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I Fiori del Male
Titolo: I Fiori del Male
Autore: Charles Baudelaire
Anno di pubblicazione: 1857
Genere: Raccolta di poesie
Lingua: Italiano
Lingua originale: Francese
Audiolibro: Ascolta

(Anteprima, 24 kbit)

Pubblicato il: 2014-04-25
:

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CARLO BAUDELAIRE
I FIORI DEL MALE
CON LA PREFAZIONE
DI
T. GAUTIER
E L'AGGIUNTA DI STUDI CRITICI
DI
SAINT-BEUVE, C. ASSELINÉAU,
B. D'AUREVILLY, E. DESCHAMPS, ECC.
PRIMA TRADUZIONE ITALIANA IN PROSA
DI
RICCARDO SONZOGNO
CASA EDITRICE SONZOGNO – MILANO
della Società An. ALBERTO MATARELLI
Via Pasquirolo, 14 Printed in Italy
A Edoardo Sonzogno.
A te, zio mio, per l'affetto padre, offro riconoscente questa modesta prova di lavoro; e – certo che nell'intelligente bontà dell'animo tuo saprai perdonare la povertà del tentativo – dirò a te le poche parole che avrei voluto rivolgere al lettore.
Delle opere e della vita di C. Baudelaire parlano diffusamente: Teofilo Gautier nella Prefazione ai Fiori del male, ricordando in quello studio critico l'originalità della concezione e l'inestimabile pregio – per lungo tempo disconosciuto – di quel capolavoro; Sainte-Beuve, di Custine, Deschamps, in lettere inviate a Baudelaire; Barbey d'Aurevilly, ed Asselinau in altri studi critici, che – seguendo l'esempio dell'autore – raccolsi in appendice.
Il mio compito si limita a quello modesto del traduttore in prosa. Non pensai neppure ad una traduzione ritmica che oggi ancora – a lavoro compiuto – ritengo impossibile. Certo si potrebbe recare in versi qualcuna delle composizioni meno caratteristiche, ma – pur disperando di raggiungere la perfezione dell'originale – il numero ne sarebbe troppo esiguo. 5468" title="">Nessuno potrà nè dovrà – a mio avviso – tentare la traduzione in poesia dell'opera completa.
Chi mai saprebbe rendere la fluidità e la sonorità del verso, la realtà selvaggia e la ferocia magistrale delle espressioni, l'intensità, l'originalità e la freschezza delle concezioni, costringendo le imagini e le parole nel verso? Se un ingegno superiore vi si attentasse – pur riuscendo a darci una buona traduzione – forse verrebbe di molto scemata la personalità squisita di quel temperamento d'artista originale ed esuberante; certo non potrebbe conservare quella sapiente struttura architettonica – che ricorda Dante e il divino poema – per la quale tutte le poesie, singolarmente perfette, concorrono alla perfezione ultima, con una mirabile unità di concetto e di forma. Una sola lieve dissonanza diventerebbe un'atroce stonatura, guastandone la complessa armonia; e l'opera d'arte – incantevole arco di meraviglie – cadrebbe in rovina.
Ecco perchè la mia traduzione è in prosa. E neppur questa mi salvò dall'incontrare grandi difficoltà. Ho conservato l'asprezza e la crudezza della frase, nulla aggiungendo e nulla togliendo, attenendomi coscienziosamente all'originale, e presento alla critica un lavoro scrupolosamente accurato, senza la pretesa della perfezione.
E la soddisfazione dell'opera mia sarebbe completa, se potessi, nell'Italia nostra, contribuire col povero ingegno mio al movimento di riparazione – già iniziato in Francia da qualche anno ed ora quasi compiuto – verso la pallida ombra del poeta che ebbe una vita tanto agitata, per avere fedelmente seguito quello che egli – con la triste rassegnazione degli esseri d'intelletto, delle anime malate d'infinito e assetate d'ideale – chiamava il suo doloroso programma.
Milano, settembre 1893.
Riccardo.
CARLO BAUDELAIRE
La prima volta che incontrammo Baudelaire fu verso la metà del 1849, all'Hôtel Pimodan, dove occupavamo, vicino a Fernando Boissard, un appartamento fantastico, che comunicava col suo per mezzo di una scala appartata nascosta nella profondità del muro, e nel quale dovevano aleggiare le ombre delle belle dame amate un tempo da Lauzun.
Colà abitava pure la superba Maryx che, giovanissima ancora, servì da modello per la Mignon di Scheffer, e, più tardi, per La gloria che distribuisce corone, di Paolo Delaroche, e quell'altra bellezza, allora in tutto il suo splendore, dalla quale Clésinger trasse La Donna del serpente, quel marmo nel quale il dolore rassomiglia al parossismo del piacere e che palpita con una intensità di vita che lo scalpello non aveva mai conseguita e che non verrà mai superata.
Carlo Baudelaire era ancora un talento sconosciuto, che nell'ombra si preparava alla luce, con quella volontà tenace che in lui raddoppiava l'inspirazione; ma il suo nome cominciava già a diffondersi fra i poeti e gli artisti, con un fremito d'aspettativa, e la giovane generazione, che succedeva alla grande generazione del 1830, pareva contasse molto su di lui. Nel misterioso cenacolo, dove si delineano le riputazioni dell'avvenire, era ritenuto il più forte. Avevamo spesso udito parlare di lui, ma non conoscevamo nessuna delle sue opere.
Il suo aspetto ci colpì: egli aveva i capelli cortissimi e del più bel nero; e quei capelli, che facevano delle punte regolari sulla fronte d'una smagliante bianchezza, lo adornavano come di un casco saraceno; gli occhi, color tabacco di Spagna, avevano uno sguardo spirituale, profondo e di una penetrazione forse troppo insistente; la bocca poi, adorna di denti bianchissimi, nascondeva, sotto i baffi leggieri e morbidi che ne ombreggiavano il contorno, alcune sinuosità mobili, voluttuose ed ironiche come le labbra delle figure dipinte da Leonardo da Vinci; il naso, fine e delicato, un po' arrotondato, dalle nari palpitanti, pareva fiutasse vaghi profumi lontani; una fossetta pronunciata accentuava il mento come l'ultimo colpo di pollice dello statuario; le guancie, accuratamente rase, contrastavano, per la tinta bluastra vellutata dalla polvere di riso, col colorito vermiglio degli zigomi; il collo, d'una eleganza e di una bianchezza femminea, usciva snello dal colletto arrovesciato della camicia e da una stretta cravatta di madras delle Indie a quadretti.
Il suo vestito si componeva di un soprabito di stoffa nera e lucente, di calzoni color nocciuola, di calze bianche e di scarpe verniciate, il tutto meticolosamente lindo e corretto, con una cert'aria studiata di semplicità inglese e quasi col proposito di allontanarsi dalla maniera degli artisti dal cappello a cencio, dagli abiti di velluto, dai camiciotti rossi, dalla barba incolta e dalla capigliatura scarmigliata. Nulla di troppo nuovo o di troppo appariscente in quel severo abbigliamento.
