano grandemente, allorchè mi accôrsi d'improvviso d'essere in un nuovo pericolo di perdere tutto e minacciato da tanti nemici di varie sorte che pareva quasi impossibile il difendernelo. I principali di questi nemici erano le capre ed i quadrupedi da me chiamati lepri, che allettati dal buon sapore della punta del gambo si posero a stare notte e giorno fra le biade e, appena esse spuntavano fuor del terreno, le mangiavano sì vicino ad esso, che non davano loro il tempo di crescere sul proprio stelo.
Non vidi altro rimedio a ciò fuor quello di circondare il mio campo con una palizzata, opera che mi costò grande pena, e tanto maggiore perchè bisognava terminarla speditamente. Pure, siccome la mia terra arabile, proporzionata alla mia semenza, non era sì vasta, arrivai a vederla sufficientemente riparata entro il termine di circa tre settimane, perchè parte con questa difesa, parte ammazzando col moschetto alcune di queste bestie durante il giorno, parte legando ad un palo dello steccato il mio cane che co' suoi abbaiamenti le spaventava tutta la notte, non andò guari ch'esse batterono la ritirata; onde il mio grano cresciuto gagliardamente e bene venne a presta maturità.
Ma minor rovina di quella che m'aveano minacciata i quadrupedi finchè il mio grano fu in erba, non mi giurarono i volatili appena questo mise le spiche; perchè un giorno mentre io passeggiava pel mio campicello per vedere come prosperasse, lo vidi attorniato di uccelli non so dire di quante specie i quali pareva stessero guatando l'istante che io ne fossi uscito. Non tardai, perchè aveva sempre meco il mio moschetto a sparpagliarli; ma al mio sparo fu contemporaneo il sollevarsi d'un nuvolo degli stessi uccelli da me non veduti dianzi, e che stavano trastullandosi in mezzo alle spiche.
Questo affare mi toccò al vivo, perchè io prevedea che costoro mi avrebbero divorate in pochi giorni tutte le mie speranze; ch'io sarei stato preso per la fame senza vedermi più mai in circostanza di rinovare nè poco nè assai il mio ricolto; non sapeva a che partito appigliarmi; pure risolvei di non perdonare a fatica, di vegliare giorno e notte, ove fosse occorso, per non perdere se si poteva il mio grano. Primieramente andai ad esaminare i danni che gli erano stati fatti a quest'ora, e già trovai che ne avevano guastata una buona parte; nondimeno siccome le spiche erano tuttavia troppo verdi per essi, la perdita non era per anche sì grande che quanto m'aveano lasciato non formasse tuttavia un buon ricolto se avessi potuto salvarlo.
Rimasto lì il tempo di tornare a caricare il mio moschetto, indi venutomene via, potei facilmente accorgermi che i ladri stavano tutti su gli alberi d'intorno a me quasi curando l'istante ch'io fossi lontano; e tal loro intenzione fu provata dall'esito, perchè appena ebbi fatti alcuni passi come per allontanarmi, non sì tosto credettero di non vedermi più che tornarono ad uno ad uno a piombare su la mia messe. Mi sentii provocato a tanta ira che non ebbi la pazienza di aspettare che ci fossero tutti, perchè in ogni grano che mi mangiavano io vedea, come suol dirsi, perduta la mia pagnotta; venuto dunque allo steccato sparai di nuovo, e stesi morti tre di questi nemici. Ciò bastava a quanto io mi prefiggea; presi su i tre cadaveri, feci con essi come si fa co' più famosi ladri dell'Inghilterra: li sospesi dall'alto de' pali dello steccato per terrore degli altri. Egli è impossibile l'immaginarsi che la cosa avesse così buon effetto come lo ebbe: non solamente gli uccelli non tornarono più nel mio campo, ma in poco tempo abbandonarono tutta quella parte dell'isola, onde finchè stette alzato quello spauracchio non nè ho mai più veduti in quelle vicinanze. Vi lascio pensare se fui contento di ciò. Verso la fine di dicembre epoca del secondo ricolto in quell'anno, ultimai la mietitura del mio grano.
Mi trovai imbarazzato per la mancanza di una falce o falciuola; pur me ne feci una alla meglio di una vecchia spaduccia salvata in mezzo ad altre armi dal naufragio del vascello. Ma siccome in sostanza poi si trattava del ricolto di un campo non grandissimo, la mia mietitura non mi diede grande difficoltà; la feci come potei non tagliando via se non le spiche che mi portai a casa entro un grande canestro fabbricato da me e che sgranai a mano. In fin del conto trovai che il mio mezzo quarto di semenza m'avea dato due moggia di riso, e più di due e mezzo di orzo, sempre secondo un calcolo di congettura, perchè misure io non ne aveva.
Ciò non ostante mi fu questo un grande incoraggiamento, perchè prevedevo che coll'andar del tempo, Dio non m'avrebbe lasciato mancare il pane. Per altro mi rimaneva sempre un grand'imbarazzo, perchè io non sapeva in qual modo macinare o sia convertire in farina il mio grano, nè come rimondar questa farina, ove l'avessi ottenuta, e separarla della crusca; in oltre io non sapea come farne del pane, e ancorchè ciò fosse stato facile, mi mancava il modo di cuocerlo. Queste considerazioni aggiunte al mio desiderio d'ingrandire le mie provisioni e di assicurarmi un costante vitto per l'avvenire mi trassero nella risoluzione di lasciare intatto questo secondo ricolto e di serbarlo tutto per semenza alla prossima stagione; e d'impiegare intanto l'intero mio studio, le intere ore mie di lavoro alla grande impresa di provvedermi così di biade come di pane.
Potea ben dirsi allora ch'io lavorava per il mio pane. È alquanto maravigliosa al pensarci, e credo che pochi veramente ci abbiano pensato, la straordinaria quantità di cose necessarie a provvedere, a produrre, a custodire, a preparare, a fabbricare quest'unica cosa: il pane.
Io che mi vidi ridotto al mero stato di natura, io la capii con mio giornaliero scoraggiamento questa difficoltà, e la sentii di più in più a ciascun'ora sin da quando ebbi raccolto quel primo pugno di grano che mi surse, come dissi, fuor d'ogni espettazione ed a mia grande sorpresa.
Primieramente io non aveva aratro per volger la terra; non una vanga per vangarla, se non quella ch'io m'era fatta di legno come osservai precedentemente; ma questa serviva al mio lavoro come può servire una vanga di legno, nè fatica o tempo impiegati per fabbricarmela fecero sì che mancando del ferro, non si logorasse ben presto, e rendesse i lavori eseguiti con essa e più penosi e più imperfetti. Pure mi rassegnai a valermi di ciò che aveva, e la peggiore riuscita non giunse a disanimarmi. Seminato il grano, io mancava di erpice, ond'ero costretto a trascinare sul terreno un grosso ramo di albero che lo grattava per così esprimermi in vece di rastrellarlo o tritarlo. Mentre il grano andava crescendo o era cresciuto, osservai già quante cose mi mancavano per custodirlo, assicurarlo, mieterlo, tirarlo a casa, trebbiarlo (che per me era sgranarlo) e preservarlo; poi mi voleva un mulino per macinarlo, un vaglio per separarlo dalla crusca, lievito per convertirlo in pane ed un forno per cuocerlo; pure io feci senza di tutte queste cose come si vedrà in appresso. L'avere il grano era già un conforto ed un vantaggio inestimabile per me; certo tutte l'altre fatiche che venivano di conseguenza dietro a tale possedimento, spaventavano per la difficoltà e molestia connesse con loro; ma non vi era rimedio. Poi dall'altronde non ravvisavo in ciò una troppa perdita di tempo, perchè, come io lo aveva diviso, una certa parte di esso era ogni giorno assegnata a questi lavori; e poichè avevo deciso di non convertire in pane il mio grano finchè non ne avessi raccolta una maggiore quantità, mi restavano tutti i prossimi sei mesi per dedicarmi interamente alle fatiche e agli studi necessari per fabbricarmi tutti gli stromenti opportuni alle operazioni che ci volevano affinchè il grano raccolto mi fosse di un verace giovamento.
Fine del Volume Primo

Vita e Avventure
di
ROBINSON CRUSOÈ.
VERSIONE DALL'INGLESE
DI
GAETANO BARBIERI.
Volume II.
MILANO
Vedova di A.F. Stella e Giacomo figlio.
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1838
Volume II.
XXVII. Nuovi successivi lavori per una seminagione più ampia e per fare il pane.
Bisognava ora ch'io mi apparecchiassi un maggiore spazio di terreno lavorato perchè avevo grano abbastanza per seminare una biolca di terra. Prima di accignermi a ciò, impiegai almeno una settimana nel fabbricarmi una nuova vanga, la quale, per dir vero, mi riuscì e sconcia e sì pesante, che mi bisognò doppia fatica nel servirmene. Pur la feci esser buona, e seminai il mio grano in due campi spianati, più vicini che potei trovarli alla mia abitazione, difesi con una buona palizzata i cui stecconi erano tutti tolti da quegli alberi che avevo piantati dianzi, e che sapevo come felicemente crescessero. In capo ad un anno ebbi una buona siepe viva che abbisognava ben poco di essere maggiormente munita. Questo lavoro mi portò via tre interi mesi, perchè una gran parte di esso fu eseguita nella stagione umida, quando io non poteva andar molto attorno.
Rimasto affatto in casa ne' giorni d'incessante pioggia, impiegai questi nelle cose ch'io son per descrivere. Noterò intanto che, mentre io stava intento al lavoro, mi divertivo parlando col mio pappagallo ed insegnandogli a parlare e a capire quand'io lo chiamava col suo nome Pol, che finalmente imparò a profferire schietto anch'esso: fu questa la prima parola ch'io avessi udita da altra voce fuor della mia dal primo istante del mio soggiorno in quell'isola. Non vi crediate per altro che fosse questo il mio principale lavoro; ne era bensì il conforto, perchè, come dissi, io m'era accinto a grandi faccende.
Una di quelle che mi stettero lungamente a cuore si fu il fabbricarmi qualche vaso di terra, cosa di cui tanto mancavo, nè sapevo in qual modo provvedermene. Pure, pensando all'estremo caldo del clima, non dubitai di non poter trovare una tal sorta di creta onde farne su alla meglio una pentola che, seccata al sole, fosse dura e forte abbastanza per essere maneggiata e contenere qualunque cosa non liquida ed atta ad esservi conservata entro. E poichè tal genere di vaso mi era necessario nelle mie faccende relative al grano, alla farina, ec., allora argomento principale de' miei pensieri, mi determinai a far questi vasi ampi quanto mai si poteva ed opportuni, come gli orci, a contenere tutte le cose che vi si volessero racchiudere.
Moverei a compassione o piuttosto a riso il leggitore se gli dicessi in quanti sgraziati modi io m'appigliai per dare alla mia pasta una forma; quali brutte, sgarbate cose ne uscirono! quante di queste si schiacciarono; quante andarono a male, perchè la creta non era abbastanza salda per sostenere il proprio peso; quante creparono in forza dell'eccessivo calore del sole cui le avevo esposte prima del tempo; quante andarono in pezzi col solo moverle o prima o dopo di essere seccate; se io gli dicessi in somma che dopo immense fatiche per trovare la creta, per cavarla, per mescolarla con sabbia, per portarmela a casa, per modellarla, non arrivai su le prime, e ci vollero anche due mesi, che a fabbricarmi due orride cosacce di terra cui non ardisco dare il nome di orci.
Pure sconci com'erano questi due vasi, poichè il sole gli ebbe seccati e induriti, gli alzai pian piano da terra e li collocai entro due grandi canestri di vimini fatti da me a posta per contenerli e difenderli ad un tempo dal rompersi; poi siccome tra il vaso e il canestro rimaneva un vano, lo colmai con paglia d'orzo e di riso pensando che, se questi due vasi si mantenevano asciutti, avrebbero contenuto il mio grano e fors'anche la mia farina, quando il primo sarebbe macinato.
Benchè i miei disegni m'andassero grandemente fallati rispetto agli orci, pure feci con buon successo molt'altre più piccole cose, per esempio brocche, piattelli, pignatte, scodelle ed altri arnesi che la mia mano poteva più facilmente maneggiare, e che il calor del sole ridusse ad una perfetta durezza.
Ma tutto ciò non avrebbe potuto corrispondere ad un mio grande antico fine, quello di procurarmi una pentola di terra che contenesse i liquidi e sopportasse il fuoco, virtù che certo non potevano avere i miei vasi. Molto tempo dopo, avendo fatto un gran fuoco per arrostire la mia carne e mentre ne la ritiravo già cucinata, m'accadde osservare che un rottame de' miei vasi di terra gettato ivi era divenuto duro al pari d'una pietra, e rosso quanto una tegola. Rimasi gradevolmente sorpreso a tal vista, perchè pensai che sicuramente si potea far cuocere tutto un vaso se era atto a cuocersi un pezzo di esso.
Questa scoperta portò tutto il mio studio a prepararmi un fuoco entro cui cuocere alcuni de' predetti miei vasi. Certo io non avea veruna nozione di fornaci da pignattaio, o del metodo d'inverniciar le pignatte col piombo, benchè alcun poco di questo metallo io possedessi. Ad ogni modo collocate tre grandi brocche e due o tre pentole una su l'altra, poi tutta questa colonna sopra un mucchio di cenere, accesi un gran fuoco tutt'all'intorno, e lo continuai con rinovato combustibile conducendo la fiamma in guisa che ogni parte del mio edifizio ne fosse egualmente investita; e ciò fin che vidi i vasi affatto rossi senza essere menomamente scoppiati. Li lasciai in questo grado di caldo per circa cinque o sei ore, dopo le quali notai un di questi che, se bene non iscoppiasse, si scioglieva e fondeva.
Ciò derivava dalla sabbia mescolata con la creta che, liquefatta dalla violenza del calore, si sarebbe convertita in cristallo se non avessi lasciato di fare gran fuoco; lo diminuii quindi gradatamente, finchè i vasi cominciarono a scemare il loro rosso, e dopo aver vegliato tutta la notte affinchè il fuoco non cessasse d'improvviso, la mattina ottenni tre buone... non ardisco dir belle pentole, e due altri vasi di terra cotta, come io desiderava; anzi un di questi perfettamente inverniciato grazie al liquefarsi della sabbia.
Dopo un tale esperimento non fa d'uopo io dica che non mi mancò più alcuna sorta di vasi di terra cotta pel mio domestico uso; ma nemmeno posso tacere come le forme di essi non fossero più belle di quelle che potessero aspettarsi da un fanciullo quando fa pallottoline col fango, o da una fantesca di villaggio la quale s'accignesse a fare un pasticcio.
Non mai gioia per una cosa di minore entità in sè medesima fu uguale alla mia quando m'accorsi di aver fatto una pentola che reggeva al fuoco. Ebbi appena la pazienza di lasciarla venir fredda per metterla al fuoco una seconda volta, ma piena d'acqua, per farvi bollire entro un pezzo di capretto, la qual cosa mi riuscì ammirabilmente, e ne trassi un ottimo brodo. Peccato che mi mancasse l'orzo e parecchi altri ingredienti per farmi tale minestra quale l'avrei desiderata!
Il mio successivo pensiere fu quello di procurarmi un mortaio di pietra onde stritolare entro di esso il mio grano; perchè quanto ad un mulino, sarebbe stato ridicolo l'immaginarsi d'arrivare a tanta perfezione d'arte con un paio di mani. Per supplire a tale bisogno io non sapea da vero da qual parte volgermi, perchè, fra tutti i mestieri del mondo, io mi sentiva chiamato a quello del tagliapietre anche meno che a qualunque altro. Impiegai molti giorni a trovar fuori un masso grosso abbastanza per sopportare uno scavamento interno e divenir così il mio mortaio; ma non ne rinvenni eccetto di quelli incastrati nel vivo di qualche rupe ch'io non aveva modo di cavar fuori. Oltrechè, non vi erano nell'isola rocce di sufficiente durezza, perchè erano tutte di pietra arenosa e fragile che o non avrebbero sostenuto il peso di un pesante pestello, o nel rompersi del grano lo avrebbero empiuto di sabbia. Dopo aver quindi consumato un gran tempo nella ricerca di un masso acconcio al mio bisogno, ne dimisi l'idea. Pensai di volgermi piuttosto ad un grosso ceppo di legno ben duro, impresa che del certo mi presentava minori difficoltà. Procuratomi pertanto un ceppo tanto grosso quanto le mie forze mi permettevano di moverlo, lo ritondai esternamente con la mia accetta; indi con l'aiuto del fuoco, nè senza un'immensa fatica, praticai uno scavo dentr'esso nel modo onde gl'Indiani del Brasile si fabbricano i loro canotti. Dopo ciò, mi feci un grande pesante pestello o battitore di legno di ferro; e tutto ciò io aveva apparecchiato in espettazione del mio prossimo ricolto, fatto il quale io mi prefiggea di macinare, o piuttosto pestare il grano avuto per fabbricarne il mio pane.
Veniva ora l'altra difficoltà di farmi un vaglio per separare la crusca dalla mia farina, senza di che non avrei mai più avuto pane. Questa era la cosa più difficile anche al solo pensarci, perchè io non aveva nulla che somigliasse a quanto ci sarebbe voluto a tal uopo: intendo una tela opportuna per farci passare la farina. Fu questo un grande intoppo per molti mesi, nè sapeva proprio dove dare la testa. Biancheria io non ne avea che non fosse ridotta ad assoluti cenci: avevo del pelo di capra; nè certo sapeva come si facesse nè a filarlo nè a tesserlo. Finalmente mi sovvenne che fra i panni marinareschi salvati dal naufragio del vascello si trovavano non so quanti fazzoletti da collo di mussolina, onde con alcuni di essi arrivai a farmi tre piccoli vagli sufficienti al proposito: così ebbi di questi arnesi per più anni. Come facessi in appresso, lo dirò a suo tempo.
L'altra necessità che presentavasi ora era quella di cuocere il pane allorchè avessi avuta la farina, perchè, quanto al farne pasta con lievito, non avendo io di questo, era cosa su cui non mi diedi più alcun pensiere: tutto l'imbarazzo consisteva nell'avere un forno. Finalmente per supplire anche a questa mancanza, ecco qual rimedio inventai. Fabbricati alcuni piatti di terra larghi, ma non profondi, cioè che avessero circa due piedi di diametro ed una profondità non maggiore di nove pollici, li feci cuocere al fuoco non meno degli altri vasi, indi li posi in disparte. Quando sopravveniva il bisogno di cuocere il pane accendevo il fuoco sul mio focolare che avevo lastricato con alcuni mattoni riquadri della mia fabbrica, benchè io non possa dire che fossero perfettamente riquadri.
Appena la legna posta al fuoco era tutta andata in cenere e brage, io spargea queste sul focolare, si che lo coprissero tutto, e ve le lasciava tanto che fosse ben riscaldato ed egualmente in ogni parte. Spazzate indi le ceneri, ponevo sopr'esso la mia pagnotta o le mie pagnotte ch'io copriva col piatto di terra cotta, su la cui superficie convessa io spargeva ceneri calde, perchè mantenessero ed aggiungessero calore al mio pane. Così, come se fossi stato padrone del miglior forno del mondo, io cuoceva le mie pagnotte di farina d'orzo, ed in breve tempo divenni sopra mercato un eccellente pasticciere, perchè mi facevo da me stesso le mie focacce e le mie torte di riso; non dirò pasticci, perchè avevo bensì da metterci dentro carne di capra ed uccelli, ma non gli altri ingredienti che ci vogliono in un pasticcio.
Non è meraviglia se tutti questi lavori mi portarono via la maggior parte del terzo anno del mio soggiorno in quest'isola; perchè è da osservarsi che nell'intervallo di tali lavori ebbi anche l'altro della mietitura e di tirarmi a casa il mio ricolto: fazioni che eseguii quando ne fu la stagione alla meglio che potei, collocando cioè le spiche ne' miei ampi canestri, per isgranarle indi a suo tempo, perchè non aveva nè aia su cui trebbiarle, nè una trebbia per eseguire con essa la separazione del grano dalla paglia.
Ora cresciutami da vero la mia provista di grano, sentivo il bisogno d'ingrandire i miei granai; perchè i miei campicelli m'aveano sì ben fruttato ch'io contava su venti moggia all'incirca d'orzo ed altrettante o più di riso. Risolvei ora di valermi con maggior libertà del mio grano, tanto più che la provvista del biscotto m'aveva abbandonato da molto tempo; onde mi feci ad esaminare quanto grano mi sarebbe abbisognato per un intero anno, e se non bastasse per me una sola seminagione annuale.
Fatto questo computo, vidi che quaranta moggia d'orzo e di riso erano molto più di quanto io consumava in un anno, onde stabilii di seminare ogn'anno la stessa quantità che io avea seminata l'anno scorso nella speranza che ciò mi avrebbe proveduto abbastanza di sussistenza per l'avvenire.
XXVIII. La piroga.
Mentre le predette cose andavano accadendo, non vi farà maraviglia se i miei pensieri corsero più d'una volta alla terra ch'io m'era già veduta rimpetto dall'altra parte dell'isola; durava in me qualche segreto desiderio di potermi trovare su quella spiaggia, immaginandomi che, se avessi potuto scoprire un continente ed un paese abitato, mi sarebbe finalmente riuscito di trasportarmi più innanzi, e forse di trovare un qualche mezzo di fuga.
Ma qui io tenea conto delle speranze, non dei pericoli, non della possibilità di cadere in mano di selvaggi peggiori forse, come io aveva ragione di temerlo, dei leoni e delle tigri dell'Africa. Io non pensava che, una volta in loro potere, avrei corso il rischio di mille contr'uno d'essere ucciso e probabilmente divorato; perchè aveva udito narrare che gli abitanti della costa de' Caribei erano mangiatori d'uomini, e la latitudine ove io stava mi diceva di non essere lontano da quella spiaggia. Ma supponendo ancora che non fossero cannibali, avrebbero potuto uccidermi, come avevano ucciso parecchi Europei caduti, ancorchè fossero in dieci o venti, nelle loro mani; molto più dovea temer questo io che mi vedevo solo, e non potevo opporre se non poca o niuna resistenza; tutte queste cose che avrei dovuto ponderar bene alla prima, e che mi vennero in mente sol dopo, non mi sgomentarono allora; troppo la mia mente era ingombra dal desiderio di raggiugnere quella spiaggia.
Io m'augurava in quel punto il mio ragazzo Xury e la lunga scialuppa dalla vela di pelle di montone entro cui navigai per oltre a mille miglia lungo la costa dell'Africa; ma ciò era inutile. Mi nacque indi l'idea di tornare a visitare quella scialuppa che, come dissi già, fu lanciata a terra per si lungo tratto di spiaggia all'epoca del nostro naufragio. Essa rimaneva all'incirca ove si trovava in principio, ma non del tutto, perchè voltata quasi sossopra dalla violenza della marea e de' venti, fu spinta contro ad un alto cumulo di sabbia del lido, nè, come per lo innanzi, aveva acqua d'intorno a sè. Se avessi avuto chi mi desse una mano a racconciarla e lanciarla nuovamente nell'acqua, essa sarebbe avrebbe servito benissimo, e avrei potuto con essa tornarmene facilmente addietro fino alle coste del Brasile. Pure avrei dovuto prevedere che tanto mi era possibile il rimetterla così capovolta nel suo primo stato; quanto il movere da posto l'intera isola; nondimeno portatomi ai boschi e tagliatine legni per leve e arganelli, condussi meco queste cose alla scialuppa, risoluto di provare che cosa sarei stato buono di fare. Non mi abbandonava la persuasione che se mi fosse riuscito raddirizzarla e riparare i danni cui era soggiaciuta, sarebbe stata tuttavia una buona scialuppa e tale da potermi avventurare nel mare sovr'essa.
Certamente non risparmiai fatiche in questo inutile lavoro che mi mandò a male tre o quattro settimane all'incirca di tempo; finalmente, veduta l'impossibilità di levarla di lì con la poca forza che avevo, mi diedi a scavare la sabbia su cui posava, per farla cadere all'ingiù; anzi per proteggerne l'ideata caduta disposi cilindri di legno atti a reggerla e condurla lungo la strada ch'io volea farle percorrere.
Ma raggiunta questa meta, mi trovai nuovamente inabile a moverla, a mettermici sotto, tanto più poi a spingerla in acqua, onde finalmente fui costretto ad abbandonar la mia impresa. Pure, anche perdute tutte le speranze ch'io avea riposte nella scialuppa, cresceva in me, anzichè diminuire, il desiderio d'avventurarmi verso la terra comparsami innanzi, e crescea con tanta maggior forza quanto più impossibile ne apparivano i mezzi.
Finalmente cominciai a fantasticare se non vi fosse modo di fabbricarmi da me un canotto o piroga, quali sanno cavarli da un grosso tronco d'albero i nativi di questi climi ancorchè senza stromenti, o, potrebbe quasi dirsi, senza l'aiuto delle mani. Non solamente io pensava possibile una tal cosa, ma la ravvisavo facile, e mi compiaceva che me ne fosse nata l'idea, tanto più ch'io avea per mandarla ad effetto maggiori comodi di quanti ne avessero i Negri o gl'Indiani. Ma non consideravo poi i particolari svantaggi cui era esposto io assai più degli Indiani: siccome quello di non aver aiuti per varare, allorchè fosse costrutto, il mio naviglio, difficoltà ben più aspra a superarsi per me che nol fosse per essi la mancanza di stromenti; perchè, che cosa mi sarebbe giovato se dopo avere trovato fuori il mio albero, dopo averlo con grande fatica atterrato, dopo aver saputo co' miei stromenti piallare e ridurre l'esterno di esso alla forma acconcia di una scialuppa, dopo averlo reso concavo o col fuoco o col mezzo di ferri da taglio, tanto che fosse una vera scialuppa, se dopo tutto ciò fossi stato costretto a lasciarla dov'era per non essere buono a lanciarla nell'acqua?
Ognuno s'immaginerà che se una tale considerazione mi si fosse affacciata sol menomamente nell'alto di accignermi alla costruzione di questa scialuppa, avrei subito e prima d'ogn'altra cosa pensato al modo di vararla; ma io era si preoccupato dall'idea del mio viaggio che non pensai una sola volta a questa bagattella: al modo di staccare tal mia scialuppa da terra. E sì, per la natura stessa della cosa, dovevo vedere essermi più facile il farle fare quarantacinque miglia di mare quando ci si trovasse, che quarantacinque braccia di terra per ismoverla di lì tanto che andasse a galleggiare su l'acqua.
Misi dunque mano a questo lavoro il più pazzo cui siasi mai accinto un uomo che non sognasse. Io m'applaudiva sul mio disegno senza nemmeno esaminare debitamente se fossi abile ad imprenderlo. Non è già che spesse volte, durante il lavoro stesso, non mi si presentasse al pensiere la difficoltà di lanciare in acqua il mio bastimento; ma imponevo tosto silenzio a tali perplessità con la matta risposta: “Facciamolo prima; mi riprometto io che quando sarà fatto, una via o l'altra per gettarlo in acqua la troverò”.
Non poteva immaginarsi un sistema di operare più bislacco, ma il riscaldamento della mia fantasia la vinse e mi posi al lavoro. Atterrai un cedro, che dubito se Salomone abbia mai avuto il simile per fabbricare il suo tempio di Gerusalemme: un albero che alla sua parte inferiore presso del tronco aveva un diametro di cinque piedi ed undici pollici, e all'altezza di ventidue piedi, laddove si assottigliava diramandosi, un diametro di quattro piedi ed undici pollici. Infinita fu la fatica che mi ci volle per abbatterlo: basti il dire che venti giorni impiegai a tagliarlo al piede, e quattordici di più nel rimondare delle sue braccia e rami il fusto e la frondosa cima di esso; dopo di che mi bisognò un intero mese per foggiarlo alle debite proporzioni di una scialuppa e ridurlo ad avere una specie di carena che ne sostenesse a dovere il corpo galleggiando su l'acqua. Poi mi vollero circa tre mesi a traforarne l'interno in guisa che avesse le forme esatte di una scialuppa; in somma scavai il mio legno senza l'aiuto del fuoco ed a furia soltanto di martello e scarpello ed improba fatica, sin che finalmente lo ebbi ridotto ad essere un'assai elegante piroga e sì spaziosa, che avrebbe portati ventisei uomini, e per conseguenza me col mio carico.
Terminato questo lavoro, ne fui veramente soddisfatto oltremodo, perchè la mia scialuppa era di fatto la più grandiosa di quanti canotti o piroghe, fatti d'un solo albero, avessi mai veduti in mia vita; certo mi costò immensi sforzi, ben potete immaginarvelo. Or non mi rimaneva più che a vararlo, in che se fossi riuscito non dubito che avrei impreso il più strambo ed inverisimile viaggio fra quanti ne furono tentati giammai.
Ah! tutti i miei disegni per varare la mia scialuppa andarono a vuoto, ancorchè i tentativi fatti a tal fine mi costassero immensa fatica, e ancorchè non fosse lontana dall'acqua più di cento braccia; ma il maggiore inconveniente si era che essa stava sopra un'eminenza perpendicolare alla baia. Pure per vincere questa difficoltà io risolsi di scavare la superficie della terra tanto da prepararle un declivo. Mi posi all'opera che non vi so dire quanto travaglio mi desse; ma qual havvi aspro travaglio per chi si prefigge a meta la propria liberazione? Oimè! quando questo lavoro fu terminato, quando parea mitigata la difficoltà, io mi vidi alle stesse strette di prima, perchè non poteva mover da posto il mio canotto più di quanto ci fossi riuscito con l'altra scialuppa.
Misurata allora la distanza del terreno, risolvei di scavare un canale per condur l'acqua sul mio naviglio, poichè il mio naviglio era renitente ad andare su l'acqua. Or bene; anche questo lavoro lo impresi; ma appena ci fui dentro e feci un calcolo su la profondità da scavarsi, su la larghezza, su le braccia che avrei avuto in mio aiuto, e che non erano più di due, non essendo lì altri che io, su l'ampiezza dell'impresa, vidi che dieci o dodici anni bastavano a stento per venirne a capo. La spiaggia era sì alta che la sua sommità superiore avrebbe dovuto essere scavata per una profondità di venti piedi. Anche questa prova pertanto, benchè a malincuore oltre ogni dire, fui costretto ad abbandonarla.
Oh quanto rammarico io ne sentii! Compresi allora, benchè troppo tardi, quanta sia la stoltezza di cominciare un lavoro prima di averne calcolata l'importanza e misurata rettamente la proporzione tra le nostre forze e il suo compimento.
XXIX. Quinto anno; novelli arnesi, seconda piroga.
Io era alla metà dell'indicato lavoro quando terminava il quarto anno della mia dimora in quest'isola, il cui giorno anniversario solennizzai con la stessa divozione e con maggiore conforto d'animo che per lo addietro; poichè col costante intenso studio da me dato alla parola di Dio e con l'aiuto della sua grazia guadagnai cognizioni ben diverse da quelle che avevo in principio. Or guardavo nel vero loro aspetto le cose; considerava il mondo come oggetto remoto col quale non avevo affari di sorta alcuna, dal quale io non aveva nulla da aspettare nè per dir vero da desiderare; in una parola, non aveva che fare menomamente con esso, nè m'importava d'averne. Mi parea di guardarlo con quell'occhio, onde forse lo guarderemo tutti nella vita avvenire: come un luogo cioè ove ero vissuto, e donde ero partito, e potevo ben dire come il padre Abramo al ricco della Scrittura: “Fra me e te è stabilita un'immensa voragine”.
Primieramente io quivi ero lontano da tutte le perversità della terra: non quivi le tentazioni della carne, non le seduzioni dell'occhio, non l'orgoglio della vita. Non avevo nulla da desiderare, perchè era in mia proprietà tutto ciò di cui potevo godere; io era padrone di una vasta signoria; o, se così mi piaceva, potevo intitolarmi re imperatore di tutto il paese ond'ero entrato in possesso; qui non avevo rivali, non competitori che mi disputassero la sovranità od il comando. Avrei potuto adunar grano da caricarne intere navi, ma non avrei saputo che farne; quindi mi limitai sempre a coltivare il campicello che credei bastante per supplire ai miei bisogni. Erano a mia disposizione quante testuggini avessi volute; ma d'una sola a quando a quando io poteva cibarmi; aveva quanto legname sarebbe bastato a mettere in mare un'armata navale, e grappoli d'uva quanti ci volevano per far vino onde vettovagliarla. Ma sol le cose delle quali potevo far uso avevano un valore per me: io avea quivi ciò che era sufficiente per nudrirmi e supplire ai miei bisogni; il resto che mi facea? Se avessi ammazzati più animali di quanti occorrevano alla mia cucina, il cane o i vermi ne avrebbero mangiate le carni; se avessi seminato più grano di quanto ne bisognava al mio pane, sarebbe andato a male. Perchè abbattere alberi che sarebbero marciti sul terreno? io non poteva far uso di essi se non pel mio combustibile, e di questo ancora non aveva bisogno se non per cucinare le mie vivande.
In una parola, la natura e una ben calcolata esperienza delle cose mi avevano insegnato che tutti i beni di questo mondo non sono beni se non in quanto possiamo farne uso noi o goderne nel procurarne l'uso ai nostri simili. Il più ingordo ladro del mondo si sarebbe da vero corretto da questo brutto vizio se si fosse trovato nel caso mio perchè le cose di cui mi vedeva possessore erano infinitamente più di quelle ond'io sapessi che farmi. Io non poteva desiderar altro fuorchè le cose che non avevo, e queste comparativamente erano minuzie, benchè veramente m'avrebbero giovato assai. Io teneva, come ho già indicato dianzi, una partitella di monete: tra oro e argento circa trentasei lire sterline. Oh Dio! che robaccia schifosa, malinconica, inutile era questa per me. Spesse volte ho pensato tra me medesimo che avrei dato un pugno di esse per alcune pipe di tabacco o per un mulino a mano da macinare il mio grano; anzi le avrei date tutte per sei soldi di semenza di carote o rape mandatemi dall'Inghilterra, o per un pugnello di piselli e fave o per un fiaschetto d'inchiostro. Stando le cose come stavano, io non ritraeva il menomo vantaggio o benefizio da quelle monete; giacevano in un cassetto muffate dall'umido della mia grotta nelle stagioni piovose; e se avessi avuto quel cassetto pieno di diamanti, sarebbe stato lo stesso: non avrei saputo come servirmene in nessuna maniera.
Io aveva or condotta la mia condizione di vita ad uno stato ben più piacevole di sua natura che nol fosse da prima e più confortevole così al mio spirito come al mio corpo. Spesse volte sedendomi per prender cibo io ringraziava e ammirava la mano della divina providenza che m'imbandiva così la mia mensa in mezzo al deserto; io andava imparando a considerare il lato lucido della mia condizione e più rare volte lo scuro; a contemplare più spesso le cose delle quali godevo che l'altre di cui difettavo; donde mi derivavano frequentemente segreti conforti che non valgo ad esprimere, e che rammento in questo luogo soltanto affinchè se ne comprendano quelle persone di mal umore che non sanno goder bene di quanto Dio ha dato loro, perchè ne appetiscono ingordamente altre che non hanno da Dio ricevute. A mio avviso tutti i nostri sconforti per le cose di cui manchiamo, scaturiscono dalla nostra ingratitudine per quelle che abbiamo.
Un'altra considerazione mi riusciva utilissima, e senza dubbio lo sarebbe a chiunque cadesse in tali miserie quali furono le mie; ed era questa: il paragonare la mia condizione presente con quella ch'io credea su le prime dovesse essere, e anzi sarebbe sicuramente stata tristissima se la providenza del buon Dio non avesse prodigiosamente disposto che il vascello naufragato s'avvicinasse alla spiaggia ove non solamente potei raggiugnerlo, ma ritrarne in oltre quanto ne ottenni per mio ristoro, e senza di cui mi sarebbero mancati e stromenti per lavorare e armi per difendermi e polvere e pallini per procacciarmi il mio nutrimento.
Io impiegava le intere ore, posso dire gli interi giorni, dipingendo co' più energici colori a me stesso come mi sarebbero andate le cose se non avessi raccolto nulla dal vascello naufragato. Io non mi sarei procacciato alcun cibo fuorchè di pesce e di testuggini, e rispetto a queste, avendo indugiato lungamente prima di trovarle, avrei avuto tutto il tempo di morire di fame; che se anche fossi vissuto a guisa d'un mero selvaggio, se con qualche stratagemma fossi giunto ad uccidere un quadrupede o un volatile, io non aveva mezzo di scorticarlo o d'aprirlo, di separarne la carne dalle budella; sarei stato costretto a rosecchiarlo coi miei denti o a squarciarlo con le mie unghie a guisa di una fiera.
Queste riflessioni mi fecero grandemente sentire la bontà della Providenza, e ringraziarla di avermi posto in questo stato ad onta ancora delle calamità ed amarezze che lo accompagnavano; e questa riflessione io raccomando pure a coloro che nel momento del disastro sono sì facili a dire: Havvi afflizione simile alla mia? Pensino essi in qual più tristo caso si trovino alcuni altri; tristo caso che poteva essere il loro se la Providenza avesse voluto così.
Un'altra considerazione ancora veniva a confortare di speranze la mente mia, e dipendea dal paragonare il mio stato presente con quello che avevo meritato e che doveva quindi aspettarmi dalla mano della Providenza. Io aveva condotta un'orribile vita affatto priva d'ogni pensiere, d'ogni timore di Dio. Certo m'aveano fornito di buone istruzioni mio padre e mia madre; chè non mancarono entrambi per quanto fu in essi d'infondermi di buon'ora nell'animo e un religioso rispetto verso il Signore, e un conoscimento de' miei doveri e quanto chiedevano da me la natura e il fine per cui era stato creato. Ma, oimè! caduto per tempo nella vita del marinaio, che è di tutte le vite la più irreligiosa, ancorchè i divini castighi le siano sempre a tutte l'ore presenti; caduto, dissi, di buon'ora nella vita del marinaio e in compagnia di marinai, quanto di principii religiosi rimaneva in me fu cancellato dai motteggi de' miei compagni, dall'indurirmi nel disprezzare i pericoli, dalla presenza della morte che mi divenne abituale; dalla lunga lontananza d'ogni opportunità di conversare con chi non fosse traviato al pari di me o di udire alcuna cosa che fosse buona o al bene intendesse.
Io andai privo per sì lungo tempo d'ogni buon principio, d'ogni menomo sentimento di quanto io era o di quanto sarei per essere; che non dissi mai o pensai una volta a dire: Dio, vi ringrazio! in mezzo alle più grandi prove della sua misericordia: tali si furono la mia liberazione da Salè, il ricovero trovato nel vascello del capitano portoghese, il mio fortunato collocamento nel Brasile, la riscossione fatta dall'Inghilterra; parimente nelle maggiori angosce non mi venne mai in pensiere di volgermi a lui o di dire soltanto: Dio, abbiate misericordia di me! in somma di nominare il suo santo nome, se non era per mescolarlo con giuramenti e bestemmie.
Tremende meditazioni che, come già l'ho osservato, si portavano su la protervia e perversità della mia vita trascorsa, travagliarono la mia mente per parecchi mesi; e quando voltandomi addietro col pensiere enumeravo i singolari tratti di Providenza che mi protessero sin dal mio arrivo in questo luogo, quando consideravo come Dio non solo mi avesse punito meno di quanto le mie iniquità meritavano, ma mi avesse con tanta esuberanza soccorso, ciò mi dava grande speranza che il mio pentimento sarebbe accetto, e che il tesoro della misericordia divina non fosse ancora esausto per me.
Con queste considerazioni formai la mia mente non solo a rassegnarmi al volere di Dio che avea così disposte le circostanze in cui mi trovavo, ma a ringraziarlo sinceramente perchè appunto mi ci trovavo; a vedere com'io, rimasto tuttavia vivo, non avessi di che lamentarmi, ove pensassi che non avevo ricevuto un castigo abbastanza proporzionato alle mie colpe; com'io colmato di tante beneficenze che non avrei mai potuto aspettarmi in questo soggiorno, dovessi non dolermi mai del mio stato, ma goderne e ringraziare Dio continuamente per quel pane giornaliero che solamente una sequela, un prodigioso cumulo di meraviglie poteano procurarmi; come io dovessi considerarmi nudrito per miracolo simile a quello che mandò il cibo ad Elia per mezzo dei corvi, anzi per una lunga serie di miracoli; com'io non potessi immaginarmi in questa disabitata parte del mondo un luogo ove potessi essere gettato con mio maggiore vantaggio; un luogo ove se io non aveva società, che era un dolore da una banda per me, nemmeno temea d'incontrare affamati lupi o furiose tigri o altre fiere che minacciassero la mia vita; non animali velenosi di cui potessi cibarmi con mio pregiudizio; non selvaggi che mi trucidassero o divorassero. In una parola, se la mia vita era vita di penitenza per un lato, era di misericordia per l'altro; nè per rendermela una vita di consolazione mancavami altro, che riconoscere la bontà usatami dal Signore e la sollecitudine ch'egli degnava prendersi di me in questo stato. Fattomi un buon nutrimento di tali meditazioni, io mi partiva da esse ch'io non era più malinconico.
Intanto io avea soggiornato quivi sì lungo tempo che molte delle cose di cui mi provide il vascello naufragato, erano o affatto consumate, o molto danneggiate, o vicinissime a finire.
Il mio inchiostro, come notai, volgeva al suo fine da qualche tempo, e me ne rimaneva solo pochissimo che andava allungando a poco a poco con acqua, divenuto indi sì smorto, che lasciava appena un'apparenza di nero sopra la carta. Finchè mi durò, me ne valsi a registrare i giorni del mese in cui mi accadeva alcun che di notabile; e nel fare il computo de' tempi andati potei scorgere una singolare connessione tra i giorni di ciascun anno e i vari avvenimenti occorsimi, su la quale particolarità del mio registro, se fossi stato superstiziosamente inclinato a distinguere i giorni fausti dai giorni infausti, avrei avuto ragione di fermarmi con una grande dose di curiosità.
Primieramente osservai che quel giorno in cui, abbandonati i miei genitori e congiunti, fuggii ad Hull per imbarcarmi, fu un anno dopo lo stesso giorno nel quale fui preso e fatto schiavo dal corsaro di Salè; lo stesso giorno dell'anno nel quale mi sottrassi al naufragio su le acque di Yarmouth, fu lo stesso d'un anno successivo quando fuggii da Salè entro una scialappa; il giorno della mia nascita, il 30 settembre, fu pur quello in cui ebbi salva tanto miracolosamente la vita, ventisei anni dopo quando la burrasca gettommi su questa spiaggia; onde la mia vita perversa e la mia vita solitaria cominciarono entrambe in una stessa data di mese.
La seconda cosa mancatami dopo l'inchiostro fu il mio pane: intendo il biscotto tratto fuori dal vascello; e certo ne avevo fatto il massimo risparmio essendomi contentato di mangiarne un pezzo al giorno per oltre ad un anno; pure ne rimasi affatto senza, quasi un anno prima ch'io ne cogliessi di quello di mia propria rendita dal mio campo; ed aveva bene di che ringraziar Dio se ne aveva di qualche sorta, perchè questo secondo mi venne, come già notai, quasi per un miracolo.
Anche i miei panni cominciavano a scadere tremendamente. Quanto a biancheria, io non ne avea da lungo tempo, eccetto alcune camicie tessute a scacchi ch'io trovai nelle casse degli altri marinai, e ch'io conservai con grande cura, perchè per molto tempo dell'anno io non poteva portare d'altri vestiti che una camicia; onde fu una gran providenza per me l'averne trovate tre dozzine in circa fra i panni ereditati dal naufragio. Ereditai veramente ancora parecchie casacche di marinai, ma queste erano troppo pesanti a portarsi. E qui notate che se bene il caldo del clima sia sì violento che non v'è bisogno di panni d'alcuna sorta, pure non potei andar nudo del tutto quand'anche tal fosse stata la mia inclinazione, che non lo era, perchè non ho mai saputo adattarmi nemmeno all'idea di ciò benchè fossi affatto solo. La ragione poi per cui non lo potevo, si era la molestia recatami dal sole, maggiore se era ignudo che quando un qualche panno mi ricopriva; anzi il gran caldo mi producea sovente ampolle nella pelle; con una camicia l'aria stessa producea qualche moto, e facendo sventolare un tal vestimento la camicia mi rinfrescava meglio che se non l'avessi avuta. Così pure non potei avvezzarmi ad andare col capo scoperto sotto alla sferza del sole: essa è sì terribile in questi luoghi che, se io non era riparato da un cappello o da un berrettone, mi produceva in un subito l'emicrania, dalla quale per altro ero libero appena mi ricoprivo.
Dietro queste considerazioni cominciai a pensare al bisogno di dar qualche ordine ai miei cenci, ch'io chiamava vestiti. Avevo già logorati tutti i miei giustacuori, e mi affaccendavo ora a provare se potessi cavare fuori alcuni saioni dalle casacche da marinaio e da altri materiali che avevo; così divenni un sarto o piuttosto un rassettatore di stracci, chè da vero avrebbe fatto pietà il vedermi in questo mestiere. Pure m'ingegnai di fare due o tre saioni nuovi, che spero mi durino un bel pezzo. Quanto a brache le mie esperienze furono da vero assai triste.
Dissi già ch'io era solito conservare le pelli de' quadrupedi da me uccisi; io le attaccava stese sopra pali affinchè si seccassero al sole, per la quale operazione alcune divenivano sì dure che poteano ben servire a poco; ma altre ne trovai di grand'uso. La prima cosa che ne feci, si fu un gran berrettone col pelo volto all'infuori, onde non vi si fermasse la pioggia. Dopo ciò mi feci un corredo di vestiti tutti di pelle, vale a dire una casacca ed un paio di brache aperte al ginocchio, perchè bisognava mi riparassero piuttosto dal caldo che dal fresco. È mio obbligo il confessare che questi vestiti erano empiamente fatti, perchè se ero un cattivo falegname, ero anche un sarto peggiore. Pure quali gli avevo fatti, mi giovarono assai, e se veniva a piovere quando andava attorno, il pelo della mia casacca e del mio berrettone, ricevendo esso l'acqua, facea ch'io me ne tornassi a casa perfettamente asciutto.
Impiegai ancora molto tempo per provvedermi tal cosa di cui sentivo un forte bisogno, e che da lungo tempo io divisava farmi con le mie mani un ombrello. Io avea già veduto fabbricare di questi arnesi al Brasile, ove sono d'un massimo uso a motivo degli eccessivi calori che regnano colà; nè da vero m'accorgevo che fossero niente minori, anzi più gagliardi erano in questa spiaggia più prossima all'equatore; oltrechè, essendo io obbligato ad essere spesso in giro m'avrebbe giovato molto per ripararmi così dal caldo come dalle piogge. Non saprei dire quanti disturbi mi diede un tale lavoro, e quanto tempo ci volle prima di arrivare a far qualche cosa che avesse garbo d'ombrello; v'è di peggio: allorchè m'immaginai d'avere finalmente colto nel segno, mi convenne guastarne due o tre perchè non andavano mai a mio modo. Quando Dio volle, me ne venne fatto uno che tanto tanto corrispondeva alle mie idee; la maggiore difficoltà ch'io trovassi stava nel farlo tale da poter chiuderlo. Fino a tenerlo disteso ci arrivavo, ma se non potevo e spiegarlo e chiuderlo, non mi serviva più ed io voleva che mi servisse. In somma giunto, come ho detto, a farmene uno sufficientemente buono al mio scopo, lo copersi di pelle col pelo all'infuori; per tal modo parava da me l'acqua a guisa d'una grondaia, e mi difendeva sì efficacemente dal sole che poteva nella stagione più calda camminare attorno con maggior conforto di quanto avessi fatto dianzi nella più fresca. Se non avevo bisogno del mio arnese, me lo ponevo, chiudendolo, sotto il braccio.
Così io conduceva assai piacevolmente la vita, avendo assuefatto perfettamente il mio animo a rassegnarmi ai voleri della divina providenza nelle braccia della quale io mi era posto interamente. Ciò mi rendeva il vivere migliore che se fossi stato in società; perchè ogni qualvolta mi sentivo tentato ad augurarmela, chiedevo a me stesso se il conversare co' miei propri pensieri e, come spero d'aver potuto dirlo, col medesimo Dio mediante la preghiera, se questo conversare non valesse meglio dei massimi diletti del consorzio sociale.
Oltre alle narrate cose, non potrei ricordarne altra di straordinaria avvenutami durante questi cinque anni di mio soggiorno nell'isola. Lo stesso fu sempre il mio tenore di vita, gli stessi come dianzi i luoghi da me abitati o visitati; gli stessi i miei principali lavori di ciascun anno: la piantagione del mio orzo e del mio riso, la coltivazione delle mie uve, de' quali ricolti io mi tenni in misura per averne sempre la mia provisione anticipata da un anno all'altro; le stesse mie giornaliere gite alla caccia, non potrei, dissi, citare altre cose straordinarie se, dopo la prima inutile prova, non mi avesse continuamente tenuto in faccende il desiderio di fabbricarmi una piroga che mi potesse servire; intento che finalmente ottenni, come pur l'altro di scavare un canale largo sei piedi, profondo quattro che condusse la nuova navicella in mare per traverso a circa un mezzo miglio. Chè quanto all'altra piroga, smisuratamente enorme quale io l'avea fabbricata senza rifletterci meglio, come avrei dovuto fare, anche ammessa la possibilità di vararla; quanto all'altra piroga, non essendo io mai stato in grado nè di condurla nell'acqua, nè di condurre l'acqua contr'essa, fui costretto a lasciarla dov'era, a guisa d'una memoria che m'insegnasse ad essere più saggio una seconda volta; e la seconda volta di fatto, ancorchè non mi riuscisse trovare l'albero adatto al mio disegno, nè una posizione men lontana di mezzo miglio, come ho detto, dall'acqua, pure vedendo che il lavoro era fino ad un certo grado possibile, non ne abbandonai mai affatto il pensiere; e benchè fossero circa due anni dacchè io m'affaticava ad uno stesso proposito, non mi dolsi mai della mia fatica con la speranza di aver finalmente un naviglio per mettermi in mare.
XXX. Viaggio marittimo intorno all'isola.
Ancorchè il mio piccolo naviglio fosse terminato, la proporzione di esso non corrispondeva menomamente all'intento ch'io mi avea prefisso quando lo fabbricai; quello cioè di avventurarmi alla volta della terra ferma da me scoperta distante oltre a quaranta miglia dall'isola; per conseguenza la picciolezza della mia navicella bastò a farmi mettere da banda questo disegno al quale più non pensai. Tal mia navicella nondimeno poteva, a quanto sembrommi, servirmi a girare dintorno all'isola; e questo fu il disegno che sopravvenne all'altro rimasto privo d'effetto; perchè avendo io già, come dissi altrove, veduta una parte di spiaggia opposta attraversando il paese per terra, le scoperte fatte in quel mio piccolo pellegrinaggio m'invogliarono sempre più di vedere il rimanente della costa; onde non pensai più che a veleggiare intorno dell'isola.
A tal fine, per fare tutte le mie cose ponderatamente, adattai un piccolo albero alla mia navicella, formandogli una vela con alcuni pezzi di vele del vascello naufragato de' quali aveva una buona scorta presso di me. Eseguite tali operazioni, provai questo mio bastimento che vidi in istato di veleggiare assai bene. Allora praticai ai due lati di esso alcuni ripostigli od armadj per collocarvi in sicuro dalla pioggia o dagli sprazzi dell'acqua le mie provigioni, munizioni o quant'altro occorresse alla divisata corsa; in oltre scavata nell'interno della barca una lunga fenditura che potesse contenere il mio moschetto, la copersi di una cortina affinchè esso non prendesse l'umido.
Formata una specie di scassa su la poppa, vi conficcai il mio ombrello a guisa d'un albero di nave: esso, sovrastando al mio capo, mi difendea come una tenda dall'ardore del sole. Dopo questi apparecchi andai facendo a quando a quando piccoli giri sul mare; pur senza scostarmi per allora, o senza almeno scostarmi molto dalla mia celletta. Finalmente, ansioso di vedere la circonferenza del mio piccolo reame, risolvetti di mettermi in corso, e con questa mira vettovagliai il mio vascello con due dozzine di pani o piuttosto potevo chiamarli focacce d'orzo, una delle mie pentole di terra cotta piena di riso abbrustolito, cibo di cui facevo un grandissimo uso, con un fiaschetto di rum, una mezza capra, polvere e pallini affinchè mi crescessero le vettovaglie stesse, e due delle casacche che dissi tolte alle casse de' marinai naufragati, una di esse per giacervi sopra, l'altra perchè mi servisse di coperta la notte.
Era il 6 di novembre, e correva l'anno sesto del mio regno o della mia schiavitù, se vi piace meglio così, quando impresi questo viaggio che trovai molto più lungo di quanto io credeva; perchè se bene l'isola in sè stessa non fosse vastissima, pur quando fui al suo lato orientale, m'abbattei in una grande catena di scogli che, parte a fior d'acqua, parte sott'acqua, tenevano circa due leghe di mare, ed inoltre in un banco di sabbia asciutta che occupava più di una mezza lega, onde era costretto mettermi molto al largo per girare attorno alla punta di questo ostacolo di scogli e di sabbia.
Al primo scoprirlo fui sul punto di rinunziare al mio divisamento e di retrocedere, non sapendo a quanto tratto di alto mare mi obbligherebbe, e soprattutto incerto se dopo essere andato troppo avanti avrei potuto tornare addietro. Gettai quindi l'áncora, chè mi ero fatto una specie d'áncora con un grappino rotto, una anch'esso delle eredità del naufragio.
Assicurata così la mia navicella e preso meco il mio moschetto, posi piede su la spiaggia ove arrampicatomi sopra una collina che sembrava dominasse la punta della catena di scogli, ne misurai ad occhio l'estensione, e decisi d'avventurarmi al tragitto.
Nello scandagliare il mare dall'altura dove mi stetti, notai una forte e da vero violentissima corrente che, diretta a levante, radeva affatto da vicino la punta; e tanto più accuratamente la esaminai perchè vedevo esservi qualche pericolo che, quando fossi entro di essa, venissi trasportato dalla violenza della medesima in alto mare senza poter di nuovo raggiugnere l'isola; e per dir vero se non avessi fatta una tale verificazione sopra l'altura, credo bene che mi sarebbe accaduto così; perchè la mia corrente si andava ad unire con un'altra simile al di là della punta. Solamente questa seconda era più distante dalla spiaggia, e m'accorsi d'un gagliardo risucchio18 rasente la spiaggia; onde io, così pensai, non avrei avuto a far altro che tenermi fuori della prima corrente e guadagnar tosto il risucchio.
Ciò non ostante io rimasi all'áncora due giorni, perchè il vento assai freddo che spirava ad est-sud-est (levante-scirocco) essendo direttamente contrario alla predetta corrente, accumulava cavalloni d'acqua contro alla punta; onde era cosa mal sicura per me tanto il tenermi serrato alla costa a motivo dei frangenti, quanto l'allontanarmi a motivo della corrente.
Alla mattina del terzo giorno, calmatosi il vento durante la notte ed essendo tranquillo il mare, io m'arrischiai; ma divenni una gran lezione per l'avvenire a tutti i nocchieri ignoranti ed audaci. Perchè non appena fui arrivato alla punta, non lontano più che la lunghezza della mia navicella dalla spiaggia, mi trovai in una grande profondità d'acque, ed in una corrente simile alla cateratta di un mulino. Questa si trascinò seco il mio legno con tanta violenza, che tutto il mio saper fare non potendo tenerlo vicino a terra, mi vidi spinto lontano e sempre più lontano dal risucchio che mi stava a manca, e su cui erano fondate le mie speranze. Non spirava un fiato di vento che mi aiutasse, e tutti gli sforzi de' miei remi non facevano nulla. Cominciavo già a darmi come perduto; poichè essendovi una corrente di qua ed una di là dalla punta, io capiva che a poche leghe di distanza si sarebbero unite; ed allora chi mi salvava? Io non vedeva possibilità di sottrarmi a tale pericolo, nè mi stava innanzi altra certezza fuor quella di morire, se non sommerso, perchè il mare era abbastanza tranquillo, certamente dalla fame. È ben vero ch'io avea trovata su la spiaggia una tartaruga tanto greve ch'io poteva appena levarla da terra e da me balzata entro la mia piroga; è ben vero che avevo un grand'orcio, cioè una delle mie pentole di terra cotta, pieno d'acqua dolce; ma tutto ciò che cosa era quando fossi stato tratto nel vasto oceano, ove ad una distanza per lo meno di mille leghe non avrei trovato nè continenti nè isole, in somma spiagge di sorta alcuna?
Allora io vidi come fosse cosa facile agl'imperscrutabili divini voleri il rendere la più misera condizione del mondo anche più misera. Ora io m'augurava la mia desolata e solitaria isola come se fosse il più delizioso paese dell'universo; ora tutta la felicità che il mio cuore sapesse desiderare, era il tornare ad esservi di bel nuovo; stendeva sospirando le mani verso di essa: ”Oh fortunato deserto! io esclamava, non ti vedrò mai più! Misera creatura ch'io sono! Dove son io adesso per andare?” Allora io rampognava a me medesimo la mia ingratitudine per essermi querelato del mio deserto; ed ora che non avrei io dato per essere tuttavia in quel deserto? Così è che non vediamo mai il nostro vero stato, se non quando ci viene fatto manifesto da uno stato peggiore, nè conosciamo il prezzo di quanto abbiamo se non allor che ci manca. Difficilmente può immaginarsi la costernazione che or mi premeva al vedermi strappato dalla mia diletta isola (ch'io la chiamava in quel momento così) in mezzo alla vastità dell'oceano quasi due leghe distante da essa e disperando affatto di mai più raggiugnerla. Ciò non ostante io non perdonava a fatica; le mie forze erano pressochè esauste nel tener la mia navicella quanto mai io potea vôlta a tramontana, vale a dire verso il lato di corrente che guardava il risucchio. Finalmente verso il mezzogiorno, mentre il sole passava sul meridiano, credei sentirmi rimpetto una lieve brezza che spirava da sud-sud-est (ostro scirocco), brezza che mi confortò l'animo alcun poco e specialmente allorchè in una mezz'ora all'incirca si trasformò in un piacevole venticello. Intanto per altro stavo ad una spaventosa distanza dall'isola, onde la menoma nube o nebbia che fosse sopravvenuta, io era ciò nondimeno perduto, perchè privo di bussola non avrei mai saputo come governare verso la terra, se l'avessi smarrita di vista; ma continuando il sereno io mi diedi di nuovo a mettere all'ordine l'albero della mia navicella e a spiegare la vela, mantenendomi quanto io poteva a tramontana per tirarmi fuori della corrente.
Spiegata appena la vela e già rinforzando di cammino verso questa dirittura la mia piroga, m'accorsi dall'acqua più chiara che qualche cambiamento era vicino a farsi nella corrente; perchè finchè questa fu sì impetuosa, l'acqua era torbida. Di fatto allora soltanto m'accorsi che l'impeto delle ondate andava cedendo; nè tardai dopo fatto un mezzo miglio in circa a vedere a levante i cavalloni del mare che percuotevano alcuni scogli dividendo ad un tempo la corrente in due rami. Mentre il più impetuoso di questi due rami scorrea più a mezzogiorno lasciando gli scogli a nord-est (greco), l'altro tornava addietro respinto dagli scogli stessi, formando un risucchio che retrocedea gagliardemente verso nord-west (maestro).
Sol chi immagini il sentimento eccitato dall'annunzio della grazia in coloro che sono già su la fatale scala del loro supplizio, o una liberazione dalle mani d'assassini in que' miseri che stavano per esserne vittime, o qualsiasi insperato conforto in mezzo alla massima estremità del pericolo, può congetturare qual fosse la sorpresa della mia gioia e con quanta soddisfazione io spingessi la mia navicella entro quel risucchio di salvezza. Spirava ognor più propizio il vento; oh come lieto gli presentai la mia vela! oh come lieto al pieno fiotto m'abbandonai!
Questo mi portò quasi una lega verso terra, ma circa due leghe più a tramontana della corrente che mi avea trascinato da prima; onde quando fui vicino alla spiaggia, mi trovai al lato settentrionale dell'isola, vale a dire al lato opposto a quello donde io aveva cominciata la mia navigazione.
Poichè ebbi fatto poco più d'una lega col favore di questo risucchio, esso divenne un'acqua morta che non potea più imprimere forza al mio legno. Nondimeno, trovandomi tra due correnti, quella di mezzogiorno che m'avea trascinato, e quella di tramontana che giaceva ad una lega circa dall'altra banda, trovai almeno fra esse un'acqua tranquilla e che non m'opponea resistenza; onde favorendomi tuttavia il vento, potei co' remi governare direttamente verso l'isola, benchè non facendo tanto cammino come per lo innanzi.
Alle quattro circa della sera men lontano d'una lega da terra, mi vidi innanzi la punta sporgente della catena di scogli che m'avea tratto in sì mal rischio, e che battuta dalla corrente diretta a mezzogiorno formava di rimbalzo un risucchio a tramontana. Lo scopersi assai gagliardo, ma non in tal direzione che potesse condurmi a ponente, ove mi bisognava prendere il mio cammino, perchè si volgeva quasi affatto a settentrione. Nondimeno, protetto da una brezza favorevole vi entrai torcendomi al nord-west (maestro), e dopo un'ora in circa mi trovai vicino quasi un miglio alla spiaggia, ove placidissima essendo l'acqua, presto sbarcai.
Posto piede a terra, mi gettai ginocchione ringraziando Dio per avermi salvato; e qui feci fermo proposito di abbandonare ogni idea di liberazione che dovesse derivarmi dalla mia piroga. Ristoratomi indi con alcuna delle provisioni trasportate meco, riparai la mia navicella presso la spiaggia in un piccolo seno che io aveva scoperto sotto alcuni alberi, poi mi vi coricai entro per dormire; ch'io non ne poteva più dalla fatica e dai travagli di tale navigazione.
Il mio grande imbarazzo stava ora su la via donde ricondurre a casa la mia navicella. Per quella da cui ero venuto avevo corsi troppi pericoli, e sapevo troppo la natura dei casi che vi s'incontravano per cimentarmi nuovamente; qual fosse la via di versa da prendere dall'altra parte, cioè da ponente, io non lo sapeva, nè d'altronde avevo voglia di cercar nuove avventure. Sol la mattina presi la risoluzione di costeggiare la spiaggia, per vedere se vi fosse una baia per lasciare ivi in sicuro la mia grande fregata onde venirla poi a ripigliare quando me ne fosse occorso il bisogno. Dopo aver costeggiato per tre miglia all'incirca, mi trovai ad un bel braccio di mare della lunghezza a un dipresso d'un miglio, che si assottigliava al punto di divenire un picciolo ruscello, ove trovai un convenevolissimo porto e nel quale la mia piroga rimarrebbe come in un piccolo arsenale fatto a posta per essa. Lasciatala quivi con tutta la sicurezza, nè toltene fuori per portarle meco altre cose che il mio moschetto e l'ombrello, perchè faceva un caldo eccessivo, tornai alla spiaggia per guardare intorno a me e veder dove fossi.
XXXI. Ritorno dalla parte del frascato e nuove casalinghe occupazioni.
M'accorsi di essere lontano sol di poco dal luogo ove era stato prima, allorchè feci il mio pellegrinaggio a questa spiaggia medesima; mi portai dunque a quella volta. Fu delizioso il mio viaggio, tanto più a petto del disastrosissimo ch'io aveva avuto poc'anzi. Non tardai la sera a raggiugnere il mio antico frascato, ove trovai tutte le cose nell'essere stesso in cui le avevo lasciate; nè potevo averle lasciate altrimenti per essere questa, come ho detto altrove, la mia casa di villeggiatura.
Attraversata la palizzata e stesomi all'ombra per dar riposo alle mie membra che da vero reggevo a fatica, perchè stanchissimo, mi addormentai. Giudicate voi, o leggitori della mia storia, se lo potete, qual dovette essere la mia sorpresa, allorchè mi svegliò dal mio sonno una voce che mi chiamò per nome parecchie volte: Robin, Robin, Robin Crusoè! Povero Robin Crusoè! Dove siete, Robin Crusoè? Dove siete? Dove siete andato?
Ero sì profondamente addormentato alla prima, tanto m'avea stancato il lavorar dei remi, o pagaie, come vengono chiamati in questi luoghi19, per una parte del giorno e per l'altra il camminare a piedi, che non mi svegliai compiutamente; ma così tra il sonno e la veglia, pur sognando che qualcheduno mi parlasse, e continuando la voce a ripetere: Robin Crusoè! Robin Crusoè! cominciai finalmente ad essere un poco più desto. Spaventato su le prime, saltai in piedi nella massima costernazione; ma appena ebbi aperti gli occhi, vidi il mio Poll seduto in cima alla palizzata. Non potevo più dubitare che chi m'avea parlato non fosse desso; perchè appunto in questo lamentevole linguaggio io era solito parlargli ed insegnargli a parlare. Quel povero animaletto, aveva imparato sì perfettamente che, venutosi a posar sul mio dito e col rostro appressato al mio volto gridava: Povero Robin Crusoe! Dove siete? Dove siete stato? e simili cose che gli avevo insegnate.
Nondimeno, ancorchè io sapessi che era il pappagallo, e che sicuramente non poteva essere altro, ci volle un bel pezzo prima ch'io arrivassi a ricompormi. Primieramente mi facea maraviglia che questo animale fosse venuto qui, nè capivo poi perchè fosse venuto piuttosto qui che in un altro luogo; ma appena fui certo che chi mi chiamava era il fedele Poll, gli stesi la mano, lo chiamai anch'io pel suo nome; quella cara bestiuola venne a me, si posò sul mio pollice, come era solita fare, e continuò con le sue esclamazioni e domande come se veramente si rallegrasse al rivedermi; dopo di che me la ricondussi all'antica casa.
Avevo già dismessa, e per qualche tempo, la voglia di far corse sul mare; ed avevo ancora abbastanza occupazione per alcuni giorni nel rimanermene tranquillo meditando i pericoli cui m'ero esposto. Certo mi sarebbe piaciuto assai tornare ad avere la mia navicella dal lato dell'isola ove abitavo; ma non vedeva come fare per ottenere tale intento. Alla parte orientale già costeggiata, ben sapevo che non era più via da tentarsi: mi si restringeva il cuore e mi si agghiacciava il sangue al solo pensarci sopra. Quanto all'altro lato dell'isola, ignoravo come fossero le cose colà; ma se l'impeto della corrente era forte su la spiaggia orientale, come era stato a questa, io correva lo stesso rischio di esserne trascinato e portato lontano dall'isola come lo fui l'ultima volta; con sì fatte considerazioni pertanto mi contentai a restarmene senza la mia navicella, ancorchè fosse stata il frutto di tanti mesi di fatica impiegati a fabbricarla e d'altrettanti per metterla in acqua.
Mantenutomi in questa moderazione d'animo per un anno circa, condussi una vita assai pacata, ritirata, solitaria non ho bisogno di dirvelo; ed essendosi le mie idee perfettamente conformate al mio stato, e confortato affatto dalla mia rassegnazione nelle disposizioni della Providenza, sembrommi di condurre una vita felice in tutto e per tutto, se si eccettui l'esser fuori della società.
Divenni in questo tempo più abile in tutti quegli esercizi meccanici, cui m'obbligava dedicarmi la natura dei miei bisogni, e credo che ad un caso avrei potuto divenire un eccellente falegname, tanto più ove si consideri la scarsezza degli stromenti che aveva.
Oltre a ciò pervenni ad una inaspettata perfezione nè miei lavori di terra cotta, in che m'ingegnai sì bene, che arrivai ad eseguirli col soccorso di una ruota: trovato che mi fu utilissimo a far le cose mie e più facilmente e infinitamente meglio, giacchè riducevo a forme tonde e ben proporzionate quelle manifatture che dianzi mettevano schifo a guardarle. Ma non credo di essere mai stato così vanaglorioso della mia abilità o più contento d'alcuna delle mie invenzioni, siccome quando mi scopersi capace di farmi una pipa da tabacco; e benchè mi riuscisse assai sgarbata e sol di terra cotta rossa, come tutte l'altre suppellettili di tal genere della mia fabbrica, pure era sì dura e salda, e conduceva il fumo sì bene, che ne ebbi il massimo dei conforti, perchè era stato sempre avvezzo a fumare, e trovavansi delle pipe nel vascello naufragato; ma su le prime non pensai a cercarne, perchè non m'immaginavo che vi fosse tabacco nell'isola; in appresso, accortomi del tabacco, non rinvenni pipe quando andai a rintracciarne.
Anche nella mia arte d'intessere vimini feci grandi progressi, onde mi procurai in copia quanti canestri mi furono necessari e di quante fogge mi suggeriva la mia immaginazione; ancorchè non fossero molto eleganti, pure erano tali che si maneggiavano comodamente, e mi servivano o per riporvi o per tirare con essi alla mia abitazione le cose mie. Per esempio, se fuor di casa io ammazzava una capra, la sospendevo ad un albero, la scorticavo, la rimondavo, la facevo in pezzi, e portavo ciò che era buono a casa mia entro un canestro; così facevo d'una testuggine: toltole il guscio, ne traevo fuori le uova e due o tre pezzi di carne, che era quanto bastava per me, e poste queste cose in un canestro per portarmele a casa, lasciava indietro il restante. Ampi canestri parimente ricevevano le mie spiche ch'io sempre sgranava quando erano secche, e rimondate le conservavo in altri grandi canestri.
Cominciavo ora ad accorgermi che la mia polvere scemava notabilmente. Essendo questa una mancanza che mi era impossibile il riparare, mi diedi a pensar seriamente a qual partito mi sarei appigliato quando non ne avrei avuto più, o sia come avrei fatto per provvedermi di capre. Nel terzo anno del mio soggiorno nell'isola io m'era già, come dissi, allegata e addimesticata una giovine capretta nella speranza di prendere un maschio della sua razza che la facesse madre; ma non potei mai giungere a questo intento, e la mia capretta intanto divenne una vecchia capra che per altro non ebbi mai cuore di uccidere e che morì sol di vecchiaia.
Io era già all'undicesimo anno del mio soggiorno in quest'isola, e le mie munizioni, come osservai, andando a finire del tutto, mi diedi a studiare qualche insidia opportuna ad accalappiare capri in modo di averli vivi nelle mani: una giovine capra soprattutto era quanto mi abbisognava. A tal fine posi agguati a queste bestie per prenderne qualcheduna; e credo bene che ci sarei riuscito se i miei calappi fossero stati di buona qualità; ma io non avea filo di rame per renderli tali, onde li trovava sempre rotti ed in oltre divorata la pastura postavi per adescare quegli animali. Risolvetti finalmente di praticarne uno di nuovo genere scavando profonde fosse nel terreno; e ciò feci in diversi luoghi, ove osservai che i capri erano soliti di recarsi al pascolo; su questi fossi collocai graticci, sempre di mia fabbrica, con un greve peso sovr'essi. Per parecchie volte da prima li sparsi di spiche d'orzo e di riso senza il peso che li facesse discendere, e dalle impronte delle zampe di tali bestie potei facilmente capire che erano andate di volta in volta a mangiare il mio grano. Una notte finalmente collocai i pesi ai loro posti, ma tornato la successiva mattina trovai che questi non aveano ceduto, ed il mio grano tuttavia era stato mangiato; la qual cosa da vero mi scoraggiava. Pure feci qualche cangiamento ai miei congegni, e per non darvi la molestia di più minute descrizioni, vi dirò che andato una mattina a veder l'effetto delle mie insidie, trovai in un fosso un vecchio capro d'enorme grossezza ed in un altro tre capretti, un maschio e due femmine.
Quanto al vecchio caprone io non sapeva come mettermici. Egli appariva sì feroce, che non ardii accostarmegli entro la fossa, intendiamoci accostarmegli per tirarlo fuori vivo, che era ciò di cui avevo bisogno. Avrei potuto ucciderlo, ma ciò non faceva il mio caso, nè corrispondeva al fine che mi prefiggevo. Datagli pertanto la libertà, fuggì come divenuto pazzo dalla paura. Io non sapeva allora ciò che imparai in appresso: che la fame cioè arriva ad addimesticare un leone. Se avessi lasciato per tre o quattro giorni entro la buca, senza dargli veruna sorta di nutrimento, il mio capro, indi gli avessi portato prima un po' d'acqua per dissetarsi, poi alcun poco di grano, sarebbe divenuto mansueto non meno d'uno di que' capretti, perchè sono bestie molto sagaci ed anche trattabili, quando sono avvezzate a dovere.
Nondimeno in quel momento lo lasciai andare non vedendo nulla di meglio a farsi; poscia venni ai miei tre capretti che, presili ad uno ad uno, legai tutti ad uno stesso guinzaglio, e non senza qualche difficoltà me li trassi a casa.
Ci volle un bel pezzo prima che si adattassero a mangiare; ma quando porsi loro un po' di grano fresco, ciò li sedusse e principiarono a mansuefarsi. Ben vidi allora che se desideravo mangiar carne di capra quando le mie munizioni sarebbero finite, io non aveva altro espediente fuor quello di addimesticarne alcuni, con che forse sarei giunto ad averne intorno alla mia casa un armento simile ad una mandra di pecore. Ma giunto a questo caso, mi convenne separare i domestici dai salvatici, altrimenti i primi coll'aumentarsi sarebbero tornati salvatici anch'essi. Per assicurarmi una tale separazione io non aveva altro metodo,se non quello di prepararmi un parco chiuso, ben difeso da una siepe o da una palizzata, affinchè nè i domestici potessero uscirne, nè i salvatici entrarvi.
Era questa una grande impresa per un sol paio di mani; pur vedendo che ciò era di assoluta necessità, la mia prima cura fu trovar fuori un pezzo di terreno conveniente, in cui cioè potesse rinvenirsi erba pel loro pascolo, acqua perchè si abbeverassero, ed ombra che li riparasse dal sole.
Chi s'intende di tali chiusi per animali dirà ch'io ebbi ben poco giudizio, non già rispetto al luogo da me scelto a tal uopo, opportuno certo ai tre additati bisogni, perchè aveva la sua parte di prateria, o come dicesi nelle colonie occidentali, savanna, andava provveduto di due o tre rigagnoli, e ad una delle sue estremità d'un foltissimo bosco; ma rideranno su la mia previdenza quando dirò loro, ch'io m'accinsi a chiuderlo con una siepe o palizzata lunga all'incirca due miglia. Nè la mia piazza era sì grande quanto alle proporzioni, perchè, se la mia cinta fosse stata anche di dieci miglia, avrei avuto tempo bastante per far questa siepe; ma non considerai che in tanta estensione le mie capre sarebbero divenute salvatiche come se avessi dato ad esse per prigione l'intera isola; onde avrei potuto prepararmi a far la vita del cacciatore come se non avessi mai avuta abilità di provvedermi capre in altra maniera.
Il mio riparo era principiato e condotto ad una lunghezza circa di cinquanta braccia, quando questa considerazione mi venne in mente; laonde fermatomi subito, risolvei per allora che il mio luogo chiuso non avesse una lunghezza maggiore di cento cinquanta braccia a un dipresso, nè una larghezza maggiore di cento; estensione che sarebbe bastata a mantenere quanta greggia avessi potuto adunare in un ragionevole corso d'anni, e ad ogni evento sarei sempre stato in tempo di aumentarne lo spazio.
Ciò mi sembrò un operare con qualche prudenza. Occorsemi circa tre mesi a riparare con siepe il mio parco limitato a questa grandezza. Custodii frattanto impastoiati nel miglior luogo del novello recinto i miei tre capretti, che io solea tenermi vicini il più che mi fosse stato possibile per rendermeli famigliari. Spessissimo io nudrivali con le mie proprie mani portando loro o spighe d'orzo o pugnelli di riso. Quando poi fu terminato il mio parco chiuso, e li lasciai camminar liberi entro di esso, mi seguivano qua e là belandomi dietro per farsi dare un poco di grano.
Ciò corrispose al fine ch'io m'era proposto, perchè in capo ad un anno e mezzo ebbi un gregge di circa dodici capre e capretti, e in poco più di due anni ne avevo quarantatrè, senza contare quelli ch'io andava macellando per uso della mensa. Chiusi indi cinque pezzi separati di terreno ad uso di loro pascolo, entro i quali li feci entrare con poca fatica per prenderli di lì a norma del bisogno; poi fabbricai porte che comunicassero tra un parco e l'altro.
Ma qui non consisteva il tutto; perchè ora non solamente aveva carne per nutrirmene a mio piacimento, ma in oltre latte; cosa alla quale per verità non aveva pensato nè poco nè assai in principio, e che quando mi venne in mente eccitò in me la più gradevole delle sorprese; onde avviata allora la mia cascina, arrivai ad avere talvolta uno e due boccali di latte per giorno. E poichè la natura che provvede di commestibile ogni vivente, gl'insegna pure ella stessa i modi di prepararselo, io che non avea mai munta una vacca, molto meno una capra, nè veduto far burro o formaggio, se non da fanciullo affatto, dopo un grande numero di esperienze e di spropositi giunsi a farmi da me il mio burro e più tardi il mio formaggio, grazie al sale che mi veniva, può dirsi in mano, bello e preparato dal calore del sole su gli scogli della spiaggia; onde di questi cibi non ne fui mai senza in appresso. Come il misericordioso Creator nostro sa usare verso le sue creature anche ridotte allo stato in cui si direbbero condannate ad ultima perdizione! Come sa addolcire l'amarezza de' suoi più tremendi castighi e darci motivo di esaltarlo fin tra gli orrori della schiavitù e della prigionia! Qual mensa non imbandì egli per me in un deserto, mentre su le prime io non vedeva innanzi a me altro che pericolo di perire dalla fame!
Sarebbe stata cosa atta ad eccitare il sorriso d'uno stoico il vedermi seduto a mensa e dintorno a me la piccola mia famiglia; quivi stava mia maestà, principe e signore di tutta l'isola; io aveva tutte le vite dei miei sudditi al mio assoluto comando; potevo impiccare, accarezzare, dar la libertà e toglierla senza avere un sol ribelle in tutto il mio popolo. Vedere come io pranzava solo affatto a guisa d'un re! Poll, siccome mio favorito, era l'unico cui fosse permesso volgermi la parola. Il mio cane, venuto acciaccato e decrepito senza aver mai potuto trovare una compagna per moltiplicar la sua razza in quest'isola, mi sedeva sempre a destra; i due gatti, uno da un lato, l'altro dall'altro della tavola, stavano aspettando a quando a quando un boccone dalla mia mano qual contrassegno di speciale favore.
Ma queste non erano le due gatte ch'io m'era portate da principio alla spiaggia; chè quelle già morte furono sotterrate dalla mia mano medesima in vicinanza della mia abitazione. Una di esse avendo figliato, non so per opera di quale specie di bestia, i presenti gatti erano due creature di quella discendenza ch'io avea conservate domestiche; il restante andato a menar vita vagante e selvaggia pei boschi, era anzi arrivato a diventarmi molesto; perchè quella genìa avea preso l'uso di entrare spesse volte in mia casa e di saccheggiarmi, sinchè finalmente costrettomi a salutarla col mio moschetto e ad ammazzarle una gran parte de' suoi, mi lasciò quieto una volta. Con tale corteggio e in mezzo a tale abbondanza io vivea; nè poteva dire di mancare d'alcuna cosa se non della società; ed anche di questa di qui a qualche tempo, era per averne di troppo.
XXXII. Viaggio per terra alla spiaggia innanzi cui quasi pericolò la piroga.
Mi pungea sempre, come ho già osservato, un tal qual desiderio di avere a mia disposizione la mia scialuppa ancorchè fossi schifo di correre d'ora in poi più gravi rischi sul mare; qualche volta pertanto stavo fantasticando se pur vi fosse qualche modo di tirarmela vicina; altre volte poi mi rassegnavo a far senza di essa. Ma mi durava la strana malinconia di tornare alla nota punta d'isola ove, come ho narrato nel descrivere il mio ultimo viaggio, salito su d'un'eminenza, esaminai per vedere fin dove potessi arrischiarmi, la giacitura della spiaggia e la situazione di quella corrente. Questa malinconia mi andava crescendo di giorno in giorno sì che risolvei finalmente di andarmene per terra sin là, tenendo sempre l'orlo della spiaggia: così feci. Oh! se qualche abitante dell'Inghilterra si fosse scontrato in tal creatura qual io appariva allora! Se non moriva dallo spavento si sarebbe senza dubbio smascellato dalle risa; ed io spesse volte stando a contemplar me medesimo non poteva fare altrimenti, immaginandomi di passeggiare in quella forma e con quell'abbigliamento per la contea di York. Permettetemi che vi dia un abbozzo di tal mia figura.
Io aveva un grande, alto, informe berrettone di pelle di capra: una larga falda che ne sporgeva di dietro mi riparava il sole ed impediva alla pioggia di cadermi giù per le spalle, nulla essendovi di così pernicioso in questi climi come l'acqua piovana che s'introduca tra i panni e la carne.
Il mio abito era una specie di saio di pelle di capra anch'esso, i cui lembi mi venivano giù sino alla coscia, ed un paio di brache aperte al ginocchio della medesima pelle, che per altro appartenne ad un vecchio caprone, il cui pelo mi scendea da entrambi i lati sino a mezza gamba formandomi una specie di pantaloni; calze, scarpe io non ne avea di veruna sorta; nondimeno io m'era fatto un paio di cose, che non so come nominare: chiamiamole borzacchini, che coprendomi il resto della gamba, si allacciavano da una parte come le uose; ma d'una barbarissima forma come, per dir la verità, era di barbarissima forma tutto il restante del mio abbigliamento.
Avevo una grande cintura di pelle, sempre di capra, tenuta unita da due coregge della stessa pelle che prestavano ufizio di fibbie; ad entrambi i lati le pendeano da una specie d'anello di fune, come se fossero spada e pugnale, una da una parte una dall'altra, una piccola sega ed un'accetta. Avevo pure una tracolla non larga quanto la cintura, assicurata alle mie spalle nello stesso modo che veniva ad unirsi sotto al mio braccio sinistro e da cui pendeano due borse, già fatte anch'esse di pelle di capra, una delle quali contenea la mia polvere, l'altra i miei pallini. Dietro a me portavo il mio canestro e su la spalla il mio moschetto, e sollevato al di sopra del capo un tozzo, deforme, enorme ombrello, già della pelle medesima, ma che, dopo il mio moschetto, era la cosa più importante e necessaria che avessi indosso. Quanto al colore del mio volto non era veramente tanto quel d'un mulatto, quanto si sarebbe potuto aspettare da un uomo che non si curava niente di comparire e che vivea tra i nove e i dieci gradi dell'equatore. La mia barba avrebbe potuto naturalmente crescere sino alla lunghezza di un quarto di braccio; ma non mancando io punto nè di rasoi nè di forbici, la tenevo affatto corta, salvo quella del mio labbro superiore da me acconciata a foggia d'un ampio paio di baffi turcheschi come almeno gli ho veduti portare da alcuni Turchi a Salè, perchè i Mori a differenza dei primi non li portavano. Di questi miei baffi o mustacchi non dirò che fossero abbastanza lunghi per attaccarli al mio cappello, ma erano di una lunghezza e di una forma si bastantemente mostruosa, che in Inghilterra avrebbero fatto paura.
Ma tutto ciò e detto all'incirca; perchè quanto alla mia figura ho avuto sì poche occasioni di contemplarla, che non ho potuto dedurne nozioni di molta importanza; di questa pertanto non si parli più, e limitiamoci a dire che tale era il mio aspetto quando impresi il mio nuovo viaggio che durò cinque o sei giorni all'incirca. Camminai in principio lungo la riva dirigendomi al luogo ove la prima volta misi all'áncora la mia piroga per aggrapparmi agli scogli. Non avendo questa volta la piroga che mi desse fastidio, presi per terra una via più corta, onde giungere all'altura ov'ero salito dianzi. Di lì postomi a guardare la punta degli scogli sporgenti all'infuori, quella punta intorno alla quale fui costretto passare con la mia navicella, come già narrai, rimasi attonito al vedere la somma assoluta placidezza del mare: non un increspamento, non un moto, non una corrente più quivi che in qual si fosse altro luogo. Non sapendo menomamente spiegare a me stesso come ciò avvenisse, risolvei d'impiegar qualche tempo in osservazione, per vedere se mai tutto ciò fosse stato opera della marea; nè andò guari che dovei convincermi donde fosse derivato il tutto. La marea venendo da ponente, ed influendo sul corso di qualche torrente ingrossato della spiaggia, potè sola essere stata l'origine di quella corrente; e secondo che il vento soffiava con maggior forza da ponente o da tramontana, la corrente stessa si sarà portata più vicino alla spiaggia o ne sarà andata più lontana. Di fatto trattenutomi in que' dintorni fino a sera, e tornato su la stessa eminenza che il riflusso si era già fatto, vidi di bel nuovo la corrente siccome in passato: solamente non radea tanto la punta perchè questa volta ne era lontana di mezza lega all'incirca; mentre nel caso mio le stava sì da presso, che trascinò me e la mia piroga in sua compagnia: ciò che ora non mi sarebbe accaduto.
Questa osservazione mi persuase ch'io non aveva a far altro che notare i momenti del flusso e del riflusso della marea, e che dietro una tale osservazione non mi sarebbe stato difficile il ricondurre nuovamente alla mia parte d'isola la piroga; ma quando io m'apparecchiava a mandare ad esecuzione questo mio disegno, tale atterrimento s'impadronì dell'animo mio che, al rimembrare unicamente il pericolo in cui mi trovai, non solo non fui più capace d'intertenermi nel primo pensiere, ma presi al contrario una nuova risoluzione più sicura, se bene più faticosa: quella cioè di costruirmi un'altra piroga e così averne due, una per ciascun lato dell'isola.
XXXIII. Timore di selvaggi sbarcati nell'isola.
Permettetemi il farvi osservare che ora io aveva, come posso chiamarle, due abitazioni nell'isola. Una la mia piccola fortificazione o tenda con la sua palizzata all'intorno, protetta dal monte, con una grotta scavata nel monte stesso, la quale in questo intervallo io aveva ampliata di separati spartimenti o più piccole grotte comunicanti l'una con l'altra. Una di queste, la più asciutta e vasta che aveva una porta al di là della palizzata, cioè oltre al sito ove la palizzata stessa si univa col monte, era tutta piena di lavori di terra cotta, dei quali ho già dato conto, e di quattordici o quindici grandi canestri della capacità di cinque o sei moggia ciascuno, entro cui tenevo le mie provvigioni, specialmente il mio grano, parte in spiche tagliate dallo stelo, parte sgranato con le mie mani.
Quanto alla mia palizzata fatta, come sapete, di lunghi stecconi o pali, questi erano tutti cresciuti a guisa d'alberi, e venuti a tanta grossezza ed estensione di frasche, che non v'era a qual si fosse occhio veggente la menoma apparenza di abitazione dopo di essi.
Presso a questa mia casa, ma un po' più in dentro nell'isola e su terra più bassa giacevano i miei due campi ch'io manteneva debitamente coltivati e seminati, e che debitamente mi produceano buoni ricolti alla loro stagione. Pel caso poi ch'io volessi seminare maggior quantità di grano avevo ancora un altro pezzo di terra annesso ai campi indicati.
Inoltre era la mia casa di campagna divenuta anch'essa una ragionevole piantagione; perchè primieramente il mio piccolo frascato, che io lo chiamava così, lo teneva sempre in buon ordine, vale a dire circondato d'una siepe rimondata, serbata costantemente alla sua solita altezza e proveduta sempre internamente della sua scala. Così pure gli alberi all'intorno che su le prime erano meri stecconi li vedevo or cresciuti a notabile grandezza e saldezza; io li potava opportunamente affinchè venissero forti e rigogliosi, ed estendendosi spargessero sempre, come la spargeano di fatto, un'aggradevole ombra. In mezzo a questo frascato io avea la mia tenda stabile: un pezzo di vela stesa sopra pali innalzati ivi a tal uopo, ed ai quali io non lasciava mai mancare riparazioni o rinnovellamenti. Sotto di essa io m'era fatto il mio letto con pelli di quadrupedi uccisi o valendomi d'altre soffici cose; su questo una coltre assai decente per un uomo di mare, da me sottratta al naufragio ed una grande casacca per coprirmi; quivi era, quando io aveva occasione d'allontanarmi dalla mia residenza principale, la mia casa di villeggiatura. Aggiungansi a tutto ciò i parchi chiusi pe' miei armenti, vale a dire per le mie capre; parchi ch'io avea muniti e difesi con un incredibile dispendio di fatiche. Perchè tanta fu la mia premura di conservarne fitta la siepe di cinta onde i miei armenti non ne saltassero fuori, ch'io l'avea resa più folta col piantar sottili pali nuovi tra i primi, e vicinissimi l'uno all'altro; sarebbesi detta una palizzata anzichè una siepe, ed a fatica avreste potuto introdurre una mano fra le commessure di essa; in somma quando questi nuovi pali furono cresciuti, il che avvenne nella successiva stagione delle piogge, questa siepe era forte al pari e da vero più di una muraglia.
Ciò varrà a provare che non rimasi in ozio, e che non perdonai a travagli per procurarmi quanto sembrommi necessario a trascorrere quivi men disagiata la mia esistenza. Nè certo avevo torto nel riguardare nella razza d'animali domestici così allevatami a mia disposizione, un vivaio perenne di carne, latte, burro e formaggio, che non mi sarebbe più mancato per tutto il tempo del mio soggiorno in quel luogo, quand'anche avessi dovuto rimanerci altri quarant'anni. Così pure non mi ingannai nel credere che l'aver sempre questi animali al mio comando dipendeva affatto dal perfezionamento dello steccato, entro cui venivano custoditi e tenuti raccolti insieme. A tal perfezionamento arrivai si bene, che quando i nuovi pali furono divenuti grossi, fui costretto a diminuire la spessezza della mia siepe schiantandone alcuni.
Quivi avevo in oltre le mie vigne che mi assicuravano principalmente la mia provista d'uva appassita pel verno, alla cui preparazione non mancai un istante d'impiegare le mie sollecitudini come alla migliore e più gradevole oggetto di lusso del giornaliero mio vitto, perchè la trovava medicinale e salubre, nutritiva e rinfrescante al massimo grado.
Poichè questa mia casa di villeggiatura era situata tra l'abitazione principale e la parte di spiaggia ove avevo lasciato all'áncora il mio piccolo vascello, io soleva farla luogo di mia stazione nelle gite che imprendevo frequentemente per visitarlo. Di fatto ebbi la massima cura di tenere in ottimo ordine e tal mio naviglio e tutto quanto gli apparteneva. Talvolta ancora mi diportai dentro esso, ma non mai rischiandomi a lunghi viaggi, anzi rimanendo poco più di un tiro di pietra lontano dalla costa, tanta era in me la paura che o correnti o colpi di vento o altri casi tornassero a mettermi nel pericolo di perdere di vista la terra. Ma fu questa l'epoca in cui mi si offerse una scena del tutto nuova nella mia vita.
Accadde un giorno, sul far del meriggio, che, mentre io andava a visitare la mia piroga, fossi oltre ogni credere sorpreso dalla veduta impronta d'un ignudo piede umano manifestamente stampato sopra la sabbia. Rimasi stupefatto come ad un improvviso scrosciare di folgore o come alla vista di una soprannaturale apparizione. Mi posi in ascolto, guardai dintorno a me, ma non potei udire nulla nè veder cosa alcuna; salii sopra una eminenza per osservare più da lontano; tornai a trasferirmi alla spiaggia, tornai nell'interno, ma fu lo stesso: non potei vedere altra impronta fuor quella che avevo veduta dianzi. Venni di nuovo sul medesimo luogo per assicurarmi se ve nè fossero altre o se anche avessi ceduto a qualche inganno della mia fantasia; ma inganno non ci poteva essere, perchè tornai a vedere fuor d'ogni equivoco l'impronta delle dita, del calcagno, in somma di ciascuna parte d'un piede: come ci fosse venuta, nè lo seppi allora nè potei menomamente immaginarlo. Dopo mille incerti pensieri, affatto confuso e divenuto come un uomo fuor di sè stesso, me ne tornai alla mia abitazione principale non sentendo, come si suol dire, la terra su cui camminavo ed ineffabilmente atterrito; guardandomi dietro ad ogni due o tre passi, persuaso veder uomini in ogni macchia, fra ciascun albero, credendo voce d'uomini ogni strepito che udiva in distanza. Non è possibile il descrivere sotto quali svariate forme la mia spaventata fantasia mi rappresentasse gli oggetti, quante orride immagini si dipingessero ad ogni istante nella mia mente, quante stravaganti inenarrabili congetture formasse per conseguenza il mio atterrito pensiere.
Quando fui alla fortezza (chè credo d'allora in poi aver chiamata sempre così la mia prima casa), ci saltai dentro a guisa di uomo inseguito; se ci entrassi giovandomi della scala che mi era fatta prima, o se per l'apertura da me fatta nel monte a cui dava il nome di porta, non posso ricordarmelo, e nemmeno potei ricordarmene nella mattina immediatamente successiva; perchè non mai lepre spaventato fuggì al suo covo, o volpe cacciata si rintanò sotterra con maggior paura di quella che m'accompagnò al mio ricovero.
Non chiusi occhio in tutta la notte; più lontano ero dalla scena del mio spavento, maggiori in me si faceano le paure dell'istante. Ciò parrebbe alquanto in contraddizione con la nature delle cose, e specialmente con quanto vediamo succedere nelle creature spaventate; ma io era posto in tal confusione dalle orride idee concepite sul caso occorsomi che non sapevo formarmi se non congetture spaventose, ancorchè fossi lontano dal luogo della scena. Talvolta io fantasticava che potesse essere stato il demonio, nè la mia ragione mancava di venirmi in aiuto per tale ipotesi; perchè qual altra cosa poteva essersi portata in forma umana colà? Ov'era il naviglio che avesse potuto condurla? Che impronte si trovavano ivi d'altri piedi? Poi come era possibile che un uomo ci fosse venuto? Dall'altra parte, come pensare che il demonio avesse presa forma umana per portarsi in tal luogo col solo fine di lasciar l'orma del suo piede dietro di sè, e ciò anche senza nessun proposito, giacchè non poteva esser sicuro che questa impronta io la vedessi; sarebbe stato un divertimento stravagante da vero. Il demonio in fine, anche a questo io pensai, aveva ai suoi comandi una infinità d'altri mezzi per farmi paura senza questo della semplice impronta d'un de' suoi piedi. Oltrechè, risedendo io d'ordinario nell'altro lato dell'isola, non sarebbe mai stato gonzo al segno di lasciare una sua impronta laddove c'era da scommettere diecimila contr'uno che non l'avrei veduta: poi anche nella sabbia, ove il primo sorgere di marea, il più lieve soffio di vento la poteano cancellare affatto; tutto ciò pareva inconsistente con l'ordine delle cose e con le nozioni che ci siamo formate intorno all'astuzia del diavolo.
Mi accorsero in copia altre considerazioni simili a queste ed atte a liberarmi affatto dalla paura che in ciò avesse parte il demonio. Dovei quindi prestamente conchiuderne che la cosa dovesse attribuirsi a qualche creatura anche più pericolosa: vale a dire, bisognava credere che alcuni selvaggi abitanti del continente postomi di rimpetto, tratti fuor di via nelle loro piroghe, o pure spinti da correnti e venti contrari, avessero approdato nell'isola; indi si fossero imbarcati di nuovo avendo forse a schifo il soggiorno di questo deserto, come da vero lo avrei avuto io se fossi stato ne' loro panni.
Mentre pensavo a ciò m'andavo rallegrando fra me e me su la mia fortuna di non essermi trovato in que' dintorni al momento del loro sbarco, o del non aver essi veduta la mia piroga donde avrebbero preso indizio che qualcheduno abitava in quest'isola e sarebbero forse venuti a cercarmi. Ma ben tosto quali terribili idee straziarono la mia immaginazione quando pensai che potevano benissimo aver veduta la mia piroga, e conosciuto quindi che l'isola era abitata; nel qual caso io potea certo da un momento all'altro aspettarmeli qui in maggior numero per divorarmi; e quand'anche fosse avvenuto che non mi trovassero, avrebbero distrutti i miei campi, si sarebbero portati seco le mie capre domestiche, ed io sarei rimasto qui a morire di fame.
Così la mia paura sbandì da me ogni religiosa speranza, ogni primiera fiducia riposta in Dio, ancorchè, per vero dire, fondata sopra esperienze maravigliose, e sì io ne avevo avute dalla sua bontà. Quasi come se quella mano che mi avea miracolosamente nudrito sin qui non avesse potuto salvare quelle provisioni che la sua misericordia aveva apparecchiate per me, io dava dell'infingardo a me stesso per non avere seminato nello scorso anno più grano di quanto potesse bastarmi al ricolto di una successiva stagione, per non avere calcolato la possibilità di un caso che m'impedisse di tirare in granaio la messe tuttavia in erba. Tal rimprovero io credetti d'avermelo fatto sì giustamente, che decisi prepararmi per l'avvenire un ricolto per due o tre anni successivi: così, che che avvenisse, non sarei almeno perito per mancanza di pane.
Quale strano scacchiere della Providenza è la vita dell'uomo! o da quali svariate secrete molle vengono tratti qua e la i nostri desiderii a seconda delle circostanze del momento! Oggi amiamo quello che odieremo domani; oggi cerchiamo quello che eviteremo domani; oggi bramiamo quello che domani ci farà paura, anzi ci farà tremare alla sola idea della sua possibilità. Io ne fui in questa circostanza il più visibile esempio, perchè io che non avevo altro rammarico fuor quello di credermi per sempre sbandito dalla società, dell'essere solo, confinato dall'immensità dell'oceano ed escluso da ogni consorzio col genere umano, condannato a quella ch'io chiamava vita morta; io che mi riguardava com'uomo che il Cielo non reputasse degno di essere annoverato fra i viventi o di mostrarsi in mezzo all'altre sue creature; io che, se avessi potuto vedere un solo individuo della mia specie, mi sarei creduto rinato da morte a vita, e avrei ravvisato in ciò, dopo il salvamento dell'anima mia, la maggior benedizione che potesse essermi da Dio compartita: io, dissi, tremava ora al solo timore di vedere un uomo; sarei stato in procinto di sprofondarmi sotterra dalla paura alla sola ombra d'un uomo, alla sola apparenza di un piede umano che avesse calcata la sabbia di quest'isola.
Tale è la via ineguale dell'umana vita: la qual verità mi fu argomento a parecchie singolari meditazioni in appresso, poichè mi sentii alquanto rinvenuto dalla mia prima sorpresa. Tornato dunque meglio in me stesso, pensai essere questo lo stato di vita che l'infinita saggezza e providenza di Dio aveva prestabilito per me; non poter io, come non mi era dato il prevedere i fini che tal saggezza di Dio aveva avuti in tutto quanto mi era occorso, nemmeno disputarne l'indubitabil diritto compartitogli dalla sua qualità di creatore; il diritto di governarmi qual sua creatura e far di me ciò che gli fosse assolutamente piaciuto; nè l'altro diritto, poichè ero tal sua creatura che lo aveva offeso, di condannarmi a tal pena quale la sua sovrana giustizia avesse giudicata più convenevole; essere per conseguenza mio debito il sottomettermi rassegnato agli effetti dell'ira sua, da che io l'avea concitata peccando contro di lui. Indi pensai che come Dio, non solamente giusto, ma onnipotente, avea trovato opportuno il punirmi e l'affliggermi, poteva ugualmente liberarmi; che, se ciò non era ne' suoi alti decreti, diveniva mio indispensabile obbligo il rassegnarmi assolutamente ed interamente ai suoi santi voleri; e che d'altra parte avevo anche l'obbligo di sperare in lui, di pregarlo e di starmene tranquillamente ad aspettare i decreti e le disposizioni della giornaliera sua providenza.
Tali pensieri mi tennero per molte ore e giornate, anzi posso dire per settimane e mesi; nè in questa circostanza tacerò fin d'ora qual sia stato una volta l'effetto di queste mie meditazioni. Una mattina di buon'ora, giacendo sul mio letto e ingombra sempre la mente mia dell'idea de' pericoli onde ero minacciato, se si avveravano i miei timori concepiti intorno ai selvaggi, l'animo mio si trovava in uno stato di massimo avvilimento, allorchè mi tornarono alla memoria quelle parole della santa Scrittura: Chiamami nel giorno dell'angoscia, ed io ti aiuterò e mi glorificherai. Dopo di che, alzatomi dal letto, con animo più contento, non solamente sentii il mio cuore più lieto, ma vi scese tale inspirazione e forza, che mi trasse a pregare fervorosamente per la mia liberazione il Signore. Terminata la mia preghiera, presa fra le mani ed aperta la Bibbia per leggerla, le prime parole che mi si offersero furono queste: Confidati nel Signore Iddio, e sta di buon animo; egli darà forza al tuo cuore; confidati dico, nel Signore Iddio! Egli è impossibile l'esprimere il conforto che me ne derivò. Risposi con un ringraziamento alla parola del Signore; rispettosamente riposi il sacro Libro; non fui più malinconico, almeno intorno a ciò.
In mezzo a questi pensieri, timori e considerazioni mi venne un dì nella mente che tutto ciò non fosse stato nulla più di una chimera che mi avessi fabbricata da me medesimo, e che la impronta veduta poteva essere stata fatta dal mio piede, quando dalla mia piroga tornai su la spiaggia. Tale idea mi confortò alquanto, e cominciai a persuadermi che il tutto fosse stato una mera illusione, nè aver colà camminato altro piede fuori del mio. Perchè non poteva io nel venire dalla piroga avere tenuto lo stesso sentiere che tenni in appresso per andarci? Pensava poi anche ch'io non poteva dir con certezza quale strada avessi battuta, e quale non battuta, e che se in fin de' conti, l'orma che mi avea spaventato era quella del mio stesso piede, io facea la figura di que' matti che si provano a fabbricare storie di spettri e di apparizioni, poi finiscono avendone paura eglino stessi più di tutti gli altri.
Ciò fece ch'io cominciassi a prendere un po' di coraggio e a trarmi fuori alcun poco, perchè io non m'era mosso dalla mia fortezza per tre continui giorni e notti, al segno di rimanere quasi affamato per mancanza di provigioni. Io aveva poco o nulla in casa, se si eccettuino alcune focacce d'orzo e un po' d'acqua. Pensai allora che le mie capre aveano bisogno di essere munte, operazione che soleva essere il mio divertimento della sera, e che per essere state trascurata in questi giorni metteva in grande scompiglio e travaglio quelle povere creature; in fatti alcune di esse rimasero o in tutto o quasi del tutto prive di latte. Francheggiato quindi dalla persuasione nata in me che l'impronte veduta fosse stata quella del mio piede soltanto, e d'aver proprio avuto paura della mia ombra, principiai ad andare attorno, e mi resi alla casa di villeggiatura per mungere le mie capre. Ma chi m'avesse veduto con che paura vi andai, quante volte mi voltai per guardar dietro me, come io facea presto di quando in quando a metter giù il mio canestro per essere più spedito ad una fuga; chi mi avesse veduto così, avrebbe pensato che feroci rimorsi di coscienza mi travagliassero, o che fossi fresco d'un'orribile paura, e si sarebbe appigliato al vero nella seconda di tali supposizioni. Nondimeno poichè fui andato laggiù due o tre giorni senza mai veder nulla, principiai ad esser più franco e a pensar veramente che il tutto fosse stato lavoro della mia immaginazione. Pure per rimanere pienamente convinto sentivo che mi bisognava tornare di nuovo alla spiaggia, e rivedere l'impronta di quel piede, e misurarla col mio, ed accertarmi che vi fosse tal similitudine o congruenza da dedurne che propriamente quel vestigio era stato lasciato da me. Ma primieramente nel recarmi al luogo di questo mio nuovo esperimento potetti da altre osservazioni comprendere che nel venir via dalla mia piroga io non poteva assolutamente essere passato per quel punto di spiaggia o in quella vicinanza; in secondo luogo, quando mi feci a misurare quell'impronta col mio piede, trovai questo men largo d'assai dell'impronta medesima. Entrambe le narrate particolarità m'ingombrarono la mente di nuove paure, e diedero tal forte scossa alle mie fibre che sentii per tutto il corpo il freddo e i brividi della febbre; onde me ne tornai a casa col pieno fatale convincimento che un uomo o più uomini fossero sbarcati su quella spiaggia, o ancora che l'isola li contenesse tuttavia, e che mi potessero sorprendere alla sprovvista: a qual partito appigliarmi per la mia sicurezza, io non lo sapea.
XXXIV. Mezzi di difesa e cautele di previdenza.
Oh quali ridicoli propositi fanno gli uomini nell'istante della paura! Questa li priva dell'uso medesimo di que' mezzi di soccorso che loro addita la ragione. Il primo espediente ch'io mi prefiggea era quello di demolire i miei parchi chiusi e mandar tutte le mie capre a vivere nuovamente selvaggia vita nella foresta per timore che se i nemici le trovavano, facessero più frequenti scorrerie nell'isola per l'avidita d'altra simile preda. Ne veniva di naturale conseguenza che avrei anche sovvertiti i miei due campi di biade affinchè gli scorridori non trovassero qui un allettamento a portarsi sovente in questo luogo; avrei pure atterrati il mio frascato e la tenda annessavi affinchè non vedessero alcun vestigio d'abitazione che gli incitasse a scandagliare più oltre onde scoprire chi quivi abitasse.
Furono questi i soggetti delle mie considerazioni la prima notte del mio ritorno a casa, mentre la mia mente era ancor tutta piena de' timori che m'avevano invaso, e tuttavia incapace d'istituire ragionamenti. Così accade che il timore del pericolo atterrisce diecimila volte più del pericolo stesso quando lo abbiamo dinanzi agli occhi, e che troviamo il peso dell'angoscia più greve del male stesso su cui ci angosciamo; e il peggio per me si era trovarmi privo di quel sollievo l'uso del quale mi era sì utile nelle mie afflizioni, la rassegnazione. Io rassomigliava a Saule il quale si querelava non che i Filistei gli fossero addosso, ma che Dio lo avesse abbandonato; chè non ero or capace di raccogliere il mio spirito al segno d'invocar Dio nella mia desolazione, di mettermi fra le braccia della sua providenza come avevo fatto dianzi, pregandolo che mi proteggesse e salvasse; il che se avessi fatto, almeno avrei sopportata di miglior animo questa nuova calamità, e forse l'avrei affrontata con maggiore risoluzione.
Questa confusione delle mie idee mi tenne desto tutta notte; ma sul far del mattino rimasi addormentato, ed in conseguenza delle agitazioni della mia mente essendo stanche ed esauste affatto le forze mie dormii profondissimamente, onde svegliatomi, l'animo mio si trovò assai più calmo che dianzi. Avendo or principiato a ragionare con mente più sedata su le cose occorse, conclusi dopo avere molto discusso tra me e me che quest'isola così piacevole e ferace, nè più lontana di quanto aveva veduto da un continente, non era così interamente abbandonata com'io me l'era immaginata; che, se bene non vi fossero abitatori che vivessero in essa, pur qualche volta potevano approdarvi navigli venuti dall'opposta spiaggia o a disegno o forse spinti soltanto da qualche evento di mare; ch'io, per altro, or vissuto quivi quindici anni, non m'era fin qui incontrato nemmen con l'ombra d'un solo di tali individui; che se qualche volta fossero spinti in quest'isola, probabilmente ne sarebbero partite più presto che avessero potuto, poichè vedevo che non avevano mai pensato a mettervi stabile dimora; che il maggior pericolo da temersi per me potea derivare da uno sbarco accidentale di qualche naviglio sbandato dal continente i cui nocchieri secondo ogni verisimiglianza, se qui approdavano, il faceano contro lor voglia, onde ne sarebbero anche usciti con la massima speditezza; che rare volte ci sarebbero rimasti di notte tempo per paura di non avere il favore della marea e della luce del giorno nel tornare addietro; ch'io pertanto non aveva a far altro che procurarmi qualche sicuro ricovero pel caso in cui m'accorgessi d'un qualche sbarco di selvaggi nell'isola.
Ora cominciò da vero a rincrescermi d'avere scavata una grotta sì ampia, che rese indispensabile una porta donde si usciva, come dissi, al di là del luogo ove la mia fortificazione raggiugnea la montagna. Pertanto dopo mature considerazioni, risolvei fabbricarmi una seconda fortificazione semicircolare siccome la prima, ad una distanza da questa corrispondente esattamente al punto ove circa dodici anni prima aveva innalzati due filari di alberi; e poichè questi erano stati piantati fitti oltre ogni dire, ebbi bisogno sol di pochi pali da conficcare fra essi per aver presto ai miei comandi tal nuova cinta di fortificazione, che fosse gagliarda e resistentissima. Così venni ad avere due baloardi, l'esterno de' quali rinforzai in oltre con tronchi di legno, vecchie gomone e tutte quelle cose che credei più atte a munirlo meglio; ci lasciai soltanto sette piccole feritoie non più larghe di quanto bastava perchè ci passasse il mio braccio. Indi dalla parte interna ne ingrossai il terrapieno di circa dieci piedi a furia di trasportarci terra della mia grotta, e di batterlo camminandovi sopra. In appresso pensai a far passare per entro alle sette feritoie i sette moschetti che ho già detto di aver salvati dal naufragio, e in quel caso divenuti miei cannoni per cui fabbricai una specie di carrette onde collocarveli; così io potea dar fuoco a tutti sette nel tempo d'un minuto. Molti faticosissimi mesi impiegai nel terminare tal seconda fortezza, nè mai mi credei sicuro finchè non l'ebbi finita.
Dopo ciò copersi tutto il terreno esterno, ad una grande estensione per tutti i versi, di pali di quel legno simile al salcio ch'io trovai sì durevole ed atto a crescere. Credo d'averne piantati circa ventimila lasciando per altro un ragionevole spazio tra essi e il mio baloardo, per conservarmi uno spazio vuoto donde io potessi scoprire i nemici e dove essi non avessero protezione dall'ombra per venir sotto al muro senza esser veduti da me e cogliermi alla sprovvista.
Così in due anni di tempo io ebbi dinanzi alla mia abitazione una folta boscaglia, divenuta poscia in capo ad altri cinque o sei una sterminata foresta, cotanto fitta ch'uomo non poteva attraversare nè immaginarsi qual cosa stesse al di là di essa, e molto meno credere che vi fosse un'abitazione. Quanto al modo di entrarvi ed uscirne, perchè non ci avevo lasciato veruna porta, me lo procurai mediante due scale a mano. Con la più corta di esse io saliva il monte da una parte men alta; colà io collocava la scala più lunga che mi menasse nell'interno in guisa che quando l'una e l'altra erano tirate dentro, non uomo vivente poteva scalare la palizzata senza farsi del male, e quand'anche l'avesse scalata gli rimaneva sempre da scalar l'altra più interna per giungere sino a me.
Così io aveva adottati tutti que' provvedimenti che la saggezza umana potea suggerirmi per la mia propria salvezza. Apparirà in appresso che non furono adottati senza fondamento, ancorchè fino a quel punto io non prevedessi maggiori pericoli di que' soli che additavami la mia paura.
Nel tempo delle indicate operazioni io non trasandava certamente gli altri miei affari, nè soprattutto quello del mio piccolo armento di capre, che non solo erano un eccellente scorta pel giornaliero mio vitto, e cominciavano a bastarmi senza costringermi a consumare le mie munizioni; ma mi dispensavano dalla fatica di andare alla caccia di animali salvatici. Ora mi rincresceva ugualmente l'idea di perdere gli utili che mi derivavano da questa greggia, e l'altra di dovermene allevar una di nuovo.
Dopo avere pensato a ciò lungamente mi occorsero alla mente sol due espedienti; l'uno, di trovare un conveniente luogo ove scavarmi una grotta sotterranea e condur quivi le mie capre tutte le notti; l'altro di fortificare due o tre pezzi di terra remoti l'uno dall'altro e il più possibilmente nascosti, in ciascun de' quali avrei condotta una dozzina all'incirca di capre; e ciò affinchè se fosse occorsa qualche sventura alla generalità del mio armento mi rimanesse sempre di che rinovarlo in breve tempo e con poco fastidio. Tale ultimo disegno, benchè per mandarlo ad effetto esigesse molto tempo e fatica, sembrommi il più ragionevole.
Fermo in tale proposito, ed impiegati alcuni giorni nel trovar fuori gli angoli più remoti dell'isola, m'avvenne d'adocchiarne uno veramente segregato quanto mai io poteva desiderarlo: un pezzo di terra umida posto in mezzo a profondi e folti boschi, a quegli stessi ove, come osservai dianzi, mi accadde quasi di smarrirmi nel volere, durante il mio primo viaggio, tornare a casa dalla parte orientale dell'isola. Quivi dunque io trovai un bell'aperto, circondato da boschi, quasi un parco chiuso fatto dalla natura; questo almeno non mi costava tanta fatica, quanta me ne diede la formazione degli altri parchi.
Accintomi tosto all'opera su questo pezzo di terra, in meno d'un mese io lo ebbi sì ben munito all'intorno che il mio armento o branco (chiamatelo poi come volete di capre selvatiche, che per altro non lo erano più tanto) poteva starci con bastante sicurezza. Senz'altra dilazione pertanto io ci condussi dieci capre femmine e due capri; poi quando vi furono continuai a perfezionar la mia siepe finchè vidi questi animali in sicurezza come quelli degli altri parchi; il qual lavoro nondimeno, essendomelo preso più comodo, mi portò via un tempo tanto maggiore.
XXXV. Sospetti avverati.
A tutte queste fatiche io m'assoggettava veramente per le paure eccitate in me dalla impronta d'un piede d'uomo; che finora io non avea veduto alcuno avvicinarsi all'isola. Ciò non ostante la sola paura, come dissi, mi avea già fatto passar due anni d'una vita assai più sconfortata della precedente: cosa che s'immaginerà chiunque sappia che cosa voglia dire vivere sotto le strette della paura. Nè qui tacerò, benchè con mio grave rammarico io lo dica, che tal disordine della mia mente produsse di ben tristi effetti su la parte religiosa de' miei pensieri; perchè la tema, il terrore di cader nelle mani di selvaggi e cannibali pesava tanto sul mio spirito che rare volte io mi trovava nella debita disposizione per volgerlo al mio creatore, o almeno io non faceva ciò con quella posata calma e rassegnazione d'animo ch'io era solito sentire in me nel tempo andato. Io pregava Dio com'uomo oppresso dal peso di una grande afflizione e costernazione, com'uomo cinto di pericoli d'ogni intorno e che si aspettava ogni notte di essere ucciso, ogni mattina di essere divorato. Posso dire dietro l'esperimento fattone su me stesso: che una disposizione pacifica, grata, lieta, affettuosa, è molto più propria alla preghiera che quella d'un animo scompigliato ed atterrito. Sotto lo spavento di una sovrastante disgrazia un uomo non è meglio proclive alla preghiera di quanto sia alla penitenza in tempo di malattia, perchè i mali del primo genere travagliano la mente, i secondi il corpo ed in ciò gli sconforti della mente ne prostrano al pari, e molto più di quelli del corpo; perchè il pregar Dio e un atto della mente e non del corpo.
Ma per procedere innanzi, dopo avere così posto in sicuro una parte del mio armento, io andava girando attorno per tutta l'isola a cercare altro luogo remoto ove collocare un secondo deposito, allorchè volgendomi più che non avessi fatto sin allora verso la punta occidentale di quella terra e guardando sul mare, credei vedervi galleggiare a grande distanza una piroga. Io avea trovato, per vero dire, uno o due cannocchiali nelle casse de' marinai salvate dal naufragio, ma non gli avevo con me, e d'altronde l'oggetto mi stava in tanta lontananza che non potei formare veruna precisa congettura, benchè io tenessi fisi in essa i miei occhi quanto poteva lungo poteva arrivare la loro vista. Fosse o non fosse una piroga, nol so; ma nel discendere dall'altura donde m'apparve, non potei più veder nulla nè pensai altro; unicamente feci proposito di non andar più attorno senza un cannocchiale con me. Dal piè dell'altura trasferitomi ad una estremità dell'isola, ove per dir vero io non era mai stato dianzi, dovetti tosto convincermi che il vedere un'orma di piede umano non era in quella terra una cosa tanto stravagante come io l'avea giudicata; che anzi senza uno speciale decreto di providenza, per cui la tempesta mi lanciò su la parte di spiaggia ove i selvaggi non capitavano mai, mi sarei facilmente avveduto nulla esservi di più frequente siccome piroghe venute dalla terra principale, ogni qualvolta occorrea loro di essersi innoltrate un po' troppo nel mare, e di dover cercare un porto in questa parte dell'isola. Accadea pure che spesse volte i selvaggi scontrandosi e combattendo insieme dalle loro piroghe, la parte dei vincitori, se avea fatti prigionieri, li conducesse sopra la spiaggia, ove secondo le orride loro costumanze, essendo tutti cannibali, gli uccidevano e li mangiavano; del che a suo tempo.
Venuto, come dissi, dal piè dell'altura al lido verso la punta sud-west (libeccio) dell'isola, oh come rimasi attonito, esterrefatto! Qual fu il mio orrore al vedere la spiaggia cospersa di teschi e mani e piedi d'uomini ed altre ossa umane! Crebbe il mio terrore al vedere un luogo ov'era stato fatto un gran fuoco ed un cerchio stampato su l'arena simile alla lizza d'un combattimento di galli, intorno a cui, io suppongo quegli sgraziati selvaggi erano stati seduti all'inumano pasto de' corpi dei loro simili.
Rimasi sì attonito all'orrida vista, che non pensai più al pericolo di me stesso per un lungo tratto di tempo. Tutti i miei timori erano soffocati dal pensare a tanto eccesso d'inumana infernale brutalità, dall'orrore di tanta depravazione della natura dell'uomo. Di questa depravazione aveva udito parlare più volte, ma non mi stette mai dinanzi gli occhi siccome in tale momento; il mio stomaco ne fu rivoltato; ero sul punto di svenire quando la natura permise che un vomito di straordinaria violenza lo alleviasse; mi sentii alcun poco ristorato, benchè non fossi capace di rimanere ivi un istante di più; raggiunsi con la maggiore speditezza possibile la mia altura, e di lì m'affrettai alla volta della fortezza.
Appena mi vidi alcun poco lontano da quella parte dell'isola, mi fermai un istante per riavermi dal mio stordimento, e rinvenuto alquanto volsi uno sguardo al cielo col massimo fervore dell'anima mia e con gli occhi inondati di lagrime. Ringraziai Dio d'avermi fatto nascere in tal parte del mondo ove ero affatto segregato da così orribili creature; lo ringraziai perchè, comunque io avessi giudicata miserabilissima la presente mia condizione, mi fu largo di tanti ristori per sopportarla ch'io avea tuttavia più motivi di esserne lieto che di dolermene; soprattutto gli resi grazie perchè anche in questo deplorabile stato mi avea concesso il conforto del riconoscimento di lui e della speranza delle sue benedizioni, felicità più che equivalente a tutte le calamità che avevo sofferte o che fossi per soffrire.
Compreso di tali sentimenti di gratitudine, me ne tornai alla mia fortificazione ove, rispetto alla mia sicurezza, principiai ad essere confortato più che nol fossi stato giammai; e ciò per aver notato che quegli sciagurati non venivano mai a quest'isola in cerca di quanto vi avrebbero potuto trovare; forse non desiderosi, non bisognosi, non persuasi dell'esistenza d'alcuna cosa che potesse loro aggradire: furono, non ne dubito, parecchie volte ne' luoghi più boscosi di essa, nè vi trovarono nulla che facesse al loro proposito. Pensavo che ero qui omai da quasi diciotto anni prima di vedere il menomo vestigio di creatura umana, e che avrei potuto viverne altri diciotto affatto ignorato, come lo ero ora, quando mai non mi scoprissi ad essi io medesimo, il che certo non mi poteva occorrere; perchè anzi la mia unica premura stava nel tenermi affatto nascosto nel mio confino, semprechè non mi si presentasse una razza di creature migliori dei cannibali per darmi a conoscere ad esse. Ciò non ostante tal si era l'orrore impresso in me dagli sgraziati, di cui parlavo ora, e dall'inumana loro usanza di divorarsi gli uni con gli altri, che continuai pensieroso e malinconico a tenermi chiuso entro il mio circolo per circa due altri anni: quando dico il mio circolo, intendo le mie tre piantagioni, la fortezza cioè, la mia casa di villeggiatura, o sia il mio frascato e il mio parco chiuso ne' boschi. Nè pensai a profittare altrimenti di quest'ultimo che siccome d'un chiuso delle mie capre; perchè l'avversione inspiratami dalla natura contro a quelle creature infernali era tanta che paventavo la vista loro siccome quella dello stesso demonio. Per tutto questo tempo non mi venne più voglia di visitare la mia piroga; ma piuttosto pensai al modo di fabbricarmene un'altra, chè non potevo adattarmi nemmeno all'idea di provarmi a far fare il giro dell'isola alla piroga attuale per condurla dalla mia parte: troppo avevo paura d'incontrarmi sul mare in qualcuna di quelle fiere, ne' cui artigli, se fossi caduto, non sapevo qual fine m'avrei fatto.
Ciò non ostante il tempo e la soddisfazione che mi derivava dal non essere in pericolo di venire scoperto da costoro cominciò a dissipare le mie inquietudini in ordine a ciò; onde a poco a poco il tenore di mia vita tornò regolato come dianzi, con l'unica differenza ch'io usava maggiori cautele, e mi guardava meglio attorno affinchè per caso non mi vedessero. Soprattutto andai più cauto nello sparare il mio moschetto, perchè se mai qualcuno di loro si fosse trovato nell'isola non ne avesse udito lo strepito. Che buon consiglio per tanto fu il mio l'allevarmi una razza di capre domestiche! perchè mi dispensava dall'andar più a caccia pe' boschi o dallo scaricare la mia arma da fuoco contro a verun animale. Di fatto, se dopo di ciò ne ho avuto qualcuno in mio potere, me lo procacciai con trappole e trabocchelli, come avevo già fatto altra volta; laonde per due anni in appresso credo di non avere sparato il mio moschetto una sola volta, se bene non andassi mai attorno senza di esso. Facevo anzi di più: avendo salvate tre pistole dal vascello, anche queste, o almeno due, le portava sempre con me assicurate entro la mia cintura di pelle di capra. Affilai pure una grande spadaccia, salvata come le pistole, facendomi una cintura per sospenderle anche quest'arma; laonde quando andavo in giro ero veramente alcun che di formidabile da contemplarsi se aggiugnete al mio primo ritratto la particolarità delle due pistole e della grande squarcina pendente da una cintura al mio fianco, ma priva di fodero.
Così andarono, come ho detto, le cose per qualche tempo, onde se si eccettui la molestia delle indicate cautele, io poteva dire di essere tornato alla prima calma, al placido antico tenore del viver mio. Tutto ciò intendeva a manifestarmi sempre più quanto fosse lontana dall'essere deplorabile la mia condizione posta a confronto con quella di alcuni altri, anzi con la mia stessa ove fosse stato nella volontà del Signore il versare sovr'essa amarezze ben molto maggiori. Ciò portommi a considerare come pochi sarebbero nel mondo coloro che si dolessero del proprio stato se lo paragonassero piuttosto con quello di chi sta peggio di loro, onde ringraziar Dio, anzichè non far mai altro che paragonarlo con la posizione di chi sta meglio per fornire di pretesto i loro lamenti e la loro incontentabilità.
XXXVI. Divisamenti or d'un genere or d'un altro dopo la scoperta fatta.
Poichè nell'attuale mia condizione non erano realmente molti i bisogni di cui dovessi inquietarmi, credo da vero che lo spavento datomi da quegli sgraziati selvaggi, e le cure presemi per non cadere nelle loro mani avessero reso alquanto ottuso l'acume del mio ingegno inventivo nel crearmi nuovi comodi della vita. Avevo quindi lasciato andar a male un bel disegno, su cui una volta si era tanto lambiccato il mio cervello: il provare cioè se avessi potuto frangere qualche poco del mio orzo e farmi della birra. Era questo, per vero dire, un pensiere un po' strambo, e più d'una volta mi son deriso da me medesimo per la goffaggine d'averlo concepito. Dovevo ben vedere ad una prima occhiata come delle cose necessarie a fabbricare la birra me ne mancassero tante in quest'isola, che mi sarebbe stato impossibile di supplire a tal uopo. Primieramente mi mancavano botti per conservarla, suppellettile che, come notai altrove, non ho mai potuto arrivare a mettere insieme, ad onta di giorni, di settimane, di mesi impiegati in prove a tal fine, ma sempre indarno. In secondo luogo io non aveva lupoli per far che la mia birra durasse, non lievito per farla fermentare, non pentola o vaso a proposito per farla bollire; pure con tutte queste deficienze, io credo costantemente che senza le paure e i terrori eccitati in me dalla possibilità di uno sbarco di selvaggi, mi sarei posto a questa impresa, e forse ne sarei giunto a termine; perchè di rado dismisi lavori senza averli compiuti, quando una volta mi fosse saltato in testa il ghiribizzo di cominciarli. Ma la mia immaginazione aveva ora presa tutt'un'altra via; perchè notte e giorno non ero buono di pensare ad altro che se potessi uccidere qualcuni di que' mostri in mezzo alle spietate, sanguinose lor gozzoviglie e strappare dall'unghie loro la vittima che qui conducessero per divorarla. Diverrebbe infinitamente più voluminosa di quanto la ho ideata quest'opera, se volessi qui dar conto di tanti divisamenti che feci nascere, o piuttosto covai nella mia testa, sempre intesi a distruggere costoro, o se non altro, a spaventarli tanto che non pensassero mai più a venir qui. Ma tutti questi erano aborti; niuno di tali disegni poteva avverarsi, finchè fossi stato qui io solo per mandarlo ad effetto. Che cosa un uomo poteva fare contro essi, che sarebbero forse stati in venti o trenta uniti insieme, che co' loro dardi o con le loro frecce miravano giusto al segno, come avrei potuto far io col mio moschetto.
Talvolta mi nacque l'idea di scavare una buca sotto al luogo intorno a cui s'adunavano per far la loro cucina, ed introdurvi cinque o sei libbre di polvere, che mentre essi accendevano il fuoco, sarebbesi naturalmente infiammata, ed avrebbe fatto saltare all'aria tutto quanto le stava in vicinanza. Ma, oltrechè non me la sentivo troppo di consumare dietro a costoro tanta della mia polvere ridotta or solamente alla misura di un barile, io non poteva assicurarmi che lo scoppio di essa avvenisse subitaneo al segno di colpirli all'impensata, e non piuttosto di scottare ad essi le orecchie: il che certamente gli avrebbe spaventati, ma non sarebbe forse stato bastante a farli allontanare definitivamente di lì.
Lasciato pertanto in disparte questo disegno, mi veniva in mente l'altro di trovare un qualche convenevole luogo, ove mettermi all'imboscata co' miei tre moschetti carichi il doppio del solito e, in mezzo all'orrida loro cerimonia di sangue, spararli sovr'essi: nel qual momento sarei stato sicuro di ucciderne o ferirne probabilmente due o tre ad ogni scatto d'arme; poscia lanciandomi su costoro con le mie tre pistole e la mia spada, non dubitava che, quand'anche fossero stati in venti, gli avrei tutti ammazzati. Questa idea mi allettò per alcune settimane; ed ero sì pieno di essa che, affacciandomisi fin ne' miei sonni, spesse volte io credea precipitarmi su que' barbari anche dormendo. Andai sì avanti con questa mia immaginazione, che m'adoperai per parecchi giorni all'indagine di qualche sito opportuno per pormi in una specie di preventivo aguato, e curare l'istante del loro arrivo; onde mi portai più volte sul luogo stesso che mi era divenuto ora assai famigliare. E mentre io non nudriva altri pensieri che quelli di punire e passare a fil di spada una ventina o una trentina di costoro, io chiamava passare a fil di spada la carneficina da me immaginata, fomentava il mio astio l'orrore inspiratomi dalle atroci impronte lasciate su quello spazio di terreno dagli sgraziati malandrini che si divoravano l'uno con l'altro. Io trovai finalmente nel fianco del monte un sito ove fui certo di potermene rimanere ben riparato ad aspettare, finchè vedessi giugnere qualcuna delle loro piroghe; poi di lì, anche prima che arrivassero alla spiaggia, trasferirmi, non veduto, in mezzo ad alcuni gruppi d'alberi, uno de' quali aveva una cavità ampia abbastanza per nascondermi interamente. Da questa io potea con tutto mio agio osservare ogni loro atto di sangue, e prendere ben la mira delle loro teste quando sarebbero così strettamente adunati, che mi sarebbe quasi impossibile di mancare il mio colpo, o il mancarlo fosse per lo meno un ferirne tre o quattro al primo sparo. Questa dunque io stabilii che fosse la scena della mia impresa, e di conformità allestii due archibusi e il mio solito moschetto da caccia. Caricai i due archibusi con un paio di verghe di piombo e quattro o cinque palle del calibro all'incirca di quelle da pistola; il moschetto da caccia con un pugno di pallini de' più grossi. Caricai parimente le mie pistole ciascuna con quattro palle. Così armato e provveduto di munizione per una seconda e terza carica io m'accingeva al compimento del mio disegno.
Dopo averne così steso il disegno e, nella mia immaginazione, già messolo in pratica, non mancavo ogni mattina di portarmi su la cima della collina distante dalla mia fortificazione fra le tre e le quattro miglia, per vedere se scoprissi in mare qualche piroga che s'accostasse all'isola o s'avviasse alla volta di essa; ma cominciai a stancarmi di sì molesta fazione dopo avere per due o tre mesi fatta costantemente questa mia guardia ed essere sempre tornato addietro deluso nella mia espettazione; perchè in tutto l'indicato tempo non vi fu la menoma apparenza non solo di navigli vicini o avviati verso la spiaggia, ma nemmeno d'altri che galleggiassero nell'immensità dell'oceano, fin dove potè portarsi la mia vista armata anche di cannocchiali in tutte le direzioni.
Finchè durarono le mie giornaliere gite alla collina per arrivare alla desiderata scoperta, durò parimente l'energia del mio divisamento, e l'animo mio sembrò sempre dispostissimo per tutto questo tempo a tal sanguinolenta opera qual si era l'uccisione di venti o trenta ignudi selvaggi per una colpa su la cui gravezza la mia mente avea consultato soltanto il primo impeto di sdegno suscitato in essa dall'orrore ch'io concepii per la snaturata usanza degli abitatori di quella contrada; i quali per altro, pensai una volta, se privi di ogn'altra guida fuor delle abbominevoli e viziate loro passioni, pur vengono tollerati dalla Providenza, sembra ch'ella permettesse ciò giusta i fini della sua saggezza nell'ordinare il mondo. Questi sgraziati sono abbandonati a sè stessi, e forse lo furono da alcuni secoli nel commettere tali orrori; adottano per tradizione atroci costumanze in cui soltanto gli avranno tratti uno sfrenato stato di natura, la mancanza di lumi venuti dal cielo, l'invincibile preponderanza di qualche infernale depravazione. Ed ora che, come dissi, cominciava ad annoiarmi di queste inutili corse ch'io aveva fatte sì lungamente, e spinte sì innanzi per tante mattine, anche il mio modo di vedere su l'azione da me divisata cominciò a cangiarsi. Mi diedi allora con mente più fredda e tranquilla a considerare qual fosse l'impresa cui stava io per accingermi; quale autorità o chiamata avessi io per ergermi in giudice e punitore di tanti uomini, quantunque colpevoli, poichè il cielo aveva giudicato a proposito di tollerarli per tanti secoli e lasciarli impuniti, o, com'era più probabile, farli gli uni contro agli altri gli esecutori degl'imperscrutabili suoi giudizi? Che colpa aveano veramente questi uomini verso di me, e che diritto avevo io di frammettermi nelle sanguinose guerre a morte che gli uni agli altri moveansi? Spesse volte io chiedeva a me medesimo: So io forse qual giudizio lo stesso Dio ha profferito in tal caso? Egli è certo che quegli sciagurati non fanno ciò per commettere un delitto; non operano a malgrado dei rimorsi della propria coscienza o ad onta di un lume celeste che rimproveri ad essi la loro azione; non sanno di commettere un peccato; quindi lo commettono senza credere di provocare lo sdegno divino, come accade a noi in molta parte delle colpe nelle quali cadiamo. Essi non pensano maggior delitto l'uccidere un prigioniero fatto in guerra più di quanto ci facciamo scrupolo noi di macellare un bue; non di mangiar carne umana più che non faccia raccapriccio a noi il mangiar quella di castrato.
Poichè ebbi maturata un poco questa materia, ne venne di necessaria conseguenza l'aver io conosciuto che ero dal torto, e che quegli uomini non erano assassini nel senso in cui io gli aveva condannati; nè più di quanto sieno que' Cristiani che spesse volte uccidono i prigionieri fatti in battaglia, o di quanto sieno in molti casi coloro che passano a fil di spada un esercito di nemici senza accordar loro quartiere, ancorchè, sottomettendosi, abbiano abbassato le armi20. In appresso io pensai che, quantunque fosse brutale e spietata l'usanza che si faceano buona gli uni con gli altri, quella di divorarsi a vicenda, questa non mi pregiudicava in nessuna maniera: essi non m'aveano fatto ingiuria di sorta alcuna. Certo se avessero attentato alla mia vita, o se avessi veduto cosa indispensabile alla mia immediata salvezza l'assalirli, ci sarebbe stato alcun che da dire in difesa di tale mio atto; ma siccome io era tuttavia fuori delle loro mani, nè essi aveano realmente alcuna cognizione di me, nè per conseguenza alcun disegno sopra di me, sarebbe stata un'ingiustizia per parte mia l'avventarmi loro. Altrimenti avrei giustificata la condotta degli Spagnuoli in ordine a tutte le atrocità che praticarono nell'America, ove distrussero milioni di quegli abitanti, i quali, benchè fossero idolatri e barbari, e contassero più di un rito sanguinolento ed atroce, siccome quelle di sagrificare umane vittime ai loro idoli, pure rispetto agli Spagnuoli erano una popolazione affatto innocente. Per ciò l'averli esterminati vien ravvisata ai nostri giorni cosa abbominevole ed esecranda fino dagli stessi Spa gnuoli, e da tutte l'altre nazioni cristiane dell'Europa si ebbe per un vero macello, per un atto di crudeltà orrido e contro natura, imperdonabile al tribunale di Dio e a quello degli uomini; atto, per cui lo stesso nome di Spagnuolo è stato avuto siccome spaventoso e terribile ad ogni popolo dotato di umanità e di cristiana commiserazione; atto, per cui le terre della Spagna furono giudicate produrre in eminente grado uomini privi d'ogni principio di fraterna tenerezza, di viscere di compassione verso gl'infelici e di tutti que' sentimenti che contraddistinguono gli animi generosi.
Tali considerazioni posero una pausa ed una specie di fermata al mio disegno, da cui cominciai a poco a poco a desistere, sinchè finalmente io conclusi che era stato un mal proposito il mio quello di assalire i selvaggi, e che non s'aspettava a me il cercare di scontrarmi con essi, semprechè non fossero i primi ad assalirmi. Questo caso cercai possibilmente di evitare d'allora in poi, perchè se eglino m'avessero scoperto, e mi fossero venuti contro, avrei saputo quel che mi era lecito senza mancare al dovere.
D'altronde, osservai pensandoci meglio che il divisamento da me concepito nel calore della passione non era un buon mezzo per liberarmi da loro, ma bensì un mezzo il più diretto di ruina e di distruzione per me. Di fatto, ogni qualvolta non fossi stato sicuro di uccidere non solo tutti quelli che si fossero trovati su la spiaggia in un dato tempo, ma gli altri ancora che ci potessero venire da poi, sarebbe bastato un sol fuggiasco di essi per raccontare ai suoi compatriotti quanto era accaduto, perchè tornassero ad approdare a migliaia per vendicare la morte de' loro confratelli, ed io solo avrei portata su me una distruzione certa, da cui finora io non mi vedea minacciato menomamente. Tutto calcolato, conchiusi che, nè secondo i principii dell'umanità, nè secondo quelli della politica, io doveva d'una maniera o d'un'altra darmi brighe per mandare ad effetto il mio precedente disegno; anzi darmene con tutti i possibili modi a fine di rimanere celato ai selvaggi, e di non permettere che il menomo segnale desse loro a congetturare che vivessero nell'isola creature viventi d'umana forma. Unitisi in ciò i riguardi della religione con quelli della prudenza umana, fui ora convinto sotto più d'un aspetto ch'io era affatto giù della buona strada quando ideavo i miei sanguinari espedienti di distruzione contra ad innocenti creature: intendo innocenti rispetto a me. Quanto alle colpe, di cui si rendeano colpevoli gli uni verso degli altri, io non avera niente che fare con loro; erano colpe nazionali, ed io dovea lasciare che le punisse la giustizia di chi primo governa le nazioni, e conosce quali nazionali castighi si competano a colpe nazionali; di chi sa per quelle vie che meglio piacciono alla sua divina saggezza, emanare sentenze esemplari su coloro le colpe de' quali portarono pubblico scandalo.
Queste cose or mi apparivano sì chiaramente, che non vi era maggiore soddisfazione per me del pensare alla bontà di Dio, poichè con la sua grazia m'avea tenuto lontano dall'accingermi ad un'azione ch'io vedeva ora con tanta chiarezza che sarebbe stata criminosa non men di quella d'un abbietto assassino se l'avessi commessa. Prostratomi quindi, resi umili grazie al Signore che mi avea così liberato da un delitto di sangue; supplicando fervorosamente la protezione della divina sua providenza così per non cadere nelle mani del barbari, come per non commettere mai le mie mani su loro ogni qualvolta la necessità di difendere la mia vita non divenisse per me una potente voce del cielo che a far questo m'incoraggiasse.
In tale disposizione d'animo io mi mantenni per circa un anno successivo: sì lontano dal desiderare un'occasione per assalire quegli sgraziati, che in tutto questo tempo non mi portai una sola volta su la collina per iscoprire se vi fosse qualcuno di loro a veggente della spiaggia o se vi fosse sceso; e ciò per non esser tentato a rinnovare alcuno dei miei antichi disegni contro di essi, o provocato ad assalirli da qualche istantanea opportunità che si offrisse da sè medesima. La sola gita ch'io feci, fu da oggetto di levare la mia piroga ch'io avea lasciato al lato opposto, e condurla all'estremità orientale dell'isola; quivi io la feci entrare in un piccolo seno protetto da alti scogli ove io capiva che per timore delle correnti i selvaggi non oserebbero, o almeno per qual si voglia motivo non vorrebbero penetrare co' loro canotti. Entro la mia navicella io trasportai quante cose spettanti ad essa vi avevo lasciate, ancorchè non necessarie pel semplice motivo di condurla fin lì: di tal natura erano un albero ed una vela ch'io avea costrutti per essa; un non so che simile ad un'áncora, ma che, per dir vero, non potevo chiamare nè grappino nè áncora, benchè fosse il meglio ch'io sapessi fare in tal genere; e tutto ciò io allontanai di dov'era, affinchè non rimanesse il più piccolo indizio ad una scoperta, o qualsivoglia apparenza di piroga o di abitazione umana nell'isola.
Oltre a queste cautele io mi tenni, siccome ho detto, più ritirato che mai e rare volte uscii fuori del mio nascondiglio, se non fu per motivo delle indispensabili mie giornaliere occupazioni: quelle cioè di mungere le mie capre e di governare il picciolo armento rinserrato nel centro di una foresta sì affatto posta dall'altra parte dell'isola, che non temeva quivi alcuna sorte di pericolo. Perchè egli e certo che que' selvaggi da cui veniva talvolta visitato questo paese, non vi sbarcarono con l'intenzione di procacciarsi nulla da esso, onde non vagavano mai lontano dalla costa; nè dubito che da quando il mio timore d'incontrarli mi avea reso più cauto, non sieno tornati alla spiaggia altrettante volte quante ci erano venuti prima. Certamente io non poteva pensare senza un certo orrore a ciò che sarebbe divenuta la mia condizione, se mi fossi scontrato in essi e m'avessero scoperto allor quando, pressochè nudo e disarmato, se si eccettui un moschetto carico spesse volte di soli pallini, io camminava per ogni dove, andava attorno, scandagliava ogni pertugio dell'isola per vedere che cosa di conforme ai miei bisogni avrei potuto procacciarmi. Come sarei rimasto orridamente sorpreso se quando scopersi l'impronta di un piede umano avessi veduto invece quindici o venti selvaggi, se gli avessi trovati in atto d'inseguirmi, chè certo, attesa la velocità del loro correre, mi sarebbe stato impossibile il sottrarmi da loro! Tali considerazioni deprimevano tanto la mia anima, travagliavano tanto la mia mente che non poteva ricuperarla abbastanza presto per pensare al partito cui mi sarei appigliato in tal caso. Certo mi sarei trovato inabile ad ogni resistenza per mancanza non solo di forza fisica, ma di forza morale onde pensare al modo di tirarmi d'impaccio: forza morale molto minore di quella che avrei avuta ora dopo aver tanto meditato su i pericoli che mi sovrastavano e dopo essermici tanto apparecchiato. Da vero dopo avere meditato seriamente su tali cose io diveniva malinconico oltre ogni dire, e questa tristezza mi durava un bel pezzo; ma finalmente io ne troncava il corso col volgermi a ringraziare la divina Providenza che dopo avermi liberato da tanti rischi latenti, mi tenne anche lontano da quelle disgrazie donde io non avrei avuto modo di liberarmi da me medesimo perchè privo d'ogni menoma previdenza che mi sovrastassero o d'ogni menoma supposizione della loro possibilità.
Le quali cose rinfrescavano alla mia mente un'osservazione ch'io avea già fatta sin da quando principiai a scoprire le misericordiose disposizioni del cielo in mezzo ai pericoli entro cui ci avvolgiamo nel corso di nostra vita: il prodigio cioè onde siamo preservati dalla sventura quando anche non ci accorgiamo punto di esservi, come allorchè ci troviamo in quello che chiamiamo stato di titubazione, allorchè siamo nel dubbio se ne convenga attenerci a questa o a quella strada, o anzi allorchè il nostro raziocinio, o la nostra inclinazione, o forse l'andamento naturale della cosa ne addita la prima delle due strade; e ciò non ostante una strana impressione, e che non comprendiamo nè donde scaturisca nè da qual forza venga prodotta nella nostra mente, ci spinge su l'altra; e dopo vediamo chiaramente a cose finite che, se avessimo seguita la via che anche secondo i nostri medesimi computi appariva da preferirsi, saremmo stati inevitabilmente perduti. Dietro queste considerazioni e molt'altre della stessa natura, io mi formai una regola: che quando cioè io sentiva certi secreti istinti od impulsi a fare o non fare una cosa o a seguire una via piuttosto che l'altra, io non mi mostrava mai renitente alla voce di tali misteriosi dettati, benchè non conoscessi altra ragione al mio operare fuor di questi istinti od impulsi preponderanti su la mia mente. Potrei citare molti esempi di buoni successi derivatimi da tale condotta in tutto il corso di mia vita, ma specialmente nella seconda parte di quella che ho trascorsa in quest'isola sfortunata, indipendentemente da tutti que' casi di cui avrei potuto accorgermi, se avessi vedute le cose con gli stessi occhi onde ora le vedo. Ma a divenir saggi non e mai troppo tardi per noi; nè io posso se non suggerire ad ogn'uomo riflessivo la cui vita vada accompagnata da casi straordinari al pari o anche meno de' miei, il parere di non trascurare tali segreti cenni della Providenza, qualunque poi sia l'intelligenza invisibile da cui derivano. Non è questo un punto ch'io imprenda a discutere, nè che fossi probabilmente atto a comprendere; ma certamente sta qui una prova di un consorzio spirituale, di una segreta comunicazione tra l'intelligenza corporea ed una intelligenza incorporea, e prova tale cui sarà mai sempre impossibile il resistere; ed io avrò l'opportunità di offrirne molti notabilissimi esempi nel rimanente del mio soggiorno in quest'isola malaugurata.
XXXVII. Scoperta di una caverna.
Credo che il leggitore non farà le maraviglie se gli dico che queste ansie, questi costanti pericoli tra cui vivevo, e il genere di cure alle quali dovea or dedicarmi, posero un termine a tutti i miei trovati, a tutte le industrie da me fin qui praticate, onde procurarmi maggiori agi e comodi per l'avvenire. La mia salvezza mi stava or più a cuore dello stesso mio nutrimento. Non m'arrischiavo a piantare un chiodo o ad abbattere un ramo d'albero per paura di far tale strepito che fosse udito; molto meno, per lo stesso motivo, a sparare un moschetto; soprattutto io era di mala voglia oltre ogni dire nell'accendere ogni sorta di fuoco paventando che il fumo, visibile a grandi distanze nell'ora del giorno, arrivasse a svelarmi. Trasportai quindi quella parte di mie manifatture che abbisognavano di fuoco, come la fabbrica di pentole e pipe di terra cotta, alla nuova stanza sceltami per un'appendice della mia greggia nel mezzo de' boschi, ove dopo esserci stato non so quante volte, scopersi con ineffabile gioia una caverna sotterranea, scavata affatto dalla natura, estesissima, e dentro la quale, oso affermarlo, non avrebbe avuto il coraggio di avventurarsi verun selvaggio che fosse venuto alla bocca di essa, nè da vero verun altr'uomo fuor di chi avesse avuto necessità, come me, di procurarsi un luogo sicuro di ritirata.
La bocca di tale caverna sottostava ad un enorme dirupo, al cui piede, per mero caso direi, se non avessi avuto sì copiosi motivi per attribuire tutto quanto mi andava occorrendo alla Providenza, io me ne stava tagliando alcuni rami d'alberi per far carbone. E qui prima di andare innanzi mi e d'uopo fermarmi per indicare i motivi che m'inducevano a tal nuovo lavoro.
Stretto dalla paura dianzi accennata di eccitar fumo all'intorno della mia abitazione e ad un tempo dalla impossibilità di sostentarmi senza cuocere il mio pane, far bollire il mio brodo e simili cose, presi l'espediente di bruciare in questo luogo, come avevo veduto praticarsi nell'Inghilterra, una certa quantità di legna, sinchè fosse arsicciata o sia pervenuta allo stato di carbone asciutto; indi ammorzato il fuoco, conservava il carbone per portarmelo a casa, e sbrigare quelle faccende domestiche alle quali era indispensabile il fuoco, e ciò senza pericolo di alzar fumo. Ma di questo si parlerà più estesamente a suo tempo.
Mentre pertanto io stava tagliando rami in questo luogo vidi dietro ad una fitta macchia una specie di cavità. Curioso di esaminarla, entrai non senza fatica per la bocca della cavità stessa che trovai fin nella sua origine assai ampia, cioè bastante perchè ci stessi in piedi io e forse un altro in mia compagnia; ma sono costretto a confessarvi di esserne uscito più presto che non v'entrai, appena guardando più addentro, vidi due grand'occhi fiammeggianti di qualche creatura vivente, se del diavolo o d'un uomo, è quanto non seppi su l'istante, perchè la pallida luce che veniva dalla bocca della caverna incontrandosi in essi e riflettendosi, li facea scintillare come due stelle. Pure dopo una certa pausa ricuperando alcun poco di spirito, cominciai a darmi le mille volte del matto e a pensare che chi avea paura di vedere il diavolo non era fatto per vivere venti anni solo in un'isola, e che in quella caverna da vero non poteva esservi nessuna cosa più spaventosa di me. E qui preso nuovamente coraggio, afferrai un tizzo acceso, poi con questa fiaccola tornai a spingermi innanzi; ma fatti appena tre passi il mio atterrimento divenne anche più forte di prima, perchè udii un alto gemito come d'uomo in angoscia, cui tenne dietro uno strepito interrotto, qual di parole non finite, indi subito un secondo gemito non men profondo del primo. Diedi addietro colpito da tal sorpresa di terrore per cui mi vennero i sudori freddi, e mi si addirizzarono i capelli in tal guisa che se avessi avuto il mio berrettone in testa non vorrei giurare che non ne fosse saltato via. Pure tornatomi a fare animo alla meglio e confortatomi alcun poco in pensando che l'onnipotenza e la presenza di Dio erano per ogni dove e sarebbero bastate a proteggermi, tornai a portarmi innanzi finchè alla luce del mio tizzone ardente che mi tenevo alquanto sollevato al di sopra del capo, vidi steso per terra un enorme, formidabile vecchio caprone che stava, come suol dirsi, facendo il suo testamento, perchè lottava con la morte, e veramente moriva per decrepitezza. Io lo mossi un pochino per vedere se potevo farlo stare su le sue zampe, ed esso si provò a sollevarsi da quella postura, ma non ci riuscì. Allora pensai fra me stesso che facea molto bene a star lì, perchè come avea spaventato me, avrebbe del certo fatta la stessa paura a qualche selvaggio coraggioso abbastanza per introdursi ivi finchè quell'animale avea tuttavia un fiato di vita.
Riavuto finalmente da' miei timori, principiai a guardarmi dintorno, e sembrommi che la caverna fosse assai piccola, vale a dire poco più di dodici piedi, ma priva d'ogni sorta di forma, nè tonda nè riquadra, onde vedeasi che nel costruirla non s'era adoperata altra mano fuor di quella sola della natura. Osservai parimente un canto di essa che andava più in là, ma sì basso che mi obbligò a mettermi carpone per introdurmici, nè potei comprendere ove andasse a riuscire. Non avendo pertanto una candela con me differii ulteriori scandagli ad un'altra volta, risoluto per altro di tornar quivi nel dì successivo, munito di candele e d'un acciarino che mi ero fatto con un cattivo focone di moschetto.
Pertanto nel giorno successivo ci tornai provveduto di sei grosse candele della mia fabbrica, perchè ne facevo ora di eccellenti con sego di capra; solamente mi era difficile il fornirle di lucignolo, al qual fine io mi giovava talvolta di cenci o di corda sfilala e talvolta ancora di gambi d'erba salvatica somigliante all'ortica. Giunto al sito più basso e messomi carpone, come già dissi che bisognava fare per camminar ivi, m'innoltrai circa dieci braccia: nel che mi parve di dare una prova di coraggio assai bella, pensando che io non sapea nè ove quell'apertura si dirigesse, nè che cosa ci fosse al di là di essa. Superata questa stretta mi trovai sotto una specie di vôlta più alta, distante, cred'io, da terra venti piedi dal più al meno; nè poteva ammirarsi, ardisco dirlo, una più splendida vista in tutta l'isola, siccome la presentavano girando gli occhi da tutti i lati le pareti e la vôlta di quella grotta o caverna che riflettevano cento mila raggi di luce dalle mie due sole candele. Se l'origine di tali splendori venisse da diamanti o altre preziose gemme, o piuttosto da lamine d'oro, come propendo a crederlo, non seppi definirlo. Certamente il luogo ove mi trovai, era il più delizioso speco che si potesse sperare, benchè immerso affatto nelle tenebre; liscio ed asciutto erane il pavimento, coperto di piccioli ciottoli di ghiaia staccati l'uno dall'altro, pur fitti in modo da non permettere il passaggio a rettili nauseosi e venefici; niuna sorta di umidità stillava dalle pareti o dalla vôlta; tutta la difficoltà consistea nell'ingresso, ed era questo un vantaggio per me che andava appunto in traccia d'un luogo di sicurezza e d'un asilo di simil genere. Di fatto grandemente rallegratomi della mia scoperta, venni senza indugio nella risoluzione di trasportar quivi alcune fra le cose che m'aveano fatto più desideroso di un tale rifugio. Furono tra queste il mio magazzino della polvere e le mie armi da fuoco, cioè due moschetti da caccia, perchè ne avevo tre in tutto e tre archibusi de' quali ne possedevo otto; e ne lasciai sol cinque nella mia fortezza sempre allestiti come pezzi di cannone nell'interno della mia seconda palizzata ed atti ad essere trasportati in caso di una spedizione.
In questa traslocazione della mia armeria mi accadde di aprire quel barile di polvere raccolto dal mare, e che avea preso l'acqua. Trovai che questa era sol penetrata tre o quattro pollici all'incirca entro la polvere, onde da tutti i lati avea formata una pasta che, venuta dura, salvò dal guastarsi la rimanente, siccome mandorla serbata entro il suo guscio, e n'ebbi pertanto presso a sessanta libbre di eccellente polvere che stava nel centro della botte; scoperta fortunatissima per me in quel tempo. Me la trasportai tutta nel mio sotterraneo, non ne lasciando se non due o tre libbre nella fortezza per timore d'una sorpresa di qualunque maniera; vi portai parimente tutto il piombo che avevo destinato a far palle.
Io mi figurai allora d'essere uno di quei giganti che si dicea vivessero nelle caverne e negli spechi delle rupi, ove nessuno potesse giungere sino ad essi; perchè era persuaso che, se cinquecento selvaggi si fossero accinti a darmi la caccia, non m'avrebbero, finchè rimanessi qui entro, ritrovato; o trovandomi ancora non si sarebbero arrischiati ad assalirmi nel mio riparo. Il caprone decrepito ch'io avea trovato moribondo, morì alla bocca della caverna nel dì successivo alla scoperta da me fatta. Ravvisai cosa molto più comoda lo scavar quivi una gran buca per seppellirvelo che il trarlo fuori di dov'era. Posto che l'ebbi entro la fossa, la copersi ben bene di terra per risparmiare fastidii al mio naso.
Correva ora il ventesimo terzo anno da che dimoravo in quest'isola, tanto assuefattomi ad essa e alla maniera di viverci, che, se avessi avuta la certezza che i selvaggi non sarebbero mai venuti a sturbarmi, ben volentieri mi sarei preso a patto di passarvi il rimanente de' miei giorni sino all'ultimo momento in cui mi trascinassi da me medesimo a morire, come il vecchio caprone, entro la mia caverna. Io era parimente pervenuto ad assicurarmi alcuni divagamenti e ricreazioni che mi facevano passar gran parte del mio tempo molto meglio che per l'addietro. Il primo di questi fu, come ho già notato, l'ammaestrare il mio Pol, che giunse a parlare sì famigliarmente e a staccare con tanta chiarezza le sillabe, che mi dava da vero una grande contentezza, perchè non credo che un augello sia mai giunto a cianciare con maggiore schiettezza; egli convisse meco non meno di ventisei anni. Quanto sia vissuto da poi non lo so, benchè io sappia che nel Brasile la vita dei pappagalli dura un centinaio d'anni. Anche il mio cane fummi un caro ed amoroso compagno per non meno di sedici anni, in capo ai quali morì di sola vecchiezza. Quanto ai miei gattini, moltiplicarono, come notai, a tal grado che fui presto costretto a dar loro la caccia per impedirli dal divorar me e tutto il mio sostentamento; ma finalmente quando le due vecchie gatte condotte con me furono morte, e dopo avere per qualche tempo data la caccia ai loro eredi senza mai permettere che avessero tavola comune meco, si rintanarono ne' boschi ove divennero salvatici, salvo due o tre gattine favorite che mi mantenni domestiche e i cui parti, quando ne avevano, annegavo sempre; queste faceano parte della mia famiglia. Inoltre mi venivano sempre attorno due o tre capretti domestici ch'io aveva avvezzati a ricevere il cibo dalle mie mani. Avea pure due altri pappagalli che parlavano assai bene, e dicevano anch'essi Robin Crusoè; ma non mai così aggiustatamente come il mio primo; nè per vero dire io mi era mai per essi preso le cure che mi diedi col primo. Io m'era anche avvezzato diversi uccelli acquatici di cui non conoscevo i nomi, ed ai quali avevo tagliate le ali nel prenderli su la spiaggia. I sottili pali ch'io aveva piantati dinanzi alla mia fortezza erano cresciuti al grado di formare un bel folto boschetto; questi uccelli vivevano svolazzando fra que' bassi arbusti e vi faceano i loro nidi, che era una delizia per me. In somma, come lo ho notato altra volta, io avrei cominciato propriamente a dirmi un uomo contento, se avessi potuto guarentirmi dal timore dei selvaggi.
Ma altrimenti era decretato dal cielo, nè tornerà inutile per chiunque s'abbatterà a leggere la presente mia storia, il dedurne una adeguata osservazione. Quante volte nel corso di nostra vita quel male da cui più cerchiamo schermirci e che, quando ne siamo percossi, ci sembra terribile oltre ogni dire diviene il vero mezzo o l'origine della nostra liberazione e il solo aiuto che può sollevarci di nuovo dalla calamità in cui siamo caduti! Potrei citar molti esempi in conferma tal verità per tutto il corso della mia pressochè incredibile vita: ma niuna parte di essa ne offre di così notevoli come gli ultimi anni della mia solitaria residenza in quest'isola.
XXXVIII. Sbarco di selvaggi su la costa occidentale dell'isola.
Era sopravvenuto il decembre, ed io compiva, come già dissi, il mio anno ventesimo terzo; con tale stagione del solstizio meridionale, perchè iemale non posso chiamarlo, coincideva pur quella del mio ricolto che domandava affatto la mia presenza all'intorno dei campi. Una mattina di bonissima ora, prima dello spuntare dell'alba fui sorpreso al vedere la luce di un qualche fuoco acceso sopra la spiaggia ad una distanza di circa due miglia da me verso l'estremità dell'isola, dove avevo osservato che erano sbarcati dianzi alcuni selvaggi; ma non dall'altra parte, bensì, per mia grande desolazione, dalla mia.
Fu sì tremenda la sorpresa prodotta in me da tal vista, che, fermatomi entro il bosco posto innanzi all'ultima mia palizzata, non ardii procedere oltre; pur nemmeno qui avevo pace in pensando che que' selvaggi nel girare per l'isola avessero trovato la mia messe o in piede o mietuta, o alcuno de' miei lavori e miglioramenti donde avrebbero subitamente conchiuso che qualcuno abitava qui, nè sarebbero mai stati contenti finchè non mi avessero scoperto. Ridotto a questi estremi tornai a rintanarmi nella mia fortificazione, tirandomi la mia scala addietro con me, non senza prima aver dato tutta quell'apparenza selvaggia e conforme allo stato di natura, come potei meglio, al terreno situato tra il bosco e la seconda palizzata.
Quando fui dentro mi posi in istato di difesa. Caricai la mia artiglieria, come io chiamava i miei moschetti piantati contro alla mia nuova fortificazione, e tutte le mie pistole, risoluto di difendermi sino all'ultimo fiato. Non dimenticai nel tempo stesso di raccomandarmi alla protezione divina e di pregare fervorosamente il Signore che mi liberasse dalle mani dei barbari. Continuai a rimanere in tale postura circa due ore, in capo alle quali cominciai ad impazientirmi oltre misura per non saper nulla di quanto accadeva al di fuori; ma io non avea spie da mandare alla scoperta. Dopo essere restato qualche tempo di più in tale perplessità, e meditando che cosa si potesse fare nel caso mio, non fui buono di durarla ad una pazienza più lunga e di rimanere per maggior tempo all'oscuro delle cose. Posata quindi la mia scala al lato del monte su cui stava uno spianato, come già dissi, vi salii, poi tiratami da presso la mia scala, me ne valsi per salire la cima del monte; indi livellato il mio cannocchiale, che avea preso meco a tal fine, mi gettai boccone a terra e cominciai a riguardare sul luogo dianzi notato. Vidi tosto non esservi meno di nove selvaggi ignudi, seduti attorno ad un piccolo fuoco che avevano acceso, non certo a fine di scaldarsi, chè non ne aveano bisogno per essere una stagione caldissima, ma, come supposi, per allestire uno de' barbari loro pasti di carne umana che si erano portata con sè, se viva o morta non potei capirlo.
Avevano rimorchiate alla spiaggia le due piroghe che li condussero, ed essendo quella l'ora del riflusso, aspettavano, a quanto congetturai, il ritorno del flusso per andarsene via nuovamente. Non è cosa facile l'immaginarsi la costernazione in cui mi pose tal vista, specialmente osservando che erano venuti dal mio lato dell'isola ed in oltre in tanta vicinanza alla mia abitazione. Ma quando considerai che il loro arrivo accadea sempre colla corrente del riflusso, cominciai a starmene col cuor più tranquillo su i casi avvenire; perchè dissi a me stesso: “Ogni qual volta nessun di coloro sia sbarcato prima del flusso, in questo mezzo potrò andarmene attorno in tutta sicurezza;” la quale osservazione fece sì che in appresso mi portai con animo più tranquillo ai lavori del mio campo, quando vedeva il tempo propizio per andarci.
La cosa andò com'io me l'avea immaginata, perchè appena la marea si diresse all'occidente, li vidi tutti raggiugner la loro piroga e dar di remi o di pagaie, come si dice in questi paesi. Ho dimenticato notare che durante un'ora o anche più prima della partenza fecero una delle loro danze, come potei accorgermene dalle loro posture e gesti che mi mostrava il mio cannocchiale. Le mie minute osservazioni mi fecero bensì scorgere che coloro, privi d'ogni vestito, erano ignudi come Dio li avea fatti, ma non giunsi a distinguere il sesso di nessuno di essi.
Appena vedutili imbarcati e partiti, mi posi due moschetti su le spalle, due pistole nella mia cintura ed a fianco il mio spadone privo di fodero, indi con quanta speditezza potei, ne andai su la collina donde gli avevo veduti la prima volta. Giunto colà, nè vi fui in meno di due ore, perchè, carico d'armi com'ero, non potevo affrettare il passo, vidi che tre altre piroghe di selvaggi vi erano state, e che in quel momento solcavano a tutto remo il mare per tornarsene al continente. Fu questa una vista spaventosa per me, principalmente allorchè trasferitomi alla spiaggia, trovai le orrende vestigia dell'inumana fazione, cui avevano dato opera prima di partire: il sangue cioè, le ossa e i brani di carne umana rosecchiati e divorati da quegli scellerati nella barbara loro gozzoviglia.
Mi comprese di tanta ira un tale spettacolo che tornai a meditare la distruzione di costoro, qualunque fosse il numero de' primi che avrei veduti capitar su la spiaggia. Mi parve per altro che tali visite di selvaggi non fossero molto frequenti, perchè stetti circa quindici mesi prima che ne capitassero altri; e dico così, perchè non solamente non vidi nessuno di tale genìa, ma nemmeno verun'orma sul terreno m'indicò che ve ne fosse stato qualcuno in tutto questo intervallo. Certamente nelle stagioni piovose costoro non vanno attorno, o almeno non imprendono viaggi troppo lontani. Tuttavia dopo averli avuti in tanta vicinanza l'ultima volta, me la passai sempre male d'allora in poi, non m'abbandonando più la paura che m'arrivassero d'improvviso alle spalle; donde prendo motivo d'osservare, come un male che si aspetta sia più crudele ancora di un male che si soffre, specialmente quando non avete alcuna ragione che vi liberi dal vostro giusto timore.
Trascorsi per me tutti questi giorni in micidiali pensieri, impiegai la maggior parte delle mie ore, che ben potevano essere dedicate ad uso migliore, nello studiar modi d'investirli e lanciarmi sovra essi la prima volta che sarebbero sbarcati, massimamente se fossero stati divisi, come erano non ha guari; nè pensava affatto che, quand'anche fossi riuscito ad accopparne una parte, supponiamo una decina o una dozzina, mi sarebbe stato necessario nel dì successivo, o dopo una settimana, o dopo un mese, sterminarne un'altra banda, poi un'altra e così all'infinito, di modo che in ultimo de' conti non sarei stato meno un assassino io di quanto eglino fossero cannibali, e forse sarei stato anche più colpevole di loro.
Io passai dunque tutto questo tempo in una grande ansia e perplessità aspettandomi da un dì all'altro di cader nelle mani di quella spietata razza; onde se talora m'arrischiavo ad andare attorno, nol facevo se non con tutte le cautele immaginabili. Or sì m'avvidi, e non senza averne grande conforto, qual fortuna fosse stata per me l'essermi allevata una greggia di capre domestiche; perchè io non ardiva per nessun conto sparare il mio moschetto, principalmente da quel lato d'isola ove sapevo esser più soliti a sbarcare i selvaggi, e ciò per la paura di metterli in trambusto. Chè non dubitavo già che non fuggissero dopo il primo sparo, ma era ben sicuro che in pochi giorni gli avrei avuti di ritorno alla spiaggia forse con duecento o trecento piroghe; e se questo accadeva, sapevo ancora qual sorte dovessi aspettarmi. Pure io passai un anno e tre mesi, come dissi, prima di tornare a vedere selvaggi. Può ben darsi che in tale tempo ne sieno venuti, ma o non si fermarono o non li vidi; pure sol nel mese di maggio, o poco dopo, secondo i miei computi, e nel ventesimo quarto anno del mio soggiorno nell'isola ebbi uno stranissimo scontro con essi, che descriverò a suo luogo.
Grande fu, già lo dissi, l'agitazione della mia mente durante quei quindici o sedici mesi: dormivo inquieto; facevo sempre orridi sogni, dai quali spesse volte mi destavo d'improvviso, e preso da brividi d'atterrimento; nè più tranquilla era la mia mente durante il giorno. Quante volte io sognava di uccider selvaggi, quante volte anche dormendo istituivo raziocini su la giustizia di ucciderli! Ma qui mi è d'uopo fare una digressione.
XXXIX. Naufragio d'un vascello.
Correva il giorno 16 maggio, almeno a quanto additava il mio povero calendario di legno, su cui non tralasciavo giorno di fare i miei segni; correa, dissi, questo giorno, quando sollevossi un fiero temporale che accompagnato da tuoni e lampi durò tutta quella giornata, cui successe una notte parimente tempestosissima. Stavo leggendo la mia Bibbia, nè mi ricordo a qual punto di essa mi assalissero gravissimi pensieri su l'attuale mia condizione, quando mi sorprese un fragore di cannone sparato, come non ne dubitai, da gente che stava sul mare. Fu questa veramente una sorpresa di una natura affatto diversa da quante me ne erano occorse fin qui, e tale che diede un andamento del tutto nuovo ai miei pensieri.
Saltato su in tutta la possibile fretta, applicai in un attimo la mia scala alla parte del monte dond'era solito salire e discendere, e trattala con me, fui su la vetta nel punto che una vampa di luce mi avvisò d'un secondo sparo di cannone, il cui strepito in meno di un mezzo minuto secondo fu da me udito. Dalla direzione del rumore compresi tosto venir esso da quella parte di mare ove fui con la mia piroga trascinato dalla corrente. Pensai subitamente dover questo essere il segnale mandato da qualche vascello pericolante che, veleggiando di conserto con altri legni o vascelli, or situati in distanza da esso, li chiedesse con questo mezzo in suo soccorso. La mia mente fu pronta abbastanza per riflettere nell'istante che, se bene io non fossi in istato di portare aiuto a que' naviganti, potevo riceverne da essi. Raccolta quindi quanta legna avevo a tiro, e fattone una grande catasta, piantai un bel fuoco su la montagna. Era ben secca la legna, onde la vampa splendeva liberamente, e, ancorchè soffiasse gagliardo il vento, la mia catasta continuò ad ardere bene al segno di farmi credere che, se si trovavano uomini nel vascello, ne avrebbero necessariamente veduto il fuoco. Nè dubito che nol vedessero, perchè, appena la vampa incominciò a divenire alta, udii un nuovo sparo di cannone, poi un altro, tutti dalla medesima banda. Curai il mio fuoco tutta la notte fino allo spuntare dell'alba; poi quando fu innoltrato il giorno e ben chiaro l'aere, vidi alcun che in grande distanza galleggiar sul mare a levante affatto dell'isola; ma se fosse un vascello o avanzo di esso, non potei discernere ciò nemmeno col mio cannocchiale, tanto era grande la lontananza, e l'atmosfera nebbiosa, almeno sul mare.
Dopo avere contemplato ripetutamente questo oggetto in tutta la giornata, m'accorsi finalmente che non si movea di sorta alcuna, donde congetturai nell'istante che fosse un vascello postosi all'áncora. Ansiosissimo, come potete immaginarvelo, di verificare la cosa, mi presi meco il mio moschetto e voltomi al mezzogiorno dell'isola, m'affrettai verso la direzione di quegli scogli presso cui tempo prima la corrente m'avea trascinato lontano dalla spiaggia. Salito su la sommità ove esaminai quella parte di mare altra volta, potei, essendo giorno affatto sereno, vedere distintamente e con mio grave cordoglio i frantumi d'un vascello gettato di notte tempo contro a quegli scogli nascosti ne' quali m'abbattei con la mia piroga; quegli scogli stessi che, rompendo la violenza della corrente e formando una specie di controcorrente o di riflusso, mi camparono dalla più disperata, deplorabile condizione in cui mi sia mai trovato in mia vita.
Così accade talvolta che quanto è occasione di salvezza ad un uomo, sia di perdizione ad un altro; perchè sembra che quei naviganti non sapendo ove si fossero, e gli scogli essendo affatto coperti, sieno stati nella notte portati sovr'essi dalla furia del vento spirante ad est-nord-est (greco-levante). Se avessero veduto l'isola, il che non mi parea da supporsi, avrebbero cercato di ripararsi alla spiaggia mediante la loro scialuppa; ciò nondimeno gli spari di cannone fatti da essi per chieder soccorso, massime dopo aver veduto, siccome io m'immaginai, il mio fuoco, mi facevano pensare or una cosa, or l'altra. Primieramente supposi che, alla vista del segnale dato da me, si fossero gettati veramente nella loro scialuppa e ingegnati di salvarsi alla spiaggia, ma che il flutto troppo grosso ne gli avesse respinti. Poi mi veniva in mente che in quel momento non avessero più la loro scialuppa, il che poteva essere avvenuto in più d'un modo: particolarmente se le ondate battendo sul loro vascello avessero costretti i naviganti, come talvolta avviene, ad alleggerirlo col mettere in pezzi la scialuppa e gettarla in acqua con le proprie mani. Qualche altra volta m'inducevo a credere che avendo essi altri legni o vascelli in compagnia, questi, uditi i segnali di disastro, avessero raccolti e condotti via seco i pericolanti marinai. Poteva anche darsi, io fantasticava fra me stesso, che, postisi in mare con la scialuppa, e trascinati dalla corrente entro cui corsi io tanto rischio in passato, fossero stati trasportati nel grande oceano, ove non potessero più aspettarsi che stenti e sciagure, e quella forse di essere ridotti dalla fame all'orrida condizione di mangiarsi l'un l'altro.
Poichè queste non erano tull'al più se non congetture, nello stato mio io non aveva a far meglio del contemplare la miseria di quegl'infelici e compassionarli, cosa che produceva per altro un buon effetto su me: il porgermi un motivo di rendere vie più e vie più grazie al Signore che nella desolata mia posizione m'avea sì ampiamente provveduto di soccorsi e di conforti; che fra le vite degli individui di due vascelli naufragati in questa remota parte di mondo avea risparmiata unicamente la mia. Qui ancora ebbi una nuova ragione per osservare come sia cosa rarissima che la providenza di Dio ne lasci sprofondare in una condizione di vita sì abbietta, sì miserabile da non vedere in essa una particolarità o vero un'altra, di cui dobbiamo essere grati al Signore; in una condizione sì deplorabile da non lasciarci scernere il confronto di condizioni deplorabili anche di più. Tal fu certo quella de' naviganti di cui si parla ora, e la salvezza de' quali è sì problematica che non so vedere una supposizione per crederla, fuor di una sola possibilità (e sarebbe piuttosto un desiderio o una speranza) che fossero stati cioè raccolti da un vascello venuto in lor compagnia; e ciò era da vero una mera possibilità, perchè non m'accorsi del menomo segno che desse apparenza di ciò.
Non ho bastante eloquenza per esprimere quale strana ansia di desiderii io sentissi nella mia anima a tale vista, ansia che si disfogava talvolta con queste parole: “Oh! vi fosse stata in quel vascello una o due creature, anzi bastava una sola salva, che avesse trovato un rifugio presso di me! Avrei avuto un compagno, un mio simile che mi avrebbe parlato, col quale potrei conversare!” In tutto il tempo della solitaria mia vita non ho mai sentito un sì fervido, un sì forte desiderio della società de' miei simili, e un sì profondo cordoglio perchè ne mancava.
Havvi certe molle segrete de' nostri affetti che, quando son poste in azione da qualche oggetto presente o, se non presente, reso tale dalla forza dell'immaginazione, traggono la nostra anima in un sì violento orgasmo, la comprendono sì fortemente, che l'assenza dell'oggetto stesso ne diviene un male insoffribile: erano di tal natura gli ardenti miei desiderii, perchè un uomo solo si fosse salvato. Credo di aver ripetuto queste parole: Oh ne fosse stato almeno uno! un migliaio di volte; e nel ripeterle, tanto mi sentivo eccitato dal fervore ond'ero preso, le mie mani si stringevano tanto l'una nell'altra, le mie dita ne premevano con tanta forza le palme, che se qualche cosa di fragile fosse stato tra esse, involontariamente lo avrebbero stritolato; i miei denti si stringevano, si serravano sì forte che mi era impossibile il separarne la fila superiore dall'inferiore.
Lascio ai naturalisti lo spiegar queste cose e il come e il donde succedano: quanto poteva io si era il descrivere un fatto che rese attonito me ancora quando m'accadde, benchè non sapessi da che procedea. Esso fu indubitatamente l'effetto di ardenti desiderii e di energiche idee che, improntatesi nella mia mente, le mostravano al punto della realtà qual conforto mi avrebbe arrecato il conversare con uno soltanto de' Cristiani miei simili. Ma ciò non doveva essere: il destino di questo tale, o di me, o d'entrambi non lo volea; perchè fino all'ultimo anno del mio soggiorno nell'isola non seppi mai se qualcuno di que' naufraghi si fosse salvato o no, e solamente, alcuni giorni dopo, ebbi l'afflizione di vedere il cadavere di un giovanetto annegato che l'acque portarono su la punta estrema di spiaggia presso cui avvenne il naufragio. Non aveva egli altre vesti fuor d'un saione da marinaio, d'un paio di brache di tela aperte al ginocchio, d'una camicia di color turchino, ma nulla che mi guidasse a congetturare di qual nazione fosse. Non teneva altro ne' suoi taschini che due ducati ed una pipa, la seconda delle quali cose avea per me un valore dieci volte maggiore della prima.
XL. Viaggio per andar a bordo del vascello naufragato.
Regnava in mare la calma, ed io sentiva una forte ispirazione d'avventurarmi su la mia piroga sino al vascello naufragato, non dubitando di non trovare a bordo di esso qualche cosa che avrebbe potuto essermi utile. Pure questa considerazione non mi stimolava tanto quanto la possibilità di trovarvi qualche creatura vivente per salvarne non solamente la vita, ma per ritrarre in appresso dalla sua compagnia il massimo dei conforti che io mi sapessi immaginare; il qual pensiere mi si attaccò al cuore sì fortemente, che non avevo più quiete nè giorno nè notte se non m'arrischiavo su la mia navicella alla spedizione or divisata. Affidato pertanto il rimanente alla providenza di Dio, pensai che questa affissazione fosse troppo forte nella mia mente perchè la potessi resistere; che essa dovea senza dubbio essere l'impulso di qualche intelligenza invisibile; che sarei stato colpevole se non le avessi obbedito.
Avvalorato dalla forza di tale impressione, tornai frettolosamente alla mia fortezza, ove apparecchiai quante cose mi occorrevano pel viaggio ideato: una certa quantità di pane, un gran fiasco d'acqua dolce, una bussola per dirigere la mia navigazione, un fiaschetto di rum, chè me ne rimaneva in serbo un'abbondante provvista, ed un canestro di uva appassita; con le quali cose venuto alla mia piroga, la vuotai dell'acqua sotto cui la tenevo nascosta ad ogni sguardo vivente, la misi a galla, vi posi entro tutto il mio carico, indi andai a casa di nuovo per prenderne dell'altro. Questo secondo carico consistè in un grande sacco di riso, il mio ombrello da tenermi al di sopra del capo, un altro gran fiasco di acqua dolce, circa due dozzine di piccole pagnotte o focacce d'orzo, che era più di quanta pane avevo portato la prima volta, in un fiasco di latte di capra ed in un formaggio: tutte le predette cose, non senza grande fatica e sudori, trasportai nella mia piroga e, pregato Dio che proteggesse il mio cammino, mi posi in via e remigai radendo la spiaggia, sinchè finalmente fui alla punta dell'isola a nord-est (greco). Essendo questo il momento di lanciarmi entro l'oceano, principiai ad essere tra il sì e il no di correre un tale rischio. Contemplate le due rapide correnti che costantemente tagliano le onde in una data distanza fra loro ad entrambi i lati della spiaggia, il sapere che erano state per me sì formidabili, la rimembranza del pericolo in cui mi ero trovato per l'addietro, fecero che cominciasse a mancarmi il coraggio. Prevedevo che ogni qual volta venissi portato entro l'una o l'altra delle due correnti, sarei stato spinto per un bel tratto nell'alto mare, e forse di nuovo fuor del tiro o della vista dell'isola: nel qual caso qualunque lieve brezza che si fosse levata bastava, tanto piccola era la mia navicella, a perdermi senza riparo.
Questi pensieri mi disanimavano tanto, che io era già per rinunziare alla mia impresa; ed avendo tirata la mia piroga entro una caletta della spiaggia, ne uscii andandomi a sedere sopra un piccolo rialzo di terra, grandemente pensieroso e perplesso tra la paura e il desiderio su quel che farei. Mentre stavo così meditando, m'accorsi che la marea saliva verso la spiaggia, onde la mia andata diveniva impraticabile per molte ore. Dietro tale considerazione, mi occorse subito alla mente l'idea di andarmi a collocare su la più alta eminenza che mi fosse riuscito trovare, e vedere, se potevo, qual direzione prendessero le ondate delle correnti quando la marea veniva verso la spiaggia, e ciò per assicurarmi se mentre la rapidità di esse mi porterebbe in alto mare per una via, non potrei sperare che la stessa rapidità mi conducesse a casa per una via diversa. Concepito appena un tale divisamento, i miei occhi si portarono sopra una picciola collina che dominava sufficientemente il mare da entrambi i lati, e da cui vedevo chiaramente le direzioni della marea e quali mi sarebbero state favorevoli per tornare addietro. Scopersi allora che, come la corrente del riflusso usciva della punta meridionale dell'isola, così quella del flusso rientrava nella spiaggia dal lato settentrionale; donde argomentai che se mi fossi tenuto a tramontana nel mio ritorno, io poteva riuscire abbastanza nella mia impresa.
Incoraggiato da tale osservazione, risolvei di mettermi in mare nella successiva mattina col favore della prima marea; onde riposatomi la notte nella piroga, coperto da quella grande casacca, di cui ho già fatto parola altra volta, mi posi in via. Su le prime navigai alcun poco tenendomi affatto a tramontana, finchè sentissi il vantaggio della corrente che, situata a levante, mi trasportava ad una grande distanza, benchè non con tanta violenza come avea fatto dianzi quella a mezzogiorno che m'avea tolto ogni abilità di governare la piroga. Avendo quindi potuto padroneggiare a dovere il mio remo, m'avviai a dirittura e di gran corsa verso il vascello naufragato, cui pervenni in meno di due ore.
Fu ben tristo lo spettacolo che si offerse alla mia vista. Il vascello che giudicai spagnuolo dal modo della sua costruzione, era serrato, inchiavato fra due scogli; tutta la poppa e l'anca di esso fatte in pezzi dalla furia delle ondate; e attesa la violenza onde il castello di prua avea battuto contra gli scogli, l'albero di maestra e quel di trinchetto erano troncati alla superficie stessa del vascello; il bompresso invece era rimaso intatto, e tali apparivano ancora lo sperone e la tolda. Quando gli fui affatto da presso, mi comparve sovr'esso un cane che, al vedermi giungere si diede ad abbaiare e ad urlare; ma appena lo chiamai, saltò in acqua per venire sino a me. Lo raccolsi nella mia piroga quasi morto dalla fame e dalla sete. Datagli una delle mie pagnotte, se la divorò come un lupo affamato che fosse rimasto a stentare quindici giorni in mezzo alla neve. Allora diedi a quella povera bestia alcun poco d'acqua dolce che, se lo avessi lasciato bere a sua discrezione, lo avrebbe fatto crepare.
Dopo ciò andai a bordo, e la prima vista che mi si presentò fu quella di due uomini i quali, annegatisi nella cucina del castel di prua, si teneano strettamente abbracciati l'uno con l'altro. Congetturai, come veramente era assai probabile, che quando il legno urtò contro allo scoglio i cavalloni suscitati e sollevati dalla burrasca a grande altezza, continuatamente percuotessero il vascello con tanto impeto, che quegli infelici non potendo resistere, restarono finalmente soffocati sotto l'acqua. Fuor del cane, niun altro essere vivente era rimasto nel bastimento e nemmeno cose per quanto potei vedere, che non fossero state guastate dall'acqua. Vi erano veramente alcune botti, non seppi se di vino o d'acquavite, che starano sepolte nella stiva e che potei vedere in quel momento di bassa marea; ma erano di mole troppo enorme perchè m'addimesticassi con esse. Osservai pure diverse casse che pensai appartenute a qualcuno di que' marinai: ne tolsi due nella mia piroga senza esaminarne il contenuto. Se il vascello si fosse infranto contro allo scoglio con la poppa, rimanendone intatta la prora, credo che mi sarebbe stata d'un grand'utile questa spedizione, perchè da quanto rinvenni in appresso nelle due casse ebbi luogo di credere che quel bastimento avesse a bordo di grandi ricchezze. Se lo deduco dalla direzione verso cui governava, dovea venire da Buenos-Ayres o dal Rio de la Plata nella parte meridionale dell'America oltre al Brasile ed avviarsi verso l'Avana nel golfo del Messico, e forse era destinato per la Spagna. Portava, non ne dubito, immensi tesori con sè, ma inutili in quel momento ad ognuno. Che cosa divenisse de' viaggiatori, allora nol seppi.
Oltre a quelle casse trovai un bariletto che potea contenere circa ottanta boccali, e che trasportai con non poca fatica nella mia navicella. Trovai pure nella camera del capitano parecchi moschetti e un grande fiasco, entro cui saranno state quattro libbre circa di polvere. Quanto ai moschetti io non ne aveva bisogno e li lasciai lì; ben presi meco il fiasco di polvere. Pigliai parimente una paletta da fuoco, una molla, di cui avevo estremo bisogno, e due picciole caldaie di rame, una cioccolattiera ed una graticola; col qual carico e col cane me ne venni via, giacchè la marea cominciava anch'essa a prendere la direzione del mio soggiorno. Nella stessa sera ad un'ora circa di notte raggiunsi l'isola, stanco e spossato all'ultimo segno. Riposatomi la notte entro la piroga, risolvei, giunto il mattino, di collocare tutti i miei nuovi acquisti nella mia caverna, e di non trasportarli altrimente alla mia fortificazione. Dopo essermi ristorato alquanto, portai il mio carico su la spiaggia, cominciando tosto ad esaminarlo parte per parte. Trovai che il liquore contenuto nel bariletto era una specie di rum, ma non di quella qualità come ne avevamo al Brasile: in una parola, non valea nulla. Ma quando fui ad aprire le casse, ci rinvenni molte cose di grand'uso per me: per esempio, una bella cantinetta di elegantissimi fiaschetti pieni di rosogli eccellenti. I fiaschetti, che conteneano circa tre boccali ciascuno, erano guerniti d'argento; vi erano in oltre quattro vasi di giulebbe, due de' quali sì ben serrati dal loro coperchio, che l'acqua salsa non ne avea danneggiato contenuto, da me trovato di eccellente sapore; gli altri due erano affatto andati a male. Mi capitarono parimente, e molto a proposito per me, alcune camicie in assai buono stato e circa una dozzina e mezzo di fazzoletti tra bianchi, da sudore e da collo e di colore, opportunissimi i primi per rinfrescarmi e rasciugarmi il volto quando faceva più caldo. Poi venuto al fondo della prima cassa, vi trovai tre grandi sacchetti di ducati che conteneano, fra tutti e tre, mille e cento monete all'incirca. In uno di essi vi erano in oltre fatti su in una carta sei doppioni ed alcune piccole verghe d'oro: credo che pesassero insieme circa una libbra. Alcuni vestiti di poco valore stavano nella seconda: a motivo delle cose contenutevi potea credersi del secondo cannoniere, ancorchè non ci fosse polvere, eccetto due libbre di polverino conservato in tre piccoli fiaschetti, a fine, come io supposi, di caricarne ad un caso gli schioppi da caccia. Nella totalità questo viaggio mi fruttò ben poche cose che potessero essermi di qualche uso. Perchè circa al danaro, io non ne avea bisogno d'alcuna sorta: tanto mi giovava quanto il fango che stavami sotto ai piedi, e lo avrei volentieri dato tutto per tre o quattro paia di scarpe e calze inglesi, delle quali cose io sentiva grandemente la mancanza, ancorchè da molti anni dovessi essere avvezzo a farne senza. Veramente io mi era impossessato di due paia di scarpe, delle quali scalzai i due uomini che trovai annegati nella prima visita al legno naufragato, ed in oltre d'altre due paia che erano in una delle due casse, e che mi sarebbero capitate opportunissime, se fossero state comode ed atte a servirsene come le nostre scarpe inglesi, e non piuttosto ciò che chiamiamo scarpini. In questa cassa trovai circa una cinquantina di reali da otto, ma non d'oro; par certo che fosse appartenuta ad un individuo più povero del proprietario dell'altra; forse anche ad un'ordinanza di qualche ufficiale. Ad onta del niun uso onde erami questo danaro, lo trasportai nella mia caverna, e ve lo tenni in serbo, come avevo fatto con quello che levai dal mio primo naufragato vascello. Ma fu una grande disgrazia, come ho detto dianzi, che la prora e non la poppa di questo secondo legno mi fosse stata accessibile; perchè parmi certo che vi avrei trovato danaro per caricarne ben parecchie volte la mia piroga e per trasportarlo da questa alla mia caverna ove sarebbe rimasto tanto tempo in sicuro, che, pensavo io, quand'anche un'improvvisa occasione mi si fosse offerta per fuggire in Inghilterra senza di esso, m'avrebbe aspettato lì fino mai che fossi tornato indietro a riprenderlo.