Carlo Baudelaire apparteneva a quel dandysme sobrio che raschia i proprî abiti colla carta smerigliata per toglier loro quel lucido festivo od affatto nuovo tanto caro al bottegajo e tanto ingrato al vero gentiluomo. In seguito, anzi, si tolse anche i baffi, trovando ch'era un resto di antica eleganza pittoresca che gli sembrava puerile e triviale conservare. Spoglia in tal modo d'ogni pelo superfluo, la sua testa ricordava quella di Lorenzo Sterne, somiglianza accresciuta dall'abitudine che aveva Baudelaire d'appoggiare, quando parlava, l'indice alla tempia; e questa è, come si sa, la posa del ritratto dell'umorista inglese, posto in principio delle sue opere.
Tale è l'impressione fisica che in quel primo incontro lasciò in noi il futuro autore dei Fiori del male.
Nei Nuovi Camei Parigini, di Teodoro di Banville, uno dei più cari e costanti amici del poeta di cui rimpiangiamo la perdita, noi troviamo questo ritratto di gioventù e, diremo così, avanti lettera. Ci sia permesso di qui trascrivere quelle linee di prosa uguali in perfezione, ai più bei versi; esse danno di Baudelaire una fisionomia poco nota e presto cancellata che là soltanto esiste: «Un ritratto dipinto da Emilio Deroy, e che è uno dei pochi capolavori compiuti dalla pittura moderna, ci mostra Carlo Baudelaire a vent'anni, nel momento in cui, ricco, felice, amato, già celebre, scriveva i suoi primi versi, acclamati da quella Parigi che detta leggi a tutto il resto del mondo! O esempio raro d'un viso veramente divino, che riunisce tutte le fortune, tutte le forze e le seduzioni più irresistibili!
«Le sopracciglia sono pure, allungate e coprono dolcemente la sua palpebra orientale, calda, vivamente colorita; l'occhio nero, profondo, pieno di fuoco, carezzevole ed imperioso, guarda, scruta, interroga e riflette tutto ciò che lo circonda; il naso, grazioso, ironico, dai tratti accentuati e dall'estremità un po' arrotondita e pronunciata, fa subito pensare alla celebre frase del poeta: La mia anima si libra sui profumi, come quella degli altri uomini sulla Musica! La bocca è arcuata, già affinata dallo spirito, ma ancora porporina e ricorda lo splendore dei frutti. Il mento è rotondo, ma di un rilievo forte, potente come quello di Balzac. Tutto quel volto è di un pallore caldo, bruno, sotto il quale traspaiono i toni rosei di un sangue generoso e bello; una barba giovanile, ideale, di giovine 2509" title="">Iddio, adorna quel pallore; la fronte alta, vasta, disegnata energicamente, è ornata da una nera e folta capigliatura ondeggiante e inanellata, che, come quella di Paganini, ricade sopra un collo da Achille o da Antinoo!»
Non bisognerebbe accettare questo ritratto tal quale, perchè veduto attraverso il prisma della pittura e della poesia, e abbellito da una doppia idealizzazione; ma non è per questo meno sincero e non fu meno esatto a suo tempo. Carlo Baudelaire ha avuto il suo momento di suprema bellezza, e lo constatiamo giusta questa testimonianza fedele. È raro che un poeta, un artista, sia conosciuto sotto il suo primo e piacevole aspetto. La celebrità non giunge che più tardi, quando già le fatiche dello studio, la lotta della vita e le torture delle passioni hanno alterata la fisionomia primitiva e non rimane di lui che una maschera avvizzita, sulla quale il dolore ha stampato le sue impronte e tracciate le sue rughe. È quest'ultima imagine, che ha anch'essa la sua bellezza, quella che si ricorda. Tale è stato, giovanissimo, Alfredo di Musset. Lo si sarebbe detto Febo o Apollo in persona colla sua bionda capigliatura, e il medaglione di David ce lo raffigura quasi sotto l'aspetto di un dio. A quella singolarità che sembrava rifuggire da ogni affettazione si mesceva una certa fragranza esotica e come un lontano profumo delle terre più amate dal sole. Ci fu detto che Baudelaire aveva viaggiato per molto tempo nell'India, e tutto fu spiegato.
Contrariamente ai costumi un poco liberi degli artisti, Baudelaire teneva all'osservanza delle più rigide convenienze, e la sua cortesia era eccessiva fino a sembrare manierata. Misurava le frasi, non adoperava che i più scelti vocaboli e diceva certe parole con un tono particolare, come se avesse voluto sottolinearle, e dar loro una misteriosa importanza. Aveva nella voce delle «italiche e maiuscole iniziali». La caricatura, tenuta in onore nell'Hôtel Pimodan, egli la sdegnava, ma si permetteva il paradosso e la frase spinta. Semplicemente, con tutta naturalezza, come se avesse pronunciato una banalità alla Prudhomme sulla mitezza o sul rigore della temperatura, egli avventava qualche assioma satanicamente mostruoso, o sosteneva, a sangue freddo, qualche teoria di una stravaganza matematica, perchè aveva un metodo rigoroso sullo svolgimento delle sue follìe. Il suo spirito non si manifestava nè coi motti, nè colle frasi ad effetto, ma intravedeva le cose da un punto di vista speciale, che alterava le linee, come quelle degli oggetti guardati a volo d'uccello o in un soffitto, e afferrava dei nessi inapprezzabili per gli altri, la bizzarra logica dei quali vi colpiva. I gesti erano lenti, rari, sobri, misurati, come raccolti, poichè aveva l'orrore del gestire dei meridionali. Non gli piaceva neppure la volubilità della parola, e la flemma britannica gli pareva di buon genere. Si può dire di lui che era un dandy perduto fra la bohème, ma conservandosi il suo grado, il suo fare e quel culto di sè stesso che caratterizza l'uomo imbevuto dei principî di Brummel.
Tale ci apparve in quel primo incontro, il cui ricordo ci par di ieri, e potremmo disegnare a memoria il quadro.
Eravamo in quel gran salone del più puro stile Luigi XIV, coll'intavolato a dorature brunite, dal cornicione artistico sul quale qualche allievo di Lessueur o di Poussin aveva dipinto delle ninfe inseguite da satiri attraverso i canneti, secondo il gusto dell'epoca. Sul vasto camino di marmo dei Pirenei color dell'agata, chiazzato di bianco e di rosso, sorgeva, a mo' di pendola, un elefante dorato e bardato come l'elefante di Poro nella battaglia di Lebrun, che portava sul dorso una torre da guerra, sulla quale stava un quadrante smaltato, colle cifre azzurre. Divani e poltrone erano antichi, coperti di stoffe dai colori smunti, rappresentanti soggetti di caccia dipinti da Oudry o Desportes. È in quel salone che si tennero le sedute del club degli haschischins (mangiatori di haschisch), del quale facevamo parte e che abbiamo descritte altrove, colle loro estasi, i loro sogni e le loro allucinazioni, seguite da così profondi abbattimenti.
Come già dicemmo, il padrone di casa era Fernando Boissard, i cui capelli biondi, corti e ricciuti, il volto bianco e vermiglio, l'occhio grigio scintillante di spirito, le labbra rosse e i denti di perla sembravano affermare un'esuberanza di vita e di salute alla Rubens e promettere una lunga esistenza. Ma ahimè! chi può leggere nel destino? Boissard, a cui non mancava nulla per essere felice, e che non aveva neppure conosciuto la spensierata miseria dei figli di famiglia, si è spento, son già parecchi anni, dopo avere per lungo tempo sopravvissuto a sè stesso, di una malattia analoga a quella di cui è morto Baudelaire. Boissard era un giovane che aveva le migliori qualità, l'intelligenza più viva; comprendeva tanto la pittura quanto la poesia e la musica, ma forse in lui il dilettante nuoceva all'artista e l'ammirazione gli rubava troppo tempo: si esauriva in entusiasmi.
Nessun dubbio che, se la ferrea necessità lo avesse costretto, sarebbe riuscito un pittore eccellente.
Il successo che ottenne al Salone il suo Episodio della ritirata di Russia ce ne sta garante in modo indubbio. Ma, senza abbandonare la pittura, si lasciò distrarre da altre forme d'arte: egli suonava il violino, organizzava dei quartetti, decifrava Bach, 547" title="">Beethoven, Meyerbeer e Mendelssohn, studiava le lingue, scriveva della critica e faceva bellissimi sonetti. Era un gran voluttuoso in fatto d'arte, e nessuno più di lui si è beato nell'ammirazione dei capolavori con maggiore raffinatezza di passione e di sensualità; a forza d'ammirare il bello, si dimenticava d'esprimerlo, e gli sembrava d'aver reso quando aveva profondamente sentito. La sua conversazione era attraente, piena di festività e di sorprese; egli aveva, rara dote, la trovata del motto e della frase, e, quando parlava, ogni sorta d'espressioni gradevolmente bizzarre, dai concetti italiani alle agudezzas spagnuole, passava dinanzi ai vostri occhi, come fantastiche figure di Callot in atteggiamenti graziosi e piacevoli.
Al par di Baudelaire, amante delle sensazioni squisite, fossero pure pericolose, volle conoscere quei paradisi artificiali che, più tardi, vi fanno pagare a caro prezzo le loro estasi fallaci, e l'abuso dell'haschisch ha senza dubbio guastato quella salute sì robusta e fiorente. Questo ricordo di un amico della nostra giovinezza, col quale abbiamo vissuto sotto il medesimo tetto, d'un romantico di buona lega dimenticato dalla gloria, perchè amava troppo quella degli altri per pensare alla sua, nonsarà fuor di posto in questo scritto, destinato a servir di prefazione alle opere complete d'un morto, amico ad entrambi.
Nel giorno di quella visita c'era anche Giovanni Feuchères, lo scultore della razza dei Giovanni Goujon, dei Germano Pilon, e dei Benvenuto Cellini, i cui lavori, pieni di gusto, d'invenzione e di grazia, sono scomparsi quasi tutti, accaparrati dall'industria e dal commercio, e fatti passare, e ben lo meritavano, sotto i nomi più illustri per essere venduti a più caro prezzo ai ricchi amatori, che realmente non restavano truffati. Oltre al suo talento di scultore, Feuchères possedeva uno spirito straordinario d'imitazione, e nessun attore sapeva incarnare un tipo al par di lui.
Egli è l'inventore di quei comici dialoghi del sergente Bridais e del fuciliere Pitou, il cui repertorio s'è prodigiosamente accresciuto e che provocano ancora ai giorni nostri un riso irresistibile. Feuchères è morto pel primo, e, dei quattro artisti riuniti allora nel salone dell'Hôtel Pimodan, io solo sopravvivo.
Sul canapè, quasi coricata e col gomito appoggiato a un cuscino, in una immobilità di cui aveva contratto l'abitudine nella pratica della posa, Maryx, con una veste bianca bizzarramente costellata di bioccolini rossi, simili a goccie di sangue, ascoltava distratta i paradossi di Baudelaire, senza lasciar trapelare la minima sorpresa sul suo volto del più puro tipo orientale, mentre faceva passare gli anelli dalla mano sinistra nei diti della destra, mani perfette come il suo corpo, di cui il modello ha conservato la bellezza.
Presso la finestra, la donna dal serpente (non è conveniente darle qui il vero suo nome) dopo aver gettato su di una poltrona il suo mantello di pizzo nero, e il più delizioso cappellino verde che mai abbia raffazzonato Lucy Hoquet o M.me Baudrand, scuoteva i suoi bei capelli d'un bruno fulvo ancor umido, perchè ella veniva dalla scuola di nuoto, e da tutta la sua persona adorna di mussolina esalava, come da una naiade, il fresco profumo del bagno. Con l'occhio e col sorriso ella incoraggiava quel torneo di parole e lanciava di quando in quando il suo motto, beffando ed approvando a vicenda, e la lotta ricominciava più animata.
Sono passate quelle ore felici di ozio, nelle quali dei decameroni di poeti, di artisti e di vaghe donne si riunivano per parlare d'arte, di letteratura e di amore, come ai tempi del Boccaccio. Il tempo, la morte, le imperiose necessità della vita, hanno disperso quei gruppi di libere simpatie, ma ne rimane caro il ricordo in quanti ebbero la fortuna di esservi ammessi, ed è con un involontario senso di tenerezza che scriviamo queste righe.
Poco tempo dopo quell'incontro, Baudelaire venne a trovarci portandoci un volume di versi da parte di due amici assenti. Egli stesso ha raccontano quella visita, in una nota letteraria che fece su di noi, in termini così pieni di rispettosa ammirazione, che non oseremmo trascriverli. Da quel giorno nacque fra noi un'amicizia nella quale Baudelaire volle sempre serbare l'attitudine di un discepolo preferito accanto ad un maestro simpatico, quantunque non dovesse l'ingegno che a sè stesso e alla sua originalità. Mai, neppure in mezzo alla più grande familiarità, egli venne meno a quella deferenza che giudicammo eccessiva e dalla quale l'avremmo volentieri dispensato. Egli l'attestò altamente e parecchie volte, e la dedica dei Fiori dei 54" title="">Male, che ci è indirizzata, consacra nella sua forma lapidaria l'espressione assoluta di questo sentimento amichevole e poetico.
Se insistiamo su questi particolari non è per noi, ma perchè ritraggono un aspetto non conosciuto di Baudelaire. Questo poeta che si tentò di far credere una natura satanica, innamorata del male e della depravazione (letterariamente, s'intende) sentiva al più alto grado l'amore e l'ammirazione. Ora, ciò che distingue Satana è che non può nè ammirare, nè amare. La luce lo ferisce e la gloria è per lui uno spettacolo insopportabile che lo costringe a velarsi gli occhi colle sue ali di pipistrello. 5468" title="">Nessuno, neppure ai tempi più caldi del romanticismo, ebbe più di Baudelaire il rispetto e l'ammirazione dei maestri. Sempre egli era pronto ad arder loro l'incenso che meritavano, e ciò senza ombra di servilità, senza fanatismo di seguace, poichè era egli stesso un padrone che aveva il suo regno, il suo popolo e che batteva moneta al suo conio.