Condotti ora a terra e posti in sicuro i miei nuovi acquisti, me ne tornai alla mia piroga che feci costeggiare lavorando di remo o di pagaia la spiaggia, sintantochè la ebbi ridotta al suo antico porto, ove la lasciai riposare; indi m'avviai con la possibile sollecitudine alla mia vecchia abitazione, giunto alla quale trovai tutte le cose intatte e tranquille.
XLI. Desiderio sempre più ardente di fuggire dall'isola e sogno.
Cominciai ora a riposarmi, a vivere secondo il mio vecchio stile, a prendermi cura de' miei domestici affari; e, a dir vero, per un certo tempo me la passai bene abbastanza, se non che era divenuto assai più vigilante di prima, mi tenevo in guardia più frequentemente nè andavo più tanto attorno; e se qualche volta mi diportai con maggiore libertà, il feci sempre verso la parte orientale dell'isola, ove io ero sufficientemente sicuro che i selvaggi non capiterebbero mai ed ove io potea trasferirmi senza il bisogno di tante cautele o di tanto carico d'armi e di munizioni, quanto ne portava sempre con me quando mi volgevo ad altre parti.
In tale condizione io vissi più di due altri anni all'incirca, ma in tutto questo tempo la mia sgraziata testa, che ho sempre scoperto essere destinata a fare la miseria del resto del mio corpo, fu ingombra e piena di disegni e macchinamenti su le probabilità che mai mi potessero occorrere di fuggir da quest'isola. Talvolta era lì per imprendere un secondo viaggio al vascello naufragato, ancorchè la mia ragione mi dicesse nulla esser rimasto colà che francasse i rischi di simile gita. E quando meditavo una navigazione e quando un'altra, e credo da vero che se avessi avuta la scialuppa, entro cui partii da Salè, mi sarei commesso al mare: per andar dove non lo sapevo.
Io sono stato in tutti i casi della mia vita una grande lezione per coloro che si sentono percossi da quella malattia generale della specie umana, malattia donde, a quanto so io, procede una metà delle loro sventure: quella cioè di non esser paghi della condizione ove Dio e la natura li collocò, perchè, per non tornare addietro su la primitiva mia condizione e su gli eccellenti avvisi del padre mio (nell'oppormi ai quali stette, come posso chiamarlo, il mio peccato originale), i miei successivi errori d'un genere stesso furono le vie per cui venni al mio attuale misero stato. Certamente se quella providenza da cui riconobbi il mio sì felice collocamento di piantatore al Brasile, mi avesse arriso al segno che, limitato ne' miei desiderii, mi fossi contentato di far gradatamente la scala de' miei progressi, avrei potuto, in tutto l'intervallo del mio languire in quest'isola, essermi fatto un de' più ragguardevoli possessori di piantagioni in quella contrada; anzi vado persuaso che, se ai miglioramenti di fortuna da me conseguiti nel breve tempo di mia rimanenza colà si fossero aggiunti que' maggiori che avrei probabilmente ottenuti rimanendovi, possederei a quest'ora un patrimonio del valore di cento mila moidori21. E che bisogno aveva io di abbandonare una fortuna già stabilita, una piantagione ben provveduta, e andava divenendo ogni dì più, per andarmi a mettere soprastante d'un vascello destinato alla Guinea a procacciarvi dei Negri? Il tempo e la pazienza non avrebbero forse aumentata di tanto la domestica nostra ricchezza, che avremmo potuto senza moverci dalla porta di casa nostra comprarceli da coloro la cui professione sta in simile traffico? E vero che gli avremmo pagati un poco più caro; ma questa più grave spesa non compensava ella l'immenso pericolo corso per risparmiarla? Ma, tal è il fatale destino delle giovani teste: la riflessione su la follia di un'impresa è soltanto il frutto della pratica di molti anni e di un'esperienza a caro prezzo acquistata; tal fu allora di me. E tuttavia l'errore avea piantate sì profonde radici nel mio carattere che non potendo adattarmi alla presente mia condizione, la mia vita era un continuo fantasticare su i modi di fuggire di qui; e, affinchè io possa con maggiore soddisfacimento del leggitore mandare a termine la rimanente parte di questa mia storia, non sarà inopportuno ch'io gli presenti qui alcuni cenni delle prime idee da me concepite su tal pazzo divisamento di fuga e de' modi e de' fondamenti di quanto operai per mandarlo ad effetto.
Avete a figurarvi che, dopo il mio ultimo viaggio al luogo del vascello naufragato, dopo condotta alla sua cala e assicurata, secondo il solito, sott'acqua la mia fregata, io m'era ritirato entro la mia fortezza ove tornavo a fare la vita di prima. Io possedea veramente più ricchezze che non ne ebbi in passato; ma non per questo ero più ricco; perchè non potevo usarne più di quanto ne usassero gl'Indiani del Perù prima che gli Spagnuoli fossero approdati in quella contrada.
In una notte della piovosa stagione di marzo, correndo l'anno ventesimo quarto da che posi piede la prima volta in quest'isola della solitudine, io giacea nel mio letto, o letticciuolo pensile, ma svegliato; perchè, se bene in ottimo stato di salute, senza sentire dolore od incomodo, o disagio di corpo, e nemmeno di mente più che d'ordinario, non potei in tutta la notte chiudere gli occhi: cioè prendere tal sonno che a tutto rigore di termine fosse un dormire.
Egli è impossibile l'enumerare lo sterminato numero di pensieri che mi girarono per tutti i labirinti del cervello e della memoria nel durare di quella notte. Ripassai in compendio o, per così esprimermi, in iscorcio tutta la storia della mia vita sino al momento del mio arrivo in questo deserto, ed anche una parte di essa da che ci fui. Nel meditare le cose occorsemi dal primo momento che il mio destino mi ci balzò, instituivo un parallelo tra la felice mia posizione nei primi anni che vi soggiornai, e la vita d'angosce, di travagli e paure che vi ho vissuta fin da quando vidi un'impronta di piede umano sopra l'arena. Nè credeva io già che i selvaggi non avessero frequentata quest'isola, e che parecchie centinaia di essi non vi fossero sbarcate anche prima ch'io mi fossi accorto di loro. Ma finchè, non gli avendo mai veduti, io non poteva concepirne il menomo timore, vivevo perfettamente col cuore tranquillo su ciò, ancorchè il mio pericolo fosse lo stesso, ed ero felice come se realmente non mi fosse mai sovrastato. Ciò somministrava alla mia mente molta copia di salutari riflessioni, e questa singolarmente su l'infinita bontà di quella providenza che nel suo governo del genere umano ha posti alla vista e cognizione dell'uomo tali opportuni limiti, per cui camminando egli in mezzo a migliaia di pericoli, l'aspetto de' quali se gli apparisse com'è, ne travaglierebbe la mente e ne deprimerebbe gli spiriti, si mantiene sereno e tranquillo sol perchè gli eventi delle cose rimangono celati al suo sguardo, e non sospetta i rischi dai quali è circondato.
Poichè questi pensieri mi ebbero intertenuto per qualche tempo, cominciai a pensar seriamente al reale pericolo fra cui m'aggirai per tanti anni in questa medesima isola, all'intrepida sicurezza onde me ne andava attorno con ogni possibile tranquillità, intantochè null'altro forse che un giogo di monte, o un grand'albero, o l'avvicinarsi della notte, si erano frapposti fra me e la più atroce calamità: quella di cadere nelle mani di cannibali che si sarebbero impadroniti di me con la stessa intenzione ond'io mi piglierei un tortore o una capra, nè dell'uccidermi e divorarmi si sarebbero fatto uno scrupolo maggiore di quanto io ne abbia nel dar morte ad una tartaruga o ad un piccione, e cibarmene. Calunnierei me medesimo se dicessi di non essere stato sinceramente e debitamente grato al mio grande Salvatore divino, dalla cui speciale protezione io riconobbi con cuore umiliato come mi fossero venuti tanti scampi a me ignoti, e senza de' quali sarei sicuramente caduto fra l'ugne di barbari che non sentivano misericordia.
Poichè questa meditazione fu terminata, altri pensieri si suscitarono per qualche tempo nella mia mente su la natura di quegli sgraziati selvaggi e sul perchè il saggio regolatore di tutte le cose avesse permesso che creature fatte a sua similitudine nutrissero pricipi di tanta inumanità: anzi di una crudeltà che eccedeva i limiti della brutalità stessa, siccome è l'appetito di divorarsi fra loro. Ma siccome ciò in quel momento non andava a terminare in veruna utile considerazione, mi volsi ad investigare in qual parte del mondo quegli sciagurati vivessero? quanto lontana fosse la costa donde si partivano? perchè si avventurassero in tanta distanza fuori delle case loro? che sorta di navigli avessero? E perchè non avrei io potuto dare tal ordine e sesto alle cose mie, da potere andarli a trovare, com'essi venivano a trovar la mia isola?
Io non mi dava poi il menomo fastidio di pensare come l'avrei fatta quando fossi sbarcato colà; che cosa sarebbe divenuto di me se fossi caduto nelle mani de' selvaggi, o come mi sarei salvato da loro se m'avessero assalito; a niuna di tali cose io pensava, e nemmeno come mi sarebbe stato possibile il raggiugnere la costa e non essere assalito da qualcheduno di costoro senza nessuna probabilità di scampo per me. O ponendo ancora che non fossi caduto in loro potere, io non pensava ove mi sarei vólto per vettovagliarmi, o a qual parte avrei addirizzato il mio cammino: nessuna di queste cose, torno a dirlo, occorse alla mia mente tutta assorta nel divisamento di tragittare con la mia scialuppa al continente che avevo veduto. Io considerava la presente mia condizione come la più miserabile che potesse esservi, e tale ch'io non poteva incontrarmi, salvo la morte, in nulla di più tristo; che ponendo piede su la spiaggia del continente, avrei forse potuto trovare qualche soccorso, o tenermi costeggiando, come mi accadde lungo la spiaggia africana, finchè fossi giunto in qualche paese abitato donde sperare alcuna sorta di aiuto. Soprattutto, io diceva a me stesso, avrei potuto abbattermi in qualche vascello cristiano che mi raccogliesse; e a peggio andare sarei morto, il che avrebbe troncato di un tratto il corso delle mie sciagure. Vi prego notare come tutte queste idee fossero prodotte in me da un delirio di mente, da un animo inquieto, e ridotto quasi ad ultima disperazione dalla protratta continuazione del turbamento e dell'angoscia che nacque in me sin d'allora che a bordo del vascello naufragato vidi defraudate su l'atto più prossimo dell'avverarsi le mie speranze di ottenere quanto avevo sospirato da sì lungo tempo; di rinvenire cioè qualche creatura con cui cambiare parola, di ricever qualche notizia sul luogo ove mi vedevo confinato, e probabili mezzi di liberazione. Io era tutto immerso, tutto agitato fra questi pensieri; ogni mia precedente calma, fondata sul rassegnarmi ai voleri della providenza e su l'aspettare l'esito delle disposizioni del cielo, sembrava per allora sospesa; nè io aveva la forza di volgermi ad altri pensieri che non fossero il divisamento di un tragitto nel continente, idea impossessatasi di me con tanta forza e tanto impeto di desiderio, ch'io era divenuto impotente a resisterle.
Poichè tali considerazioni ebbero tenuto per due o più ore agitati i miei pensieri con tanta violenza che pose in uno stato d'assoluta effervescenza il mio sangue, e mi fece battere i polsi come sotto l'impeto della febbre, (e tutto ciò per mero effetto dell'ardore che investì la mia mente al solo fissarsi su questi oggetti), la spossatezza e l'esaurimento delle mie forze fisiche, le quali finalmente cedettero alla natura, m'immersero in un profondissimo sonno. Potrebbe credersi che i miei sogni portassero l'impronta delle cose pensate; ma nè di queste sognai nè di null'altro che a queste si riferisse.
Sognai in vece di essere una mattina uscito della mia fortezza secondo il solito e d'avere vedute alla spiaggia due piroghe ed undici selvaggi che ne sbarcarono. Costoro si traevano seco un altro di loro razza che si apparecchiavano a macellare per indi cibarsene; quando in un subito la vittima, spiccato un salto, si diede per salvare la propria vita alla fuga. Credei vederla correre nel mio folto boschetto posto innanzi alla mia fortificazione per nascondervisi entro. Io, notando che l'uomo era solo, nè accorgendomi che alcuno lo inseguisse da quella banda, me gli mostrai, sempre in sogno, e sorridendo a lui gli feci coraggio. Egli allora mi s'inginocchiò innanzi come se mi pregasse a proteggerlo; per lo che gli additai la mia scala a mano, feci che la salisse, me lo condussi meco nella mia grotta, e appena credei d'aver fatto l'acquisto di quest'uomo, dissi a me stesso: “Ora posso con sicurezza avventurarmi alla volta del continente, perchè questo buon diavolo mi servirà in qualità di piloto, e mi suggerirà come contenermi, ove andare per vettovaglie e ove non andare per paura di essere divorato; quali sieno i luoghi da essere impunemente cercati, quali da essere indispensabilmente evitati”.
Io istituiva tale ragionamento, allorchè mi svegliai, dominato da una sì ineffabile impressione di gioia a questa prospettiva di liberazione offertami dal mio sogno, che lo scompiglio fattosi nel mio animo quando, tornato in me, mi accorsi di avere meramente sognato, vi produsse un'impressione ugualmente straordinaria, ma in senso inverso, gettandomi nel più profondo abbattimento.
Ciò non fece nondimeno ch'io non venissi a questa conclusione: vale a dire che la sola via di riscatto per me consistea nell'impadronirmi di un selvaggio, se fosse stato possibile. E se vi era tale possibilità io non potea contare se non sopra uno di que' prigionieri che, condannato ad essere mangiato, venisse condotto su questa spiaggia al macello. Ma a questi pensieri andava sempre unita quella grande difficoltà che non sarei cioè mai riuscito in ciò senza assalire un'intera carovana di costoro ed ucciderli tutti: impresa, non solo da disperata e che poteva andare a mal termine; ma tale che d'altra parte mi dava grandi scrupoli su la legalità del tentarla. Il mio cuore abbrividiva sempre all'idea di spargere tanto sangue umano, ancorchè io lo facessi per la liberazione di me medesimo. Non ho bisogno di ripetere gli argomenti che mi s'offrivano per rattenermi dal cercare un simile cimento, perchè erano tuttavia gli stessi di prima; e benchè nella condizione attuale avessi anche migliori ragioni per confutarli, vale a dire che que' selvaggi erano nemici della mia vita; che m'avrebbero divorato, se lo avessero potuto; che stava per me nel massimo grado il diritto della propria salvezza riservato a ciascun vivente, se mi liberavo da una vita di continua morte e, per sola mia salvezza assaliva costoro considerandoli come in continuo procinto di assalirmi, e sì fatte altre ragioni, ad onta di tutti questi argomenti che favorivano il secondo partito, pure l'idea di versare il sangue de' miei simili anche per la mia liberazione mi appariva terribile, nè seppi per un gran pezzo adattarmici. Pure per ultimo, dopo molte interne lotte e dopo grandi perplessità, perchè tutti gli anzidetti argomenti pro e contro si fecero lunga guerra nella mia mente, il prevalente fervido desiderio della mia liberazione ebbe causa vinta su tutti gli altri riguardi; onde risolvei finalmente di procacciarmi a qual si fosse costo uno di que' selvaggi. Or non mi restava più che studiare al come riuscirci; e questa da vero era cosa difficile da decidersi. Ma siccome io non potea stabilire il modo di più probabile intento, mi determinai senza pensare ad altro di mettermi alla vedetta, per cogliere il momento di qualche loro sbarco, fermo quanto al rimanente nella risoluzione di lasciare il governo del tutto alla sorte, e d'appigliarmi a quegli espedienti che l'opportunità additasse come i migliori; andassero poi come volessero andare le cose.
XLII. Fine della mia solitudine.
Confermato l'animo in questa risoluzione, mi posi in aguato più sovente che fummi possibile, e tanto sovente che da vero cominciavo ad esserne infinitamente annoiato; perchè era più d'un anno e mezzo ch'io facea questa vita, e che mi trasportavo quasi ogni giorno e al lato occidentale dell'isola e a quello posto tra mezzogiorno e ponente, per vedere se comparivano scialuppe, senza che una ne capitasse. Ciò mi sconfortava assai, e cominciava a disturbarmi grandemente, benchè in questo caso io non potessi dire, come avrei potuto dirlo qualche tempo prima, che tale sconcio spuntava l'ardore del mio desiderio alla cosa; chè anzi maggiori indugi s'interponeano, più fortemente io ne anelava il conseguimento. In una parola, non fui mai per l'addietro così sollecito di non vedere i selvaggi e di schivare ogni occasione di essere veduto da loro, come io ora desiderava ansiosamente di trovarmici addosso. Anzi in mia fantasia mi figurava essere tanta in me l'abilità necessaria ad addimesticare un selvaggio, anche i due, i tre, se fossi riuscito ad averli, che me li sarei fatti schiavi, gli avrei condotti a far quanto avessi additato loro di fare, e tolto loro ogni potere di arrecarmi in verun tempo del male. Era lungo tempo da che io mi beava di tal prospettiva in lontananza, ma nulla occorreva ciò non ostante che l'avvicinasse; tutte le mie macchinazioni, i miei disegni andavano a finire in nulla, perchè per lungo tempo i selvaggi non s'accostarono a me.
Dopo un anno e mezzo che m'era intertenuto in tutti questi divisamenti, andati tutti in fumo per mancanza sempre di un'occasione atta a mandarli ad effetto, fui sorpreso una mattina di buon'ora al vedere non meno di cinque scialuppe tutte insieme, rasente la spiaggia del mio lato d'isola; la loro ciurma che vi stava entro, era già tutta sbarcata e lontana dalla mia vista. Il numero di questi ospiti sconcertava ogni mio calcolo; perchè vedendo ch'erano tanti, e, sapendo esser soliti venire a quattro, a sei, qualche volta anche più in una scialuppa, non potevo combinare nessuna congettura su questo numero straordinario, e molto meno ideare il partito coi appigliarmi per assalire venti o trenta uomini in una volta; laonde me ne stetti per qualche tempo quatto quatto entro la mia fortezza assai scoraggiato e perplesso. Pur finalmente mi collocai in tutta quell'attitudine d'assalto cui m'ero già predisposto, e mi trovavo già presto alla battaglia se alcun che fosse avvenuto. Dopo avere aspettato un bel pezzo con l'orecchio attento al menomo strepito che facessero, preso finalmente da impazienza, posai i miei moschetti a piè della mia scala, e mi portai salendo in due volte, giusta il mio consueto, su la cima del monte, ove ebbi la cautela di tenermi in tal guisa che, la testa non isporgendo mai fuor dei dirupi, coloro non potessero veder me di sorta alcuna. Quivi coll'aiuto del mio cannocchiale mi accorsi che questi miei forestieri in numero non meno di trenta, avevano acceso fuoco e apparecchiato delle vivande. Come le avessero cucinate, nè che cosa avessero cucinato, è quanto non capii; so che ballavano tutti attorno a questo fuoco, facendo mille sconcie smorfie da barbari pari loro, ch'io sarei da vero imbarazzato a descrivere.
Mentre stavo guardandoli così col mio cannocchiale, vidi due miserabili trascinati fuori delle scialuppe, ove erano stati lasciati, e che ora venivano portati alla spiaggia per essere macellati. Un di questi sgraziati lo vidi cadere in un subito stramazzato, a quanto supposi, da un randello o scure di legno, perchè tale è la loro usanza; poi due o tre altri gli furono addosso per isventrarlo, squartarlo, indi cucinarlo, intanto che l'altra vittima era stata lasciata da sè, finchè i beccai fossero lesti a farle lo stesso servigio. Allora questo sciagurato vedutosi un poco in libertà, perchè non era legato, e per un istinto di natura che la speranza della vita rendea più possente, si distolse tutt'ad un tratto da' suoi carnefici, e datosi a correre con incredibile velocità lungo il lido, mi venne in verso, cioè verso la parte di spiaggia ov'era posta la mia abitazione. Ebbi un tremendo spavento, lo confesso, quando lo vidi prendere simil cammino, e soprattutto quando mi parve di vedere che il restante di quella masnada si facesse ad inseguirlo. Certo io doveva aspettarmi che una parte del mio sogno fosse per avverarsi, perchè quell'infelice non potea fare di meno di ripararsi nel mio bosco; ma da vero non aveva gran che da far conto su l'altra parte del sogno stesso, o sperare che i selvaggi non lo inseguissero fin lì per riprenderselo. Nondimeno tenni il mio posto e cominciai a ripigliare un po' di coraggio, quando m'avvidi che non più di tre uomini gli correvano dietro; e sempre più mi rinfrancai notando come li superasse oltre ogni dire nella celerità della corsa, e guadagnasse sempre nuovo terreno dinanzi ad essi. “Se la dura così, io diceva fra me, per una mezz'ora, è salvo e se ne ride di tutti”.
Fra essi e il mio castello stava quella specie di baia da me commemorata più d'una volta nel principio della mia storia, e notabile perchè mi giovò allo sbarco del carico portato via dal naufragato vascello; onde io vidi pienamente, che il misero fuggitivo non poteva esimersi o dal traversarla notando, o dall'esservi preso entro. Ma appena giuntovi, senza trovarsi punto imbarazzato si gettò nell'acqua e in un batter d'occhio toccò l'altra riva, ove si diede nuovamente a correre con la massima velocità e gagliardia. Quando i tre che lo inseguivano furono alla prima sponda della baia, bisogna dire che due soli se la sentissero di tentare il guado, perchè il terzo diede una occhiata ai compagni, poi senza far altro, se ne tornò addietro pian piano; il che fu un gran bene per lui come il fatto in appresso dimostrò.
Osservai in tanto che i due abili al nuoto ci metteano nel traversar la baia due volte più tempo di quanto ce ne aveva messo il fuggiasco che a quell'ora era già raccomandato alle proprie gambe assai bene.
Adesso sì mi tornava caldamente e in guisa invincibile la mia prediletta idea di procacciarmi un servo e forse un compagno o aiutante; adesso sì, dicevo a me stesso, che ne era arrivato il tempo; adesso mi credei l'uomo chiamato dalla Providenza a salvare la vita di quella povera creatura. Scesa tosto con ogni possibile prestezza la mia scala per prendermi i due moschetti che, come ho osservato dianzi, stavano al piede della medesima, e risalitala con uguale rapidità, tornai alla cima del monte, donde calai pigliando una scorciatoia verso la marina, sinchè mi trovassi tra coloro che inseguivano e l'inseguito. A questo che fuggiva a più non posso, gridai sì forte da farlo voltare addietro; ma in quel primo istante gli facevo forse altrettanta paura io quanta i suoi due persecutori. Nondimeno non mi stetti dal fargli cenno con la mano che tornasse addietro; poi nel tempo stesso a quel di costoro che primo si offerse diedi col calcio del mio moschetto tal botta che restò tramortito. Volevo astenermi dal far fuoco per non essere udito dagli altri, benchè a quella distanza ciò non fosse sì facile; tanto più che la natura della posizione avrebbe impedito ad essi di vedere il fumo, e per conseguenza di far congetture sul luogo donde fosse venuto il frastuono. Poichè ebbi stramazzato quel primo, l'altro si fermò come spaventato, nè io perdei tempo a corrergli in verso; ma quando gli fui più vicino, accortomi che era provveduto di arco e di frecce e che s'apparecchiava a scagliarmene una, mi vidi nella necessità di prevenirlo con un saluto del mio moschetto, il che feci stendendolo morto sul colpo.
Il povero inseguito arrestò, per dir vero, la sua fuga quando vide atterrati e morti, com'egli crede, tutt'e due i suoi nemici; ma aveva avuta si mala paura del fuoco e dello strepito del mio moschetto che rimase piantato lì senza andare nè avanti nè indietro, se bene sembrasse piuttosto inclinato a darsi nuovamente alla fuga. Tornai ad animarlo con la voce e co' cenni, che facilmente intese, e fece anzi lentamente alcuni passi in avanti, ma poi si fermò di nuovo; poi qualche altro passo avanti, poi una nuova fermata e potei accorgermi ch'egli tremava come se si vedesse già preso e nell'atto di far la fine de' suoi due persecutori. Un'altra volta gli dissi a cenni d'avvicinarsi a me, dandogli quanti segnali d'incoraggiamento per me si potea, sì che egli veniva, s'accostava e s'accostava sempre un po' più, inginocchiandosi ad ogni dieci o dodici passi, onde manifestarmi la sua gratitudine, perchè lo avevo sottratto alla morte. Finalmente mi fu da presso del tutto, ed allora prosternatosi di bel nuovo, baciò la terra, e presomi un de' miei piedi se lo pose sopra la testa, con che s'intendea giurarmi che sarebbe stato mio schiavo per sempre. Alzatolo da terra, lo accarezzai, e gli feci animo meglio che seppi.
Ma non eravamo ancora nè lui nè io fuor dell'impaccio, perchè m'accorsi che il selvaggio da me atterrato, non morto, come pensai, ma soltanto sbalordito dalla violenza della percossa, cominciava a riaversi; la qual cosa feci notare al mio protetto, indicandogli a cenni che quel suo nemico era tuttora vivo. Su di ciò egli mi disse alcune parole, le quali, benchè non intendessi punto, mi furono gratissime, siccome il primo suono di voce umana che, eccetto la mia, avessi udito da ventidue e più anni. Ma non v'era tempo a simili considerazioni; il selvaggio da me stramazzato rinveniva sì bene che era già seduto sul terreno, e m'avvidi come l'altro selvaggio, ch'io tutelava, tornasse nel primo spavento. Veduto ciò addirizzai l'altro mio moschetto all'uom seduto per rimediare al primo colpo mancato; ma il mio selvaggio, che così or lo chiamerò, mi chiese per segni gli prestassi la sciabola, ch'egli mi vedea pendere senza fodero dalla cintura. Gli condiscesi, nè la ebbe appena, che corse al nemico, e con un colpo gli tronco sì netto il capo dal collo che non credo avrebbe fatto nè più presto nè meglio il più abile fra i patentati carnefici; la qual cosa mi parve straordinaria in un uomo ch'io avea ragione di credere non avesse mai vedute in sua vita sciabole, tranne le loro che sono di legno. Ciò non ostante sembra, come imparai in appresso, che queste spade di legno sieno affilate, fornite di contrappeso e fabbricate con un legno fitto al punto di far saltare e testa e braccia con un sol colpo. Compiuta questa impresa, tornò a me tutto gaudioso del suo trionfo, e portatami la spada con una abbondanza di gesti, che certamente non intesi, me la pose innanzi insieme con la testa del suo nemico.
La cosa di cui egli era stupito e curioso oltre ogni dire, era il modo onde fossi riuscito ad uccidere l'altro Indiano in tanta distanza, onde accennandolo mi fece capire alla meglio il suo desiderio ch'io lo lasciassi andare a verificare presso l'ucciso come stesse la cosa, ed io alla meglio gli feci capire che gliene davo la permissione. Quando gli fu vicino rimase com'uomo sbalordito guardando il cadavere, voltandolo prima su un fianco, indi sull'altro, contemplando la ferita che la palla aveva fatto, che sembra lo avesse colpito esattamente nel petto, onde non si vide al di fuori gran copia di sangue, perchè diffuso tutto nell'interno. Raccolti l'arco e le frecce dell'ucciso, tornossene addietro. Non trovando io cosa opportuna il rimaner oltre in quel luogo, gli feci segno di seguitarmi non senza studiarmi di dargli a comprendere, sempre a cenni, come gli altri selvaggi potessero venire dietro a quelli che erano morti.
Entrò tanto nella mia osservazione, che m'indicò la sua idea di seppellire que' cadaveri nella sabbia, affinchè non fossero veduti dal rimanente della masnada, idea che approvai. Postosi all'opera, in men che io nol dico, avea scavata nella sabbia una buca ampia abbastanza per sotterrare il primo de' due morti, indi ve lo trasse dentro, datosi ogni cura di ricoprirlo; lo stesso fece con l'altro cadavere, nè credo che tutta questa fazione durasse più d'un quarto d'ora.
Richiamatolo allora, lo condussi, non già alla mia fortezza, ma a dirittura alla mia caverna situata all'altro lato dell'isola, così non lasciai verificare quella parte del mio sogno che gli assegnava per ricovero il mio boschetto. Quivi gli diedi, perchè si cibasse, e pane ed un grappolo d'uva ed acqua da bere, di cui avea grande necessità pel molto correre che avea fatto.
Ristoratolo in tal guisa, gli accennai che andasse a riposarsi, mostrandogli in un luogo della caverna uno strato di paglia di riso con sopra una coperta: letto su cui più d'una volta era giaciuto io medesimo; così quella povera creatura coricatasi cercò di prendere un poco di sonno.
Egli era un bel pezzo di giovinotto, gentile d'aspetto, perfettamente ben complesso, di membratura gagliarda e regolare, non troppo tarchiato, alto e di belle proporzioni, dell'età, ai miei conti, di ventisei anni all'incirca. Avea tutte quelle qualità che determinano una buona fisonomia, non feroce o torva, pur virile sembianza e dotata ad un tempo di tutta la grazia e piacevolezza di una faccia europea, massimamente quando ridea. Lunga e nera erane la capellatura, non crespa a guisa di lana; spaziosa ed alta la fronte; vivacissima e scintillante l'acutezza delle sue pupille. Il colore della sua carnagione non era affatto nero, ma bronzino, non per altro di quel bronzino che è piuttosto un gialliccio brutto e schifoso, e che suol essere proprio de' nativi del Brasile e della Virginia e d'altri popoli dell'America, ma una specie di lucente color d'oliva carico, che aveva in sè stesso non so qual cosa d'aggradevole che non sarebbe sì facile il descrivere. Rotondo e pienotto il volto; naso piccolo, nè schiacciato siccome quello de' Negri; bocca ben fatta, tenui labbra, bei denti ben ordinati e bianchi come l'avorio.
XLIII. Venerdì.
Poichè questo mio pupillo ebbe sonnecchiato più che dormito per una mezz'ora, abbandonò il suo pagliericcio per venirmi a cercare fuor della caverna; perchè io era andato a mungere le capre che, come sa il leggitore, teneva in un chiuso a poca distanza di lì. Scopertomi appena, mi corse in verso, tornò a gettarsi per terra dinanzi a me, rinnovando i suoi grotteschi gesti, e facendone d'ogni fatta per assicurarmi in tutti i possibili modi della sua gratitudine. Tra l'altre cose stese la faccia per terra rasente un de' miei piedi e, come avea fatto prima, si pose l'altro mio piede sopra la testa, affacendandosi a darmi tutte le immaginabili dimostrazioni di suggezione, servitù e sommessione, e a farmi capire che avrebbe voluto servirmi per tutta l'intera sua vita. In molte cose io lo intesi, nè trascurai dal canto mio alcun modo perchè comprendesse come fossi contento dell'acquisto che avevo fatto in lui.
In poco tempo cominciai a parlare con esso e ad insegnargli a parlare con me, e per prima cosa gli lasciai conoscere che il suo nome sarebbe Venerdì, poichè correndo un venerdì quando gli salvai la vita, volli che il suo nome proprio ne fosse il ricordo. Gl'insegnai pure a dire padrone, gli dichiarai il nome con cui mi chiamava io; lo addestrai a profferire sì e no, e ad intendere la forza di questi monosillabi. Versatogli una certa quantità di latte entro una scodella di terra, mi feci prima vedere a berne io e v'intinsi del pane; poi data che gli ebbi una focaccia seguì il mio esempio, e così inzuppata se la mangiò tutta additandomi che la trovava una buonissima cosa.
Rimasto con lui tutta quella notte, appena fu giorno, gl'intimai di seguirmi facendogli comprendere che gli avrei dati panni per coprirsi, di che parve allegrarsi grandemente, perchè era ignudo come il Signore lo aveva fatto. Arrivati al luogo ove furono sepolti quei due selvaggi il dì innanzi, fu egli il primo ad indicarmene il sito e a mostrarmi certi segnali da lui fatti per riconoscerlo, prontissimo secondo i cenni che mi fece, a disotterrare i due sepolti e a mangiarseli. A tale proposta mostratomi in collera non so dir quanto, gli espressi l'orrore destatosi in me col far come se mi si movesse il vomito all'idea sola di ciò, poi con la mano gl'intimai di procedere innanzi; nel che mi obbedì tosto con la massima sommessione. Lo condussi indi su la cima del monte perchè vedesse se i suoi nemici erano andati; qui tratto fuori il mio cannocchiale mi diedi a guardare ancor io, e ravvisai pienamente il luogo ov'erano stati il dì prima i selvaggi, ma non rimaneva più il menomo vestigio di essi o delle loro piroghe, donde appariva pienamente che fossero partiti lasciandosi addietro i due loro compagni, e senza curarsi punto di venirli a cercare.
Ma non contento a questa ragionevole congettura, ed essendomi ora cresciuto il coraggio e per conseguenza la curiosità, presi meco il mio uomo Venerdì, cui posi nelle mani la mia sciabola e agli omeri l'arco e le frecce (nel trattar le quali armi lo trovai in appresso destrissimo), ed in oltre gli feci portare un moschetto per me e due altri ne presi io medesimo; poi ci avviammo al luogo ove quegli sciagurati gozzovigliarono, perchè era mia mente ora il procacciarmi più distinte nozioni sovr'essi. Arrivato colà, tutto il sangue mi si gelò nelle vene, e il cuore mi si aggruppò all'orrore della vista che si offerse al mio sguardo. Coperto per ogni dove d'ossa umane era quel campo; il terreno imbevuto di sangue; sparso qua e la di grossi pezzi di carne umana, quali arrostiti, quali abbrustoliti, per metà mangiati, per metà masticati: vidi in somma tutti i segnali del fero pasto che coloro aveano fatto quivi dopo una vittoria riportata su i loro nemici: tre teschi, cinque mani, le ossa di tre o quattro gambe e piedi e brani in copia di corpi squartati, in ordine a che Venerdì m'informò per cenno, come quattro fossero stati i prigionieri condotti quivi, tre de' quali mangiati, e eccetto lui, e qui accennava sè stesso, che senza di me sarebbe stato il quarto; come fosse avvenuta una grande battaglia tra coloro che poi rimasero vincitori, ed un re vicino di cui parea che Venerdì fosse suddito; come essendo stato fatto grande numero di prigionieri quelli che se ne impadronirono li conducessero a mano a mano in diversi luoghi per farne banchetto, siccome accadde ai tre più sgraziati dei quattro condotti lì il giorno innanzi.
Ordinai allora a Venerdì che raccogliesse tutti que' crani, ossami e pezzi di carne, nè facesse un gran mucchio e accendesse un gran fuoco sovr'esso da mantenervisi finchè fossero ridotti in cenere. M'accórsi come la gola di Venerdì morisse dietro a que' pezzi di carne, perchè la natura di cannibale gli rimanea tuttavia; ma io gli avevo già scoperto tanto orrore alla sola idea di ciò, al solo menomo indizio di vederla, concepiva ch'io lessi tal suo interno sentimento nella sua fisionomia, non ne' suoi cenni: non ardì farne perchè avevo trovato modo di dargli a capire che alla prima manifestazione di tal natura lo avrei ucciso.
Eseguite le predette cose, venni addietro conducendolo alla mia fortezza, ove mi posi a lavorare per lui; e prima di tutto gli diedi un paio di brache tolte fuori dalla cassa del povero cannoniere, che è stata altrove commemorata fra le suppellettili del vascello naufragato: poca fattura ci volle perchè gli andassero bene. In appresso gli feci (per quanto me lo permise la mia abilità, che allora ero divenuto un tollerabile sartore) una casacca di pelle di capra, oltre ad un berrettone di pelle di lepre che gli era assai adatto alla testa e sufficientemente elegante. Così per allora si trovò vestito che non c'era male, e pareva insuperbirsi d'essere presso a poco abbigliato come il suo padrone. Egli è vero che su le prime stava assai male entro a' suoi panni: il portar le brache non gli conferiva gran che, e le maniche della casacca gli davano fastidio alle spalle e alle ascelle; ma coll'allentarle un poco ove si dolea che gli faceano male e coll'uso si assuefece a tutte queste cose assai bene.
Visitata indi la mia stanza da letto, cominciai a pensare ove lo avrei alloggiato e per fare tutto il meglio che poteva a suo pro senza mio incomodo, gli formai una picciola capanna nel vano fra le mie due fortificazioni, al di dentro dell'interna, al di fuori dell'esterna. E poichè quivi era un ingresso alla mia grotta, fabbricai una bussola munita d'un un uscio di tavole collocandola in quell'andito un po' in dentro; e fatto sì che l'uscio si aprisse dalla parte interna e lo teneva sbarrato tutta la notte, tirandomi anche la mia scala: per tal modo Venerdì non poteva penetrare oltre la cinta del mio primo muro senza far tanto strepito che m'avrebbe svegliato. Tal mia interna circonvallazione aveva ora una perfetta soffitta formata di lunghi pali e da cui tutta la mia tenda era coperta. Andando questa ad appoggiarsi alla spalla del monte era attraversata da rami che faceano vece di assicelle intrecciate di paglie di riso, forti come le canne palustri. Circa poi a quell'apertura per dove si entrava e donde si usciva mediante la scala a mano, io aveva posto una specie di porta a trabocchello, affinchè chi avesse tentato aprirla dal di fuori, fosse invece caduto giù facendo grande fracasso: quanto alle armi io le ritirava tutte dalla mia banda durante la notte.
Per altro non tardai ad accorgermi che di tante cautele io non aveva bisogno, perchè uomo al mondo non ebbe un servo più fedele, amoroso e leale di quanto lo fu per me Venerdì. Disinteressato, docile, incapace di macchinazioni, tutto dedito a me, si teneva legato dai sentimenti come lo è un figlio ad un padre; e ardisco dire che in qualunque occasione avrebbe sagrificata la propria vita per salvare la mia, della qual devozione mi diede tante testimonianze che postomi fuor d'ogni sospetto, non tardai a convincermi come fosse inutile ogni guarentigia che rispetto a lui io cercassi alla mia sicurezza.
Ciò mi diede spesse volte motivo di fare, non senza grande mia meraviglia, una osservazione: vale a dire, che se bene fosse piaciuto a Dio nelle viste della sua providenza e nel governo delle opere di sua mano il lasciar tanta parte di sue creature incapaci di far quel buon uso del proprio intelletto cui le prerogative delle anime loro erano adatte, pure avea compartite anche a queste le medesime facoltà, le stesse affezioni, i medesimi sentimenti d'amorevolezza; come pure uguali passioni nel risentirsi delle ingiurie, ugual senso di gratitudine, di sincerità, di fedeltà, tutta in somma quell'attitudine per fare il bene e comprendere il bene ricevuto, delle quali ci aveva fornito; in guisa che quando gli piace offrire anche a questi occasioni di mettere in pratica tali facoltà sono pronti, anzi più pronti di noi nell'applicarle al retto uso per cui ne furono presentati. Ciò mi rendea talvolta grandemente malinconico quando mi si dava il caso di pensare al poco buon uso che di questa capacità facciamo noi illuminati dalla grande fiaccola d'ogni sapere, dallo spirito del Signore e dalla conoscenza delle sue parole aggiunta al nostro intelletto; nè sapeva comprendere perchè Dio avesse tenuta celata questa salutare conoscenza a tanti milioni d'uomini, i quali, se devo giudicarlo da quel selvaggio, ne avrebbero tratto miglior frutto che noi nol facciamo.
Queste considerazioni, lo confesso, mi portavano talora troppo lontano, perchè il mio discutere su i motivi della sovrana Providenza, e quasi un accusarne la giustizia distributiva che, nascondendo la luce ad alcuni e rivelandola ad altri, pretendeva gli stessi doveri dai secondi e dai primi; ma la finivo presto imponendo un freno ai miei audaci pensieri concludendo così: “Primieramente non sappiamo qual luce abbia data ai secondi, nè in forza di qual legge vengano condannati; e poichè Dio è necessariamente e per essenza infinitamente santo e giusto, non potrebbe spiegarsi un decreto che gli allontanasse eternamente dalla sua presenza se non si ammettesse aver essi peccato contro a quella luce che, come dice la Scrittura, doveva essere una legge per essi e a quelle regole per cui le coscienze loro dovevano conoscere il giusto indipendentemente dalla divina rivelazione. In secondo luogo ci vediam ridotti al silenzio, ove pensiamo che essendo tutti noi creta nelle mani dal vasaio, niun vaso ha il diritto di chiedergli: Perchè mi hai formato così?” Ma torniamo al mio nuovo compagno.
XLIV. Educazione di Venerdì.
Lieto oltremodo di questo mio nuovo compagno, l'affare della mia vita era divenuto insegnargli tutto ciò che fosse atto a renderlo destro e soccorrevole; ma soprattutto a farlo parlare ed intendermi quando io parlava. Egli era da vero la miglior pasta di scolaro che ci sia stata mai, e singolarmente di sì buon umore, d'una diligenza tanto costante, sì contento quando arrivava a capirmi o a farsi capire da me, che mi facevo una vera festa d'istruirlo. Ora la mia vita cominciava a divenire sì piacevole che principiavo a dire: “Se potessi assicurarmi che non ci venissero più selvaggi, non m'importerebbe nulla di partire da quest'isola sinchè vivo!”
Dopo due o tre giorni ch'ero tornato nella mia fortezza, pensai che al fine di svogliare affatto Venerdì degli orridi suoi appetiti di cannibale, avrei dovuto fargli assaggiare carni diverse da quelle cui fatalissimamente era stato avvezzato. Una mattina pertanto lo condussi meco ai boschi. Ci andavo veramente con l'intenzione di ammazzare un capretto della mia greggia e portarmelo a casa per cucinarlo; ma camminando vidi una capra salvatica che stava all'ombra con a lato i suoi due capretti. Feci fermare Venerdì: “Alto là! gli diss'io, non ti movere!” e immediatamente presa la mira e sparato il mio archibugio, stesi morto uno dei due capretti. Quel povero selvaggio che dianzi m'avea veduto, veramente in distanza, uccidere il selvaggio suo nemico, ma non seppe o non potè immaginare come ciò fosse avvenuto, or rimase immerso in una più penosa sorpresa. Tremava, era convulso, mandava occhiate sì smarrite che credei vederlo svenire. Senza guardare il capretto nè accorgersi ch'io lo aveva ucciso, si levò la sua casacca per vedere se lo avessi ferito. Egli pensò, come non tardai ad avvedermene, che io avessi voluto ucciderlo, perchè venne a prostrarmisi innanzi e a dirmi, abbracciandomi le ginocchia, una quantità di cose che non potevo intendere, ma il significato delle quali era facile capirlo, si riduceva a supplicazioni perchè non lo ammazzassi.
Trovai presto la via di convincerlo che non gli volevo fare del male, perchè presolo per una mano gli sorrisi, ed accennando il capretto ucciso dianzi, gli dissi che corresse a prenderlo e me lo portasse; le quali cose mentre egli eseguiva, e intantochè stava facendo le meraviglie e cercando di capire come mai quell'animale fosse rimasto morto, io caricai il mio moschetto di nuovo. Di lì a poco mi capitò a tiro un grande uccello che credei un falco appollaiato su un albero. Allora chiamatomi nuovamente da presso Venerdì per dargli in qualche modo a capire che cosa volessi fare, presi la mira al supposto falco che si trovò poi essere un pappagallo: ciò non fa nulla. Volsi dunque nel tempo stesso l'attenzione di Venerdì sul mio schioppo, su l'uccello e sul terreno che gli stava sotto, perchè notasse il luogo ove io divisava che cadesse la preda, su me che mi prefiggevo d'uccidere quel volatile sparando la mia arma; poi la sparai facendogli subito osservare come l'effetto avesse pienamente corrisposto alle mie predizioni. Rimase sbigottito una seconda volta a malgrado di tutto quello che gli avevo detto; e m'accorsi che il suo sbalordimento era tanto più grande, perchè non m'avendo veduto introdurre la carica entro al moschetto, s'immaginò che quest'ordigno avesse in se stesso una virtù di distruzione, e potesse quindi a suo grado uccidere uomini, quadrupedi, volatili, così da vicino come da lontano; terrore nato in lui che vi volle del tempo assai prima che se ne liberasse, e credo bene che, se lo avessi lasciato fare, avrebbe adorato me e il mio schioppo come due divinità. Quanto allo schioppo, si guardò ben dal toccarlo per molti dì successivi. Unicamente quando si credea solo gli parlava, come se lo schioppo avesse potuto rispondergli, e seppi da poi dal medesimo Venerdì che que' borbottamenti erano preghiere di non ammazzarlo.
Poichè questo primo terrore fu alcun poco sedato, gli comandai di andare a prendere il pappagallo ucciso, la qual cosa egli fece; ma indugiò alcun poco a portarmelo, perchè quell'uccello non essendo morto del tutto svolazzo un bel tratto lontano dal sito ove cadde; ciò non ostante giunse a trovarlo. Mentre aspettavo che tornasse con la preda, io, già accortomi dei falsi giudizi fermati da Venerdì intorno allo schioppo, profittai di quest'intervallo per ricaricarlo senza essere veduto da lui onde trovarmi lesto al primo tiro che capitasse; ma niun altro se ne presentò lungo la via nel nostro tornare a casa. Arrivatovi, la sera stessa scorticai il mio capretto e lo feci in quarti meglio che seppi; indi avendo una pentola opportuna all'uopo misi a bollire una parte di quella carne che mi diede, per dir vero, un brodo squisito. Dopo aver cominciato a mangiar io un poco di questo lesso o stufato che fosse, ne diedi al mio galantuomo, che lo aggradì e gustò grandemente. Sol gli parve una stravaganza il vedermi salarlo prima d'accostarmelo alla bocca; e per farmi comprendere che il sale non era cosa buona da mangiare se ne mise un pochino in bocca, poi si diede a sputare e sputare e a far tutti i moti che derivano dalla nausea; e terminò la sua azione mimica risciaquandosi le fauci con acqua fresca. Dal canto mio feci la mia azione mimica per provargli il contrario, perchè mi posi in bocca un pezzetto di carne non salala, e sputai anch'io e risputai e ripetei l'altre sue smorfie; ma non ci fu verso di farlo venir dalla mia, se non dopo molto tempo, e sempre con gran parsimonia.
Dopo avergli fatto gustare il lesso ed il brodo volli il dì appresso regalarlo di un arrosto di capretto, al qual fine ne attaccai un quarto ad una funicella sospesa sul focolare, come ho veduto praticar al popolo presso diverse nazioni europee, piantando due pali in piedi, uno a ciascun lato del fuoco ed uno per traverso appoggiato su la cima di essi. Dal trave orizzontale pendea la carne che si facea volgere per tutti i versi: ingegno che Venerdì ammirò assaissimo. Ma ben più ammirò l'arrosto quando fu ad assaggiarlo perchè, per esprimermi come gli solleticasse il palato, fece tanti gesti e discorsi alla sua maniera che non arrivai a capirne uno. Finalmente potei capirlo a discrezione, e ne fui soddisfattissimo. Quel che volea soprattutto farmi comprendere, era, che d'allora in poi la carne umana non gli avrebbe fatto gola menomamente.
Nel giorno appresso lo misi all'opera di tritare il grano e di vagliar la farina nel modo ch'io praticava, e che ho già spiegato dianzi. Nè egli fu tardo a comprendere quel che dovea fare, massimamente quando seppe a qual fine intendeva un tale lavoro: cioè a fare il pane; perchè dopo avergli additato il suo ufizio del momento, mi lasciai vedere a fare e a cuocere il mio pane io medesimo. Non andò guari che Venerdì fu capace di far tutta questa bisogna da sè come avrei potuto farla io.
Principiai ora a considerare che, avendo due bocche da alimentare in vece di una, bisognava disporre un campo più vasto pel mio ricolto e seminare una maggior quantità di grano ch'io non solea. Sceltomi pertanto un più largo compartimento di terreno, cominciai a munirlo di ripari come avevo praticato con gli altri miei campi, alla qual opera Venerdì si prestò non solamente di buona voglia e con gagliardia, ma con sincerissima alacrità, poichè gliene ebbi dimostrato lo scopo: quello cioè di far nascere maggior copia di grano affinchè, avendolo ora meco, ci fosse abbastanza per far vivere lui e me. La qual ragione parve che egli intendesse benissimo, perchè mi diede a comprendere come, a quanto sembravagli, io avessi più brighe per lui che per me stesso, nè dover io mai pensare ad altro che ad insegnargli le cose da fare, affinchè egli si mettesse all'opera con energia sempre crescente.
Fu questo il più lieto anno di tutta la vita da me trascorsa in quest'isola. Venerdì cominciava a parlare pressochè bene e ad intendere i nomi di quasi tutte le cose su cui m'accadeva parlargli o di tutti i luoghi ove m'occorreva spedirlo. Trovava anzi tanto diletto nel farmi udire il suo cicaleccio che finalmente principiai a sciogliere un poco ancor io la mia lingua divenutami tarda da vero per mancanza d'ogni occasione di parlare, se non era talora con me medesimo. Oltre al piacere di conversare, altra singolare soddisfazione io trovai nell'indole di quel buon diavolo stesso con cui conversavo. La sua semplice nè menomamente simulata onestà, mi appariva più evidente ogni giorno, onde cominciai realmente ad amarlo, ed egli, dal canto suo, credo mi amasse più di quanto avesse mai potuto amare veruna cosa in sua vita.
Mi venne l'idea d'indagare se gli rimaneva tuttavia veruna inclinazione pel suo paese nativo; onde, avendolo già istrutto nella mia lingua quanto bastava perchè rispondesse alla mia interrogazione, gli chiesi se la nazione alla quale apparteneva, riportava mai vittoria nelle battaglie. Sorrise egli nel rispondermi.
‒ “Sì! sì! nostro sempre star vantaggio”. La qual risposta diede origine fra noi al seguente dialogo.
‒ “Ma se vostro sempre star vantaggio, come è stata che v'hanno fatto prigioniere?
‒ Mia nazione batter tutti!
‒ Come batter tutti? Se vi hanno preso, il battuto foste voi.
‒ Più uomi (parea che fosse stato il suo maestro di lingua Xury) di loro che nostri trovarsi ove essere stato me; e loro aver preso uno, due, tre, me. Ma mia nazione averne presi due, tre, e mille e poi mille.
‒ Ma perchè dunque quelli della vostra banda che fu vincitrice non vennero a riscattar voi?
‒ Nemici che aver preso uno, due, tre e me esser corsi in canotti e portati in canotti anche noi; mia nazione allora non aver canotti.
‒ E che cosa fa, Venerdì, la vostra nazione con gli uomini che prende? Se li porta via e li mangia, come hanno fatto i vostri nemici?
‒ Sì; mia nazione mangiar uomi, mangiarli tutti.
‒ Dove li trasportano?
‒ Lì... là... dove piacer loro.
‒ Vengono mai qui?
‒ Sì, sì, venir qui, venire anche in altri luoghi.
‒ Qui, vi siete trovato con essi?
‒ Sì, essermi trovato”; in questa mi accennò il nord-west (maestro) dell'isola che sembra fosse la parte consueta del loro sbarco.
Da ciò compresi che il mio servo Venerdì si era trovato fra que' selvaggi che venivano nella parte più lontana di spiaggia per que' conviti imbanditi di carne umana, de' quali egli rischiò questa volta di essere una pietanza. Qualche tempo dopo essendomi fatto coraggio a trasferirmi seco a quel lato di littorale, riconobbe ottimamente il sito, e mi disse che vi era stato una volta in certa epoca che vi si mangiarono venti uomini, due donne e un ragazzo, e i venti uomini me gl'indicò disponendo venti pietre in fila e accennandomi che le contassi.
Mi è piaciuto commemorare questa particolarità da cui son tratto ad additarne una, che fu in appresso di più alta importanza nella mia vita, perchè dopo questo dialogo avuto con Venerdì, gli chiesi quanto fosse distante dal continente l'isola in cui ci trovavamo, e se era mai accaduto che le scialuppe de' selvaggi fossero naufragate nel fare il tragetto che disgiunge una spiaggia dall'altra. Risposemi ciò non esser mai avvenuto, e trovarsi a non grande distanza dal lido una corrente ed un vento che hanno, sembra, una direzione costante la mattina ed una costante direzione opposta la sera.
Pensai su le prime che ciò derivasse dall'alternarsi dell'alta e bassa marea, ma venni in appresso a conoscere come fosse l'effetto del flusso e riflusso del possente fiume Orenoco, nel cui golfo, il seppi da poi, la nostra isola era situata, onde la grande terra ch'io aveva veduto tempo prima a ponente e a nord-west (maestro) fu l'isola della Trinità giacente alla punta settentrionale della foce del predetto fiume. Feci a Venerdì mille interrogazioni intorno a quelle terre, ai loro abitanti, ai tratti di mare che le attorniavano, alla natura delle spiagge, alle nazioni che confinavano con esse, ed egli mi disse con la più aperta ingenuità quanto sapea. Volevo anche conoscere i nomi di quelle genti, ma non giunsi a trargliene di bocca altri fuor di questo: Carib, donde compresi facilmente parlar esso dei Caraibi, collocati dalle nostre carte geografiche in quella parte d'America che si estende dalla bocca dell'Orenoco alla Guiana e più oltre fino a Santa Marta. Aggiunse che per un gran tratto al di là della luna (s'intendea la parte del tramonto della luna che debbe essere il ponente de' suoi paesi) vivevano uomini bianchi dalla barba, e nel dire così mostrava col dito i miei mustacchi, di cui dianzi ho fatto menzione; mi narrò pure che questi dalla barba avevano ammazzati molti uomi, donde capii che alludeva agli Spagnuoli, le cui crudeltà diffusesi su l'intera America erano passate per tradizione di padri in figli.
Chiestogli se mi sapea dire come avrei potuto fare a trasportarmi dalla nostr'isola fin dov'erano gli uomi dalla barba, mi rispose:
‒ “Sì, sì, potere con canotto due volte”.
Non intendendo che cosa volesse dire con questo suo canotto due volte, me lo feci spiegare, e non senza grande difficoltà arrivai a comprendere che s'intendeva una barca ampia come due canotti; la qual parte del discorso di Venerdì cominciò ad andarmi molto a sangue, onde d'allora in poi non m'abbandonò più la speranza che una volta o l'altra sarei riuscito a fuggire da quest'isola e che quel povero selvaggio poteva aiutarmi ad ottenere un intento così sospirato.
XLV. Nozioni religiose.
Durante tutto il tempo da che Venerdì era con me, e da che avea cominciato a parlarmi ed intendermi, non mancai d'adoperarmi ad infondere nell'animo di lui i principî della vera religione. Una volta gli domandai chi lo avesse fatto; ma il poveretto mi frantese del tutto, immaginandosi che la mia inchiesta si riferisse a suo padre. Presolo per un altro verso gli domandai chi avesse fatto il mare, la terra su cui camminiamo, i monti e le foreste. Mi nominò un vecchio Benamuchee, vissuto prima d'ogni cosa; ma di questo gran personaggio non seppe dirmi altro, se non che era vecchio.
‒ “Star molto vecchio, continuava Venerdì, più di mare e terra, più di luna e stelle”.
Gli domandai allora come fosse che questo vecchio personaggio, avendo fatto tutte le cose, tutte le cose non lo adorassero. Qui composta gravità, il mio Venerdì mi rispose con un fare di massima dabbenaggine.
‒ “Tutte cose dirgli O!
‒ E tutti coloro che muoiono nel vostro paese vanno in qualche luogo dopo la morte?
‒ Sì, andar tutti a stare con Benamuchee.
‒ E quelli che i vostri mangiano ci vanno anche loro?
‒ Andare anche loro”.
Qui cominciai ad instillargli cognizioni sul vero Dio, insegnandogli come il grande architetto dell'universo vivesse lassù (e così dicendo gli additava il ciclo); come fosse onnipossente e potesse fare ogni cosa per noi, dare ogni cosa a noi, pretendere ogni cosa da noi: così a gradi a gradi apriva gli occhi al mio idiota. Egli m'ascoltava con grande attenzione, e gli piacque il sapere che Gesù Cristo era stato mandato fra noi per redimerci e l'imparare la nostra maniera di far orazione e il sentire che Dio può udirci anche da stare in cielo.
‒ “Se vostro Dio, mi disse un giorno, udir voi da stare di là dal sole, esser dunque Dio più grande di nostro Benamuchee che vivere poco lontano da noi e pure non udir noi se noi non andare trovar lui per parlargli su grandi montagne, perchè lui non si mover di là”.
Chiesi un giorno a Venerdì se fosse mai andato a parlargli.
‒ “No, giovani non andarci; andarci solamente vecchi, i nostri Oowokakee”.
Fattami spiegare questa parola, intesi che costoro erano i suoi sacerdoti, una specie di clero, quelli che andavano a dire O (cioè a far orazione), e che, calati dalle alte montagne, venivano a riportare al popolo i detti di Benamuchee. Ciò mi diede motivo a notare che certo genere d'astuzie è stabilito anche tra i più ciechi ed ignoranti pagani della terra; e che la politica di mantenere nella venerazione de' popoli il clero col fare della religione un mistero non e riservata alla Chiesa romana, ma probabilmente è di tutti i culti del mondo, anche fra le genti più brutali e selvagge22.
Sforzatomi di far comprendere a Venerdì la frode de' suoi Oowokakee, gli dissi tosto come il vanto che costoro si davano di portarsi su le montagne a dir O al loro dio Benamuchee fosse una impostura; e come le risposte riportale da essi ne fossero una anche maggiore. Chè se costoro tornavano con qualche risposta, o se colà aveano parlato con qualcheduno, il dialogo non poteva essere avvenuto se non con qualche spirito maligno. Qui entrai seco in un lungo discorso intorno al demonio, alla sua origine, alla sua ribellione contra Dio, all'odio suo verso l'uomo e al motivo di tale odio, alla sua usanza di cercare i luoghi bui della terra per farsi quivi adorare invece di Dio, e come Dio; ai molti stratagemmi finalmente posti in opera da costui per deludere e trarre a perdizione il genere umano. Gli spiegai i segreti accessi che sa procurarsi per entro ai labirinti delle nostre passioni o affezioni, e la sua abilità di acconciare a queste le insidie che tende, arrivando persino a far sì che noi diveniamo i tentatori di noi medesimi, e che la nostra rovina sia un'opera di nostra scelta.
Ma trovai che non era altrettanto facile l'imprimere nella sua mente rette nozioni intorno al diavolo, quanto lo fu l'istruirlo su l'esistenza di Dio. La natura veniva in soccorso di tutte le mie argomentazioni, finchè mi limitai a fargli sentire la necessità di una grande prima cagione, di una potenza regolatrice e governatrice del tutto, di una segreta direttrice providenza, e la giustizia di tributare omaggio a chi ne aveva creati. Ma niuna cosa di tale genere si mostrava nello stabilire la nozione di uno spirito malvagio, della sua origine ed essenza, della sua natura e soprattutto della sua inclinazione a fare il male ed a trascinare nel mal fare anche noi. Laonde il mio povero Venerdì con una domanda naturalissima e affatto innocente mi pose una volta in tale imbarazzo ch'io non seppi quasi come cavarmene per rispondergli. Dopo avergli parlato un gran pezzo dell'onnipotenza di Dio, della sua avversione al peccato, avversione che fa essere lo stesso Dio un fuoco struggitore degli artefici d'iniquità; dopo avergli spiegato che questo Dio, come ci avea creati tutti, poteva annichilarne tutti in un istante: dopo tali cose ero venuto a dirgli in qual modo il demonio nemico di Dio si stanziasse ne' cuori degli uomini, e praticasse ogni sua malizia ed abilità per disfare i buoni disegni della Providenza rovinando il regno di Cristo su questa terra, e cose simili.
‒ “Ma voi dire, Venerdì m'interruppe, che Dio essere sì grande, sì forte! non esser lui più forte, più potente di diavolo?
‒ Sì, Venerdì; Iddio e più forte del demonio; e per questo preghiamo Dio di metterlo sotto ai nostri piedi e di farci abili così a resistere alle sue tentazioni come a rintuzzare i suoi dardi.
‒ Ma se Dio star più forte e potente di diavolo, perchè non ammazzar diavolo e così far finire sua cattivezza?”
Oh come rimasi corto a questa domanda! perchè in fin de' conti, se bene fossi in quel tempo uomo provetto, ero un giovanissimo dottore e male in gambe per far la parte di casista o d'abbattitore di difficoltà. Da vero su le prime non sapevo che cosa dirgli, onde per pigliar tempo mostrai di non averlo capito, e mi feci ripetere ciò che aveva detto; ma troppo ansioso egli era di una risposta per dimenticarsi della fattami interrogazione, onde con le stesse sconnesse parole la rinnovò. Intanto io m'era riavuto alquanto dalla mia sorpresa, onde gli dissi:
‒ “Dio si riserva all'ultimo di punirlo con severità infinitamente maggiore, quando nel dì del giudizio lo caccerà nell'estremo fondo del baratro infernale per ardervi eternamente”.
La mia risposta non garbò a Venerdì, che tornò all'assalto ripetendo le mie parole:
‒ “Riservarsi all'ultimo! Me non capire. Perchè non ammazzarlo adesso? non forse gran cattivo abbastanza per ammazzarlo?
‒ Tanto sarebbe, risposi, se mi chiedeste perchè non ammazzar voi e me, quando lo offendiamo col commettere cattive azioni. Ci risparmia per darne luogo a pentirci e a meritare il perdono”.
Venerdì ci pensò sopra, indi soggiunse con cara ingenuità:
‒ “Ho capito. Dunque voi, io, diavolo, tutti cattivi, tutti risparmiati e pentiti, tutti perdonati?”
Questa volta poi mi vidi battuto giù di sella più che mai; ed ebbi da ciò un convincimento che le mere nozioni naturali, se bene guidino le creature ragionevoli a conoscere Dio e a venerarne e adorarne la suprema esistenza, dimostrataci dalla nostra esistenza medesima, pur niuna cosa fuor della divina rivelazione può darne un'adeguata idea di Gesù Cristo e della redenzione che ne ha procurata qual mediatore del nuovo patto e quale interceditore nostro a piè del trono dell'Eterno. Null'altro, lo ripeto, che una rivelazione venuta dal cielo può stampare tali nozioni nell'anime nostre: e per conseguenza il Vangelo, intendo la parola di Dio e lo spirito di Dio, promesso siccome guida e santificatore del suo popolo, sono al tutto i necessari istruttori delle menti umane nella salutare nozione di Dio e ne' mezzi della salvazione delle anime.
Feci pertanto finir questo dialogo fra me ed il mio servo coll'alzarmi in fretta adducendo una premura di recarmi altrove natami in quel momento. Indi, fingendo pure una commissione per mandar ben lontano anche lui, mi diedi intanto a pregar Dio con fervore, perchè mi desse abilità d'istruir rettamente quel povero idiota, e perchè il cuore di esso con l'assistenza del divino spirito ricevesse la luce della conoscenza di Dio fatto uomo, e si riconciliasse col suo creatore. Quanto a me che comunicava la parola santa all'idiota, pregavo il Signore ad illuminarmi quanto bastasse, affinchè la coscienza del mio discepolo rimanesse convinta, gli occhi di lui si aprissero e la sua anima fosse salva. Quando fu di ritorno entrai seco in un lungo discorso su la redenzione del Salvatore del mondo, e su quella dottrina predicata dal cielo che si riferisce al pentimento delle colpe e alla fiducia nella misericordia di Gesù Cristo. Allora gli spiegai, meglio che ne fui capace, per qual motivo il nostro santo Redentore nel venire al mondo non vestisse la natura degli angeli, ma quella de' figli di Abramo; e come per questo motivo, gli angeli caduti non avessero nel riscatto; come il figliuol di Dio fosse sceso in terra unicamente per lo smarrito gregge d'Israele, e cose simili.
Io avea, Dio lo sa, più zelo che conoscenza ne' metodi da me adottati per l'istruzione di quella povera creatura; e mi è forza confessare (e verrà in tale sentenza chiunque sia mosso ad operare dagli stessi principii) che nello schiarire le cose al mio scolaro, io realmente mi addottrinai in molte, le quali o non sapevo o non avevo ponderate abbastanza in addietro, ma occorsimi naturalmente all'intelletto nelle investigazioni praticate per l'insegnamento del povero selvaggio; onde alle indagini di tal natura mi affezionai oltre quanto le avessi amate giammai. In somma, sia o no divenuto migliore per opera mia quello sfortunato, certo ho grande motivo di ringraziare la celeste providenza che me lo inviò. I miei cordogli da quell'istante divennero più leggieri; la mia abitazione mi si rese oltremodo cara; e quando pensava che questo solitario confine mi fu non solo un impulso a volgere gli sguardi al cielo io medesimo e a cercare con affetto la mano che mi ci aveva condotto, ma era per rendermi con l'aiuto di Dio uno stromento atto a fare salva la vita e, a quanto sembrommi, l'anima di un povero selvaggio ed a condurlo su la via della religione e degl'insegnamenti della cristiana dottrina e dell'adorazione di Gesù Cristo in cui è la vita eterna: quando io pensava a tutto ciò, una segreta gioia comprendeva ogni parte della mia anima; e una tale idea frequentemente mi è stata soggetto di consolazione sino al termine del mio esilio in questo luogo: esilio ch'io aveva sì spesso riguardato come la più spaventosa fra quante sventure avessero mai potuto avvenirmi.
In questo spirito di gratitudine al cielo io terminai il rimanente della mia relegazione, e le conversazioni occorse per intere ore fra me e Venerdì resero i tre anni che vivemmo qui insieme compiutamente felici, se compiuta felicità può sperarsi in questo sublunare pianeta. Quel povero selvaggio era adesso un buon Cristiano, anzi molto migliore di me, benchè io abbia motivo di sperare, e Dio mi faccia dire la verità, che fossimo entrambi egualmente penitenti, egualmente confortati e rassicurati dalla natura del nostro pentimento. Qui avevamo per leggerli i divini volumi, nè lo spirito del Signore era per istruirci più lontano da noi che nol sarebbe stato nell'Inghilterra. Il mio principale studio nel leggere a Venerdì la sacra Scrittura si fu quello di spiegargli meglio che poteva il significato di quanto gli leggevo; ed egli dal canto suo con le sue serie interrogazioni e curiosità mi rendea, come ho già detto, più istrutto nelle sacre carte, che nol sarei mai stato, se avessi fatta da me solo questa lettura.
Intorno a ciò non posso rimanermi dall'osservare un'altra cosa; ed è quanto debba riguardarsi come un'infinita ed ineffabile felicità che le nozioni relative a Dio e alla salvazione dell'anima sieno spiegate si pianamente e sì facili ad imprimersi nella mente e ad intendersi nel Vangelo. La sua sola lettura ha bastato a farmi sì accorto de' miei cristiani doveri, che mi ha condotto direttamente su la via del pentimento de' miei peccati e, non mi staccando mai con la mente dall'idea del Salvatore della vita ed anima mia, ad una stabile riforma pratica e ad una sommessione assoluta ai divini comandamenti: e ciò senza l'aiuto d'alcun repetitore o maestro, intendo umano. Questa medesima piana istruzione attinta ai santi Libri valse tanto ad illuminare quel povero selvaggio, che ho conosciuti in mia vita ben pochi cristiani degni di stargli a petto.
Quanto a tutte le dispute, controversie e dissensioni e guerre nate nel mondo in materia di religione, sia per cavilli che riguardassero la dottrina, sia su le massime del governo ecclesiastico, erano cose inutili affatto per noi e, se non erro, lo sono state al rimanente del genere umano. Noi avevamo la guida del paradiso la più sicura, e avevamo, per nostra gran ventura, il confortevole lume dello spirito di Dio che, istruendone con la sua parola e dirigendoci su le vie del vero, trovava in noi discepoli docili e volonterosi di riceverne i santi insegnamenti. E da vero non so vedere di qual menomo vantaggio sarebbe stata a noi, quand'anche avessimo potuto conseguirla, una più ampia nozione di controversi punti religiosi che hanno portata tanta confusione sopra la terra. Ma torniamo a ripigliare il filo di questa storia, disponendo ordinatamente gli avvenimenti che restano a dirsi.
XLVI. Scoperta importante.
Poichè Venerdì ed io fummo entrati in maggiore intrinsichezza, ed egli potè intendere quasi tutto ciò ch'io gli dicea e parlarmi speditamente, ancorchè con una sintassi bastarda, nella mia lingua gli raccontai la mia storia o almeno la parte di essa che si riferiva al mio arrivo in quest'isola, a modo onde ci vissi, e al tempo che ci rimanevo. Iniziato per me nel mistero, chè fin allora ne era stato uno per lui della polvere, delle palle e del moschetto, gl'insegnai a sparare quest'arma. Presentatolo d'un coltello, del qual dono fu oltremodo contento gli feci inoltre una cintura donde pendeva una guaina simile a quella entro cui siam soliti custodire i nostri coltelli da caccia; ma non avendo io poi un'arma di tal natura, gli diedi invece un segolo che fu utile a lui in più d'un caso per la propria difesa, in molti altri gli giovò anche meglio di un coltello da caccia.
Gli descrissi i paesi dell'Europa, e singolarmente l'Inghilterra donde io procedea, e le usanze nostre di vivere e il modo di comportarci così verso il Dio unico che adoriamo come gli uni rispetto agli altri e il nostro traffico marittimo esteso a tutte le parti del mondo. Nel dare ad esso un'idea del vascello su cui feci naufragio, gli accennai, come potevasi in quella distanza, il luogo ove arrenò; ma, andato in pezzi da tanto tempo, non ne rimanea più vestigio. Potei bensì mostrargli i frantumi di quella scialuppa che senza averci potuto condurre a salvamento era stata trasportata dalla burrasca sopra la spiaggia e che tutte le mie forze non furono buone di smovere. Veduta quella scialuppa, Venerdì stette meditabondo e senza dir nulla per qualche tempo; onde chiestogli finalmente a che cosa pensasse, mi rispose:
‒ “Me veder cosa simile a cosa venuta stare con mia gente”.
Mi ci volle un pezzo a capirlo; ma finalmente, fattolo spiegar meglio, intesi che una scialuppa simile a quella era venuta a stare su la spiaggia del suo paese, cioè, come disse in appresso, vi era stata portata dall'impeto di una burrasca. In quel momento m'immaginai che qualche nave europea essendo naufragata presso quella costa, se ne fosse staccata una scialuppa, gettata indi dal furor delle ondate sopra la spiaggia; ma fui sì duro d'intelletto da non venirmi una sola volta in mente ch'essa contenesse uomini sottrattisi al naufragio. Molto meno pensai alla nazione cui la scialuppa appartenesse, e mi limitai soltanto a chiedere una descrizione di essa: descrizione che il mio Venerdì mi fece, se vogliamo, con qualche garbo; ma il momento in cui si conciliò tutta l'attenzione mia fu quando aggiunse con certo interessamento:
‒ “Noi aver salvati uomi bianchi da annegarsi.
‒ Come! gli chiesi, vi erano uomi bianchi nella scialuppa?
‒ Si, barca piena d'uomi bianchi.
‒ Quanti erano?”
Venerdì ne contò su le dita diciassette.
‒ “E che cosa e avvenuto di loro?
‒ Loro vivere; stare con mia gente”.
Ciò suscitò nuovi pensieri nella mia mente; credei cioè appartener tali uomini al vascello naufragato a veggente della mia isola com'ero solito chiamarla io; mi figurai che quando il vascello fu battuto contro allo scoglio e videro irreparabile la loro perdita, si fossero gettati nella scialuppa, approdando a qualunque rischio in quella terra selvaggia. Qui le mie indagini si fecero più minute, onde tornai a domandare che cosa fosse avvenuto di essi. Venerdì mi assicurò di nuovo che viveano tuttavia; aggiunse che rimaneano colà da quattro anni; che i selvaggi li lasciavano in pace, ed anzi li fornivano di vettovaglie.
‒ “Ma come può darsi, gli domandai, che i vostri non gli abbiano uccisi e mangiati?
‒ Oh no! star pace fra nostri e quelli; nostri mangiar solo fatti battersi in guerra”. S'intendea dire: “I nostri mangiano soltanto chi fa ad essi la guerra e rimane vinto e prigioniero”.
Era trascorso qualche tempo quando trovatomi su la cima del monte alla parte orientale dell'isola, là donde, come ho detto, in tempo sereno aveva scoperto il continente di America, Venerdì (era serena anche quella giornata) guardò con ansietà verso la stessa parte, poi si diede a saltare e a ballare, indi a chiamarmi, perchè ero in qualche distanza da lui.
‒ “Che cosa è stato? gli chiesi.
‒ Oh che contentezza! esclamò. Oh che gioia! Guardar là mio paese! mia nazione!”
Uno straordinario sentimento di esultanza gli si leggeva in quel momento sul volto; le pupille sue scintillavano, e tutto l'aspetto di lui manifestava tale stravagante entusiasmo che parea mosso da un'ardente brama di essere nuovamente nel proprio paese. La qual cosa mi diede tanto da pensare, che su le prime non feci così buon viso come in passato al mio servo. Non dubitai in quel momento che se Venerdì fosse tornato addietro fra i suoi, avrebbe posto in dimenticanza non solamente la sua religione, ma quante obbligazioni mi professava, e forse sarebbe andato più in là: avrebbe scoperto (furono queste allora le mie paure) ai suoi compatriotti il mio ricovero, e, tornato addietro con un centinaio o due di essi, e costoro avrebbero fatto allegro pasto delle mie carni come usavano co' nemici presi in guerra. Quale ingiuria io faceva a quella povera onestissima creatura! e ne fui ben dolente in appresso; ma per un po' di tempo i miei timori si rincalzarono, onde per alcune settimane stetti più circospetto con esso, nè me gli mostrai così famigliare ed affabile come in addietro; nel che fui veramente dal torto. Quel buon giovine, pieno di sensibilità, non avea mai concepito un pensiere che non s'accordasse co' principii e del cristianesimo da lui abbracciato e della sua amorevole gratitudine, come con piena mia soddisfazione ne fui certo da poi.
Finchè i miei ingiusti timori durarono, potete ben credere che non mi stetti dallo scalzarlo ogni giorno per trargli qualche cosa di bocca in conferma de' miei sospetti. Ma lo trovai sì ingenuo, sì leale in quanto mi diceva e rispondeva, che non trovai la menoma cosa atta a nudrirli; laonde, con tutte le mie cattive preoccupazioni, tornò a guadagnarsi interamente il mio affetto; nè egli si era accorto menomamente del mio turbamento, nè per conseguenza io potei supporre che cercasse insidiosamente d'addormentarmi.
Camminavamo un giorno su lo stesso monte, ma essendo coperta di nebbia la parte che guardava il mare, non potevamo vedere il continente.
‒ “Venerdì, gli dissi, non v'augurate mai di rivedere il vostro paese, la vostra nazione?
‒ Sì; me augurar tornarli a vedere!
‒ Che cosa poi vorreste far là? Tornare selvaggio! mangiar carne umana! essere di nuovo un barbaro come foste altra volta!”
Mi volse un'occhiata in cui leggeasi la costernazione del suo animo; crollò la testa, poi disse:
‒ «No, no, Venerdì insegnar loro vivere bene, col timor di Dio, e mangiar pane di farina, carne di capra, latte; uomi non più!
‒ In questo caso ammazzeranno voi”.
Mi diede una grave occhiata e soggiunse:
‒ “No, no; non ammazzar me; piacer imparare”.
Intendea dire con ciò, che amavano di essere ammaestrati; in prova di che soggiunse, che aveano già imparate molte cose dagli uomi dalla barba venuti nella scialuppa. Allora gli chiesi, se voleva tornare alla sua patria. Sorrise nel rispondere:
‒ “Me non saper nuotare tanto lontano!
‒ Fabbricherò una scialuppa per voi.
‒ Me andar là se voi venire con me.
‒ Io andar là! mi mangerebbero a prima giunta.
‒ No, no; me fare loro non mangiar voi; me fare loro amar grande voi”.
S'intendeva dire che gli avrebbe informati del modo onde avevo uccisi i suoi nemici e gli avevo salvata la vita. Qui mi raccontò alla meglio tutte le ospitalità che i suoi compatriotti avevano usate agli uomi bianchi, o agli uomi dalla barba (che in uno di questi due modi solea chiamarli) spinti alla loro spiaggia dalla burrasca.
D'allora in poi, lo confesso, non m'abbandonò più la tentazione di arrischiarmi a questa traversata, e veder di raggiugnere gli uomi dalla barba ch'io non dubitava più non fossero Spagnuoli o Portoghesi. Mi sembrava ben certo che, conseguito simile intento e trovatomi una volta sul continente e in buona compagnia, qualche espediente di liberazione non sarebbe stato per me tanto difficile ad immaginarsi, quanto in un'isola ov'ero solo e privo d'aiuti, lontano quaranta miglia dalla terra ferma. Dopo alcuni giorni pertanto presi nuovamente ad investigare Venerdì in via di discorso col dirgli che volevo fornirlo d'una barca per tornarsene co' suoi compatriotti. Di conformità a tale profferta lo condussi all'altra estremità dell'isola, ove stava sott'acqua quella mia così detta fregata, e fattala venire a galla, gliela mostrai, e vi entrai dentro in sua compagnia. M'accorsi allora della molta sua destrezza nel governare una barca, destrezza da vero superiore alla mia. Qui gli dissi:
‒ “Ebbene, Venerdì, volete tornarvene al vostro paese?”
Fece occhi instupiditi a tale proposta, e credo fosse perchè quella navicella gli sembrava troppo piccola per una traversata sì lunga. In fatti gli soggiunsi che ne avevo una più ampia; e nel giorno successivo lo condussi laddove giacea la prima barca che fabbricai senza riuscire a vararla. Questa gli parve grande abbastanza; ma c'era un altro guaio: rimasta quivi da ventitrè o ventiquattro anni, e non me ne essendo io preso veruna cura, il sole l'avea sconnessa e inaridita sì, che potea quasi dirsi andata a male. Venerdì ciò non ostante m'assicurò che quel la barca potea portare grande quantità di pane, di beveri e di cibori, parole del suo dizionario.
In somma io era allora sì fermo nel mio divisamento di portarmi con lui al continente, che gli dissi:
‒ “Con questa no, ma una simile a questa la fabbricheremo e dentro essa ve ne tornerete a casa”.
Non rispose una parola, ma si fece serio e malinconico. Gli chiesi che cosa avesse, ed egli chiese a me:
‒ “Per che cosa in collera con Venerdì? Che cosa avervi fatto?
‒ Io non sono niente in collera con voi.
‒ Non in collera! non in collera! Perchè dunque voler mandare Venerdì a suo paese?
‒ Ma non vi auguravate voi stesso di esserci?
‒ Sì, augurare esserci tutt'e due; non augurare Venerdì là e padrone qui!»
In una parola non voleva intenderla di partire senza di me.
‒ “Io andar là, Venerdì! a far che?
‒ A far che? mi rispose con la massima vivacità. A far bene grande! A far buoni e mansueti uomi selvaggi! A far loro conoscere Dio, pregar Dio e vivere vita nuova!
‒ Oh Dio! Venerdì, tu non sai quel che tu dica. Non sono nulla meglio d'un ignorante io medesimo.
Mai più! Voi aver insegnato me il bene; insegnare il bene loro!
‒ No, no, Venerdì; andrete senza di me; lasciatemi vivere qui solo, come ho fatto in passato”.
Rimase confuso non si può dir quanto all'udire questa dichiarazione; poi tratto a mano un de' coltelli ch'era solito portare, me lo presentò.
‒ “Che cosa ho a farmi di questo coltello? gli chiedo.
‒ Ammazzar Venerdì!
‒ Perchè ammazzarlo? soggiunsi.
‒ Perchè volerlo mandar via? ripetè con forza. Ammazzare Venerdì, sì! mandar via Venerdì, no!”
Con tanta veracità di sentimento diceva queste cose, che gli vidi gli occhi molli di pianto. In fine scopersi sì pienamente e l'affezione di quel poveretto per me e la ferma risoluzione di non lasciarmi, che lo assicurai e allora e più volte appresso del mio stabile proposito di non privarmi di lui, fintantochè fosse rimasto volentieri con me.
XLVII. Cantiere di costruzione.
A conti fatti, s'io per una parte ravvisava in tutto il tenore dei discorsi di Venerdì una salda affezione per me e una intenzione la più risoluta di non lasciarmi, vedevo per l'altra come il desiderio di rivedere il suo nativo paese si fondasse sopra un ardente amore di patria o su la speranza del bene ch'io potessi fare ai suoi compatriotti: impresa per la quale nè mi sentivo in me medesimo le nozioni opportune a tentarla nè la menoma vocazione. Pure la fortissima tentazione, come ho già detto, di avventurarmi ad una fuga trovava un incentivo troppo possente nei diciassette naufraghi o spagnuoli o portoghesi di cui parlommi il medesimo Venerdì. Per conseguenza, senza frapporre indugi, mi diedi a cercare in compagnia di Venerdì un albero atto a farne una piroga o canotto acconcio al viaggio divisato.
Certamente vi erano nell'isola alberi quanti sarebbero bastati ad allestire una piccola flotta non di piroghe o canotti, ma anche di vascelli di linea; ma ciò che ebbi principalmente in mira si fu d'averne uno ben vicino al mare per poterlo lanciare in acqua appena costrutto, e non rinovare lo sconcio occorsomi un'altra volta. Finalmente Venerdì adocchiò l'albero a proposito, chè Venerdì s'intendea meglio di me su la qualità di legnami più adatti a tali lavori. Non saprei nemmen oggi determinar la famiglia di piante cui apparteneva l'albero che atterrammo: somigliava molto a quello che chiamiamo fustic, o partecipava della natura di questo e del legno di Nicaragua cui s'avvicinava ancora nel colore e nell'odore. Il parere di Venerdì sarebbe stato di renderlo concavo ad uso di barca mediante il fuoco, ma fattigli vedere gli stromenti opportuni a conseguire la stessa meta con miglior garbo, gl'insegnai adoperarli, e devo lodarmi in ciò del suo profitto e della sua agilità di mano. Dopo un mese d'improba fatica avevamo terminata la nostra barca che era da vero assai elegante. Questo comparve massimamente, poichè co' nostri segoli che gli mostrai come volevano essere usati, l'avemmo ridotta esternamente alla perfetta forma di navicella. Ciò non ostante dovemmo in appresso impiegare una buona quindicina di giorni per far sì che sopra cilindri di legno ruzzolasse a palmo a palmo sino alla superficie dell'acqua; ma quando ci fu, essa avrebbe trasportato comodissimamente una ventina di persone.
A malgrado della sua ampiezza rimasi attonito al vedere con qual disinvoltura o prestezza il mio Venerdì la governava, la voltava per ogni verso, la spingeva col remo. Gli chiesi pertanto se voleva e se dovevamo arrischiarci sovr'essa.
‒ “Sì, rispose, potere e volere, anche se soffiar vento grande”.
Nondimeno io aveva nell'animo un ulteriore divisamento ch'egli non conosceva: ed era quello di provvederla d'albero e vela e di un'áncora e d'una gomona. Quanto all'albero non mi costava fatica il procacciarmelo: aveva già posto l'occhio sopra un bel cipresso giovine, ben diritto, non distante di lì, perchè di simili piante abbondava quell'isola. Detto a Venerdì di atterrarlo, gl'insegnai ancora il modo di foggiarlo convenientemente al mio scopo. Circa alla vela me ne presi tutto l'incarico io. Sapevo bene d'avere una bastante scorta di vele vecchie o piuttosto di pezzi di vele; ma essendo state presso di me da ventisei anni, nè essendomi preso alcun pensiere di custodirle debitamente, perchè non m'immaginavo mai che mi venisse il destro di valermene nè poco nè assai, teneva per fermo che fossero affatto infracidite; e molte di esse da vero lo erano. Pur ne trovai due pezzi che avevano tuttavia assai buona cera, e con questi postomi all'opera, non senza grande fatica e dando sgarbati puntacci, come potete credere, per mancanza d'aghi da cucire, finalmente riuscii a fare una brutta cosaccia triangolare, simile a quelle vele che chiamansi in Inghilterra spalle di castrato, e che si fermano al piede con un po' di colla e con uno sprocco alla cima: di tali vele sono proveduti i nostri scappavia, ed io sapea maneggiarle perchè ne aveva di simili la barca entro cui fuggii di Barbaria, siccome ho narrato nel principio della mia storia.
Impiegai presso a due mesi in quest'ultimo lavoro, vale a dire nell'adattare il mio albero e le mie vele; perchè lo volli finito di tutto punto, e vi aggiunsi un piccolo puntello ed una specie di controvela pei casi in cui ne fosse occorso di navigar controvento e, ciò che era tutto dire, attaccai un timone alla poppa. Io era certo il più goffo di quanti mai furono fabbricatori di navigli; pure conoscendo l'utilità, anzi la necessità di un tale lavoro, mi ci misi tanto con tutta l'anima che finalmente in qualche modo mi cavai d'impaccio; benchè pensando alle vite che mi è costato il fare e disfare, credo mi ci sia voluta più fatica in ciò che nel fabbricare l'intera barca.
Compiute tutte le predette cose mi restava ad ammaestrare il mio Venerdì su quanto concerneva il governo della mia barca; perchè, quantunque sapesse regolare assai bene un canotto col remo, non conosceva nulla di ciò che riguardava timone o vela; ed anzi rimase stupido quando vide me che faceva voltare la scialuppa col soccorso del timone e la spalla di castrato gonfiarsi e moversi a seconda delle variazioni del nostro veleggiare. Nondimeno con un poco di pratica lo ridussi ad addimesticarsi con queste nozioni, sì che divenne un esperto uomo di mare tranne il sapersi valere della bussola: su l'uso di essa ben poche cose potei far entrare nella sua testa. Pure, siccome vi erano poche nuvole in volta, e rare volte o quasi mai il cielo si copriva di nebbie in quelle parti, il bisogno della bussola non era grande, perchè si lasciavano sempre vedere le stelle in tutta la notte, e la spiaggia per tutto il giorno, eccetto nella stagione delle piogge, durante la quale niuno si curava d'andare attorno nè per terra nè per mare.
Cominciava ora il ventesimosettimo anno della mia relegazione, se bene, per dir vero, i tre ultimi da che avevo questa buona creatura con me, dovrebbero levarsi fuori del conto, perchè grazie a Venerdì la natura del mio soggiorno su queste spiagge era divenuto di tutt'altro genere. Celebrai l'anniversario del giorno in cui v'arrivai con gli stessi sentimenti di gratitudine alla divina misericordia come in passato; ma le cagioni di tale mia gratitudine erano pur di tanto accresciute in tal circostanza, poichè avevo questi nuovi testimoni presenti della cura che la providenza si era presa di me, oltre alla speranza che mi confortava di una imminente indubitabile liberazione, chè questa idea mi si era improntata con tanta forza nella mente, ch'io tenea per fermo di non rimanere un altr'anno in quest'isola. Ciò non ostante non trascurai il solito governo delle mie cose domestiche; non il lavoro della terra, non le piantagioni, non il munirla di siepi, non la vendemmia; feci in somma tutte le cose mie, siccome negli anni addietro.
Arrivata intanto la stagione piovosa, mi trattenni in casa più dell'usato. Ormeggiammo con quanta sicurezza potemmo la nostra nuova fregata, traendola in quella picciola baia donde, come ho già narrato, sbarcai le mie zattere nel tornare addietro dal vascello naufragato. Rimorchiatala su la spiaggia col soccorso dell'alta marea, ordinai al mio Venerdì di scavare una piccola darsena, ampia abbastanza per contenerla, e inclinata quanto era d'uopo per tornarla a mettere in mare; calata la marea, la riparammo con un buon argine per tenerne fuori l'acqua e mantenerla asciutta quando il grosso fiotto sarebbe tornato. Per difenderla poi dalla pioggia adunammo un grande fascio di rami d'albero, de' quali le facemmo un coperchio fitto come il tetto di una casa. Indi così disposte le cose, aspettammo i mesi di novembre e decembre nei quali divisava tentar la mia impresa.
XLVIII. Straordinario avvenimento.
Mentre la bella stagione cominciava a mostrarsi e con essa ad ingagliardire i divisamenti della mia andata, io ne faceva i preparativi ogni giorno; e per prima cosa andavo mettendo in disparte una certa quantità di provisioni che dovevano essere le vettovaglie del nostro viaggio. M'affaccendavo una mattina a qualcuna di tali cose, quando, chiamato a me Venerdì, gli dissi d'andare alla spiaggia per vedere se gli riuscisse trovare una testuggine o tartaruga, cibo che non ne mancava mai, una volta almeno per settimana, e del quale eravamo ghiottissimi, sia per le uova, sia per la carne di questo animale. Venerdì non era rimasto via lungo tempo, quando tornò addietro tutto ansante, e, scalato il piccolo muro della mia fortezza, corse a me che i suoi piedi non toccavano terra.
‒ “Ah padrone! padrone! Gran disgrazia! gran disgrazia! egli sclamava.
‒ Che è stato, Venerdì?
‒ Ah! laggiù venuti uno, due, tre canotti, uno, due, tre canotti venuti là”.
A questo suo modo di dire io credei che i canotti fossero sei, ma in appresso mi persuasi che erano tre solamente.
‒ “E per questo, Venerdì? Non vi spaventate!”
Io cercava d'incoraggiarlo alla meglio; ma vedevo che il poveretto era atterrito tremendissima guisa, perchè null'altro eragli saltato in testa, se non che quella gente fosse venuta per cercar lui e farlo in quarti e mangiarlo. Il povero diavolo era sì fuori di sè dallo spavento ch'io sapeva appena che cosa dirgli o fare per lui. Procurai di consolarlo come potei, dicendogli ch'io non era in minor pericolo di esso e che, se l'intenzione di coloro era tale, avrebbero mangiato me come lui.
‒ “Ma, continuai, qui bisogna risolversi a combatterli. Vi batterete, Venerdì?
‒ Me saper sparare. Ma esser venuti in grandi molti!
‒ Che fa questo? ripresi a dire. I nostri moschetti spaventeranno quelli che non potremo uccidere”.
Gli chiesi poscia se, come ero risoluto io a difender lui, egli fosse pronto a difender me, e a far quanto gli comanderei.
“Me morire quando voi comandarmi morire, padrone”.
Andato a cercare il mio rum, chè avevo fatto grande risparmio di questa provista, glie ne feci bere alquante sorsate, dopo di che gli dissi di pigliare i due schioppi da caccia che portavamo sempre con noi, e che caricai di pallini grossi come quelli che si mettono nelle pistole. Presi in oltre con me quattro altri moschetti, caricandone ciascuno con verghe di piombo e pallini e due pistole che portavano ognuna due palle. Attaccatami, secondo il solito, alla cintura la mia spada senza fodero, diedi a Venerdì il suo segolo. Preparate in tal modo le cose mie, salii, munito del mio cannocchiale, il pendio della montagna per vedere di scoprir qualche cosa, e vidi subito tre canotti all'áncora: ventuno selvaggi e tre loro prigioneri su la spiaggia. I primi pareano tutti affaccendati ne' preparativi d'un solenne banchetto, di cui le carni di que' tre sgraziati doveano fornire l'imbandigione: cosa che fa addirizzare i capelli al dirla, pur consuetissima fra que' barbari. Notai parimente che erano sbarcati non nel luogo donde Venerdì prese la fuga, ma più vicino alla nota caletta, ove la spiaggia era più bassa e coperta da una selva che si stendea sino al mare. Tutto compreso dell'orrore che l'intraprendimento scellerato di costoro doveva destare in me, tornai a trovare Venerdì, a cui dissi la mia risoluzione di piombare addosso a coloro e ammazzarli quanti erano; poi gli chiesi se m'avrebbe aiutato. Mandata or via la paura, e rallegrati e rinfrancati alquanto i suoi spiriti dal rum bevuto, mi ripetè con fermezza quanto mi avea detto poco prima:
‒ “Me morire quando voi comandarmi morire, padrone”.