Sarebbe forse opportuno, dopo aver dato due ritratti di Baudelaire in tutto lo splendore della giovinezza e nella pienezza delle sue forze, rappresentarlo quale è stato negli ultimi anni della sua vita, prima che il male avesse steso la mano su lui e suggellato quelle labbra che non dovevano più parlare quaggiù. Il suo volto era dimagrato e come spiritualizzato, gli occhi parevano più grandi, il naso era più fine, e le labbra chiuse misteriosamente sembrava custodissero sarcastici misteri. Sulle gote, al vermiglio d'un tempo si mescevano dei toni gialli, come di sole o di stanchezza. La fronte, un po' sguernita di capelli, sembrava più vasta e più solida; pareva tagliata nel marmo. Dei capelli setosi, lunghi, finissimi, già più rari e quasi tutti bianchi incorniciavano quel volto invecchiato e pur giovine, e gli davano un aspetto quasi sacerdotale.
Carlo Baudelaire è nato a Parigi il 21 aprile 1821, via Hautefeuille, in una di quelle vecchie case che portavano agli angoli una torricella a guisa di specola, che un'edilizia troppo amante della linea retta e delle larghe vie, ha certo fatto sparire. Era figlio del signor Baudelaire, vecchio amico di Condorcet e di Cabanis, uomo distintissimo, assai istruito e che conservava quella squisita cortesia di modi del diciottesimo secolo, che i costumi rozzi e pretensiosi dell'èra repubblicana non avevano cancellati quanto si crede. Questa qualità rimase al poeta, che conservò sempre modi di una urbanità squisita. Non appare che nei primi anni Baudelaire sia stato un fanciullo miracolo ed abbia colto molti allori negli esami al collegio. Stentatamente, anzi, superò gli esami di dottore in lettere e fu ricevuto quasi per grazia. Sopraffatto senza dubbio da domande imprevedute, quel giovine, d'uno spirito così arguto e d'una così reale cultura, parve quasi un idiota. Non abbiamo affatto l'intenzione di fare di quell'apparente inettezza un brevetto di capacità. Si può ottenere un primo premio e avere molto ingegno. In questo fatto non bisogna scorgere che l'incertezza dei pronostici che si vorrebbero trarre dalle prove accademiche. Nello scolaro, spesso distratto e pigro, o forse occupato d'altro, a poco a poco si va formando l'uomo reale, invisibile pei parenti e pei professori. Il signor Baudelaire venne a morire, e sua moglie, la madre di Carlo, si rimaritò col generale Aupick, che fu poi ambasciatore a Costantinopoli. Ben presto sorsero dissensi in famiglia per la vocazione precoce che dimostrava il giovane Baudelaire per le lettere. Quei timori, che provano i genitori allorchè il gusto funesto della poesia si manifesta nei loro figli, sono pur troppo legittimi; ed è a torto, secondo noi, che nelle biografie dei poeti si rimprovera ai padri ed alle madri d'essere inintelligenti e prosaici. Hanno ragione. A quale esistenza triste, precaria e miserabile, e non parliamo delle difficoltà economiche, si consacra quegli che si getta nella via dolorosa che si chiama la carriera delle lettere! Esso può da quel giorno considerarsi come cancellato dal novero degli umani: l'azione si arresta per lui; non vive più, è come spettatore della vita. Ogni sensazione è per lui un motivo di analisi. Involontariamente si sdoppia, e in mancanza d'altro soggetto, diventa la spia di sè stesso. Se gli manca il cadavere, si stende sulla lastra di marmo nero e, per un prodigio frequente in letteratura, caccia lo scalpello nel proprio cuore. E che lotta accanita coll'Idea, questo Proteo inafferrabile che assume tutte le forme per sfuggire alla vostra stretta e che non rivela il suo oracolo se non quando lo si è costretto a mostrarsi sotto il suo vero aspetto!
Quell'Idea, quando spaurita e palpitante ci sta sotto al ginocchio che l'ha vinta, bisogna rialzarla e coprirla colla veste dello stile, così difficile a tessere, a tingere, a disporre in pieghe severe o leggiadre. In quel lavoro, che dura a lungo, i nervi si eccitano, il cervello s'infiamma, la sensibilità si esalta; e giunge la nevrosi colle sue inquietudini bizzarre, le sue insonnie piene di allucinazioni, le sofferenza indefinibili, i capricci morbosi, le depravazioni fantastiche, le ammirazioni e le ripugnanze senza motivo, le pazze energie e le prostrazioni snervanti, la ricerca di eccitanti e l'avversione per qualunque sano nutrimento. Non esageriamo le tinte; più di una morte recente ne garantisce l'esattezza. E parliamo soltanto dei poeti che hanno ingegno, visitati dalla gloria e che almeno sono caduti in seno al loro ideale. Che avverrebbe se scendessimo in quei limbi nei quali vagiscono, colle ombre degli infanti, le vocazioni nate morte, i tentativi falliti, le larve d'idee, che non trovano nè ali, nè forme, perchè il desiderio non è potenza, l'amore non è possesso!... La fede non basta: ci vuole il talento. In letteratura, come in teologia, le opere non sono nulla senza la Grazia.
Benchè non sospettino quell'inferno di angoscie, poichè per conoscerlo bene bisogna essere discesi per quelle spire sotto la guida, non di un Virgilio o di un Dante, ma di un Lousteau, di un Luciano di Rubempré e di qualunque altro giornalista di Balzac, i genitori presentono istintivamente i pericoli e i dolori della vita letteraria od artistica e cercano d'allontanarne i figli che amano e ai quali desiderano nella vita una posizione umanamente felice. Una volta sola, dacchè la terra gira intorno al sole, vi furono un padre ed una madre che desiderarono ardentemente di avere un figlio per consacrarlo alla poesia. A quel fanciullo fu a tale scopo impartita l'educazione letteraria più brillante, e, per un'enorme ironia del destino, diventò Chapelain, l'autore della Pulzella!
Era, lo si ammetterà, aver proprio disgrazia!
Per dare un altro indirizzo alle sue idee nelle quali si ostinava, lo si fece viaggiare. Fu mandato assai lontano. Imbarcato sopra un vascello e raccomandato al capitano, percorse i mari dell'India, vide l'isola Maurizio, l'isola Borbone, Madagascar, forse Ceylan, alcuni punti della penisola del Gange, ma non rinunziò affatto al disegno d'essere un letterato. Invano si tentò d'interessarlo al commercio; la vendita della sua paccotiglia gli dava poco pensiero. Un traffico di buoi, per nutrire di beefsteacks gli inglesi dell'India, non gli sorrise maggiormente, e di quel viaggio di lungo corso non riportò che un ricordo abbagliante che durò per tutta la sua vita. Ammirò quel cielo nel quale scintillano costellazioni sconosciute in Europa, quella magnifica e gigantesca vegetazione dai profumi penetranti, quelle pagode eleganti e bizzarre, quelle faccie brune e quei lunghi paludamenti bianchi, tutta quella natura esotica, così calda, così potente, così piena di colore, e ne' suoi versi frequenti ricordi lo riconducono, dalle nebbie e dal fango di Parigi, verso quelle contrade di luce, di azzurro e di profumi. In fondo alla pagina più sobria spesso si schiude uno spiraglio dal quale, invece di neri fumajuoli e di tetti grigi, si scorge il mare azzurro dell'India o qualche spiaggia dalle sabbie d'oro percorsa lievemente da una malabarese mezzo ignuda con un'anfora sul capo. Senza voler penetrare più che non sia lecito nella vita del poeta, si può supporre che fu durante quel viaggio ch'egli fu colto da quell'amore per la Venere nera, per la quale ebbe sempre un culto.
Quando fu di ritorno da queste lontane peregrinazioni l'ora della sua maggiore età era suonata; non v'era più ragione – neppure pecuniaria, poichè era ricco, per qualche tempo almeno – d'opporsi alla sua vocazione. Si era affermato colla resistenza agli ostacoli, e nulla l'aveva potuto distrarre dal suo scopo. Alloggiato in un piccolo appartamento, sotto i tetti di quel medesimo Hôtel Pimodan nel quale lo incontrammo poi, come abbiamo già raccontato, egli incominciò quella vita di lavoro interrotto e ripigliato senza posa, di studî disparati e di ozio fecondo, che è quella di ogni letterato che cerca la sua via. Baudelaire la trovò presto. Scorse, non di qua, ma di là del romanticismo, una terra inesplorata, una specie di Kamciatka aspro e selvaggio, ed è al suo più estremo limite che si edificò, come dice Sainte-Beuve che lo teneva in gran pregio, un chiosco, o piuttosto una yourte di un'architettura bizzarra.
Parecchie fra le poesie che si leggono nei Fiori del male erano già scritte. Baudelaire, come tutti i poeti nati, ebbe fin da principio una forma propria e fu padrone del suo stile, che accentuò e rese più terso in seguito, ma nel medesimo senso. Baudelaire fu spesso accusato di essere studiosamente bizzarro, originale per posa e a qualunque costo, e sopratutto fu tacciato di manierismo. È questo un punto sul quale è bene soffermarci prima di andare più oltre. Vi hanno di quelli che sono naturalmente manierati. La semplicità sarebbe in essi una pura affettazione e come una specie di manierismo in senso opposto. Essi dovrebbero cercare a lungo e lavorar molto per essere semplici. Le circonvoluzioni del loro cervello si ripiegano in guisa che le idee vi si contorcono, s'intrecciarlo e prendono la forma di spirale invece di seguire la linea retta. I pensieri più complessi, più sottili, più intensi sono quelli che si affacciano ad essi pei primi. Essi scorgono le cose sotto un angolo speciale, che ne modifica l'aspetto e la prospettiva. Di tutte le imagini, le più bizzarre, le più insolite, le più fantasticamente lontane dal soggetto trattato, sono quelle che più specialmente li colpiscono, e sanno unirle alla trama del loro pensiero con un filo misterioso, subito ritrovato. Lo spirito di Baudelaire era fatto così, e dove la critica ha voluto vedere il lavoro, lo sforzo, l'esagerazione e il parossismo del sistema, non v'era che il libero e spontaneo manifestarsi di una individualità. Quelle pagine di versi, di un sapore così squisitamente strano, chiusi in fiale così ben cesellate, non gli costarono più che ad un altro un luogo comune con una cattiva rima.
Baudelaire, pure avendo pei grandi maestri passati l'ammirazione che meritano storicamente, non credeva che si dovessero scegliere a modelli: ad essi era toccata la fortuna di giungere alla gioventù del mondo, all'alba, per così dire, dell'umanità, quando nulla ancora era stato espresso, ed ogni forma, ogni imagine, ogni sentimento aveva come un fascino di novità verginale. I grandi luoghi comuni che costituiscono il fondo del pensiero umano erano allora in tutto il loro fiore, e bastavano a persone semplici che parlavano ad un popolo bambino. Ma, a forza d'essere ripetuti, quei temi di poesia si erano logorati come le monete che circolano troppo e perdono la loro impronta; e d'altra parte la vita, fatta più complessa, più ricca di nozioni e d'idee, non era più rappresentata da quelle composizioni artificiali, fatte secondo lo spirito d'un altro tempo. Quanto attrae la vera innocenza, altrettanto v'irrita e vi disgusta la furberia che finge di non sapere.
La qualità del XIX secolo non è precisamente l'ingenuità, ed esso ha bisogno, per esprimere il suo pensiero, i suoi sogni e i suoi postulati di un idioma un po' più complesso della lingua detta classica. La letteratura è come la giornata: essa ha il mattino, il meriggio, la sera e la notte. Senza discutere inutilmente per sapere se sia preferibile l'aurora al crepuscolo, bisogna dipingere nell'ora in cui ci si trova, con una tavolozza che abbia tutti i colori richiesti per rendere gli effetti di quell'ora. Il tramonto non ha forse le sue bellezze, come le ha il mattino? Quel rosso di rame, quell'oro verde, quelle tinte di turchesi che si fondono col zaffiro, che ardono e si scompongono nel grande incendio finale, quelle nubi dalle strane forme, mostruose, penetrate da getti di luce e che sembrano la catastrofe gigantesca di una Babele aerea, non offrono forse tanta poesia come l'aurora dalle dita di rosa, che certo non disprezziamo? È da tanto tempo che le Ore che precedono il carro del Giorno, nel soffitto di Guido, sono volate via!
Il poeta dei Fiori del male amava quello che si chiama impropriamente lo stile della decadenza, e che non è altro se non l'arte pervenuta a quel punto di estrema maturità cui volgono, prossime al tramonto, le civiltà che invecchiano: stile ingegnoso, complicato, sapiente, pieno di gradazioni e di ricercatezze, estendente sempre i limiti della lingua, che prende qualche cosa a tutti i vocabolarî tecnici, colori a tutte le tavolozze, note a tutti i tasti, sforzandosi ad esprimere l'idea in quello che ha di più ineffabile, e la forma ne' suoi contorni più vaghi e fuggevoli, ascoltando, per tradurle, le confidenze sottili della nevrosi, le confessioni della passione che, invecchiando, si deprava, e le strane allucinazioni dell'idea fissa, che volge alla follìa.
Questo stile di decadenza è l'ultima parola del Verbo che tutto deve esprimere e spinto all'ultimo limite.
A proposito di Baudelaire si può ricordare la lingua già striata dalle chiazze verdognole della decomposizione e come infrollita del basso impero romano, e le raffinatezze complicate della scuola bisantina, ultima forma dell'arte greca caduta in deliquescenza; ma è l'idioma necessario e fatale dei popoli e delle civiltà nei quali la vita fittizia si è sostituita alla vita naturale ed ha sviluppato nell'uomo bisogni sconosciuti. Del resto non è cosa facile questo stile disprezzato dai pedanti, poichè esprime idee nuove con nuove forme e con parole che ancora non furono udite. All'opposto dello stile classico, ammette l'ombra, e in quell'ombra si agitano confuse le larve delle superstizioni, i torvi fantasmi dell'insonnia, i terrori notturni, i rimorsi che trasaliscono e guardano indietro al più piccolo rumore, i sogni mostruosi, le fantasie oscure delle quali il giorno si stupirebbe, e tutto ciò che l'anima in fondo al suo più profondo ed ultimo recinto accoglie di tenebroso, di difforme e di vagamente orribile.