In quell'accesso di furore presi le armi che aveva caricate, e che ci spartimmo fra noi. Posi tre moschetti su le spalle a Venerdì, e gli diedi una pistola da mettersi alla cintura; l'altra pistola e gli altri tre schioppi me li tenni io, e così armati c'incamminammo. Postomi in tasca un piccolo fiaschetto di rum, feci portare a Venerdì una bisaccia piena di polvere e di pallini e verghe di piombo, ordinandogli di starmi sempre vicino e di non moversi o sparare o fare alcuna cosa, s'io non gliela comandava, ed intanto di non dire una parola. In questo arredo presi una giravolta per evitare la caletta e guadagnare la selva onde mettermi in posizione di avere a tiro costoro prima di esserne scoperto: cosa che col mio cannocchiale ravvisai di facile riuscita.
Ma lungo il cammino, ridestatisi nella mia mente gli antichi pensieri, cominciò ad affievolirsi in me la presa risoluzione. Nè credeste già che mi sgomentassi del numero; essendo ignudi e disarmati que' miserabili, certamente il vantaggio contr'essi era dalla parte mia, e lo sarebbe stato quando anche mi fossi trovato solo. Tutt'altro era il motivo della mia perplessità. Qual diritto, qual motivo, e molto meno qual necessità mi spingeva ad imbrattare le mie mani nel sangue, ad assalire un popolo che nè mi avea offeso, nè avea manifestata veruna intenzione di offendermi? di un popolo che rispetto a me era innocente, e i cui barbari usi erano una sua disgrazia soltanto, un contrassegno dell'abbandono di Dio che insieme all'altre nazioni di quella parte di globo gli ha lasciati in preda alla loro stupidezza, alla loro inumanità, ma che non ha chiamato me a giudicarne le azioni, molto meno a farmi esecutore della sua giustizia? Ben questo Dio avrebbe saputo, quando lo avesse trovato opportuno, castigar quelle genti siccome popolo, e per delitti nazionali esercitare una nazionale vendetta; ma questo non era affar mio. Poteva, egli è vero, essere scusabile Venerdì, chiarito nemico ed in istato di guerra con quel dato popolo, onde l'assalirlo era un atto legittimo dal canto suo; ma per parte mia io non avea veruna di queste scuse da addurre. Tutto le indicate considerazioni m'incalzarono con tal forza lungo la strada che risolvei pormi soltanto in vicinanza di que' selvaggi per osservare la barbara loro festa, poi comportarmi siccome Dio m'avrebbe inspirato, ma di non frammettermi come attore, semprechè non mi si offrisse tal circostanza ch'io ravvisassi in essa una chiamata di Dio.
Con questo proposito entrai nella selva usando la massima cautela, serbando il più perfetto silenzio e seguendo sempre le pedate mie Venerdì. Camminai tanto che giunsi al lembo del bosco, onde mi separava soltanto dai selvaggi una punta di esso. Qui chiamai piano piano Venerdì, al quale, additato un grande albero che formava appunto l'estremità della selva, gli dissi di trasferirsi fin là, poi di venirmi a dire se aveva potuto scoprire che cosa coloro stessero facendo. Mi obbedì; nè tardò a tornare addietro per riferirmi di avere ben veduto il tutto: che quegli sgraziati stavano attorno al fuoco mangiando la carne d'uno dei loro prigionieri, e che un altro di questi stava legato su la sabbia in poca distanza da loro nello sciagurato aspettamento di essere anch'egli macellato a sua volta, al che sentii infiammarsi tutta di sdegno l'anima mia. Aggiunse non essere questa vittima di sua nazione, ma uno degli uomi dalla barba spinti dalla burrasca nel suo paese dalla scialuppa europea. Quale orrore m'investì all'udir nominato un uomo europeo! Trasportatomi io stesso dietro all'albero per indagare col mio cannocchiale ciò che succedea, vidi perfettamente un uomo di carnagione bianca che giacea su la sponda del mare, legato i piedi e le mani con funi di canne palustri o alcun che di simile, un uomo veramente europeo come indicavano i suoi stessi panni.
Eravi un altro albero, e dietro ad esso un boschetto che più del primo albero era vicino di cinquanta braccia all'incirca ai selvaggi. M'accorsi d'un piccolo viottolo selvoso donde avrei potuto andare inosservato fin là ed essere distante un mezzo tiro di schioppo da que' manigoldi. Frenata la mia rabbia, che certo era pervenuta al massimo grado, tenni quella via ombrosa finchè giunsi al secondo albero; quivi guadagnata una piccola eminenza, poteva discernere pienamente ogni cosa ad una distanza di ottanta braccia.
Non c'era un istante da perdere, perchè diciannove di quegli orribili malandrini seduti alla rinfusa e tutti stretti l'un presso l'altro, avevano allora mandati due dei loro, perchè macellassero il povero Cristiano, e lo riportassero probabilmente a quarti a quarti al loro fuoco. Già i due beccai s'erano chinati per disciogliere dalle pastoie i piedi di quello sfortunato. Mi volsi a Venerdì.
‒ “Adesso, Venerdì, fa quello che ti dirò.
Star pronto, padrone!
‒ E fa esattamente quello che mi vedrai fare. Bada di non mancare in nulla!”
Ciò detto posi a terra lo schioppo da caccia e uno de' miei archibusi; Venerdì fece lo stesso co' propri: con l'altro archibuso drizzai la mira ai selvaggi e dissi a Venerdì d'imitarmi.
‒ “Sei pronto?
‒ Sì, padrone! ‒ Dunque fuoco su i selvaggi”; e nel medesimo tempo sparai ancor io.
Venerdì avea presa la mira assai meglio di me, perchè nella parte verso cui sparò uccise due uomini e nè ferì tre altri; dalla mia banda ne uccisi sol uno e nè ferii due. Vi giuro che coloro si trovarono in una tremenda costernazione; e tutti quelli che non rimasero feriti, saltarono in piedi, nè sapevano da qual parte correre o per dove fuggire, perchè ignoravano donde la loro distruzione venisse. Venerdì non mi levava gli occhi d'addosso per stare a vedere, com'io gli avevo ordinato, quel che facevo. In fatti, appena sparato la prima volta, misi a terra l'archibuso, e presi su lo schioppo da caccia; e Venerdì lo stesso; posi il dito al grilletto; lui pure.
‒ “Siete lesto, Venerdì?
‒ Sì, padrone.
‒ Sparate, in nome di Dio!”
Nel dir ciò feci fuoco nuovamente su quella sbalordita marmaglia, e fece fuoco Venerdì; e siccome questa volta le nostre armi erano sol cariche di pallini, vedemmo cadere sol due selvaggi, ma tanti furono i feriti che correvano attorno mugghiando e urlando come matti, tutti imbrodolati di sangue, e molti di essi sì gravemente feriti, che non tardarono a cadere benchè non morti del tutto.
‒ “Adesso, Venerdì, diss'io mettendo giù l'armi scaricate, e prendendo il moschetto carico tuttavia, adesso seguitemi:” il che egli fece con molta dose di coraggio.
Allora, saltato fuori del bosco, mi mostrai; e Venerdì sempre dietro a me. Appena mi accòrsi d'esser veduto, mi diedi a gridare con quanto fiato avevo e Venerdì anche lui; poi correndo forte quanto potei, nè poteva moltissimo con tante armi addosso, andai a dirittura in verso alla povera vittima giacente come dissi presso al lido tra il mare ed il luogo ove i suoi carnefici stavano seduti. I due macellai che stavano appunto in procinto di spedire quell'infelice quando feci fuoco la prima volta, lo lasciarono presi da un grande spavento; poi, corsi al mare, saltarono dentro un canotto, ove si rifuggirono tre altri de' loro compagni. Voltomi a Venerdì, gli dissi di correre e far fuoco sopra costoro. Mi capì subito, e prese una corsa di circa quaranta braccia per averli più a tiro; sparò contr'essi, e credei gli avesse uccisi tutti, perchè li vidi cadere in mucchio entro alla barca; ma notai poco dopo che due di questi si rialzarono: due altri certo gli uccise, e ferì sì bene il terzo che rimase come morto in fondo al canotto.
Mentre il mio Venerdì facea fuoco su questo, io, tratto a mano il mio coltello da caccia, tagliava i legami che stringevano lo sfortunato paziente. Dopo averlo sciolto, lo alzai da terra e gli chiesi in lingua portoghese chi fosse. Christianus, mi rispose; ma era sì debole ed estenuato, che poteva appena parlare o reggersi su le sue gambe. Toltomi di tasca il mio fiaschetto di rum, gliene diedi alcun poco pregandolo a cenni che ne bevesse; e così fece e mangiò un pezzo di pane che parimente gli offersi. Gli chiesi allora di qual paese fosse: mi rispose che era spagnuolo; ed essendosi alquanto riavuto, mi diede tutti i possibili contrassegni della gratitudine che mi professava per la sua liberazione.
‒ “Senor, gli dissi accozzando insieme quelle poche parole spagnuole che seppi, avremo tempo di parlare; ma or bisogna pensare a combattere: se vi è rimasta ancora qualche forza, tenete questa pistola e questa spada e datevi attorno.»
Prese quell'armi ringraziandomi, e appena l'ebbe brandite, quasi avessero infuso in lui un vigore novello, corse in cerca de' suoi assassini. Scagliatosi con furia sovr'essi, nè taglio a pezzi due in men che nol dico; perchè, per dar luogo alla verità tutta intera, que' poveri sgraziati erano si orridamente atterriti dallo strepito delle nostre armi da fuoco, che cadeano per mero sbalordimento e paura; nè per cercare uno scampo avevano maggior virtù, che per resistere ai nostri moschetti. Tale si fu il caso di que' cinque su cui Venerdì tirò entro al canotto; poichè se tre di quelli caddero pel colpo ricevuto, gli altri due caddero dalla paura.
Mi tenni in mano il mio moschetto senza spararlo, perchè bramava di averne lesti altri caricati di nuovo, tanto più che la mia spada e la mia pistola le avevo date allo Spagnuolo. Laonde, chiamato a me Venerdì, gli dissi di correre a piè dell'albero donde avea fatto fuoco la prima volta, e di portarmi l'archibuso e lo schioppo da caccia, che, senza tornarli a caricare, vi avevo lasciati; il che egli eseguì con grande prestezza. Allora, datogli il mio moschetto, mi assisi per caricare le altre armi; e dissi così al mio servo come allo Spagnuolo di venirle a cercare da me quando ne abbisognavano. Mentre io stava adoperandomi in ciò, nacque un accanito conflitto tra lo Spagnuolo ed un selvaggio che gli menava colpi con una enorme spada di legno: quella spada stessa che lo avrebbe fatto in quarti se io non fossi stato in tempo a liberarlo. Lo Spagnuolo, uomo dotato di valore e coraggio oltre a quanto può immaginarsi, aveva a malgrado della propria debolezza, tenuto per un bel pezzo in rispetto l'Indiano, cui fece due ragguardevoli ferite sopra la testa; ma costui, mascalzone gagliardo ed intrepido, serratosegli alla vita, giunse ad atterrarlo, poichè veramente le forze lo abbandonavano: stava strappandogli di mano la spada. Lo Spagnuolo da uomo accorto gliela abbandonò, e fu ad un tempo lesto a trarsi dalla cintura la pistola, che, scaricata su l'Indiano, gli trapassò il petto, sì che lo avea steso morto su l'erba prima che io, corso in aiuto di chi dianzi era soggiacente, potessi arrivargli vicino.
Venerdì, che in questo momento non aveva altri miei ordini da eseguire, si diede ad inseguire i fuggiaschi con non altr'arma che il suo segolo, col quale spacciò e que' tre già menzionati che caddero feriti sin da principio e tutti quelli in cui s'abbattè. Intanto lo Spagnuolo essendo venuto a cercarmi per un moschetto, gli diedi uno de' miei schioppi da caccia col quale, inseguiti due selvaggi, li ferì entrambi; ma poichè non era nè poteva nello stato suo essere agile al corso, questi si ripararono nella selva, ove Venerdì fu loro addosso ammazzandone uno. L'altro nondimeno più svelto del mio servo riuscì a sottrarsegli, e, gettatosi nel mare, potè raggiugnere gagliardamente nuotando que' suoi compagni che si erano salvati nel canotto. Questi tre, con un ferito che non sapemmo se fosse morto o no, erano tutto quanto in numero di ventuno individui si era salvato dalle nostre mani. Ecco il calcolo.
3 uccisi al nostro primo fuoco fatto dall'albero,
2 al secondo fuoco,
2 da Venerdì nel canotto,
2 dei primi feriti, indi uccisi anch'essi da Venerdì,
1 da Venerdì nella selva,
3 dallo Spagnuolo,
4 trovati qua e là morti delle loro ferite o uccisi da Venerdì che gl'inseguì nella selva,
4 fuggiti nel canotto un de' quali ferito se non morto.
21 in tutto.
Fine del Volume Secondo

Vita e Avventure
di
ROBINSON CRUSOÈ.
VERSIONE DALL'INGLESE
DI
GAETANO BARBIERI.
Volume III.
MILANO
Vedova di A.F. Stella e Giacomo figlio.
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1838
Volume III.
XLIX. Il padre di Venerdì.
Coloro che erano nel canotto lavoravano di remi a tutto andare per mettersi fuori del nostro tiro, e, benchè Venerdì avesse fatto due o tre volte fuoco sovr'essi, non m'avvidi che ne colpisse alcuno. Egli mi consigliava impadronirmi d'uno de' canotti vuoti, rimasti all'áncora, ed inseguire i fuggiaschi. Per dir vero m'inquietava l'idea che costoro, se li lasciavo tornare a casa, portassero la notizia di quanto era avvenuto ai loro compatriotti, i quali probabilmente sarebbero venuti alla volta di quest'isola con dugento o trecento delle loro barche, e per la forza del numero ne avrebbero senza pietà divorati. Laonde, abbracciato il suggerimento di Venerdì, corsi ad uno di que' canotti e saltatovi dentro, imposi a Venerdì di seguirmi. Ma quando vi fui, rimasi sorpreso al trovarvi un'altra povera creatura, legata piè e mani, come lo Spagnuolo, e destinata al macello al pari di esso. Questo infelice quasi morto dallo spavento era ben lontano dal figurarsi le cose avvenute su la spiaggia, ove con la sua vista non arrivava. Tanto strettamente lo aveano legato supino dal collo alle calcagne, che gli restava appena un'ombra di vitalità.
Immantinente tagliai i ceppi di giunco ond'era avvinto, e volevo aiutarlo ad alzarsi, ma egli non era buono nè di parlare nè di stare su le sue gambe: sol disperatamente gemeva immaginandosi, a quanto sembrò, che gli venissero tolti i lacci a solo fine di trucidarlo. Fattosi innanzi Venerdì, gli ordinai di parlargli e informarlo della sua liberazione. Nel tempo stesso tratto a mano il fiaschetto di rum gli dissi di farne bere qualche sorso a quell'infelice. Questo ristoro, e molto più la notizia della sua salvezza, tanto lo confortavano che potè mettersi a sedere nella barca. Ma appena Venerdì lo udì parlare, e gli guardò in faccia, fu un singolare spettacolo il vedere come lo baciasse, lo abbracciasse, lo accarezzasse. Esclamava, ridea, mettea grida, gli saltava attorno, ballava, cantava; indi tornò a gridare, si contorcea le mani, si batteva il volto ed il capo; poi di bel nuovo gli saltava e cantava attorno: si sarebbe detto che fosse impazzito. Corse un bel tratto di tempo prima che Venerdì potesse parlarmi o spiegarmi il motivo di quanto facea. Ma quando fu tornato in sè tesso, eccitò ben più cari sentimenti in me (e chi non gli avrebbe eccitati?) col dirmi che quegli era suo padre. Non mi è cosa agevole l'esprimere quanto mi commovesse l'estasi di filiale affetto onde fu compreso quel povero selvaggio alla vista dell'autor de' suoi giorni, al sentimento della sua liberazione; nè da vero saprei descrivere la metà delle stravaganze che questa estasi gli suggerì. Usciva di barca, ci tornava non so dir quante volte; entrando, volea sedergli da presso, si scopriva il petto e applicava per molti minuti la testa del padre al proprio cuore per riscaldarla; indi gli prendea le braccia e le gambe intirizzite, assiderate dalla legatura, e ci fiatava sopra e le fregava con le sue mani. Accortomi allora del motivo di ciò, gli diedi un poco di rum del mio fiaschetto perchè lo adoperasse in tali fregagioni, il che recò grande giovamento al povero vecchio.
Questo incidente mandò a vuoto il disegno d'inseguire il canotto de' fuggiaschi, chè gli avevamo omai fuori di vista; ma fu pel nostro meglio, perchè due ore dopo e prima che avessero potuto fare un quarto del loro cammino si alzò un vento fierissimo che continuò con la stessa violenza tutta la notte, e poichè soffiava dal nord-west (maestro), vale a dire contr'essi, non è a credersi che la loro barca gli resistesse, nè che raggiugnessero più mai la costa nativa.
Ma tornando a Venerdì, egli era sì affaccendato intorno a suo padre che non ebbi cuore di stoglierlo da sì lodevole cura per qualche tempo. Dopo avergli dato agio a queste espansioni filiali del suo cuore, lo chiamai. Egli venne saltando, ridendo, che non potea stare, come suol dirsi, ne' propri panni dalla contentezza. Chiestogli se avea dato un poco di pane a suo padre, crollò il capo nel rispondermi.
‒ “No! (e qui accennava sè stesso) sgraziato cane che aver mangiato tutto per sè!”
Trattami d'un sacchetto che avevo portato meco per simili occorrenze una focaccia, nel tempo stesso diedi a Venerdì un poco di rum per lui; ma ricusato gustarne, volle serbar tutto per suo padre, al quale portò parimente una manata d'uva appassita di cui mi ero posto due o tre grappoli nel sacco stesso. Appena ebbe recate queste cose al liberato prigioniero, lo vidi saltar di nuovo fuori e correr via a rotta di collo come se avesse il diavolo addosso. Benchè lo conoscessi già famoso per la prestezza del correre, questa volta si tolse tanto dall'ordinario che in un batter d'occhio nol vidi più. Ebbi un bel gridare, un bel chiamarlo addietro; era tutt'uno. Sol dopo un quarto d'ora ricomparì; ma non veniva di sì buon passo com'era andato; perchè, quando mi fu più vicino m'accorsi di qualche cosa ch'egli portava fra le mani. In somma,egli era corso fino a casa per portar una gran brocca d'acqua fresca a suo padre e di più prese due focacce per me. Ricevuto il pane lasciai che compiesse la sua opera di carità filiale, non senza per altro rinfrescarmi le fauci con quell'acqua, perchè assetato ancor io la mia parte. Questo giovò a ristorar il padre di Venerdì più di tutto il rum e de' cordiali che gli somministrai, perchè veramente quel poveretto si moriva di sete.
Poichè questi ebbe bevuto, chiesi a Venerdì se vi fosse rimasta altra acqua, e udita la risposta sua affermativa gli dissi di andarne a prendere pel povero Spagnuolo assetato non meno del padre di lui e ridotto ad uno stato massimo di debolezza. Con le membra assiderate e fatte gonfie dalle legature giacea su la zolla all'ombra d'un albero. Diedi a lui pure una delle due focacce portatemi da Venerdì; ma sol quando vide venir questo con l'acqua, si sollevò seduto su l'erba e cominciò a mangiar di gusto il suo pane cui aggiunsi una porzione d'uva appassita. Mi guardò dandomi tutti que' contrassegni d'affettuosa gratitudine ch'uomo può dimostrare; ma era sì stanco, si era tanto affaticato nella battaglia, che non potè rizzarsi su i propri piedi: ci si provò due o tre volte, senza riuscirci tanto questi erano gonfi e gli facevano male; onde lo persuasi a rimanere seduto mentre ordinavo intanto a Venerdì che gli bagnasse e fregasse le giunture con un poco di rum come avea fatto con suo padre.
Io andava considerando questo povero amoroso figlio che non lasciava passar forse un minuto senza girare il capo al canotto per vedere se suo padre era sempre seduto allo stesso posto ov'egli lo avea lasciato. Ed una volta, non vedendolo più, balzò di lì senza profferire una parola, poi corse alla barca con tanta prestezza che non parea toccasse la terra co' piedi; ma giunto là e veduto che suo padre si era unicamente steso con tutto il corpo su la barca per dar qualche sollievo alle stanche membra, tornò subito presso di noi. Allora dissi allo Spagnuolo, di permetter a Venerdì che lo aiutasse alla meglio per accompagnarlo al canotto donde lo avrebbe traghettato sino alla mia abitazione ov'io sarei stato il suo infermiere. E tosto Venerdì, da gagliardo giovinotto qual era, se lo prese su le spalle e condottolo alla barca lo posò dilicatamente su la sponda del canotto coi piedi volti verso la parte interna e portatolo di peso, lo adagiò presso padre. Allora uscito di nuovo del canotto staccò questo dalla riva, poi tornatovi entro remò rasente la spiaggia con più prestezza di quanta ne poteva mettere io nel camminare. Così li condusse salvi entrambi nella nostra casetta ove lasciatili tornò addietro per pigliare l'altro canotto. Passandomi davanti gli chiesi ove corresse. Mi rispose:
‒ “A far più nostre barche”.
Correa come il vento, chè certo non ho mai veduto uomo o cavallo a galoppare più di lui; e l'altra barchetta fu nella darsena quasi prima ch'io giugnessi alla riva per terra. Traghettatomi alla sponda opposta si portò ad aiutare i nostri due ospiti per uscire del canotto; ma nè l'uno nè l'altro erano al caso di camminare, onde il povero Venerdì non sapeva che cappello mettersi.
Pensai tosto al rimedio, e, fatto dir loro da Venerdì che si ponessero seduti su l'erba, ed avessero pazienza finchè tornassimo, lo condussi meco, nè tardai a mettere insieme una specie di carriuola a mano, entro cui li tirammo fino alla cinta esterna del mio castello o fortezza.
Ma quando fummo lì, eravamo a peggior condizione di prima, perchè era impossibile il farli passare di sopra del muro, e io non voleva risolutamente farvi una breccia. Anche qui mi diedi a pensare; e, tra Venerdì e me, in meno di due ore di tempo avevamo piantata una tenda, da vero assai elegante, composta di pezzi di vele e coperta di rami d'alberi. Stava questa nello spianato esterno della nostra fortezza tra essa e il boschetto di giovani piante ch'io m'avea fatto recentemente; qui alla meglio composi due letti delle cose che avevo: cioè di paglia di riso e di due coperte, la prima perchè vi giacessero sopra, la seconda perchè vi stessero sotto in ciascun letto.
L. Banchetto e consiglio di Stato.
La mia isola adesso era popolata, ed io mi reputava ricco di sudditi, onde una delle comiche idee che sovente mi passò per la testa, si fa quella di paragonarmi ad un re. Prima di tutto l'intera isola mi apparteneva in assoluta proprietà, ed avevo un indubitabile diritto di dominio sovr'essa. In secondo luogo il mio popolo mi era pienamente subordinato; io ne era assoluto signore e legislatore. Ciascun suddito m'andava debitore della libertà, e ciascuno avrebbe di buon grado sagrificata per me, se fosse stato d'uopo, la propria vita. Era in oltre una cosa degna di esser notata che fra tre sudditi su cui si estendeva il mio impero, ciascuno professava una religione diversa: il mio servo Venerdì era protestante, suo padre pagano e in oltre cannibale, lo Spagnuolo un papista; io per altro concedeva piena libertà di coscienza in tutto il mio regno. Ma sia detto ciò di passaggio.
Appena ebbi provveduti di ricovero e di letto i prigionieri da me liberati, cominciai a pensare al loro mangiare; onde la prima mia cura fu quella di ordinare a Venerdì che, preso dal mio ovile un capretto d'un anno, nè del tutto da latte nè affatto caprone, lo macellasse. Intantochè io ne tagliava i quarti di dietro facendoli in minori pezzi, comandai a Venerdì di formarne il nostro lesso ed arrosto, il che mi fornì, ve ne do parola io, un eccellente banchetto; e poichè tutta questa cucina era stata fatta fuori di casa, chè sotto al coperchio interno del mio tetto non accendevo mai fuoco, portai tale imbandigione sotto la nuova tenda, ove avendo preparata una tavola per gli ospiti, mi assisi ad essa ancor io, e pranzando in loro compagnia cercai di fare alla meglio i convenevoli della mensa e di tenerli lieti. Venerdì era il mio interprete, massime con suo padre; ma da vero ce n'era bisogno anche con lo Spagnuolo che s'era avvezzato a parlare perfettamente la lingua de' selvaggi.
Poichè avemmo pranzato, o piuttosto cenato, ordinai a Venerdì di andare sopra una delle nostre barche a raccogliere i moschetti e l'altre armi da fuoco che avevamo lasciate sul campo di battaglia. Poi nella successiva mattina lo mandai a seppellire i cadaveri de' selvaggi che, esposti tuttavia al sole, avrebbero infettata l'aria. Così pure gli ordinai di sotterrare gli orridi avanzi del barbaro loro banchetto, cosa che non avrei avuto stomaco di far io, e da vero se fossi andato colà mi sarebbe mancato il coraggio sin di guardarli. Ma Venerdì eseguì sì puntualmente i miei comandi, che quando tornai colà, non avrei quasi ravvisato più il sito, se non me lo avesse indicato quella punta di bosco donde si cominciò a far fuoco.
Allora cominciai ad entrare in qualche conferenza co' due miei nuovi sudditi: e per prima cosa, col mezzo del mio dragomanno Venerdì, chiesi al padre di lui che cosa pensasse su la fuga de' quattro selvaggi, e se vi fosse a temere che tornassero con una forza troppo esorbitante per poter resistere loro. La sua opinione principale era che i selvaggi del canotto non avessero potuto cavarsela netti dal turbine, tanto più ch'esso continuò ad imperversare l'intera notte; che doveano per conseguenza essere tutti annegati; e, se mai la burrasca gli avesse spinti a qualche lontana spiaggia meridionale, pensava che l'annegamento naufragando o l'esser mangiati approdando non poteva loro mancare. Che cosa poi avrebbero fatto se per un prodigio fossero arrivati sani al nativo loro paese, il padre di Venerdì non lo sapea troppo. Ciò non ostante gli pareva dovessero essere pel modo onde furono assaliti e pel fragore dell'armi da fuoco sì tremendamente spaventati, che avrebbero probabilmente raccontato ai loro di casa di essere stati ridotti a sì mal partito dal tuono e dal fulmine, non dalla mano dell'uomo. Avranno raccontato, così egli continuava a ragionare, che i due uomini comparsi loro (io e Venerdì) erano spiriti celesti o diavoli venuti in terra per distruggerli, non uomini armati. Lui aver udito (così l'interprete Venerdì mi spiegava i detti del padre) quando dirsi l'uno all'altro in lor linguaggio: Impossibile ad uomo vomitar fuoco, parlar tuono, ammazzare in lontananza, senza mano alzare.
E quel selvaggio sapea quel che diceva, perchè come mi fu noto da poi, i selvaggi di quella nazione non s'arrischiarono più mai a metter piede in questi luoghi. I fuggiaschi del canotto veramente giunsero a casa tutti quattro, ma raccontarono ai loro compatriotti che chiunque approdasse a quest'isola incantata potea far conto d'essere sterminato dal fuoco del cielo. Questa particolarità io non la sapeva allora; onde vissi in grandi paure per un bel pezzo, e mi tenni sempre all'erta con tutto il mio esercito. È vero che eravamo soli quattro, ma contro ad un centinaio di coloro avrei avuto il coraggio di cimentarmi in campo aperto a tutte l'ore.
Non andò guari per altro che, non vedendosi più comparire canotti, i miei timori si dissiparono. Ripigliai allora i miei primi divisamenti d'un viaggio al continente, tanto più che il padre di Venerdì mi assicurava che, se mi ci risolvevo, potevo ripromettermi dai suoi buoni ufizi e relazioni un buono accoglimento presso i suoi. Ma portarono in me certa perplessità alcuni serii discorsi fattimi dallo Spagnuolo, il quale mi raccontò essere ben vero che sedici tra' suoi concittadini e Portoghesi riparatisi dopo un naufragio a quella costa vivevano in pace co' nativi, ma che d'altronde la faceano magra assai per mancanza delle cose di prima necessità; in somma che vivevano quasi per miracolo.
Interrogato da me su i particolari del suo viaggio, mi raccontò come avesse formato parte de' naviganti d'un vascello spagnuolo che veniva dal Rio la Plata per condursi all'Avana onde lasciare ivi il loro carico, consistente principalmente in pellami o argento, e riportarne quelle merci pregiate in Europa in cui si sarebbero abbattuti; come avessero preso a bordo cinque marinai portoghesi salvatisi da un altro naufragio; come cinque de' loro fossero rimasi annegati quando il loro vascello perì; come campati in mezzo ad infiniti pericoli e traversie fossero arrivati quasi morti di fame ad una costa di cannibali, ove si aspettavano a ciascun istante di essere divorati. Mi raccontò che avevano seco alcune armi, ma di nessun uso, perchè mancavano di palle e di polvere che l'acqua del mare avea fatta andar a male tutta, eccetto una piccolissima partita, di cui si giovarono ne' primi giorni del loro sbarco per procacciarsi da vivere.
Interrogato da me come credea che sarebbe andata a finire per que' suoi compagni di naufragio, e se non aveano mai ideato fra loro verun disegno di fuga, mi rispose che avevano avute su di ciò molte consulte; ma che, privi d'un vascello, di stromenti per fabbricarselo e di provisioni d'ogni sorta, i loro consigli si concludevano sempre in pianti e disperazioni.
Gli chiesi allora come gli parea che verrebbe accolta una mia proposta intesa alla comune liberazione, la quale, secondo me, sarebbesi ottenuta meglio se fossero stati tutti su questa spiaggia. Ma ad un tempo gli esposi con franchezza la mia paura che si portassero male con me, e mi tradissero se mi fossi posto troppo alla cieca nelle loro mani; perchè la gratitudine non e la virtù più inerente alla natura dell'uomo, che non sempre misura tanto le proprie azioni su i benefizi avuti quanto su quelli che aspetta ancora. Non gli tacqui che sarebbe stata cosa ben dolorosa per me, se dopo essermi fatto stromento di loro salvezza, mi avessero reso lor prigioniero e condotto nella Nuova Spagna, ove un Inglese, o caso o necessità vel portasse, era sicuro di essere sagrificato. Da vero avrei preferito l'essere consegnato ai selvaggi e divorato vivo da questi al cadere nelle spietate unghie dei famigli dell'Inquisizione e di quel barbaro tribunale. Del resto poi e prescindendo da questo timore, io era persuaso che se gli avessi avuti tutti nella mia isola, con l'aiuto di tante braccia non mi sarebbe stato difficile il costruire un naviglio ampio abbastanza per trasportarne quanti eravamo o alle rive meridionali del Brasile o alle isole e coste settentrionali della Nuova Spagna.
‒ “Ma, replicai, non vorrei che, quando avessi posto l'armi nelle loro mani, il mio guiderdone fosse condurmi per forza fra i miei nemici, esserne maltrattato e vedermi ad un più tristo caso di prima.
‒ La loro condizione e sì miserabile, e la sentono tanto, mi rispos'egli col massimo candore e con tutta ingenuità, che inorridirebbero, credo io, all'idea di pagar d'ingratitudine un uomo adoperatosi per la loro salvezza. Se lo approvate, anderò a trovarli in compagnia del vecchio selvaggio; spiegherò ad essi le cose, poi tornerò qui con la loro risposta; ma sol dopo avermi fatto dare solenne parola che si metteranno sotto i vostri ordini, riconoscendovi per loro capitano e comandante; e voglio giurino sul santissimo sacramento e su i santi Vangeli di esservi fedeli e di venire con voi in quel paese cristiano ove vorrete andare, non in verun altro, e di lasciarsi regolare affatto dalla vostra volontà sinchè sieno sbarcati sani e salvi a quella terra che additerete; del patto che faranno con voi, mi renderò sicurtà io medesimo. Anzi sarò il primo a darvi giuramento che non mi staccherò mai dal vostro fianco per tutta la vita, semprechè voi non disponiate diversamente. Se mai avvenisse che i miei compagni vi mancassero di fede, difenderò i vostri diritti sinchè mi resterà nelle vene una stilla di sangue. Ma non nascerà un tal caso, perchè que' compagni sono tutti gente ben nata ed onesta; oltrechè, ridotti dal primo all'ultimo, alla più spaventosa miseria, privi d'armi, pressochè ignudi, morti di fame e abbandonati alla discrezione ed alla carità di selvaggi, fuor d'ogni speranza di rivedere più mai la patria loro, potete bene star certo che, se fate tanto d'accingervi a salvarli, viveranno e moriranno per voi”.
Assicurato da queste promesse mi risolvei d'intraprendere, se era possibile, la loro liberazione e di mandare lo Spagnuolo e il vecchio selvaggio a trattare con essi. Ma quando tutte le cose furono allestite per questa partenza, lo Spagnuolo mise in campo un'obbiezione in cui ebbi campo di ravvisare non solamente la sua previdenza, ma ammirarne tanto la lealtà, che dovetti veramente chiamarmi soddisfatto di lui. Laonde, a norma dello stesso suggerimento avutone, m'indussi a differire almeno d'un mezzo anno l'esecuzione del disegno adottato a favore de' suoi compagni. Ecco qual fu la natura di questo suggerimento.
Durante un mese circa ch'egli era rimasto meco, gli avevo lasciato vedere in qual modo con l'aiuto del cielo mi fossi ingegnato di supplire ai bisogni della mia sussistenza. Sapea quindi in guisa da non dubitarne quanto riso avessi in granaio: provigione che, quantunque più che sufficiente per me, ci voleva la più stretta economia perchè bastasse per la mia famiglia or cresciuta al numero di quattro individui. Tanto meno essa avrebbe bastato ai suoi compagni, chè al suo dire ne viveano tuttavia sedici, se fossero capitati tutti ad un tratto. Meno poi ce n'era abbastanza per vettovagliare un vascello se ne avessimo fabbricato uno per veleggiare a quale si fosse stabilimento di colonie cristiane in America. Egli dunque mi disse parergli miglior consiglio s'io permetteva ch'egli e Venerdì e il padre di Venerdì lavorassero e coltivassero uno spazio maggiore, e vi seminassero quanta maggior copia di grano si fosse potuta risparmiare; poi si aspettasse la stagione di un altro ricolto affinchè i nuovi ospiti non capitassero prima che ci fossimo ben provveduti a riceverli.
“Altrimenti, egli diceva, il bisogno potrebbe divenir per essi un fomite di mal umore, nè si starebbero dal pensare in proprio cuore che un tal modo di liberazione fosse stato per essi un torli da un male per farli cadere in un altro. Sapete come i figli d'Israele, ancorchè contentissimi su le prime della loro fuga dall'Egitto, in appresso si ribellassero contro allo stesso Dio che gli avea liberati, quando mancarono di pane nel deserto.»
La sua antiveggenza era sì a tempo, il suo consiglio cotanto saggio, che non potei non abbracciarlo e non esserne grato alla candidezza dell'animo di chi mi pose tali avvertenze dinanzi agli occhi. Ci demmo dunque tutti quattro a vangare indefessamente e fin quanto gli stromenti di legno, ond'eravamo forniti, ce lo permisero. In un mese circa di tempo avevamo già preparato e dissodato tanto terreno, quanto ci volea per seminarci venti moggia d'orzo e sedici orci di riso: tutto quel grano in somma che potemmo risparmiar da semenza. E da vero ce ne rimase appena pel nostro vitto giornaliero in tutti i sei mesi che dovemmo aspettare il nuovo ricolto; dico sei mesi computando entro essi il tempo della semenza messa in disparte, perchè non è da immaginarsi che sotto questi climi ella rimanga in terra sì lungo tempo.
Adesso aveva società quanta potea bastarmi, ed eravamo in sufficiente numero per mandar via ogni paura di selvaggi quando non ne fosse sbarcata una masnada ben grande; laonde giravamo in lungo ed in largo l'isola secondo le occorrenze che ci capitavano. Siccome poi l'idea del nostro prossimo viaggio stava nella mente di tutti, era impossibile che quella dei mezzi d'intraprenderlo sfuggisse un momento dalla mia. Laonde, contrassegnati parecchi alberi che mi sembrarono al caso mio, mandai Venerdì e suo padre ad abbatterli; pregai indi lo Spagnuolo che avevo messo a parte de' miei divisamenti, a vegliare e dirigere il loro lavoro. Dopo aver mostrato ad essi, non senza incredibile disagio, come fossi riuscito a ridurre un grosso albero in semplici assi, dissi loro di fare lo stesso; nè andò guari che erano venuti a capo di farmene circa una dozzina di buona quercia larghe quasi due piedi, lunghe trentacinque braccia e grosse fra i due ed i quattro pollici: vi lascio immaginare che tremenda fatica un tal lavoro costasse.
Nello stesso tempo m'adoperai più che potei ad aumentare il mio ovile di capre domestiche; al qual fine io mandava attorno un dì lo Spagnuolo e il padre di Venerdì, un altro andava io con Venerdì (perchè ci davamo la muta): diligenza che ci fruttò una ventina circa di capretti di più da allevare col restante della greggia; perchè non ammazzavamo mai col moschetto una capra che non procurassimo di salvare i suoi lattanti.
Soprattutto, giunta la stagione della mia vendemmia, feci mettere a seccare al sole sì prodigiosa quantità d'uva, che se fossimo stati ad Alicante ove si fa tanto spaccio di zibibbo, avremmo, cred'io, potato empirne sessanta o ottanta barili. Queste uve che col nostro pane formavano la maggior parte del nostro cibo, erano, ve ne accerto io, un buon mangiare e salubre, perchè nutriscono quanto mai.
Venuto il tempo della mietitura, il nostro ricolto era in buono stato: non dirò il più abbondante ch'io m'abbia fatto nell'isola, ma bastante per corrispondere alle mie mire; perchè di ventidue moggia d'orzo che avevamo seminate, nè tirammo a casa e trebbiammo duecento venti circa; e lo stesso in proporzione si dica del riso: provisione oltre al bisogno del nostro sostentamento quand'anche in quel punto avessi avuti i sedici Spagnuoli sopra la spiaggia; o bastantissima, se fossimo stati lesti per imbarcarci a vettovagliare il nostro legno per condurci in qualunque parte del mondo, intendo dell'America. Poichè avemmo così posto a coperto il nostro ricolto, ci ponemmo a fabbricare molta copia d'arnesi di vimini: vale a dire canestri entro cui custodirlo. Per tal sorta di lavoro lo Spagnuolo mostrava molta destrezza e vocazione, anzi spesse volte mi rimproverava per non avere tratto alcun pro da tale genere di manifattura per farne parapetti e ripari; ma io non ne vedeva il bisogno.
Trovatomi ora ricco di provvigioni per tutti gli ospiti che aspettavo, permisi allo Spagnuolo di trasferirsi nel continente per vedere che cosa si potesse combinare co' sedici che s'era lasciati addietro. Ma gl'ingiunsi strettamente di non condurre con sè verun individuo che si ritirasse dal prestar giuramento, alla presenza di lui e del vecchio selvaggio, di non recare ingiuria alla persona di cui cercavano l'isola: chè sarebbe stato da vero un contraccambiare barbaramente chi avea viscere sì umane per mandarli a prendere a fine di salvarli. Dovevano di più giurare di sostenerne sempre le parti e difenderlo anzi contra ogni attentato d'insubordinazione per parte de' colleghi; di assoggettarsi dovunque andassero ai suoi comandi. Spiegai in oltre la mia intenzione che tutto ciò fosse posto in iscritto e autenticato dalla loro firma. Come poi avrebbero potuto secondarmi in ciò mentre non dovevo ignorare che non avevano nè penne nè inchiostro, fu una obbiezione che in quel momento non venne in mente nè a me nè allo Spagnuolo. Muniti di queste istruzioni, così egli come il vecchio padre di Venerdì salparono entro uno di quei canotti ove si può ben dire che erano venuti (o meglio condotti perchè non si poteano movere) per essere divorati dai selvaggi. Diedi a ciascuno de' due un moschetto provveduto della sua rotella23 e circa otto cariche di polvere e di palle, delle quali cose raccomandai a ciascun di loro far grande parsimonia, e non valersene se non in casi d'urgenza.
Ben cari mi riuscirono tutti questi apparecchi da me praticati per la mia liberazione, siccome i primi di tal genere cui avessi dato opera da ventisette anni e giorni ch'io dimorava quivi. Diedi ai miei due viaggiatori tanta quantità di pane e d'uva secca che bastasse per loro tutto il tempo dell'andata e del ritorno, e sufficiente al rimanente della carovana che doveano condurre, per otto giorni all'incirca. Augurato loro un buon viaggio, li vidi partire, non senza aver preso accordo con essi sul segnale che avrebbero dovuto far sventolare al loro ritorno, affinchè io li riconoscessi ad una certa distanza prima che toccassero la spiaggia. Salparono con vento favorevole in tempo di plenilunio, secondo i miei calcoli in ottobre; ma un esatto registro dei giorni, dopo averlo perduto, non ho potuto raccapezzarlo mai più. Dirò in oltre che nemmeno il conto degli anni lo avea tenuto con tal precisione da poter essere certo che andasse bene; ma in appresso ebbi modo di verificarlo, e vidi che in quest'ultima parte non avevo sbagliato.
LI. Sbarco inaspettato.
Non era meno di otto giorni da che aspettava l'arrivo di questi ospiti, quando occorse un accidente strano e sì fuor d'ogni previdenza, che forse non ce ne ha mai fatto conoscere l'eguale la storia. Me ne stavo una mattina profondamente addormentato nel mio letto pensile, allorchè venne di tutta corsa Venerdì a destarmi gridando con quanti polmoni aveva:
‒ “Padrone! padrone! quelli venire!”
Saltai su e senza prevedere alcuna sorta di pericoli, mi vestii in fretta, attraversai il mio boschetto che intanto era salito al grado di folta selva; e non pensando, come dissi, a pericoli ero venuto senz'armi, cosa insolita in me. Qual non fu la mia sorpresa allorchè vôlti gli occhi al mare vidi tosto alla distanza circa di una lega e mezzo una barca che con una di quelle vele chiamate spalla di castrato e protetta da favorevole vento si dirigeva alla spiaggia, e notai subito che non parea venisse dal punto ove il continente giacea, ma da rimpetto la punta più meridionale dell'isola. Vedute le quali cose, chiamai Venerdì ordinandogli di tenersi celato, perchè quelli là non erano la gente aspettata da noi, nè potevamo sapere se fossero amici o nemici.
Andato immantinente a prendere il mio cannocchiale per vedere che cosa dovessi pensare di coloro, e tratta fuori la mia scala a mano, salii la cima del monte, come solevo ogni qual volta occorreva cosa che mi mettesse in sospetto, perchè da quell'eminenza io dominava a mio modo gli oggetti, senza timore di essere scoperto. Situatomi appena su quella sommità, potei perfettamente discernere un vascello all'áncora distante circa due leghe e mezzo da me, ma non più d'una e mezzo dal sud-est (scirocco) della spiaggia. Secondo le mie osservazioni, il vascello doveva essere inglese e uno scappavia parimente inglese la barca.
Non so esprimere il genere di confusione in cui mi trovai. Per una parte il contento di vedere una nave, ed una nave ch'io aveva ragione di credere fornita di miei propri concittadini e per conseguenza amici, era tanto che non mi sento capace di descriverlo; ma d'altra parte certi sinistri presentimenti che non so spiegare donde venissero, mi giravano in capo, e mi diceano di stare all'erta. Prima di tutto andavo ruminando in mia testa, qual razza di faccende potesse condurre una nave inglese in questa parte del mondo, ove, nè andando nè tornando, gl'Inglesi non avevano alcuna sorta di traffico. Sapevo d'altronde non essere occorse burrasche o altri disastri di mare che li costringessero a cercar quivi un riparo; dalle quali cose argomentava che se erano Inglesi, probabilmente non erano qui con buon disegno, e che valea meglio per me il continuare nella vita di prima del cadere in mano di ladri o d'assassini.
Ch'uom non disprezzi tali segreti cenni o presentimenti che gli vengono dati allorchè tutti i calcoli della sua ragione gli dicono che non v'è realtà di pericolo da temersi. Sono essi (e pochi, cred'io, che abbiano fatta qualche osservazione su le cose, me lo negheranno), sono essi certe manifestazioni del mondo invisibile derivate a noi da un consorzio degli spiriti, non ne è lecito il dubitarne. E se queste intendono a salvarci dai mali che ne sovrastano, perchè non le supporremo noi venute da qualche ente amico (o sia l'ente supremo, o qualche essere a lui subordinato, ciò non fa nulla) e comunicateci per nostro bene?
L'evento attuale mi confermò pienamente l'aggiustatezza di questo ragionamento; perchè se non m'avessero posto in guardia questi segreti avvertimenti, venissero poi di dove venissero, sarei stato inevitabilmente perduto ed in condizione ben più trista di prima, come siete subito per convincervene.
Non rimasi lungo tempo su quella cima prima di vedere la barca avvicinarsi al lido come in cerca di una cala ove gettar l'áncora, e donde effettuare uno sbarco. Fortunatamente non era venuta innanzi abbastanza che chi vi stava entro s'accorgesse della darsena ch'io m'era poco prima costrutta pel mio navilio; onde cercò spiaggia un miglio e mezzo lontano da me; altrimenti ne avrei avuta alla porta di casa, come si suol dire, la ciurma che m'avrebbe smantellato il mio castello e svaligiato del tutto. Sbarcati che furono, compresi ottimamente che erano Inglesi, almeno la maggior parte, perchè distinsi fra coloro uno o due Olandesi, ma ciò conta poco. Contai che erano undici in tutto, tre de' quali disarmati e, a quanto sembrommi in quel momento, legati e, che, quando quattro o cinque della banda furono saltati a terra, tirarono fuori della barca i tre che ho indicati in condizione di prigionieri. Uno di questi tre facea gesti di preghiera, di dolore, di una disperazione fin sorprendente; gli altri due, a quanto potei discernere, sollevavano talvolta le mani al cielo, e parevano afflitti sì, ma non al grado delprimo. Non so dirvi qual fosse la confusione delle mie idee a simile vista; nè capivo il significato di tutto ciò. Venerdì si credea di capirlo, perchè mi si volse tosto esclamando:
‒ “Ah padrone! voi vedere che uomi inglesi mangiar prigionieri come uomi selvaggi!
‒ Oibò, Venerdì! V'immaginereste forse che quelli là volessero mangiare gli uomini caduti in loro potere?
‒ Sì; volerli mangiare.
‒ No, gli risposi. Ho ben paura che li vogliano assassinare; ma state certo che non li mangeranno”.
In tutto questo tempo non mi ero dato alcun pensiere per indovinare lo stato reale delle cose: non facevo altro che tremare, inorridito alla vista di quello spettacolo, e aspettandomi da un istante all'altro che i tre prigionieri venissero trucidati. Anzi una volta vedendo uno de' malandrini alzare il braccio armato di lungo stilo o spada sopra uno di que' tre poveretti, e credendo che non indugerebbe un minuto a vibrare il colpo, mi si congelò il sangue di raccapriccio in tutte le vene. Ben m'auguravo di cuore in quel punto lo Spagnuolo e il vecchio selvaggio andatosene in sua compagnia, o di trovar qualche via per giungere inosservato alla distanza di un tiro di schioppo da quel luogo e liberare le povere vittime; perchè notai che i mascalzoni non avevano armi da fuoco con loro; ma il caso presente mi suggeriva alla mente altri espedienti.
Dopo i brutali modi usati da que' cialtroni ai lor prigionieri, notai che si sparpagliarono attorno, come se avessero intenzione di visitare il paese, e che gli altri tre rimasero in libertà d'andare ove avessero voluto. Ciò non ostante restavano seduti su lo stesso luogo meditabondi e con tutti i più manifesti segni della disperazione. Ciò ricordavami il primo istante del mio naufragio su questo lido: onde cominciai a riflettere sopra me stesso; a ricordarmi come anch'io mi fossi dato per perduto; come girassi gli occhi stralunati all'intorno; quali tremende paure m'incalzassero; come quella di essere divorato dalle fiere mi facesse scegliere a stanza un albero per tutta una notte.
Que' poveri sfortunati, io pensava, sono nel mio caso d'allora. Io certo non potea menomamente immaginarmi che il soccorso della Providenza mi verrebbe da quel cadavere di naufragata nave donde trassi, poichè i venti e la marea lo ebbero spinto più vicino alla costa, e il mio sostentamento e i conforti di quella mia vita per sì lungo tempo. Così, io diceva fra me, quelli là non sanno quanta certezza abbiano della loro liberazione, come sia ad essi vicina, come realmente si trovino in una condizione di salvezza, mentre appunto si credono irremissibilmente perduti e il caso loro disperato. Tanto poco vediamo dinanzi a noi su questa terra, e tanta ragione abbiamo di essere grati al padrone dell'universo perchè non lascia mai sì compiutamente derelitte le sue creature che nelle circostanze anche le più triste non abbiano alcun che onde ringraziarlo e talvolta sieno più vicine di quanto se lo figurano al porto di loro salvezza; anzi di frequente sono condotte a questo porto da quelle circostanze medesime che pareano fatte per trascinarle alla disperazione.
È a sapersi che l'alta marea era appunto al suo colmo quando costoro sbarcarono nella mia isola, onde mentre or si sbandavano per vedere in che razza di paese fossero venuti, lasciarono inavvedutamente calar tanto il fiotto che venne a secco la barca entro cui doveano rimettersi in viaggio. Aveano posti in questa, perchè gli avvisassero dell'ora di ripartire, due dei loro che, come venni a conoscere più tardi, avendo bevuto un pocolino più d'acquavite che non bisognava, profondamente s'addormentarono. Uno d'essi nondimeno svegliatosi più presto dell'altro, non tardò a vedere che la sua barca era troppo arrenata perchè potesse smoverla da sè solo, onde si diede a chiamare i suoi sbandati compagni che corsero tosto alla barca. Ma ci voleva altro che la forza di tutti loro per metterla di nuovo a galla: quel fondo era sì melmoso, che la barca stava piuttosto che nell'acqua, affondata in una specie di sabbia mobile. Veduto ciò, da veri marinai, gente la meno antiveggente che siavi su la terra, non ci pensarono più, e si diedero un'altra volta a vagare per l'isola. Ne udii un di questi che nell'uscire di barca diceva al suo vicino:
‒ “Stia lì! Che te ne pare Giacomo? Galleggerà al ritorno dell'alta marea”. Le quali parole mi confermarono nella prima supposizione fatta intorno alla patria di que' galantuomini.
In tutto questo tempo ebbi tanta cura di tenermi nascosto che non ardii scostarmi dal mio castello (e quanto ringraziava Dio che fosse così ben munito!) per una maggior distanza della via da farsi per salire al mio osservatorio o faro. Sicuro che non vi volendo meno di dieci ore prima che, col tornare della grossa marea, que' miei ospiti potessero metter di nuovo a galla la loro barca, nel qual tempo sarebbe venuta la sera, mi prefissi d'aspettare quell'ora per vedere con maggior libertà e più da vicino i loro movimenti ed ascoltarne i propositi se ne teneano. Intanto mi apparecchiavo ad una battaglia, come avevo fatto altra volta, con la differenza che sapendo dovere aver che fare con altri nemici, posi in ciò maggiore cautela. Ordinato parimente d'armarsi a Venerdì che era divenuto, grazie ai miei insegnamenti, un eccellente bersagliere, gli diedi tre archibusi, prendendomi per me due moschetti da caccia. V'accerto che vestito della mia formidabile casacca di pelle di capra, coperto il capo del mio berrettone che vi ho già descritto, con la spada senza fodero che mi pendeva dal fianco, due pistole alla cintura, un moschetto per spalla, facevo veramente una figura tremenda.
LII. Colloquio co' prigionieri.
Io divisava dunque, come ho detto, di non rischiar nulla prima dell'imbrunire, ma alle due circa dopo il mezzogiorno, avendo perduti affatto di vista i miei galantuomini che si erano internati vagando nel folto delle boscaglie, dal caldo eccessivo dell'ora argomentai che si fossero sdraiati per dormire. Que' tre poveri sgraziati, angosciati troppo dalla condizione in cui si trovavano per poter prendere sonno di sorta alcuna, cercavano ciò non ostante una specie di riposo seduti all'ombra di un grand'albero lontano a un dipresso un quarto di miglio da me, e fuor di vista, sembrommi, agli autori della loro sventura. Su tal fondamento risolvei di mostrarmi ad essi, onde conoscere una volta lo stato delle cose. M'incamminai tosto nella figura che vi ho descritta, seguendomi ad una buona distanza Venerdì armato come me, ma non quanto me in lampante aspetto di spettro. Feci il possibile per accostarmi loro senza che mi vedessero prima di udirmi parlare, e quando mi credei abbastanza vicino, gridai loro ad alla voce e in lingua spagnuola:
‒ “Nobili signori, chi siete?”
Balzati subito in piè allo strepito che feci, li rese dieci volte più sbalorditi il cattivo stampo della mia figura. Non mi risposero nulla del tutto, ma credei vedere in essi la disposizione di battersela di lì, quando dissi loro in inglese:
‒ “Gentiluomini, non vi smarrite al vedermi. Forse vi sta vicino un amico, quando meno ve lo aspettavate.
‒ Bisognerebbe ben dire che ci fosse mandato direttamente dal cielo, disse gravemente uno dei tre facendomi di cappello, perchè la nostra condizione è oltre ogni limite della possibilità d'aiuto umano.
‒ Mio signore, risposi, tutti i soccorsi vengono dal cielo; ma io non conosco i casi vostri; vorrei che col raccontarmeli mi poneste in grado di aiutarvi. Certo le apparenze mostrano che soggiaciate a gravi sventure. Io vi ho veduti sbarcare, e quando sembrava supplicaste gli uomini brutali che vi avevan in loro potere, notai che un di coloro teneva un'arma sollevata in atto d'uccidervi”.
Il pover'uomo col volto tutto bagnato di lagrime, e guardandomi attonito, mi domandò:
― “Sto io parlando a Dio o ad un uomo? Siete voi un uomo o un angelo?
‒ Non vi mettete di queste idee, gli risposi. Se Dio avesse mandato un angelo per soccorrervi, quest'angelo sarebbe in migliori panni e meglio armato che non mi vedete; pure sbandite da voi la paura, sono un uomo, un Inglese disposto ad assistervi: vedete che ho unicamente un servo; ma abbiamo armi e munizione. Sol raccontatene liberamente in che cosa possiamo giovarvi: il caso vostro quale?
‒ Il nostro caso, signore, è troppo lungo per poterlo narrare per esteso, finchè i nostri assassini rimangono in tanta vicinanza di noi; ma per dir tutto in poco, io era capitano di quel bastimento là: la mia ciurma mi si ammutinò contro; a stento prevalse il partito di non uccidermi, e finalmente mi hanno lanciato su questa spiaggia abbandonata, in compagnia dei due che vedete: l'un d'essi era il mio aiutante, l'altro un passeggiero. Qui non aspettavamo altro che la morte, perchè credevamo questo luogo disabitato, e tuttavia non sappiamo che cosa pensarne.
‒ Dove sono adesso, chies'io, que' cialtroni che v'hanno trattato così?
‒ Stanno giaciuti là in fondo, e m'accennò con la mano una folta boscaglia. Mi trema il cuore per la paura che v'abbiano veduto o udito parlare; in tal caso non la schiviamo di essere ammazzati tutti.
‒ Hanno essi armi da fuoco con loro?
‒ Sol due archibusi, un de' quali lo lasciarono nello scappavia.
‒ Va bene, gli dissi allora. Lasciate a me la cura del rimanente. Vedo che sono ancora tutti addormentati, nè vuol essere cosa difficile l'accopparli tutti. Ma non sarebbe meglio se ci limitassimo a farli nostri prigionieri?”
Mi disse come in quella masnada vi fossero due mascalzoni ai quali non era cosa priva di pericolo l'usar compassione; ma quanto agli altri non dubitava che assicurandosi di loro non si facessero tornare al dovere. Interrogatolo chi fossero i due indegni di misericordia, mi rispose che in quella distanza non li sapeva discernere; ma che, qualunque spedizione io avessi creduto dirigere, egli si metteva affatto sotto i miei ordini.
‒ “Com'è così, soggiunsi, ritiriamoci in luogo ove non possano nè vederci nè udirci, a fine di non destarli, e lì prenderemo altre risoluzioni”.
Prestatosi di tutto buon grado al mio suggerimento, tornò indietro meco fino ad un sito ove la foltezza degli alberi a tutti que' cialtroni ci nascondea.
‒ “Badatemi, signore, così allora gli parlai. Se comprometto me stesso per la vostra salvezza, siete voi disposto a fare due patti con me?”
Non aspettò ch'io gli spiegassi la natura di questi patti per rispondermi che egli e il suo vascello, se veniva ricuperato, si sarebbero posti interamente ed in ogni cosa sotto i miei comandi e la mia direzione; e che se il bastimento non si fosse potuto riavere, egli era pronto a vivere con me e a morire per me in qualunque parte del mondo avessi voluto mandarlo. Lo stesso promisero gli altri due.
‒ “Va bene, diss'io; i miei due patti son questi. Primieramente, finchè rimarrete qui non v'arrogherete mai veruna autorità, e se metto armi in vostra mano le rassegnerete ad ogni mio volere, nè le adoprerete mai in pregiudizio di me o di chi dipende da me in quest'isola, ove durante il vostro soggiorno in essa vi lascerete governare da me; in secondo luogo che se il vostro vascello venisse ad essere ricuperato, trasporterete sovr'esso me ed il mio servitore franchi da spesa”.
Egli mi diede quante sicurezze l'astuzia o la buona fede umana può immaginare per convincermi che avrebbe mantenuti tali patti da lui trovati ragionevoli oltre ogni dire, e che per giunta in tutte le occasioni e finchè fosse rimasto al mondo, m'avrebbe provato di riconoscere come mio dono la propria vita.
‒ “Or bene dunque, diss'io: eccovi tre moschetti con polvere e palle per voi; ditemi adesso, che cosa credete meglio a farsi”.
Rinovatemi tutte quelle manifestazioni di gratitudine ond'era capace, si mostrò risoluto a regolarsi in tutto e per tutto col mio parere. Dopo avergli rappresentata la gravità del rischio che stavamo per affrontare, gli dissi creder io il miglior d'ogni partito quello di far fuoco in massa sovr'essi mentre dormivano; che se poi non rimaneano tutti uccisi alla prima scarica, e i sopravvissuti offrissero di sottomettersi, avremmo potuto a questi usare compassione; ma che intanto bisognava mettersi nelle mani della Providenza per l'esito del primo colpo.
Mi rispose con molta moderazione che, se avesse potuto farne di meno, egli avrebbe veramente rifuggito dall'ucciderli; ma che se avessimo lasciato fuggire que' due incorreggibili, ribaldi dianzi accennatimi siccome gli autori della congiura, costoro, senza dubbio, tornati a bordo del vascello, avrebbero ricondotta addietro l'intera ciurma per distruggerne tutti.
‒ “In tal caso, soggiunsi, la necessità e l'autenticazione legale del mio consiglio, perchè e questa la sola via di salvare le nostre vite”.
Pure vedendo durare in lui la ritrosia allo spargimento del sangue, gli dissi d'innoltrarsi co' suoi compagni e di prendere gli espedienti che allora sarebbergli sembrati i più adatti.
In mezzo a questo discorso udimmo qualcuno di coloro dar segno di esser desto, nè andò guari ne vedemmo due camminare. Chiesi al capitano se fossero quelli i capi della congiura, mi rispose di no.
‒ “Bene, dissi allora, quelli là potete lasciarli fuggire; pare che la Providenza gli abbia svegliati a fine di salvarli. Ora, se gli altri vi sfuggono, è colpa vostra”.
Eccitato da queste parole prese su un dei moschetti che gli avevo dati, e postasi una pistola nella cintura e armati con gli altri due moschetti i suoi due compagni, s'avviò insieme con essi che lo precedevano d'alcuni passi. Un po' di romore fatto da questi svegliò uno di quegli sgraziati, il quale saltato in piedi e voltatosi a guardar chi veniva, gridò agli altri perchè si destassero. Ma allora era troppo tardi, perchè il suo grido fu contemporaneo al fuoco fatto su loro da due moschetti, chè il capitano non senza consiglio tenne in ozio la propria arma. I suoi compagni avendo riconosciuti i due principali capi della trama ne presero si aggiustatamente la mira che un di loro rimase morto di botta, l'altro gravemente ferito potè rizzarsi in piedi urlando e chiedendo aiuto al rimanente della banda. Ma il capitano gli fu addosso dicendogli che non era più in tempo di chiedere aiuto agli uomini; dimandasse piuttosto a Dio il perdono della commessa ribalderia; ciò detto, col calcio dello schioppo gli assettò tal colpo che non parlò più. Lì ne rimanevano tre altri, un de' quali leggermente ferito.
In questo mezzo era arrivato io e, quando costoro se la videro sì brutta, e capirono inutile ogni resistenza, si diedero ad implorare mercede. Il capitano promise di risparmiare le loro vite, semprechè gli avessero data una sicurezza di detestare il tradimento di cui si erano fatti colpevoli, e giurassero di prestargli fedele assistenza nel ricuperare il suo bastimento e nel ricondurlo alla Giammaica donde era partito. Costoro gli fecero quante promesse poteva desiderare, ed egli si prestò volentieri a crederle e a fare loro grazia della vita, al qual perdono io non ostai: sol misi la clausola che dovessero aver legati piedi e mani finchè rimarrebbero nell'isola.
Intanto io mandava Venerdì coll'aiutante del capitano laddove era lo scappavia con ordine d'impossessarsene e di sguarnirlo di remi e vele, com'essi fecero. In questo stesso tempo i due uomini saltati in piedi prima dell'assalto e, che per loro buona fortuna si erano scostati in compagnia di un terzo dalla brigata, eccitati dal frastuono de' moschetti tornavano addietro. All'accorgersi che il capitano dianzi loro prigioniere, era divenuto il loro conquistatore, si sottomisero eglino pure ad esser legati, onde fu compiuta la nostra vittoria.
Rimaneva ora che il capitano ed io ci facessimo la scambievole comunicazione delle nostre avventure. Primo io a raccontargli tutta quanta la mia storia, m'ascoltò con un'attenzione che confinava coll'estasi, massime all'udire in qual portentosa maniera mi trovai provveduto di munizioni e di vettovaglie. E da vero, perchè la mia vita è un'intera raccolta di maraviglie, chi non sarebbe rimasto compreso di stupore com'egli lo fu? Ma quando fu al momento di trasportare dai miei casi ai propri di lui le sue riflessioni, quando pensò che la mia salvezza pareva quasi preordinata per operare la sua, gli sgorgarono copiose lagrime dagli occhi, nè fu più buono per un pezzo a dire una parola.
Quando finalmente non avemmo più nulla a raccontarci de' nostri avvenimenti, condussi lui e i suoi compagni nelle mie stanze ove gl'introdussi per l'ingresso dond'era solito venir fuori, cioè dal tetto, e quivi li ristorai con quelle provisioni che mi trovavo avere, additando loro ad un tempo tutte le industrie da me immaginate per sostentarmi durante la mia lunga, ben lunga dimora in quest'isola. Quanto mostrai, quanto spiegai a questi miei ospiti, li rendea stupefatti. Il capitano soprattutto non la finiva mai d'ammirare la mia fortificazione e l'ingegno di nasconderla ad ogni umano sguardo, mediante una piantagione d'alberi che ebbero venti buoni anni per crescere, e che col favore del clima cresciuti più rapidamente di quanto lo avrebbero fatto nell'Inghilterra, aveano formato un bosco piuttosto rispettabile ed inaccessibile da tutti i lati fuor di quello ove io m'era riservato per mio uso un ingresso tortuoso, che per tutt'altri sarebbe stato un labirinto. Non gli tacqui che se bene fosse qui la mia rocca signorile, avevo ancora, come i principi, la mia casa di villeggiatura, ove io potea ritirarmi ad un'occorrenza, e che gli avrei fatta vedere a suo tempo.
‒ “Ma per ora, soggiunsi, non dobbiamo intertenerci d'altro che del modo di ricuperare il vostro bastimento.
‒ Gli è quanto desidererei ancor io, qui soggiunse. Ma per arrivare a questo intento non so da vero che cappello mettermi. In quel bastimento là, vedete! vi stanno ventisei mariuoli, i quali dopo essersi impacciati in questa maladetta congiura, sanno benissimo di venir considerati dalla legge siccome rei di delitto capitale, onde la disperazione li farà ostinati nel condurre a termine il male che hanno principiato. Capiscono troppo bene che, se si lasciano soggiogare, gli aspetta la forca o in Inghilterra o nella prima colonia inglese ove si approdasse. Non è dunque sano partito per noi, che siamo sì in pochi, quello di assalirli”.
Mi diedi per qualche tempo a pensare su questo discorso che trovai sensatissimo; ma d'altra parte bisognava risolversi a qualche cosa: fosse poi studiare un'astuzia per sorprendere i nemici a bordo del bastimento, o vero impedire che coloro facessero uno sbarco nell'isola e ne trucidassero tutti. E quest'ultima idea ne chiamò un'altra alla mia mente.
‒ “Mentre stiamo qui non facendo nulla, diss'io al capitano, la ciurma del vostro vascello, maravigliata di non veder tornare i compagni, manderà una nuova banda con l'altra scialuppa del bastimento alla spiaggia. Questa nuova banda probabilmente sarà meglio armata della prima e troppo forte da poterle resistere.
‒ Avete ragione” il capitano mi rispondeva.
Gli dissi intanto che la prima cosa da farsi era quella di sguarnire e rendere inabile a galleggiare la scialuppa che avevano condotto qui i primi arrivati, affinchè gli altri del bastimento non potessero più portarsela via. Detto fatto! Venuti alla scialuppa ne levammo l'armi che v'erano state lasciate entro, e quant'altre minutaglie vi ritrovammo; cioè un fiaschetto d'acquavite, uno di rum, una piccola provisione di biscotto, un fiaschetto di polvere, un gran pane di zucchero del peso di cinque libbre, avvolto in un pezzo di canovaccio, tutte cose capitate in buon punto per me, massime l'acquavite e lo zucchero, di cui non vedeva da molti anni il vestigio. I remi, l'albero, la vela, il timone erano già stati levati via prima, come è detto altrove. Portato tutto ciò alla spiaggia aprimmo un gran buco nel fondo della scialuppa acciocchè se fossero venuti in tal forza da non aver noi miglior riparo del tenerci nascosti, non riacquistassero almeno quella barca. Veramente, per dir le cose come sono, la mia fiducia di ricuperare il bastimento non era grandissima, mentre per altra parte, se l'avessi almeno vinta in ciò che gli usurpatori del vascello se ne fossero andati senza riprendere il piccolo legno di cui si tratta, non dubitava punto ch'entr'esso avessimo potuto trasportarci all'isole Sotto-Vento, nel quale tragitto avremmo trovati in via i nostri amici spagnuoli de' quali al certo non m'ero scordato.
LIII. Pronostico avverato.
Dopo avere con molta fatica tirata la scialappa a tanta altezza di spiaggia, che la più grossa marea non avrebbe potuto rimetterla all'acqua, ed assicurati che il foro fattole nel fondo fosse ampio abbastanza da non poterlo ristuccare così su due piedi, ci eravamo seduti su l'erba pensando a quello che ci sarebbe ora tornato meglio di fare. Non andò guari che udimmo uno sparo di cannone sul vascello, e gli vedemmo alzare il segnale che intimava alla scialuppa di tornare a bordo; ma la scialuppa certo non si moveva, e quelli del bastimento ripeterono gli spari di cannone e i segnali. Finalmente quando furono convinti che tutti i loro spari e segnali erano infruttuosi, e che la scialuppa non si movea, vedemmo col soccorso del mio cannocchiale che aveano, com'io lo avea pronosticato, lanciata in mare una seconda scialuppa, la quale veniva inverso alla nostra spiaggia di tutta corsa. Quando questa ci fu più da vicino, potemmo discernere che non vi stavano entro meno di dieci uomini, e che costoro questa volta si erano muniti d'armi assai a dovere.
Poichè il vascello non era più lontano di circa due leghe dalla spiaggia, li vedemmo perfettamente dal primo momento in cui si avviarono, e se ne poterono fin discernere i volti, perchè la marea avendoli portati un po' più del dovere al levante della dirittura che avea presa lo scappavia, remarono rasente la spiaggia per effettuare il loro sbarco nello stesso sito ove gli altri lo aveano fatto. Il capitano dunque potè darmi esatto conto degl'individui che s'avanzavano e dei loro caratteri; tre de' quali, secondo lui piuttosto buoni diavolacci, s'erano lasciati trascinare nella congiura dalla prepotenza degli altri. Ma quanto al guardastiva24 che pareva il capo di quella spedizione, e al resto di ciurma della seconda scialuppa, me li dipinse per fior di cialtroni e fatti accaniti dalla disperazione a persistere nella scellerata impresa già incominciata. A questo punto non mi dissimulò quanta paura avesse che fossimo troppo pochi contro di loro.
‒ “Ma, caro mio, gli risposi sorridendo, uomini ridotti alle nostre circostanze devono passar sopra a qualunque paura. Poichè non v'è immaginabile condizione umana che non sembri migliore di quella in cui ci troviamo ora, sia vita, sia morte, la conseguenza de' tentativi che siamo per intraprendere, sarà sempre una liberazione. Per parte mia almeno ... Ve l'ho già contata la mia vita. Vi pare che sia sparsa di rose? Vi pare che non meriti l'incomodo di essere rischiata per cambiarla in uno stato meno cattivo. Ma dov'e andata a stare, mio capitano, quella vostra fiducia che vi aveva sollevato lo spirito momenti fa, la fiducia ch'io fossi stato preservato dal cielo per operare ora la vostra salvezza? Non mi perdo tanto d'animo io. Guardate! in tutto questo apparato di cose io ne vedo una soltanto che mi dà dispiacere.
‒ Ed è?
‒ Che in tutta quella ciurma vi sieno tre o quattro buoni diavolacci, come avete detto voi, che sarebbero da salvare. Io vorrei in vece che sol tutta la schiuma di canaglia del vostro vascello fosse là in quella scialuppa, e direi che la Providenza divina gli ha cerniti dal restante per darceli tutti nelle mani. Perchè, contate bene su ciò: ognun di loro che approderà a questa spiaggia è cosa nostra e da noi dipenderà il concedergli la vita o dargli la morte secondo i suoi portamenti”.
Nel dir queste parole innalzai tanto la voce, feci una cera sì allegra, che gl'infusi una parte del mio coraggio; onde procedemmo più vigorosamente entrambi a dar que' provvedimenti ch'erano propri di quell'istante.
Fin dal momento che comparve la seconda scialuppa staccatasi dal bastimento, pensammo a separare i prigionieri, e rispetto a ciò veramente disponemmo con sicurezza le cose. Due di costoro, de' quali il capitano si fidava men che degli altri li mandai, scortati da Venerdì e da uno de' miei liberati ospiti, alla mia caverna ove erano in bastante lontananza e fuor del caso di esser uditi e scoperti o di trovar la via d'uscire da que' boschi, se fossero giunti a liberarsi da sè medesimi. Furono lasciati legati in quel fondo, ma non privi di provisione, oltrechè fu promesso loro, che se continuavano a mantenersi tranquilli, sarebbero posti in libertà fra un giorno o due, ma ad un tempo vennero minacciati che, sol che si fossero provati a tentare una fuga, sarebbero stati messi a morte irremissibilmente. Promisero a quanto apparve di buona fede che avrebbero sopportato con rassegnazione il loro confino; anzi si mostrarono grati a Venerdì che li trattò con dolcezza, e lasciò loro e provisioni e luce, cioè candele quali noi ce le eravamo fatte per un ulteriore conforto. C'era per noi una sicurezza di più; credettero che Venerdì stesse continuamente all'ingresso della caverna per fare ad essi la guardia.
Gli altri prigionieri furono trattati meglio. A due di questi per verità si lasciarono legate le braccia perchè il capitano non si rischiava ancora a fidarsi interamente di loro; ma, presi gli altri due al mio servigio dietro raccomandazione del capitano medesimo, ebbi per buono il solenne loro giuramento di esserci fedeli in vita ed in morte. Computati i tre miei onesti ospiti, eravamo sette uomini armati; nè dubitai che non fossimo capaci di far fronte ai dieci, tanto più che sapevo dal capitano stesso esservi fra i dieci tre individui non di mala indole.
Appena giunti laddove era approdata l'altra scialuppa, i nuovi arrivati presero terra tirandosi dietro a rimorchio la propria, il che vidi con molto piacere; perchè avevo avuto grande timore che la mettessero piuttosto all'áncora in qualche distanza dal lido lasciandovi entro alcuni uomini che la guardassero e togliendoci così il modo d'impadronircene. Toccata la spiaggia, fu lor prima cura il correre tutti all'altra scialuppa, e si diede facilmente a conoscere il loro stupore al trovarla sguernita affatto e con un gran buco nel fondo, com'è già stato detto.
Dopo aver meditato alcun poco su ciò, misero non so quanti potentissimi gridi, adoperandovi tutta la forza de' loro polmoni per provare a farsi udire dai loro compagni. Allora serratisi tutti in circolo, spararono i loro moschetti, e certo ne udimmo il fragore noi, e lo ripetè ogni eco delle selve all'intorno; ma fu tutt'uno per loro. Nè i prigionieri della caverna poteano sentirli, nè quelli che avevamo in custodia noi, ancorchè li sentissero bastantemente, si attentarono a dar veruna risposta. Sbalestrati, fatti attoniti oltre ogni dire da questo incidente, come lo sapemmo da loro stessi più tardi, presero la risoluzione di tornare a bordo del loro vascello e narrare che i loro compagni erano stati tutti trucidati e smantellata la scialuppa. In fatti, lanciata tosto nuovamente all'acqua la propria, ci saltarono tutti a bordo.
Rimase ben sorpreso e sconcertato il capitano a tal vista, perchè nemmen'egli dubitò che costoro tornerebbero un'altra volta a bordo del vascello, e che tutti di concerto mettendo per perduti i loro compagni darebbero altrove le vele; la qual cosa gli rincresceva assai, perchè lo privava delle speranze testè concepite di riavere il suo bastimento. Non andò guari che dovette affliggersi per tutt'altro motivo.
Si erano scostati ben poco dalla riva quando li vedemmo tornare alla spiaggia, ma con un nuovo proposito che sembrò avessero combinato fra loro da stare in barca: quello cioè di lasciare tre uomini in custodia della scialuppa, intantochè girerebbero attorno al paese in cerca degli smarriti compagni. Fu questo un grave sconcerto per noi, perchè adesso non sapevamo più che farne, e il poterci anche impadronire de' sette uomini sbarcati non era un vantaggio per noi se ci lasciavamo sfuggire la scialuppa; e certo i tre uomini posti a guardarla non avrebbero mancato in tal caso di portarsi a bordo del vascello, che avrebbe salpato e date le vele, e addio nostre speranze di ricuperarlo più mai! Pure non avevamo altro rimedio fuor dell'aspettare e vedere qual suggerimento ci potesse venire dall'esito delle cose o in una maniera o nell'altra.
Poichè i sette uomini furono sbarcati, i tre lasciati nella scialuppa la spinsero ad una buona distanza dalla spiaggia, e colà gettarono l'áncora per aspettare i compagni. Quanto ai tre della barca, ne parea dunque tolta ogni speranza di raggiugnerli.
Quelli della spiaggia, tenendosi in serrato drappello, si avanzavano verso l'altura del piccolo poggio sotto cui giacea la mia abitazione, onde li vedevamo pienamente, benchè eglino non potessero veder noi. Noi avremmo desiderato, o che ci venissero a tiro tanto da far fuoco sovr'essi, o che andassero più lontani per lasciarci spazio più aperto. Giunti alla cresta della collina da cui poteano dominare con l'occhio un gran tratto di boschi e valli posti al nord-est (greco), e che formano la parte più bassa dell'isola, si diedero a gridare ed urlare fino al segno di non poterne più. Ma non volendo a quanto sembrava arrischiare di allontanarsi troppo nè dalla spiaggia nè gli uni dagli altri, si posero a sedere sotto un albero per prendere in nuova considerazione le cose. Se avessero stimato bene di portarsi a quell'ombra per dormire, come avea fatto la prima banda, ci avrebbero reso un bel servigio, ma troppo erano pieni di paura per avventurarsi a dormire, ancorchè finora non sapessero qual fosse il pericolo che dovevano temere.
Il capitano mi fece una proposta molto giudiziosa. Gli sembrava cosa assai probabile che costoro avrebbero tornato a sparare i loro moschetti per veder pure di farsi udire dai compagni. Egli consigliava dunque di esser pronti, se accadea questa scarica generate, a fare una sortita d'assalto sovressi. Presi così alla sprovvista si sarebbero certamente arresi, ed avremmo per parte nostra evitato ogni spargimento di sangue. Mi piacque la proposta, semprechè per altro ci fossimo trovati in vicinanza bastante per poterli assalire prima che tornassero a caricare i loro moschetti. Ma il caso preveduto dal capitano non s'avverò, e noi rimanemmo lungo tempo ancora senza sapere che cosa risolvere.
Finalmente dissi agli amici ch'io non credeva ci fosse nulla da fare sino alla notte; e che, se in quell'ora non fossero tornati alla scialuppa, avremmo forse potuto trovar modo di metterci tra loro e la spiaggia, e inventare chi sa? qualche astuzia, per far sì che i tre della scialuppa ci venissero anch'essi.
LIV. Stratagemma riuscito.
Era un bel pezzo che aspettavamo, e non senza grande impazienza e rincrescimento, che si levassero di lì, quando finalmente li vedemmo tutti dopo una lunga consulta saltare in piedi e avviarsi alla volta del mare. Parea gl'investisse sì tremendamente il timore de' pericoli del luogo ove stavano, da non dover essi prendere altra risoluzione che quella di tornare nuovamente a bordo del vascello, di dare per perduti i compagni, dietro la qual notizia il bastimento avrebbe continuato il suo viaggio.
Io almeno, appena li vidi volgersi al mare, credei, e c'indovinai, che stanchi di questa inutile e paurosa ricerca, non ne volesser saper altro e si disponessero a battersela. Detto ciò al capitano, fu presto ad impressionarsene anche lui e ad esserne costernato come di cosa che gli troncava di botto ogni concepita speranza; ma, senza smarrirmi per questo, divisai tantosto per farli tornare addietro uno stratagemma che andò a colpire perfettamente nel segno.
Diedi le mie istruzioni a Venerdì e all'aiutante del capitano di portarsi verso la piccola calanca di ponente presso al luogo ove i selvaggi sbarcarono quando Venerdì fu riscattato da morte; troverebbero una picciola altura distante un mezzo miglio circa di lì.
‒ “Salitela, dissi loro, e di là mettetevi a gridare con quanta voce avete e tanto che i malandrini possano udirvi. Appena costoro vi risponderanno, voi ripetete le vostre grida. Stabilita questa corrispondenza di voci la continuerete senza lasciarvi vedere e nel tempo stesso prenderete tal giravolta che li conduca ben in dentro nell'isola e in mezzo ai boschi più che è possibile; poi per quegli scorciatoi che vi additerò tornerete a trovarci”.
Il tutto fu adempiuto a norma delle mie intenzioni, e i nostri mariuoli stavano appunto per entrare nella scialuppa, quando Venerdì e l'aiutante si diedero a mettere i loro gridi. Gli udirono coloro, e contraccambiandoli cominciarono a correre lungo la spiaggia verso la parte donde le voci venivano, e corsero fintantochè furono d'improvviso fermati dalla calanca che, essendo alta l'acqua, non potevano attraversare con le loro gambe. Allora gridarono a quei della scialuppa che li venissero a traghettare com'io me l'era immaginato. La scialuppa venne, ed entrati che vi furono, notai come innoltratasi un buon tratto nella calanca, si fosse introdotta in un braccio d'acqua entro terra che presentava una specie di porto. Usciti allora della scialuppa presero seco uno de' tre uomini posti a guardarla, e lasciatine in essa due soli, la legarono al tronco di un picciolo albero della spiaggia; e qui propriamente io li voleva!
Lasciato che Venerdì e l'aiutante del capitano continuassero la loro bisogna a norma delle mie prescrizioni, e portatici gatton gattone fino al lembo della calanca, sorprendemmo le due sole guardie rimaste alla scialuppa, una di esse che vi stava entro, l'altra giacente sopra la spiaggia. Il secondo cialtrone tra il sonno e la veglia voleva saltare in piede, ma il capitano che mi precedea non gliene diede il tempo, gli fu addosso, e lo finì. Poi gridò all'altro della scialuppa che si arrendesse o era morto.
Non ci volevano grandi argomenti a persuader ciò ad un uomo che si vedea solo contra cinque, e aveva dinanzi agli occhi il suo compagno accoppato; oltrechè costui (anch'egli si chiamava Robinson) era un di quei tre indicatimi dal capitano che s'era messo piuttosto a malincuore nella congiura; onde ne riuscì agevole non solamente l'indurlo a cedere, ma farne in appresso un nostro fedele partigiano.
In questo mezzo Venerdì e l'aiutante del capitano condussero sì bene gli affari loro che a furia di gridare e di farsi rispondere aveano di bosco in bosco, di collina in collina tirati que' galantuomini tanto in dentro dell'isola, che gli aveano orrendamente straccati. Poi quando si credettero certi che coloro non sarebbero più stati in tempo di tornare addietro alla scialuppa prima di notte, li piantarono là; che anche i nostri erano stanchi discretamente, come dovemmo accorgercene, quando tornarono ad unirsi con noi.
Ora non ci restava altro a fare che aspettar l'ora bruna per piombar loro addosso e lavorare al sicuro anche con essi. Corsero parecchie ore da che Venerdì era tornato dalla sua spedizione prima ch'eglino risolvessero d'avviarsi per raggiugnere la scialuppa; e molto prima che ci fossero, udimmo un di loro più innoltrati degli altri gridare ad essi che s'affrettassero, e questi rispondere di non potere correr di più, dolendosi d'essere storpi e rifiniti dai disagi sofferti prima: notizia consolantissima per noi.
Finalmente arrivarono alla scialuppa. È impossibile a dirsi qual fosse la confusione di costoro quando, trovata la scialuppa arrenata alla spiaggia pel calare della marea, s'accorsero de' due compagni spariti. Arrivarono fino a noi le lor voci, quando si diceano l'uno all'altro con flebile accento ch'erano capitati in un'isola incantata; che o era abitata da uomini e questi gli avrebbero trucidati quanti erano; o da demoni e spiriti, e questi gli avrebbero portati via e divorati. Gridarono di nuovo chiamando pe' loro nomi i due compagni che doveano far guardia alla scialuppa; ma nessuna risposta. Poco dopo a debole lume di crepuscolo potemmo vederli correre attorno, far tutte le contorsioni della disperazione, talvolta entrar nella scialuppa per prendere alcun po' di riposo, poi tornare ancor su la spiaggia e girare attorno e di nuovo entrare nella scialuppa, poi fuori: che cosa si facessero non lo sapeano.
I miei avrebbero voluto ch'io permettessi loro di piombare d'improvviso su que' bricconi e coglierli tutti in una volta. Io invece desiderava assalirli con qualche vantaggio, afine di risparmiarli, o almeno ucciderne il minor numero che potessi; soprattutto poi mi stava a cuore di non rischiare la vita de' nostri, perchè coloro erano ben armati. Per ciò solo risolvei d'aspettare per veder se si disgregassero alcun poco; e intanto, a fine di non perderne nessuno, feci avanzare la mia imboscata. Nel tempo stesso dissi al capitano e a Venerdì di andare carpone il ventre ben rasente terra, quatti in modo di non essere nè veduti nè uditi, e di averli a tiro il più che potevano prima di arrischiarsi a far fuoco.
Non erano rimasti in tal postura da quadrupedi lungo tempo, quando il guardastiva, che fu un de' maggiori caporioni dell'ammutinamento, e che or mostravasi il più avvilito e scoraggiato di tutti gli altri, veniva, senza immaginarselo al certo, inverso ad essi con due suoi compagni. Il capitano uditolo parlare e quindi conosciutolo, era si ansioso d'impadronirsi di questo ribaldo ch'ebbe a stento la pazienza d'aspettare d'averlo più vicino per essere sicuro del suo colpo; perchè fin allora udivano la voce di costoro, non li vedeano; pur questa pazienza la ebbe, e quando i mascalzoni furono a tiro di schioppo, il capitano e Venerdì rizzatisi su le proprie gambe spararono. Il guardastiva rimase morto in botta; l'altro, attraversato il corpo da una palla, gli cadde vicino, nè morì che un'ora o due dopo; il terzo prese la fuga.
Appena udito il frastuono della moschetteria, mi feci innanzi con l'intero mio esercito ch'era adesso composto di otto uomini: di me, generalissimo; di Venerdì, mio luogotenente generale; del capitano e de' suoi due compagni; de' tre prigionieri di guerra, di cui lo stesso capitano si fidò tanto, che diedi loro delle armi. Così andammo inverso a costoro: già da vero facea tanto scuro, che non potevano accorgersi del nostro numero. Allora dissi all'uomo che trovammo solo nella scialuppa di chiamarli per nome e di provare se poteva tirarli a parlamento e con ciò forse ad una capitolazione: tentativo che riuscì secondo i miei desiderii. Ma io ben m'avvedeva come nella condizione in cui si trovavano in quel momento i miei galantuomini, non dovea parer vero ad essi di poter capitolare. Robinson dunque (vi ho detto che si nominava così) gridò a tutta voce:
‒ “Tommaso Smith! Tommaso Smith!
‒ Questo qua è Robinson? chiese Tommaso Smith, chè bisogna conoscesse tosto l'altro alla voce.
‒ Propriamente io. Ma per amor di Dio! Tommaso Smith, mettete giù l'armi e arrendetevi, o siete tutti morti.
‒ A chi arrenderci? Ove sono questi ai quali dobbiamo arrenderci?
‒ Sono qui, rispose Robinson. Qui il nostro capitano in fronte a cinquanta uomini sta facendovi la caccia da due ore. Il guardastiva è rimasto ucciso; Guglielmo Fry è ferito; io prigioniero, e se non v'arrendete siete perduti.
‒ Ci daranno dunque quartiere? Tommaso Smith domandò. In tal caso ci arrenderemo.
‒ Andrò e sentirò... semprechè mi promettiate di arrendervi”.
E di fatto venne e ne fece proposta al capitano che rispose forte egli stesso:
‒ “Voi, Tommaso Smith, voi conoscete la mia voce; se deponete l'armi subitamente e vi sottomettete, avrete salve le vite tutti, eccetto Guglielmo Atkins”.
Guglielmo Atkins che era lì gridò tosto:
‒ “Per l'amor di Dio, capitano, datemi quartiere! Che cosa ho fatto io peggio degli altri? Sono stati tutti colpevoli come me”.
La qual cosa, per parentesi, non era vera; perchè sembra fosse Guglielmo Atkins il primo ad impadronirsi del capitano quando comincio la ribellione, e quello ancora che si comporto più tristamente verso di lui col legarne le mani e volgergli male parole. Ciò non ostante il capitano gli disse che doveva metter giù l'armi a discrezione e fidarsi nella misericordia del governatore; con che s'intendeva indicar me, perchè ognuno lì mi chiamava governatore.
In una parola, tutti misero giù l'armi, e supplicarono per le loro vite. Io mandai l'uomo che avea parlamentato con essi e due altri, che li legarono tutti. Allora il mio grande esercito di cinquanta uomini, che si riducevano ad otto (compresi, notate! i due prigionieri) andò ad impadronirsi degli uomini legati e della scialuppa. Io solo per allora mi tenni celato in disparte con uno de' miei, e ciò per ragioni di stato.
LV. Ricuperazione del bastimento.
I nostri pensieri or dovevano volgersi al rassettamento della scialuppa sguarnita ed alla ricuperazione del vascello.
Il capitano intanto ebbe tempo di parlare a costoro, di rinfacciare ad essi la ribalderia e l'infamia del loro divisamento che, senza dubbio, gli avrebbe in fin del conto condotti d'abisso in abisso, di miseria in miseria, e probabilmente al patibolo.
Mostratisi tutti pentiti da vero, non facevano altro che supplicare per le proprie vite; intorno a che rispose loro:
‒ “Non siete miei prigionieri, ma bensì del governatore dell'isola. Voi v'immaginaste d'avermi gettato in una spiaggia ignuda e deserta; ma è piaciuto a Dio che capitaste invece in un'isola abitata, il cui governatore per soprappiù è un Inglese. Potrebbe farvi impiccar tutti, se lo volesse; ma poichè vi ha dato quartiere, suppongo che vi manderà in Inghilterra, ove avrete che fare co' tribunali, e sarete trattati come lo comporterà la giustizia. Da questa disposizione è eccettuato Guglielmo Atkins al quale devo dire per parte dello stesso governatore di prepararsi alla morte, perchè sarà impiccalo domani mattina”.
Benchè tutto ciò fosse meramente una finta del capitano, ebb'essa quel miglior effetto che si potesse desiderare. Atkins gettatosegli ai piedi, lo supplicò ad intercedere per lui dal governatore che gli concedesse in dono la vita; gli altri fecero gli stessi atti e supplicazioni per non essere mandati nell'Inghilterra.
In questo mezzo mi nacque il pensiere che il tempo della nostra liberazione fosse veramente venuto e che non sarebbe difficile l'indurre que' bricconi caduti in nostro potere a divenire i migliori e più spontanei nostri cooperatori nella ricuperazione del bastimento. Tenutomi sempre in disparte e all'oscuro, perchè non vedessero che razza di governatore avevano, chiamai a me il capitano; ma feci tal voce come se lo chiamassi da una grande distanza, ed intanto un de' miei che per mio ordine si fingeva più vicino, replicò la mia chiamata:
‒ “Signor capitano, il signor governatore domanda di voi.
‒ Dite a sua eccellenza, che vengo subito”, fu presto a rispondere il capitano: cosa che li mantenne sempre più perfettamente nel loro inganno, perchè si persuasero che il governatore fosse in certa distanza co' suoi cinquanta uomini.
Non appena questi mi fu da presso, gli partecipai il disegno da me concepito per ricuperare il vascello, disegno che gli andò a sangue non vi so dir quanto, onde risolvè mandarlo ad effetto nella seguente mattina. Ma per mettere in ciò più arte e meglio assicurarci del buon successo, gli dissi che bisognava separare i prigionieri, e che per conseguenza andasse a prender Atkins e due di quelli da lui conosciuti per più tristi e li mandasse alla caverna co' prigionieri della prima muta. Ebbero l'incarico di tale esecuzione Venerdì e i due compagni del capitano. Questi tre pertanto vennero condotti nella caverna, come se fosse la prigione loro assegnata, e da vero era un tristo malauguroso carcere, massime per uomini ridotti alla loro posizione. Ordinai che gli altri fossero condotti a quella ch'io chiamava mia casa di villeggiatura e che vi ho già ampiamente descritta; e poichè questa era munita di palizzata ed essi legati, lo trovai un luogo d'arresto bastantemente sicuro, tanto più che a fare i matti ci doveano pensare anche loro.
Nella successiva mattina feci che il capitano andasse a negoziare con questi ultimi; in una parola a scandagliarli per venirmi a riferire in appresso se c'era da fidarsi o no nella loro cooperazione per ripigliare di sorpresa il bastimento. Di fatto egli parlò loro dell'infame azione fatta contro di lui e del tristo stato a cui questa gli aveva condotti; perchè, se bene il governatore avesse dato ad essi quartiere in quanto spettava al fatto presente, se venivano spediti in catena nell'Inghilterra, non la schivavano di morire impiccati. Qui soggiunse che se gli avessero voluto prestare l'opera loro nel così giusto tentativo di ricuperare il vascello, avrebbe fatto tanto d'ottenere dal governatore la promessa del loro perdono.