Dopo ciò si capisce bene che le millequattrocento parole del dialetto di Racine non bastino all'autore che si è imposto l'arduo compito di esprimere le idee e le cose moderne nel loro infinito complesso e nei loro molteplici colori. Così Baudelaire che, malgrado i suoi pochi successi agli esami, era un buon latinista, preferiva certamente a Virgilio e a Cicerone, Apulejo, Petronio, Giovenale, sant'Agostino e Tertulliano, il cui stile ha il nero splendore dell'ebano. Giungeva fino al latino chiesastico, a quelle prose e a quegli inni in cui la rima rappresenta l'antico ritmo obliato, e ha indirizzato sotto questo titolo: Franciscæ meæ Laudes, «ad una modista erudita e devota» (questi sono i termini della dedica), una composizione latina con rime, in quella forma che Brizeux chiama ternaria, e che consta di tre rime che si seguono invece d'intrecciarsi alternamente come nella terzina dantesca. A questo scritto bizzarro va unita una nota non meno singolare, che qui trascriviamo perchè spiega, corrobora quello che abbiamo detto sugl'idiomi della decadenza:
«Non sembra al lettore, come a me, che la lingua dell'ultima decadenza latina – estremo sospiro di una persona robusta, già trasformata e preparata alla vita spirituale – sia specialmente propria ad esprimere la passione quale l'ha sentita e compresa il mondo poetico moderno? Il misticismo è l'altro polo di quella calamita di cui Catullo e la sua schiera, poeti brutali e puramente epidermici, non hanno conosciuto che il polo della sensualità. In quella lingua meravigliosa, il solecismo e il barbarismo mi sembrano rendere le negligenze forzate di una passione che si oblìa e si beffa delle regole. Le parole, accolte sotto un concetto nuovo, rivelano la bella imperizia del barbaro del Nord ginocchioni in faccia alla bellezza romana. Perfino il bisticcio, quando attraversa quei pedanti balbettamenti, non rappresenta la grazia selvaggia e barocca dell'infanzia?»
Non bisognerebbe spingere, però, quest'idea troppo lungi. Baudelaire, quando non deve esprimere qualche deviazione curiosa, qualche lato recondito dell'anima o delle cose, adopera una lingua pura, chiara, corretta e di una esattezza tale che i più difficili non vi troverebbero nulla a ridire. Ciò appare sopratutto nella sua prosa, nella quale tratta soggetti più alla mano e meno astrusi che nei versi, quasi sempre di una estrema concettosità. Quanto alle dottrine filosofiche e letterarie, le sue erano quelle di Edgardo Poe, che ancora non aveva tradotto, ma col quale aveva affinità singolari. Gli si possono applicare le frasi che scriveva sull'autore americano nella prefazione alle Storie straordinarie: «Egli considerava il progresso, la grande idea moderna, come un'estasi d'illuso e chiamava i perfezionamenti dell'abitacolo umano: cicatrici e abominî rettangolari... Non credeva che all'immutabile, che all'eterno e al self-same e godeva, crudele privilegio, in una società amante di sè stessa, di quel gran buon senso alla Machiavelli, che cammina davanti al saggio come colonna luminosa attraverso il deserto della storia.» – Baudelaire aveva assolutamente in orrore i filantropi, i progressisti, gli utilitarî, gli umanitarî, gli utopisti e tutti quelli che pretendono di mutare qualche cosa all'invariabile natura e alla struttura fatale delle società. Non vagheggiava nè la soppressione dell'inferno, nè quella della ghigliottina pel maggior comodo dei peccatori e degli assassini; non credeva che l'uomo sia nato buono e ammetteva la perversità originale come un elemento che si ritrova nelle anime più pure, perversità, cattiva consigliera che spinge l'uomo a far ciò che gli è funesto, appunto, perchè tale e pel piacere di violare la legge, senz'altro gusto fuorchè la disobbedienza, all'infuori di ogni sensualità, d'ogni profitto, d'ogni piacere. Quella perversità la segnalava e la flagellava negli altri come in sè stesso, come uno schiavo colto in fallo, ma astenendosi da qualunque sermone, perchè la considerava come irrimediabile, dannata. È dunque a torto che alcuni critici di vista corta hanno accusato Baudelaire d'immoralità, tema comodo per blaterare alla mediocrità gelosa e sempre bene accolta dai farisei e dai J. Prudhommes.
5468" title="">Nessuno ha professato per le laidezze dello spirito e le brutture della materia una più alta ripugnanza. Odiava il male come una deviazione dalla matematica e dalle norme e, da perfetto gentiluomo, lo disprezzava come sconveniente, ridicolo, borghese e sopratutto laido. Se ha spesso trattato soggetti laidi, ripugnanti e morbosi, fu per quella specie di orrore e di fascino che fa scendere l'uccello magnetizzato verso la gola impura del serpente; ma più di una volta, con vigoroso colpo d'ala, rompe il fascino e risale verso le regioni più azzurre dello spiritualismo. Avrebbe potuto imprimere sul suo sigillo, come divisa, queste parole: Spleen e ideale, che sono il titolo della prima parte del suo volume di versi. Se il suo mazzo si compone di fiori strani, dai colori metallici, dal profumo vertiginoso, il cui calice, invece di rugiada, contiene lacrime acri o goccie di acqua tofana, egli può rispondere che non ne spuntano altri nella terra, nera e satura di putredine come il suolo d'un cimitero, della civiltà decrepita, in cui si dissolvono fra i miasmi mefitici i cadaveri dei secoli passati; certo i vergiss-mein-nicht, le rose, le margherite, le viole, sono i fiori più leggiadramente primaverili, ma non ne germogliano molti nel nero fango della gran città, e d'altronde Baudelaire, se ha il senso del gran paesaggio tropicale, dove appajono come in sogno degli alberi di un'eleganza bizzarra e gigantesca, non è che mediocremente commosso dai piccoli recessi campestri del suburbio; e non sarebbe egli che andrebbe in visibilio come i filistei di Enrico Heine, in faccia alla romantica fioritura del verde novello, o sarebbe rapito in estasi al canto dei passeri. Egli ama seguire l'uomo pallido, irrigidito, convulso dalle passioni fittizie, e il tedio moderno attraverso le sinuosità di quest'immensa madrepora di Parigi, coglierlo nel suo malessere, nelle sue angoscie, nelle sue miserie, nelle sue prostrazioni ne' suoi eccitamenti, nelle sue nevrosi e ne' suoi eccessi di disperazione. Come nodi di vipere sotto il letame smosso, egli guarda formicolare i cattivi istinti nascenti, le ignobili abitudini pigramente sdrajate nel fango, e, a quello spettacolo che lo attrae e lo respinge, egli attinge una inguaribile malinconia, perchè non si ritiene migliore degli altri e soffre nel vedere la tersa vòlta dei cieli e le caste stelle velate da vapori immondi.
Si capisce bene come con simili idee Baudelaire fosse per l'autonomia assoluta dell'arte e non ammettesse che la poesia avesse altro scopo fuor di sè stessa, ed altra missione da adempiere fuorchè eccitare nell'animo del lettore la sensazione del bello nel senso assoluto della parola.
A questa sensazione giudicava necessario, in questi tempi poco ingenui, di aggiungere un certo effetto di sorpresa, di meraviglia, di rarità. Egli rifuggiva, in poesia, per quanto era possibile, dall'eloquenza, dalla passione e dalla verità modellata con troppa esattezza.