Ognuno può congetturare come una simil proposta venisse accolta da uomini che si trovavano in tal caso siccome il loro: gettatisigli a' piedi, promisero co' più energici giuramenti che gli sarebbero fedeli sino allo spargimento dell'ultima stilla del loro sangue, che avrebbero eternamente riconosciuta la propria vita da lui, tutti pronti a seguirlo in capo al mondo, a riguardarlo come loro padre sinchè fossero vissuti.
‒ “Bene, disse il capitano, andrò a far noti al governatore questi vostri propositi e vedrò se mi riesce indurlo ad acconsentire”.
Effettivamente, datomi conto delle disposizioni scoperte in essi, soggiunse che veramente credea sincere le promesse di costoro.
‒ “Ad ogni modo, io gli dissi, per essere più sicuri, fate così. Tornate a trovarli e dite loro che, se bene, come devono vederlo, voi non manchiate d'uomini, pur volete sceglier cinque di essi e servirvene per assistere alla vostra impresa; ma che intanto il governatore terrebbe i due primi loro compagni e i tre ultimi mandati nelle carceri del castello (che erano poi la mia caverna) siccome ostaggi della fedeltà degli altri cinque, alla quale se questi mancassero, i cinque ostaggi sarebbero impiccati per il collo a cinque forche del porto, e lasciati là finchè fossero morti”.
Oh! ciò parve loro una grande severità, quando il capitano andò a sostenere questa parte con essi, e furono convinti che questo governatore non burlava. Pure non restava ad essi miglior partito dell'accettare un tal patto; e divenne ora un affar serio ugualmente pel capitano e pei cinque ostaggi il persuadere ai cinque della spedizione che si guardassero dal mancare alla data fede.
Ecco qual era l'ammontare delle nostre forze per questa spedizione:
1. Il capitano, il suo aiutante e il passeggiero;
2. Due prigionieri della prima banda, da me posti in libertà e forniti d'armi dietro la descrizione del loro carattere fattami dal capitano;
3. Gli altri due che aveva finora tenuti in ceppi nel mio frascato, ma or lasciati liberi per intercessione del capitano.
4. I cinque posti in libertà ultimamente; che in tutto formavano una forza di dodici uomini, non compresi i cinque tenuti siccome ostaggi nella caverna.
Chiesi al capitano s'egli credea d'avventurarsi con questa gente all'arrembaggio del vascello; perchè quanto a me e al servo mio Venerdì, non pensai ne convenisse il moverci dall'isola ove ne rimanevano sette uomini da guardare. Era ben bastante briga per noi il tenerli disgiunti e provedere al giornaliero lor vitto; quanto ai cinque della caverna, trovai opportuno il lasciarli legati. Venerdì per altro andava a visitarli due volte per giorno e a somministrar loro quanto ad essi poteva occorrere; e le provisioni le facevo portare dagli altri due ad una certa distanza, ove Venerdì veniva a levarle.
Quando mi mostrai ai due primi ostaggi, era meco il capitano che mi annunziò loro come l'impiegato che avea l'ordine del governatore di vegliare sovr'essi. Aggiunse essere volontà di sua eccellenza che non andassero in verun luogo senza mia licenza; che se lo avessero fatto, sarebbero stati condotti nel castello e messi in ceppi. Così dunque non mi essendo mai mostrato ad essi come governatore, mi credevano un'altra persona, e ad ogni occasione tiravo a mano il governatore, il castello, la sua guarnigione.
Il capitano non era più rattenuto da altri indugi fuor quello di allestire le due scialuppe, ristuccare cioè il forame fatto nell'una, entrambe guarnirle e fornirle d'uomini. Postine quattro nella prima, ne diede il comando a quel de' suoi due compagni che era passeggiero nel vascello, egli col suo aiutante e cinque altri uomini entrarono nell'altro, e spedirono sì bene le loro faccende che a mezzanotte in circa erano nell'acque del bastimento. Appena gli furono a portata di voce, Robinson, giusta l'ordine avuto dal capitano, ne salutò i marinai e disse come avesse ricondotta la scialuppa e la gente della prima spedizione, ma che ci era voluto gran tempo prima di rinvenirli, ed altre ciance simili atte a tenerli a bada finchè fossero al fianco del bastimento. Il capitano e il suo aiutante primi a saltarvi entro, accopparono immantinente co' calci de' moschetti il secondo aiutante ed il carpentiere; poi ben secondati da tutti quelli del loro seguito, si assicurarono del ponte e del cassero; indi si diedero a chiudere i boccaporti, perchè quelli che erano nel fondo del vascello non potessero salire. Intanto l'altra scialuppa e la sua ciurma entrata dalla parte delle catene delle sarte, s'impadronì del castello di prua e della piccola boccaporta che metteva nella cucina, facendo lor prigionieri tre uomini ivi trovati.
Così disposte ed assicurate le cose tutte sul ponte, il capitano ordinò all'aiutante di prender seco tre uomini e forzare la camera del consiglio (round-gouse) ove stava il ribelle capitano apparecchiandosi alla difesa. Costui, pigliate quant'armi da fuoco gli capitarono fra le mani le distribuì a due uomini e ad un mozzo che erano nella stanza; poi quando l'aiutante accompagnato dalla sua banda ne spalancò la porta, fece arditamente fuoco in mezzo agli assalitori; onde una palla di moschetto ne ferì due e ruppe un braccio all'aiutante, ma non uccise nessuno. Questi nondimeno, mal concio come era, e gridando per nuovi rinforzi, andò innanzi e scaricata una pistola sul nuovo capitano, la palla gli entrò per la bocca e gli uscì fuor d'un orecchio sì bene, che d'allora in poi non ha parlato mai più. Veduto ciò, tutti gli altri s'arresero ed il vascello tornò al primo padrone senza che altre vite venissero compromesse.
Nè andò guari che il capitano comandò si sparassero sette cannoni, segnale convenuto meco per farmi arrivare la notizia del buon successo. Io, senza andare a letto in quella sera, stetti seduto su la spiaggia in espettazione di questo segnale, e vi lascio pensare se non mi giunse gradito.
Dopo di ciò andai a coricarmi, ed essendo stata quella una giornata di grande fatica per me, dormii profondissimamente tutta la notte, finchè sul far del giorno non mi svegliò un colpo di cannone che allora mi fece qualche sorpresa. Saltato già dal letto, udivo gridare: Governatore! governatore! e riconobbi tosto la voce del capitano che mi chiamava dalla cima del monte della mia fortezza. Salitovi tosto anch'io, egli mi abbracciava additandomi il bastimento.
‒ “Mio amico e liberatore, egli dicea, è il vostro vascello, perchè è tutto vostro, e vostri siam noi e vostro quanto ad esso appartiene”.
Mi voltai a guardare il bastimento che galleggiava ad una distanza poco più d'un mezzo miglio dalla spiaggia; perchè appena il capitano ne fu tornato padrone diede le vele, ed essendo propizio il vento, lo fece venire all'áncora di fronte alla bocca della piccola darsena a voi nota; poi postosi entro il suo scappavia venne col favore dell'alta marea sino alla famosa calanca, ove feci capo una volta con le mie zattere, perlochè mi sbarcò, può dirsi, dinanzi alla porta.
Poco mancò non cadessi in deliquio alla beata sorpresa di vedere or posta sì evidentemente nelle mie mani la mia liberazione, spianate tutte le difficoltà ed un ampio bastimento a mia disposizione per andarmene ove mi fosse piaciuto. Su le prime, e per qualche tempo non fui buono di dire una parola, e, tenendomi egli fra le sue braccia, mi ci reggeva di peso, altrimenti sarei caduto. Accortosi di quella mia specie di svenimento, si trasse tosto di tasca una boccetta di acqua cordiale che s'era portata seco ad ogni buon fine, e me ne fece bere alcune sorsate. Sedutomi indi su l'erba, ancorchè queste m'avessero tornato in me stesso, stetti un bel pezzo senza potergli parlare.
In tanto quel pover'uomo estatico anch'egli, se bene d'un'estasi non sì forte come la mia, si giovò d'ogni sorta d'espressioni ed atti amichevoli per ricomporre i miei spiriti e la mia ragione; ma tanta piena di gioia inondavami il petto che spiriti e ragione vi si perdeano. Finalmente la mia esultanza trovò uno sfogo nel pianto ed allora solamente riacquistai la parola. Venuta quindi la mia volta di abbracciarlo e ringraziarlo qual mio liberatore, parlammo e ci rallegrammo l'uno con l'altro. Gli dissi com'io ravvisassi in lui l'uomo inviato dal cielo in mio scampo, perchè la totalità di queste avventure appariva una catena non interrotta di miracoli. Stava in esse una patente prova di quella segreta mano della Providenza che governa il mondo, ed una evidente dimostrazione del come l'occhio dell'Onnipotente possa cercare stromenti di salvezza nel più remoto angolo della terra e mandarli, ovunque gli piaccia, in soccorso d'un infelice. Nè certo dimenticai in tale occasione di sollevare il mio cuore pieno di gratitudine al cielo. Chi avrebbe nel caso mio potuto starsi dal ringraziare colui che non solamente aveva provveduto con modi miracolosi al mio sostentamento in mezzo ad un deserto e nella più desolata delle umane condizioni, ma dal quale, dobbiamo convenirne, può unicamente scaturire ogni liberazione?
Dopo alcuni discorsi seguìti fra noi, mi disse d'avermi menato alcune cose per ristorarmi, quali potea somministrare il suo bastimento, e fin dove era sperabile che ne avesse risparmiate la depredazione dei malandrini statine per sì lungo tempo i padroni. Allora gridò forte a quelli dello scappavia, ordinando loro di portare il donativo destinato al governatore, e da vero era tal donativo, come se io non avessi dovuto salpare di lì in sua compagnia, ma piuttosto continuare a dimorarvi tuttavia. Consistea questo presente primieramente in una cassa di boccette d'acque cordiali, sei fiaschi della capacità di due boccali l'uno di vino di Malaga, due libbre di eccellente tabacco, dodici bei pezzi di manzo e sei di maiale salato, un sacco di legumi e un quintale circa di biscotto. Mi portò in oltre una cassa di zucchero, un'altra di fior di farina, un canestro pieno di limoni, due fiaschi d'agro di cedro e quantità d'altre cose. Ma ciò che mi riuscì mille volte più accetto, fu il dono di sei belle camice nuove, con altrettante bellissime cravatte, di due paia di guanti, d'un paio di scarpe, d'un cappello, di un paio di calze, oltre ad un suo abito compito ch'egli avea portato ben rare volte: in una parola mi vestì da capo a piedi. Non potea farmi più bel regalo, nè che mi capitasse più a proposito; pur volete ridere? Non ho mai provata in vita mia una sensazione così aspra, così incomoda, così disgustosa, come il mettermi indosso questi abbigliamenti dopo tant'anni trascorsi, che me ne faceano parere questa la prima volta.
LVI. Partenza dall'isola.
Terminato ch'ebbi di fare i miei dovuti ringraziamenti, e portati che furono nella mia stanza quegli squisiti regali, cominciammo a consigliarci su quanto ne convenisse fare dei nostri prigionieri; ed era bene un punto degno di essere ponderato: se ne tornasse cioè il pigliarci costoro con noi, massime due di loro che il capitano sapeva essere incorreggibili al massimo grado e capacissimi di recidiva.
‒ “Son tali cialtroni, egli dicea, che benefizio non giova a vincerli. Poi, quand'anche volessi condurli via meco, nol potrei se non tenendoli in ceppi per consegnarli siccome malfattori al tribunale della prima colonia inglese ove ne occorrerebbe approdare”.
Io vedea quanto fosse crucciosa questa idea al capitano, onde gli dissi:
‒ “Se lo giudicaste opportuno, cercherei io d'indurre costoro a chiedervi come una grazia la permissione di rimanere nell'isola.
‒ Gliela concederei di tutto cuore, rispose il capitano.
‒ Bene, manderò a chiamarli e parlerò loro in vostro nome”.
Comandai dunque a Venerdì e ai due ostaggi posti ora in libertà (poichè i loro colleghi aveano mantenuta la loro promessa) di andare alla caverna e, trattine fuori i due prigionieri, condurli legati com'erano alla mia casa di villeggiatura ove gli avrebbero custoditi finch'io fossi giunto per decidere del loro destino.
Comparvi di fatto dopo qualche tempo, vestito de' miei nuovi abiti e salutato di bel nuovo col titolo di governatore. Era meco il capitano, e tutti essendo convenuti, rimostrai a costoro come fossi pienamente informato della ribalda condotta tenuta da essi col lor capitano, del modo ond'erano fuggiti sul vascello rapitogli e degli ulteriori ladronecci e piraterie cui si stavano apparecchiando, se la Providenza non gli avesse fatti cadere negli stessi loro trabocchetti e in que' precipizi ch'essi avevano scavati per altri. Narrai loro come per opera mia e sotto la mia direzione il bastimento fosse stato ricuperato.
‒ “Esso e la all'áncora, continuai, come vedrete fra poco, e vedrete ancora quel vostro nuovo capitano impiccato ad un braccio di pennone in premio della sua scelleraggine. Quanto a voi, mi resta a sapere che cosa possiate addurre in vostra discolpa, affinchè non vi condanni come scorridori côlti sul fatto, e non vi sentenzii con quell'autorità di cui non dubiterete certo ch'io non sia investito”.
Un di coloro rispose a nome degli altri, di non avere ad allegare a comune scampo altro che una circostanza: la promessa fatta ad essi dal capitano di aver salve le loro vite, e che su tale fondamento imploravano la mia carità.
‒ “La mia carità! Qual carità vi posso usar io che sto per partire da quest'isola con tutta la mia gente, e mi sono già accordato qui col capitano per essere trasportalo in Inghilterra nel suo vascello? Il capitano poi non potrebbe condurvi altro che in ferri per essere processati come ribelli e ladri di un bastimento: ciò, lo capite da voi medesimi, vi condurrebbe in dirittura alla forca. Da vero non vedo quale speranza di meglio poteste concepire, semprechè non fosse vostra mente l'aspettare il vostro destino in quest'isola. Se desideraste ciò, io, poichè ho avuta la permissione di abbandonarla, propenderei a lasciarvici vivi, se credete di trovar qui un rifugio abbastanza sicuro”.
Mostratisi grati oltre modo a tale proposta, dissero che preferivano il rischio di rimaner quivi alla sicurezza di essere impiccati se erano menati nell'Inghilterra. Mi tenni a questa risposta. Ma il capitano fe' mostra di opporre obbiezioni, come se non credesse essergli lecito il lasciarli qui; ed io per sostenere la mia parte finsi di corrucciarmi seco.
‒ “In fine sono miei prigionieri e non vostri. Questo grande favore l'ho già offerto loro; non mi ritratto più, e devo valere io quanto la mia parola. Se voi non ve la sentite di acconsentire a ciò, io intanto li lascio liberi come erano quando li presi. Non vi piace così? Li ripiglierete se vi riuscirà d'agguantarli”.
Mi diedero contrassegni di gratitudine non vi so dir quanti, ed io, perchè i fatti corrispondessero ai detti, ordinai che fossero sciolti.
‒ «Tornate, dissi loro, ai boschi donde veniste; vi lascerò alcune armi da fuoco, qualche poco di munizione ed alcune istruzioni per viver bene in avvenire, se ci trovate meglio il vostro conto”.
Indi m'accinsi ai preparativi opportuni per entrare a bordo del vascello; ma poichè questi m'avrebbero portata via tutta la notte, pregai il capitano a precedermi colà, e ripigliare intanto tutti i suoi diritti sul bastimento.
‒ “Domani vi compiacerete di mandare una delle vostre scialuppe. E non vi scordate (gli dissi all'orecchio) di fare impiccare il più presto ad un braccio di pennone il cadavere del capitano ribelle, affinchè costoro lo vedano”.
Partito il capitano, feci in appresso venire nel mio appartamento i miei graziati ai quali tenni una grave allocuzione analoga alle loro circostanze.
‒ “Credo, dissi loro tra l'altre cose, che vi siate appigliati al partito più salutare. Vedete quella cosa là? (e accennai il cadavere del capitano ribelle, che già pendea da un braccio di pennone del vascello). Non vi sarebbe toccato niente di meglio”.
Dichiarato che ebbero tutti la ferma intenzione in cui erano di rimanere, promisi loro di farli istruiti di tutta quanta la storia della mia vita in quest'isola, onde ne avessero una norma per procurarsi un vivere agiato ancor essi. Di conformità ne cominciai il racconto dall'istante del naufragio che qui mi balzò. Mostrai loro le mie fortificazioni e gl'informai sul modo di fabbricarmi il pane, di seminare il mio grano, di fare la mia vendemmia, in una parola su quanto era ad essi necessario per passarsela comodamente. Raccontai pure la storia dei settanta Spagnuoli di cui dovevano aspettarsi l'arrivo e pe' quali lasciai loro una lettera, facendomi promettere che sarebbero vissuti in buon accordo con essi. Ove trovai, mi si potrebbe domandare l'inchiostro? Lo ebbi dal capitano che ne avea portato seco dallo scappavia, e si maravigliò molto come non avessi mai trovato modo di fabbricarmene con carbone o altra sostanza poichè ero venuto a capo di tante altre cose assai più difficili.
Lasciai loro la mia armeria; vale a dire cinque archibusi, tre moschetti da caccia e tre spade, e circa un barile e mezzo di polvere ch'io m'era risparmiata, perchè dopo un anno o due ne usai ben poca e non ne sprecai di sorta alcuna.
Descrissi loro il modo ond'io governava la mia greggia e ingrassava e mungeva le mie capre e mi fabbricava burro e formaggio; in somma non lasciai che ignorassero la menoma circostanza della mia storia.
Promisi i miei buoni ufizi presso del capitano, affinchè lasciasse loro altri due barili di polvere e alcuni legumi, dalla semina e coltivazione de' quali avrebbero tratto grande profitto; anzi, per parte mia, li regalai di quel sacco portatomi dal capitano perchè me ne cibassi, consigliandoli, in vece di mangiarli, a commetterli al terreno tanto d'avviarsene una entrata.
Adempiute tutte le quali cose, li lasciai nel dì successivo, e venni a bordo del vascello. Ci preparammo a salpare, ma non levammo l'áncora in quella notte. Alla mattina di buon'ora due dei cinque uomini lasciati su l'isola, vennero a nuoto sin sotto l'anca del nostro vascello; e quivi lamentandosi nella più commovente guisa del mal trattamento che loro usavano gli altri tre, supplicavano di essere presi a bordo.
‒ “Adesso se torniamo addietro ci accoppano. Ricevetene a bordo anche a patto di farci impiccar voi”, gridavano quegli sgraziati.
Il capitano respingea la loro preghiera allegando il motivo di non potere far nulla indipendentemente da me. Ciò non ostante dopo alcune difficoltà, e dietro la promessa loro di mutar vita, vennero accolti. È vero che non tardarono in appresso a farsi mandare all'argano25; ma dopo questa punizione si ammansarono e divennero galantuomini e bonissimi diavoli.
Non devo omettere che prima di spiegare le vele tornai alla spiaggia su lo scappavia entro cui il capitano mandò agli esuli le cose ch'io aveva ad essi promesse. Anzi egli fece aggiungere a queste largizioni le casse e i panni di loro pertinenza. Io in oltre gl'incoraggiai coll'assicurarli che, se mi fosse possibile mandar qualche vascello a levarli di lì, non gli avrei dimenticati.
Nel prender questo congedo dall'isola, portai meco siccome una specie di reliquia, il mio berrettone di pelle di capra, il mio ombrello ed uno de' miei pappagalli. Devo aggiugnere che non avevo dimenticato di prender meco le monete tolte dai due bastimenti naufragati, quello cioè che mi portò sotto l'isola e il vascello spagnuolo. Le prime dal lungo non servirsene si erano appannate e divenute rugginose al segno che l'argento non potè essere riconosciuto per argento, se non dopo essere stato lungamente strofinato e maneggiato.
Così abbandonai l'isola ai 19 decembre (come me ne fecero certo i registri del vascello) nell'anno 1686, dopo esservi dimorato ventotto anni, due mesi e diciannove giorni. Da questa seconda cattività fui liberato nel dì anniversario di quello che mi salvò dalla prima, quando fuggii entro uno scappavia dalle mani dei Mori di Salè.
Dopo una lunga navigazione su questo vascello, posi il piede su le rive dell'Inghilterra agli 11 giugno del 1687, donde era stato lontano trentacinque anni.
LVII. Arrivo in Inghilterra e partenza per Lisbona.
Giunto nell'Inghilterra io era straniero in mezzo ai miei, come se non ci fossi mai stato. La mia fedele maggiordoma e benefattrice nelle cui mani avevo depositato il mio danaro, vivea tuttavia, ma era stata percossa da gravi sventure. Vedova una seconda volta, i suoi affari andavano male assai. Per parte mia la liberai d'ogni molesto pensiere circa la somma di cui m'andava debitrice, assicurandola ch'io non aveva intenzione di recarle disturbo; ma che al contrario, grato alle prime prove datemi di sua affezione ed onestà, l'avrei sollevata sin dove lo comportava lo stato mio; che per altro, a dire la verità, in quel momento non mi permetteva di fare gran cosa. Ciò non ostante la assicurai che non mi sarei mai dimenticato delle sue antecedenti cordialità; nè me ne dimenticai certo quando mi trovai in grado di soccorrerla, come si vedrà a suo luogo.Trasferitomi indi nella contea di York, trovai morti mio fratello e mia madre; in somma estinta l'intera mia famiglia, eccetto due sorelle e due figli d'uno de' miei fratelli. Essendo io stato creduto morto per sì lungo tempo, nulla vi rimaneva della mia parte; in guisa che, non potendo qui far conto su nulla, lo scarso danaro portatomi meco poteva aiutarmi ben poco a stabilirmi nel mondo.
Ma mi avvenni in un tratto di gratitudine, cui, per dir vero, non mi sarei aspettato giammai. Il padrone del bastimento ch'io riuscii sì fortunatamente a salvare, fece ai proprietari delle mercanzie contenutevi un sì bel racconto del modo ond'io campai e il carico e il vascello e le vite degl'innocenti minacciate con esso da estremo rischio, che quella società volle vedermi, e non contenta a ringraziarmi nel più cortese modo, mi attestò a spese comuni la sua gratitudine con un presente di circa duecento sterlini.
A malgrado di questo inaspettato soccorso, le più ponderate considerazioni su le circostanze della mia vita mi dimostravano ch'io avea tuttavia ben pochi modi per fare una discreta figura nella società. Risolvei pertanto di trasferirmi a Lisbona per veder di raccogliere qualche contezza su la mia piantagione del Brasile e di sapere che cosa fosse avvenuto di quel mio socio, il quale doveva, secondo me, darmi per morto da ben molti anni. Con tale mira m'imbarcai per Lisbona, ove giunsi nel successivo aprile in compagnia del mio servo Venerdì, che, seguendomi omai in tutti i viaggi, mi diede ognor prove della più rara onestà e fedeltà.
Quivi, dopo alcune ricerche, trovai con mia grande soddisfazione quel mio vecchio amico, quel capitano che mi raccolse nel suo vascello quando affrontava il mare su d'un palischermo fuggendo dalle coste dell'Africa. Ora invecchiato d'assai, aveva rinunziato ad ogni navigazione e ceduto il proprio bastimento a suo figlio che, non più giovinetto nemmeno lui, facea tuttavia il suo traffico nel Brasile. Dopo tant'anni egli non mi ravvisava più, e per verità avrei stentato a ravvisarlo ancor io; ma appena gli ebbi pronunziato il mio nome si ricordò tosto di tutto.
Dopo quelle scambievoli espressioni di cordialità che la nostra antica amicizia esigea, mi feci a domandargli, potete ben crederlo, quali notizie sapesse darmi su la mia piantagione e il mio socio.
‒ “Son circa nove anni, il vecchio capitano mi rispose, che non vado al Brasile: posso nondimeno assicurarvi che, quando ne venni via l'ultima volta, il vostro socio viveva ancora; i vostri fidecommissari sì, quelli che avevate delegati a tenere d'occhio la vostra parte, son morti tutt'e due. Ciò non ostante credo che potrete veder nettamente il conto de' miglioramenti della piantagione, perchè il procuratore fiscale lo levò fin quando, su la generale persuasione che foste naufragato e rimasto morto nel mare, andò a possesso della vostra parte, salvo il restituirvela se si scoprisse che foste vivo e veniste a reclamarla.
‒ Ma aveva fatto testamento...
‒ Va benissimo, permettetemi di proseguire, e a suo tempo parleremo anche di ciò. Il procuratore fiscale dunque andò a possesso della vostra parte, applicandone un terzo al re, gli altri due terzi al convento di Sant'Agostino, perchè fossero impiegati in benefizio dei poveri e nella conversione degl'Indiani alla fede cattolica. Se per altro comparirete per reclamare le vostre sostanze, non dubito punto che non vi vengano restituite, salvo quelle rendite annuali od avanzi progressivi che sono già stati distribuiti in opere di pietà: su quelli non dovete più contarci. Una cosa su cui potete star con l'animo in pace, si è che l'intendente del demanio per la parte di rendite che toccava al re, il provveditore del convento per l'altre due parti, ciascun di questi dal canto suo si è dato ogni debita cura affinchè il vostro socio gli desse ogni anno il fedel conto delle rendite della piantagione e gli sborsasse, come e stato fatto, la parte che gli perveniva.
‒ Sapete a un dipresso a che monti ora la rendita della piantagione? Non vorrei fosse tale che non mi francasse l'incomodo d'una mia comparsa sul luogo; oltrechè, chi sa quante obbiezioni mi si moveranno per non lasciarmi andare a possesso della mia metà?
‒ Il grado di miglioramento cui sia arrivato il fondo non ve lo potrei dire con precisione: so per altro che il vostro socio è divenuto straordinariamente ricco su la sola meta di rendita a lui competente. In oltre, se mi ricordo bene, mi fu detto che il terzo del re, passato nelle mani non so se d'un altro convento o di qualche pia istituzione, fruttava a un dipresso dugento moidori. Circa poi ad obbiezioni per tornare a possesso del vostro, mi pare fuor di dubbio che non ne incontrerete, tanto più che vive il vostro socio per attestare il vostro diritto, e d'altronde il vostro nome è iscritto nel registro di popolazione di quel paese”.
A mio maggiore conforto aggiunse, che gli eredi de' miei fidecommissari erano persone da bene e ricchissime; onde non solo m'avrebbero assistito negli atti da farsi per la ricuperazione delle mie sostanze, ma avevano del mio nelle mani una ragguardevole somma, formata dalla metà delle rendite della mia piantagione percette dai padri loro prima del trapasso, onde, come si è detto, i diritti su tali proprietà vennero ceduti a nuovi usufruttuari. Quando avvenne un tal cambiamento erano trascorsi, egli mi disse, circa dodici anni. Mi mostrai piuttosto angustiato di ciò.
‒ “Ma come, tornai a domandargli, i fidecommissari hanno potuto permettere che si disponesse in tal guisa delle cose mie, s'io aveva fatto testamento e lasciato voi erede universale sotto certi patti? Vi e forse ignoto?
‒ No; quanto dite è vero. Ma siccome non vi erano prove della vostra morte, io non poteva fare i miei atti in qualità di esecutore testamentario, finchè non si aveano notizie certe che non foste più in vita. Io poi non avea nessuna voglia d'impacciarmi in un affare tanto remoto. Feci per altro registrare il vostro testamento, nè omisi le opportune proteste, onde se mai si avesse la sicurezza della vostra morte o della vostra vita, essere sempre in tempo di ricuperare o per voi o per me i vostri averi. Avrei istituito mandatario a tale uopo mio figlio che traffica ora nel Brasile. Ma, qui il vecchio soggiunse, su questo proposito ho a dirvi un'altra novità che forse non vi piacerà tanto, ed è che, credendovi morto come tutti credeano, il vostro socio ed i vostri fidecommissari vennero meco in nome vostro ad un accomodamento, ed ho incassata io una somma corrispondente alle rendite dei sei o otto prim'anni. Essendoci state in quel tempo grandi spese per fabbricare una casa di raffineria e per comprare schiavi, quelle rendite non ammontavano certo alla somma cui salirono più tardi; ma vi darò un conto esatto di quanto ho percepito in tutto, e del modo in cui ne ho disposto”.
E di fatto in termine a pochi giorni questo vecchio amico mi presentò il conto delle rendite della mia piantagione ne' primi sei anni sottoscritto dal mio socio e dai due commissari. Queste gli erano state pagate in generi, vale a dire tabacco in rotoli, zucchero in casse oltre ad una partita di rum, di melassa (residuo di zucchero raffinato) e simili produzioni derivate dalla fabbrica dello zucchero. Da tal conto mi apparve come le rendite s'aumentassero notabilmente d'anno in anno, e che se in principio erano state tenui, ciò doveva attribuirsi alle prime spese piuttosto forti. Ciò non ostante il mio buon capitano confessò d'andarmi debitore di quattrocento settanta moidori d'oro oltre al valore di sessanta casse di zucchero, e di quindici doppi rotoli di tabacco, le quali mercanzie avea perdute insieme con la nave che le portava per un naufragio cui quel poveretto soggiacque nel tornare a Lisbona undici anni dopo la mia partenza. Qui mi raccontò come si trovasse costretto a valersi del mio danaro, per riparare i sofferti danni e comperarsi una parte di proprietà in altro vascello mercantile.
‒ “Ciò non ostante, mio vecchio amico, egli proseguì, tanto che torni mio figlio, non vi lascerò mancare di ciò che possa occorrere ai vostri bisogni dell'istante. Appena ritornerà, sarete soddisfatto d'ogni vostro avere”. E ciò dicendo traeva a mano una vecchia borsa e mi offerse cento sessanta moidori d'oro, e presentatemi in oltre le carte che autenticavano i diritti di lui e di suo figlio, ciascuno su un quarto del vascello mercantile salpato per il Brasile, volea farmi la cessione di tutti questi diritti.
Mi commoveva troppo l'onestà d'un sì eccellente galantuomo, perchè fossi capace di comportar ciò. Sempre stavami in mente la gratitudine ch'io gli dovea per quanto aveva operato a mio pro; mi ricordavo e il giorno in cui me vagante e derelitto sul mare raccolse nel suo vascello, e i tratti di generosità che mi usò da poi in ogni occasione, e sopratutto la sua fedele nè mai smentita amicizia; onde rattenendomi a fatica dal piangere, gli chiesi se le sue circostanze presenti gli permettevano di spropriarsi di tale somma.
‒ “Non vi dirò, egli mi rispose, che il farne senza non possa mettermi in qualche strettezza, ma è danaro vostro, e voi ora ne abbisognate anche più di me”.
Quante cose dicea quel buon uomo spiravano tanta rettitudine, tanta cordialità, che sempre più mi rendevano difficile il non versar lagrime. In somma accettai cento dei moidori offertimi, e fattomi dare calamaio e penna, gliene feci la ricevuta. Nel restituirgli il restante lo assicurai che, se fossi tornato a possesso della mia piantagione, avrei considerati come un debito verso di lui anche i cento moidori allora accettati; e così veramente feci da poi.
‒ “Quanto alle carte, continuai, che provano i diritti vostri e di vostro figlio sul vascello mercantile, di cui mi parlate, non voglio nè manco toccarle. Se mai venissi in nuova penuria di danaro, so che siete onesto abbastanza per non lasciarmici. Ma ove questo caso non avvenga e se arrivo a ricuperare il mio, come mi fate sperare, non voglio mai più un soldo, che è un soldo da voi”.
Esaurito che fu questo punto il mio capitano mi offerse la sua assistenza nel procedere agli atti di cui facea mestieri per ricuperare le sostanze mie nel Brasile, ed avendogli io risposto che contavo trasferirmi colà in persona, egli soggiunse:
‒ “Fate come credete; pure se non voleste il fastidio di questo viaggio, avete mezzi bastanti per assicurarvi i diritti vostri da quelle parti e per ricuperare il godimento delle vostre rendite senza movervi di qui”.
Mi lasciai dunque regolare da lui. In quel momento appunto stavano sul Tago molti bastimenti destinati pel Brasile; ond'egli per prima cosa fece iscrivere il mio nome ad un pubblico registro, mediante un suo giurato attestato che autenticava essere io vivo e quell'identica persona da cui fu comprata da prima la piantagione. A questo documento munito della debita legalità per man di notaio egli mi fece unire una lettera di procura ad un mercante del Brasile suo corrispondente al quale accompagnò tali carte con una lettera sua propria.
Poi mi sollecitò a rimanere con lui in espettazione di una risposta.
LVIII. Risposta venuta dal Brasile, e risoluzione di tornare alla patria per terra.
A niun mandato di procura fu mai fatto più onore che al mio. In meno di sette mesi ricevei dagli eredi de' miei fidecommissari: dei trafficanti per conto de' quali avevo impresa quella sgraziatissima spedizione, un grosso plico che racchiudeva i seguenti documenti e lettere:
I. Un conto corrente della rendita del mio podere o piantagione dall'anno in cui i defunti miei fidecommissari vennero ad un bilancio col capitano portoghese: fu un decorso di sei anni. Ne apparivano mille cento settantaquattro moidori a mio credito.
II. Il conto d'altri quattro anni, tempo che i predetti fidecommissari percepirono la mia porzione di rendite, prima che il governo ne reclamasse l'amministrazione come di proprietà spettante ad un individuo che non si trovava e morto civilmente secondo il modo loro di dire. In questo secondo bilancio per l'accresciutosi valore del fondo, risultò a mio favore una somma di diciannove mila quattrocento quarantasei crusados, circa tremila dugento quaranta moidori.
III. Una lettera del priore del convento di Sant'Agostino che avea ricolte quelle rendite per quattordici anni circa; ma non v'essendo da far conto su la parte già disposta per l'ospitale, lo stesso priore dichiarò con la massima onestà rimanergli tuttavia di non distribuito ottocento settantadue moidori, che egli riconosceva dovuti a me. Nella parte del re non mi fu rifuso nulla.
IV. Una lettera per ultimo del mio socio, il quale si congratulava che fossi tuttora vivo, e mi spediva il ragguaglio dei miglioramenti del podere e della presente sua rendita annuale; ragguaglio in cui mi descrisse minutamente lo scompartimento di ciascuna pertica quadrata o biolca e de' piantamenti fatti in ognuno e del numero degli schiavi che ci stavano sopra. Avea poi fatte ventidue croci su la carta, quali indizi delle avemmarie recitate alla santissima Vergine in ringraziamento del prospero mio ritorno. Dopo avermi eccitato di tutto cuore a recarmi sul luogo e a riprendere in persona il possesso de' miei beni, mi chiedeva in quali mani, s'io non fossi andato, io volea che fossero passate le mie rendite. Aggiunse mille cordiali offerte per parte sua e della sua famiglia, inviandomi in dono sette belle pelli di leopardo portategli, a quanto sembra, da qualche altro vascello ch'egli avea spedito nell'Africa e che fece più buon viaggio di quello ov'io m'imbarcai. Mi presentò inoltre di cinque casse di confetti e di cento piastre d'oro non coniate, un po' men larghe per altro d'un moidoro.
Nello stesso bastimento che mi portò questi donativi, i miei fidecommissari m'inviarono duecento casse di zucchero, ottocento rotoli di tabacco e il residuo del mio avere in belle monete d'oro.
Potei ben dire allora che l'ultima parte della storia di Giobbe era stata migliore del suo principio. Egli è impossibile dare un'idea delle palpitazioni del mio cuore, allorchè mi vidi circondato da tanta ricchezza; perchè, siccome i bastimenti che procedono dal Brasile salpano di conserva, una stessa spedizione mi portava le lettere e le merci e l'oro: tutte cose che erano sul Tago prima che mi fossero ricapitate le lettere. In somma impallidii, mi sentivo come venir male, e se il vecchio capitano non facea presto ad andarmi a prendere un cordiale, credo che l'eccesso di quell'improvvisa gioia m'avrebbe soprappreso al segno di restar morto lì. Durai alcune ore in quello stato di convulsione; non vi dico altro: bisognò mandare a chiamare un medico che, conosciuto in parte il motivo della mia infermità, mi consigliò una levata di sangue; e credo da vero che senza quello sfogo dato ai miei spiriti sarebbe stata finita per me.
Io mi trovava tutto ad un tratto padrone di circa cinque mila sterlini e d'una signoria, che ben potevo chiamarla così, nel Brasile che rendea circa mille sterlini l'anno, assicurata quanto possa esserlo qualunque dominio di terreni nell'Inghilterra: in una parola ero in una condizione che sapevo appena capire, e che mi mettea sin nell'impaccio sul modo di profittarne.
Il più premuroso pensiere per me si fu quello di ricompensare il mio antico benefattore, il mio buon vecchio capitano, primo ad usarmi carità nelle mie angustie, cortese con me nel principio, onesto sino alla fine. Fattegli vedere tutte le ricchezze che mi erano state spedite, gli dissi come, dopo la providenza del cielo che dispone di tutte le cose, fosse egli solo al quale io andava debitore di tutto ciò; dipendere ora affatto da me il compensarlo, e che avrei adempiuto centuplicatamente quest'obbligo. Primieramente adunque gli restituii i cento moidori sborsatimi poco dianzi come sapete; mandato indi a chiamare un notaio, gli feci stendere un atto solenne che scioglieva nel più ampio e valido modo il mio amico del debito da lui confessato di quattrocento settanta moidori. In appresso, ordinai allo stesso notaio di stendere un atto di procura, in forza del quale il capitano fosse autorizzato a riscuotere ogni anno per me la mia parte di rendite della piantagione, con ordine al mio socio di fare ogn'anno i conti con lui e di spedirgli ogn'anno le somme risultanti di mia ragione giovandosi del solito tragitto de' bastimenti del Brasile a Lisbona; finalmente, come clausola dell'atto stesso, gli assicurai su que' fondi cento moidori annuali sua vita naturale durante, e, morto lui, cinquanta a suo figlio finchè fosse vissuto. Ecco in qual guisa cercai compensarlo.
Mi diedi ora a meditare sul sistema di vivere che avrei adottato per l'avvenire, e sul modo d'impiegare i capitali che la Providenza m'aveva posti fra le mani. E da vero mi giravano pel capo più moleste cure che non me ne dava il mio muto soggiorno nell'isola, ove non avevo bisogni maggiori delle cose nè più cose dei bisogni che aveva. Qui mi pesava addosso la mia stessa ricchezza e, quel che era peggio, non sapeva ove metterla al sicuro. Qui non avevo una grotta o cantina ove collocarla senza bisogno di chiavi o di chiavistelli, e lasciarla a giacere ed irrugginire prima che destasse la gola di chicchessia. Certamente il mio buon capitano era onesto e il rifugio unico ch'io m'avessi, ma mi faceano paura i suoi anni.
Pareva inoltre che i miei interessi mi chiamassero al Brasile. Ma come pensare ad imprendere questo viaggio d'oltremare prima di avere assestati i miei affari nel continente, e senza lasciare in sicure mani il mio danaro. Mi venne anche in mente la vedova di quel precedente mio amico di Londra ch'io aveva sperimentata onesta, e che anche in tale occasione lo sarebbe stata con me, ma attempata anch'essa, inoltre povera, e da quanto sapevo angustiata piuttosto dai debiti. In somma, non vedevo miglior espediente del prendere la via d'Inghilterra col mio danaro con me.
Lasciai nondimeno trascorrere alcuni mesi prima d'appigliarmi ad un partito. Intanto, poichè aveva già provata pienamente la mia gratitudine al mio vecchio capitano che si mostrò soddisfattissimo di me, cominciai a pensare alla mia povera vedova il cui marito, prima del capitano portoghese, fu anch'egli mio benefattore, e fu ella stessa, fin che il potè, mia eccellente maggiordoma ed amministratrice. Cercai dunque un banchiere di Lisbona affinchè incaricasse il suo corrispondente di Londra non solamente di farle tenere un centinaio di sterlini a mio nome, ma procurar di trovarla e parlarle per consolarla nella sua povertà e renderla certa che avrei fatto di più per lei se fossi vissuto.
Nello stesso tempo mandai alle mie sorelle, che vivevano fuori di Londra, cento sterlini per cadauna: non può dirsi che fossero in uno stato d'indigenza, ma nemmeno in bellissime condizioni, una di loro essendo rimasta vedova, l'altra avendo un marito che non si comportava con lei come sarebbe stato suo obbligo.
Pur, malgrado tutte queste mie relazioni e conoscenze, io non potea metter la mano su la persona cui affidare i miei capitali se avessi voluto andare al Brasile e lasciarli col cuore quieto a Lisbona. Ciò mi teneva in una grande perplessità.
Mi nacque una volta l'idea di portarmi al Brasile, ove, come raccontai, aveva già ottenute lettere di naturalizzazione, e di vedere se mi fosse convenuto stabilirmi colà; ma alcuni scrupoli di coscienza fondati su la diversità del culto mi distolsero per insensibili gradi dal farlo. È vero che nel momento non fu questo il principale ostacolo; ed e anche vero che nella mia prima dimora colà non mi ero fatto scrupolo di professare agli occhi del paese il cattolicismo26. Ma da allora a questa parte si erano grandemente riformati i miei pensieri e io rifuggivo da ogni genere di finzione.
Pure devo confessare che allora non fu questa, come ho detto, la principale difficoltà occorsami alla mente, e che la massima fu il non sapere, durante questa prova che avessi fatta, a chi lasciare in custodia il mio danaro. Mi risolvei finalmente a portarlo meco nell'Inghilterra.
Ma prima di tutto volli profittare dell'occasione di vascelli all'áncora sul Tago che stavano in procinto di salpare alla volta del Brasile per dare adeguate risposte a chi di là m'avea spediti sì cortesi e fedeli ragguagli su lo stato delle cose mie.
Scrissi primieramente al priore del convento di Sant'Agostino, ringraziandolo del modo ond'erasi comportato rispetto a me. Quanto all'avanzo degli ottocento settanta moidori di mia ragione rimastogli tuttavia nelle mani, lo pregai ad applicarne cinquecento al monastero distribuendo gli altri trecento settanta ai poveri con quel riparto che gli sarebbe sembrato più opportuno. Non mancai di pregare que' buoni Padri a non dimenticarmi nelle loro orazioni, e cose simili.
L'altra lettera fu ai miei fidecommissari, per accertarli di tutta la gratitudine eccitata in me del retto ed onesto loro procedere. Non pensai ad assegnar loro veruna retribuzione, perchè la loro ricchezza li mettea troppo al di sopra d'ogni bisogno.
Scrissi per ultimo al mio socio rendendo giustizia alla sua industria che avea migliorato di tanto il valore della piantagione e alla rettitudine de' conti presentati per le spese di raffineria. Gli diedi in appresso le mie istruzioni sul modo ond'io desiderava disponesse della mia parte di rendite avvenire in accordo con le facoltà che aveva compartite al vecchio mio capitano, al quale lo pregai spedire direttamente tutto quanto fosse di mia pertinenza finchè non ricevesse da me norme diverse. Lo assicurai pure essere mia intenzione non solo di andarlo a trovare, ma di stabilirmi al Brasile per tutto il restante della mia vita. Aggiunsi a ciò un presente di tessuti di seta di fabbrica italiana per la moglie di lui e le sue figlie; chè il figlio del capitano m'aveva informato averne esso due. Unii a tale donativo due pezze di panno inglese del migliore che potei procacciarmi in Lisbona, cinque altre di rascia soppannata nera e alcuni merletti di Fiandra di molto valore.
Così assestati i miei affari e vendute le mie mercanzie che convertii in buone cedole di banco, non mi rimaneva altra perplessità fuor quella della via che avrei tenuta per tornarmene in Inghilterra. M'era accostumato, cred'io, bastantemente al mare; pure sentiva uno strano contraggenio a ripatriare per quella via; e benchè non sapessi spiegarne a me stesso il motivo, questa avversione mi crebbe sì forte, che due volte avevo imbarcate le mie bagaglie per partire, poi cangiai di pensiere non una, ma due o tre volte.
È vero che fui sfortunatissimo ne' miei viaggi marittimi, e questa poteva esser stata una delle cagioni della mia esitanza; pure non trascurate mai i forti impulsi della vostra anima in casi di simil natura. I due vascelli mercantili ch'io avea prescelti pel mio tragitto, e, dico prescelti, perchè a bordo di uno erano state poste le mie robe, quanto all'altro, aveva già stipulati i miei patti col capitano: ebbene questi due vascelli ebbero cattivo fine; l'un d'essi fu preso dagli Algerini, l'altro naufragò alla punta Start presso Torbay, nè si salvarono se non tre naviganti; tutti gli altri annegarono. Voi vedete qual bella sorte m'aspettava o su l'uno o su l'altro di que' due bastimenti.
Così tribolato ne' miei pensieri, il mio vecchio nocchiero cui non ne ascondeva mai uno, mi consigliò caldamente a non andare per mare; voleva in vece ch'io mi recassi per terra alla Corogna e di lì, attraversato il litorale della baia di Biscaglia, alla Rocella dond'era facile e sicuro il viaggio sempre per terra sino a Parigi, indi a Calais e a Dover; o vero che, trasferitomi a dirittura a Madrid, continuassi il mio viaggio attraversando tutta la Francia.
In una parola, io era sì mal impressionato contro al viaggiare per mare, eccetto l'inevitabile tragitto da Calais a Dover, ch'io risolvei di andare tutto il mio ritorno in patria per terra: modo di viaggiare che, non essendo io pressato da una gran fretta, nè avendo bisogno di crucciarmi per la maggiore spesa, era anche più dilettevole. E per aumentare questa piacevolezza, il mio capitano mi presentò un giovine inglese figlio di un trafficante di Lisbona, che era desideroso di fare il viaggio in mia compagnia; dopo di che inducemmo ad essere di brigata con noi due altri negozianti inglesi e due giovani gentiluomini portoghesi, il secondo de' quali veniva solamente a Parigi: in tutto sei padroni e cinque servitori, perchè i due negozianti e i due Portoghesi si contentarono d'un servo per ogni due a fine di spendere meno. Quanta a me presi al mio servigio durante il viaggio un piloto inglese, oltre al mio fedele Venerdì troppo estranio agli usi d'Europa per poter sostenere da solo questa parte lungo il cammino.
Così partimmo da Lisbona. Montata su buoni cavalli e ben armata la nostra compagnia, formavamo una piccola squadra, di cui ebbi l'onore di essere nominato capitano, e perchè più vecchio e perchè avevo, a differenza degli altri, ai miei comandi due servi, oltrechè in sostanza io era l'attor principale di quella spedizione.
LIX. Prodezza di Venerdì.
Come non vi ho annoiato con verun giornale de' miei viaggi marittimi, così vi risparmierò la molestia di qualsiasi giornale dei miei viaggi per terra; pure non posso tralasciare alcune avventure che ne occorsero in questa noiosa e difficile traversata.
Giunti a Madrid ed essendo la Spagna un paese affatto nuovo per ciascuno di noi, avremmo voluto fermarvici qualche tempo per vedere quella corte e quanto era quivi meritevole d'osservazione; ma incamminandosi al suo finire la state, ci affrettammo a partire di lì verso la metà di ottobre. Arrivati ai confini della Navarra, fummo scoraggiati nelle diverse città che incontravamo lungo il cammino, dai racconti della sterminata copia di neve caduta su le montagne che guardano la Francia, motivo per cui più d'un viaggiatore si era veduto costretto a tornare addietro a Pamplona dopo avere tentato indarno, e ad estremo pericolo, di superare que' passi.
Venuti a Pamplona, trovammo che la cosa era propriamente come ce l'avevano raccontata. A me poi avvezzatomi a climi ardenti ed a paesi ove poteva a fatica portare vestiti di sorta alcuna, quel freddo sembrava insopportabile. Nè da vero era cosa men penosa che sorprendente il venir via, sol dieci giorni prima, dalla Castiglia Vecchia, ove l'atmosfera è non solamente temperata, ma caldissima, e trovarsi d'improvviso esposti ai venti de' Pirenei sì acuti, sì orridamente freddi, sì intollerabili, che n'avevano resi assiderati e condotti a temere di perdere le dita delle mani e dei piedi.
Il povero Venerdì si trovò sgomentato da vero quando vide i monti tutti coperti di neve e sentì in tutta l'estensione del termine il rigore del freddo: lui che non aveva mai veduto neve, nè patito freddo in sua vita. Non vi dirò altro se non che, quando fummo a Pamplona continuava a nevicare con tanta violenza e sì incessantemente che quegli abitanti ne dicevano esser venuto il verno prima del tempo; quelle strade, perverse sempre, erano divenute allora impraticabili affatto. In una parola, le nevi in alcuni luoghi erano sì alte, che non si poteva andare avanti, oltrechè non essendo indurite dal gelo, come accade ne' paesi settentrionali, chi voleva traversarle, nol facea senza pericolo di rimanere ad ogni passo sepolto vivo sotto di esse.
Fermatici non meno di venti giorni a Pamplona, e veduto come il verno avanzasse nè apparisse la menoma probabilità che divenisse più mite, perchè faceva in tutta l'Europa il più inclemente verno che a memoria d'uomini si fosso mai conosciuto, proposi che ce ne andassimo a Fontarabia, e quivi prendessimo un imbarco per Bordò: si trattava in fine d'un piccolo tragitto. Ma mentre ciò stavasi discutendo, arrivarono quattro gentiluomini che, essendo stati arrestati per la perversità de' cammini dal lato francese, siccome noi lo eravamo alla frontiera spagnuola, ne raccontarono come li avesse tratti d'impaccio una guida in cui si abbatterono. Questa guida, al dir loro, attraversata la campagna su l'estremità della Linguadoca, gli avea condotti su le montagne per tali sentieri che non si trovarono gran che incomodati dalla neve; e, capitati anche talvolta in siti ove ne fosse copia più straordinaria, il gelo l'avea renduta salda abbastanza per reggere essi e i loro cavalli.
Mandammo tosto in cerca di questo individuo, il quale venuto a noi, ne disse che si prendeva l'assunto di condurci su la medesima via senza che ne riuscisse d'intralcio la neve, semprechè fossimo bastantemente armati per difenderci dalle bestie selvagge.
‒ “Perchè, egli soggiugneva, in questi tempi accade frequentemente che alcuni lupi si facciano vedere al piede delle montagne, e li rende feroci la mancanza di nutrimento quando la terra e tutta coperta, com'è ora, dalla neve”.
Nel rispondere che per fare un ricevimento qual convenivasi a quelle fameliche creature eravamo preparati abbastanza, gli domandammo poi s'egli ci avrebbe potuto guarentire da un'altra specie di lupi a due gambe, dai quali c'era ben più di che temere, massime, come ne eravamo stati informati, dal lato de' monti della Francia. Poichè ne ebbe accertati non esserci luogo a paure di tal natura su la strada per ove divisava condurci, non avemmo più difficoltà di seguirlo, come fecero parimente altri dodici gentiluomini, parte francesi, parte spagnuoli, che co' loro servi si erano provati, lo abbiamo già detto, a valicare que' monti, e furono costretti tornare addietro.
Di fatto partimmo da Pamplona in compagnia della nostra guida il giorno 13 di novembre. Mi fece, lo confesso, qualche meraviglia il vedere che costui, in vece di condurci più innanzi, nè fece ripigliare la strada che avevamo fatta nel venir via da Madrid. Ciò durò per un tratto di venti miglia, poi venuti ad una pianura, ci trovammo di nuovo sotto un clima temperato ed in un bel paese ove non si facea vedere la neve. Ma tutt'ad un tratto voltando a sinistra, ci trovammo alle montagne per un'altra strada. Quivi, ancorchè per dir vero, ci si mostrassero dirupi e precipizi da atterrire il nostro conduttore ciò non ostante ne fece pigliare tante giravolte, tante vie di scanso, ci guidò per tanti meandri, che oltrepassammo quasi senza avvedercene e senza essere incomodati dalla neve, la parte più alta di que' monti; onde in un subito ci si mostrarono le deliziose e fertili province della Linguadoca e della Guascogna tutte verdi e fiorenti. Le vedevamo, ma, se si ha a dire la verità, ad una bella distanza da noi, e ce ne restava ancora della cattiva prima di esserci.
In fatti non tardò il cruccio per noi di veder nevicare tutto un giorno e una notte neve sì fitta che ne costrinse a fermarci. Ma il nostro conduttore ne dicea che stessimo di buon animo, e che presto saremmo fuori d'ogni travaglio. Effettivamente ci accorgevamo ogni giorno di andare alla bassa e di procedere sempre più verso il settentrione. Continuando a fidarci dunque nella guida proseguivamo il nostro viaggio.
Due ore circa prima di sera il conduttore nel precederci s'era alquanto scostato da noi, onde lo avevamo perduto di vista, allorchè sbucarono dal folto di una contigua selva tre enormi lupi, e dietro ad essi un orso. Due di questi lupi investirono la guida e buon per lei che non ci era andata avanti di tanto, poichè certo sarebbe stata divorata prima che potessimo correre in suo aiuto. Uno di quegli animali s'era attaccato al cavallo; l'altro assalse il cavaliere con tal violenza ch'egli non avendo tempo o prontezza di spirito bastanti per trarre a mano una pistola, si mise a strillare e chiamare aiuto con quanta voce aveva. Dissi tosto a Venerdì che mi cavalcava da presso, di correre innanzi e vedere cosa fosse.
Venerdì corse, e appena fu a veggente dell'uomo assaltato, lo udii gridare con una voce non men forte delle urla di quel poveretto: Ah padrone! ah padrone! ma non si fermò per questo il gagliardo, e afferrata una pistola e portatosi faccia a faccia col lupo che già stava per addentare la testa della sua vittima, lo stese morto d'un botto.
Fortuna pel nostro povero conduttore l'avere avuto il soccorso di Venerdì, che, avvezzo ad aver che fare con simili creature nel suo paese, non ebbe paura di affrontare corpo a corpo la belva quando l'ammazzò come abbiamo detto. Tutt'altri di noi le avrebbe fatto fuoco addosso ad una maggiore distanza col rischio di fallare il lupo e forse anche di colpire l'uomo alla cui difesa accorrea.
Vi dico io che v'era quanto bastava per atterrire un uomo più coraggioso di me. E da vero tutta la nostra brigata si spaventò quando insieme col romore della pistola sparata da Venerdì udimmo da entrambi i lati un orrido ululato di lupi: frastuono che ripetuto da ogn'eco delle montagne, ne fece credere d'avere intorno un numero sterminato di quelle fiere; nè forse erano tanto poche che non avessimo motivo di avere paura. Nondimeno poichè Venerdì ebbe ucciso il lupo che minacciava a dirittura l'uomo, l'altro che s'era attaccato al cavallo, lasciata immantinente la sua presa, si diede a fuggire senza avergli fatto male veruno, perchè per buona sorte i suoi denti ansiosi prima di tutto di sbramarsi su la testa del corridore venivano rintuzzati dalle borchie della briglia.
Fu ben peggio per l'uomo, poichè la famelica belva lo avea già morsicato due volte, una in un braccio, l'altra un po' di sopra al ginocchio, e benchè avesse opposta qualche difesa, stava per essere buttato giù di sella dallo scompiglio stesso del suo cavallo, quando sopraggiunse Venerdì a liberarlo.
Potete immaginarvi che al romore della pistola di Venerdì tutti affrettammo il passo quanto nel permettea la difficoltà al certo grande di quel cammino per vedere come stessero le cose. Appena fummo fuor degli alberi che ne toglievano dianzi la vista, scorgemmo perfettamente la natura del caso, e come Venerdì fosse riuscito a campare da morte il nostro povero conduttore, benchè l'oscurità dell'ora non ne lasciasse nel momento discernere qual razza di bestia egli avesse uccisa.
LX. Venerdì dà lezione di ballo all'orso.
Ma non fuvvi mai lotta condotta con tanto ardimento, nè in così sorprendente guisa, siccome quella accaduta tra Venerdì e l'orso venuto, come avvertimmo, dietro ai lupi; caso, che se bene su le prime ne desse e pensieri e paura pel lottatore uomo, divenne in appresso il maggiore degli spassi immaginabili per tutti noi.
Se l'orso è per una parte una tozza e pesante bestia incapace nella sveltezza del correre di competere col lupo che è agile e leggiero, ha per l'altra due particolari qualità che sono la norma d'ogni sua azione. Primieramente quanto agli uomini (che non sono la consueta naturale sua preda se non lo stimola un'eccessiva fame, ciò che poteva, per vero dire, essere il caso or che la terra era coperta affatto di neve), quanto agli uomini, dissi, egli non suole assalirli se non sono essi i primi, onde se non cercate briga con lui, egli non ne cerca con voi. Ma bisogna essere molto civile verso di esso e cedergli la mano diritta, perchè è un gentiluomo puntiglioso all'estremo, nè vuole rimoversi d'un passo dal suo cammino, nemmen per un principe; anzi se ne avete veramente paura, la più sana per voi, se lo incontrate, e di voltare strada e prendere un'altra direzione, perchè se vi fermate, e s'accorge che gli fissiate gli occhi addosso, piglia questo per un affronto. Che se poi moveste alcun che, e questo alcun che, sebbene più sottile d'un vostro dito, giungesse a colpirlo, crede che abbiate voluto villaneggiarlo, e lascia tutte l'altre sue faccende per ottenere in via cavalleresca una soddisfazione da voi: è questa la prima delle sue qualità. L'altra poi è che, oltraggiato una volta, non ve la perdona mai più, non vi lascia più nè notte nè giorno, vi circuisce finchè vi abbia raggiunto, finchè non si sia vendicato.
Venerdì avea già salvata la vita al nostro conduttore, quando gli fummo da presso, e stava aiutandolo a smontar da cavallo, perchè era malconcio dalle morsicature e in uno dalla paura avuta, allorchè vedemmo spuntare dal bosco l'orso, ed era uno de' più enormemente grossi ch'io m'abbia veduti. Noi rimanemmo alquanto sconcertati a tal vista, ma non Venerdì nel cui aspetto si leggea facilmente l'intrepidezza, anzi l'ilarità.
‒ “Oh! oh! oh! gridò egli, accennando tre volte col dito la fiera. Padrone, lasciar me fare! Me voler far conoscenza con lui! me voler darvi bel ridere!”
Tanta giocondità del gagliardo mi parea fuor di proposito e mi sorprese.
‒ “Pezzo di matto, gli dissi, ti mangia in un boccone!
‒ Mangiar me in boccone! me in boccone! ripete Venerdì. Me mangiar lui! me dar a voi bel ridere. Voi tutti star fermi qui! Me dare a voi bel ridere!”
Sedutosi tosto per terra, e levatisi gli stivali, cui sostituì un paio di scarpini che avea con sè, consegnò il suo cavallo all'altro mio servo; poi si diede a correre a tutte gambe.
L'orso se ne andava adagio adagio per la sua via, come chi pensa a tutt'altro che ad aver quistioni con alcuno, intantochè Venerdì gli fu in qualche vicinanza, e lo chiamò, come se l'orso avesse potuto rispondergli.
‒ “Te ascoltare! te ascoltare! dicea Venerdì, me volere parlare con te!”
Seguivamo Venerdì ad una certa distanza, ma potevamo veder tutto, perchè scesi ora dalle montagne che prospettano la Guascogna, eravamo entrati in una vasta pianura sparsa sì d'alberi qua e là, ma che lasciava molti vani tra un albero e l'altro. Venerdì che codiava, come dicemmo, l'orso, gli arriva a tiro, e levato un gran sasso da terra glielo gettò sì, che lo colpì nella testa; ma non gli fece più male che se lo avesse scagliato contro ad una muraglia. Ciò era nondimeno quanto da Venerdì si cercava, perchè il furfante era sì scevro di paura, che desiderava appunto farsi correr dietro dall'orso e, mostrar a noi bel ridere, com'egli chiamava ciò. Appena l'orso ha sentito il colpo, e veduto da chi gli veniva, si volta e si dà a seguire l'assalitore facendo passi diabolicamente lunghi, e dimenandosi in tal singolar guisa come se fosse stato un maestro di cavallerizza che avesse voluto mettere al mezzo galoppo un cavallo. Venerdì si pose a correre nella nostra dirittura, come se, spaventato, venisse a chiederci aiuto. Noi di fatto ci determinammo tutti a far fuoco su l'orso e liberare il mio servitore, benchè, a dir vero, io avessi non poca stizza contro di esso, perchè era lui che ci mandava l'orso addosso coll'averlo sviato dalla sua strada, mentre quell'animale se n'andava tranquillamente pe' fatti suoi; e gli perdonavo tanto meno, perchè dopo aver tratti noi per bel diletto suo nell'impaccio, si metteva a fuggire. Anzi gli gridai:
‒ “Sgraziato! È questo il tuo mostrarci bel ridere? Vieni qui, e monta a cavallo. Faremo fuoco tutti di conserva su la fiera”.
Ode le mie parole Venerdì, e grida forte a sua volta:
‒ “Non far fuoco! non far fuoco! Voi aver da avere molto ridere!”
Indi l'agil gagliardo che nel correre faceva due passi per ognuno dell'orso, prende in un subito una dirittura di fianco e adocchiata una bella quercia atta al suo scopo, ne fa cenno di tenergli dietro; poi raddoppiando il passo giunge al piede dell'albero. Quivi, posato a terra pacatamente il suo moschetto, lo salisce ad un'altezza di cinque o sei braccia. L'orso non tarda a raggiugnere l'albero; noi procedevamo tenendoci a qualche distanza verso il teatro dell'azione. L'animale per prima cosa si fermò a piè dell'albero, fiutò il moschetto, poi lasciatolo lì, s'aggrappò all'albero, arrampicandosi ad usanza di un gatto, benchè fosse sì sterminatamente greve. Rimasi sbalordito di questa pazzia, io la pensava tale, del mio servitore, e su l'onor mio non ci trovava finora niente da ridere. In somma, quando vedemmo che l'orso saliva l'albero, cavalcammo tutti a quella volta.
Poichè fummo arrivati all'albero, Venerdì si era sospeso alla sottile estremità di un grosso ramo della quercia, e l'orso aggrappato ad essa avea fatto metà cammino per raggiugnerlo. Tostochè l'orso fu pervenuto alla parte più sottile dell'albero, Venerdì si volse a noi esclamando:
‒ “Voi star a vedere! Me insegnar orso ballare!”
E si diede a far salti e a scuotere l'albero. L'orso principiò a traballare e a non andare più innanzi, bensì a voltarsi per vedere se poteva tornare addietro, e qui da vero ridemmo di tutto cuore. Ma Venerdì non la voleva finita a sì buon mercato per l'orso. Quando vide la bestia così perplessa tornò a parlarle come se questa intendesse la lingua umana.
‒ “Perchè non venire avanti? Da bravo, camerata, venire avanti!”
Anzi per far coraggio all'orso dismise di saltare e di squassar l'albero. Come appunto se l'orso avesse intese le parole di Venerdì, tornava ad avanzarsi un pocolino, e Venerdì a saltare e squassar l'albero, e l'orso a fermarsi e ad esser perplesso. Credemmo allora giunto il bel momento di accoppare la fiera, onde gridammo a Venerdì di star quieto, perchè volevamo far fuoco su l'orso. Ma Venerdì si diede fervorosamente a gridare:
‒ “Per carità non tirare! Ma tirare adesso allora”.
E per lui adesso allora voleva dire adesso adesso27. In somma per far corta la storia, Venerdì saltò tanto e i corrispondenti atti dell'orso furono tanto grotteschi, che avemmo campo a ridere per un bel pezzo; ma nessuno s'immaginava ancora che cosa il nostro direttore del ballo si fosse messo in testa di fare; perchè su le prime pensammo ch'egli avesse soltanto l'intenzione di far fare un capitombolo all'orso; ma vedemmo che la bestia era troppo scaltra per dargli un tal gusto, e benchè si guardasse dal salire tant'alto da non potersi reggere sotto lo scotimento dell'albero, ci si attaccava per altro molto bene co' suoi unghioni, e con le sterminate sue zampe, onde non capivamo come sarebbe andata a finire e qual fosse in sostanza la moralità della commedia. Ma ben tosto Venerdì ci trasse da questa incertezza, perchè vedendo che l'orso s'andava attaccando all'albero ma non si lasciava persuadere ad avvicinarsi di più, allora disse all'orso:
‒ “Ah ben bene! Voi non voler venir avanti, io andare a basso. Voi non voler venire da me, io venire da voi”.
Dopo di che portatosi all'estrema punta del ramo laddove poteva farlo piegare col proprio peso vi si attaccò, e lasciandosi bellamente calar giù finchè fosse vicino a terra abbastanza per ispiccare un salto, eccolo su due piedi e presso al suo moschetto di cui si munì, ma lasciandolo tuttavia ozioso.
‒ “Orsù dunque, Venerdì, gli diss'io, che cosa state a fare adesso? Perchè non gli tirate?
‒ Non ancora; adesso allora, ripetè; me non ammazzare lui adesso, me fermarmi qui; me darvi sempre più bel ridere”.
E veramente fu di parola, come ora sentirete. Poichè l'orso vide che il nemico aveva abbandonata la sua posizione, scese dal ramo cui già s'era abbrancato, ma con grande cautela e guardandosi dietro ad ogni passo e scendendo sempre a ritroso. Poichè fu al principio del fusto dell'albero non dimise il suo metodo di camminare all'indietro e aggrappandosi con gli unghioni alla corteccia e mettendo bel bello una zampa dopo l'altra: prendendosi proprio tutti i suoi comodi. Nel bel momento in cui poggiava la prima zampa di dietro sul terreno, Venerdì, fattosegli ben sotto e postogli la canna dello schioppo all'orecchio lo stese morto di botto. Poi il furfante si volta verso noi per vedere se ridevamo, e lettane negli occhi la nostra soddisfazione, si diede sbardellatamente a ridere anch'egli; poi esclamò:
‒ “Così noi ammazzar orsi in nostri paesi.
‒ Così? io replicai. Ma se non avete moschetti!
‒ Non aver moschetti, ma sparar frecce grandi lunghe”.
Fu questo un divertimento non cattivo per noi; ma eravamo tuttavia in paese deserto, e il nostro conduttore stava assai male, onde non ben sapevamo a qual partito appigliarci. Gli ululati de' lupi di que' dintorni mi rintronavano sempre all'orecchio, e veramente se si eccettuino i ruggiti delle fiere da me uditi alla costa dell'Africa e di cui ho già dato conto altrove, non ho mai sentito frastuono che m'abbia compreso più gagliardamente d'orrore.
LXI. Battaglia co' lupi.
Queste circostanze e l'avvicinarsi della notte non ci lasciavano tempo d'avanzo; altrimenti avremmo fatto a modo di Venerdì, il quale voleva si levasse la pelle all'orso che veramente meritava di essere conservata; ma ne conveniva fare circa tre leghe e il nostro conduttore ci mettea fretta; laonde lasciato l'orso morto dov'era, continuammo il nostro cammino.
La terra era tuttavia coperta di neve, benchè non sì fitta e pericolosa come nelle montagne; ed i lupi, lo sapemmo più tardi, spinti dalla fame, erano calati nella foresta e nella pianura per cercarsi alimento, facendo grande guasto ne' villaggi ove sorpresero le case de' contadini, divorarono i loro armenti e cavalli e qualche creatura umana pur anche. Ci toccava passare da un tristo luogo perchè il nostro conduttore ne disse che, se pure i lupi erano scesi in quelle campagne, gli avremmo trovati ivi. Era questo luogo una piccola pianura circondata di boschi da tutti i lati, che metteva entro una angusta gola, donde dovevamo passare per uscire della foresta, che ci avrebbe di poi condotti al villaggio ove dovevamo pernottare.
Prima di arrivare al tristo sito indicatoci dovevamo entrare in un bosco, ove ci trovammo mezz'ora prima di sera; poco dopo il tramonto eravamo nella pianura. Niuna cosa notabile ne era occorsa nella prima selva; e la sola cosa che ci accadesse nella piccola pianura si fu il vedere, non più in là d'un quarto di miglio, cinque grandi lupi attraversare la strada correndo con grande prestezza l'un dietro l'altro come ad una preda che avessero già in mira. Essi non badarono a noi, e ben presto non li vedemmo più.
Quindi il nostro conduttore che, noteremo qui per parentesi, era un solennissimo poltrone, ne avvertì di metterci su le difese perchè, a quanto credea, saremmo stati poco a vederne degli altri. Noi di fatto allestimmo i nostri moschetti; ma il fatto è che non ci occorsero lupi per tutta la traversata del bosco che era lunga circa una mezza lega. Bensì entrati nella pianura, non avemmo penuria di queste inamabili creature; ed il primo oggetto che ne ferì la vista, fu una dozzina di essi affaccendati a succhiar l'ossa, non diremo a mangiar le carni chè non ce ne restavano più, d'un povero cavallo che aveano sbranato.
Non credemmo a proposito disturbare il loro banchetto, nè i lupi s'accorsero di noi. Venerdì veramente avrebbe voluto che gli permettessi di far qui prove del suo valore; ma io m'opposi risolutamente: capivo bene che avremmo forse avute più faccende di quanto c'immaginavamo. Nè eravamo ancor giunti a metà della pianura quando cominciammo ad udire a sinistra del bosco spaventosissimi ululati di lupi, poi un momento appresso ne vedemmo un centinaio che venivano difilato inverso e come in colonne d'esercito guidate da abili condottieri. Da vero la vedevo mal incamminata, nè sapevo troppo come mettermici per ricevere questi nemici; pure mi parve che il meglio fosse l'ordinarci tutti in linea serrata; e così facemmo in un subito. Indi, affinchè non passasse troppo tempo tra uno sparo ed un altro, ordinai a quelli della mia comitiva che un solo d'ogni due sparasse il suo archibuso, mentre gli altri che non lo avrebbero sparato si terrebbero pronti ad una seconda scarica, se i lupi continuavano a venire innanzi contro di noi; e che chi lo avea sparato, in vece di pensare a ricaricarlo subito, facesse fuoco con l'una poi con l'altra delle sue pistole. Così, fra una metà e l'altra, avevamo sei continue scariche a nostra disposizione, perchè non v'era in quella brigata chi non fosse proveduto di un moschetto e di due pistole. Pure nel momento non abbisognammo di tanto, perchè dopo la prima scarica il nemico fece una piena fermata, tanto lo strepito e il fuoco lo intimorirono. Quattro lupi colpiti nella testa stramazzarono, altri fuggirono feriti e grondanti sangue, come potemmo accorgercene dall'orme che lasciarono su la neve. Ma non tutti fuggirono, onde vidi non esser questa una ritirata compiuta. Ricordatomi allora di avere udito raccontare che i più feroci animali rimanevano spaventati da un gagliardo frastuono di voci umane, dissi ai miei compagni di mettersi a gridare con quanti polmoni aveano. Non trovai fallace la ricetta, perchè dopo ciò i lupi principiarono a ritirarsi e a voltare addietro. Comandai tosto una seconda scarica che, posti al galoppo i fuggitivi, li costrinse a rintanarsi nella foresta.
Ciò ne diede agio a caricare di nuovo le nostre armi, cosa che per non perdere tempo eseguimmo continuando il nostro cammino in avanti. Ma appena ciò fatto, mentre ci affrettavamo sempre di più per essere presto fuori d'impaccio, udimmo un tremendo fracasso nella stessa foresta, sempre a manca, veramente in distanza da noi, ma su la via che dovevamo percorrere.
Cominciava ad imbrunire perchè s'avvicinava la notte a far la nostra condizione più trista, e lo strepito crescea sempre di più, quando ci accorgemmo che derivava tuttavia da ululati di quelle diaboliche creature. In un subito ne vedemmo tre branchi, uno a sinistra, l'altro a destra, il terzo a fronte di noi, sì che potevamo dire d'essere accerchiati dai lupi. Pure, come non si mostravano in quel punto disposti ad assalirci, proseguimmo il cammino con tutta la velocità che potemmo imprimere ai nostri cavalli, poca per dir vero e ridotta al mezzo trotto per quelle perversissime strade. Così arrivammo a veggente dell'ingresso di una selva posta su l'estremità della pianura che ci toccava attraversare per giungere alla nostra meta. D'improvviso da un altro vano di bosco udimmo il romore di uno sparo di moschetto, e guardando da quella parte vedemmo correre come il vento e a briglia sciolta un cavallo inseguito da sedici o diciassette lupi. Per dir vero il corridore li precedeva d'una certa distanza, ma pareva impossibile che nol raggiugnessero, e di fatto il raggiunsero.
Ma entrati appena nella selva, ci si parò innanzi agli occhi uno spettacolo ben più tremendo. Trovammo gli scheletri d'un altro cavallo e di due uomini divorati da quelle fameliche belve. Uno di quegli infelici doveva essere senza dubbio quello da cui venne lo sparo d'arma da fuoco udito dianzi, perchè un moschetto gli posava in terra da presso, il cranio e la parte superiore del corpo di quel misero erano affatto scarnati.
Compresi d'orrore a tal vista, non sapevamo a qual partito appigliarci; ma le creature che ne giravano attorno in cerca di preda ci fecero ben tosto risolvere, e credo da vero che non erano in men di trecento. Fu nostra grande ventura che, non propriamente all'ingresso del bosco ma un poco più in là vi fosse una quantità di legname da lavoro fatto d'alberi atterrati di quella selva e lasciato ivi per essere trasportato. Condussi per mezzo a questa specie di fortezza il mio piccolo esercito, e postici in linea dietro ad un lungo enorme pancone, che ci serviva come d'un parapetto, dissi a tutti di smontare, e formato un triangolo di cui le nostre persone erano i lati, tenevamo entro la sua area i nostri cavalli.
Ci trovammo ben contenti di aver fatto così; perchè non fuvvi mai impeto più furioso di quello onde ci assalirono que' predatori. Con una specie di ruggito saltarono sul pancone che era, come dissi, il nostro parapetto, quasi già sicuri d'aver trovata la loro pastura; e l'avidità dei malandrini parea soprattutto stimolata dalla vista dei cavalli cui facevamo ala. Ordinai tosto alla mia brigata di far fuoco sovr'essi tenendo la stessa regola di poco dianzi. La mira fu sì ben presa, che alla prima scarica già molti lupi caddero morti; ma qui v'era la necessità del fuoco continuo; perchè que' diavoli venivano di fronte, e quelli di dietro incalzavano quelli davanti.
Dopo una seconda scarica ne parve che si fermassero alquanto, e speravo che avrebbero battuta la ritirata; ma fu la fermata sol d'un istante, chè altri lupi sopravvennero a spingerli innanzi. Facemmo altre due volte fuoco su d'essi con le nostre pistole; e credo che in quattro scariche ne ammazzassimo diciassette, e ne storpiassimo altrettanti; ma i maladetti tornavano sempre.
Mi rincrescea l'affrettarmi troppo a consumare la mia munizione; onde chiamato il mio servitore, non già Venerdì (affaccendato allora in opera di maggiore momento, perchè con la massima destrezza aveva caricato il proprio moschetto ed il mio mentre stava dando queste disposizioni), chiamai, dissi, l'altro servitore, ordinandogli di spargere sul pancone tanta polvere da formare un'ampia lista che ne tenesse l'intera lunghezza. Tanto egli fece, ed ebbe appena il tempo di ritirarsi di lì, che i lupi tornavano e alcuni di essi saltarono sul pancone. Allora con una pistola carica di sola polvere diedi fuoco a quella striscia. Rimastine abbrustoliti quelli che erano sul pancone, sei o sette di essi caddero; ma i più balzati dalla paura e dal bruciore del fuoco spiccarono un salto entro la nostra trincea ove facemmo presto a spacciarli. I lupi di fuori spaventati da tale vampa improvvisa che il buio della notte già sopraggiunto rendea più spaventosa, indietreggiarono un poco. Feci sparar tosto in una volta su loro le pistole che ne rimanevano tuttavia cariche, poi mettemmo di conserto un grand'urlo dopo il quale voltarono finalmente le code. Femmo tosto una sortita sopra una ventina circa di essi, prostesi sul terreno e lottanti con la morte che loro affrettarono le nostre armi da taglio. E da ciò ancora ottenemmo un nuovo vantaggio perchè gli ululati mossi da questi morenti e uditi dai loro compagni gli atterrirono con tanta efficacia che finalmente non vedemmo più altri di quella esecrata genia.
Tra prima e dopo ne avremo fatti morti ben sessanta, e ne avremmo ammazzati assai più a luce di giorno. Diradato in tal guisa il campo della battaglia, procedemmo innanzi, perchè ci restava ancora da fare un lega circa di cammino. Lungo la strada continuammo ad udire di mezzo ai boschi ululati di lupi, e qualche volta ancora credemmo vederne alcuni, ma poichè la neve ci abbarbagliava la vista, non avremmo potuto asserirlo con certezza. Dopo un'ora a un dipresso di cammino, arrivati al borgo ove dovevamo pernottare, ne trovammo tutti gli abitanti su la difesa. La notte antecedente, a quanto ne risultò, i lupi ed alcuni orsi avendo fatta una scorreria nel villaggio, posero quei terrazzani in tale spavento, che li costrinse a far guardia e di notte e di giorno per salvare le loro greggie ed anche sè stessi.
LXII. Continuazione del viaggio; arrivo in Inghilterra.
Nella successiva mattina il nostro conduttore stava assai male per le morsicature del giorno innanzi, donde gli derivavono tumori che venivano a suppurazione. Fummo perciò costretti lasciarlo e provvederne un altro che ci accompagnò sino a Tolosa. Quivi trovammo e dolce clima e belli e fertili paesi, nè più orsi nè più lupi nè più molestie di simil natura. Quando raccontammo la nostra istoria ai Tolosani, udimmo nulla esservi di più solito ad avvenire in quella immensa foresta al piede delle montagne, massime per tutto il tempo che la terra rimane coperta dalle nevi. Poi ci chiesero qual razza di guida avevamo tirata fuori che si rischiasse a condurci su quella strada in così rigida stagione. “Pare un miracolo, ne diceano, che non siate stati tutti divorati”. E non meno ne biasimarono quando intesero quel nostro modo di difesa tra i legnami da lavoro allorchè, smontati dai nostri cavalli facemmo questi riparo de' nostri corpi. “Ma sapete che v'era da scommettere cinquanta contr'uno che sareste stati tutti distrutti? Non v'è pei lupi pastura più prelibata dei cavalli, e la loro vista li rende furiosi ad un segno di cui non c'è idea. Senza questa vista avrebbero forse avuto paura d'un moschetto. Ma rabbiosi dalla fame com'erano, e vedendosi a tiro un cibo sì delizioso, non s'accorsero di pericolo. Ringraziate il vostro fuoco continuato e finalmente lo stratagemma della traccia di polvere che li persuase; ma avete corso un bel rischio d'essere sbranati. Era men male se vi contentavate di rimanere a cavallo e di far fuoco su i lupi stando in sella. Finchè il cavallo fa tutto un animale coll'uomo, non lo prendono tanto per cavallo. Piuttosto, se volevate smontare, dovevate lasciar andare i cavalli, che ai lupi non sarebbe parso vero di correre dietro a quella preda, nè avrebbero più pensato a voi altri che ve ne sareste andati innanzi con sicurezza, tanto più che eravate armati d'archibusi”.
Quanto a me, so certo di non aver mai avuta una sì maladetta paura come quando mi vidi venir inverse trecento di que' diavoli mugghiando e a bocche spalancate. Non avendo un sito per rifuggirmi, io mi dava già per uomo perduto, e vivaddio! non traverserò quelle montagne una seconda volta. Sto piuttosto a patto di far mille leghe per mare con la certezza di una tempesta per settimana.
Non ho molto da raccontare di non comune sul viaggio che feci per traverso alla Francia, nè potrei su quel paese esporre maggiori particolarità di quante ne hanno raccolte altri viaggiatori collocati in una posizione migliore della mia per farne incetta. Da Tolosa mi recai a Parigi; poi senza fermarmi gran fatto passai a Calais e di lì subito a Dover, ove arrivai ai 14 gennaio dopo avere presa per viaggiare la più perversa stagione dell'anno.
Ero per allora alla meta de' miei viaggi, ed in breve tempo avevo ritirati presso di me i capitali recentemente ricuperati. Le cedole di banco ch'io m'era portate meco, mi vennero pagate al giusto ragguaglio del cambio che correva in quel tempo.
Il primo confidente, il mio consigliere privato, vale a dire quella buona attempata vedova che già v'ho fatta conoscere, tutta gratitudine pel danaro da me speditole in dono da Lisbona, non trovava fatiche troppo gravose se le impiegava per me; e di tal mia fiducia in lei dovetti ben trovarmi contento per la sicurezza che ne ridondò a tutto quanto mi apparteneva. Dal principio sino al fine e stata per me una grande origine di felicità la non mai smentita integerrima rettitudine di quella buona signora.
* Mi era anzi saltato il pensiere di lasciare in custodia di lei i miei capitali e portarmi a Lisbona e di lì al Brasile per mettere stabile dimora colà; ma alcuni scrupoli religiosi avendomi distolto da simile idea, mi determinai di rimanere in patria e alienare se mi riusciva la mia piantagione del Brasile *.28
Scrissi pertanto tal mia intenzione al mio vecchio capitano di Lisbona che, fatta la profferta di questo acquisto agli eredi de' miei fidecommissari dimoranti al Brasile, la trovò accettata. Essi inviarono ad un loro corrispondente del Brasile trentatrè mila monete da otto, valore della mia parte di quel possedimento.
Mandarono pure al mio vecchio amico di Lisbona, e questi a me, l'atto di vendita che autenticai con la mia firma. Mi spedì pure in cedole di banco la somma di trentadue mila ottocento monete da otto, ritenendosi, perchè gl'ingiunsi espressamente di far così, l'equivalente della rendita di cento moidori per lui sua vita naturale durante, e di cinquanta, morto lui, per suo figlio, rendita che gli avevo assicurata, come fu detto, su la piantagione medesima.
Così terminava la prima parte di una vita tutta di strane venture, di una vita che parve un giuoco di scacchi della Providenza, di una vita sparsa di tal varietà che il mondo ben rare volte potrà additare la sua compagna, di una vita principiata mattamente, ma condotta a termine con maggiore felicità di quanta mai ogn'incidente di essa mi avesse dato luogo a sperare.
Ognuno s'immaginerebbe che in questo stato di compiuta fortuna mi fosse passata la voglia di correre nuovi rischi e venture; e così sarebbe avvenuto, se altre circostanze non fossero occorsi. Ma avvezzo com'ero alla vita vagante, privo di famiglia, nè avendo, benchè ricco, contratte nuove relazioni, anche dopo aver venduta la mia piantagione del Brasile, non sapeva levarmi dalla testa quella contrada nè domare in me la mania di commettermi ai venti; soprattutto non sapevo resistere al prepotente desiderio di rivedere la mia isola e di sapere se i miei poveri Spagnuoli ci aveano posto dimora.La mia buona amica, la vedova che conoscete, metteva tutto il fervore a dissuadermene, e ci riuscì tanto che per circa sett'anni la vinse ch'io non imprendessi altri viaggi. In quell'intervallo mi assunsi la tutela di due nipoti, figli d'uno de' miei fratelli (del maggiore che avea qualche cosa del proprio), uno lo allevai come un piccolo gentiluomo, e per giunta al suo stato, gli feci un patrimonio del mio che gli sarebbe toccato quando fossi morto. Posi l'altro in educazione sotto un capitano di vascello, e accortomi dopo cinque anni ch'era un affettuoso, gagliardo, intraprendente giovinetto, gli comperai un buon vascello mercantile, mandandolo a cercare fortuna sul mare. Chi avrebbe detto che in appresso questo medesimo giovinetto m'avrebbe invogliato, quand'ero già vecchio, di correre rischi novelli?
Nello stesso tempo io aveva dato in parte un metodo al mio vivere; perchè prima di tutto mi ammogliai, nè con mio svantaggio, nè avendo mai avuto motivo di pentirmene. Ebbi tre figli, due maschi e una femmina. Ma mi morì la moglie, e il mio nipote capitano di vascello tornando a casa con prospero successo dopo un viaggio fatto nella Spagna, un po' per la mia naturale propensione ad andare attorno, un po' con la sua importunità, mi fece condiscendere ad entrare qual privato negoziante nel suo vascello destinato per l'Indie Orientali. Ciò accadde nell'anno 1694.
In questo viaggio visitai la mia nuova colonia nell'isola, vidi gli Spagnuoli miei successori nell'abitarla, seppi l'intera storia delle loro vite e de' mascalzoni che lasciai colà; seppi come costoro avessero su le prime insultati que' poveri Spagnuoli, come si fossero in appresso accordati, poi disaccordati, uniti e disuniti, come finalmente avessero costretti que' pazienti Spagnuoli a venire alle cattive con loro tanto che gli ebbero fra le mani; come usassero umanamente con questi prigionieri: una storia che, internandocisi, non è meno copiosa di varietà e di maravigliosi accidenti della mia storia medesima: soprattutto nella parte che riguarda le loro battaglie coi Caraibi, i quali più d'una volta approdarono nell'isola stessa, e l'impresa tentata da cinque di que' coloni sul continente, donde condussero prigionieri undici uomini e cinque donne. Di fatto nel momento del mio arrivo io trovai da una ventina di piccoli ragazzi nell'isola.
Rimastovi a un di presso venti giorni, quando nè partii, lasciai a quegli abitanti un sussidio di tutte le cose più necessarie alla vita, particolarmente in armi, polvere, pallini, panni, stromenti, e un fabbro ferraio e un falegname ch'io avea a tal fine condotti meco dall'Inghilterra.
In oltre ripartii le terre fra loro, riservandone a me l'intero diretto dominio; ma il mio comparto fu tale, che nessuno nè restò disgustato; perchè cercai di contentare alla meglio i desideri d'ognuno di essi. Sol dopo aver assestate le cose in tal guisa, e d'essermi fatto promettere che non abbandonerebbero l'isola, salpai di lì.
Approdato indi al Brasile comprai una filuca che carica di nuovi coloni spedii nella mia isola. Oltre ad altri soccorsi, vi posi dentro sette donne tali quali mi parvero atte così a far da serve come a divenir mogli di chi le avesse volute in tal qualità. Quanto agli Inglesi, promisi di spedir loro alcune donne dall'Inghilterra ed un buon carico di stromenti rurali, se avessero voluto darsi all'agricoltura, promessa che in appresso non potei mantenere. Quelli fra essi che si erano mostrati per lungo tempo bricconi, dopo essere stati domati, e poichè riconobbero anch'essi una proprietà a parte da custodire, erano da vero divenuti galantuomini e gente di proposito. Mandai pur loro dal Brasile cinque vacche, tre delle quali pregne, alcune pecore e porci, razze che trovai grandemente moltiplicate quando rividi l'isola la terza volta.
Ma tutte le cose ora epilogate e il racconto dei trecento Caraibi che invasero quella costa e ne posero a sacco le piantagioni, delle due battaglie che i miei isolani sostennero contro di essi, della prima disfatta che soffersero con perdita d'uno dei loro, dell'orrida burrasca che distrusse tutti i canotti di que' selvaggi, onde gl'invasori affamati perirono quasi tutti, ed i coloni liberatisi di costoro ricuperarono e reintegrarono gli antichi possedimenti ove vivono anche oggidì, tutte queste cose, dissi, ed altri nuovi maravigliosi incidenti occorsimi nell'intervallo d'altri dieci anni, formeranno l'argomento di tutto quanto mi rimane a narrare dopo questo mio secondo ritorno nell'Inghilterra.
LXIII. Male nell'osso medicato dalla bontà di una moglie; sciagura non preveduta.
Quel triviale proverbio usato in tante occasioni nell'Inghilterra: Mal nell'osso, incurabile, non si è mai verificato maggiormente che nella storia della mia vita. Ognuno si sarebbe immaginato che dopo trentacinque anni d'angosce, dopo una sequela di varie calamità per cui ben pochi uomini, se pur ve ne furon mai, sono passati; dopo sett'anni trascorsi nell'abbondanza di tutte le cose, venuto già vecchio e avendo sperimentate, bisogna certo convenirne, tutte le possibili condizioni della vita di un privato, dopo tutto ciò ognuno si sarebbe immaginato che la mania de' viaggi manifestatasi in me, come raccontai, con tanta violenza sin dal primo istante che entrai nel mondo, fosse omai domata; che la parte volatile del mio cervello fosse svanita o almeno condensata abbastanza, perchè a sessanta anni prevalesse in me il gusto di restarmene a casa e rinunziassi finalmente ad ogni idea di rischiare per l'avvenire e le mie sostanze e la mia vita.
Per pensar così v'era di più: i soliti allettamenti dei venturieri erano tolti da me. Io non aveva bisogno di fare una fortuna; nulla di cui andare in cerca. Se avessi guadagnati dieci mila sterlini non sarei stato ricco maggiormente, perchè aveva già quanto bastava per me e per coloro cui dovevo trasmettere le mie sostanze. Questo mio stato si aumentava ogni giorno, perchè poca essendo la mia famiglia, non avrei saputo spendere l'intera mia rendita, semprechè non mi fossi voluto mettere in quello sfarzo che appartiene ai grandi, attorniarmi cioè di numerosi servi, tenere un ricco traino di cavalli, vivere in continue feste, allegrie e simili cose di cui non avevo nozione e per le quali non mi sentivo inclinato. In conclusione, non c'era nulla di meglio a fare per me dello starmene tranquillo, del godermi in pace i guadagni da me fatti e del vederli aumentare ogni giorno nelle mie mani.
Ma tutte le predette considerazioni, non producevano effetto su me o almeno non abbastanza perchè resistessi alla permanente stravagante bramosia d'andare attorno, malattia cronica da cui m'era impossibile il liberarmi. Soprattutto la voglia di rivedere la mia nuova piantagione nell'isola e la colonia che vi lasciai mi girava per la testa continuamente. Erano questi i miei sogni di tutta la notte, le mie immaginazioni della intera giornata. La mia fantasia si era fissata sì gagliardamente e tenacemente su ciò, che io ne parlava dormendo; che nulla potendo rimoverla dalla mia mente, si cacciava con violenza in tutti i miei discorsi quando vegliavo al punto di divenire stucchevole, perchè io non sapeva mai tirare a mano, mai toccare altro cantino: mi rendevo indiscreto e molesto ai circostanti, e ben lo sentiva io medesimo.
Ho spesse volte udito dire da persone di retto discernimento che tutto quanto si racconta nel mondo su gli spettri e le apparizioni è dovuto alla forza delle immaginazioni umane e ai possenti effetti della fantasia su le menti; e che nulla havvi quaggiù di corrispondente in realtà alle apparizioni di spiriti, a fantasmi che camminino e cose simili; che il solo affissarsi appassionatamente che fanno gli uomini sui discorsi avuti con gli amici loro defunti finchè viveano, li rappresenta ad essi come reali a tal punto per cui in forza di qualche straordinaria circostanza giungono a persuadersi di vedere questi trapassati, di parlare con loro, di udirne le risposte, mentre in realtà nulla havvi di vero che l'ombra della cosa foggiata dai vapori dei loro cervelli, allorchè effettivamente non vedono nulla.
Quanto a me nemmeno a quest'ora so dire29 se cose del genere delle apparizioni di spiriti e d'individui che camminino dopo esser morti, abbiano una reale esistenza o se quanto ne viene raccontato di simil natura sia soltanto effetto di vapori e di alienazione delle umane fantasie. Ma posso bene accertare che la mia immaginazione, fossero poi vapori, o chiamateli come volete, mi travagliava sì fortemente, mi trasportava al segno di credermi sul luogo, nella mia antica fortificazione, all'ombra di quegli stessi alberi. Io vedeva il mio vecchio spagnuolo, il padre di Venerdì e i ribaldi scorridori da me lasciati nell'isola. Anzi io parlava con essi, li guardava accigliato, come se stessero dinanzi a me, ed ero perfettamente desto; e ciò andava sì oltre, ch'io stesso atterriva di queste immagini a me create dalla mia fantasia. Una volta, in una di queste mie visioni o sogni, se così vi piace nominarli, io mi compresi con tal verace energia, della quale non potete formarvi un concetto, di tutto l'orrore che poteva destarsi in me al racconto fattomi dallo Spagnuolo o dal padre di Venerdì d'una ribalderia di que' tre mascalzoni. Costoro, mi si diceva (e ciascun mio personaggio era presente), aveano tentato l'eccidio di tutti gli Spagnuoli, posto fuoco alle provisioni ch'essi aveano portate seco per affamarli. Io realmente non aveva mai udito nulla di ciò; niuna di tali cose era mai stata autenticata da qualche fatto che fosse a mia notizia; pur tutto questo si era scolpito sì fortemente nella mia immaginazione, era sì verace per me, che quando più tardi vidi coloro, non sapevo persuadermi che tutto ciò non fosse, che tutto ciò non dovesse essere accaduto. Oh! come nell'atto della visione che vi racconto, diedi fuori all'udire la querela degli Spagnuoli, come feci presto a far condurre i rei al mio tribunale, a processarli, ad ordinare che fossero impiccati. Che cosa di reale vi fosse in tutto ciò, si vedrà a suo tempo. Certamente, o queste immaginazioni si fossero così disposte nella mia mente, o in quell'estasi un segreto consorzio di spiriti ce le avesse infitte, vi era, lo ripeto, una gran parte di vero; non dico d'una verità specificata e letterale, ma generalissima nella sostanza; perchè effettivamente le scelleraggini, la perfida condotta di que' cialtroni induriti nella iniquità era stata tale, avea tanto oltrepassato il limite d'ogni mia descrizione, quella mia specie di sogno collimava tanto col fatto, che se in appresso avessi usato severità con coloro, cioè se gli avessi fatti impiccare, avrei operato rettamente, nè sarei stato condannabile al cospetto di Dio o a quello degli uomini. Ma si torni alla mia storia.