Così, come non si devono adoperare nella statuaria i pezzi modellati sul vivo egli voleva che prima di penetrare nella sfera dell'arte, ogni oggetto subisse una metamorfosi che appropriava a quell'ambiente, idealizzandolo e allontanandolo dalla realtà triviale.
Questi principî possono destare stupore quando si leggono certe poesie di Baudelaire, nelle quali egli sembra cercare l'orribile con voluttà; ma non bisogna lasciarsi ingannare: quell'orrore è sempre trasfigurato pel carattere e per l'effetto, da un raggio alla Rembrandt, o da un tratto grandioso alla Velasquez, che rivela la razza sotto la lercia difformità. Rimescolando nella sua caldaja ogni genere d'ingredienti, fantasticamente bizzarri e cabalisticamente velenosi, Baudelaire può dire, come le streghe di Macbeth: «Il bello è orribile, l'orribile è bello». Questa specie di bruttezza cercata non è dunque in contradizione collo scopo supremo dell'arte, e brani quali I sette vecchi e Le vecchiette hanno strappata al san Giovanni poetico che sogna nella Patmos di Guernesey questa frase che caratterizza così bene l'autore dei Fiori del male: «Voi avete dotato il cielo dell'arte di non so quale raggio macabro; voi avete creato un brivido nuovo.»
Ma non è, per così dire, che l'ombra dell'ingegno di Baudelaire, quell'ombra di un rosso ardente e di un azzurro freddo che gli giova a far valere il tocco essenziale e luminoso. C'è della serenità in quell'ingegno così nervoso, così febbrile e in apparenza così tormentato. Sulle alte cime è tranquillo: pacem summa tenent.
Ma, invece di scrivere quali siano le idee del poeta a questo proposito, è ben più semplice lasciargli la parola:
«...La poesia, per poco che si voglia discendere in sè stessi, interrogare la propria anima, evocare i proprî ricordi d'entusiasmo, non ha altro scopo che sè medesima; non può averne altro, e nessun poema sarà mai grande, nobile, veramente degno del nome di poema, come quello che sarà stato scritto unicamente pel piacere di scrivere un poema.
«Non intendo dire che la poesia non nobiliti i costumi – mi si comprenda bene – che il suo risultato finale non sia quello di elevare l'uomo al di sopra degl'interessi volgari. Sarebbe evidentemente un'assurdità. Io dico che se il poeta ha avuto di mira uno scopo morale, ha diminuito la sua forza poetica, e non è temerario scommettere che l'opera sua sarà cattiva. La poesia non può, a costo di morire o di decadere, assimilarsi alla scienza o alla morale. Essa non ha per oggetto la Verità, ma solamente Sè stessa. I modi per dimostrare la verità sono altri ed altrove. La Verità non ha che fare colle canzoni; tutto ciò che costituisce il fascino, la grazia, l'irresistibile di una canzone toglierebbe alla verità la sua autorità e il suo potere. Fredda, calma, impassibile, la natura dimostrativa respinge i diamanti e i fiori della Musa: essa è dunque assolutamente l'opposto della natura poetica.
«L'intelletto puro mira alla Verità, il Gusto ci addita la 255" title="">Bellezza e il Senso morale c'insegna il Dovere. È vero che il senso medio ha connessioni intime coi due estremi e non è separato dal senso morale che da una differenza così lieve, che Aristotele non ha esitato a classificare tra le virtù qualcuna delle sue delicate operazioni. Così, quello che esacerba sopratutto l'uomo di gusto allo spettacolo del vizio, è la sua deformità, la sua sproporzione. Il vizio offende il giusto e il vero, rivolta l'intelletto e la coscienza; ma, come un oltraggio all'armonia, come dissonanza, ferirà specialmente certi spiriti poetici, e non credo che sia scandaloso considerare qualunque infrazione alla morale, al bello morale, come una specie di colpa contro il ritmo e la prosodia universale.
«È questo ammirabile ed immortale istinto del bello che ci fa considerare la terra e i suoi spettacoli come un saggio, una rispondenza del cielo. La sete insaziabile di tutto ciò che è al di là e che la vita vela, è la prova più viva della nostra immortalità. È per la poesia e attraverso la poesia, per la musica e attraverso la musica, che l'anima intravede gli splendori che sono oltre la tomba. E quando uno squisito poema chiama le lagrime sulle ciglia, quelle lagrime non sono la prova di un eccesso di piacere, ma piuttosto della malinconia irritata di una natura esiliata nell'imperfetto, che vorrebbe impadronirsi immediatamente, anche su questa terra, di un paradiso rivelato.
«Così il principio della poesia è, strettamente e semplicemente, l'aspirazione comune verso una bellezza superiore, e la manifestazione di questo principio consiste in un entusiasmo, in un'elevazione dell'anima, entusiasmo indipendente affatto dalla passione, che è l'ebrezza del cuore, e dalla verità, che è il pascolo della ragione.
«Perchè la passione è cosa naturale, fin troppo naturale, per non ferire e stonare colla bellezza pura; troppo famigliare e troppo violenta per non scandalizzare i puri Desiderî, le graziose Malinconie e le nobili Disperazioni che abitano le regioni sopranaturali della poesia.»
Quantunque pochi poeti avessero un'originalità ed una inspirazione più spontanea di Baudelaire, senza dubbio per antipatia al falso lirismo che affetta di credere che una lingua di fuoco scenda sullo scrittore allorchè rima faticosamente una strofa, pretendeva che il vero autore provocasse, dirigesse e modificasse a piacer suo quella potenza misteriosa della produzione letteraria; e noi troviamo in un brano curiosissimo che precede la traduzione del celebre poema di Edgardo Poe, intitolato il Corvo, le linee seguenti, mezzo ironiche, mezzo serie, in cui prende forma il pensiero di Baudelaire, mentre egli ha l'aria di analizzare quello soltanto dell'autore americano:
«La poetica è fatta, ci si dice, e modellata secondo i poemi. Ecco un poeta il quale pretende che il suo poema sia stato composto secondo la sua poetica. Certo aveva un gran genio e maggiore inspirazione di chicchessia, se per inspirazione s'intende l'energia, l'entusiasmo intellettuale e la potenza di tener deste le proprie facoltà. Ma amava anche il lavoro più di qualunque altro; ripeteva volontieri, egli, un originale completo, che l'originalità è una cosa che s'impara, ciò che non vuol dire che sia una cosa che si trasmette coll'insegnamento. Il caso, l'incomprensibile, erano i suoi due nemici. Si è egli reso, per una strana vanità e quasi per diletto, assai meno inspirato di quello che era naturalmente? Ha diminuito la facoltà spontanea che era in lui per dare la parte più bella alla volontà? Sarei disposto a crederlo quantunque non bisogni dimenticare che il suo genio, per ardente ed agile che fosse, era appassionatamente innamorato di analisi, di combinazioni e di calcolo. Uno de' suoi assiomi favoriti era anche questo: «Tutto, in un poema come in un 25" title="">Maggiori informazioni">romanzo, in un sonetto come in una novella, deve concorrere allo scioglimento. Un buon autore sa già l'ultima sua riga quando scrive la prima. Grazie a questo metodo ammirabile, l'autore può cominciare la sua opera dalla fine, e lavorare, quando lo voglia, non importa a qual parte. Gli amanti del delirio si ribelleranno forse a queste massime ciniche, ma ciascuno può accettarne quello che vuole. Sarà sempre utile mostrar loro quali beneficî l'arte può trarre dalla deliberation e far vedere agli uomini qual fatica esiga quest'oggetto di lusso che si chiama poesia. Dopo tutto, un poco di ciarlataneria è permessa al genio, e anche non gli sconviene. È come il minio sulle guancie di una donna naturalmente bella, un sapore nuovo per lo spirito.»