In questa specie di temperatura d'animo passai diversi anni. Io non sapea che cosa fosse goder la vita, che cosa fosse l'avere ore piacevoli, lieti divagamenti fuor quelli che avevano in se stessi qualche correlazione con l'idea tiranna de' miei pensieri. Mia moglie che mi leggeva interamente nell'animo, così parlommi sul serio una notte.
‒ “Io vi credo dominato da qualche segreto impulso della Providenza che v'abbia predestinato ad imprendere nuovi viaggi, nè vedo altra cosa che vi rattenga da ciò fuor de' legami in cui vi stringe lo stato di padre e soprattutto quello di buon marito. È vero che non potrei reggere all'idea di separarmi da voi; sono per altro certa qual sarebbe, se venissi a mancare io, la prima delle vostre risoluzioni. Non vorrei, se i turbamenti cui soggiace il vostro animo fossero, come sembra, il segnale di una determinazione venuta dall'alto, esserne io unicamente un ostacolo all'adempimento; laonde se giudicaste opportuno, se credeste bene di ....”
Qui si fermò. La pose in iscompiglio il modo concentrato ond'io stava ascoltando le sue parole.
‒ “Perchè non proseguite, diss'io, perchè non terminate il discorso che cominciaste?”
M'accorsi allora dalle lagrime che le spuntavano sul ciglio, quanto fosse gonfio il suo cuore.
‒ “Parlate, allora soggiunsi, mia cara. Desiderate forse ch'io vada via?
‒ Tutt'altro! ella rispose con affettuosissimo accento. Sono ben lontana dal concepire un tal desiderio; ma se voi aveste deliberato di partire, piuttosto che essere un ostacolo alle vostre determinazioni, verrei con voi, perchè, se bene mi sembri una risoluzione molto fuor di tempo ai vostri anni, pure se la cosa avesse ad esser così (e qui nuovamente si diede a piangere), io non vorrei abbandonarvi. Se l'inspirazione vi viene dal cielo, dovete seguirla: è vano il resisterle. Ma se il cielo prescrive a voi come un dovere il partire, rende ad un tempo un dover mio l'accompagnarvi, o altrimenti disporrà le cose io modo che in me non troviate un inciampo”.
Questo affezionato contegno della mia compagna mi riscosse alcun poco dal mio delirio, onde principiai a pensare meglio ai casi miei. Sedata alquanto la mia smania di vagare pel mondo, mi diedi a far pacatamente queste considerazioni. “Che bisogno ho io con sessant'anni su la groppa e dopo una vita tutta di fastidi e di patimenti terminata in sì bella e comoda maniera, che bisogno ho di comprarmi nuovi rischi e di cacciarmi nuovamente nella vita del venturiere, buona solamente pei giovani e per gli spiantati?”
Oltre a queste considerazioni, pensai ai miei obblighi verso la moglie, un figlio già nato e quello che nascerebbe, perchè ell'era incinta. Meditai come avessi già tutto quello che il mondo potea darmi, nè esservi un perchè io pescassi pericoli per amor del guadagno; declinar le mie forze col crescer degli anni, e dover io pensare a congedarmi dalle ricchezze accumulate anzichè ad aumentarle. Quanto alla possibilità di un impulso celeste che mi obbligasse a tentar nuovi viaggi, mia moglie veramente lo avea detto, ma questo comando del cielo io non sapeva vederlo. Così dopo molte riflessioni e lotte con la mia immaginazione, fattomi forza per ragionare a mente fredda e fuor d'ogni preoccupazione, che è quanto, cred'io, in simili casi ciascuno dovrebbe fare, riuscii finalmente a domare la mia fantasia. Mi acchetai a quegli argomenti che meglio calzavano ad un posato raziocinio, e che mi forniva in abbondanza la presente mia condizione.
Soprattutto, come espediente più efficace al mio fine, risolvei distrarmi con altre cose, e darmi a tali occupazioni che mi tenessero tanto legato il pensiere da non poter correre a fantasticherie dell'antico genere, perchè osservai che queste mi assalivano principalmente quand'era ozioso e non aveva nulla da fare, almeno di qualche momento. Con questo proposito comperai un piccolo podere nel territorio di Bedford, ove decisi di andare io stesso a mettere stanza. Quivi era una piccola casa conveniente ad abitarvi, e circondata di campi che trovai atti a ricevere grandi miglioramenti. Ciò s'affaceva sotto molti rispetti alla mia grandissima inclinazione grandemente propensa alla coltura, al governo, al piantamento e miglioramento dei terreni; e, ciò che era più da calcolarsi, essendo quel podere in una provincia molto mediterranea, io era fuor dell'occasione di conversare con uomini di mare, e di pensare a cose che si riferissero alle remote parti del mondo.
In una parola, andai ad abitare sul mio fondo; e, stabilita quivi la mia famiglia, mi provvidi d'aratri ed erpici, di carra di varie fogge, di cavalli, di bestiame grosso e minuto; poi datomi seriamente all'opera, non passò un mezz'anno ch'io era divenuto uno schietto gentiluomo campagnuolo: non pensavo più che a dirigere i miei famigli, a far coltivare la terra, a mettere siepi, a far piantamenti e simili lavori rurali; onde mi parea di vivere la più felice vita che la natura potesse additare, o cui potesse ripararsi un uomo battuto non interrottamente dalle disgrazie.
Io fittaiuolo de' miei propri terreni non avevo affitti da pagare, non patti che mi vincolassero: io potevo costruire o abbattere a mio piacimento; gli alberi ch'io piantava mi appartenevano; i miglioramenti ch'io faceva andavano alla mia famiglia; abbandonata ogni idea di vagare attorno, la vita non avea sconforti per me in questo mondo. Da vero io credeva ora di godere quel medio stato della vita che il padre mio raccomandavami con tanto fervore: specie di celeste vita somigliante a quella descritta dal poeta in ordine alla vita campestre:
Scevra di vizi, di rimorso e affanni,
Ai disagi non è vecchiezza in preda,
Non gioventude a seducenti inganni.
Ma in mezzo a tanta felicita, un colpo non preveduto del destino venne a confondermi tutto ad un tratto, nè solamente mi fece una ferita inevitabile ed incurabile, ma con le sue conseguenze mi fe' ricadere nelle mie antiche propensioni a vagare pel mondo: male, come ho detto, che io aveva nell'osso. Questo ritornò ad abbrancarmi, e, siccome la recidiva d'una violenta malattia, piombò su me con tale irrestibile forza, che niun'altra impressione me ne poteva omai liberare. Questo colpo fu la morte di mia moglie.
Non mi prefiggo qui di comporre un'elegia ad onore di essa, non di descrivere il carattere delle sue particolari virtù, non di far la corte al bel sesso col tesserle un'orazione funebre. Essa era, in una parola, il perno di tutti i miei affari, il centro di tutte le mie imprese; la prudenza di lei era il solo regolatore che mi manteneva in quel fortunato equilibrio a me sì necessario per non ricadere negli stravaganti e rovinosi disegni fra cui la mia mente ondeggiava. Ella valeva a governare i miei fantastici ghiribizzi meglio di quanto avessero potuto le lagrime di una madre, le istruzioni paterne, i consigli d'un amico o la facoltà della mia ragione. Io che mi tenea fortunato nel lasciarmi vincere dalle sue lagrime, nell'arrendermi alle sue preghiere, non vi so dire a qual grado mi trovassi derelitto e sbalestrato sopra la terra dopo averla perduta.
LXIV. Nuova navigazione intrapresa.
Poichè mia moglie non era più, mi pareva una stravaganza il mondo che stavami attorno. Al veder che io era straniero in esso come fui nel Brasile la prima volta che vi approdai, che io era solo (se si eccettui l'aver gente che mi servisse) come fui nella mia isola, non sapevo nè che cosa pensare nè che cosa fare. Guardava all'intorno di me; vedevo gente affaccendata: in che cosa? Parte lavorando per accattarsi il pane, parte scialacquando il proprio, ora immersa in vergognose sregolatezze, ora intenta a procacciarsi vani diletti: infelici gli uni e gli altri, perchè fuggiva dinanzi a loro il fine che si prefiggevano. Gli spensierati, fatti stracchi dai medesimi loro vizi, s'affaticano per far cumulo d'affanni e di pentimenti; gli uomini dediti al lavoro si sbracciano all'intorno di quel pane che mantiene in essi le forze vitali per tornarsi a sbracciare, posti in una giornaliera altalena d'angosce e vivendo per lavorare e lavorando per vivere, come se il pane giornaliero fosse il solo fine di una vita stentata, ed una vita stentata il solo mezzo di procacciarsi il pane giornaliero.
Ciò tornommi a mente la vita ch'io conducea nel mio regno, allorchè in quel la deserta isola io non faceva nascere più d'una data quantità di grano, perchè non me ne bisognava di più; non allevavo una maggior copia di capre, perchè del superfluo di esse non avrei saputo che farmi, intantochè il mio danaro, stando a prendere la ruggine in un tiratoio, ebbe pur rare volte l'onore d'un mio sguardo nel corso di venti anni.
Se da tutte queste considerazioni avessi tratto un debito costrutto e tal quale la religione e la ragione me lo avevano additato, avrei saputo cercare alcun che di superiore ai godimenti terreni siccome meta ad una piena felicità; avrei veduto lucidissimamente esservi del certo qualche cosa in cui sta la ragione della vita, qualche cosa di più alto ordine di tutte l'altre, che vuol essere posseduta o al cui possesso almeno dobbiamo aspirare di qua dal sepolcro.
Ma la mia saggia consigliera più non viveva; io era qual nave priva di nocchiero che corre a solo grado de' venti; i miei pensieri si gettavano perdutamente negli antichi vaneggiamenti; la mia mente era affatto volta alla mania di cercar venture su i mari; tutti i piacevoli innocenti diletti per cui mi erano dianzi unico scopo di affezione il mio podere, le mie gregge, la mia campestre famiglia, tutto ciò era divenuto un nulla per me: tali delizie non mi davano maggior gusto di quanto la musica ne possa dare ad un uomo privo d'udito, o la squisitezza de' cibi a chi ha perduto il senso del palato. In somma mi determinai di lasciar andare il governo domestico e il mio rustico fondo e di tornarmene a Londra come feci di lì a pochi mesi.
Venuto a Londra, io non mi sentiva nelle mie pieghe meglio di prima. Questo soggiorno non mi accomodava, io non aveva quivi nessuna sorta d'occupazione: nessuna, fuorchè vagare qua e là siccome quegli sfaccendati di cui suol dirsi che sono affatto inutili nella creazione di Dio, e pei quali non importa un quarto di soldo ai loro simili se sieno vivi o se sieno morti30. Era questo fra tutti i casi di vita quella che più avessi in avversione, io accostumato sempre ad una vita operosa, onde ripeteva sovente a me stesso: “Lo stato del non far nulla è la massima fra le umane degradazioni”. E da vero io mi credeva più decorosamente impiegato quando spesi ventisei giorni a farmi un pancone d'abete.
Principiava or l'anno 1693 quando quel mio nipote, ch'io posi, come vi narrai, su la carriera marittima col farlo capitano di un vascello, tornò da un breve viaggio fatto a Bilbao, che fu il suo primo. Recatosi tosto da me, mi raccontò come alcuni negozianti gli avessero fatta la proposta di trasferirsi per conto delle loro case alle Indie Orientali o alla Cina.
‒ “Adesso, zio, egli soggiunse, se volete imbarcarvi con me, m'obbligo condurvi alla vostra antica abitazione, nella vostra isola; perchè toccheremo le coste del Brasile”.
Nulla può dimostrar meglio l'esistenza di un mondo invisibile e di una vita avvenire siccome la coincidenza delle seconde cause con quelle idee che ci formammo nel più recondito segreto de' nostri pensieri senza comunicarle ad uomo vivente.
Mio nipote non sapeva nulla che m'avesse nuovamente invaso la mia frenesia di viaggiare il mondo, nè io sapea certo che cosa si fosse prefisso dirmi, quando in quella stessa mattina prima ch'egli mi capitasse, dopo essere, in mezzo ad una grande confusione d'idee, corso per tutti i versi sopra i miei casi, ero venuto nella risoluzione di recarmi a Lisbona onde consultarmi ivi col mio vecchio capitano, e, se la cosa era ragionevole e praticabile, visitare di nuovo la mia isola e vedere che cosa fosse avvenuto de' miei sudditi. Avevo già in testa mia disposte le mie fila per popolare quel luogo, conducendovi novelli abitanti, per procurarmi una patente di possesso e che so altro, quando nel bello di tali miei divisamenti arrivò mio nipote facendomi la proposta che vi ho già raccontata.
Lasciai succedere una breve pausa a quella inchiesta, poi fisatolo in faccia, gli dissi:
‒ “Gli è stato il diavolo che v'ha data la sgraziata commissione di venirmi a tentare in questa maniera?”
Mio nipote rimase sbalordito, e su le prime anche spaventato da tal mio contegno, ma non tardando ad accorgersi che la sua proposta mi avea tutt'altro che disgustato, si fece animo e proseguì.
‒ “Diletto zio, io sperava non avervi fatta una sgraziata proposta, nè mi sembrò una temerità il credere che potreste rivedere con piacere la nuova colonia su cui regnaste una volta con miglior successo di quanto n'abbiano avuto molti de' vostri fratelli monarchi sopra la terra31”.
Per venire alle corte, la proposta di mio nipote collimava tanto col mio carattere, o per dir meglio con la frenesia cui soggiacevo, e della quale ho già tanto parlato, che in poche parole gli dissi:
‒ “Fate il vostro accordo co' vostri negozianti, e verrò; ma non vi prometto di andar più in là della mia isola.
‒ Come, signore? Non avrete, cred'io, gran voglia di essere piantato là un'altra volta.
‒ Ma non potete, replicai, prendermi con voi nuovamente nel tornare addietro?
‒ Ciò non e possibile. I miei commettenti non mi permetterebbero mai ch'io tornassi addietro da quella parte con un vascello carico di merci del più alto valore; oltrechè, allungherei di un mese e forse di tre o di quattro il mio viaggio. Vi è di più, caro zio: quando vi avessi lasciato, potrebbe occorrermi tal disgrazia, che mi impedisse ogni ritorno, ed in simile caso vi trovereste ridotto alla condizione medesima di una volta”.
Non vi era un'obbiezione più ragionevole di questa; ma di comune accordo trovammo un rimedio: fu quello di portare a bordo del vascello tutti i pezzi d'un piccolo bastimento e di condurre con noi non so quanti carpentieri per connetterne i pezzi, quando sarei nell'isola e di tornare in pochi giorni il bastimento in istato di affrontare i flutti.
Non rimasi lungo tempo in forse. Per una parte l'insistenza di mio nipote aggiugneasi con tanta efficacia a quanto era la mia passione predominante, che niuna cosa potea mettervi ostacolo; per l'altra, essendo morta mia moglie, non avevo altri attinenti dotati di discernimento che potessero persuadermi a fare o non fare una cosa fuor della mia buona amica: la vedova a voi nota. Questa del certo combattè a lungo con me per indurmi a considerare i miei anni, gli agi di cui godevo in mia patria, il nessun bisogno d'espormi ai pericoli di una sì lunga traversata: a pensar soprattutto ai miei teneri figli. Ma fu per lei tempo perduto. Era in me indomabile il desiderio d'imprendere questo viaggio.
‒ “Vi è, le dicevo, alcun che di tanto straordinario nelle impressioni da cui sono determinato alla presente risoluzione, che mi parrebbe di resistere ai decreti della Providenza; crederei commettere un altentato contr'essa se rimanessi a casa”.
All'udir ciò quella timorata donna desistè dalle fervide sue rimostranze, e, quel che è più, si unì meco non solo aiutandomi nelle disposizioni che doveano precedere la mia partenza, ma ancora nell'assistere ai miei affari domestici pel tempo che sarei rimasto lontano e nel provvedere all'educazione dei miei figli.
Coerentemente alle indicate cose, feci il mio testamento e, ordinato quanto riguardava i miei possedimenti, ne fidai l'amministrazione in mani tanto sicure da poter vivere tranquillo che, qualunque disgrazia mi intravvenisse, i diritti de' miei figli non sarebbero mai stati pregiudicati e troverebbero sempre giustizia. Quanto alla loro educazione, ne lasciai tutto il pensiere alla mia vedova assicurandole un convenevole assegnamento in compenso delle sue cure; e ben ella se lo meritò, perchè non fuvvi madre che s'incaricasse con più amore di tale bisogna, nè che meglio la comprendesse. Poichè ella vivea quando tornai, io vissi parimente per provarle la mia gratitudine.
Ai 5 gennaio del 1694 mio nipote era già lesto a salpare; ond'io col mio servo Venerdì mi recai a bordo nel porto di Down, dopo aver fatto venire colà, oltre ai pezzi del piccolo bastimento mentovato dianzi, un carico veramente considerabile d'ogni specie di cose che giudicai opportune per la mia colonia a fine soprattutto di portarle sollievo se l'avessi trovala in condizione men buona.
Primieramente condussi meco diversi operai, dei quali io mi prefiggeva fare altrettanti abitanti dell'isola, o almeno artigiani che lavorassero per conto mio finchè fossi ivi rimasto: in somma, quanto al lasciarli colà o ricondurmeli altrove, mi sarei regolato a norma di quanto avrebbero desiderato. Soprattutto mi ero provveduto di due carpentieri, d'un fabbro ferraio e d'un ometto assai disinvolto ed ingegnoso, bottaio di professione, ma che ad un bisogno diveniva un perfetto artista meccanico; abile a farvi, se lo desideravate, ruote, molinelli per macinare a mano una discreta quantità di grano, buon tornitore, buon vasaio: tutto quello che potea fabbricarsi con legno o terra lo fabbrica; onde noi lo chiamavamo il nostro fa tutto. Aveva pur meco un sartore che si era offerto qual passeggiere a mio nipote, ma che in appresso acconsentì rimanere nella nostra piantagione; e trovammo anche in lui un buon omaccio che ci rese veri servigi in molte occasioni, ed abile anch'esso in fare cose poste fuori della sua professione per quel gran motivo che la necessità insegna all'uomo tutti i mestieri.
Il mio carico, per quanto posso ricordarmi, perchè non tenni un conto di tutti i minuti particolari, consisteva in una scorta di biancherie e di panni leggieri quanta sarebbe bastata, secondo i miei calcoli, a provedere discretamente di vestimenti i miei Spagnuoli che m'aspettava di trovare colà. Se non m'inganno, tra guanti, scarpe, cappelli e simili cose che si vogliono cambiare più spesso, oltre ad alcuni letti, attrezzi da letto, masserizie domestiche, particolarmente arnesi da cucina, siccome pentole, caldaie, rame, peltro, circa a cento libbre di ferramenta, chiodi, stromenti d'ogni specie, catenacci, rampini, gangheri ed altro che sembravami all'uopo di que' miei sudditi, spesi più di dugento sterlini.
Aveva meco parimente un centinaio d'armi da fuoco portatili in archibusi e moschetti, oltre a più paia di pistole, ed una notabile quantità di munizioni per ogni calibro, da tre in quattro tonnellate di piombo e due cannoni di bronzo. Anzi, non sapendo per quanto tempo sarei rimasto o a quali estremità avrei dovuto provvedere, presi meco un centinaio di barili di polvere e armi da taglio e ferri di picche e alabarde: per finirla, avevamo un ampio magazzino di ogni genere di mercanzie. Di più feci che mio nipote mettesse nel cassero del vascello due cannoni oltre a quelli che gli bisognavano, a fine di lasciarli colà a misura dell'occorrenza. Io volea che, arrivati sul luogo, potessimo essere in grado di fabbricare un forte e munirlo contra ogni sorta di nemici. E da vero al mio primo comparire nell'isola, ebbi motivo di credere che di tutta questa roba non se ne fosse portata di troppo e che ne vorrebbe anche dell'altra, come si vedrà nel progresso di questa storia.
Non ebbi in questo viaggio la stessa mala sorte cui era avvezzo in addietro, onde avrò forse minori occasioni d'interrompere il lettore, ansioso probabilmente di udire come poi si fossero poste le cose nella mia colonia. Tuttavia al primo spiegare delle nostre vele si unirono tali sinistri casi e contrarietà di venti, che resero il nostra viaggio più lungo di quanto lo avrei immaginato da prima. Anzi, io che non aveva mai fatto altro viaggio, il cui successo corrispondesse ai disegni pe' quali fu concepito fuor del primo alla Guinea, cominciavo già a credere che mi si apparecchiasse la solita mala sorte, e che il mio destino fosse: Non contentarmi mai alla terra ed essere sempre sfortunato sul mare.
I venti contrari che ci spinsero verso tramontana ne obbligarono a gettar l'áncora a Galway nell'Irlanda ove gli stessi venti ci tennero imprigionati ventidue giorni. Nondimeno in mezzo alla disgrazia avemmo la soddisfazione che i viveri in quel paese fossero a bonissimo mercato e abbondanti; laonde in tutto l'intervallo di questa nostra dimora non solamente non toccammo mai le vettovaglie del vascello, ma le crescemmo. Quivi comprai parecchi porcelli giovani e due vacche co' loro vitelli, animali ch'io contava di lasciare, se riusciva ad una felice traversata, nella mia isola; ma accaddero altre circostanze per cui dovetti disporre di essi altrimenti.
LXV. Incendio d'un bastimento.
Nel giorno 3 di febbraio spiegammo le vele dall'Irlanda accompagnati da un vento assai favorevole che ne durò per alcuni giorni.
Presso al finire dello stesso mese, fu, se la memoria mi tradisce, ai 25, quando il nostro aiutante, che era allora di guardia, entrato nella camera rotonda32, venne a raccontarci di aver veduta una vampa in distanza ed udito uno sparo di cannone che non doveva essere stato il primo, perchè il contromastro gli aveva detto di averne sentito un altro. Usciti tutti di lì, ci trasportammo sul cassero ove ci fermammo un pochino senza veramente udire nulla. Di lì a non so quanti minuti vedemmo noi pure uno straordinario chiarore che giudicammo dovesse procedere da qualche terribile incendio in lontananza. Consultata la nostra stima33, convenimmo tutti nel dire che non poteva esservi terra in quel la direzione donde si manifestava la luce d'un incendio, almeno non ci poteva essere fuorchè ad una distanza di cinquecento leghe, perchè il chiarore veniva da west-nord-west (maestro ponente). Concludemmo quindi che derivasse da qualche bastimento cui si fosse appiccato il fuoco; anzi dal frastuono di cannoni udito un momento prima, s'argomentò che il legno incendiato non avesse ad essere molto lontano da noi. Governando tosto alla volta del rimbombo udito, non tardammo ad accorgerci che più avanzavamo, più vasto appariva l'incendio, se bene facendo una nebbia foltissima non potessimo discernere per qualche tempo altra cosa che questa vampa. Nondimeno dopo aver veleggiato circa mezz'ora, avendo il vento per noi, ancorchè non gagliardissimo, e dissipandosi alquanto la nebbia, scorgemmo pienamente un grande vascello tutto in fiamme nel mezzo del mare.
Potete credere che, se bene mi fossero ignoti affatto gli uomini percossi da tale disgrazia, ne rimasi commosso al massimo segno. Allora mi tornarono a mente gli antichi miei casi e lo stato in cui era quando il capitano portoghese mi diede rifugio nel suo vascello; ma pensai ad un tempo a qual condizione, anche più deplorabile della mia d'allora, dovessero vedersi quelle povere creature se il loro vascello non aveva accompagnamento di altri bastimenti con sè. Ordinai pertanto immediatamente che fossero sparati cinque cannoni un dopo l'altro per fare accorti, se pure era possibile, quegli sfortunati che era non distante da loro un soccorso e d'infondere in loro maggior coraggio a far di tutto per salvarsi su le loro scialuppe; perchè, quantunque vedessimo le fiamme del loro bastimento, eglino essendo notte non potevano distinguere nulla di quanto si riferiva al nostro.
Rimanemmo per qualche tempo in panna derivando34 unicamente a seconda delle variate obbliquità di moto del vascello che ardea; quando tutt'ad un tratto, con nostra grande atterrimento, benchè dovessimo aspettarci a questo, il vascello che ardea saltò in aria. Immantinente, o per dir meglio, nello spazio di pochi minuti, tutto il fuoco fu spento, cioè il rimanente del vascello affondò. Fu da vero una vista tremenda e dolorosa, pensando a que' poveri naviganti ch'io conclusi dover essere rimasti tutti distrutti in compagnia della nave o andar vagando per l'oceano in balía de' venti e nel massimo dell'angoscia: qual delle due cose fosse io non poteva capirlo per le tenebre che dominavano tuttavia. Intanto, per dare a que' miseri la maggiore assistenza che fosse possibile, feci sospendere a tutti i punti del vascello ove ciò fu praticabile e finchè nè avemmo, de' fanali accesi, ordinando si sparasse il cannone durante l'intera notte per dar loro, se pur si era in tempo, a conoscere che avevano un vascello in non molta distanza.
Alle otto a un dipresso della mattina scoprimmo co' nostri cannocchiali due scialuppe del bastimento arso sì stivate entrambe di gente che affondavano quasi affatto nell'acqua. Esse andavano a forza di remi perchè costrette a navigar controvento, e ci accorgemmo che aveano veduto il nostra vascello, e che facevano tutto il possibile per essere vedute da noi.
Per fare saper loro che questo intento lo avevano ottenuto, e per eccitarli a venire a bordo issammo subito la bandiera in derno35, affrettando nello stesso tempo alla lor volta il nostra cammino. Raggiunte in meno di mezz'ora le due scialuppe, ricevemmo a bordo quanti vi stavano entro. Non erano meno di sessantaquattro fra uomini, donne e ragazzi, perchè in quel vascello si trovavano di molti passeggieri.
Non tardammo a sapere esser questo un bastimento mercantile francese che cercava di ripatriare venendo da Quebec, città capitale del Basso Canadà. Il capitano ne fece un lungo racconto della sventura occorsa al suo vascello. Il fuoco, da prima per una negligenza del timoniere, s'era appiccato alla timoneria. Gli è vero che costui, avendo fatto presto a gridare aiuto, ognuno credè il fuoco spento; ma non si tardò a conoscere come alcune strisce del primo fuoco fossero penetrate in tali punti del vascello, che ogni sforzo riusciva difficilissimo a smorzarle del tutto. Internatesi poco appresso tra le coste e i fasciami, arrivarono nella stiva padroneggiando tutta la solerzia e abilità posta in opera da quegl'infelici per impedire il disastro.
Non rimaneva ad essi migliore scampo dell'abbandonarsi alle loro lancie che per buona sorte erano ampie abbastanza. Consistevano queste in uno scappavia, una grande scialuppa, ed una specie di schifo che fu loro di giovamento soltanto perchè poterono allogarvi qualche provvisione d'acqua dolce ed alcune vettovaglie, poichè si videro al sicuro dal restar vittime dell'incendio. Per dir vero, ancorchè si fossero gettati in queste barchette, poca era in essi la speranza di vivere, redendosi tanto lontani da ogni isola o continente. Unicamente sottrattisi dal più urgente pericolo, quello di esser bruciati vivi, non vedevano impossibile, e qui videro giusto, che qualche vascello si trovasse navigando in quelle acque e li raccogliesse. Avendo eglino potuto prendere con sè vele, remi e una bussola, si allestivano a fare ogni immaginabile sforzo per giungere ai Banchi di Terra Nuova, chè pareva a ciò secondarli un buon vento che soffiava da sud-est ¼ est (¼ levante verso scirocco). Le loro vettovaglie e l'acqua dolce erano nella quantità che, risparmiandole al limite di non morir di fame e di sete, bastava per tenerli vivi dodici giorni, nel qual tempo se la contrarietà della stagione e de' venti non si opponeano, il capitano lasciava ad essi sperare che arriverebbero agl'indicati Banchi, ove probabilmente avrebbero preso alcun poco di pesce buono per sostenerli, finchè avessero raggiunta una spiaggia. Ma quante contingibilità stavano in tutti gli additati casi contro di loro! tempeste che li facessero affondare; le piogge e il freddo di quel clima settentrionale che ne facesse ammortire e intirizzare le membra; venti contrari che impedendo loro di progredire, li costringessero a morire affamati. In somma le probabilità contrarie erano tante, che parea ci volesse un miracolo per uscirne netti.
Si trovavano in questo state di abbattimento e presti a darsi alla disperazione quando, come mi narrava con le lagrime agli occhi quel capitano, quando li sorprese un'improvvisa gioia all'udire uno sparo di cannone, cui quattro altri ne succedettero: furono i cinque spari un dopo l'altro da me ordinati al primo chiarore d'incendio che scôrsi. Questi spari li rincorarono e li fecero certi, ed era bene stata questa la mia intenzione, che era poco lontano di lì un vascello disposto a soccorrerli. In questa certezza calarono le vele, poichè, quel medesimo suono che li rassicurava venendo per essi contro marea, risolvettero di stare in panna fino alla successiva mattina. Qualche tempo appresso, non udendo più spari di cannone, ne fecero essi tre di moschetto a qualche notabile intervallo tra l'uno e l'altro; ma quello stesso vento che era contro marea per essi impedì a noi tutte le volte d'udir lo strepito de' loro archibusi.
Qualche tempo dopo, li sorprese ben più gradevolmente il vedere i nostri fanali e l'udire prolungati per tutta la notte gli spari de' nostri cannoni secondo i provvedimenti ch'io aveva dati e che ho già descritti. Allora posero all'opera i remi per imboccare co' venti le loro vele, affinchè più presto potessimo vederli e raggiugnerli, tanto che finalmente con ineffabile esultanza poterono accorgersi che gli avevamo veduti.
LXVI. Atti di debita umanità e diversione ai Banchi di Terra Nuova.
Mi è impossibile il dipingere i diversi gesti, le strane estasi, le varie posizioni cui quei miseri da noi riscattati atteggiaronsi per esprimerne la gioia de' loro cuori ad una tanto inaspettata liberazione. Il dolore e la paura si descrivono facilmente: sospiri, lagrime, gemiti e ben pochi moti di testa e di mani formano la somma delle varietà di queste sensazioni; ma in un eccesso, in un traboccamento improvviso di gioia si rinvengono le stravaganze a migliaia. Qui vedevo alcuni immersi nel pianto, altri che infuriavano e si stracciavano i capelli come se fossero nelle più tremende ambasce della disperazione; v'era chi spalancando occhi stralunati sembrava preso da frenesia, e chi correa su e giù pel vascello battendo i piedi e contorcendosi le mani. Ve n'avea di quelli che ballavano, di quelli che cantavano, molti che ridevano, molti che urlavano; alcuni affatto muti e non abili a profferire un accento, altri ammalati e che vomitavano, o prossimi a svenire; i meno furono quelli che si fecero il segno della croce e ringraziarono Dio.
Non intendo far torto nè a questi nè a quelli. Senza dubbio molti fra essi ve n'ebbe che ringraziarono in appresso chi si doveva ringraziare, ma la prima esultanza fu sì gagliarda ne' loro petti, che non sapeano signoreggiarla. Dominati pressochè tutti da una specie di delirio, di frenesia, furono pur pochi quelli che seppero mantenersi composti e dignitosi nella loro gioia.
Forse della scena che mi stava dinanzi agli occhi bisognava attribuire molta parte alla nazione cui ne appartenevano gli attori: intendo dire che erano Francesi, il cui carattere, in questa sentenza tutti convengono, è più leggiero, più appassionato, più focoso, lo spirito più aereo di quanto si ravvisi in ogn'altra nazione. Io non sono abbastanza filosofo per determinare il motivo di ciò. Certo non ho mai veduta dianzi veruna cosa che potesse venire a petto di questa. Le frenesie del povero Venerdì, del mio fedele selvaggio, allorchè trovò suo padre nella piroga, erano quanto le si avvicinava di più; un poco ancora la gioia del capitano di filuca e de' suoi due compagni per me liberati dai due mascalzoni che li gettarono su la spiaggia della mia isola; ma nè le pazzie di Venerdì nè quant'altre ne ho veduto fare in mia vita venivano al paragone di quelle che mi toccò vedere in tale occasione.
Una cosa da notarsi anche più si era che tutte queste stravaganze non si manifestavano in guise sì diverse in diverse persone soltanto, ma ogni sorta di varietà si mostrava a sua volta entro una breve successione di momenti in una stessa e medesima persona. Avreste veduto tal uomo in quest'istante mutolo e con cera la più sbalordita e confusa mettersi tutt'ad un tratto a ballare e a cantare come un saltimbanco; poco appresso strapparsi i capelli, squarciarsi le vesti e pestarle co' piedi; di lì ad un momento prorompere in un dirotto pianto, indi star male, svenire e ridursi a tale stato che se non gli foste corso in aiuto, sarebbe morto. Nè tal cosa la vedevamo accadere soltanto ad uno o a due, a dieci o anche a venti, ma a quasi lutti della brigata salvatasi a bordo del nostro vascello: onde, se ben mi ricordo, il nostro chirurgo fu costretto levar sangue ad una trentina circa di essi.
Vi erano fra gli altri due preti, un giovine, l'altro attempato e, ciò che v'ha di più singolare, chi mostrò meno giudizio fu il vecchio. Appena messo il piede a bordo del nostro bastimento, stramazzò sul tavolato, che ognuno lo avrebbe detto morto: non potevate scorgere in lui il menomo segno di vita. Il nostro chirurgo, unico in mezzo a noi che non lo credesse morto da vero, dopo avergli apprestati quanti rimedî credè opportuni a farlo rinvenire, finalmente ricorse a quello di aprirgli la vena ad un braccio che egli avea prima debitamente fregato e strofinato, per richiamarvi quanto mai si poteva il calore. Il sangue che su le prime usciva a lente goccie, principiò indi a sgorgare liberamente, e tre minuti appresso il prete aperse gli occhi; dopo un quarto d'ora parlava, stava meglio; di lì a poco era perfettamente rimesso. Ristagnato il sangue, camminava attorno, ne raccontava di stare benissimo. Prese una sorsata di cordiale offertagli dal chirurgo; in una parola, era un uomo riavuto del tutto. Passato un quarto d'ora, si dovette correre in cerca del chirurgo (che stava traendo sangue ad una Francese svenuta) per dirgli che il prete si era buttato matto del tutto. A quanto apparve egli avea principiato a meditare sul portentoso cangiamento che lo avea tratto in un subito da morte a vita, la qual considerazione nel primo istante lo trasportò in un'estasi di gioia; di lì a poco la circolazione dei suoi spiriti vitali essendosi fatta più violenta e sproporzionata con quella del suo sangue, questo si accese, gli produsse una gagliarda febbre. Se lo avessero portalo all'ospedale dei pazzi niun uomo in quel punto vi sarebbe stato meglio annicchiato di lui. Il chirurgo, non volendo avventurarsi a fargli un'altra cacciata di sangue, gli diede un rimedio per sopirlo e conciliargli il sonno: rimedio che fece effetto perchè il nostro prete nella successiva mattina si svegliò sano affatto di mente e di corpo.
Il prete giovine, più abile nel dominare le proprie emozioni, mostrò in sè stesso il vero esempio d'una mente retta e giudiziosa. Al suo primo entrare a bordo, prosternò a terra la faccia in atto di render grazie della sua liberazione al Signore; dalla quale opera sfortunatamente e fuor di tempo lo distogliemmo. Che volete? realmente lo credemmo preso da uno svenimento; ma egli mi parlò con calma, ringraziandomi e dicendomi come stesse in quel tempo adempiendo i propri debiti verso il Signore che lo avea salvato; che nondimeno, soddisfatto a tale obbligo col suo Creatore, non avrebbe omessi verso di me gli ufizi che mi pervenivano.
Afflittissimo d'averlo disturbato, non solamente lo lasciai quieto, ma feci che altri non lo interrompessero nelle sue orazioni. Rimasto in quella postura tre minuti, o poco più, dopo che ve l'ebbi lasciato, venne a cercarmi come avea promesso di farlo. Con accento grave ed in un affettuoso, e con le lagrime agli occhi ringraziò me perchè con l'aiuto di Dio avevo restituito lui e tante miserabili creature alla vita.
‒ “Io non vi stimolerò, gli risposi, a ringraziar Dio piuttosto che me, perchè vedo che la prima cosa l'avete già eseguita. Circa a me, circa a quanto abbiamo fatto noi, non fu più di quello che la natura e l'umanità dettano a tutti gli uomini, anzi tocca a noi ringraziar Dio che ci ha benedetti al segno di essere stromenti della sua misericordia verso un sì grande numero di sue creature”.
Dopo di che, il giovine sacerdote datosi a conversare co' suoi compatriotti molto s'adoperò a sedarne gli animi. Persuadeva, pregava, ammoniva, argomentava con essi, e fece ogni possibile per contenerli entro i limiti della ragione; con alcuni riuscì, benchè i più rimanessero ancora per un pezzo fuori di senno.
Non ho potuto starmi dal consegnare al mio scritto tali particolarità che potranno forse per coloro cui cadrà un dì fra le mani tornare utili a governare le stravaganze delle proprie emozioni; perchè se un eccesso di gioia può tenere uomini per sì lungo tempo fuor de' limiti della ragione, a quali stravaganze non ci condurranno l'ira, la rabbia, la sete della vendetta? Io stesso veramente da questo caso ritrassi una scuola: quella cioè che non possiamo mai troppo far la guardia alle nostra passioni, procedano esse dalla gioia e dalla felicità o dalle ambasce e dall'ira.
Fummo alquanto disturbati da queste stranezze d'una gran parte de' nostri ospiti pel primo giorno; ma poichè ebbero avuto letti, sostentamento e ristori quali poteva offrir loro il nostro vascello; poichè ebbero fatta una sontuosa dormita, e ciò avvenne ai più, perchè erano veramente affaticati dal disagio e dalla paura, dopo ciò apparvero una tutt'altra gente nel dì successivo.
Non vi fu sorta di civiltà o buona grazia ch'eglino omettessero per mostrarci la loro gratitudine: già si sa che per indole i Francesi danno principalmente negli eccessi anche da questo bel lato. Il capitano del bastimento incendiato e uno de' due preti vennero a cercare me e il mio nipote il dì appresso. Il capitano soprattutto desiderava sapere quali fossero intorno a loro le nostre intenzioni, ma prima d'ogni altro discorso ne manifestarono entrambi il loro dispiacere perchè avendo noi salvato ad essi le vite, ben poco rimaneva loro per mostrarci una corrispondente gratitudine.
‒ “Potemmo per buona sorte, ne diceva il capitano, preservare, sottraendole in fretta alle fiamme, alcune monete e cose di valore nelle nostre scialuppe. Se volete accettarle, abbiamo commissione di offrirvele tutte; sol brameremmo di essere, lungo il vostro cammino, posti a terra su qualche spiaggia, ove ne sia possibile trovare un'occasione per tornare alla nostra patria”.
Mio nipote stava lì lì per prenderli in parola, accettando le monete e le cose preziose offerte: avrebbe poi più tardi pensato a quel che si potea fare per loro; ma fui presto a dargli la voce. Sapeva ben io che cosa volesse dire l'essere buttato a terra senza danari in un estranio paese; e se il capitano portoghese mi avesse salvato così prendendosi poi in prezzo della sua buon'opera tutto quello che aveva, mi sarebbe poi convenuto morire di fame, o divenire schiavo nel Brasile come lo era stato in Barbaria, con la sola differenza che non sarei stato schiavo di un Maomettano; ma forse un Portoghese non è migliore padrone di un Turco, se in certi casi non è peggiore. Così pertanto parlai al capitano francese:
‒ «Vi abbiamo, è vero, salvati nel momento del vostro disastro; ma gli era un nostro dovere il far questo, e desidereremmo noi pure di trovare chi ci liberasse se fossimo in caso simile o in altra crudele estremità. Abbiamo fatto per voi sol quel tanto che voi avreste fatto per noi a parti e circostanze cambiate. Ma vi abbiamo accolti per salvarvi, non per saccheggiarvi; e la sarebbe una grande barbarie il portarvi via quel che avete campato dalle fiamme, poi gettarvi in una spiaggia e piantarvi là; tanto sarebbe il salvarvi prima da morte, poi l'uccidervi noi medesimi, camparvi da morire annegati, poi farvi morire affamati. Oh no! no! non permetterò che la menoma delle vostre proprietà vi sia tolta. Quanto al mettervi a terra su qualche spiaggia, la è questa veramente una grande difficoltà per noi, perchè il nostro vascello ha l'obbligo di veleggiare alle Indie Orientali; e benchè ci siamo distolti un bel pezzo dalla nostra via governando verso ponente, per venirvi in aiuto, diretti forse dal cielo che ha voluta la vostra salvezza, non per questo n'è lecito cangiare per voi di nostro arbitrio la direzione del viaggio prescrittone: nè il capitano, mio nipote, può assumersi un simil rischio co' padroni del carico di questo bastimento; perchè il suo contratto di noleggio l'obbliga a continuare direttamente e senza interruzione il suo viaggio alla volta del Brasile. Tutto quanto vedo potersi fare per voi si è mettervi su la via d'incontrarvi in altro bastimento che torni dall'Indie Orientali, e cercarvi, se è possibile, sovr'essi un tragitto a qualche parte dell'Inghilterra o della Francia”.
La prima parte della mia proposta era sì generosa e cortese rispetto a loro, che non poteano di meno d'essermene grati, ma li pose nella massima costernazione, massime i passeggieri, l'udire che non poteano evitare di essere trasportati all'Indie Orientali. Si fecero quindi a supplicarmi affinchè, essendo io già deviato assai verso ponente, prima ancora d'incontrarli, facessi tanto di continuare la stessa direzione fino ai Banchi di Terra Nuova, ove probabilmente potrebbero abbattersi in qualche bastimento o schifo, che avrebbero noleggiato per farsi trasportare nuovamente al Canada, donde venivano.
Parvemi sì ragionevole tal loro inchiesta che mi sentii tosto propenso a secondarla. Considerai in oltre che costringere tutte quelle povere creature a venire con noi sino alle Indie Orientali sarebbe stato non solamente una intollerabile asprezza esercitata sovr'esse; ma un compromettere tremendamente la nostra navigazione, perchè ci avrebbero mangiate tutte le vettovaglie. Pensai però che il condiscendere ai loro desideri non era un mancare al nostro contratto di noleggio, ma bensì un arrendersi ad una necessità derivata da un incidente che non potendo essere preveduta da niuno, niuno potea farne colpa di averle obbedito. Certamente tutte le leggi divine ed umane ne proibivano di negar rifugio a quelle due scialuppe cariche di miserabili che ridotti erano ad una condizione sì disperata. Dopo ciò la natura stessa della cosa volea che e per amor nostro e per amor loro li tragettassimo in una spiaggia, fosse poi una od un'altra, per compiere nel miglior modo l'opera della loro salvezza. Acconsentii pertanto che li condurremmo a Terra Nuova, semprechè i venti e la stagione lo permettessero; altrimenti, nè essendovi altro rimedio, gli avremmo trasportati alla Martinica nell'Indie Orientali.
Ancorchè il tempo fosse buono, il vento, che spirava gagliardo da levante, continuò lunga pezza a mantenersi lo stesso tra nord-est e sud-est (tra greco e scirocco). Ciò fece perdere parecchie occasioni di rimandare in Francia i nostri imbarcati, perchè incontrammo veramente più d'un bastimento diretto per l'Europa, e tra questi uno francese procedente da San Cristoforo: ma l'additata contrarietà di venti gli avea costretti ad indugiar tanto costeggiando, che non s'arrischiarono a prendere a bordo i nostri passeggieri per paura di mancare di viveri così per sè medesimi come per essi; onde fummo obbligati a tirare innanzi.
Passata quasi una settimana dopo di ciò fummo ai Banchi di Terra Nuova, ove, per accorciare questo episodio, mettemmo i nostri Francesi a bordo di una filuca che noleggiammo su quelle acque con patto di sbarcarli alla costa e di ricondurli indi in Francia se riuscivano a vettovagliarla. Dai Francesi che si fermarono su quella spiaggia devo eccettuare il giovine sacerdote menzionato poco fa, che avendo udito come fossimo diretti all'Indie Orientali, ne pregò di poter venire in nostra compagnia e di essere lasciato a terra su la costa di Coromandel, inchiesta ch'io secondai di tutto buon grado, perchè aveva preso ad amare, non vi so dir quanto, quest'uomo, e ben ebbi di che esser contento di ciò, come vedrete a suo luogo. Mi conviene pure eccettuare quattro piloti, che volontari entrarono nella nostra ciurma, e per dire la verità acquistammo in loro de' buoni marinai.
LXVII. Nuova diversione.
D'allora in poi presa la nostra direzione verso l'Indie Occidentali a sud ¼ sud-est (¼ di ostro verso scirocco) viaggiammo per venti giorni all'incirca, e talvolta con poco o nulla di vento, quando ne occorse altro argomento opportuno a tenere in esercizio la nostra umanità, e non meno deplorabile del precedente.
Ai 19 di marzo del 1694, eravamo a' 27 gradi 3 minuti di latitudine settentrionale, allorchè ci accorgemmo d'una vela volta verso noi nella direzione di sud-est ¼ est (¼ di scirocco verso levante), nè tardammo a scoprire un grosso bastimento che correva alla nostra volta senza che ne sapessimo congetturare il perchè; ma non appena ci fu più vicino, vedemmo che aveva perduto l'albero di gabbia di maestra, quel di trinchetto e quel di bompresso. Presto udimmo lo sparo di cannone che è segnale di disastro. Il tempo mantenendosi bello e spinti da una forte brezza di nord-nord-west (maestro-tramontana), non tardammo ad essere in grado di parlare con chi ne chiedeva soccorso.
Sapemmo allora come quel bastimento in procinto di salpare dalla Barbada per tornare a casa, e già in rada, pochi giorni prima di dar le vele fosse stato tratto fuori del porto da una forte burrasca, mentre il capitano e il primo aiutante erano andati alla spiaggia. Il caso per dir vero esce sì poco dalla sfera de' casi ordinari, che tolto lo smarrimento prodotto dalla tempesta, non avrebbe impedito ad abili marinai di ricondurre in porto il lor legno. Il fatto sta che stettero nove settimane alla ventura sul mare, quando, sedata la prima burrasca, ne sopraggiunse loro una più fiera che li disalberò nel modo sopraindicato. Si lusingavano d'avere a veggente le isole Lucaie, ma un gagliardo vento di nord-nord-west (maestro-tramontana) lo stesso che spirava in quel punto, gli avea trasportati al sud-est (a scirocco). Non avendo altre vele per governare la nave fuor della grande e d'una specie di vela riquadra che adattarono ad un albero di rispetto posto in vece di quel di bompresso perduto, non poterono andare all'orza resa col vento36, onde si sforzavano alla meglio di governare verso le Canarie.
Ma il peggio di tutto si era che in aggiunta ai patiti disagi morivano di fame per mancanza di provisioni: pane e carne erano affatto spariti; non ne avevano un'oncia in tutto il bastimento; e ciò durava da undici giorni. L'unico conforto che rimaneva loro consistea nel non essere ancora finita la loro acqua dolce, e l'aver tuttavia un mezzo barile di fior di farina. Restava pur loro una sufficiente copia di zucchero, benchè la parte di esso lavorata e confettata se l'avessero mangiata per intero; restavano pur loro sette barili di rum.
Avevano a bordo un giovine, la madre di lui e la fantesca, tutt'e tre passeggieri, i quali, pensando che il vascello fosse lesto a salpare, sfortunatamente si recarono a bordo la sera stessa in cui cominciò la burrasca. Quest'infelici si trovavano in condizione tremendamente peggiore di tutti gli altri, essendo già state consumate tutte le loro provisioni; nè i marinai ridotti a non avere più nemmeno il necessario per sè stessi, sentivano compassione, potete starne certi, di quegli sgraziati la cui posizione era più deplorabile di quanto si possa descriverlo.
Avrei forse ignorata questa parte di storia se, essendo bello il tempo e il vento rimesso, la mia curiosità non mi avesse spinto a bordo di quel vascello. Il secondo aiutante, che allora facea le veci di capitano, entrato preventivamente nel nostro bastimento mi aveva informato di questi tre passeggieri che occupavano la stanza de' forestieri ridotti a tal condizione da far pietà ai sassi.
‒ “Anzi, egli disse, credo sieno morti, perchè non odo parlar di loro nè poco nè assai da circa due giorni, ed io non ho avuto il coraggio di chiederne conto, perchè privo d'ogni mezzo per aiutarli”.
Ci demmo tutti all'opera per soccorrere, il meglio che per noi si potea, quella carovana di sfortunati; nel che prevalsi tanto su l'animo di mio nipote, che gli avremmo vettovagliati, quand'anche a tal fine ne fosse convenuto, per non restare sprovveduti noi stessi, allungare la nostra corsa portandoci alla Virginia o ad altre spiagge dell'America: ma non vi fu bisogno di ciò.
Or per altro que' meschini si trovarono in uno spavento di nuovo genere: la paura di mangiar troppo anche di quel poco che fu ad essi somministrato. L'aiutante in secondo, allora comandante di quel disgraziato vascello, avea condotti sei di sua gente nella scialuppa su cui venne a trovarci; ma que' poveri sgraziati parevano veri scheletri, ed erano sì rifiniti che non so come facessero a non lasciarsi portar via dai lor remi. Lo stesso aiutante aveva la trista cera di chi non ne può più dalla fame; chè, com'egli dichiarava, non s'era avanzato nulla per se a pregiudizio dei suoi piloti, e d'ogni morsello che fu mangiato, avea fatto parte eguale con essi.
Per conseguenza nel tempo stesso ch'io gli porgea di che cibarsi, cosa che feci subito, come potete ben credere, lo avvertivo d'andar guardingo nella stessa necessita di sfamarsi. Di fatto non avea mangiato tre bocconi che cominciò a sentirsi male e come a svenire; dovette quindi tralasciare per un poco finchè il nostro chirurgo gli diede certa pozione atta a servirgli e di rimedio e di ristoro alla fame; dopo di che stette meglio. In questo mezzo non dimenticai gli uomini della scialuppa; ordinai vi si portassero nutrimenti che quelle povere affamatissime creature divoravano, più che mangiarli. Trasformatisi, può dirsi, in veri lupi, non erano padroni di sè medesimi; due anzi di questi mangiarono con tanta ingordigia che nella mattina seguente v'era a temere per le loro vite.
La vista dell'angoscia di que' miei simili mi commosse al massimo grado, tanto più che mi raffigurava il terribile quadro del mio primo arrivo nella mia isola, ove io non vedeva un tozzo di pane da mettermi alla bocca, nè la menoma speranza ragionevole di procacciarmene, oltre al timore che d'ora in ora incalzavami di divenire io stesso il pasto d'altri viventi.
Intantochè l'aiutante mi andava narrando la trista condizione dei suoi compagni lasciati nel vascello, io non potea levarmi di mente la storia di quelle tre povere creature derelitte che stavano nella stanza de' forestieri: quella madre cioè, quel figlio, quella donna di servigio, de' quali l'aiutante stesso non sapea nuove da due o tre giorni, e che, a sua confessione medesima, erano stati trascurati affatto atteso lo stremo cui si trovavano ridotti eglino stessi e tutti coloro che avrebbero potuto prendersene pensiere. Dalla totalità di quel racconto io ben capiva che non aveano ricevuto cibo di sorta, e che per conseguenza doveano giacer morti o agonizzanti sul tavolato della loro stanza.
Mentre pertanto io aveva a bordo l'aiutante, che veniva allora chiamato capitano, e i suoi uomini intenti a ristorarsi, non dimenticai la turba affamata che aveano lasciata a bordo del loro vascello; onde ordinai una scialuppa su cui il mio aiutante e dodici dei miei trasportassero colà un sacco di pane e cinque o sei pezzi di carne per farne lesso e brodo. Il nostro chirurgo avvertì gli uomini incaricati di tale spedizione che non si movessero dalla cucina mentre la carne bolliva e impedissero a que' famelici di mangiarla cruda o di tirarla fuori della pentola prima che fosse cotta bene, ed anche allora di distribuirla per testa a poco per volta. Con tal previdenza salvò quegl'infelici; altrimenti si sarebbero uccisi da sè medesimi con lo stesso nudrimento inviato loro per tenerli in vita.
Nello stesso tempo incaricai il mio aiutante di recarsi nella grande stanza della forasteria, per vedere in quale stato si trovassero quei tre poveri passeggieri, e dar loro, se viveano tuttavia, quanti soccorsi fossero più acconci al loro caso. Intanto il chirurgo gli diede una boccia piena di quella pozione che avea giovato all'uficiale venuto a bordo del mio bastimento e che, amministrata gradatamente, non dubitava non fosse efficace anche per quei poveretti, se pure erano in vita.
Ma non fui contento a ciò. Aveva grande voglia, come ho detto prima, di recarmi io stesso su quella scena di desolazione, che certo co' miei occhi medesimi me ne avrei formato un concetto più di quanto me lo potessero presentare le altrui relazioni. Presomi quindi in compagnia il comandante di quel vascello, mi ci portai di lì a poco in persona.
Trovai a bordo quella povera ciurma quasi in istato di sollevazione per voler tirare la carne dalle pentole prima che fosse cotta. Per buona sorte il mio aiutante esatto nell'adempiere gli ordini avuti da me, mise di sentinella all'uscio della cucina un uomo di polso, che dopo avere cercato colle buone di persuadere que' famelici ad avere pazienza, li tenne fuori dell'uscio per forza. Nondimeno fece ammollare nel brodo alcune fette di pane, cibo che i marinai soprattutto chiamano brewis; e ne distribuì una per cadauno, onde si rinforzassero lo stomaco, dimostrando loro ad un tempo come soltanto per loro bene fosse costretto a fornirli di cibo a poco per volta. Tutte le sue cure ciò non ostante sarebbero state al vento, se tardavamo ancora a mostrarci io ed il loro comandante e i loro uficiali. Se, parte con belle parole, parte con la minaccia di un digiuno anche più lungo, non li riducevamo al dovere, credo che entrati per forza in cucina, avrebbero strappala la carne fuor dei fornelli; perchè ogni eloquenza ha poca forza con pancie vuote. Pure arrivammo a sedarli, li nudrimmo adagio adagio e cautamente alla prima; indi demmo loro un po' di cibo; finalmente ne satollammo i ventri e stettero bene abbastanza.
Ma la sventura de' poveri passeggieri che stavano nella forasteria era bene di diverso genere, ed oltrepassava di gran lunga quella di tutti gli altri, perchè non appena il rimanente di que' naviganti fu ridotto a mancare del bisognevole per sè, egli è troppo vero che fece lieve conto de' primi e finalmente affatto li trascurò. La povera madre, donna, a quanto mi venne riferito, dotata di quanti pregi derivano da ingegno naturale e da buona educazione, negò ogni cosa a sè stessa per far vivere il figlio con tanta affezione, che poi soggiacque pienamente alle sue privazioni. Giacente, quando entrammo nella stanza, sul pavimento e con le spalle appoggiate su la parete, con le mani raccomandate alle braccia di due sedie accostate l'una all'altra fra cui si stava col capo affondato entro le spalle, somigliava assai più ad un cadavere che a creatura vivente. Il mio aiutante le disse quanto potè per rincorarla e farla rivivere, mentre cercava introdurle in bocca un cucchiaio di cordiale. Ma aperse le labbra, sollevò una mano; intendea le parole del mio aiutante, essa non poteva parlare, dicea per cenni essere troppo tardi, additava in alto di raccomandarlo il figliolo, parea dicesse: “Deh! non l'abbandonate!” Commosso non men di me a tal vista il mio aiutante, pur si sforzava di farle prendere alcune sorsate della pozione apprestatale; diceva anzi d'esserci riuscito per due o tre cucchiai; ma temo lo sperasse più di quanto ciò fosse vero. Realmente fu troppo tardi, ed ella morì in quella notte medesima.
Il giovinetto serbato in vita a prezzo dei giorni di una così tenera madre, non era giunto ad uno stato sì estremo, pur giaceva assiderato sopra un letto della forasteria, dando ben pochi segni di vita. Teneva in bocca un mezzo guanto, di cui s'avea mangiata l'altra metà; pure essendo più giovine e avendo più vitalità della madre, cominciò a riaversi sensibilmente dopo alcune cucchiaiate di cordiale che il mio aiutante pervenne a fargli inghiottire. Per altro qualche tempo dopo avendogli amministrato del cordiale stesso in dosi, a quanto parve, più abbondanti del dovere, era tornato a star male e le rimise.
Non fu dimenticata nemmeno la povera fantesca. Stesa sul tavolato a fianco della padrona, somigliava a persona che colpita da un tocco d'apoplessia stesse lottando con la morte. Attratta in tutte le membra, s'aggrappava con una mano al fusto d'una scranna e tenealo stretto con tanta forza, che ci volle della fatica a farglielo abbandonare. Si tenea l'altro braccio sopra la testa, i suoi piedi stretti insieme premevano il piè d'una tavola; in somma, ancorchè viva tuttavia, era in preda a tutte le agonie della morte.
La povera creatura non era solamente così malconcia dalla fame e spaventata dall'idea di morire, ma, come ne fu raccontato da poi, straziavale tuttavia il cuore l'idea d'aver veduta per due o tre giorni agonizzante la sua padrona che allora non era più e ch'ella amava in guisa straordinaria.
Non sapevamo di quali farne con quella povera giovinetta; perchè quando il nostro chirurgo, uomo fornito di molto sapere ed esperienza, mercè le più assidue cure, la ebbe restituita alla vita, ebbe un bel che fare per restituirla alla ragione. La poverella rimase pazza per molto tempo, come si vedrà a suo luogo.
Chiunque leggerà queste memorie è pregato a considerare, che le visite fatte in mare non sono come una gita in villeggiatura ove potete fermarvi una settimana e anche due. Ne piacea bensì l'aiutare que' poveri sfortunati, ma non ce la sentivamo d'indugiare per essi. Certamente quel comandante avrebbe desiderato che veleggiassimo di conserva con lui per alcuni giorni; ma le nostre vele non s'affacevano a stare al passo con un vascello disalberato. Ciò non ostante il comandante avendone chiesta assistenza nel rimettere un albero di maestra e una specie d'albero di gabbia in vece di quel di fortuna sostituito all'altro, di cui li privò la burrasca, consentimmo a rimanere con lui altri tre o quattro giorni. Indi, cedutigli cinque barili di manzo salato, uno di carne di maiale, due botti di biscotto ed una certa quantità di legumi, di fior di farina e quante altre cose potemmo disporre per essi, poi ricevute in contraccambio tre botti di zucchero, alquanto rum ed alcune quadruple ci separammo. Soltanto prendemmo a bordo con noi dietro le vivissime istanze che ce ne fecero, il figlio della morta signora, la cameriera e le cose che a questi spettavano.
Questo nostro nuovo compagno di viaggio avea diciassette anni all'incirca, amabile giovinetto, ottimamente educato, pieno di cuore e oltre ogni dire addolorato per la perdita della madre: pochi mesi prima, a quanto sembrò, eragli morto il padre alla Barbada. Egli avea pregato il chirurgo di parlarmi, affinchè lo levassi da quel bastimento, di mezzo a quei cialtroni, si esprimeva così, che gli avevano ammazzata la madre. Se vogliamo, erano dessi che l'avevano uccisa, indirettamente intendiamoci. Certo potevano fare alcuni risparmi su la parte del sostentamento d'ognuno per non lasciar morire di stento quella povera vedova derelitta, nè avrebbero fatto niente più che compiere un dovere di umanità e di giustizia, serbandola in vita; ma la fame non conosce nè amici nè parenti, non giustizia, non diritto, ed e per conseguenza priva di carità e di rimorsi.
Il chirurgo gli rimostrò come noi fossimo per imprendere un lungo viaggio e come il venire con noi lo allontanerebbe da tutti i suoi amici, e potrebbe forse metterlo in condizioni non men disastrose di quelle in cui lo trovammo, cioè di morire di fame in terra straniera.
‒ “Non penso al luogo dove anderò, rispondeva il giovinetto, purchè io sia liberato da questa tremenda canaglia in mezzo alla quale mi trovo. Il vostro capitano (e qui egli intendeva parlare di me, perchè quanto a mio nipote non lo conoscea punto) mi ha salvata la vita; figuratevi se vorrà mai il mio male! Quella giovinetta son sicuro che, se ricupererà i suoi sensi, troverete in lei una buona creatura e non ingrata alle carità che le avrete fatte. Deh! prendetene con voi, e conduceteci dove volete”.
Il chirurgo mi rappresentò il caso in una maniera sì commovente, che non seppi dire di no. Li prendemmo dunque a bordo con le cose loro, eccetto undici botti di zucchero che non potevano essere spostate di dov'erano. Ma, poichè il giovine avea per esse una polizza di carico, feci che il comandante la firmasse, obbligandosi, appena arrivato a Bristol, di cercare certo signor Roggers negoziante di quella città, e di rimettergli una lettera che scrissi io unitamente alle indicate mercanzie appartenenti alla vedova morta testè. Suppongo che niuna di tali cose sia stata eseguita, perchè non ho mai più saputo che quel bastimento sia giunto a Bristol, e probabilissimamente avrà fatto naufragio. Era sì mal in essere quando ci separammo e sì lontano da ogni terra, che credo bastasse la menoma mezza burrasca a farlo affondare. Faceva acqua e stava male di stiva, fin da quando lo incontrai.
LXVIII. Ritorno nell'isola, ricevimento avuto.
Eccomi già sotto la latitudine di 4 gradi dopo un viaggio sufficientemente buono, benchè su le prime contrariato dai venti. Ma ho voluto risparmiare al lettore le molestie connesse con le descrizioni di piccoli incidenti derivati dai cambiamenti dell'aria e della stagione e di simili minuti particolari occorsimi in questo intervallo; onde accorciando la mia storia per amore delle cose che vengono dopo, gli notifico che giunsi alla mia antica abitazione, alla mia isola, nel giorno 10 aprile 1695.
Durai qualche fatica a riconoscerla, perchè quando venendo la prima volta dal Brasile, mi ci spinse la tempesta, e quando ne ripartii ciò fu dalle spiagge meridionali e orientali della medesima. Questa volta costeggiando tra questa e il continente, nè avendo alcuna carta topografica di questi luoghi, non potei capire che quella fosse la mia isola o almeno, per certo se fosse o non fosse.
Vagammo quindi un bel pezzo alla ventura ed a veggente della spiaggia di parecchie isole giacenti alla foce del grande fiume Orenoco senza che mi si presentasse mai quella ch'io ricercava. Solamente nel costeggiar quelle rive venni in chiaro d'un grave abbaglio in cui ero precedentemente caduto: quello cioè di prendere per un continente quanto era soltanto una lunga isola o piuttosto catena d'isole che si estendeano da un lato all'altro delle bocche del grande fiume. In tale occasione vidi pure come i selvaggi che sbarcavano sì spesso nella mia isola, non fossero propriamente i così detti Caraibi, se bene per altro isolani e selvaggi all'incirca della stessa razza che, soggiornando nella parte un poco più vicino ad essa, talvolta vi capitavano a differenza degli altri.
In somma io visitai diverse di quelle isole senza verun costrutto, alcune le vidi abitate, altre no; trovai in una di esse alcuni Spagnuoli che credei su le prime vi soggiornassero, ma parlando con loro scopersi che avevano un palischermo ad una calanca poco distante; che erano venuti quivi in cerca di sale e per pescare conchiglie fin dall'isola della Trinità cui appartenevano e giacente in una maggiore distanza al settentrione fra i 10 e gli 11 gradi di latitudine.
Così governando di costa in costa, talvolta col mio bastimento, talvolta con la scialuppa del vascello incendiato, che i suoi proprietari mi avevano ceduta di tutto buon grado e che trovai conveniente al caso mio, arrivai con buona fortuna al lato meridionale della mia isola. Allora sì ravvisai presto alla cera la terra del mio reame, nè tardai a condur la mia scialuppa all'áncora a quella famosa darsena che era in poca distanza dalla mia antica fortezza,
Dal bel primo istante che riconobbi ove fossi, avevo fatto venire a me Venerdì domandandogli:
‒ “Ebbene, Venerdì, capite ove siate ora?”
Egli guardò attorno alcun poco, poi datosi d'improvviso il battere le mani, esclamò:
‒ “Oh sì! Sì! me capire. Lì! Lì!” e col dito accennava l'antica mia abitazione, e si mise a ballare ed a capriolare da matto; anzi ebbi un bel che fare a rattenerlo dallo spiccare un salto in mare per raggiugnere a nuoto la nostra casa d'una volta.
‒ “Or ditemi, Venerdì, gli domandai, credete voi che ci troveremo più qualcheduno o no? sperate voi di rivedere vostro padre?”
Alla prima inchiesta stava lì come un insensato senza rispondermi nulla, ma appena gli ebbi nominato suo padre, vidi la costernazione e l'abbattimento pingersi negli occhi di quella povera affezionata creatura, e una piena di lagrima che ne sgorgò ad inondarle la faccia,
‒ “Che cos'è stato, Venerdì? Vi dà forse fastidio la possibilità di rivedere vostro padre?
‒ No, no! egli rispose crollando il capo, Me non vederlo più! me non tornare a vederlo mai più!
‒ Perchè poi? Come sapete voi questa cosa?
‒ Oh no! no! Lui star morto da lungo tempo, da lungo tempo! lui star molto vecchio!
‒ Dunque, Venerdì; non lo sapete. E quanto ad altre persone credete che ne troveremo qui?”
Colui aveva, a quanto parve, migliori occhi de' miei, perchè accennando la collina che sovrastava all'antica nostra casa, benchè ne fossimo d'una buona mezza lega distanti, si mise a gridare:
‒ “Sì, sì, noi vedere, noi vedere molti uomi là.., là.., là...”
Egli diceva noi vedere, ma io aveva un bel guardare, non riuscii a vedere nessuno, nemmeno valendomi del mio cannocchiale, e ciò, io suppongo, per non avere presa la giusta mira del sito additatomi da Venerdì, perchè costui aveva ragione, come mi apparve dalle informazioni prese nel dì successivo; e dove Venerdì indicava vi erano proprio sei uomini convenuti insieme a guardare il nostro vascello di cui non sapevano che cosa pensare.
Non appena Venerdì mi ebbe detto che vedea gente, feci spiegare la bandiera inglese ordinando tre spari di cannone per darci a conoscere amici; nè passò un quarto d'ora appresso che vedemmo alzarsi un fumo dal lato della darsena. Fatta allestir tosto la scialuppa del vascello, su la quale alzai bandiera bianca in segno delle mie intenzioni pacifiche, mi avviai direttamente entr'essa alla spiaggia, presomi in compagnia Venerdì e quel giovine religioso menzionato dianzi e già da me informato e della storia della mia residenza in quest'isola e del modo onde ci campai e d'ogni particolarità relativa tanto alla mia persona quanto a coloro che vi lasciai nel partirne: fu anzi il racconto di tali particolarità che lo invogliò di far questo viaggio in mia compagnia. Avevamo in oltre nella scialuppa sedici nomini armati di tutto punto pel caso che trovassimo l'isola abitata da gente non di nostra conoscenza: ma il fatto mostrommi da poi che non abbisognavamo di prendere armi con noi.
Poichè navigavamo nel tempo del flusso, remammo direttamente alla darsena che era tuttavia alta marea. Il primo uomo da me adocchiato fu lo Spagnuolo al quale avevo salvato la vita, e i cui lineamenti potei perfettamente discernere: il suo vestire lo descriverò un'altra volta. Io veramente ordinai che niuno si portasse alla spiaggia prima di me, ma non ci fu verso di far restare Venerdì nella scialuppa, perchè questo buono amorosissimo figliuolo avea scernuto suo padre più in là dello Spagnuolo e de' suoi compagni, e ad una distanza ove certo la mia vista non arrivava.
Non sì tosto fu su la spiaggia che corse a suo padre con la prestezza di una freccia scoccata dall'arco: avrebbe cavate le lagrime anche di chi fosse stato più alieno dall'intenerirsi il vedere i primi impeti della gioia di quell'ottimo figlio appena fu faccia a faccia del suo genitore. Come lo abbracciava, lo baciava, gli accarezzava il volto! Lo sollevò di peso per metterlo a sedere sopra un tronco d'albero; quivi assisosi presso di lui, lo fisò, lo contemplò per un quarto d'ora, come si rimarrebbe a contemplare una rara pittura; poi buttatosi boccone per terra gli accarezzava le gambe e le baciava, poi tornava in piedi nuovamente a contemplarlo: lo avreste detto impazzito. Ma nel dì successivo sarebbe stato un matto ridere il vedere la piena della tenerezza filiale di quell'ottima creatura prendere un altro andamento. Nella mattina passeggiava su e giù lungo la spiaggia per parecchie ore conducendosi per mano suo padre come se fosse stato la sua innamorata; lo avreste veduto ogni momento correre alla scialuppa per trarne or questa or quella cosa da regalarnelo, quando un pezzetto di zucchero, quando un bicchierino d'acquavite, talvolta una focaccia, sempre alcun che di buono. Nel dopo pranzo le sue bizzarre manifestazioni d'amore erano d'un altro stampo, perchè adagiato il vecchio su l'erboso terreno, gli ballava attorno e facea mille lazzi grotteschi e in tutto questo tempo non si saziava di parlargli e raccontargli la storia or d'uno, or d'un altro de' suoi viaggi, e di quanto gli era accaduto pel mondo a fine di divagarlo. Vi dico io che se la stessa affezione dei figli verso i lor genitori si rinvenisse nel nostro mondo cristiano, non ci sarebbe quasi bisogno del quarto comandamento del decalogo. Ma quest'è una mera digressione, e torno alle particolarità del mio sbarco.
Sarebbe lungo al grado della superfluità uno specificato racconto di tutte le cerimonie ed atti cortesi onde m'accolsero gli Spagnuoli. Vi ho già detto come il primo d'essi ch'io riconobbi fosse pur quello al quale avevo salvata la vita. Venne in verso alla mia scialuppa accompagnato da uno de' suoi che portava anch'egli la bandiera di pace; ma non solo non mi riconobbe da principio, ma nemmeno gli era nata la menoma idea che chi veleggiava alla sua isola fossi io, finchè non fui io stesso il primo a rompere il silenzio.
‒ “Signore, gli chiesi in portoghese, non mi conoscete?”
Udita appena la mia voce, non profferì un accento, ma consegnato il proprio moschetto a chi facea la parte di suo aiutante di campo, spalancò le braccia dicendo alcune parole spagnuole che non arrivai a capir bene, venne innanzi, abbracciommi strettamente; allora parlò:
‒ “È imperdonabile la mia colpa di non avere ravvisato a dirittura quel volto che fu per me un giorno il volto d'un angelo sceso dal cielo per salvarmi la vita". E qui mi disse un mondo di quelle belle frasi che ad uno Spagnuolo ben educato non mancano mai; poi additatomi all'individuo che lo accompagnava, gli ordinò d'andar a chiamare tutti gli altri suoi camerati.
Chiestomi indi se volevo trasferirmi seco all'antica mia abitazione, di cui m'avrebbe tornato a mettere nuovamente in possesso, mi manifestò il suo rincrescimento perchè ci avrei trovato ben miseri miglioramenti fatti da lui e dalla sua gente nel tempo di mia lontananza. Consentii pertanto ad andarmene con lui. Ma, oh Dio! io non potea raccapezzare il mio vecchio soggiorno più che non l'avrei fatto se non ci fossi stato giammai. Avevano piantati tanti nuovi alberi, aveano dato a questi un tale collocamento, erano sì fitti e intralciati fra loro, avevano in oltre avuto dieci anni di tempo per crescere a sì enorme grossezza che, per venire alle corte, il luogo era divenuto inaccessibile fuorchè per chi conoscea certi andirivieni e viottoli ciechi che potea trovare sol chi gli aveva in quella maniera disposti. Gli domandai, com'era naturale, quale strana necessità gli avesse indotti a tante cautele di fortificazione.
‒ “Vedrete, signore, mi rispose che non ne era poco il bisogno, poichè vi avrò raccontato come abbiamo passata la nostra vita dal giorno in cui arrivammo tutti in quest'isola, massime dopo la sfortuna di trovare che voi ne eravate partito. Certo non potevo non sentire un contento per la vostra felicità al sapere che vi eravate imbarcato in un buon bastimento e tal quale ve lo potevate augurare. Certo per lungo tempo durò in me vivissima la speranza che una volta o l'altra vi avrei riveduto; pur ve lo confesso, non mi è mai accaduta in mia vita niuna sorpresa desolante in uno, e che m'abbia posto in più fiero scompiglio come il tornare nell'isola e sentire che non ci eravate più. Quanto ai tre barbari (così egli li chiamava) che vi lasciaste addietro, oh! avrò a contarvene delle belle. Sentirete una lunga storia. Tutti, vedete! avremmo creduto di star meglio co' selvaggi che con loro, se non ci avesse confortato il pensiere che erano in pochi. Se fossero stati più, saremmo già da un bel pezzo in purgatorio (e qui si fece il segno della croce). Pertanto io spero, mio signore, che non v'avrete a male quando vi racconterò che per amore della nostra salvezza ci vedemmo astretti a disarmarli e a porli in uno stato di schiavitù, perchè coloro non si contentavano mica di farla moderatamente da padroni su noi: volevano divenire i nostri assassini.
‒ V'assicuro, gli risposi, che quanto mi dite lo aveva temuto fieramente ancor io, e nulla mi ha dato maggior disturbo del partire di qui prima che voi foste tornato addietro. Se ci era io, per prima cosa vi avrei conferito il possesso dell'isola, posti coloro sotto il vostro dominio ed in quello stato di suggezione che ben meritavano. Poichè lo avete fatto voi altri, ne ho ben piacere, e sono lontanissimo dal farvene una colpa. Sapevo già che erano fior di cialtroni, anime senza legge nè fede, e capaci di commettere ogni sorta d'iniquità”.
Mentre io parlava in tal guisa tornò l'aiutante del mio Spagnuolo conducendo seco undici altri individui. Dalla foggia del loro vestire sarebbe stato difficile il dedurre la nazione cui appartenevano; ma ben presto chi gli avea mandati a chiamare schiarì ogni cosa ad essi ed a me, cui si volse primieramente additandomeli.
‒ “Questi, mio signore, sono alcuni fra i gentiluomini che vanno debitori a voi delle proprie vite”. Voltatosi indi agli altri accennò ugualmente me spiegando loro chi io fossi. S'avanzarono tutti uno alla volta con un portamento non da marinai o gente volgare, ma propriamente come s'eglino fossero inviati di una ragguardevole corporazione, io un monarca o un grande conquistatore. I loro modi furono oltre ogni dire gentili e cortesi, e spiravano tal quale maschia e maestosa gravità che li facea bene comparire. Avevano in somma sì belle maniere che m'imbarazzavano sul come rispondere a tante cortesie, molto più sul come adeguatamente contraccambiarle.
La storia del loro arrivo e de' loro casi nell'isola da che io ne era lontano, è sì notabile, sì ricca d'incidenti collegati con la prima parte della mia relazione, che non posso non assumermi il piacevole incarico di trasmetterne i particolari alla lettura di chi verrà dopo di me; tanto più volentieri perchè le cose narrate prima agevolano l'intelligenza di quelle che vengono dopo.
LXIX. Indispensabile ricapitolazione di antichi eventi e di una circostanze omessa.
Non imbarazzerò il racconto di tal parte di storia col farlo in prima persona: ciò che mi obbligherebbe a ripetere le dieci mila volte: Egli disse, io dissi, egli mi narrava, io gli narrai, ecc.; ma cercherò di raccogliere storicamente i fatti cavandoli con l'aiuto della mia memoria da quanto mi fu riferito, e da quanto mi accadde nel conversare con gli abitanti dell'isola e nell'esaminarne la nuova condizione.
Per adempir ciò succintamente e con quanta maggior chiarezza sarammi possibile, mi fa d'uopo tornare addietro su le circostanze in cui lasciai l'isola stessa, e in cui si trovavano i personaggi de' quali è mio debito il favellare. E primieramente mi è necessario il ripetere come io spedissi il padre di Venerdì e lo Spagnuolo (da me sottratti entrambi agli artigli de' selvaggi) al continente, o a quella terra almeno ch'io aveva per un continente, entro un ampio palischermo a fine di cercare gli Spagnuoli lasciatisi addietro, e non solo a soccorrerli quanto al presente ma presevarli da una calamità simile a quella di cui rischiarono essere vittime i miei due messi, concertando insieme tale via onde in comune ci adoperassimo alla nostra liberazione, se pure era possibile.
Mentre io mandava in tale spedizione i due accennati individui, io non aveva la menoma apparenza, nemmeno un'ombra di speranza di potere operare la mia liberazione da me solo, più di quanto l'avessi vent'anni addietro; molto meno mi era possibile il prevedere ciò che avvenne poichè furono partiti: vale a dire l'arrivo d'un bastimento inglese che mi trasportasse lontano da quella spiaggia. Laonde non potè essere appunto se non grandissima la sorpresa di que' poveretti quando, tornando addietro, non solo non mi trovarono più nell'isola, ma ci videro invece tre estrani già impadronitisi di ciò ch'io m'era lasciato addietro, e che altrimenti sarebbe ad essi appartenuto.
Le prime informazioni, come è a credersi, da me chieste allo Spagnuolo, terminati i cerimoniali di ricevimento, concernevano lui e i suoi compagni. Volevo mi desse conto del suo viaggio fatto sul gran palischermo insieme col padre di Venerdì per indurre questi compagni a venire nella mia isola. Quanto alla traversata fatta per trovarli mi disse non essergli accaduto nulla di singolare o meritevole di racconto perchè fu protetta da un mare tranquillo e da favorevoli venti.
‒ “Quanto ai miei compatriotti (mi disse il mio Spagnuolo, loro caporione, e a quanto sembra riconosciuto da essi per lor capitano poichè quello del vascello naufragato fu morto) potete credere se non furono esultanti al rivedermi; tanto più maravigliati perchè mi sapeano caduto fra l'unghie de' selvaggi che non ci parea dubbio non avessero divorato me come fecero del restante de' loro prigionieri. Quando poi seppero la storia della mia liberazione e il modo ond'ero stato proveduto per trasportarli di lì, lo credettero un sogno; e la loro sorpresa fu alcun che di simile a quella de' fratelli di Giuseppe quando questi narrò loro chi egli fosse e la storia della sua esaltazione alla corte di Faraone. Ma allorchè mostrai ad essi le armi, la polvere, la munizione, le vettovaglie portate meco per la loro traversata, rinvennero in sè, ciascuno prese la sua parte di gioia alla comune salvezza, e s'allestirono immantinente a venir via meco”.
La prima loro faccenda fu procurarsi canotti o piroghe; nè in ciò si credettero tanto obbligati a tenersi fra i limiti dell'onesto che non gabbassero i selvaggi loro ospiti cui chiesero in prestito due grandi canotti o piroghe col dar loro ad intendere di valersene per andare a caccia o a diporto. Su questi partirono nella successiva mattina. Non pare che avessero indugi per non far presto: senza suppellettili, senza fardelli, senza vettovaglie che gl'ingombrassero, tutto quanto possedevano al mondo lo avevano indosso.
Impiegarono tre settimane in tutto a questa traversata, nel quale intervallo, sfortunato per essi, ve l'ho già detto, mi capitò l'occasione di fuggire e tirarmi fuori dell'isola, lasciandovi i tre più sfrontati, feroci, sfrenati, sgraziati cialtroni fra quanti mai un galantuomo possa augurarsi di non incontrare: ben sel seppero, potete starne sicuri, per un bel pezzo que' poveri Spagnuoli che li trovarono lì.
La sola cosa per il diritto che fecero quei mariuoli fu quando gli Spagnuoli approdarono, perchè a norma degli ordini che avevo dati, consegnarono loro la mia lettera e le previsioni da me lasciate per essi. E rimisero loro parimente la lunga lista d'istruzioni che io avea stese per la migliore loro sussistenza avvenire, vale a dire i metodi particolari ch'io aveva adottati onde governar quivi ogni parte della mia vita; come facevo a cuocermi il pane, ad allevare le mie capre, a fare le mie semine e le mie vendemmie, a fabbricarmi la mie pentole: in una parola, tutti i precetti scritti da me li consegnarono ai nuovi arrivati, due de' quali conoscevano ottimamente l'Inglese; nè per dire la verità, in quel momento ricusarono nemmeno d'accomodarsi con gli Spagnuoli; laonde per qualche poco di tempo andarono insieme d'accordo. Ammessi senza distinzione nella stessa casa o grotta, principiarono vivendo in buona comunanza gli uni con gli altri ; il capitano spagnuolo e il padre di Venerdì, che aveano profittato dal vedere com'io governassi le cose domestiche, avevano tutta la parte amministrativa di quella comunità. Bisogna per altro dire che i tre Inglesi non se la sapeano d'altro che di vagabondare per l'isola tutta la santa giornata, ammazzar pappagalli, prender testuggini e venire la sera a mangiar la cena che gli Spagnuoli avevano apparecchiata per essi.
Anche così si sarebbero contentati gli Spagnuoli se quegli altri gli avessero solamente lasciati in pace; ma era questa la cosa di cui non si sentivano capaci costoro che, simili al cane dell'ortolano, non volevano mangiar loro nè lasciare che altri mangiassero. Pure le loro differenze su le prime furono di lieve momento, nè meriterebbero nemmeno una commemorazione se non fossero finalmente degenerate in aperta guerra: guerra cominciata con tutta la villania e l'arroganza ch'uom possa immaginarsi, senza ragione o provocazione di sorta alcuna, contro a tutti i principii della natura e fin del buon senso. È vero che tutta questa storia la seppi su le prime per bocca degli Spagnuoli, ma quando in appresso ebbi ad esaminare gli accusati medesimi, costoro non seppero negarmene una parola.
Ma prima ch'io venga a narrare queste particolarità, mi fa d'uopo riparare una dimenticanza occorsami nel primo racconto: quella cioè di notare un accidente avvenuto partendomi dall'isola quando appunto nella filuca, ove entrai a bordo, ero per far levare l'áncora e spiegare le vele. L'avvenimento fu una lieve rissa nata fra i marinai, ch'io temei andasse a finire in un secondo ammutinamento, ed eccone il motivo. Tale rissa andava un pò troppo alla lunga, quando il capitano, chiamato in aiuto il proprio coraggio e fattosi seguire da tutti quelli che non aveano parte alla lite, la dissipò con la forza e fece metter in prigione ed ai ceppi i provocatori del disordine. È a sapersi che costoro non s'erano frammessi per poco nella precedente sommossa, e che in questa occasione si lasciarono sfuggire alcune parole piuttosto equivoche; onde il capitano li minacciò una seconda volta di condurli così prigione in Inghilterra, ove sarebbero stati impiccati come capi di tumulto e partecipi dell'antecedente ribalderia.
Questa minaccia che per dir vero il capitano non aveva intenzione di mandare ad effetto, mise in costernazione quant'altri piloti sapevano in propria coscienza di non avere nette le loro partite; onde costoro si ficcarono in capo che il capitano avesse bensì date ad essi buone parole; ma sol per tirarseli seco sino al primo porto inglese e colà farli mettere prigione e assoggettare ad un processo.
L'aiutante ch'ebbe sentore del sospetto nato in costoro, venne a farcene avvertiti. Il capitano per conseguenza pregò me (che quella ciurma aveva in concetto di qualche cosa di grande) a scendere a basso e volerli aringare, assicurando tutti che, ove si fossero ben comportati durante il rimanente del viaggio, ogni antico lor fallo era già perdonato e dimenticato. Andai di fatto, e s'acchetarono su la mia parola d'onore, tanto più che m'adoperai efficacemente affinchè i due uomini posti ai ceppi, venissero sciolti e ottenessero la loro grazia.
Questo subuglio nondimeno, e un poco ancora il vento che era piuttosto morto, ci tennero all'áncora tutta quella notte. Alla mattina ci accorgemmo che i due mariuoli liberati dai ceppi, dopo aver rubato un moschetto per cadauno, altre armi e polvere e munizione, di cui non sapemmo nel momento fare il conto, e impadronitisi dello scappavia non per anche tirato a bordo, se ne eran'iti a raggiungere i tre mariuoli loro confratelli rimasti nell'isola. Appena scopertasi questa nuova furfanteria di que' ribaldi, non tardammo a mandar dietro loro una scialuppa con entro dodici nomini e l'aiutante. Ma questi non poterono rinvenire nè i due fuggitivi, nè i tre cialtroni che, veduti avvicinarsi i nostri alla spiaggia, s'appiattarono nel più folto dei boschi, Era venuto all'aiutante il pensiere di prendersi una soddisfazione contro a costoro col distruggere le piantagioni e bruciar tutte le domestiche loro suppellettili e vettovaglie, poi lasciarli lì che si tirassero come poteano d'imbarazzo. Ma non avendo ordini su di ciò, non ne fece altro, e lasciate tutte le cose come trovate le avea, ricuperò soltanto lo scappavia, poi se ne tornò a bordo senza i due ladri.
Intanto ecco l'isola popolata da cinque uomini. Ma i tre primi cialtroni superavano tanto in ribalderia i due sopraggiunti che, dopo essere vissuti due o tre giorni con questi li misero fuori di casa abbandonandoli alla ventura. Non volendo indi avere nulla di comune con essi, ostinaronsi per un pezzo a non somministrar loro alcuna sorta di sussistenza: notate che gli Spagnuoli non erano per anche arrivati.
LXX. I coloni spagnuoli, i tre mascalzoni cattivi, i due mascalzoni buoni.
Poichè gli Spagnuoli furono approdati, le cose principiarono ad avviarsi men male. Certo avrebbero voluto persuadere quelle bestiacce dei tre mascalzoni peggiori a prendersi seco nuovamente i due compatriotti; ma non ci fu verso d'indurli, com'essi dicevano, a formar tutta una famiglia. Così quegli altri due poveri diavoli si videro costretti a far le loro faccende da loro. Trovato quindi che sol l'industria e la fatica potevano aiutarli a vivere men tristamente, andarono a piantarsi le loro tende sul lato settentrionale dell'isola, ma tenendosi verso ponente per esser meglio fuori del pericolo di scontrarsi co' selvaggi che per solito sbarcavano alle parti più orientali della spiaggia.
Quivi si fabbricarono due capanne, una ove alloggiare eglino stessi, l'altra per servire loro di magazzino, entro cui riporre le loro provisioni; e poichè gli Spagnuoli li fornirono di alcune semenze di grano e specialmente di que' legnami che ad essi lasciai, principiarono a coltivare la terra, seminare far ripari di siepi, giusta il modello da me trasmesso ai miei successori, onde principiavano a passarsela discretamente.
Il primo loro ricolto venne bene, e ancorchè avessero messo a coltura un piccolo pezzo dì terreno, perchè non avevano avuto il tempo di prepararne di più, nondimeno fu bastante a provederli di pane e d'altri commestibili, oltrechè un di questi essendo stato capo cuoco del vascello, era abilissimo nel far zuppe, torte e tali mangiari quali il riso, il latte e le poche carni che si poteva procacciare glie lo permettevano.
Si trovavano in tal prosperante condizione, quando un giorno gli altri tre cialtroni privi d'ogni umano sentimento fin verso questi che aveano la patria comune con essi, capitarono a svillaneggiarli, così per bel diletto e a braveggiarli con dire:
‒ “Siamo noi i padroni dell'isola. Il governatore (intendeano parlare di me) ne ha conferito a noi il possesso, nè v'è altri che abbia diritti sovr'essa. Voi dunque non potete fabbricare sul nostro terreno se non ne pagate l'affitto.
‒ Venite avanti e accomodatevi, dissero gli altri credendo tutto una burla. Vedrete le belle abitazioni che ci siamo fabbricate, e fisserete l'affitto voi stessi; e (aggiunse un di questi) poichè siete voi i signori di questo territorio, vogliamo sperare che se ci fabbrichiamo sopra e ci facciamo dei miglioramenti, ne accorderete, come i gran signori costumano, una lunga investitura. Se vi piace fate venire un notaio che ne stenda lo scritto.
‒ Corpo del demonio! gridò un di costoro le cui bestemmie non si limitarono qui; vi faremo vedere se burliamo”; e recatosi più in là ove que' poveri sgraziati avevano acceso il fuoco per prepararsi un po' di cibo, e preso un tizzone infiammato lo posò bellamente contro il lato esterno della capanna, che in pochi minuti sarebbe bruciata, se un dei due ingiuriati non fosse corso fuori in fretta scagliandosi sul briccone che cacciò via. Indi allontanato con un piede il tizzone, spense il fuoco non per altro senza qualche difficoltà.
Il mascalzone cattivo al vedersi scacciato via in quel modo dal mascalzone buono (chè qui comincia la distinzione fra i buoni e i cattivi mascalzoni) fu preso da tanta rabbia che tornò di lì ad un momento armato di bastone; poi gli misurò tal colpo che se l'altro non era pronto a pararlo e a fuggire in casa, avea finito di vivere. Il suo camerata vedendosela brutta per sè e pel compagno, accorse, e di lì ad un istante entrambi erano fuor della capanna armati d'un moschetto per cadauno. Quel dei due che corse dianzi il pericolo di quella mala botta, atterrò il ribaldo provocatore col calcio del suo archibuso, e ciò prima che i due altri venissero ad aiutare costui. Appena questi comparvero, i due buoni presentando a tutti e tre le bocche de' loro moschetti, li fecero stare addietro.
I cattivi avevano eglino pure armi da fuoco con sè; ma un de' due buoni, più coraggioso ancora del suo compagno e fatto disperato dal proprio pericolo, gridò ai primi assalitori che se movevano una mano erano morti, intimando loro col più fermo ardimento che cedessero le armi. Non le cedettero per vero dire, ma vedendo l'avversario sì risoluto, tutti e tre credettero migliore consiglio il venire a parlamento, a norma del quale acconsentirono di portarsi a casa il lor terzo ferito, che da vero parea malconcio dalla percossa avuta col calcio del moschetto.
Per altro i due buoni fecero male a non profittare del vantaggio avuto e a non disarmare effettivamente, poichè ne avevano il destro, i tre cattivi. Si contentarono al recarsi subito presso gli Spagnuoli e raccontar loro le villanie che avevano sofferte. Doveano ben immaginarsi che que' tristi avrebbero studiate tutte le vie per vendicarsi, e di fatto d'allora in poi non passò giorno che non dessero potenti indizi di questa malvagia intenzione.
Non ingrosserò questa parte di storia con la descrizione di tutte le ribalderie di minor conto che i tre cialtroni commisero a danno degli altri due. Figuratevi che andavano a pestar co' piedi i lor ricolti in erba, oltre a l'avere ammazzati loro tre giovani capretti ed una capra che que' poveretti avevano addimesticata per avviarsi una greggia; in somma li tribolarono tanto di notte e di giorno, ne fecero di tante fatte, che ridussero gli altri due a tal disperazione per cui finalmente presero la determinazione di venire a battaglia con essi alla prima opportunità che loro ne capitasse.
E per trovarla più presto risolvettero trasferirsi al castello (così veniva denominata la mia antica abitazione) ove i tre cialtroni convivevano tuttavia con gli Spagnuoli, quivi sfidarli, pregando gli Spagnuoli ad esser testimoni della tenzone. Così fecero all'alba di una data mattina, e giunti al luogo divisato chiamarono gl'Inglesi pe' loro nomi, ed interrogati da uno di quegli Spagnuoli sul motivo della loro venuta, risposero che aveano qualche cosa da dire ai tre Inglesi.
Era avvenuto nel giorno innanzi che uno Spagnuolo girando pe' boschi incontrasse un de' due Inglesi, denominati per distinguerli dagli altri tre, i buoni, e che questi gli raccontasse la storia lamentevole d'ogni barbaro sopruso praticato contro lui ed il suo compagno dagl'iniqui loro compatriotti e delle piante schiantate e delle messi mandate a male e delle capre uccise, per ultimo della distruzione di tutti i mezzi di lor sussistenza operata da costoro. Laonde, quando la sera gli abitanti del castello furono ridotti a casa e stavano cenando, uno Spagnuolo si prese la libertà di far rimostranze, ma con buona maniera, ai tre su le crudeltà da essi esercitate verso compatriotti che non facean loro male veruno.
‒ “Poveretti! dicea lo Spagnuolo, s'erano messi su la buona strada di vivere con le proprie fatiche , e avevano sparsi di bei sudori per avviare bene le cose loro.
‒ Che cosa sono venuti a far qui? disse con arroganza un degl'inglesi: sbarcarono a questa spiaggia senza licenza; nè possono qui fabbricar case o far piantagioni; non lavorano sul loro.
‒ Per altro, signor Inglese, soggiunse con pacatezza lo Spagnuolo, non è giusto che muoiano di fame”.
L'Inglese col più brutto fare del più sboccato fra i marinai sclamò:
‒ “Oh! crepino un poco e vadano al diavolo! Qui non devono nè piantare nè fabbricare.
‒ Ma che cosa hanno dunque da fare? chiese lo Spagnuolo.
‒ Che Dio li fulmini! sclamò un altro di quegli uomini brutali. Lavorare e servirci come nostri schiavi.
‒ Ma perchè pretendere questo da loro? replicò lo Spagnuolo. Voi non gli avete comprati col vostro danaro; non avete diritto di considerarli come schiavi.
‒ Vivadio! l'isola è nostra, Il governatore l'ha data a noi, e niuno ha che far qui fuori che noi, e per il ... (qui fece un giuramento da fare addirizzare i capelli) anderemo e brucieremo le case che hanno piantate, nessuno ha da fabbricare su la terra che è nostra.
‒ A questi conti, soggiunse sorridendo lo Spagnuolo, saremmo vostri schiavi anche noi.
‒ Anche voi altri! disse il briccone. La non è ancora finita”; e nel dir questo mescolò tra l'una e l'altra delle due frasi tre o quattro orrende bestemmie.
Lo Spagnuolo contentatosi ad un tal ghigno che dicea: Mi fate pietà, non rispose altro.
Nondimeno, e comunque moderata fosse la predica fatta dallo Spaguuolo, questa pose l'inferno in corpo a que' cialtroni, un dei quali saltato in piede, credo fosse colui dei tre che si nomava Guglielmo Atkins, disse a quello che avea parlato sino allora:
‒ “Vieni, Giacomo, andiamo, non giova cozzarsi più con questi galantuomini. La loro fortezza la demoliremo per Dio! Nessuno ha da piantar colonia sul nostro dominio”.
Detto ciò, vennero via tutti e tre di conserva, ciascuno armatosi d'un archibuso, d'una pistola e d'una spada; e brontolarono fra loro alcuni insolenti propositi su ciò che avrebbero fato a suo tempo agli Spagnuoli, i quali a quanto sembra non intesero sì bene tali brontolamenti da notarne ogni minuta particolarità, e sol capirono in generale che consistevano in minacce contro essi perchè avevano presa la parte de' due Inglesi men tristi.
Ove andassero, come impiegassero il rimanente del loro tempo in quella notte nol seppero; parve che vagassero un bel pezzo attorno finchè stanchi andassero a riposarsi in quella ch'io chiamava mia casa di villeggiatura, e ivi s'addormentassero. Il caso fu questo. Costoro, come in appresso lo confessarono eglino stessi, aveano risoluto d'indugiare fino a mezzanotte, e colto l'istante che quei due poveri sgraziati fossero immersi nel sonno, dar fuoco alle loro abitazioni, entro cui sarebbero rimasti o bruciati, se vi rimanevano, o trucidati dagli assedianti se ne uscivano.
Poichè la malvagità lascia di rado dormire della grossa, fu un caso stravagante che questa volta non tenesse desti i tre mascalzoni.
Pure nella presente circostanza accadde che anche i due Inglesi avversari avessero essi pure in volta, come ho già detto, una macchinazione, benchè di più onesto genere che non è il bruciare e l'assassinare; onde fortunatamente per tutti erano in piedi e partiti dalle loro abitazioni, quando i tre sanguinolenti sicari vi giunsero.
LXXI. Ulteriori attentati dei tre mascalzoni, loro disarmamento e sommessione.
Giunti i tre scellerati alle case dei due che chiamiamo buoni e, trovatele abbandonate, Atkins, che a quanto sembra era il caporione, gridò ai suoi camerati:
‒ “Brutte novità! Vedi, Giacomo? il nido è qui, ma gli uccelli, che il cielo li maledica! sono volati via”.
Stettero un poco pensando qual motivo potessero avere avuto d'uscire di casa sì presto, poi s'immaginarono che gli Spagnuoli li avessero avvertiti delle contese occorse la sera innanzi. In questa persuasione si pigliarono per la mano giurando l'uno all'altro di prendersi una solenne vendetta degli Spagnuoli. Poichè ebbero stretto questo orrido patto di sangue fra loro, si diedero prima di tutto a sfogare la propria rabbia su le case de' poveri diavoli che ne erano partiti. Non le bruciarono, ma le diroccarono, le spiantarono sì fattamente che non ne restò congiunto un pezzo con l'altro, non un pilastro in piede. Lasciarono appena sul terreno un segno che indicasse ove le case erano prima. Fattene in tocchi le domestiche suppellettili, le dispersero qua e là a tanta distanza che que' poveretti quando credettero di tornare a casa, ne trovarono degli avanzi un miglio prima di essere sul luogo. Eseguita questa bella faccenda, schiantarono quanti giovani piante quegli sfortunati si erano avviate; mandarono alla malora i ricinti che s'erano fatti per custodirvi il lor piccolo armento o le poche lor messi; in una parola misero a sacco, smantellarono tutto in tal guisa che un'orda di Tartari non potea far loro di peggio.
In questo mezzo, i padroni dell'abitazione diroccata andavano appunto in cerca di loro per battersi seco ovunque gli avessero incontrati, ancorchè fossero due contro a tre, e certo se ciò fosse avvenuto, vi sarebbe stato un sanguinosissimo combattimento; perchè per rendere agli uni e agli altri la dovuta giustizia, erano tutti gagliardi de' più risoluti.
Ma la Providenza si prese del tenerli separati maggior cura che questi non se ne dessero per raggiugnersi: perchè mentre cercavano di codiarsi a vicenda, quando i tre erano là, i due erano qui; quando i due tornarono addietro per trovare i tre, questi erano già venuti di nuovo alla vecchia loro abitazione. Qual fosse in appresso la condotta dei tre e dei due, faremo presto a vederlo. I tre giunti a casa furibondi, ansanti e imbestialiti di più, dalla stessa scellerata fatica che s'erano data, raccontarono in via di millanteria e di beffa la lor bella impresa, ed un di costoro fattosi faccia a faccia d'uno Spagnuolo, come un ragazzo che ne invitasse un altro a bagordare, gli prese con la mano il cappello che gli fece girar su la testa a guisa di trottola, poi guardatolo in cagnesco, disse:
‒ “E anche voi, signor bell'umorino di uno Spagnuolo, vi concieremo con la stessa salsa se non guarite dai vostri grilli”.
Lo Spagnuolo che se bene uom pacato e pieno di civiltà, era valoroso quanto si possa esserlo e forte e nerboruto, si fermò a guardarlo un tantino, indi non avendo in mano arme di sorta alcuna, con passo grave gli fu addosso, e gli misurò tal pugno che lo stramazzò a terra, come un bue percosso dalla mazza del macellaio; alla qual vista uno degli altri due cialtroni non meno ardito del primo, sparò tosto una pistola contro allo Spagnuolo. Fortunatamente fallò il colpo, perchè la palla di questo, anzichè attraversare il corpo dell'uomo preso di mira, ne andò a radere i capelli e gli scalfì soltanto la punta di un'orecchia. Questa nondimeno fece molto sangue, laonde lo Spagnuolo credendosi più gravemente ferito di quello che lo fu in realtà, divenne un pò più acceso di prima, perchè finora avea fatte le cose sue con perfettissima calma. Ma adesso risoluto di finirla colse da terra il moschetto dell'uomo stramazzato, ed era in atto di spararlo inverso al suo feritore, quando tutti gli altri Spagnuoli che erano nella grotta, saltarono fuori gridandogli di fermarsi; poi scagliatisi su i tre cialtroni gli arrestarono togliendo loro le armi.
Quando, così disarmati, s'accorsero d'essersi inimicati gli Spagnuoli non meno de' loro compatriotti, cominciarono a farsi mansueti mansueti e a dir belle parole a questi per riavere le loro armi. Ma gli Spagnuoli considerando che la rissa era tuttavia viva fra le due parti inglesi, e che la meglio era d'impedire loro di ammazzarsi l'une con l'altre, promisero bensì ai medesimi di non far male ad essi di sorta alcuna, aggiugnendo anzi che, se si fossero comportati pacatamente per l'avvenire, nulla amavano meglio dell'aiutarli e di vivere seco in buon accordo come in passato, ma che non giudicavano opportuno il restituire loro le armi finchè li vedeano risoluti di far male con esse ai propri concittadini che in oltre eglino aveano minacciato di far loro schiavi.
Que' malvagi non erano in istato d'intender ragione nè di operar con ragione; ma vedendosi negate le armi, andarono via farneticando, bestemmiando all'aria come veri matti. Gli Spagnuoli, i quali si rideano di tali minacce, intimarono loro che si guardassero bene dal recare il menomo danno alle greggie o alle piantagioni dell'isola; perchè in tal caso sarebbero stati uccisi a guisa di fiere ovunque venissero sorpresi, e cadendo vivi nelle loro mani, irremissibilmente impiccati. Questo non giovò certo a calmarli, ma partendo arrabbiati di lì giuravano e sacramentavano come furie dell'inferno.
Appena partiti questi, i due Inglesi della parte contraria tornarono addietro anch'essi pieni di collera e di rabbia, benchè d'un'altra natura; perchè venendo allora dal povero loro podere che aveano trovato così smantellato e distrutto, è facile il concepire che non era leggera la loro stizza. Ebbero poco tempo per raccontare i casi loro agli Spagnuoli, tanta era in questi l'ansietà di sfogarsi su i propri; e parea veramente cosa strana a capirsi che tre uomini, braveggiandone diciannove, se la passassero sì impunemente.
Ma gli Spagnuoli non ci badavano, tanto più che avendoli disarmati, faceano poco conto delle loro minacce. Non così i due Inglesi che volevano prendersi una vendetta su costoro, qualunque fatica e sagrifizio costasse loro il raggiugnerli. Qui pure s'intromisero gli Spagnuoli rimostrando a questi come avendo già disarmati i loro nemici, non potessero più permettere alla parte contraria d'inseguirli con armi da fuoco e probabilmente ucciderli.
‒ “Noi ciò nonostante disse il grave Spagnuolo riconosciuto qual governatore dagli altri, procureremo di farvi avere giustizia se rimettete la cosa nelle nostre mani. Perchè non v'ha dubbio che torneranno a trovarci, appena sarà data giù un poco la loro pazzia. E come farebbero altrimenti? Non sanno come campare senza la nostra assistenza. Vi promettiamo che non faremo pace con essi se non vi danno una piena soddisfazione. A questo patto speriamo che anche voi ci prometterete di non usare violenza contr'essi, semprechè non vi costringesse a ciò una provata necessità di difendervi”.
S'arresero, benchè a stento e con grande ripugnanza i due Inglesi, ma gli Spagnuoli protestavano che faceano sol per tenerli lontani dallo spargere sangue e per conseguire finalmente l'intento che tutte le differenze venissero una volta appianate.
‒ “Qui, diceano gli Spagnuoli, non siamo in tanti, e c'è bastante posto per tutti nell'isola. Sarebbe un peccato che non ci vivessimo tutti da buoni amici”.
Finalmente que' due Inglesi acconsentirono di buona grazia ad aspettare l'esito delle cose vivendo per alcuni giorni con gli Spagnuoli, giacchè la loro abitazione era distrutta.
Passati circa cinque giorni, i tre mariuoli stanchi di vagare attorno e pressochè morti di fame, perchè erano vissuti quasi di sole uova di testuggine in tutto questo intervallo, vennero al bosco di circonvallazione della fortezza, ove trovarono il mio Spagnuolo, governatore, devo averlo detto, dell'isola, che passeggiava in compagnia d'altri due verso la piccola darsena. Presentatisi a lui con modi i più umili, i più sommessi, lo supplicarono per essere ricevuti un'altra volta in seno di quella famiglia. Vennero accolti con molta civiltà dagli Spagnuoli.
‒ “Ma cari voi, disse il mio Spagnuolo, vi siete comportati in un modo sì contrario ad ogni legge della natura, sia co' vostri concittadini, sia con noi, che non possiamo passare ad una conclusione senza consultare i due Inglesi e gli altri miei compatriotti; nondimeno anderemo a trovarli, discuteremo questo punto, e fra mezz'ora saprete qualche risposta”.
Figuratevi se que' supplicanti si trovavano alle strette! Per questa mezz'ora che dovevano aspettare la risposta domandarono che intanto si mandasse loro un poco di pane, il che fu fatto. Anzi per giunta al pane ebbero un bel pezzo di carne di capra ed un pappagallo fatto a lesso, che si divorarono con un'avidità proporzionata alla tremenda loro fame.
Dopo la mezz'ora di consulta chiamati innanzi al consesso, si discutè a lungo, perchè i loro compatriotti gli accusavano e della distruzione portata su i loro campi e dello stabilito divisamento d'ucciderli; le quali cose gli accusati non negarono: già i fatti parlavano da sè stessi. Finalmente gli Spagnuoli entrati compromissari fra le due parti, come avevano obbligati i due Inglesi a non venire ad atti contro agli altri tre finchè erano inabili a difendersi e disarmati, così costrinsero i tre a rifabbricare le due case atterrate, l'una d'ugual dimensione, l'altra di maggior dimensione della prima, a munire di nuovo i campi donde aveano sterpate le siepi, a piantare altri alberi in luogo di quelli che aveano schiantati, a lavorare nuovamente il terreno ove aveano distrutta la messe in erba, in somma a rimettere tutte le cose nello stato di prima fin dove potevasi; perchè tutto non era possibile; la stagione della semina trascorsa, il danno d'aspettare il tempo necessario ad aver le siepi e gli alberi cresciuti erano cose irreparabili.
Or bene; accettarono tutte le indicate condizioni, e poichè gli Spagnuoli aveano copia di previsioni per sostentarli in tutto questo intervallo e non ne furono avari, ogni cosa tornò all'ordine, e quell'intera società cominciò per qualche tempo a passarsela bene e di buon'armonia. Solamente non vi fu verso di ottenere dai tre che mettessero anch'essi la loro parte di lavoro, se non a sbalzi, e quando ne saltava ad essi la voglia. Ciò non ostante gli Spagunoli dissero loro buonamente che purchè vivessero d'accordo e amichevolmente insieme ed avessero a cuore il bene dell'intera piantagione, si contenterebbero di lavorare per loro e di lasciarli andare a spasso e far vita d'oziosi come volevano. Vissuti così un mese o due in buona fratellanza gli Spagnuoli restituirono loro l'armi un'altra volta e, come in addietro, condiscesero ad averli per compagni in tutti i loro diporti.
Fine del Volume Terzo

Vita e Avventure
di
ROBINSON CRUSOÈ.
VERSIONE DALL'INGLESE
DI
GAETANO BARBIERI.
Volume IV.
MILANO
Vedova di A.F. Stella e Giacomo figlio.
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1839
Volume IV.
LXXII. Sbarco di selvaggi.
Non era scorsa una settimana da che i tre Inglesi cattivi aveano riavute l'armi e la piena loro libertà, allorquando da vere ingratissime creature tornarono da capo nell'essere arroganti ed inquieti. Ma d'improvviso sopravvenne tale incidente che ponendo a repentaglio la salvezza e dei buoni e dei cattivi, obbligò tutti indistintamente a lasciare in disparte i privati risentimenti per pensare soltanto a difendere le proprie vite.
Accadde una notte che il governatore spagnuolo (chiamo così, come sapete, l'uomo ch'ebbe da me salva la vita e che gli altri veramente riguardavano per loro capo e condottiero), accadde dunque che quest'uomo in quella notte si sentiva addosso una certa inquietudine per cui non c'era via che potesse dormire. Stava bene di salute, com'egli mi raccontò, ma i suoi pensieri erano oltremodo agitati. Non sapeva immaginarsi in sua mente altro che uomini affaccendati nell'ammazzarsi gli uni con gli altri; e sì era perfettamente desto, nè potea trovar sonno, come vi ho detto. Stette così un bel pezzo, quando finalmente, crescendo sempre in lui l'inquietudine, prese il partito di alzarsi. Essendo in tanti, giaceano sopra pelli di capra stese sopra que' pagliericci che erano riusciti a farsi da sè stessi; non sopra letti pensili da marinai, come potei fare io ch'ero solo; quella gente per conseguenza non avea per levarsi dal letto a far altro che saltare in piedi, e mettersi, se pur se gli erano levati, un saione e le scarpe. Vedete che erano presto lesti per andar dove ne veniva loro il talento. Si portò dunque a guardar di fuori il nostro governatore; ma facendo scuro vide ben poco o nulla; oltrechè gli alberi che avevo piantati erano, come ho notato, cresciunti a tal segno di impedire ogni vista di là dal bosco. Egli pertanto non vide altro che le stelle del cielo, perchè faceva sereno, nè udì strepito di sorta alcuna. Tornò quindi a coricarsi, ma era tut'uno. Non c'era rimedio per lui di dormire o d'acconciarsi a nulla che avesse una somiglianza col sonno. La sua testa era immersa nell'angoscia, e non ne sapeva il perchè.
Poichè alzandosi, uscendo, andando, tornando non potè di meno di non far qualche strepito, uno della brigata svegliatosi gli diede il chi v'ha là. Il governatore datosi a conoscere spiegò a questo la natura delle inquietudini che lo premevano.
‒ “Dite da vero? soggiunse l'altro Spagnuolo. Non son mica cose queste da trasandare, ve lo dico io! Sicuramente cova qualche guaio dintorno a noi . . . Aspettate! Dove sono gl'Inglesi?
‒ Oh a dormire! il governatore rispose. Da quel lato là per questa volta siamo sicuri”.
A quanto sembra gli Spagnuoli avevano preso possesso della stanza principale, tenendo sempre nell'ora del dormire segregati da loro, dopo l'ultimo sconcio avvenuto, i tre Inglesi.
‒ “Dunque, tornò a ripetere lo Spagnuolo, vedo del male per aria, chè io credo proprio che ci sia, e parlo per esperienza, fra le nostr'anime imprigionate nel nostro corpo e fra gli spiriti incorporei ed abitanti d'un mondo invisibile certa scambievolezza ed intelligenza; l'inquietudine senza perchè, di cui mi parlate, è certo un amichevole avviso venutone da questi secondi esseri per nostro utile se sappiamo cavarne profitto. Venite, e andiamo a scandagliare attorno. Se non troviamo nulla che giustifichi tal vostra inquietudine, vi conterò poi una storiella che vi convincerà su la realtà di quanto ho affermato”.
Uscirono dunque col proposito di recarsi su la sommità del monte ov'ero solito d'andar io; ma eglino essendo forti ed in grossa compagnia non soli come me, non praticavano le mie cautele di salirci con una scala a mano, poi di tirarmela meco per ascendere sul secondo piano di quell'altura. Indifferentemente, e senza altri riguardi, se n'andavano per traverso alla foresta, quando rimasero d'improvviso sorpresi al vedere una luce come di fuoco in pochissima distanza da essi e all'udire voci, non d'uno o due, ma di una moltitudine d'uomini.
Ogni qual volta io m'accorgeva di selvaggi sbarcati nell'isola la mia costante cura fu sempre quella di far in modo non s'accorgessero che il paese fosse abitato. E quando capitò l'occasione che s'avvidero di qualche cosa, ciò derivò sempre da qualche avvenimento sì efficace che chi fuggiva potea ben dar poco conto di quanto aveva veduto. Io faceva ben presto a sottrarmi alla vista di chi non rimanea morto, onde di chi possa essere andato a raccontare d'avermi veduto, non ci sono stati che altro quei tre selvaggi salvatisi entro il canotto nell'ultimo nostro scontro, ed in ordine ai quali ebbi, lo dissi già, grande paura non tornassero a casa e conducessero molti dei loro compatriotti nell'isola.
Se per la voce fatta precorrere da que' tre or menzionati i selvaggi fossero questa volta venuti in tanto numero, o se a caso e senza nessuna preventiva cognizione, per cercar campo ad una delle sanguinolente loro spedizioni, è quanto gli Spagnuoli non poterono, com'è sembrato, comprendere. Comunque fosse la cosa, certamente la premura degli Spagnuoli avrebbe dovuto esser quella di tenersi nascosti, anche di darsi per non in tesi di nulla, ma non mai di far capire ai selvaggi che il luogo era abitato; semprechè non fossero riusciti a piombar loro addosso con tanta gagliardia che un solo di essi non tornasse a casa; il che soltanto sarebbe stato possibile se si fossero collocati fra essi e le loro piroghe. Ma tal prontezza di raziocinio non ebbero; la qual mancanza fu cagione loro di rovina per lungo tempo.
Niuno dubiterà che il governatore e il suo compagno, sorpresi a tal vista, non tornassero immediatamente ai compagni per partecipar loro l'imminente pericolo che sovrastava all'intera brigata, come non dubiterà del subitaneo atterrimento onde furono tutti compresi; ma fu impossibile il persuadere ai medesimi il rimaner chiusi dov'erano, sì che molti di loro corsero fuori per vedere come le cose stessero.
Finchè la notte durò, poterono per alcune ore distinguere sufficientemente questi formidabili ospiti al lume di tre fuochi che costoro avevano accesi in una certa distanza gli uni dagli altri; ma che cosa facessero non lo capirono, come, per vero dire, non sapevano che cosa dovessero fare essi dal proprio lato; perchè primieramente il numero de' nemici era grande; in secondo luogo non convenivano tutti in uno stesso sito, ma divisi in più drappelli, tenevano diversi punti della spiaggia.
Non fu poca la costernazione degli Spagnuoli a tal vista, tanto più che vedendo quella ciurma trascorrere alla distesa tutta la pianura si aspettavano senza fallo che, a più presto o più tardi, alcun di costoro lor capitasse addosso o a casa, o s'abbattesse in qualche luogo atto a dargli indizio che l'isola era abitata. Stavano ancora in grande inquietudine e paura pel loro armento di capre, la cui distruzione sarebbe stata niente meno d'una sentenza che li condannasse a morire di fame; laonde la prima risoluzione che presero fu quella di spedire, prima che spuntasse il giorno, tre nomini, due spagnuoli, uno inglese, affinchè traessero alla gran valle ov'era la caverna tutto il gregge e anche dentro la caverna stessa se facea d'uopo, o se avessero veduto i selvaggi uniti insieme tutti in un corpo e a qualche distanza dalle loro piroghe.
Erano già determinati ad assalirli, quando anche fossero stati un centinaio; ma questo intento non era sperabile, perchè alcune bande di costoro stavano disgiunte per ben due miglia dall'altre; anzi, come si venne a scoprire in appresso, appartenevano a due nazioni diverse.
Dopo aver pensato un gran pezzo sul partito da prendersi, dopo essersi stillati il cervello nel meditare la natura del caso, risolvettero finalmente di spedire, finchè duravano le tenebre, il vecchio selvaggio padre di Venerdì, affinchè spiasse e scoprisse quanto potea raccogliere intorno a coloro: il perchè fossero venuti, che intenzioni avessero e simili cose. Presto il vecchio ad assumere tale incarico, s'avviò pressochè ignudo, come lo erano quegli altri, a quella dirittura. Dopo essere stato via una o due ore, tornò riferendo come gli fosse riuscito di non esser scoperto da nessuno degli sbarcati; formar questi due bande, ciascuna spettante ad una di due nazioni in guerra l'una contro all'altra. Esse, dopo una grande battaglia avuta insieme su la terra principale conducevano, l'una senza sapere dell'altra, diversi prigionieri fatti durante il combattimento in una stessa isola per divorarseli e starsene allegramente. Ma il caso di essersi abbattute in un medesimo luogo avea tolta loro ogni voglia di ridere; tanto si odiavano a morte che lo spedito esploratore si aspettava, poichè erano sì vicine, vederle a battaglia allo spuntare dell'alba. Niun indizio per altro gli dinotava che sapessero abitata l'isola. Aveva appena terminato il suo racconto, quando allo straordinario strepito alzato dai selvaggi si venne a capire che i due piccoli eserciti aveano già attaccata una sanguinosissima zuffa.
Il padre di Venerdì pose in opera quanta rettorica aveva per indurre gli abitanti dell'isola a starsi ben rannicchiati in casa e a non lasciarsi vedere. Da ciò dipendeva al suo dire la salvezza comune di tutti ; non c'era bisogno d'altro che di silenzio e di pazienza. “I selvaggi, egli dicea, si scanneranno un pezzo a vicenda, poi i sopravvissuti se la batteranno”; e dicea puramente la verità. Ma come farla intendere a quelle teste, massimamente agl'Inglesi, la curiosità de' quali fu tanto superiore ad ogni riguardo di prudenza che vollero correre a vedere la battaglia co' propri occhi. Se vogliamo, usarono in ciò di qualche cautela: cioè non si posero all'aperto, nè in vicinanza della loro abitazione, ma s'internarono ne' boschi. donde potevano contemplare a tutto loro agio la zuffa e non essere veduti, così credevano: ma sembra veramente che i selvaggi li vedessero, come apparirà in appresso.
Furiosa fu la battaglia e (se ho da credere agl'Inglesi, un de' quali parlava dietro quanto diceva d'aver veduto) alcuni di que' selvaggi erano gente dotata di grande valore, d'indomabile coraggio e di sommo accorgimento nell'arte della guerra. Il combattimento, mi narrarono gl'Inglesi, durò due ore senza che potesse capirsi da qual parte la vittoria inclinasse; ma in termine a queste due ore, la schiera che combattea più vicino all'abitazione, de' nostri, cominciò ad apparire più debole, e dopo un altro poco alcuni di que' combattenti si diedero alla fuga. Questo avvenimento pose i nostri nella massima costernazione, perchè temettero che qualcuno de' fuggitivi cercando rifugio nella selva piantata dinnazi alla fortificazione, la scoprisse, senza averne al certo la volontà, ai suoi persecutori, i quali sarebbero per conseguenza venuti ugualmente a cercarli quivi. In vista di ciò risolvettero di tenersi armati al di dentro dell'ultima circonvallazione; poi, al primo accorgersi di selvaggi venuti nel bosco esterno, di fare una sortita e di ucciderli tutti affinchè, se era possibile, non restasse un di loro per portar le notizie di quanto aveva veduto fuori dell'isola. Divisarono ad un tempo che gli uomini uccisi lo sarebbero o dalle loro spade o dai calci de' loro archibugi, affinchè lo strepito degli spari di nessun'arma da fuoco non mettesse in trambusto i lontani.
Le cose accaddero come se le erano immaginate. Tre fuggitivi dell'esercito sbaragliato, dopo avere attraversata quella ch'io chiamava mia darsena, corsero direttamente al luogo indicato, non perchè sapessero menomamente dove andassero, ma come chi cerca di salvare la vita si rifugge in un bosco. I nostri avevano avuto avviso di ciò dall'esploratore tenuto attorno alla vedetta, il quale a questo avviso ne aggiunse un altro che riuscì a tutti gratissimo: va le a dire che i vincitori o non inseguivano i fuggiaschi o non si erano accorti qual via questi avessero presa. Per la qual cosa il governatore spagnuolo, uomo pieno di sentimenti d'umanità, non acconsentì che a que' tre fuggitivi si desse la morte. Unicamente, mandati tre de' suoi dalla parte della sommità della montagna ordinò loro di circuirli, prenderli alle spalle e farli prigionieri, il che venne eseguito.
Il rimanente de' vinti salvatosi ne' loro canotti si commise al mare. I vincitori che, o non gl'inseguirono o ben poco il fecero, si aggrupparono insieme mettendo due possentissimi ululati che supponemmo un segnale di gioia per la riportata vittoria. Così terminata la battaglia nello stesso giorno, a tre ore a un dipresso dopo il mezzodì, anche i secondi s'imbarcarono ne' loro canotti. Laonde gli Spagnuoli ebbero libero nuovamente per sè la loro isola; i loro timori si dissiparono; per varii anni appresso non videro più selvaggi.
Appena partiti questi, gli Spagnuoli uscirono di tana per andar ad esaminare il campo di battaglia ove trovarono trentadue morti all'incirca, quali trapassati da lunghe freccie di cui alcune stavano tuttavia infitte ne' loro corpi, quali, e saranno stati sedici o diciassette, finiti a colpi di sciabole di legno. Sparso vedevasi il campo d'archi e d'un numero maggiore di frecce. Di stravagante forma erano le sciabole, cosacce grandi, mal maneggevoli, e ben si capiva dover essere stati uomini straordinariamente gagliardi coloro che le adoperavano. Molti fra gli sgraziati che quest'armi distrussero non erano più che un miscuglio di brani, e sarebbesi detta una fricassea di cervelli di braccia e di gambe; tanto appariva evidente l'accanimento e il furore di costoro nel battersi. Un sol uomo non si rinvenne che non fosse morto del tutto, perchè ciascuno di que' formidabili duellanti o indugiava tanto che il suo nemico fosse definitivamente tolto di vita o si trasportava seco i feriti che tuttavia agonizzavano.
LXXIII. Stato della colonia per tre successivi anni.
Questa liberazione rese più mansueti per qualche tempo i nostri Inglesi. Gli avea compresi d'orrore tutto quanto aveano veduto, e la prospettiva che tutto ciò presentava atterrivali: soprattutto l'idea di potere un dì o l'altro cader tra gli artigli di tali viventi che non solamente gli avrebbero uccisi come nemici, ma come cosa buona a mangiarsi, ed avrebbero per conseguenza usato con essi nella stessa guisa onde usiamo noi con le nostre greggie. Eglino stessi mi confessarono che il pensiere di essere mangiati a modo di castrati o di buoi, ancorchè fosse a credersi che tal disgrazia non interverrebbe loro se non dopo morti, ingombrarono le loro menti d'un siffatto terrore che per molte settimane non ravvisavano più sè in sè medesimi. Ciò, come dissi, addimesticò i tre brutali Inglesi de' quali ho parlato più volte onde per un bel pezzo divennero trattabili e si prestarono sufficientemente alla comune bisogna della società; piantarono, seminarono, Diedero l'opera loro nel fare i ricolti: in somma si erano fatti quasi originari della terra nella quale vivevano. Ma passato qualche tempo, tornarono da capo col farne delle loro, motivo per cui si videro ad un brutto repentaglio.
Furono dessi che fecero prigionieri i tre selvaggi fuggitivi da me commemorati poco fa, e poichè questi erano bei pezzi di giovinotti vigorosi, gli adoperarono come servi avvezzandoli a lavorate per essi; e questi tutta l'opera che può da uomini schiavi prestarsi, la prestarono sufficientemente. Ma i loro padroni non si regolarono come feci io col servo mio Venerdì, partendo dal principio di compier l'opera mia di beneficenza dopo avere salvata la vita ad un uomo. Non instillarono loro, nè certo il poteano, veruna massima di morale, molto meno di religione; nessuna di civiltà, niuna cura ebbero di affezionarseli con le buone maniere anche quando v'era il caso di correggerli. Distribuivano ad essi il cibo ogni giorno a proporzione dei lavori e solo in lavori abbietti gli adoperavano. In ciò la sbagliarono, tanto più che non poterono mai contare d'avere in questi servi degli uomini amorosi e pronti a battersi per essi come fu per me Venerdì, attaccato sempre alla mia persona quanto mai la carne può esserlo all'osso.
Tornando adesso agli affari domestici, essendo or tutti diventati buoni amici, perchè la comunanza del pericolo, come notai, gli avea riconciliati, cominciarono a pensar seriamente alle generali circostanze dell'intera colonia. La prima cosa offertasi alla loro considerazione fu questa: se, avendo eglino osservato che gli sbarchi de' selvaggi accadeano soprattutto su quel lato d'isola e che in maggior distanza e in più spartata situazione vi era terreno ugualmente ed anzi a vista d'occhio più acconcio al modo loro di vivere, se fosse convenuto un traslocamento d'abitazione in altra parte ove fossero meglio assicurate non solo la personale loro salvezza ma quella degli armenti e delle biade; secondo oggetto che nella sua importanza si confondeva col primo.
Ciò non ostante dopo una lunga discussione conclusero di continuare ad abitare dove erano, perchè, non dubitando eglino una volta o l'altra di non udir notizie del loro governatore (era io questo tale), si figuravano ancora che, se avessi mandato qualcuno a cercarli, lo avrei certamente addirizzato laddove stavano adesso; mentre, se le persone da me spedite avessero trovato spianato il luogo, ne avrebbero concluso che fossero stati tutti uccisi, andati in fumo; nella quale supposizione sarebbe anche andato in fumo ogni soccorso che si potesse sperare da quella sgraziata colonia.
Solamente rispetto ai campi da lavoro e ai chiusi degli armenti convennero su le prime di trasportarli affatto nella valle ov'era la mia caverna, situazione adatta ad entrambi gli oggetti, e che veramente offriva terreno bastante per l'una e l'altra delle due cose. Nondimeno, dopo una seconda riflessione, cambiarono in parte anche questo divisamento col decidere di mandare unicamente una porzione di greggia nell'indicata valle e di fare in questa una parte soltanto de' loro piantamenti e semine. Così, dicevano essi, se una porzione fosse stata distrutta, ne sarebbe stata salva un'altra porzione. Ebbero per loro fortuna un altro giudizio: quello cioè di tener sempre nascosto ai tre selvaggi, fatti recentemente prigionieri, che aveano posta questa nuova piantagione nella valle, e che vi stesse nessuna parte d'armento; molto meno gl'informarono della caverna che si serbavano ad un caso di necessità come un luogo sicuro di rifugio. Anzi in questa trasportarono i due barili di polvere che mandai loro nel venir via di lì.
Quanto all'abitazione dunque risolvettero di non cangiarla. Soltanto, convinti or pienamente che ogni loro salvezza dipendeva affatto dal tenersi ben celati, non contenti alla mia cinta di fortificazione e al bosco onde in appresso l'avevo circondata, cercarono di nascondere questo luogo anche di più. A tal fine come io aveva piantati alberi (o piuttosto pali che col tempo mi divennero alberi) per un bel tratto di distanza dall'ingresso della mia abitazione, così eglino fecero affatto bosco dallo spazio ove finivano gli alberi posti da me sino al piccolo porto ove, come ho già narrato mettevo all'áncora la mia flotta, non lasciando vuoto nemmeno quel po' di terreno non abbandonato mai del tutto dall'alta marea nel suo ritirarsi, laonde non si vedeva all'intorno il menomo indizio di terreno che offrisse la possibilità di uno sbarco. Que' pali d'altronde, come ve ne informai sin da prima, facevano presto a metter frasca, ed i coloni si erano fatto uno studio di sceglierne dei più alti e grossi di quelli da me posti in opera. Tra la prestezza di quegli alberi nell'ingrandire e la sollecitudine de' piantatori di metterli ben serrati l'un presso l'altro, non passarono tre o quattro anni che non lasciavano spazio di sorta alcuna alla vista onde giungere per traverso ad essi, nè poco nè assai, nell'interno della fortezza cui faceano riparo. Se si aggiunga che gli alberi da me piantati prima erano arrivati alla grossezza di una coscia umana, e che tra questi erano stati messi, ma fitti oltre ogni dire, altri pali più corti che ingrossarono essi pure, si capirà facilmente come ciò formasse una specie di muraglione della spessezza di un quarto di miglio, muraglione che era quasi impossibile il superare per chi non avesse condotto con sè un piccolo esercito per atterrarlo: v'assicuro io che un botolo il più pigmeo della sua razza avrebbe stentato a passarci per mezzo.
Ma tutto non finiva qui; perchè aveano fatto lo stesso nel rimanente spazio che tenea la destra e la sinistra e tutt'all'intorno e fino al piede della collina sovrastante alla fortezza, non riserbando nemmeno a sè stessi una via per uscire, fuor quella della scala a mano che appoggiavano ad un fianco del monte, poi saliti al primo spianato se ne valevano nuovamente per giungere alla sommità. Ritirata in dentro la scala, nessuno non proveduto d'ali, o senza aiuto di magia, arrivava sino ad essi. Ciò era stato immaginato ottimamente, nè fu meno del bisogno come ne fecero l'esperienza più tardi. La qual cosa valse a convincermi sempre più che, come la prudenza umana si fonda su le leggi della Providenza, così ha la Providenza stessa per direttrice de' propri atti, e se ne ascoltassimo ben attentamente la voce, eviteremmo, non ne dubito punto, la massima parte di que' disastri cui per nostra sola negligenza vanno soggette le nostre vite. Ma questo in via di digressione e torniamo alla nostra storia.
Due anni dopo gli avvenimenti narrati, i miei coloni, vissuti in perfetto accordo fra loro, non ricevettero più visite dai selvaggi. Ebbero, per vero dire, una mattina tal mala paura che li pose nella massima costernazione; perchè alcuni Spagnuoli portatisi di buon mattino al lato o piuttosto all'estremità meridionale dell'isola (a quella parte fin dove non avevo mai avuto il coraggio d'innoltrarmi io per timore di essere scoperto), rimasero sorpresi al vedere circa una ventina di canotti indiani che s'avvicinavano alla spiaggia. Fatto buon uso, ve ne accerto io, delle proprie gambe per correre a casa, portarono lo spavento tra i loro compagni che restarono chiusi in casa tutto quel giorno ed il successivo, uscendo soltanto di notte per fare le loro osservazioni. Ma ebbero la buona sorte di essersi ingannati, perchè, qualunque sia stato allora il disegno dei selvaggi, certo non approdarono all'isola, e si volsero a tutt'altra parte.
LXXIV. I tre mascalzoni tornano ad imperversare.
Fuvvi ora un nuovo soggetto di rissa coi tre Inglesi. Un di costoro, il più inquieto di tutti, adiratosi con uno de' tre schiavi (un di que' tre selvaggi fuggitivi che gl'Inglesi, come dissi altrove, aveano preso al loro servizio) perchè non faceva esattamente quanto il padrone gli avea comandato o si mostrava forse indocile nel prestarsi alle sue istruzioni, si trasse un segolo dalla cintura, non per farlo ravvedere intimorendolo, ma a dirittura per ammazzarlo. S'abbattè ivi uno Spagnuolo che vide quando il cialtrone, mirando alla testa del poveretto, lo colpì in vece col segolo su la spalla, ma sì spietatamente che ne credè troncato il braccio. Raccomandatosi tosto perchè il ribaldo non finisse quella misera creatura, si pose fra essa e lui onde impedire di peggio. Inferocito sempre di più lo sgraziato, levò la sua arma su lo Spagnuolo, giurandosi pronto a fargli lo stesso servigio che volea fare al selvaggio. Accortosene in tempo lo Spagnuolo, schivò il colpo con la pala che tenea fra le mani, perchè stavano allora tutti intenti ai lavori della campagna, indi riuscì a stramazzare quell'uomo brutale.
Accorse tosto in aiuto del suo compagno un altro Inglese che buttò per terra lo Spagnuolo. Com'è naturale, s'affrettarono a difendere l'uomo di lor nazione due Spagnuoli; indi il terzo Inglese piombò addosso a questi. Niuno in tale mischia aveva armi da fuoco o d'altro genere che non fossero stromenti d'agricoltura, eccetto il primo Inglese che lavorava di segolo, ed il terzo sopravvenuto che, armato d'un mio stocco irrugginito mise a mal partito i due Spagnuoli e li ferì entrambi.
Fu una faccenda che pose nel massimo sconquasso l'intera famiglia, ed essendo allora giunti molti Spagnuoli in aiuto dei loro furono finalmente fatti prigionieri i tre Inglesi. Si cominciò indi a pensare che cosa si dovesse far di costoro. Aveano sì spesso disturbata la comunità; erano sì furiosi, sì irragionevoli e d'altronde tanto disutili, che non si sapea come farla con uomini tanto ribaldi, ed i quali contavano sì poco il far male ai loro simili che da vero era un mal vivere con essi.
Lo Spagnuolo, che sosteneva ivi gli ufizi di governatore, disse schietto a costoro che, se fossero stati del suo stesso paese, gli avrebbe fatti senz'altre cerimonie impiccare, perchè tutte le leggi e tutti i governi erano istituiti per la salvezza della società, e chiunque portava pericolo alla società ne doveva essere estirpato; ma che essendo inglesi, e andando egli debitore della propria vita e liberazione alla generosità di un Inglese, voleva usare loro ogni possibile indulgenza, e conferiva quindi ai loro compatriotti (que' due che passavano per buoni) l'arbitrio di giudicarli.
Un di questi due levatosi in piedi pregò per essere, lui e il suo compagno, dispensati da tale incarico.
‒ “Perchè diss'egli, se stesse a noi il sentenziarli, non potremmo far altro che mandarli alla forca”.
E qui raccontò come Guglielmo Atkins uno dei tre ribaldi avesse fatta ai suoi compatriotti la proposta di unirsi insieme e accoppare tutti gli Spagnuoli mentre fossero addormentati.
All'udire questa bagattella il governatore spagnuolo si volse a Guglielmo Atkins:
‒ “Come, signor Guglielmo Atkins? Volevate dunque accopparci tutti? Che cosa avete da rispondere a questa accusa?”
L'impudente mascalzone lungi dal negare il fatto, anzi disse:
‒ “Voglio essere dannato se non ci riusciamo prima che la sia finita.
‒ Bravo, signor Atkins! soggiunse il governatore. E che male vi abbiamo fatto perchè ci vogliate morti? E che cosa ci guadagnereste coll'ammazzarci? Or ditemi, che dobbiamo dunque far noi per impedirvi di scannarci? Dobbiamo lasciarci ammazzar da voi, o ammazzar voi? Perchè metterci a questa stringente alternativa, signor Atkins?”
E nel dir così lo Spagnuolo sorrideva, e serbava la massima calma. Il signor Atkins al vedere come lo Spagnuolo prendesse la cosa in ridere, era montato in tal rabbia che, se tre non lo avessero tenuto, e non fosse stato disarmato, era da credersi si sarebbe avventato al governatore, e lo avrebbe ucciso in mezzo all'intera brigata.
Questo disperato matto gli obbligò da vero tutti a meditare sul serio il partito da prendersi. I due Inglesi, buoni e lo Spagnuolo che campò da morte il povero selvaggio, erano d'avviso si dovesse impiccare uno di que tre sgraziati per servire d'esempio agli altri, e impiccare a preferenza colui che avea tentato due volte di commettere un omicidio col suo segolo. Anzi vi era motivo di credere che, rispetto al selvaggio, l'omicidio non fosse stato unicamente tentato, perchè questo povero diavolo era sì malconcio dalla ferita ricevuta che dava ben poche speranze di vita. Ma il governatore spagnuolo fu di parere contrario.
‒ “No, egli disse; fu un Inglese l'uomo che ha salvate le vite di tutti noi; nè acconsentirò mai che un Inglese sia mandato alla morte quand'anche avesse uccisa la metà dei nostri. Vi dirò di più: se avesse ferito a morte me stesso, e mi restasse il tempo di parlare, le ultime mie parole prima di morire sarebbero quelle del suo perdono”.
Questa sentenza fu sostenuta con termini tanto positivi dal governatore che non vi fu luogo ad opposizione. D'altronde i partiti più misericordiosi, ove sieno perorati con tanta energia, sono sì atti a prevalere su gli animi, che tutti vennero nel parere del governatore. Bisognò nondimeno pensare alle maniere onde impedire a que' tre sciagurati di fare il male che avevano divisato; perchè tutti sentivano, e il governatore esso pure, la necessità di adottare provedimenti atti a salvare la società dai pericoli che la minacciavano.
Fu questo il soggetto di una lunga discussione, dopo la quale fu stabilito:
Che i tre colpevoli rimanessero disarmati, nè si lasciassero loro o moschetti, o polvere, o palle, o stocchi o altra sorta d'armi.
Che fossero espulsi dalla società, liberi per altro andar a vivere laddove, e come avessero voluto, purchè niuno della società che li bandiva, o spagnuolo o Inglese, conversasse con essi, parlasse loro o avesse con loro verun genere di consorzio.
Proibito loro d'innoltrarsi fino ad un prefisso raggio di distanza dal luogo ove abitavano gli altri.
Che se poi si fossero arrischiati a commettere qualunque sorta di disordini, come depredazioni, incendii, omicidii, guasti di campi, di plantagioni, di edifizi, siepi, o greggia spettanti alla società, sarebbero stati irremissibilmente uccisi e trattati come fiere, ovunque fossero stati colti.
Il governatore, uomo di viscere umanissime, dopo profferita una tale sentenza, si fermò un poco a pensarci sopra, poi voltosi ai due Inglesi buoni, disse:
‒ “Aspettate! bisogna considerare che ci vorrà un bel pezzo prima che possano da loro far nascere grano e allevarsi una greggia. Non è poi giusto che muoiano di fame e conviene vettovagliarli”.
Fece pertanto aggiungere alla sentenza che si desse loro una quantità di biade proporzionata, sia pel loro nudrimento, sia per la loro seminagione, al bisogno di otto mesi avvenire, nel qual tempo era a supporsi che sarebbero in caso di provedersi da sè medesimi; che allo stesso fine si potessero portare via sei capre madri per mungerle, quattro capri, sei capretti. Furono parimente accordati a costoro stromenti pei lavori della campagna, consistenti in sei accette, un pennato, una sega e simili attrezzi, col patto per altro di non averli in loro proprietà, finchè non avessero giurato solennemente di non valersi di essi a pregiudizio di veruno Spagnuolo o loro compatriotto.
Così disfattasi di costoro quella comunità, lasciò che s'ingegnassero a trarsi d'impaccio come avrebbero potuto da se medesimi. Essi partirono con le ciere accigliate e malcontente di chi non vorrebbe nè andare nè rimanere; ma qui non c'era rimedio. Partirono dunque dando a conoscere l'intenzione di cercare un luogo ove collocarsi stabilmente; nè gli altri omisero provederli di diverse cose, eccetto che d'armi.
Di lì a quattro o cinque giorni tornarono, a lasciarsi vedere per chiedere alcune vettovaglie, nella qual circostanza raccontarono al governatore ove avessero piantate le loro tende con l'idea di mettere ivi la propria abitazione e piantagione, luogo convenientissimo, per dir vero, e situato in una delle più remote parti dell'isola, molto più in là a greco (nord-est) da quel punto di terra che la providenza mi permise raggiugnere quando fui trasportato in alto mare, Dio solo sa dove, in quel matto mio tentativo di far costeggiando il giro di tutta l'isola.
Quivi si fabbricarono due capanne non prive di garbo, modellandosi su la mia prima abitazione il che riuscì loro tanto più agevole perchè il sito da essi prescelto era protetto da un lato dal fianco d'un monte e già preveduto d'alberi dai tre altri lati, onde col piantarne de' nuovi poteano facilmente celarsi ad ogni sguardo, semprechè uno non si fosse fatto un espressissimo studio di scoprire la loro dimora. Avendo essi chieste alcune pelli secche di capra per farsene letti e coperte, le ottennero, oltre a diverse accette e stromenti d'agricoltura, di cui gli altri coloni poterono spropriarsi, dietro sempre la parola formale data dai proscritti che non se ne sarebbero valsi a disturbare la quiete o a danneggiare le piantagioni degli altri. Ebbero pure e legumi e orzo e riso da seminare, in somma quanto mancava loro, fuorchè armi da offesa o munizioni.
Vissuti in questa segregata condizione sei mesi all'incirca, furono fortunati nel primo loro ricolto, benchè, atteso la poca area di terra che aveano posta a coltura, non comparisse di soverchio abbondante. E da vero, dovendo essi creare affatto di nuovo la loro piantagione, non avevano una piccola briga su le spalle. Quando poi vennero al punto di fabbricarsi da sè e tavole e pentole e stoviglie di simil natura, si videro del tutto fuor del loro elemento, onde non vennero a capo d'alcuno di tali lavori. Anzi, sopraggiunta la stagione delle piogge, per non avere un luogo ove mantenere asciutto il grano, corsero grande pericolo che andasse a male, emergente che li pose in grave costernazione; laonde si raccomandarono agli Spagnuoli che volessero aiutarli nello scavare una grotta nel monte da cui erano spalleggiati. Acconsentirono questi di tutto buon grado, nè passarono quattro giorni che aveano terminata per quegli sgraziati una grotta ampia abbastanza per custodirvi e riparar dalla pioggia il grano e quant'altre cose volevano. Ad ogni modo questa grotta era una gran meschina cosa almeno a paragone della mia, soprattutto dopo che gli Spagnuoli l'aveano grandemente ampliata e fatti dentro essa appartimenti novelli.
LXXV. Migrazione de' tre mascalzoni e inaspettato loro ritorno.
Trascorsi nove mesi dopo questa separazione, i tre furfanti furono presi da una nuova fantasia che, per giunta alle prime bricconate commesse dianzi, non solo portò bastantemente disgrazia ad essi, ma poco mancò non fosse la rovina dell'intera colonia. Cominciati, sembra, a stancarsi della vita affaticata che conduceano, nè sperando di migliorare così la propria condizione, saltò a costoro il ghiribizzo d'intraprendere un viaggio a quel continente donde approdavano i selvaggi nell'isola, e provare se fosse ad essi riuscito l'impadronirsi d'alcuni de' prigionieri fatti da que' nativi, indi condurseli a casa per incaricarli poscia della parte più gravosa delle loro fatiche.
Il disegno non potea dirsi cattivo se si fossero tenuti entro questi limiti; ma coloro non facevano o non pensavano cosa in cui non fosse alcun che di tristo o nel divisamento o nell'esito; e, se mi è lecito il profferire qui la mia opinione, viveano propriamente sotto l'influsso della maledizione celeste. Di fatto, se non ammettessimo una manifesta maledizione che castigasse i manifesti delitti, come altrimenti potremmo conciliare gli eventi con la divina giustizia? Fu del certo un'apparente punizione dei loro precedenti atti di ammutinamento e di pirateria quella che li trasse allo stato in cui si trovavano.
Nè contenti a non mostrare il menomo rimorso per le antiche colpe, aggiunsero ribalderie a ribalderie, siccome fu l'orrida crudeltà di percuotere con un'accetta quel povero schiavo non reo d'altro che di non aver eseguito a dovere, o forse non inteso il comando datogli, e percuoterlo in modo da lasciarlo storpio per tutta la vita in un luogo ove non si trovavano nè medici nè chirurgi che potessero curarlo; e il peggio si era che fu questo, quanto all'intenzione, un vero assassinio, come lo era stato il disegno pattuito in appresso fra loro di trucidare a sangue freddo tutti gli Spagnuoli mentre dormivano.
Ma lasciamo da banda le osservazioni torniamo alla nostra storia. I tre furfanti per mettere in opera il loro disegno ricorsero ad un sutterfugio; onde venuti una mattina all'abitazione degli Spagnuoli, chiesero coi modi i più umili di essere ascoltati. Secondata di tutto cuore dagli Spagnuoli la loro inchiesta, ecco le cose che esposero:
‒ “Da vero non possiamo durarla alla vita che facciamo. Noi non siamo abili al lavoro abbastanza per procurarci da noi le cose di cui manchiamo e, privi d'aiuto, prevediamo che un dì o l'altro morremo di fame. Se voi voleste lasciarci uno de' vostri canotti, entro cui potessimo imbarcarci e fornirci armi e munizioni proporzionate al bisogno della nostra difesa, noi imprenderemmo un viaggio al continente per cercare ivi se ne riuscisse di avere più buona fortuna. Così anche voi sareste liberi dalla molestia di farci novelle sovvenzioni di viveri”.
Certamente non pareva una disgrazia agli Spagnuoli il liberarsi da questi galantuomini; pure, onesti com'erano, non si stettero dal fare ad essi rimostranze, tutte intese al miglior loro interesse.
‒ “Figliuoli, voi volete correre in braccio alla vostra distruzione. Nel paese ove vi prefiggete di andare, abbiamo passati troppi disastri per potervi pronosticare, senza spirito di profezia, che ci morrete o affamati o scannati. Pensate bene ai casi vostri.
‒ Qui già, replicarono audacemente i mascalzoni, morremmo di fame sicuramente perchè non abbiamo nè forza nè volontà di lavorare. Il peggio che possa accaderne è morir di fame anche dove anderemo. Se poi ci ammazzano, la morte fa finire tutte le disgrazie. Noi non abbiamo nè donne nè ragazzi che ci piangano dietro. In somma (soggiunsero rincalzando con insistenza la loro inchiesta), se acconsentite alla nostra domanda, bene; se no, anderemo anche se non ci date armi.
‒ Quando poi siate così risoluti d'andarvene, soggiunsero gli Spagnuoli con la massima cortesia, non permetteremo che partiate ignudi ed in istato da non potervi difendere. E benchè d'armi da fuoco non ne abbiamo troppe nemmeno per noi, nondimeno vi daremo due moschetti ed una pistola, cui aggiugneremo una spada piatta e a ciascuno di voi una scure, che è quanto dovrebbe bastarvi”.
In una parola costoro accettarono l'offerta. Gli Spagnuoli fecero cuocere per essi tanto pane quanto basterebbe per un mese, li providero di carne di capra per quel tempo che potea mantenersi fresca, di un gran paniere di zibibbo, di un vasto recipiente d'acqua dolce oltre ad un capretto vivo; indi i tre Inglesi arditamente si avventurarono sopra un canotto ad una traversata di quaranta miglia a un dipresso di mare.
Il canotto era sì ampio che avrebbe servito a trasportare quindici o venti nomini; troppo grosso anzi per essere governato da tre soli uomini. Nondimeno aveano per sè buon vento e alta marea, onde i presagi del viaggio apparvero felici abbastanza. D'un lungo palo si erano formato l'albero, ed una vela con quattro pelli di capra secca, non so se cucite o connesse insieme con stringhe. Si mostrarono bastantemente allegri nell'andarsene, e gli Spagnuoli dissero loro ben volentieri buon viaggio; nè nessuno dell'isola si aspettava di tornarli a vedere mai più.
Gli Spagnuoli andavano spesse volte facendo considerazioni, or fra loro or co' due Inglesi buoni rimasti addietro, su la vita piacevole e tranquilla che si conducea da che quegl'inquieti cialtroni se ne erano andati, perchè che questi tornassero addietro era la cosa la più lontana di tutte dalla loro immaginazione. Pure a voi! dopo ventidue giorni d'assenza un de' due Inglesi rimasti che era fuori ai lavori della sua piantagione, vede in distanza venirsi in verso tre stranieri armati.
Corso addietro in fretta, come se avesse veduto il diavolo, l'Inglese si presentò tutto spaventato ed attonito al governatore spagnuolo.
‒ “È finita, gli disse, per noi, perchè ho veduto tre stranieri sbarcati nell'isola; non so poi dire chi sieno.
‒ Come sarebbe a dire? rispose dopo una breve pausa il governatore. Non sapete chi sieno? sicuramente selvaggi.
‒ No, no; uomini vestiti ed armati come noi.
‒ Di che cosa dunque vi prendete fastidio? soggiunse lo Spagnuolo. Se non sono selvaggi, bisogna credere che sieno amici. Evvi sopra la terra nazione cristiana che nel caso nostro non volesse farci del bene anzichè del male?”
Mentre s'intertenevano in tale discussione arrivarono i tre noti viaggiatori che, fermatisi fuor del bosco piantato recentemente, si diedero a chiamar per nome gli altri coloni. Riconosciutene tosto le voci ogni stupore della prima natura cessò, ma un altro di diverso genere ne subentrava, Come andava questa faccenda? Qual motivo aveva indotti costoro a tornare indietro?
Non passò molto prima che fossero introdotti e richiesti dove fossero andati, che cosa avessero fatto? Un di loro diede in poche parole il compiuto ragguaglio di tutta questa spedizione.
In due giorni o poco meno furono a veggente della terra che cercavano; ma accortisi che i nativi posti in agitazione dalla loro comparsa, preparavano archi e dardi per combatterli, non ardirono approdare, e veleggiarono per sei o sette ore verso tramontana, finchè giunti ad una grande imboccatura si avvidero che quanto da stare nella nostra isola prendevano per un continente era un'altra isola. Appena entrati in questo canale videro una nuova isola a mano destra, a tramontana, e parecchie altre a ponente. Risoluti di approdare ad ogni costo a qualche spiaggia, si trassero ad una di quelle isole più occidentali, ove effettuato coraggiosamente il loro sbarco, trovarono una popolazione assai cortese e sociabilissima, perchè li regalò tosto di molte radici e di un poco di pesce secco. Anzi le donne, non men degli uomini, si affrettavano ad andare in traccia di cose buone a cibarsene e a portarle di lontano su le proprie teste agli approdati stranieri.
Questi rimasero colà quattro giorni, durante i quali, informatisi siccome meglio il potevano per segni su le nazioni che abitavano qua e là in quelle spiagge, udirono come parecchie feroci e terribili genti vivessero da per tutto in que' dintorni, gente che, come que' selvaggi fecero capire a cenni, mangiavano gli uomini. Essi no per altro che diedero a comprendere di non mangiar mai uomini o donne, fuorchè presi in guerra; allora sì, confessarono che faceano grande gozzoviglia e mangiavano i loro prigionieri.
Gl'Inglesi chiesero quando sarebbe che farebbero un banchetto di simil natura. I selvaggi risposero che ciò sarebbe avvenuto di qui a due lune, accennando la luna e con le dita il numero due; che il loro gran re aveva allora duecento prigionieri da lui fatti in guerra, e ch'essi nudrivano perchè fossero ben grassi al momento del prossimo banchetto. Gl'Inglesi mostrarono forte desiderio di vedere quegli sgraziati; curiosità che fu frantesa dagl'isolani, i quali credettero che gli stranieri bramassero averne non so quanti per portarseli via seco e mangiarseli. Come intesero dunque risposero additando la parte del tramonto e la parte del nascer del sole. Ciò volea dire che nella successiva mattina avrebbero portati loro alquanti di questi prigionieri. Di fatto la mattina tratti fuori del loro chiuso undici uomini e cinque donne, ne fecero presente agl'Inglesi affinchè se li portassero seco nel viaggio, nella stessa maniera onde noi condurremmo al porto d'una città mercantile un branco di vacche e di buoi per vettovagliare un bastimento.
Comunque brutali e disumani si fossero mostrati verso i loro compagni que' tre malandrini, i loro stomachi a tal vista si rivoltarono. Ma in tal caso non sapeano troppo a qual partito appigliarsi. Ricusare i prigionieri sarebbe stato il più alto affronto che potesse farsi alla selvaggissima cortesia di que' donatori; mostrarsi grati al dono nella maniera che questi s'immagnavano, no vivadio! In fine dopo qualche discussione decisero di accettare il dono e offrire in contraccambio ai selvaggi un'accetta, una chiave frusta, un temperino, sei o sette palle da moschetti, delle quali cose, benchè non ne conoscessero l'uso, i presentati mostrarono compiacersi assaissimo; laonde legate le mani di quelle povere creature, le trascinarono nel canotto dei nostri navigatori, che si videro alla necessità di salpare alla presta. Perchè certo, se avessero indugiato, niente niente, coloro da cui veniva un così nobile donativo si sarebbero aspettati che i tre stranieri si mettessero a fargli onore col macellare due o tre di quegli animali uomini e convitando in oltre i donatori al banchetto.
Si congedarono dunque dai selvaggi abbondando con essi di tutti quegli atti di rispetto e di ringraziamento che possano praticarsi fra due bande d'individui nessuna delle quali è buona d'intendere una sola parola che venga pronunziata dall'altra. Dato indi vela, tornarono addietro dirigendosi alla prima isola che vedeano. Quivi sbarcati, misero in libertà otto di que' prigionieri, perchè tutti al bisogno loro erano troppi.
Durante il viaggio, s'ingegnarono di porsi in qualche comunicazione co' prigionieri conservati, ma era impossibile il fare capire ad essi veruna cosa. Quanto venisse detto o somministrato loro o fatto per loro, quegl'infelici lo aveano per un apparecchio di morte. Prima di tutto gl'Inglesi gli sciolsero; le povere creature si diedero ad urlare, massimamente le donne, come se già si sentissero il coltello alla gola. Veniva dato ad essi del cibo? Era lo stesso: ciò si facea, secondo loro, per paura che smagrissero troppo e divenissero men atti al proposito di cucinarli. Qualcuno di essi si vedea guardato con qualche, occhio di parzialità? Si scandagliava qual di loro fosse più grasso per farlo primo nel macellarlo. Ogni giorno si vedeano trattati anche meglio e più affabilmente, ogni giorno s'aspettavano sempre più di divenire l'imbandigione del pranzo o della cena dei novelli loro padroni.
Qui stava l'intero sunto del viaggio di que' tre naviga- tori.
LXXVI. Aumento della colonia e nozze convertite in una lotteria.
Udita questa pressochè incredibile storia o giornale di viaggio, gli Spagnuoli chiesero agl'Inglesi ove fosse questa nuova loro famiglia?
‒ “L'abbiamo sbarcata, fu risposto loro, su questa spiaggia e allogata in una delle nostre capanne, anzi siamo venuti qui a chiedervi per essa de' viveri”.
Gli Spagnuoli e i due Inglesi, in somma l'intera colonia prese la risoluzione di portarsi colà e di vedere co' propri occhi questi prigionieri. In tale gita fu di brigata anche il padre di Venerdì.
Giunti nella capanna videro i prigionieri tutti seduti in circolo affatto ignudi e con le mani legate: cautela che presero i loro padroni dopo averli sbarcati, per paura non corressero di nuovo alla barca tentando una fuga. Vi erano primieramente tre uomini, vigorosi, di piacevoli fisonomie, ben formati, di gagliarda e regolare membratura, di anni fra i trenta ed i trentacinque; cinque donne due delle quali non al di sotto del trent'anni non al di sopra dei quaranta; due altre non oltrepassavano i ventiquattro o i venticinque, la quinta una giovinetta avvenente e alta di statura che avrà avuto all'incirca sedici o diciassette anni. Nessuna di tali donne era priva di vezzo, così di forme come di fattezze; il colore soltanto ne era abbronzato. Due di esse, se fossero state perfettamente bianche, avrebbero avuto credito di belle nella stessa Londra, perchè d'aspetto vago oltre ogni dire e di modestissimo portamento. Ciò apparve specialmente quando in appresso furono vestite e abbigliate.... almeno si adoperava il verbo abbigliare. Figuratevi, per rendere giustizia alla verità, che vestiti e che abbigliamenti ma di ciò parleremo di poi.
Tal vista, potete credermelo, fu alquanto penosa ai nostri Spagnuoli, uomini, i quali per dare un'acconcia idea de' loro caratteri, univano al pregio di un temperamento calmo e posato e del migliore umore ch'io abbia mai ravvisato in verun altro sopra la terra, il pregio di una grande modestia, come ne sarete tosto convinti. Fu penosa ad essi, come ho detto, la vista di tre uomini e cinque donne tutti nudi come gli avea fatti Domeneddio, legati e posti nella più orrida circostanza che per la natura umana possa essere immaginata: l'aspettarsi cioè da un istante all'altro di essere trascinati di lì, d'avere sfracellate da una mazzata le cervella, di venire trattati ad uso di vitelli che si macellano per farne pietanze.
La prima cosa cui pensarono que' visitatori fu incaricare il vecchio Indiano, padre di Venerdì, d'accostarsi ai prigionieri e vedere primieramente se gli riuscisse conoscerne alcuno, poi se capiva almeno il loro linguaggio. Prestatosi a ciò il vecchio, li scandagliò accuratamente in faccia, ma già non ne conobbe nessuno; e circa al linguaggio niuno di essi intese una parola detta o un cenno fatto da lui, eccetto una delle cinque donne. Questo ciò non ostante bastava al fine che si prefiggevano: vale a dire di far comprendere a quegli sfortunati che erano capitati in mano a Cristiani, i quali inorridivano all'idea di mangiare uomini o donne, e che quindi poteano stare ben certi di non essere uccisi. Assicurati di ciò que' poveretti, manifestarono la propria gioia con sì matti gesti, con tanti svariati modi, che sarebbe impresa ardua il descriverli, tanto più che, a quanto parea, ciascuno di loro apparteneva ad una nazione diversa.
In appresso fu intimato alla donna che facea l'ufizio d'interprete di sentire da' suoi compagni se sarebbero stati contenti di servire e lavorare per coloro da cui furono condotti via col fine di salvarne le vite; saputa la qual proposta, tutti si diedero a ballare, poi presa chi una cosa, chi l'altra, la prima che capitava alle mani se la poneano sulle spalle per far comprendere la buona volontà che aveano di lavorare.
Il governatore, prevedendo che questa giunta di donne alla colonia potrebbe ben presto essere seguita da inconvenienti e divenire cagione di risse e forse di spargimenti d'umano sangue, chiese ai tre da cui erano state portate nell'isola, che cosa divisassero fare di esse, cioè se intendevano di tenersele come fantesche o come mogli.
‒ “E l'uno e l'altro, rispose con molta audacia e prestezza un de' tre Inglesi.
‒ Va bene, soggiunse col suo sangue freddo il governatore. Non sarò io quello che ponga restrizioni alle vostre volontà, e in quanto a ciò siete padroni di voi medesimi; ma per allontanare ogni disordine o soggetto di querele tra voi, per questa sola ragione che mi sembra giustissima, desidero, una cosa, ed è che se uno di voi piglia una di queste donne in qualità e di serva e di moglie, come voi dite, ne pigli una solamente, e poichè l'avrà presa, nessun altro abbia che fare con lei; perchè, se bene io non abbia diritto di dar moglie a nessuno di voi, trovo per altro ragionevolissimo, finchè rimanete qui, che la donna sia mantenuta da chi se l'ha scelta e ne divenga moglie, ripeto finchè state qui; e che tutti gli altri la lascino stare”.
Il proposito del governatore apparve sì retto e sensato che tutti senza opporre la menoma obbiezione convennero in esso.
Allora gl'Inglesi chiesero agli Spagnuoli se nessun di loro avesse intenzione di prendere una di queste donne per sè. Tutti risposero ad una voce.
‒ “Alcuni di noi hanno già nella Spagna la loro moglie, e chi non la ha non aggradirebbe una moglie che non fosse cristiana”.
Ciascuno di loro pertanto protestò unanimente di non saper che farsi di quelle donne: esempio tale di virtù che non ne ho mai veduto un simile ne' miei viaggi. Quanto agli Inglesi, per venire alle corte, ognuno dei cinque si prese per moglie una delle cinque donne: per moglie cioè temporanea; laonde tanto i tre Inglesi reprobi quanto i due denominati buoni adottarono un sistema di vita spartato da quello degli Spagnuoli. Questi e il padre di Venerdì continuarono a vivere nella mia antica abitazione, grandemente ampliata nell'interno da che abbandonai l'isola la prima volta. Vivevano con essi anche i tre servi fatti prigionieri nell'ultima battaglia de' selvaggi. Questi spedivano la parte principale del servigio della colonia, faceano la cucina per tutti e prestavano l'opera loro come poteano e secondo l'urgenza de' casi il chiedea.
Ma il maraviglioso di questa storia sta nel vedere come que' cinque individui, dal più al meno, di sì mala indole, sì mal accompagnati fra loro, s'accordassero circa a queste donne, e come non avvenisse che a due alla volta s'incapricciassero d'una donna stessa, tanto più ove si noti che due o tre di esse erano incomparabilmente più avvenenti delle altre. Qui nondimeno conviene aggiugnere per amor di giustizia che presero l'ottimo del temperamenti onde non avere a tal proposito liti fra loro. Poste le cinque donne da sè sole in una delle loro capanne, si trasferirono tutti nell'altra, ove fecero che la sorte decidesse chi doveva essere il primo a scegliere.
Quel d'essi favorito dalla fortuna trasferitosi alla capanna ove rimanevano ignude quelle povere creature, ne condusse fuori quella che fu da lui preferita. Cosa singolare! Egli scelse quella che veniva riputata per la più vecchia e disavvenente di quelle cinque, il che mise d'assai buon umore gli altri e fece ridere anche i gravi Spagnuoli; pure il furfante l'avea pensata meglio di tutti perchè considerò che, così nel matrimonio come in molt'altri affari della vita, la cosa su cui si possa maggiormente contare è la disposizione alla solerzia e al lavoro. Di fatto la compagna che egli preferì si mostrò miglior donna da casa di tutte l'altre.
Appena quelle povere donne si videro schierate in tal guisa e condotte via ad una ad una, le assalse nuovamente il terrore della lor posizione, perchè infallibilmente credettero per sè imminente l'istante di essere divorate. Laonde quando un secondo marito arrivò per portarsi via una di loro, tutte l'altre proruppero in lamentosi gemiti attaccandosi alla compagna e congedandosi da essa con tali segni di desolazione e d'affetto che avrebbero mosso a pietà il più indurito cuore del mondo, nè ci sarebbe stato verso di farle persuase che non venivano tratte allora allora al macello, se finalmente gl'Inglesi non si fossero raccomandati al padre di Venerdì, il quale arrivò una volta a capacitarle che non al macello, ma andavano a nozze.
Terminata questa la cerimonia e dissipata alcun poco la paura di quelle sfortunate, gl'Inglesi s'accinsero ad un'opera che diveniva allor necessaria, ed in cui gli aiutarono gli Spagnuoli: all'innalzamento di altrettante tende o capanne per l'alloggiameuto separato di cadauno, perchè quelle due che avevano prima, erano ingombre, stivate di attrezzi stoviglie e provisioni. Tutto ciò fu eseguito nel giro di poche ore. I tre mascalzoni tristi aveano
piantate le loro baracche in qualche maggiore distanza dal quartiere spagnuolo, i due galantuomini un po' più vicino; e quelli e questi per altro su la spiaggia settentrionale. Pertanto rimanendo eglino separati come lo erano prima, la mia isola divenne popolata in tre luoghi; e fu origine, se mi è lecito l'esprimermi così, di tre città che cominciavano ad edificarsi.
E qui fu da notare una di quelle contraddizioni che spesse volte si vedono su questa terra; quali saggi fini si abbia la providenza divina nel permetterle, nol saprei dire. Ai due furfanti migliori toccarono le due peggiori mogli; quegli altri tre, che era un trattarli umanamente l'impiccarli, buoni da nulla, nè nati al mondo, a quanto parea, per essere utili a sè medesimi o agli altri, ebbero tre mogli abili, diligenti, solerti e ingegnose. Non crediate già che le due mogli de' primi fossero cattive quanto ad indole o temperamento, perchè tutte cinque erano piene di buona volontà, tranquille, docili, sottomesse, piuttosto schiave che mogli; ma intendo dire che in due non si scorgeano nè la capacità nè l'accorgimento nè l'industria, molto meno quella cura di esterna mondezza che scernevate nell'altre.
Una seconda osservazione io devo fare ad onore della diligenza e solerzia d'una parte di quegl'Inglesi e a disdoro della infingarda, negligente, sfaccendata indole dell'altra; ed è che (ebbi occasione di avvedermene nel portarmi ad esaminare ciascun miglioramento, piantagione e côlto di ognuna delle due piccole colonie) i due della prima superavano senza confronto i due della seconda. Certo avevano entrambi posto a coltura tanto spazio di terreno quanto era proporzionato al grano di cui ciascuno abbisognava, e in ciò seguivano la mia regola, che è pur quella della natura, la quale insegna di per sè stessa non esservi un proposito di far una semina più vasta del grano che si può smaltire; ma la differenza delle arature, dei piantamenti, delle siepi e d'altre simili opere si vedeva in un batter d'occhio.
I due galantuomini aveano piantato un numero sì sterminato di giovani arbuscelli intorno alle loro baracche che, quando arrivavate sul luogo, non vedevate altro che bosco. Laonde, se bene abbiano avuta due volte la disgrazia di vedere le loro piantagioni distrutte, una dagli stessi loro compatriotti, l'altra dal nemico, come si dirà a suo luogo, le rimisero di nuovo e tutto in breve tempo si vedea prosperare e fiorire intorno alle loro abitazioni non meno di prima. Aveano piantate in bell'ordine di filari le viti e sì bene distribuito il loro vigneto che ne ottenevano grappoli da stare a petto con le vendemmie del più ammaestrato vignaiuolo; e sì non aveano mai veduto fare di tali cose. S'ingegnarono anche da sè stessi di trovar fuori un nascondiglio opportuno nella più fitta parte de' boschi, ove, benchè non avessero una caverna naturale, come n'ebbi la sorte io, non perdonando a fatiche se la scavarono con le proprie braccia e tale che dentro questa, allorchè avvenne l'infortunio che dovrò descrivere, assicurarono le mogli e i loro fanciulli in guisa che non vennero scoperti giammai. Col piantare indi innumerabili pali di quel legno che, come ho detto altrove, crescea sì presto, resero il bosco impenetrabile, eccetto alcuni luoghi ove si arrampicavano per uscirne fuori procedendo indi per sentieri praticati da loro e da loro conosciuti.
Quanto ai cialtroni, come fin qui avevo ragione di continuarli a chiamare, benchè dopo il loro matrimonio si fossero mansuefatti d'assai a petto di quel che erano prima, nè si mostrassero più sì rissosi, pure un certo compagno di perversa mente non gli abbandonava mai: la loro infingardaggine. Egli è vero che seminavano grano e faceano siepi ancor essi; ma le parole di Salomone non si verificarono mai meglio siccome in coloro: “Io visitai la vigna dell'infingardo, e la trovai tutta ingombra di spine”, perchè quando gli Spagnuoli si portaron sul campo dello loro messi, in molti luoghi non poteano vedere le spiche, tanto le mal'erbe le nascondeano; qua e là le siepi avevano buchi dond'erano passate le capre salvatiche che andavano a mangiarsi il loro grano; qua e là, se vogliamo, si notava che aveano riparati a caso questi buchi con cespugli morti, ma era proprio, come si suoi dire, un serrare la stalla rubati i buoi. Al contrario quando gli Spagnuoli stessi praticarono un'ispezione su la colonia degli altri due, l'industria e il buon successo si mostravano in persona in tutte le loro opere; non un'erba cattiva si scorgea per mezzo a tutte le biade o un solo pertugio nelle loro siepi; essi aveano verificato il proverbio inverso di Salomone che leggesi in altro luogo delle sacre carte: “La mano diligente fa l'uomo ricco;” perchè tutte le cose di essi prosperavano e godeano dell'abbondanza al di dentro e al di fuori; possedeano più copioso armento domestico degli altri, maggiori suppellettili ed attrezzi in casa, maggiori diletti e divagamenti fuori di casa.
Egli è vero che le mogli dei tre pigri si adoperavano con molta abilità fra le pareti domestiche, avendo anzi imparato a far cucina da uno degli altri due Inglesi, che, come fu racconto, era cuoco a bordo del bastimento da cui disertò; preparavano un mangiare e appetitoso e mondo ai loro mariti; mentre i due solerti non trovarono verso, i poveretti, d'indurre le loro mogli a saperne di ciò. Ma che fa? quello dei due mariti ch'era stato cuoco faceva per esse. Quanto poi ai mariti delle tre brave mogli oziavano attorno, andavano in cerca d'uova di tartaruga, prendeano pesci ed uccelli: tutto fuorchè lavorare, e ne traevano quel frutto che può sperarsi dall'infingardaggine. I diligenti vivevano bene e piacevolmente; gli oziosi se la cavavano male e meschinamente. Così è sempre andata, cred'io, da per tutto.
LXXVII. Fatale acquisto di nuovi schiavi che produce uno sbarco ostile di selvaggi nell'isola.
Mi accade or descrivere una scena diversa da tutte quelle occorse per l'addietro così a me come alla nuova colonia. Ecco precisamente qual ne fu l'origine e la conseguenza.
Una mattina di buon'ora furono veduti approdare alla spiaggia cinque o sei canotti d'Indiani o Selvaggi, chiamateli come volete, nè fin qui v'era luogo a dubitare che non venissero, secondo il solito per fare un de lor soliti orrendi banchetti di prigionieri. Ma un tale avvenimento era divenuto cosa ordinaria per gli Spagnuoli ed Inglesi che non poteano più farsene caso, come avvenne a me la prima volta; tanto più perchè istruiti dall'esperienza che non dovevano in tali occasioni prendersi altra sollecitudine fuor quella di tenersi ben celati. In fatti, se faceano tanto di non essere veduti dai selvaggi, questi, terminata la loro operazione se ne andavano quietamente, ignari affatto com'erano che l'isola fosse abitata. In conseguenza, quando si davano simili sbarchi non avevano a far altro che darne per tempo la notizia alle tre divisioni della colonia, non mostrarsi, e appiattare unicamente in luogo opportuno una sentinella che gli avvertisse quando i selvaggi aveano nuovamente salpato.
Ciò senza dubbio era stato pensato ottimamente; ma questa volta sopravvenne tal disgrazia che rese inutili tutte queste previdenze, e poco mancò non fosse cagione d'esterminio all'intera colonia. Poichè i canotti de' selvaggi se ne furono andati, gli Spagnuoli si diedero a spiare attorno, e alcuni di loro si recarono sul luogo ove erano stati i selvaggi, per semplice curiosità di veder che cosa costoro avessero fatto. Quivi con grande stupore trovarono tre selvaggi che lasciati addietro dai compagni, dormivano della grossa su l'erba. S'immaginarono quindi, o che ingozzatisi da vere bestie dell'orrido loro pasto, si fossero così profondamente addormentati e resi incapaci di muoversi, o che, avendo vagato alla ventura pe' boschi non avessero raggiunto a tempo d'imbarcarsi con essa il resto della brigata.
A tal vista gli Spagnuoli non rimasero meno sorpresi che imbarazzati sul modo di contenersi. Il governatore che si trovò a caso con essi, consultato su questo proposito, rispose candidamente di non saperlo nemmen lui. Se si trattava di farli schiavi, ne aveano di già abbastanza; accopparli non v'era un di loro cui questo espediente non ripugnasse. “Non potevamo in ordine a ciò, mi diceva il governatore spagnuolo, nemmeno pensarci a spargere un sangue in sostanza innocente, perchè, che ingiuria aveano fatta a noi quelle povere creature? Aveano forse invase le nostre proprietà? Che motivo di doglianza ci aveano dato per torre ad essi la vita?” E qui mi piace il rendere una giustizia a quegli Spagnuoli. Che che possa dirsi delle crudeltà che quelli di lor gente hanno esercitate nel Messico e nel Perù, in nessun paese mi son mai incontrato in uomini di qualsivoglia nazione che fossero sott'ogni aspetto così modesti, temperanti, virtuosi, d'indole piacevole e cortese come que' miei settanta spagnuoli; di crudeltà non ce n'era il vestigio nel loro carattere: non d'austerità che sentisse d'inumano; non di barbara rozezza, non di disposizione ai rancori; e tuttavia ognun d'essi andava dotato di grande coraggio e valore. Questa rara placidezza di temperamento la diedero a vedere soprattutto nel sopportare con pazienza le intollerabili maniere dei tre Inglesi mascalzoni. Nel presente caso dei selvaggi immersi nel sonno la rettitudine di questa buona gente non si smentì.
Dopo essersi consigliati a vicenda, decisero su le prime di lasciar quieti que' poveri diavoli e di pazientare, se si potea, fintantochè se ne fossero partiti. Ma il governatore, risovvenutosi che non aveano canotto, pensò che, se si lasciavano vagare per l'isola, si scoprirebbe finalmente essere questa abitata, il che sarebbe stato la ruina della colonia; dietro la quale considerazione, tornati addietro di bel nuovo, e veduto che i tre selvaggi dormivano tuttavia, risolvettero destarli e farli prigionieri: così seguì. Quei poveri sgraziati rimasero oltre ogni dire attoniti al trovarsi presi e legati, onde si rinnovellò la scena medesima delle cinque donne che temevano d'essere uccise e divorate; quella genia, a quanto sembra si figura che tutti i popoli del mondo facciano com'essa, e si dilettino di mangiar carne umana; ma erano già liberati da questa paura quando vennero condotti via di lì.
Per lor buona sorte gli Spagnuoli non li trassero seco nel loro castello: intendo la mia abitazione appoggiata al monte. Condottili su le prime nel frascato, divenuto la grande fattoria della colonia, la principale stalla cioè delle capre da latte, il maggior campo delle semine, furono in appresso trasportati di lì all'abitazione dei due Inglesi.
Qui vennero posti al lavoro benchè, per dir vero, non avessero un gran da fare. Fosse negligenza nel custodirli, o persuasione che costoro non vedessero nel momento di potere stare meglio di così, un d'essi prese la fuga per traverso ai boschi, nè si riuscì per allora ad avere più notizia di lui.
Due o tre settimane dopo vi furono buone ragioni per credere che costui avesse trovato modo di tornare a casa sua imbarcandosi in altri canotti di selvaggi che, sbarcati nell'isola per uno de' lor consueti banchetti, vi si fermarono due giorni: idea che gli atterrì tutti oltre ogni dire. Ne conchiusero, e da vero non senza fondamento, che, se colui arrivava sano e salvo fra i suoi compatriotti, non avrebbe mancato di far noto ad essi come vi fossero abitanti nell'isola, e, quel che è peggio, quanto fossero e pochi e deboli di forze, perchè quel selvaggio, come ho osservato dianzi, non essendo stato mai condotto nella mia fortezza (e fu gran fortuna) non sapeva nè il giusto numero degli abitanti, nè dove la maggior parte vivesse, nè avea mai veduto il fuoco o udito lo sparo d'alcun moschetto; molto meno gli si erano fatti conoscere i luoghi di ritirata siccome la nota caverna della valle, o quella che si scavarono recentemente i due Inglesi, e simili cose.
La prima prova che quest'uom fatale era andato a contar tutto, o almeno quanto poteva contare, si fu due mesi appresso la comparsa di sei canotti, i quali, carichi ognuno di sei, sette e anche dieci selvaggi, remavano alla volta della spiaggia settentrionale dell'isola che non soleano mai cercare in passato e, un'ora dopo il levar del sole, sbarcarono ad un miglio di distanza dalla casa dei due Inglesi ov'era stato tenuto il fuggiasco.
Se tutta la colonia si fosse trovata in un luogo, come il governatore spagnuolo notava, il male non sarebbe stato sì grave, perchè un solo di que' selvaggi non si sarebbe salvato; ma il caso era ben diverso, perchè si trattava nient'altro che di due uomini contro a cinquanta. La fortuna che ebbero questi due poveri Inglesi fu quella di aver veduti i selvaggi un'ora prima del loro sbarco, e ne fu un'altra che, essendo sbarcati in distanza d'un miglio dalla loro abitazione, ci voleva un po' di tempo avanti che ci arrivassero. La cosa cui prima pensarono i due Inglesi si fu legare i due schiavi non fuggiti con l'altro. Di fatto aveano troppo giusto motivo di temere un tradimento. Comandarono quindi agli altri due de' tre selvaggi venuti in compagnia delle cinque donne, e della fedeltà de' quali, a quanto sembrava, avevano prove, di condurre e i due schiavi in ceppi e le loro mogli e di trasportare quanto poteva essere traslocato nel ritiro che si erano, come ne ho fatta menzione dianzi, assicurato ne' boschi, con l'istruzione di tener colà, avvinti i piedi e le mani sino a nuovi ordini, i due selvaggi sospetti.
In secondo luogo veduti i selvaggi non solamente sbarcati, ma in atto d'avviarsi verso le loro case, atterrarono le palizzate entro cui venivano custodite le capre domestiche e le sbandarono tutte con la speranza che vagando queste alla libera per le foreste, i selvaggi le giudicassero capre salvatiche; ma il cialtrone che li condusse era troppo scaltro e troppo bene raccontò ad essi tutte le cose affinchè senza divagarsi si portassero a dirittura sui luoghi abitati da uomini.
Poichè i due poveri spaventati Inglesi ebbero in tal modo poste in sicuro le mogli e le sostanze atte ad essere trasportate, si valsero del terzo schiavo venuto con le cinque selvagge, che per un favorevole caso si trovò lì, per mandarlo con tutta speditezza ad avvertire gli Spagnuoli del pericolo sovrastante all'intera colonia e domandarli in aiuto. In questo mezzo, prese quante armi e munizioni potevano, si ritirarono verso la parte di bosco ove avevano messe in salvo le loro mogli, tenendosi nondimeno a tal distanza donde vedere possibilmente quale via prenderebbero i selvaggi.
Non erano andati lontani gran che quando da un'altura poterono scernere il piccolo esercito nemico avviarsi a dirittura verso le loro case, e pochi momenti dopo ebbero lo straziante cordoglio di vedere in cenere e queste e tutte le cose che vi aveano lasciate: perdita gravissima per essi ed irreparabile almeno di lì a qualche tempo. Rimasero fermi in quel posto quanto bastò per accorgersi che i selvaggi, a modo di feroci belve, sparpagliavano, dilatavano le loro devastazioni in cerca di preda per ogni dove e soprattutto delle case degli altri coloni, della cui esistenza nell'isola si capiva che erano pienamente informati.
A tal vista i due Inglesi temettero di non essere più sicuri nella situazione che aveano presa, attesa la verisimiglianza che quelle fiere quivi ancora estendessero le scorrerie, e poichè in quel momento potevano venire in grossa masnada, giudicarono ritirarsi un miglio più in là. Così col dar tempo a costoro di disperdersi avrebbero avuto che fare con un minor numero d'assalitori alla volta: tal previdenza fu giustificata dall'esito.
La seconda posizione che presero fu all'ingresso della parte più folta de' boschi, laddove trovarono un vecchio tronco d'albero incavato ed ampio abbastanza perchè ci si appiattassero tutt'e due, come fecero, con mente di regolarsi secondo il porterebbe l'occasione. Nè andò guari che mostraronsi due selvaggi, i quali correvano appunto a quella dirittura come se fossero informati di quel nascondiglio, e avessero deliberata intenzione di portarsi lì ad assalirli. In poca distanza ne venivano dietro loro altri tre, poi cinque che tenevano tutti la stessa strada. Oltre a questi, i due Inglesi nascosti ne videro sette o otto che correvano da un'altra banda a guisa di veri cacciatori che battano tutta la campagna in traccia di salvaggiume.
Qui nacque ne' poveri nostri rifuggiti una grande perplessità sul mantenere quella posizione o fuggire; ma dopo una brevissima consulta tenuta insieme pensarono che, se lasciavano andar tanto innanzi i selvaggi, questa genia finalmente, prima che arrivasse lo sperato soccorso degli Spagnuoli, avrebbe potuto scoprire l'ultimo lor rifugio nei boschi nel qual caso tutto era perduto per essi. Risolvettero pertanto di star lì di piè fermo e, se avessero capito d'aver che fare con troppi per combatterli in una volta, sarebbero saliti su la cima d'un albero di dove finchè duravano loro le munizioni non dubitavano di non sapersi con le loro armi da fuoco (cosa che mancava agli assalitori) difendere, quand'anche tutti i selvaggi sbarcati che ammontavano ad un dipresso a cinquanta fossero venuti per assaltarli.
Convenuti in ciò, la seconda loro disamina fu se dovessero far fuoco a dirittura su i primi due, o vero aspettare gli altri tre in guisa di separare, atterrati i tre di mezzo, i due primi dai cinque ultimi; e a questo partito risolvettero attenersi, semprechè i due primi non gli avessero scoperti ed obbligati quindi a difendersi, Ma questi due anzi li confermarono nell'ideato disegno col deviare alquanto verso l'altra parte del bosco; non così i tre e gli altri cinque che correano difilato verso l'albero come se andassero a posta fatta. Veduto ciò gl'Inglesi decisero di mirare i primi in linea; e poichè avevano ideato di tirare uno alla volta, chi sa, così ragionarono, che non basti il primo colpo a stramazzarli? A tal fine pertanto il primo che dovea sparare, mise tre o quattro pallini nel suo moschetto e, poichè lo forniva d'un eccellente feritoia un pertugio del tronco, prese la sua mira aspettando che i tre galantuomi fossero ad una distanza di trenta braccia dall'albero per essere sicuro di non fallare il colpo.
Intantochè gl'Inglesi stavano in questa aspettazione, e i tre selvaggi venivano innanzi, entrambi ravvisarono perfettamente in un di costoro il fuggiasco, autore di tutto il malanno, onde giurarono di far di tutto per non lasciarlo fuggire quand'anche avessero dovuto sparare tutt'a due di seguito. Il secondo pertanto stette pronto col suo moschetto affinchè se costui non cadeva al primo colpo, il successivo non gli mancasse. Ma il primo Inglese fu troppo buon bersagliere per fallire la mira; laonde mentre il disertore veniva un pocolino dietro all'altro ma in linea con esso, quegli ne colse due a dirittura. L'uomo davanti ci restò in botta perchè ferito nella testa, l'altro cadde trafitto da una palla, ma non morto ancora del tutto; il terzo sofferse una scalfittura in un omero fattagli forse dalla stessa palla che attraversò il corpo del secondo, Quest'ultimo, che ebbe una paura più tremenda del male sofferto, si diede sconciamente a mugolare.
I cinque che seguivano i tre in maggior lontananza i fermarono di botto, men per essersi accorti del pericolo che atterriti dal fracasso, orrido veramente non tanto in sè stesso quanto perchè fu moltiplicato e da ogni eco che lo riportava da un luogo ad un altro, e dal sollevarsi che fecero da tutte le bande gli augelli strillando ciascuno nel metro proprio alla sua specie, come accadde allor quando sparai il primo moschetto di cui probabilmente si era udito il fragore nell'isola.
Nondimeno, tornate di nuovo in quiete tutte le cose, nè sapendo essi che cosa questo si fosse, vennero avanti senza prendersi altro fastidio, finchè giunsero sul luogo ove giacevano i loro compagni mal conci da vero. Qui, quelle povere creature, non s'immaginando mai di essere sotto al tiro della stessa disgrazia, si posero immediatamente a cianciar e a chiedere, com'era da supporsi, conto del fatto a quello dei tre lievemente ferito. È anche ragionevole il supporre che questi gli risponde se attribuendo ad un lampo e ad un immediato fulmine degli dei l'esterminio dei due e la propria ferita. Dico ragionevole, perchè è certo che non aveano veduto nessun uomo presso di loro; che non aveano mai udito in vita loro sparo di moschetti nè sentito parlarne, e neppure sospettata la possibile esistenza di veruna cosa atta ad uccidere uomini in distanza col mezzo di polvere accesa e di palle. Niuno dubiterà che, se avessero saputo alcun che di ciò, non sarebbero rimasti lì melensi melensi a contemplare la sorte de' loro compagni senza avere alcuna paura per sè medesimi.
Ai nostri due uomini, com'eglino stessi me lo confessarono da poi, rincresceva il vedersi alla necessità di uccidere tante povere creature degne di sempre maggior compassione perchè non conoscevano il pericolo in cui s'erano poste. Ciò non ostante, essendo questo il solo modo definitivo di liberarsene, e il primo de' due Inglesi avendo già tornato a caricare la sua arma, si determinarono a far fuoco sovr'essi tutt'a due in una volta, e, presa ciascuno una mira convenuta fra loro fecero fuoco di conserva su que' miseri, di cui quattro caddero o morti, a quanto pareva, o gravemente feriti; il quinto, benchè non ferito, stramazzò insieme con gli altri, il che lasciò credere agl'Inglesi di averli ammazzati tutti.
Tal persuasione fe' sì che uscissero arditamente fuor del loro buco d'albero prima di avere ricaricati i moschetti, e fu un passo falso. In fatti, giunti sul luogo, rimasero alquanto scompigliati all'accorgersi che degli uomini atterrati in due volte non ne erano vivi meno di quattro, e fra questi due leggermente feriti ed uno non ferito nè poco nè assai. Ciò li costrinse a far lavorare i calci de' loro moschetti su quegli sgraziati. E primo ad essere spacciato fu il disertore che era stato la vera origine della presente sciagura; gli tenne dietro un altro, ferito solamente in un ginocchio. In somma li levarono tutti fuori di stento, eccetto soltanto l'ultimo che non avea riportate ferite di sorta alcuna, il quale, buttatosi ginocchione, si raccomandava a mani giunte e mettendo compassionevoli gemiti accompagnati da gesti, segni e parole, che nessuno certo intendea affinchè gli fosse lasciata la vita. Mossi a pietà gl'Inglesi gli fecero cenno di sedere a piè d'un albero lì vicino, indi uno di essi con, un pezzo di corda, che si trovò a caso in tasca, lo legò colle mani di dietro all'albero stesso.
Abbandonatolo ivi, si accinsero con quanta speditezza potevano ad inseguire i due selvaggi che si lasciarono andare innanzi alla prima per paura che questi, con l'aiuto anche di altri loro compagni: trovassero la strada donde si arrivava al segreto asilo dei boschi ove gl'Inglesi aveano poste in sicuro e mogli e sostanze. Quanto a que' due selvaggi giunsero una volta a vederli, ma in troppa distanza; pure ebbero il conforto d'accorgersi che attraversavano una valle posta rimpetto al mare, strada affatto contraria a quella del ricovero che dava maggior soggetto di timori a chi gl'inseguiva. Paghi per allora di ciò tornarono alla pianta ove aveano lasciato il lor prigioniero, liberato, com'essi supposero, da qualche suo compagno, perchè invece di lui trovarono solamente i pezzi della corda che lo legò a' piedi dell'albero.
Qui si vedevano in gravi angustie siccome prima, non sapendo nè da qual parte voltare, nè in quanta distanza, nè in qual numero fosse il nemico. Risolvettero pertanto di recarsi laddove erano le loro mogli per vedere se fosse accaduta in quel lato d'isola veruna disgrazia e per confortar queste donne, atterrite da vero anch'esse, perchè, se bene gli assalitori fossero loro compatriotti, non ne aveano minor paura, e forse più perchè conoscevano meglio il loro fare.
Quivi arrivati, s'avvidero bensì che i selvaggi erano stati nel bosco e vicinissimi alla nuova grotta, ma senza trovarla. In fatti, come si è detto, la rendeva inaccessibile la foltezza degli alberi piantatile attorno, e potea scoprirla soltanto chi avesse avuta una guida pratica del sito, genere d'aiuto che a coloro mancava. Mentre s'intertenevano ivi i due Inglesi, s'allargò loro il cuore vedendosi venire in aiuto sette Spagnuoli; perchè gli altri dieci, i loro servi, il vecchio Venerdì, intendo il padre di Venerdì, si erano portati in corpo d'esercito a difendere il frascato e il grano e gli armenti che vi si custodivano, pel caso che mai i selvaggi penetrassero fin là; ma la scorreria di costoro non si dilatò a questo segno. Coi sette Spagnuoli venivano e uno dei tre selvaggi fatti prigionieri, come si disse, più anticamente e l'altro ancora che, mani e piè legati, gl'Inglesi si erano lasciati addietro. Ecco come sembra che la cosa fosse. Gli Spagnuoli, veduto lungo la strada l'eccidio dei sette selvaggi sciolsero l'ottavo e lo condussero seco fin qui, ove per altro si trovò espediente di legarlo di nuovo per lo stesso principio ond'erano stati assoggettati alla medesima condizione i due compagni del selvaggio che con tanto danno della colonia aveva presa la fuga.
I prigionieri principiavano ora a divenire d'aggravio ai coloni che, avendo in oltre sì grave motivo di temere la loro fuga, furono sul punto di risolversi ad ucciderli tutti, come espediente dettato dall'imperiosa necessità di conservare sè stessi. Ma il governatore spagnuolo nol comportò, limitatosi per il momento ad ordinare che fossero posti fuori de' piedi di tutti col mandarli alla mia antica caverna, e custodirli, e nudrirli entr'essa con due Spagnuoli di guardia. Ciò eseguito, rimasero colà mani e piè legati in tutta quella notte,
L'arrivo degli Spagnuoli infuse tanto coraggio ne' due Inglesi che non se la sentirono più di rimanere tuttavia inoperosi; laonde presi con sè cinque di questi Spagnuoli, armati di quattro moschetti, di una pistola e di nodosi bastoni a due punte si posero in traccia di nuovi selvaggi. Giunti primieramente al piè dell'albero ove i sette erano rimasti morti, fu facile il capire che altri selvaggi si erano portati ivi dai segnali del tentativo fatto da questi per trasportare i lor morti: due di que' cadaveri essendo lontani per un tratto di strada dagli altri, si vedea lo sforzo fatto, poi dismesso, a fine di trascinarseli seco. Dal piede dell'albero il drappello di Spagnuoli ed Inglesi si trasferì alla picciola altura donde i secondi erano rimasti a contemplare lo sciagurato incendio delle loro case, di cui con loro rammarico vedevano tuttavia il fumo; ma nemmeno qui trovarono selvaggi di sorta alcuna. Risolvettero allora di portarsi avanti, benchè con ogni cautela possibile, nella devastata piantagione; ma un po' prima d'esservi arrivati, e giunti in prospetto della spiaggia del mare, videro in modo da non dubitarne tutti i selvaggi imbarcati su i loro canotti ed in procinto di salpare Si mostrarono da prima mal contenti di esser troppo lontani da costoro per dar loro il saluto della partenza con una salva di moschetti carichi a palle; ma in fin de' conti si consolarono d'esserne liberati.
Quanto ai poveri Inglesi; or rovinati per la seconda volta, e che vedeano andato in fumo affatto il frutto delle proprie fatiche, tutti gli altri della colonia s'accordarono nell'aiutarli a riedificare le loro case e nel fornirli d'ogni necessario per sostentarsi. Fino i tre loro compatrioti che non avevano mai mostrata la menoma vocazione di farne una di bene; appena seppero la disgrazia (è a notarsi che vivendo questi più a levante, e quindi in maggior lontananza dagli altri, la seppero soltanto a cosa terminata), vennero ad offrire la loro assistenza, e veramente la prestarono amichevolmente per parecchi giorni; così per fabbricar di nuovo le case, come per quanto fu di mestieri. Per conseguenza non passò gran tempo che i due Inglesi industriosi erano tornati in gamba.
Passati due giorni ebbero un'altra soddisfazione, quella di vedere tre de' canotti partiti costretti a tenersi costeggiando alla spiaggia, e in maggior distanza due selvaggi annegati; dond'ebbero motivo di pensare che, sorpresi da una burrasca lungo il cammino, alcuni di essi avessero naufragato. In fatti dalla parte di mare tenuta da essi soffiò un gagliardo vento tutta la notte.
LXXVIII. Secondo sbarco di selvaggi più formidabile del primo.
Se per una parte era a credersi che la burrasca avesse condotti a mal termine alcuni dei fugati selvaggi, v'era per l'altra luogo a temere che rimanesse un bastante numero di costoro per andare ad informare i propri compatriotti e di quanto aveano tentato, e di quanto ad essi era occorso per eccitarli ad una seconda impresa di simil di natura, spalleggiata da una forza d'uomini cui non si potesse resistere; perchè già, quanto al numero degli abitanti dell'isola co' quali combatterebbero, al di là delle poche cose intese dal disertore selvaggio, poteano sapere ben poco di più; e costui essendo già stato ucciso non era più in caso certo di ratificare con la propria bocca ciò che aveva affermato.
Erano trascorsi cinque o sei mesi dopo il narrato avvenimento senza che i coloni avessero più contezze di selvaggi, onde i primi principiarono a sperare che costoro o si fossero rassegnati al primo mal esito o avessero rinunziato all'espettazione di averne un migliore, quando d'improvviso si videro invasi da una flotta composta di non meno di ventotto canotti pieni di selvaggi armati d'archi e di frecce, di clave, di spade di legno e simili ordigni da guerra; apparecchio sì formidabile, che pose nel massimo trambusto quell'intera piccola popolazione.
Poichè costoro avevano effettuato il loro sbarco di sera e nella parte più orientale dell'isola, i coloni ebbero tutta la notte per consultarsi fra loro sul partito più opportuno ad adottarsi. E primieramente videro che se dal tenersi ben celati dipendeva la sola loro salvezza in passato, ciò si avverava tanto più ora che il numero dei nemici era sì sterminato. Tornarono dunque ad atterrare le case fabbricate di nuovo dai due poveri Inglesi, trasportando i loro armenti nella mia vecchia caverna; che ben s'immaginavano che, appena giorno, i selvaggi sarebbero venuti in quel campo a rinovare la caccia antica, ancorchè questa volta fossero sbarcati due leghe lontano di lì. In secondo luogo, trasportarono nello stesso nascondiglio gli armenti custoditi in quella che io chiamava mia casa di villeggiatura, appartenente allora agli Spagnuoli: in somma fecero sparire quanto poteano ogni indizio atto a dar sospetto che vi fossero abitanti nell'isola; poi la mattina di buon'ora si posero in agguato con tutta la loro forza nella piantagione de' due Inglesi, aspettando quivi che i nemici arrivassero.
Come aveano congetturato, accadde. I nuovi invasori, lasciati i canotti alla spiaggia orientale dell'isola, s'avviarono luogo la costa alla volta dell'alloggiamento scelto dai coloni in numero di duecento cinquanta circa come ad occhio si potè giudicare. L'esercito coloniale era piccino da vero, e per maggiore disgrazia non armato nemmeno a proporzione del suo piccolo numero. Il suo ammontare era in circa il seguente.
17 Spagnuoli
5 Inglesi
1 Il vecchio Venerdì, o sia il padre di Venerdì
3 Schiavi: quelli presi in compagnia delle donne selvagge, e che diedero prove della maggior fedeltà
3 Altri schiavi che viveano con gli Spagnuoli.
29.
Per armare tutta questa gente vi erano :
11 Archibusi
5 Pistole
3 Schioppi da caccia
5 Moschetti: quelli che tolsi ai marinai ammutinati e da me ridotti a soggezione prima della mia partenza dall'isola
2 Spade
3 Vecchie alabarde.
29.
Nessuno degli schiavi ebbe moschetto o arma da fuoco: ciascuno ricevè o un'alabarda o una specie di bastone a due punte, ad ognuna delle quali era legato un acuto chiodo ed un'azza a fianco; d'un'azza parimente fu provveduto ogn'altro combattente. Non vi fu modo d'impedire a due di quelle donne il mettersi in linea di battaglia. Armatesi queste di archi e frecce che gli Spagnuoli raccolsero nell'ultima battaglia avvenuta fra selvaggi e selvaggi da me precedentemente descritta, ebbero anch'esse un'azza per cadauna.
Il governatore spagnuolo, di cui ho parlato le tante volte, comandava l'intero esercito; sotto di lui Guglielmo Atkins cui, se bene uom da temersi per la sua mariuoleria, non si potea negare il pregio d'un indomabil coraggio. I selvaggi venivano innanzi come leoni, e per maggiore calamità dei coloni, questi secondi non avevano per sè il vantaggio della posizione. Solamente Guglielmo Atkins, utilissimo, siccome ho detto, in simili casi, fu collocato con sei uomini dietro una fitta siepaglia, a guisa di posto avanzato e con istruzione di lasciar passare la prima fila nemica, di far fuoco su quella di mezzo; poi, ciò eseguito, di eseguire la sua ritirata con ogni prestezza possibile, girando attorno al bosco e venendo a porsi dietro agli Spagnuoli, il cui agguato veniva protetto da un folto gruppo d'alberi posti dinanzi a loro.
Quando i selvaggi furono sotto il tiro, si sparpagliavano in branchi da tulle le bande senza nessun principio d'ordine. Guglielmo Atkins ne lasciò passare circa una cinquantina, poi veduti venire in folla gli altri, ordinò a tre de' suoi compagni di sparare i loro archibusi carichi con sei o sette palle del calibro delle più grosse da pistola. Quanti selvaggi uccidessero o ferissero, nol seppero; ma la costernazione e lo stupore nato fra questi non è atto a descriversi: rimasero atterriti non si può dir quanto all'udire un sì spaventoso rimbombo e al vedere tanti dei loro quali uccisi, quali storpiati, senza capire donde le botte venissero. In mezzo a questo loro sbalordimento, Guglielmo Atkins ordinò agli altri tre una seconda scarica sul più fitto di quella bordaglia, poi una terza ai primi che in men d'un minuto aveano tornato a caricare le loro armi.
Se, a norma degli ordini che avea ricevuti, Guglielmo Atkins si fosse ritirato dopo la prima scarica, o se il rimanente del piccolo esercito gli fosse stato da presso per fare un fuoco continuo, i selvaggi sarebbero stati posti allora allora in una rotta la più compiuta, perchè il terrore nato fra essi derivava principalmente dal credersi percossi dalla folgore del cielo, e dal non vedere da che altro potesse procedere la loro strage. Ma alcuni fra i selvaggi situati più in lontananza, accortisi che il fuoco veniva dalla terra, presero alle spalle i fulminanti. Egli è vero che Atkins fece fuoco anche su loro per due o tre volte, e ne ammazzò circa una ventina, ritirandosi indi il più presto alla meglio che potè; ma, oltre all'essere ferito egli stesso con uno de' suoi, un Inglese rimase morto sotto le frecce selvagge, come vi rimasero più tardi uno Spagnuolo e uno degli schiavi indiani che veniva in compagnia delle donne guerriere. Non può dirsi quanto fosse valoroso questo povero schiavo, e come si battesse da disperato: prima di cader morto aveva ucciso di propria mano cinque selvaggi senza avere altre armi fuor d'un bastone a due punte e d'un'azza.
Ridotto a tale stremo il posto avanzato, ferito Atkins e morti due altri, si ritirò ad un'altura del bosco, e anche gli Spagnuoli dopo tre scariche su quelle masnade furono costretti fare lo stesso, perchè il numero di costoro era sì sterminato, e combatteano tanto ad ultimo sangue, che quantunque avessero più di cinquanta morti ed altrettanti feriti dei loro, venivano faccia a faccia ai coloni, sfidando il pericolo e scoccando un nugolo di strali; e si notò che gli stessi feriti, se non erano resi inabili affatto a combattere, erano resi più feroci dalle stesse loro ferite, e combattevano con più indomita gagliardia.
I coloni nel ritirarsi lasciaronsi addietro lo Spagnuolo e l'Inglese rimasti morti. Giunti i nemici ove giacevano questi cadaveri, tornarono, per così esprimermi, ad ammazzarli nella più maladetta maniera, perchè da veri selvaggi che erano, si valsero de' loro bastoni e spade di legno per fracassarne le braccia e le teste. Poichè s'accorsero che i nostri si erano ritirati, non pare che pensassero ad inseguirli, perchè si posero in circolo mandando due volte quel grido che sembra essere per costoro il segnale di riportata vittoria; ma poco appresso ebbero il rammarico di vedere parecchi dei loro feriti cadere e morire unicamente in forza del sangue che perdevano, e che non aveano l'abilità di ristagnare.
Poiche il governatore spagnuolo ebbe raccolto tutto il suo piccolo esercito sopra un'eminenza, Atkins, benchè ferito, avrebbe voluto che si marciasse di nuovo, e si facesse in una volta fuoco sovr'essi; ma il governatore gli fece questa osservazione :
‒ “Signer Atkins, voi vedete come i feriti di quella gente combattono. Non è egli meglio aver pazienza sino a domani mattina? Tutti que' feriti medesimi saranno assiderati, fatti mansueti dalle ferite stesse; molti infiacchiti dal grande sangue perduto. Avremo che fare con un minor numero di nemici”.
II consiglio era buono, ma Atkins con lieto viso rispose:
‒ “Voi dite bene, signore; ma domani sarò nel caso di que' feriti ancor io, e perciò vorrei andare a combattere, finchè ho tuttavia il sangue caldo.
‒ Non vi mettete pensiere di ciò, signor Atkins, soggiunse il governatore. Voi vi siete comportato da valoroso, e avete fatta bene la vostra parte: faremo la parte nostra per voi ove non possiate esserci; ma io giudico meglio l'aspettare a domani mattina”.
Cosi di fatto erasi risoluto; ma il bel chiaro di luna di quella notte avendo resi accorti gli assaliti dell'enorme trambusto in cui erano gli aggressori, affaccendati tutti attorno ai loro morti e feriti, e il fracasso stesso che veniva dal campo ove s'erano trasferiti per dormire indicando quanto costoro fossero scompigliati, si cangiò di proposito. Fu dunque deciso di piombar loro addosso in quella notte medesima, specialmente ove si fosse offerta un'opportunità di far ciò d'improvviso, e quando meno quella gente ci aspettava. L'opportunità capitò, perchè uno degl'Inglesi nella cui piantagione incominciò la battaglia, fece fare una giravolta ai compagni tra i boschi e la spiaggia occidentale, poi una subitanea voltata verso la parte meridionale, onde si trovarono vicini al luogo ove la massa de' selvaggi era più folta, prima che questi avessero avuto tempo di vederli o sentirli arrivare. Otto coloni allora sparando in una volta nel bel mezzo di quella ciurma, ne fecero un macello, poi mezzo minuto dopo altri otto vi fecero piovere addosso tal grandine di pallini che da vero non vi fu scarsezza di feriti o di morti, e tutto ciò mentre quegli sgraziati non capivano da qual parte venisse il flagello, nè sapevano a qual parte salvarsi.
Tornati a caricare speditamente i loro moschetti, i coloni si divisero in tre corpi con intenzione di far fuoco tutti in una volta e da tre lati su l'inimico. Ciascuno di tali corpi era composto d'otto persone, vale a dire ventidue uomini e le due donne che combatteano da disperate. Le armi da fuoco vennero ripartite ugualmente fra questi tre battaglioni, come pure le alabarde e i bastoni. Si avrebbe voluto far restare addietro le donne, ma queste si protestarono risolute a morire in compagnia de' loro mariti. Così ordinato quel piccolo esercito, sbucarono fuor degli alberi affrontando da tutte le bande il nemico, e mettendo alte grida finchè i lor polmoni gliel permetteano.
Non per ciò i selvaggi si sbandarono, ma crebbe ancora la lor confusione all'udire queste grida che partivano da tre lati in una volta. Si capì che non si sarebbero ristati dall'accettar la battaglia se avessero veduto il nemico, perchè appena questo fu in maggior vicinanza di loro, vennero scagliate diverse freccie, una delle quali ferì il povero vecchio Venerdì, ma non mortalmente. I coloni per altro non lasciarono ad essi gran tempo, perchè fecero fuoco sopra loro tre volte, poi ci piombarono addosso co' calci de' moschetti, con le spade, co' bastoni a due punte, tanto che finalmente que' miseri sbaragliati, mettendo tremende grida, si diedero a fuggire da tutte le parti e come meglio poteano per salvare le proprie vite.
I coloni erano perfino stanchi di questa strage, avendo già in due combattimenti uccisi cent'ottanta nemici all'incirca. I loro avanzi , tratti fuor di se dalla paura, correvano alla matta per traverso ai boschi e su i poggi con tutta quella speditezza che il terrore infondeva in essi, e che dall'agilità delle loro gambe era permessa; e, poichè i coloni non si diedero grande pensiere d'inseguirli, poterono finalmente raccogliersi alla spiaggia, ove erano sbarcati, e dove stavano aspettandoli i loro canotti.
LXXIX. Cielo e terra che congiurano contro i selvaggi; specie di civiltà derivatane a quelli che sopravvivono.
La sfortuna di que' miseri non finiva qui. Un tremendo turbine levatosi dal mare la sera stessa rendeva ad essi quella via di fuga impossibile; anzi la burrasca essendo continuata tutta la notte, l'alta marea e i tempestosi cavalloni staccando i loro canotti, li trasportarono a tanta altezza sopra la spiaggia, che ci voleva infinito tempo e fatica per rimetterli al mare, oltrechè alcuni di questi erano andati in pezzi o urtando la riva o battendosi l'un contra l'altro.
Benchè lieti della riportata vittoria, i coloni pensarono poco in quella notte a dormire, e dopo essersi ristorati alla meglio, risolvettero portarsi a quella parte ove s'erano rifuggiti i selvaggi, e vedere come costoro si mettevano. Ciò li trasse necessariamente a ripassare dal luogo ove principiò la battaglia, e ove giaceano parecchie di quelle povere creature non morte del tutto, ma poste fuor d'ogni possibilità di riaversi; vista disaggradevole quanto mai per animi generosi, perchè il vero grand'uomo, se bene astretto dalla fatal legge di guerra a distruggere il nemico, non s'allegra della sua calamità. Qui nondimeno non ci fu il caso di dar ordini intorno a ciò, perchè gli stessi selvaggi schiavi dei coloni con le loro azze levarono di stento quegl'infelici.
Finalmente giunsero alla spiaggia, ove trovavasi quel miserabilissimo rimasuglio d'esercito selvaggio che, a quanto appariva, si riduceva tuttavia ad un centinaio all'incirca d'uomini. La postura di quasi tutti quegli sgraziati era questa: seduti in modo che si toccavano con le ginocchia la bocca, e le ginocchia reggeano loro la testa che si teneano fra le mani.
Poichè i coloni furono lontani da loro due tiri di schioppo, il governatore spagnuolo ordinò si facesse fuoco, ma mettendo sol polvere negli archibusi a fine unicamente di paventarli. Il suo scopo era di capire dal viso che costoro farebbero in appresso a quanti piedi d'acqua trovavasi (vale a dire se fossero tuttavia in voglia di battersi o disanimati e scoraggiati del tutto), poi regolarsi in conformità dell'uno o dell'altro di questi due casi. Lo stratagemma riuscì. perchè appena i selvaggi ebbero udito lo strepito della prima archibugiata e veduto il fuoco della seconda saltarono in piedi, sopraffatti dalla più fiera costernazione che si possa immaginare, e intantochè i coloni si avanzavano rapidamcnte alla loro volta questi si diedero a strillare; poi, messa una specie nuova di urlo parlato che nessuno aveva mai udito, e che nessuno al certo potè capire, fuggirono sbandatamente su i monti e per la campagna.
Su le prime i coloni si sarebbero augurati che il vento fosse stato tranquillo abbastanza onde permettere a que' molesti ospiti l'imbarcarsi; ma non pensavano che ciò poteva essere per costoro un'occasione di tornare in tanto numero da non potere ad essi resistere, o se non altro in tanti e sì di frequente da mettere a mal partito ed affamar la colonia. Guglielmo Atkins che, a malgrado della sua ferita, veniva sempre con gli altri, si mostrò in questo caso il miglior consigliere di tutti. Il suo avviso si fu di cogliere il vantaggio che si offriva ponendosi fra essi e i loro canotti togliendo così a costoro la possibilità di tornare più mai ad infestare quell'isola.
Fu ventilato a lungo questo partito che trovò opposizione per parte d'alcuni i quali temeano, se si lasciavano que' miserabili vagar pe' boschi e condurre una vita da disperati, vedersi astretti a dar loro la caccia come ad altrettante fiere.
‒ “Non potremmo più, diceano, badare quietamente alle nostre faccende; vedremmo continuamente saccheggiati i nostri campi, distrutti i nostri armenti, in somma saremmo ridotti ad una vita di perpetua tribolazione.
‒ È ben meno male, soggiunse Guglielmo Atkins, l'aver che fare con cento uomini che con cento nazioni. Sicuro che, se ci risolviamo a distruggere le barche, dobbiamo anche essere preparati a distruggere i padroni delle barche o ad essere distrutti noi”.
E tante ne disse per dimostrare la necessità di venire a tale espediente che per ultimo, accordatisi tutti nel suo parere, si pose subito la mano all'opera di distruggere i canotti. Adunata quindi una quantità di sterpi secchi d'alberi morti, si provarono i diversi coloni ad appiccare il fuoco ai canotti, ma questi erano sì bagnati che non volevano abbruciare. Ciò non ostante il fuoco ne lavorò sì bene la parte superiore che li rese inabili a prestare più mai il servigio di barche. Quando gl'Indiani si avvidero di quello che si stava facendo, alcuni di essi saltarono fuori de' boschi e avvicinatisi quanto bastava per essere veduti e uditi dai coloni, s'inginocchiarono gridando: Oa, oa, Uara mokoa! parole, come potete immaginarvi, che nessuno giunse a capire; bensì i compassionevoli gesti e le gemebonde note davano facilmente a comprendere che supplicavano affinchè si risparmiassero i loro legni: pareva anzi che promettessero di andarsene via dall'isola e di non tornarci mai più.
Ma in quel momento erano troppo convinti i coloni che l'unica via di salvare sè stessi e l'intero loro stabilimento consistea nell'impedire a que' selvaggi ogni ritorno alle case loro. Ciascuno credea vedere che se un solo di quella genia andava a raccontare la storia delle cose occorse al suo paese, la colonia era irremissibilmente perduta. Laonde fatta conoscere ai selvaggi che non poteano sperare alcuna sorta di misericordia, i coloni continuarono la loro fazione sopra i canotti distruggendo tutti quelli che la burrasca avea precedentemente risparmiati. Alla qual vista i selvaggi, messo un orribile ululato ripetuto da ogni eco delle selve, si diedero a trascorrere da forsennati tutta quanta l'isola, e da vero i coloni stessi si trovarono imbarazzati sul partito da pigliarsi per il primo con quei disperati.
Notate che gli Spagnuoli con tutta la lor prudenza non pensarono, mentre riducevano a tal miserabile stremo quegl'infelici, alla convenienza di porre buone sentinelle alle piantagioni perchè, se bene avessero messi in salvo gli armenti, nè gl'Indiani arrivassero a scoprire i principali ricoveri degli Spagnuoli, intendo la mia antica fortezza appoggiata al monte e la caverna della valle, trovarono nondimeno il mio frascato ove mandarono tutto alla malora, e siepi e piante, calpestarono il grano in erba e stracciarono giù dalle viti, gualcirono i grappoli che cominciavano allora a maturare: recarono in somma un danno incalcolabile allo stabilimento senza vantaggiare di un quattrino eglino stessi.
Benchè ciascuno de' nostri fosse abile in ogni occasione a battersi con costoro, pure non erano in istato di poterli inseguire o sia di dare ad essi la caccia sul piano e sul monte; perchè se i coloni trovavano un di essi solo, questi era troppo svelto di gamba per involarsi, e d'altronde un colono non s'arrischiava d'andar attorno solo per paura d'essere investito da un branco di que' selvaggi. Fortunatamente i secondi non avevano più armi: lor rimanevano sì gli archi, ma non una sola freccia nè ordigni per fabbricarla; erano parimente sproveduti di qualsivoglia arma da punta o da taglio.
Certo l'estremità cui si vedeano ridotti i selvaggi era grande e da vero deplorabile; ma nemmeno la condizione dei coloni in quel momento potea dirsi bella. Ancorchè questi avessero preservati dalla devastazione i lor nascondigli, le provisioni non celate, i nuovi ricolti erano distrutti: onde non sapeano come farla, nè da che parte voltarsi. L'unica loro áncora del momento consistea nella greggia riparata alla caverna della valle, nel poco grano che crescea nella stessa valle e nella piantagione di Guglielmo Atkins e de' suoi colleghi or ridotti ad un solo, perchè un d'essi fu l'Inglese cui una freccia selvaggia trapassò le tempia con tanta aggiustatezza che non parlò più. È cosa notabile essere stato costui quel cialtrone medesimo che percosse a morte con un'accetta quel povero schiavo selvaggio, poi volea fare lo stesso servigio agli Spagnuoli.
Pensandoci sopra vidi che il loro caso era più stringente di quanti mai ne fossero occorsi a me dopo la prima scoperta dei grani d'orzo e di riso e d'avere trovato il modo così di seminarli come di condurne il ricolto a maturità e di educarmi un armento domestico, perchè que' poveri coloni avevano, a differenza di me, cento lupi, può dirsi, alle spalle che divoravano quante cose loro capitavano, e lupi difficili a lasciarsi prendere.
Ponderate le circostanze in cui si vedevano que' miei isolani, conclusero, non esservi migliore partito per essi del confinare questi lupi nella più interna parte dell'isola verso libeccio (sud-west ), affinchè, se altri selvaggi venivano a sbarcare, non si vedessero gli uni cogli altri; poi dar loro la caccia ogni giorno, noiarli, ucciderne quanti poteano, finchè ne fosse ridotto il numero; e se finalmente coll'andar del tempo arrivassero a mansuefarli e condurli ad un'ombra di ragione, fornirli di grano, insegnar ad essi il modo di seminare e di vivere su la giornaliera loro fatica.
Per raggiungere un tale scopo, si posero ad incalzarli sì da vicino e a spaventarli tanto col fuoco degli archibusi, che in pochi giorni, se un colono non arrivava sempre col tiro del suo moschetto a stendere morto un Indiano, lo vedea cadere semivivo dalla paura; onde atterriti in guisa così tremenda, si involavano i più e più alla vista de' nostri, i quali instancabili nell'inseguirli e riuscendo ogni giorno ad ucciderne o ferirne qualcuno li fecero rintanare nel più folto de' boschi e ne' burroni, ove si vedeano ridotti all'ultima miseria per mancanza di nudrimento. Molti in fatti di quegli sventurati furono rinvenuti nel boschi morti non di ferite ma dalla fame.
Tale spettacolo ammollì i cuori de' coloni, che si mossero a compassione, e il cuore soprattutto del governatore spagnuolo, l'uom d'animo il più nobile e generoso ch'io mi abbia mai conosciuto in mia vita. Propose questi si procurasse, se era possibile, di prendere vivo uno di que' selvaggi, e veder di condurlo a comprendere le intenzioni de' coloni quanto bastasse per mandarlo siccome interprete ai suoi compagni, e tentare di ridurli a tali patti su cui si potesse contare e conciliabili con la salvezza delle lor vite e la sicurezza per parte dei nostri di non essere più molestati.
Ci volle qualche tempo prima di ottenere questo intento, ma finalmente un di costoro, debole e mezzo morto dalla fame, fu sorpreso ne' boschi e fatto prigioniero. Si mostrò da prima lunatico, chè non volea saperne nè di mangiare nè di bere, ma a forza d'usargli buone maniere, di offrirgli cibo e di non recargli veruna ingiuria, divenne mansueto e rinvenne in sè stesso. Condotto a lui il vecchio Venerdì, questi gli parlò spesse volte e giunse a persuaderlo delle buone intenzioni dei coloni verso i suoi compatriotti, come questi avrebbero non solamente risparmiate le vite, ma assegnato ad essi un luogo dell'isola in cui vivere, semprechè promettessero di rimaner entro i loro confini e di non andare fuori di essi a danno e pregiudizio degli altri; in tal caso avrebbero grano da seminare, e da cui ritrarre la loro sussistenza avvenire; che intanto per la presente sarebbero stati proveduti di pane. Il vecchio Venerdì dunque gli disse d'andare ad informare di tali cose i suoi compatriotti e di sentire che cosa gli rispondevano, assicurandolo ad un tempo che se non si arrendevano a tali proposte, sarebbero stati tutti irremissibilmente sterminati.
Que' poveri diavoli, umiliati affatto e ridotti al numero di circa trentasette, non si fecero pregare ad accettar la proposta, e per prima cosa chiesero che si desse loro da mangiare. Udito il quale messaggio, dodici Spagnuoli e due Inglesi ben armati in compagnia de' tre schiavi indiani e del vecchio Venerdì, si trasferirono laddove erano questi selvaggi. I tre schiavi indiani portavano molta copia di pane, alcune focaccie di riso bollito seccate al sole e tre capre vive. Qui fu intimato ai medesimi di portarsi al piede d'una collina ove sedutisi, mangiarono le vettovaglie recate loro dando segni d'indicibile gratitudine, poi furono fedeli alla parola oltre quanto mai si fosse potuto immaginare; perchè, se non era per chiedere viveri o istruzioni, non uscivano una sola volta dei loro confini, entro i quali vivevano quando giunsi nell'isola e andai a vederli.
Vennero ammaestrati sul modo di seminare il grano; di fare il pane, di allevarsi capre domestiche e di mungerle. Mancava ad essi l'avere donne per divenire presto una nazione. Il confine assegnato loro era un braccio di terra ricinto d'alti dirupi alle spalle e inclinato verso il mare che gli stava rimpetto sul lato dell'isola posto tra mezzogiorno e levante. Avevano un bastante spazio di terreno e buono e fertile da coltivare: largo all'incirca un miglio mezzo; lungo tre o quattro.
Gli Spagnuoli insegnarono loro a fabbricarsi vanghe di legno come quelle che mi era fatte io con le mie mani, e li regalarono di dodici azze e tre o quattro coltelli. Qui conducevano una vita di creature le più docili ed innocenti di cui siasi mai udito parlare.
Dopo ciò la colonia godè d'una perfetta tranquillità, immune d'ogni timore rispetto ai selvaggi che le erano vicini, sino al tempo in cui tornai a visitarla il che fu dopo due anni. Non dirò già che a quando a quando alcuni canotti d'Indiani non approdassero ivi per qualcuno de' trionfali orridi loro banchetti; ma, essendo di diverse nazioni, e forse non avendo mai udito parlare di quelli che erano sbarcati nella stessa isola prima di essi, non fecero niuna ricerca dei loro compatriotti; e se avessero praticata qualche indagine a tale oggetto, sarebbe stata per essi cosa ben difficile lo scoprirli.
Così io credo aver dato un pieno ragguaglio di quanto accadde nell'isola, delle cose almeno più degne di commemorazione, fino all'istante del mio ritorno, Gl'Indiani o selvaggi furono in guisa maravigliosa condotti a civiltà dai coloni che gli andavano sovente a visitare, ma proibivano ai primi sotto pena di morte il restituire queste visite, tanta paura avevano di vedere una seconda volta posto a soqquadro il loro stabilimento.
Una cosa notabilissima si è che i coloni, avendo insegnato agl'Indiani il modo di fare lavori di vimini, gli scolari superarono di gran lunga i maestri; perchè fecero un mondo di belle manifatture in tal genere, soprattutto ogni sorta di panieri vagli gabbie da uccelli, portabicchieri, ed anche sedie, sgabelli, letti grandi e piccoli, e mille altre vaghe cose: ogni qual volta si mettevano in questi lavori, davano a vedere un acutissimo ingegno.
LXXX. Abitazione di Guglielmo Atkins.
Il mio arrivo fu un conforto anche per que' selvaggi perchè li fornii di coltelli, forbici, vanghe, zappe, pale e d'ogn'altra cosa di simil natura che non aveano certamente. Con l'aiuto di questi stromenti arrivarono finalmente a fabbricarsi le loro capanne, che avrebbero potuto chiamarsi case, tant'erano eleganti, intarsiate o intrecciate intorno alla sommità con manifatture di vimini; lavoro di straordinario ingegno, d'un gusto per dir vero bizzarro, ma che offriva in oltre un ottimo riparo contro al caldo e ad ogni sorta d'insetti. I coloni ne rimasero tanto rapiti che invitarono presso loro i selvaggi stessi, affinchè facessero di simili case per essi. Quella ch'io vidi nell'andare a visitare le due colonie degl'Inglesi, aveva in distanza l'apparenza d'un vasto alveare.
Guglielmo Atkins (indugiò un pezzo per vero dire) divenuto finalmente un buon diavolo, quieto, utile ed industrioso, si era fabbricata quasi da sè un'abitazione foggiata in tal guisa che non credo se ne sia mai veduta una compagna. In forma di rotonda avea di fuori una circonferenza di centoventi passi, e gli ho misurati io con le mie gambe; le pareti esterne di essa parevano le facce appunto d'un paniere, composte di trentadue assi quadrangolari alte circa sette piedi. Nel bel mezzo di questo ricinto vedevate sorgere un'altra rotonda il cui circuito non oltrepassava i ventidue passi, ma di più salda costruzione, e che avea per base un ottagono e a ciascuno degli otto angoli un forte pilastro. Su la sommità di essa l'architetto avea poste grosse armature connesse insieme con sottili caviglie, da cui partivano otto travi, le quali andavano ad unirsi in una piramide graziosissima, ve ne accerto io, che formava il tetto di questa seconda casa; e tutto ciò era stato fatto senza aiuto di chiodi e, al più al più, con quelli che Atkins s'era fabbricati alla meglio, valendosi di vecchi ferramenti da me lasciati nell'isola. E, per render giustizia al vero, costui diede prove d'ingegno ben al di là del comune in cose di cui certamente non era obbligato ad intendersi: per esempio, d'un paio di soffietti si fece una fucina; si fabbricò da sè il carbone pel suo lavoro; un rampicone di ferro si trasformò per lui in una discreta incudine. Quante cose arrivò a fare in questa conformità e specialmente uncini, chiavistelli, anelli donde farli passare, arpioni! Ma torniamo a parlare della sua abitazione. Dopo avere piantato questo coperchio della sua tenda interna, pose fra un trave e l'altro della piramide ornamenti di vimini, cui diede consistenza con paglia di riso, ingegnosamente adattata; poi alla sommità di questa le fece ombrella d'un'ampia foglia di certo albero dell'isola; co' quali ingegni rese la fabbrica asciutta come se fosse stata difesa da tegole, o piatta lavagna. Quanto ai lavori di vimini, veramente egli mi confessò di andarne debitore all'opera dei selvaggi.
La circonferenza esterna formava una specie di galleria attorno alla seconda rotonda, e lunghe travi che partivano dai trentadue angoli della prima, andandosi ad unire alla cima dei pilastri interni ad una distanza di venti piedi all'incirca, lasciavano tra una facciata e l'altra un vano che era una specie di passeggio della larghezza quasi di venti piedi.
La parete della casa interna era apparata come quelle delle logge: di lavori cioè di vimini, ma d'un genere più dilicato. Essa era divisa in sei stanze terrene, ciascuna delle quali aveva due porte, una che comunicava con l'ingresso principale della casa stessa e ne prospettava l'andito interno; l'altra mettea nella loggia da cui era circondata la casa medesima, e andava ad imbeccare una terza porta, perchè anche la galleria era corrispondentemente ripartita in sei uguali stanze che offrivano non solamente luoghi di ritiro, ma di ripostiglio per gli usi interni della famiglia. Siccome poi questi sei spazii non tenevano tutta quanta la galleria esterna, le altre stanze di essa erano ripartite con tal ordine che entrando per la porta principale, uno stretto corridoio vi portava a dirittura all'ingresso principale del padiglione; ma da entrambi i lati vi era ancora un tramezzo lavorato esso pure a vimini con una porta a ciascun lato che vi conduceva prima in un vasto stanzone o granaio, largo venti piedi e lungo quasi trenta, indi in una altra stanza un po' meno lunga. Per tal modo la galleria esterna avea dieci stanze, sei per recarsi agli appartamenti interni, e servivano di gabinetti o dispense alle stanze interne corrispondenti: e quattro magazzini o guardarobe, chiamateli poi come volete, comunicanti fra loro a due a due, e che metteano da ciascun lato all'andito principale del padiglione interno.
Una tal opera d'architettura a rabeschi di vimini, una casa o tenda composta con tanto garbo, molto meno una fabbrica ideata così, non si è, cred'io, mai più veduta nel mondo. In questo grande alveare abitavano tre famiglie, cioè Guglielmo Atkins e il suo compagno, perchè il terzo era morto; ma ne viveva la vedova con tre creature, e potea dirsi quattro perchè era incinta quando le morì il marito. I due sopravvissuti non si ristavano di metterla a parte d'ogni sostanza, intendo del grano, del latte, dell'uva, in somma di tutti i ricolti della piantagione, o delle capre salvatiche che uccidevano alla caccia o di qualche tartaruga côlta lungo la spiaggia; era una comunità che, in fin dei conti, non se la passava male, benchè gli uomini di essa non amassero le fatiche della coltivazione dei campi quanto i due Inglesi dell'altra colonia.
Una sola cosa non posso tacere, ed è che quanto a religione non m'accôrsi che ve ne fosse nemmeno l'ombra fra quella gente. Certo spesse volte si faceano sovvenire l'uno all'altro che c'è un Dio, perchè all'usanza degli uomini di mare giuravano nel suo nome; ma niente di più. Nè per essere divenute mogli di cristiani, chiamati almeno così, ne sapeano meglio le povere ignoranti loro mogli selvagge; gli è naturale che, se erano tanto addietro nel conoscer Dio i loro mariti, non potevano entrar con esse in discorsi che lo riguardassero o parlar di nulla che si riferisse a religione.
Il solo miglioramento intellettuale che posso dire avere esse portato dal convivere con questi uomini, è stato quello d'imparare assai intelligibilmente l'inglese, e molti de' loro ragazzi, circa venti fra tutti, furono ammaestrati a sciogliere la prima volta la lingua con questo idioma: una sintassi un po' stiracchiata, per vero dire, chè già le frasi non le connettevano con infinita leggiadria nemmeno le loro madri. Non v'era alcuno di questi ragazzi che passasse i sette anni al momento del mio arrivo nell'isola, cosa assai credibile perchè non correa molto più di sette anni da che gl'Inglesi s'accoppiarono con quelle cinque gentildonne selvagge, tutte (notate) feconde, perchè non ve n'era una che, dal più almeno, non avesse figli. Credo che la donna toccata al cuoco fosse incinta del sesto figlio; del resto buone madri di famiglia; quiete, laboriose, modeste e morigerate, proclivi a prestarsi aiuto le une coll'altre, subordinate oltre ogni credere ai loro padroni, chè a parlar giusto non si potevano chiamare mariti: mancava ad esse soltanto l'essere istruite nel cristianesimo e il divenire legittime mogli; entrambi i quali intenti raggiunsero col mezzo mio, o certo in conseguenza della visita da me fatta a que' paesi.
LXXXI. Digressione su gli Spagnuoli.
Dopo avere così offerto un racconto su le cose della colonia in generale e alcun che di più speciale su i miei cinque rompicolli inglesi, gli è giusto ch'io dica pure qualche cosa su gli Spagnuoli che formavano il corpo principale dell'intera famiglia e la storia de' quali non è priva d'incidenti piuttosto notabili
Ebbi lunghi discorsi con essi su i particolari che loro occorsero quando vissero fra i selvaggi. Mi confessarono ingenuamente che non aveano grandi cose a dire su l'industria o saggezza con cui si contennero durante quel tempo: essersi veduti in tale stato di miseria, di derelizione e abbiezione che, quando anche ci fossero stati mezzi per loro di liberarsene, si erano abbandonati in preda alla disperazione, si sentivano acciaccati al segno di non sapersi immaginare miglior fine del morire di fame.
Un di loro, uom grave e giudizioso, mi disse che, in sua sentenza, avevano avuto gran torto, nel darsi per perduti in tal modo; che gli uomini di proposito non devono mai darla vinta così alla sciagura, ma sempre appigliarsi a que' soccorsi che somministra la ragione, sia per sopportare i mali presenti, sia per pensare ad uno scampo avvenire. “Non v'ha nel mondo, egli mi dicea, più stolto ed insulso affanno di quello che portandosi soltanto su le cose passate, impossibili ad essere rese diverse da quelle che furono e generalmente parlando irreparabili, non si riferisce piuttosto all'avvenire e che, senza pensare possibili combinazioni di un futuro scampo, accresce l'afflizione anzichè suggerire un rimedio valevole a dissiparla”. In ordine a che egli citò un adagio spagnuolo che ho tradotto così in altra lingua: Nella tribolazione il tribolarsi è doppia tribolazione.
Ad appoggio del suo dire trasse a mano i piccioli miglioramenti di condizione che io mi era procurati nella mia solitudine; la mia indefessa solerzia, così egli la chiamava; solerzia, la cui mercè, in circostanze assai peggiori in principio delle loro, resi la mia sorte mille volte più felice che nol fosse la loro anche adesso trovandosi tutti insieme. Qui fece un elogio agl'Inglesi, che secondo lui, in mezzo alle disgrazie si perdeano meno di coraggio d'ogn'altra nazione con cui s'era incontrato, “I miei sfortunati concittadini, indi soggiunse, e i Portoghesi son la gente del mondo men fatta per lottare con la sventura; il loro primo passo, quando i comuni sforzi per allontanarla tornano vani, è mettersi disperati, soggiacere sotto di essa, e morire senza avere sollevati una volta i loro pensieri alla ricerca della via per liberarsene.
Non mancai di rispondere che il caso mio era infinitamente diverso dal loro; ch'essi erano stati gettati in una spiaggia ove mancavano di tutte le cose di prima necessità e affatto di sostentamento.
‒ “È vero, dissi, che avevo lo svantaggio e lo sconforto di trovarmi solo; ma i soccorsi mandatimi dalla Providenza, quando inaspettatamente gli avanzi del bastimento naufragato vennero portati dal mare alla spiaggia, furono tali che avrebbero incoraggiata qualunque creatura del mondo a profittarne siccome io feci.
‒ Signore, mi rispose lo Spagnuolo, se noi poveri Spagnuoli fossimo stati nel caso vostro, non ci saremmo procacciati da quel bastimento la metà delle cose che ne traeste voi; anzi non avremmo mai avuto il giudizio d'improvvisare una zattera per trasportarle o l'abilità di condurla alla spiaggia senza aiuto di vela; molto meno poi avremmo fatto se ognuno di noi si fosse trovato solo.
‒ Sia; ma fatemi grazia di dare un taglio al vostro complimento e di raccontarmi la vostra storia dopo che arrivaste alla spiaggia ove prendeste terra.
‒ Eh! signore, sbarcammo in un paese abitato da una popolazione priva di provisioni per sè medesima. E sì, se i nostri avessero avuto tanto ingegno di rimettersi in mare, avremmo trovata un'isola un po' più lontana, ricca di viveri e priva d'abitanti: la cosa era propriamente, come vi dico; perchè gli Spagnuoli della Trinità, avendo avuto frequenti occasioni di sbarcarvi, l'avevano empiuta per più riprese di capre e di porci che si moltiplicarono sterminatamente, oltrechè vi era abbondanza d'uccelli aquatici. Vedete che non saremmo mancati di carne; di pane sì, ma dove ci fermammo non avevamo nè una cosa nè l'altra; in vece di pane dovevamo contentarci di poche erbe e radici delle quali non sappiamo nemmeno il nome, cibi di niuna sostanza, e che gli abitanti ne somministravano anche con molta parsimonia. Già non ci poteano dare di meglio, semprechè non ci fossimo buttati cannibali e adattati a mangiar carne umana, che è la pietanza favorita di quel paese”.
Qui mi raccontò di quante fatte ne avessero tentate per instillare qualche principio di civiltà ai selvaggi co' quali vivevano, e invogliarli di abitudini più ragionevoli nel loro modo di vivere, ma tutto invano.
‒ “Anzi coloro, così lo Spagnuolo, ci rimproveravano questa cosa come una colpa. Tocca bene a voi, ci faceano capire, che venite qui implorando assistenza a dare istruzioni a quelli che vi nudriscono. Secondo essi, non v'era chi potesse ammaestrare quegli uomini senza dei quali non può vivere”.
Mi narrò in appresso le amare estremità cui si videro ridotti: nient'altro che quella di star talvolta più giorni senza mangiare del tutto; perchè quell'isola era abitata dai selvaggi più indolenti della loro razza e per conseguenza, come era naturale il credere, men proveduti delle cose necessarie alla vita di quanto il fossero altri selvaggi che vivevano in paesi posti sotto il medesimo clima. Notò per altro essere i primi molto men voraci ed ingordi di quelli che aveano maggior copia di viveri a loro disposizione.
‒ “Noi ciò non ostante, contiunò lo Spagnuolo, non potemmo fuorchè riguardare una manifesta prova della bontà e saggezza di quella providenza che governa le cose di questo mondo nel non esserci lasciati indurre da que' patimenti e dall'orribile sterilità della contrada a cercar luogo ove vivere meglio. Ci saremmo tolti fuor di mano al soccorso che ci venne per mezzo vostro. Ma ne abbiamo sofferte di quelle! Basta vi dica che gl'isolani co' quali vivevamo, ci pretendevano ausiliari nelle loro guerre. Pazienza, se avendo, come ne avevamo, armi da fuoco con noi, non ci fosse occorsa la disgrazia di perdere tutte le nostre munizioni! Avremmo potuto non solo essere utili ai nostri ospiti, ma fatto paura a loro e ai loro nemici in una volta. Così costretti senza polvere nè palle ad andare alla guerra con que' nostri amabili feudatari, eravamo in peggiore condizione di essi, perchè non avevamo, come loro, archi, dardi, nè di quelli che ci avessero dati avremmo saputo servirci. Non potevamo dunque far altro che star quieti alla pioggia delle freccie del nemico sintantochè gli fossimo faccia a faccia; chè qualche volta gli abbiamo condotto tutto il nostro piccolo esercito in fronte, e ci siamo ingegnati danneggiarlo con le alabarde e le baionette degli schioppi; ma con tutto ciò, investiti dal numero, eravamo sempre in pericolo di restar morti sotto le freccie indiane. Trovammo per ultimo l'espediente di fabbricarci grandi scudi di legno da noi coperti con pelli di bestie selvagge che non sapevamo nemmeno come si chiamassero. Così almeno ci difendevamo dalle loro armi da lancio. Ma ad onta di ciò correvamo sempre de' grossi rischi, nè fu una bagattella quando cinque di noi furono stramazzati dai colpi delle loro clave”.
Alludeva qui alla battaglia in cui fu fatto prigioniero lo Spagnuolo che salvai, come sapete, dall'essere divorato nella mia isola. Alla prima credettero che fosse stato ucciso; ma poichè in appresso lo seppero prigioniero, ne provarono un inesprimibile cordoglio, e avrebbero di buon grado rischiate le loro vite per riscattarlo dal divenir pasto de' barbari.
Stramazzati così i cinque, gli altri, come mi dissero, gli Spagnuoli corsero a proteggerli co' loro corpi combattendo finchè si fossero riavuti tutti, eccetto quello che credevano morto, e che rimase poi prigioniero. Allora serratisi in linea con le alabarde e le baionette in canna si apersero via per traverso ad un esercito di mille e più selvaggi; e, atterrando tutto quanto impacciava ad essi la strada, riportarono vittoria su l'inimico, ma con grande loro rammarico perchè fu a costo della perdita del loro compagno che i selvaggi, scoprendolo vivo si trasportarono via con altri, come già precedentemente narrai.
Con qual energia d'affettuoso sentimento mi descrissero la sorpresa di gioia da essi provata al ritorno del loro amico e compagno di sventure che pensavano divorato da fiere della peggior razza: dai selvaggi! Quanto più grande in essi fu lo stupore al racconto che fece loro della sua commissione, e al sapere che viveva un cristiano in terra ad essi vicina, e di più un cristiano che aveva abilità e buon volere di giovare alla loro liberazione!
Mi dissero come li facesse attoniti la vita dei sussidii che ad essi io aveva spediti e soprattutto la comparsa delle pagnotte, cosa che non aveano più veduta dopo il loro arrivo in quel paese della disperazione. Oh quante volte si fecero il segno della croce, e le benedissero come pane mandato dal cielo! Come si sentivano rinascere all'assaggiar queste pagnotte e gli altri cibi di cui per mio mezzo si videro proveduti! Dopo tutto ciò avrebbero voluto dirmi qualche cosa della gioia che gli invase all'aspetto della barca e de' piloti ancorati colà per trasportarli presso la persona e nel luogo donde lor venivano sì inaspettati conforti; ma qui espressioni mancarono loro, perchè la natura di tal contentezza essendo stata tale che li condusse pressochè ad impazzire, non trovavano termini proporzionati a descriverla attesi gli stravaganti effetti prodotti in loro da tal piena d'esultanza, che abbisognava di uno sfogo fuor d'ogni ordinario. ‒ “Chi di noi, mi raccontavano, si trasse matto per qualche tempo; in chi la gioia prendeva un andamento, in chi l'altro; alcuni diedero in uno scoppio di lagrime, ad altri venne male, qualcheduno cadde come morto del tutto”.
Nun so dirvi quanta impressione mi facesse questa particolarità che mi tornò a mente e l'estasi di Venerdì quando tornò suo padre, e quella di que' poveri naviganti cui diedi ricovero quand'ebbero il lor vascello incendiato, e la gioia del capitano del bastimento quando per opera mia si vide tornato a vita e libertà nel deserto ove aspettavasi di morire, e la gioia di me medesimo allorchè, dopo ventott'anni di cattività, trovai un buon bastimento pronto per ricondurmi al mio paese nativo. Potete immaginarvi se tutte queste precedenze non mi resero sempre più commosso al racconto di que' poveri sventurati.
LXXXII. Providenze per la colonia e banchetto di perfetta riconciliazione.
Dopo aver dato pienamente questo specchio dello stato delle cose che trovai quivi, mi spetta ora l'incarico di descrivere i principali provedimenti che diedi a favore di questi abitanti e la condizione in cui li lasciai. Era loro opinione, ed anche mia, che per l'avvenire non sarebbero più stati inquietati dai selvaggi e che, figurandosi anche il peggio, avrebbero potuto sterminarli se fossero venuti in forza doppia di quella de' precedenti. Su tal punto adunque non c'era di che pigliarsi fastidio.
Entrai pertanto in un serio discorso con lo Spagnuolo da me denominato il governatore su quanto concernea la futura loro dimora nell'isola. Già io non mi era portato ivi con l'idea di condurre via di lì alcuno di essi, e quando lo avessi fatto per qualcheduno, sarebbe stata un'ingiustizia in verso degli altri che forse l'avrebbero mal sentita di rimanere allorchè la loro forza fosse diminuita. D'altronde, io dissi loro in chiari termini che la mia intenzione era stata, non di levarli di lì, ma di migliorare la loro sorte perchè vi si stabilissero: in prova di che raccontai ai medesimi come avessi trasportato con me diverse maniere di sussidi efficaci a farli star bene; essere io abbondantemente fornito di quanto sarebbe stato necessario così alla loro sussistenza come alla loro difesa, ed avere in oltre condotte le tali e le tali persone con me a fine così di far nuove reclute alla colonia come perchè fossero utili agl'indispensabili bisogni della colonia stessa, e, professando ciascun di questi arti meccaniche, la mantenessero proveduta d'ogni cosa necessaria di cui difettò fin allora.
Mentre io parlava così, erano tutti convenuti intorno a me e Spagnuoli ed Inglesi, e prima di somministrare loro i sussidi che aveva portati meco, gl'interrogai uno per uno affinchè mi dicessero se avevano affatto dimenticati e coperti, come si suol dire, d'una pietra sepolcrale i primi astii, e se si sarebbero toccati scambievolmente la mano e promessi a vicenda una stretta amicizia ed unione d'interessi, tanto che non nascessero più risse o male intelligenze fra loro.
Fu primo a rispondermi con esuberanza di lealtà e buon umore Guglielmo Atkins:
‒ “Abbiamo avute tutti bastanti traversie per far giudizio e bastante numero di nemici dal di fuori per divenire tutti amici al di dentro. Dal canto mio, starei a patto di vivere e morire con questi compagni. E son sì lontano dall'avere cattivi disegni verso gli Spagnuoli, che confesso non m'aver essi fatto nulla più di quanto il mio cattivo temperamento rendea necessario; io anzi ne' panni loro avrei fatto peggio. Se volete (qui si volgeva a me) son pronto a chiederli di perdono pei tratti brutali e da vero matto che ho praticati verso di essi, nè desidero meglio del vivere con loro ne' termini di una piena amicizia e di fare tutto quanto dipende da me per convincerli di ciò. Circa al tornare nell'Inghilterra non mi curo di rivederla da qui a venti anni”.
Gli Spagnuoli non si stettero dal dichiarare, che se alla prima disarmarono Guglielmo Atkins e i suoi due compagni, gli aveva astretti a ciò la strana condotta dei medesimi, come ne aveano già fatte le anticipate proteste che mi ricordarono in conferma della necessità che gli spinse.
‒ “Ma poichè, soggiugneano, Guglielmo Atkins si è comportato sì valorosamente nella grande battaglia che abbiamo sostenuta co' selvaggi ed in altre successive occasioni; poichè si è mostrato sì fedele e affezionato all'interesse comune di tutti noi, dimentichiamo ogni cosa passata, e giudichiamo che debba essere fornito d'armi e proveduto di quanto gli bisogna al pari di tutti noi”.
E dell'essere soddisfatti di lui gli diedero una evidente prova col conferirgli il comando in secondo dopo il governatore; anzi per dimostrare sempre più la confidenza che avevano presa in lui e ne' suoi compagni, dichiararono essersela essi meritati per tutte quelle vie onde gli uomini d'onore s'acquistano la pubblica fede; accolsero indi di tutto cuore questa occasione per farmi certo che d'allora in poi non avrebbero mai avuti interessi separati gli uni dagli altri.
Dietro queste leali dichiarazioni, si convenne di autenticarle pranzando tutti in compagnia nel dì appresso, e fu veramente uno splendido banchetto. Feci venire su la spiaggia per apparecchiarlo il capo cuoco del nostro bastimento ed il suo aiutante, ai quali diede una mano il vecchio cuoco in secondo che, come sapete, avevamo nell'isola. Così pure ordinai si portassero a terra sei pezzi di manzo, quattro di porco salati tolti dalle nostre provisioni marittime; ne trassi pure due vasi da punch con gl'ingredienti per farlo, oltre a dieci fiaschetti di claretto di Bordò ed altrettanti di birra inglese, cose che i coloni spagnuoli ed inglesi non assaggiavano da tanti e tant'anni, onde non vi starò a dire se le aggradirono. Gli Spagnuoli aggiunsero del proprio cinque capretti che vennero arrostiti tutti interi e tre de'quali, mantenuti caldi con ogni cura, furono spediti ai marinai affinchè essi godessero delle nostre vivande fresche a bordo, mentre noi in terra facevamo onore alle loro carni salate.
Dopo questo banchetto condito della più innocente gioia, trassi a mano la provista di merci che avevo portate meco e, affinchè non nascessero dispute fra i coloni nel ripartirsele, gli avvertii che ce n'era abbastanza per tutti, pregandoli quindi a fare parti eguali delle robe stesse, ben inteso dopo che sarebbero state poste in opera. Per prima cosa distribuii tanta tela quanta bastava a fare per ognuno di loro quattro camicie, portate indi al numero di sei ad inchiesta degli Spagnuoli: conforti inenarrabili per quella povera gente che si era, per così dire, dimenticato l'uso di questi arredi, e che non sapea più che cosa fosse portarne in dosso. Aggiunsi que' leggieri tessuti Inglesi di cui v'ho parlato prima, perchè ognuno se ne facesse una specie di zimarra, genere di vestimento che per la freschezza e scioltezza sua giudicai più confacevole al calore del clima. Ordinai ad un tempo che quando quelle zimarre fossero fruste venissero rinovate secondo il bisogno di chi le portava. Aggiunsi in proporzione calze, scarpe, cappelli e simili minute cose.
Non vi so descrivere la contentezza che si leggea su i volti di quelle creature, piene di gratitudine alla cura ch'io m'era presa di loro e di gioia al vedersi così bene provedute. Chiamatomi ad una voce il loro padre, soggiunsero che, essendo in sì rimota parte del mondo sicuri d'un corrispondente qual era io, non s'accorgerebbero più di vivere in un deserto, e tutti spontaneamente si obbligherebbero meco a non abbandonare mai l'isola senza il mio assenso.
Allora presentai loro gli artefici che m'ero trasportati in mia compagnia, il sartore, il ferraio, i due carpentieri e specialmente quel mio ometto da tutti i mestieri, intorno al quale non potevano immaginarsi eglino stessi le cose in cui sarebbe stato ad essi utile il suo servigio. Il sartore per dare una prova del suo interessamento per loro si mise subito con mia licenza a tagliare la tela ch'io avea portata ed a fare una camicia ad ognuno: primo suo lavoro nell'isola e servigio anche più rilevante, perchè ammaestrò le donne a cucire, rattoppar panni, in somma a trattare l'ago, al qual fine le facea star presenti mentre egli tagliava e cuciva le camicie de' loro mariti e di tutti gli uomini della colonia.
Circa ai carpentieri ho poco bisogno di dire quanto giovassero. Il primo saggio che diedero di loro abilità a que' riguardanti fu mettere in mostra tutti gli sbozzi di lavoro di legname ch'io avea portati con me (robaccia informe di cui non avreste dato un quattrino) ingentilirli e in certa guisa animarli conformandoli a tavole, tavolini, sgabelli, credenze, scaffali, tutte in fine quelle suppellettili di cui la colonia mancava.
Ma per mostrare ad essi come la natura faccia gli artefici da sè stessa condussi i carpentieri alla casa fatta a paniere, com'io la chiamava, di Guglielmo Atkins, e confessarono entrambi di non aver mai veduto per l'addietro un simile esempio di naturale ingegno, nè una fabbrica nel suo genere sì regolare e disinvolta, onde un di loro, dopo averci pensato un pochino, mi si voltò additandomi l'edificatore della casa.
‒ “Quest'uomo non ha bisogno di noi: non avete a far altro che dargli stromenti”.
Allora misi in vista tutto l'arsenale de' miei stromenti dando a ciascuno una zappa, una pala e un rastrello, perchè d'aratri o vomeri non ne avevamo con noi; e in ciascuna divisione feci che si trovasse una vanga, un raffio, un'accetta e una sega, ordinando che qualunque volta questi arnesi si rompessero o logorassero ne venissero somministrati d'altri dal magazzino generale dello stabilimento. Quanto poi a chiodi grandi e piccoli, arpioni, martelli, scarpelli, coltelli, forbici e simili lavori di ferro di cui potevano abbisognare, n'ebbero senza contarli finchè ne domandarono; chè già nessuno volea chiederne oltre al suo bisogno, e sarebbe stata una pazzia troppo assurda il volerli sprecare senza costrutto; per l'uso poi del ferraio lasciai una scorta di ferro non lavorato.
Il magazzino di polvere e l'armeria da me assicurata loro fu tale e sì profusa che non dovettero se non allegrarsene. Basti il dire che d'allora in poi ognuno potè andare attorno, come faceva io, con un moschetto per spalla, se ne veniva il bisogno; laonde si trovavano in istato di combattere con buon esito contro a mille selvaggi ogni qual volta avessero il vantaggio della posizione, e questo vantaggio certo non se lo sarebbero lasciato sfuggire a norma de' casi.
Condussi meco a terra quel giovine la cui madre era morta di fame nel secondo degli sfortunati bastimenti da me incontrati nel viaggio, ed anche la cameriera. Era questa una giovine tanto saggia, ben allevata, piena di religione e fornita di sì dolci maniere, che ognuno le diceva una buona parola. Dovea, se si ha a dire la verità, essersela passata piuttosto male nel nostro bastimento ove non c'erano altre donne che lei; pure si rassegnò a tale molestia di buona grazia.
Dopo essere rimasti ella e il suo giovine padrone alcun poco nella mia isola, e veduto come tutte le cose vi erano in buon ordine ed in istato di prosperare sempre di più, considerando inoltre che non avevano affari nelle Indie Orientali, nè un motivo che gli spingesse ad imprendere un sì lungo viaggio, mi chiesero di poter rimanere quivi e di essere ammessi a far parte, com'essi dicevano, della mia famiglia, alla quale domanda acconsentii immediatamente. Venne per conseguenza assegnato loro un pezzo di terra ov'ebbero tre tende lavorate a vimini siccome la stanza di Atkins, presso la quale vennero innalzate. Furono ideate in modo le predette tende che ciascuna delle laterali era la loro separata stanza da letto, quella di mezzo una specie di guardaroba per riporvi le cose di ciascun d'essi e nella quale l'uno e l'altra convenivano pe' giornalieri lor pasti.
Quivi trasferirono le loro dimore anche gli altri due Inglesi, con che la mia isola venne ad essere composta di due colonie e nulla più: quella cioè degli Spagnuoli che col vecchio Venerdì e co' primi tre servi dimoravano nella mia fortezza protetta dal monte, sarebbesi detta la metropoli: quivi avevano estesi ed ampliati tanto i loro lavori, così nell'interno come al di fuori, che, se bene rimanessero celati ad ogni sguardo, vivevano assai al largo. Non si è mai dato l'esempio di una tal piccola città in mezzo ai boschi, tanto recondita che mille nomini, lo credo fermamente, avrebbero voluto durarla un mese girando l'isola, e (semprechè non fossero stati avvertiti dell'esistenza d'un tal nascondiglio, o non lo avessero cercato con deliberato proposito) non sarebbero giunti a scoprirlo. Gli alberi, già ve l'ho raccontato, erano sì folti, piantati in tanta vicinanza l'uno dell'altro, sì presti nel crescere, s'intrecciavano tanto fra loro che avrebbe bisognato atterrarli per accorgersi dell'abitazione cui faceano riparo; chè quanto ai due angusti ingressi per cui si perveniva nell'interno, non era sì facile l'indovinarli.
Un di essi era su l'orlo dell'acqua dal lato della piccola darsena e lontano più di duecento braccia dal luogo, l'altro conveniva superarlo in due tempi con una scala a mano, come ho già detto più volte. Notate di più che sul monte ove si poteva aver questo ingresso, era stata piantata, anche lì, una foltissima selva (larga più d'una bifolca) d'alberi, che v'è noto come crescessero rapidamente e s'intrecciassero insieme; e l'unico passaggio donde si potesse pervenire al sito ove si potea porre la scala, era un impercettibile vallo fra due di questi alberi.
L'altra colonia era quella di Guglielmo Atkins, or composta di quattro famiglie di Inglesi (cinque con la vedova di quello che morì in guerra) e de' loro figli e delle donne loro, dal giovine venuto con me e della cameriera, alla quale fu dato marito prima che io partissi dall'isola. Aggiugnete i due carpentieri il sartore e il ferraio, tutti individui utilissimi alla colonia, ma quest'ultimo più necessario di tutti, come armaiuolo per tener cura de' moschetti, fondamento principale della comune sicurezza. Non ci scordiamo per ultimo il mio famoso fa tutto, che contava, lui solo, per venti uomini, a tanti mestieri era adatto, e che oltre all'essere pieno d'ingegno rallegrava ognuno con la sua giocondità. Prima ch'io abbandonassi l'isola, gli demmo per moglie la giovane di cui si è fatta menzione poc'anzi.
LXXXIII. Il prete cattolico.
Poichè si è parlato ora di matrimonio, ciò mi trae naturalmente (e non si tarderà a vederne il perchè) a dir qualche cosa intorno all'ecclesiastico francese ch'io raccolsi a bordo insieme con l'altre vittime dell'incendio del lor bastimento. Egli è vero che questi era cattolico romano37; onde spiacerò forse ai miei leggitori protestanti interpolando a questa mia storia ricordanze onorevoli ad un uomo, che dovrei forse presentare sotto aspetto e colori men vantaggiosi a chi professa il mio culto, perchè era in primo luogo papista, in secondo luogo prete papista, per ultimo prete papista francese, ma la giustizia m'obbliga a non celare il suo nobile carattere. Ravvisai in lui un grave, moderato, pio, religiosissimo personaggio, esatto nell'adempimento dei doveri della vita, dotato della più estesa carità verso il prossimo, esemplare può dirsi in tutte l'opere sue. Chi potrà darmi torto se apprezzai i meriti d'un tal uomo, ancorchè professasse principii religiosi diversi in parte dai miei, ancorchè, in mia sentenza e in sentenza di una gran parte de' miei leggitori inglesi, in ordine a ciò s'ingannasse?
Fin dal primo momento che principiai a conversare con lui, e fu appena s'appigliò al partito di venir meco all'Indie Orientali, ebbi grande motivo di dilettarmi della sua compagnia, perchè traendo a mano soggetti di religione, ecco in qual modo sensato e cortese ad un tempo si esprimeva con me.
‒ “Signore, voi non solamente siete, dopo Dio (e qui si faceva il segno della croce) il salvatore della mia vita, ma datomi luogo nel vostro bastimento, avete avuta l'inestimabile cortesia di ammettermici siccome uno di vostra famiglia e di darmi un adito a parlarvi con franchezza e col cuor su le labbra. Ora, mio signore, voi vedete dal mio abito qual sia la mia professione di fede, e dal conoscervi inglese devo argomentare qual sia la vostra. Posso bensì credermi in obbligo, anzi lo sono, di adoperarmi in ogni occasione con tutte le mie forze allo scopo di condurre il maggior numero possibile d'anime a ravvisare il vero ed abbracciare il cattolicismo; ma trovandomi qui per effetto di una vostra condiscendenza ed entrato nella vostra famiglia, i riguardi della giustizia non meno che quelli della civiltà e della buona educazione mi costringono a dipendere dai vostri comandi; nè quindi mi piglierò la libertà d'istituire veruna discussione su que' punti religiosi in cui non andiamo d'accordo al di là di quanto ve ne mostraste mai desideroso voi stesso.
‒ Son tanto moderati ed onesti questi vostri propositi, gli risposi, che non posso non esservene grato. Egli è vero, apparteniamo ad una classe d'uomini che voi chiamate eretici, ma non sarete voi il primo Cattolico col quale mi fossi intertenuto senza cadere in isconvenevolezze o senza portare le discussioni ad un punto che divenissero troppo calde. Voi non sarete trattato con minori riguardi per essere d'opinione diversa dalla nostra, e ci regoleremo sempre in modo che, se negli scambievoli ragionamenti si venisse a qualche proposito men gradevole o ad una parte o all'altra, non ne sia mai nostra la colpa.
‒ Son persuaso, egli soggiunse, che i nostri parlari andranno sempre disgiunti da tal genere di dispute, perchè non è mio stile il tirare a mano punti di religione nel conversare, e mi farò un piacevole studio di ravvisare in voi piuttosto un gentiluomo amabile in compagnia, che un dogmatico. Qualunque volta soltanto desideraste voi stesso intertenervi in quistioni di tal natura, non mi ristarei dal secondarvi, e in tal caso spero che mi concedereste la libertà di difendere le mie opinioni quali potessero parervi; ma, ve lo ripeto, semprechè non ci concorresse la vostra volontà e permissione, non entrerò mai io primo in tali propositi. Certo nel mio interno non desisterò mai da quanto credo mio uficio di sacerdote e di buon Cristiano per impetrare da Dio ogni prosperità al vostro bastimento e a quanto vi si contiene; e spero bene che, quantunque non vi associereste forse alle mie preghiere, mi sarà lecito il pregare Dio per voi, cosa che farò sempre quando ve ne sarà l'occasione”.
Tale era lo stile delle nostre conversazioni; tale il suo contegno in cui si scorgeva non solamente l'uomo cortese e nobilmente educato, ma, se non presumo troppo del mio discernimento, l'uomo dotato d'un finissimo raziocinio e credo anche l'uom dotto.
Interessantissimo fu il racconto ch'egli mi fece della storia della sua vita e de' molti straordinari eventi, delle molte avventure occorsegli ne' pochi anni da che girava il mondo: tra le quali la più singolare riguardava il presente viaggio in cui ebbe la mala sorte d'imbarcarsi di sbarcar cinque volte senza mai raggiugnere il paese ove erano destinati i vascelli che lo avevano a bordo. Imbarcatosi con l'intenzione di recarsi alla Martinica, in un bastimento che veleggiava alla volta di San Malò, le fortune del mare danneggiarono tanto quel legno che lo costrinsero ripararsi alla foce del Tago, e mettere a terra le sue mercanzie e i suoi passeggieri a Lisbona. Trovato quivi un vascello portoghese pronto a salpare per Madera, e credendo che giunto in questo porto non gli sarebbe difficile il procacciarsi un imbarco per la Martinica, vi entrò; ma il capitano, marinaio piuttosto mal pratico, sbagliò i conti della sua stima, e approdò invece a Fyal, ove, per dir vero, accadde a questo capitano di vender bene il suo carico che era grano. Ma in grazia di questo abbandonata l'idea di portarsi a Madera, divisò cercare invece l'isola di May per farvi una grossa prevista di sale e trasferirsi con questo nuovo carico a Terra Nuova, Il povero prete francese, avuto di grazia d'andare dove andava quel bastimento, ebbe, se vogliamo, un ottimo, viaggio sino ai Banchi della pesca. Quivi incontratosi in un legno francese destinato per Quebec sul fiume del Canadà, e di lì alla Martinica, per portarvi provigioni, sperò finalmente aver trovato l'opportunità di effettuare questo viaggio sospirato sì lungo tempo, ma giunto a Quebec, morì il capitano del bastimento che non potè andare più avanti. S'imbarcò dunque per tornare in Francia in quel vascello che poi prese fuoco... Questa storia già la sapete, e sapete come fosse imbarcato con noi per l'Indie orientali. Cosi egli ebbe disgrazia in cinque viaggi, tutti fatti può dirsi in un viaggio solo, oltre agli altri casi intervenutigli, e che avrò motivo di accennare.
Ma per non rendere la mia digressione più lunga con la storia d'altri uomini torno alla mia propria: a quanto concerne cioè gli affari dell'isola. Il buon sacerdote venne a cercarmi una mattina perchè alloggiò sempre vicino a me nel tempo di questo mio soggiorno, e mi trovò appunto su l'atto di andare a visitare la colonia degli Inglesi nella più remota parte dell'isola, siccome vi è noto.
‒ “Son due o tre giorni, mi disse in assai grave aspetto, che desidero un'occasione d'intertenermi con voi d'alcuni oggetti su cui spero non vi dispiacerà l'ascoltarmi, perchè, credo, che collimino con la generalità delle vostre brame intese affatto alla prosperità della vostra colonia e al fine ancora di vederla più che non lo è stata forse finora, almeno io penso così, nella via delle benedizioni di Dio.
‒ Come, signore! (me gli volsi un po' bruscamente perchè quest'ultima parte del suo discorso m'avea fatto alquanto, lo confesso, saltare la mosca al naso) come, signore, potete voi dire che non siamo nella via delle benedizioni di Dio, dopo sì visibili assistenze e prodigiose liberazioni che abbiamo vedute qui co' nostri occhi e delle quali vi ho fatto un così lungo racconto?
‒ Se aveste avuto la compiacenza di lasciarmi finire (diss'egli con grande modestia e prontezza ad un tempo) avreste capito che non c'era qui nessun motivo di accigliarvi, molto meno di farmi il torto d'attribuirmi l'idea di negare le prodigiose assistenze e liberazioni divine di cui mi parlate. Penso ottimamente di voi, e credo per conseguenza che voi siate su questa via delle celesti benedizioni, e che i vostri disegni sieno eccellenti, e che anderanno a buon termine. Ma benchè, signor mio, questa cosa sia vera oltre ogni possibile quanto a voi, vi sono tra la vostra gente alcuni le cui azioni non sono su la strada della rettitudine, e ben sapete che nella storia de' figli d'Israele, un solo Acano nel campo bastò a far ritirare la benedizione di Dio da tutti gli altri e ad armarne la mano punitrice su trentasei individui non complici delle colpe del reo, i quali ciò non ostante percossi dalla divina vendetta, portarono il peso di tale castigo.
Dio mio! (esclamai commosso grandemente da un simile discorso) voi mi citate un fatto verissimo, e vedo tanto candore nel vostro discorso, e lo trovo sì religioso di sua natura che mi pento d'averlo interrotto. Vi prego dunque continuarlo. Unicamente, poichè prevedo che non sarà sì breve, e dovendo io trasferirmi ora a veder le piantagioni inglesi, mi fareste un piacere se venendo con me lo proseguiste lungo la strada.
‒ Tanto più volentieri vi accompagnerò, perchè ci rechiamo appunto su la scena delle cose di cui bramo intertenervi”.
Facemmo dunque insieme questa gita, durante la quale lo pregai a dirmi francamente tutto quello che aveva a raccontarmi.
LXXXIV. Suggerimenti del prete cattolico lungo la via.
‒ “Dunque, signore, cominciò il prete, concedetemi di premettere alcune cose che saranno siccome il fondamento di quanto mi prefiggo dirvi. Possiamo benissimo voi ed io non differire nelle massime generali anche non accordandoci praticamente in qualche opinione particolare. Primieramente differiamo in alcuni punti del dogma, ed è una grande sfortuna nel caso presente, come lo dimostrerò in appresso; ma ciò non toglie il nostro comune accordo nell'esistenza di certi principii, come sarebbe a dire che v'è un Dio; che questo Dio, avendoci date certe determinate regole per servirlo e obbedirgli, noi non dobbiamo offenderlo volontariamente e a nostra saputa, sia col trascurare le cose da lui comandante, sia col far quelle che espressamente egli ha proibite. Passi pure quanta differenza si vuole tra le nostre religioni, siamo tutt'a due ad una nel riconoscere che le benedizioni di Dio non potranno piovere su chi audacemente ne trasgredisce i comandi, e che ogni buon Cristiano dee sentire una grave afflizione se v'è gente posta sotto la sua tutela che viva in una totale dimenticanza di Dio e della sua legge. Non vale la qualità di protestanti ne' vostri subordinati, comunque d'altronde io la pensi su ciò; non vale questa qualità a far sì ch'io non mi affligga per l'anime loro, e ch'io non m'adoperi, se ciò dipende da me, affinchè stiano lontani più che è possibile dallo stato di ribellione verso il lor creatore, specialmente se mi date licenza di toccare un tale argomento.
‒ Vi confesso che finora non capisco a che tenda il vostro discorso; pure vi do facoltà di dire quel che volete, e vi ringrazio anzi della premura che vi prendete per noi. Vi prego dunque a spiegarmi le particolarità che hanno incorsa la vostra riprensione, affinchè, come Giosuè, per non dipartirmi dalla vostra parabola, io possa allontanare quanto v'ha di maladetto da noi.
‒ Ebbene, signore, profitterò della libertà che mi concedete. Sono tre le cose che, se non erro, si oppongono ai vostri sforzi per chiamare le benedizioni del cielo su questa colonia, e che m'allegrerei molto di vedere rimosse per amore e di voi e di tutti. Mi riprometto anzi che verrete affatto dalla mia poichè ve le avrò indicate; specialmente perchè non dubito di non farvi convinto che ciascuno di questi sconci può con grande facilità e vostro massimo soddisfacimento essere riparato. Primieramente, signore, voi avete qui quattro Inglesi che vivono con donne prese fra i selvaggi, che se le tengono in qualità di mogli, che da tutte hanno avuto figli, benchè non sieno state sposate in alcun modo determinato e legale, siccome comandano le divine leggi e le umane, e quindi a senso delle une e delle altre sono in uno stato permanente di fornicazione, se non d'adulterio. So bene, signore, mi risponderete, che non c'era ecclesiastico nè
cattolico nè non cattolico nell'isola per celebrare la cerimonia delle nozze; nè penna o inchiostro o carta onde stipulare un contratto di matrimonio e farlo sottoscrivere dai contraenti. So ancora quanto vi è stato detto dal governatore spagnuolo: vale a dire il patto che obbligò i compagni di queste donne a sceglierle con una data regola ed a vivere spartatamente con la donna scelta; ma questo è anche ben lontano dall'essere un matrimonio; qui non c'è per parte delle donne nessuna sorta di consenso che le qualifichi mogli; il consenso fu unicamente fra gli uomini per allontanare da loro ogni cagione di risse. Signore l'essenza del sacramento del matrimonio (egli parlava da prete romano38) consiste non solo nel mutuo consenso delle parti che promettono riguardarsi scambievolmente siccome moglie e marito, ma nel formale e legale obbligo inerente al contratto e che costringe l'uomo e la donna a riconoscersi sempre legati insieme in questa maniera: l'uomo ad astenersi in ogni tempo da tutt'altra donna, a non contrarre altre nozze finchè vive la moglie presente, e in qualunque occasione a provedere, fin dove la sua possibilità lo comporta, di sostentamento la moglie ed i figli; e le donne dal canto loro, mutatis mutandis, soggiacciono agli obblighi stessi. Guardate, signore! Questi uomini, se ne viene ad essi il talento, o se loro ne capita l'occasione, piantano lì le mogli, sconoscono i propri figli, li lasciano morire di fame, si pigliano altre donne, e le sposano mentre le prime sono ancora viventi. E vi pare (nel dir così s'infervorò fortemente) che con questa licenza sfrenata di vivere si onori Dio? E potete immaginarvi, comunque buoni sieno in sè stessi ed intesi sinceramente a buon fine i vostri sforzi a pro di questa colonia, che la benedizione di Dio li coroni sintantochè permettete a costoro, che or sono, può dirsi, vostri sudditi, perchè posti sotto il vostro governo e dominio, il vivere in uno stato di manifesto adulterio?”
Confesso che mi fece una forte impressione la cosa in sè stessa, ma molto più i vigorosi argomenti posti in opera dal mio interlocutore per dimostrarla; perchè, se bene non vi fosse verun ecclesiastico nell'isola, pure un formale contratto, consentito dalle parti alla presenza di testimoni e confermato da qualche segno riconosciuto obbligatorio dai contraenti, non fosse stato altro che una stipa rotta, onde costringere gli uomini a riconoscere in ogni occasione quelle donne per loro mogli, a non abbandonare mai nè queste nè i loro figli, e a porre sotto simili vincoli le donne, tutto ciò sarebbe stato almeno un matrimonio legale agli occhi di Dio; e fu una grave trascuranza il prescinderne. Ma per parte mia credei spacciarmela presto col mio giovine prete.
‒ “Considerate, gli dissi, che ciò accadde mentre io non era qui. Son tanti anni da che quegli uomini vivono con quelle donne che, se fosse anche un adulterio, non c'è più rimedio. Come volete che non sia fatto quello che è fatto?
‒ Signore, degnatevi d'avere pazienza, soggiunse il prete che non volle menarmela buona. Finchè dite che la cosa essendo seguita nel tempo della vostra assenza voi non potete essere imputato di quella parte di colpa avete ragione; ma ve ne supplico, non vi lusingate di non essere tuttavia sotto il più stretto obbligo di far finire lo scandalo. Come potete sperare, ammettendo ancora che il passato stia a carico di chi si vuole, come potete sperare che tutte le colpe dell'avvenire non pesino affatto su la vostra coscienza? Perchè egli è certo che il porre un termine al disordine è cosa in vostra mano, e che nessuno lo può fuori di voi”.
Io fui sì duro d'intelletto in quel momento che non lo intesi a dovere. Io mi figurava che con le parole far finire lo scandalo volesse dirmi: “Dovete rompere questo consorzio, non permettere che quegli uomini continuino a vivere con quelle donne”, che sarebbe stato un dirmi: “Mettete in confusione tutta quanta l'isola”. Gli feci dunque rimostranze in conformità, ed egli parve assai maravigliato ch'io lo avessi tanto franteso,
‒ “No, mio signore; non intendo consigliarvi che separiate quelle creature; ma bensì che le teniate d'ora in poi unite in un legittimo ed effettivo vincolo coniugale. E poichè il mio cerimoniale per congiungerli in matrimonio potrebbe non accomodarvi, benchè valido anche secondo le vostre leggi, vi è lecito adoperare que' mezzi di cui qui potete disporre per rendere un matrimonio legale agli occhi di Dio e degli uomini; vale a dire mediante un contratto firmato dall'uomo e dalla donna e dai testimoni presenti, matrimonio che verrà riconosciuto regolare da tutti i codici dell'Europa”.
Rimasi attonito al vedere una pietà sì verace, uno zelo che partiva tanto dal cuore, oltre all'ammirazione destatasi in me allo scorgere in lui una così insolita imparzialità ne' discorsi che si riferivano alla sua chiesa, e una tanto sincera sollecitudine per la salvezza di persone che conosceva appena, e con le quali non aveva alcuna sorta di relazione; ed era certo un interessarsi alla loro salvezza il toglierle dal trasgredire i comandamenti di Dio; in somma un tanto esempio di virtuosa carità non l'ho mai rinvenuto altrove. Dopo essermi impressi ben nella mente tutti i suoi suggerimenti, e quanto mi disse sul matrimonio fatto con una scrittura, ch'io pure sapea poter essere valido, ricapitolai il tutto e gli dissi:
‒ “Ravviso giuste e altrettanto cortesi dalla parte vostra le osservazioni che mi avete fatte. Parlerò con questi individui appena giunto alla loro abitazione; non vedo anzi un motivo per cui possano avere difficoltà di essere sposati tutti da voi, e capisco benissimo che anche nel mio paese un tal matrimonio si avrebbe per legale ed autentico, come se fosse seguito col ministero di qualcuno del nostro clero”.
Come la cosa andasse poi a terminarsi lo narrerò più tardi.
‒ “Or ve ne supplico, soggiunsi, ditemi la seconda delle cose che vi danno dispiacere, riconoscendomi intanto debitore a voi d'immensa gratitudine per avermi fatto notare la prima rinovandovene i miei più vivi ringraziamenti.
‒ Ebbene; anche su questa seconda cosa vi parlerò con la stessa franchezza e ingenuità e spero accoglierete il mio dire in buona parte come avete fatto rispetto all'altra. Benchè quegl'Inglesi vostri sudditi (quel buon prete gli andava chiamando così) sieno vissuti circa sette anni con quelle donne, abbiano insegnato loro a parlare l'inglese ed anche a leggerlo, benchè le donne stesse sieno, a quanto ho potuto discernere, dotate di sufficiente intendimento e capaci d'istruzione, pure i così detti loro mariti non hanno pensato finora ad ammaestrarle in nulla che riguardi la religione cristiana, in nulla, in nulla affatto! Quelle poverette non sanno nemmeno che ci sia un Dio, nè che bisogni adorarlo, nè in qual modo vada adorato e servito; non le hanno fatte accorte che la loro idolatria o adorazione a che cosa, non lo sanno tampoco esse, è falsa ed assurda. È questa una negligenza imperdonabile e tale che Dio ne potrebbe domandare ad essi il più stretto conto e fors'anche strappar dalle loro mani il frutto delle loro fatiche (oh quanto affetto e fervore metteva nel dir tali cose!). Io son persuaso che, se questi uomini vivessero nei barbari paesi donde hanno levate quelle donne, i selvaggi si darebbero per farli idolatri, per condurli ad adorare il demonio, maggiori pensieri di quanti al certo se ne presero questi Inglesi per istruire le loro donne nella conoscenza del vero Dio. Badatemi, signore. Benchè io non professi il vostro culto, nè voi il mio; pure non vi so esprimere il contento che avrei se quelle schiave del demonio e suddite del suo regno imparassero almeno i principii più generali del cristianesimo; se arrivassero se non altro ad udire parlare di Dio, d'un Redentore, della risurrezione e d'una vita avvenire. Queste cose le crediamo pur tutti! almeno sarebbero più vicine ad entrar nel grembo della vera chiesa di quello che ci sieno adesso professando in pubblico l'idolatria e l'adorazione del demonio”.
Qui noti potei più rattenermi; me lo strinsi al petto, lo abbracciai con effusione di tenerezza.
‒ “Oh! quanto io sono stato lontano, esclamai, dall'intendere i doveri più essenziali d'un Cristiano e dall'amare sì estesamente l'interesse della chiesa cristiana e dell'anime degli uomini di tutta la terra! Appena ho capito che cosa voglia dire, che obblighi porti con sè l'esser Cristiano!
‒ Non dite così, caro signore; le cose addietro non avvennero per vostra colpa.
‒ No; ma perchè non me le presi a cuore al pari di voi?
‒ Non è ancor troppo tardi, egli soggiunse. Non v'affrettate tanto a condannarvi da voi medesimo.
‒ Ma che cosa posso farci io? Vedete che sto per partire!
‒ Mi date la permissione che parli di ciò a que' poveri uomini?
‒ Si, con tutto il cuore; e gli obbligherò a prestar tutta l'attenzione a quanto sarete per dir loro.
‒ In quanto a questo, diss'egli, lasciamo operare la misericordia di Dio. Quanto a voi, non pensate ad altro che a continuar loro la vostra assistenza, ad incoraggiarli, ad istruirli, e poichè mi accordate questa permissione, non dubito con l'aiuto di Dio di non condurre quelle povere ignoranti creature sotto il grande pallio della cristianità, e cìò anche prima della vostra partenza.
‒ Non solo vi do questa permissione, ma la accompagno con mille rendimenti di grazie”.
Quanto accadde in ordine a ciò si collega col terzo punto delle cose riprovevoli che or lo pregai fervorosamente a schiarirmi.
‒ “Veramente, egli mi disse, è alcun che della stessa natura, e continuerò, se me lo permettete, a parlare con la stessa espansione d'animo e sincerità di prima. Si tratta ora di que' poveri selvaggi che sono, posso dire, vostri sudditi di conquista. Vi è una massima, signore, che è, o dovrebbe essere adottata da tutti i Cristiani, a qualunque chiesa o supposta chiesa appartengano; ed è quella di propagare la fede cristiana con tutti i possibili mezzi ed in tutte le occasioni possibili. Fondata su questo principio, la nostra chiesa manda missionari nella Persia, nell'India e nella China; e quelli del nostro clero anche collocati ne' più alti gradi, imprendono volontari i più rischiosi viaggi, s'adattano a dimorare con estremo pericolo fra uomini barbari e sanguinolenti col solo fine d'insegnar loro a conoscere il vero Dio, e d'indurli ad abbracciare il cristianesimo. Voi qui, signore, avete tale opportunità di condurre dall'idolatria alla conoscenza di Dio trentasei o trentasette poveri selvaggi che io non comprendo, ve lo confesso, come vi siate lasciata sfuggire questa occasione di fare un'opera buona per cui sarebbe un tempo preziosamente impiegato l'intera vita d'un uomo”.
Rimasi mutolo all'udire questo rimprovero, nè trovai una parola per rispondere. Mi stava innanzi lo spirito del verace zelo di un Cristiano pel suo Dio e per la sua religione (ch'io qui non faceva distinzione nel genere di particolari principii professati), ed io per l'addietro non aveva mai avuto nel mio cuore un sentimento di questa natura, e credo forse che non ci avrei mai pensato. Io riguardava que' selvaggi semplicemente come schiavi, e se avessimo avuto in che farli lavorare gli avremmo trattati in tal qualità, o saremmo stati ben contenti di farli trasportare in qual si fosse parte del mondo; perchè tutto l'affar nostro era spacciarci di loro e avremmo avuto la massima soddisfazione di saperli in qualunque remota contrada purchè non vedessero più mai la nativa. Ma questa volta, lo ripeto, mi pose in tanto imbarazzo un tale discorso che non seppi qual cosa rispondere. Si accôrse alcun poco di questo stato. dell'animo mio il buon prete, onde mi disse affettuosamente:
‒ “Signore, mi spiacerebbe se vi avessi offeso in qualche maniera.
‒ No, no; non m'offendo con altri, gli risposi, che con me stesso; ma non vi so or descrivere in quale stato di confusione si trovi il mio spirito non tanto al riflettere che non ho mai posto mente alle cose che mi dite adesso, quanto al pensare che non mi resta più il tempo di riparare la mia ommissione. Le circostanze che mi stringono in questo momento voi le sapete. Mi vedo obbligato al viaggio dell'Indie Orientali in un bastimento ammannito da una società di negozianti verso de' quali commetterei una patente ingiustizia se lo tenessi qui in ozio su l'áncora consumando le vettovaglie e i salari dei marinai a scapito de' proprietari. Egli è vero che ho per patto la permissione di fermarmi su questa spiaggia dodici giorni ed anche otto di più, purchè paghi tre lire sterline per ogni giornata che lascio trascorrere oltre alle dodici. Tredici ne sono trascorse. Capite come io sia affatto fuor del caso d'accingermi alla missione che mi proponete, quando mai non lasciassi andare il bastimento senza di me; ed in tal caso se questo vascello che non ne ha d'altri in compagnia pericolasse, tornerei nelle medesime strette tra cui mi vidi alla prima, e dalle quali fui liberato per un vero miracolo”.
Confessava anch'egli ch'io era ad un arduo partito; ma non si stava dal farmi comprendere con belle maniere che metteva su la mia coscienza la soluzione di questo problema: se il far la beatitudine di trentasette anime non valeva il rischio di quanto un uomo ha su la terra? Io poi, devo dirlo, mi mostrai men tenero di cuore di lui, onde me gli voltai.
‒ “Certo, mio signore, la è una bella cosa farsi lo stromento della conversione di trentasette eretici; ma voi siete un ecclesiastico e chiamato espressamente e naturalmente dal vostro ufizio a tal genere di sante opere. Come va che non vi offerite voi per tale incarico in vece di stimolar me?”
All'udir questo mi guardò in faccia, e poichè camminavamo l'uno a fianco dell'altro mi fermò facendomi un inchino.
‒ “Ringrazio con tutto il cuore Dio e voi, mio signore, per vedermi sì evidentemente chiamato ad un'opera tanto caritatevole. Se dunque le vostre circostanze vi rendono difficil cosa l'assumervi un tale incarico, e lo credete ben affidato a me, eccomi pronto, e ravviso una felice ricompensa a tutti i rischi e travagli che ho sofferti in quest'i