Quest'ultima frase è caratteristica e tradisce il gusto speciale del poeta per l'artificioso. Del resto non celava quella predilezione. Egli si compiaceva in quella specie di bello composito e talvolta un po' fittizio che elaborano le civiltà molto avanzate o molto corrotte. Diciamo, per essere compresi con un'imagine sensibile, che avrebbe preferito ad una giovinetta, la quale non avesse avuto che l'acqua pura per lavarsi il viso, una donna più matura con le risorse di una esperta civetteria, davanti ad una toilette coperta di boccette di essenze, di latte verginale, di spazzole d'avorio e di pinzette d'acciaio.
Il profumo intenso di quella pelle, macerata negli aromi come quella di Ester, che fu immersa per sei mesi nell'olio di palma, e per altri sei nel cinnamomo, prima d'essere presentata al re Assuero, aveva su Baudelaire una potenza vertiginosa. Tutto ciò che allontana l'uomo, e sopratutto la donna, dallo stato di natura gli sembrava un'invenzione felice. Quei gusti poco primitivi si spiegano di per sè stessi e devono essere compresi in un poeta di decadenza, autore dei Fiori del male.
5468" title="">Nessuno sarà sorpreso se aggiungiamo che preferiva all'odore semplice della rosa e della violetta, il benzoino, l'ambra ed anche il muschio, ora passato di moda, ed anche l'aroma penetrante di certi fiori esotici, i cui profumi sono troppo forti pel nostro clima temperato. Baudelaire era, in fatto di odori, di una strana e sottile sensualità, quale non si trova che fra gli orientali.
Ne percorreva deliziosamente tutta la gamma, e ha potuto dire di sè quello che cita De Banville e che abbiamo riferito al principio dell'articolo sul ritratto del poeta: «La mia anima si libra sui profumi, come l'anima degli altri uomini sulla musica».
Così egli prediligeva le vesti di un'eleganza bizzarra, di una ricchezza capricciosa, di una fantasia insolente in cui ci fosse della commediante e della cortigiana, benchè egli vestisse accuratamente severo; ma quel gusto, eccessivo, barocco, antinaturale, quasi sempre opposto al bello classico, era per lui segno della volontà umana, che corregge la forma e i colori dati dalla materia. Là dove il filosofo non trova che un pretesto di declamazione, egli scorgeva una prova di grandezza. La depravazione, cioè il deviamento dal tipo normale, non è possibile all'animale, guidato dall'immutabile istinto. È per la medesima ragione che i poeti inspirati, non avendo la conscienza e la direzione della loro opera, svegliavano in lui una specie di avversione, e che voleva introdurre l'arte e il lavoro anche nell'originalità.
Ecco molta metafisica per un semplice cenno, ma Baudelaire era una natura fine, complessa, ragionatrice, paradossale e più filosofica che non lo sia generalmente quella dei poeti. L'estetica dell'arte sua lo preoccupava assai; abbondava di sistemi che cerava di realizzare, e tutto quello che faceva dipendeva da un piano prestabilito.
Secondo lui la letteratura doveva essere voluta, e la parte dell'accidentale ristretta il più possibile. Ciò che non gli impedì di profittare, da vero poeta, dei casi felici dell'esecuzione e di quelle bellezze che sgorgano dal fondo medesimo del soggetto senza che siano state previste, come i fiorellini mescolati ai grani scelti del seminatore.
Qualunque artista è un po' come Lope de Vega, che, sul punto di scrivere le sue commedie, chiudeva i precetti sotto sei chiavi – con seis llaves. – Nell'ardore del lavoro, volontariamente o no, dimentica i sistemi e i paradossi.
La fama di Baudelaire, che per qualche anno non aveva oltrepassato i limiti di quel piccolo cenacolo che trae a sè ogni genio nascente, si affermò improvvisa quando si presentò al pubblico tenendo in mano il mazzo dei Fiori del male, che non somigliava affatto alle ghirlande poetiche degli esordienti. La magistratura si commosse, e alcuni componimenti di una così sapiente immoralità, così astrusa, così avviluppata nelle forme e nei veli dell'arte, che esigevano per essere compresi dai lettori un'alta cultura letteraria, si dovettero togliere dal volume e sostituire con altri di una originalità meno pericolosa. Generalmente non si leva un gran rumore intorno ai libri di poesie: nascono, vegetano e muoiono silenziosamente, perchè tre o quatto poeti, tutt'al più, bastano al nostro consumo intellettuale. La luce e il rumore s'eran fatti subito intorno a Baudelaire, e, calmato lo scandalo, fu riconosciuto che egli recava, cosa tanto rara, un'opera originale e di un sapore tutto speciale. Dare al gusto una sensazione sconosciuta è la più grande fortuna che possa toccare ad uno scrittore e sopratutto ad un poeta.
I Fiori del male erano uno di quei titoli indovinati, più difficili a trovarsi di quello che si crede. Esso riassumeva, sotto una forma breve e poetica, l'idea generale del libro e ne indicava le tendenze. Quantunque sia evidentemente romantico per l'intento e per la forma, non si potrebbe trovare nessun legame visibile che unisca Baudelaire a nessun maestro di quella scuola. Il suo verso, di una struttura raffinata e sapiente, di una concisione talora soverchia, che stringe gli oggetti piuttosto come un'armatura che come una veste, offre alla prima lettura un'apparenza di difficoltà e di astruseria.
Ciò dipende, non da difetto dell'autore, ma dalla novità delle cose che esprime e che ancora non furono espresse con mezzi letterarî. Bisognò che, per riuscirvi, il poeta si foggiasse una lingua, un ritmo, una tavolozza. Ma non potè impedire che il lettore non rimanesse sorpreso di versi così differenti da quelli fatti fino a qui. Per dipingere quelle corruzioni che gli fanno orrore, ha saputo trovare quelle gradazioni morbosamente ricche della putrefazione più o meno inoltrata, quei toni di madreperla delle acque stagnanti, quel rosa tisico, quei bianchi clorotici, quei gialli di fiele di bile travasata, quei grigi plumbei di nebbia pestilenziale, quei verdi avvelenati e metallici, che sanno di arseniato di rame, quei profumi stemperati dalla pioggia lungo i muri sgretolati, quegli asfalti cotti e bruciati al fuoco d'inferno, eccellenti per servire di fondo a qualche testa livida e spettrale, e tutta quella gamma di colori esasperati, spinti all'ultima intensità, che corrispondono all'autunno, al tramonto del sole, alla maturità estrema dei frutti e all'ora ultima delle civiltà.
Il libro comincia con una poesia al lettore, che il poeta non cerca di lusingare, come è l'abitudine, e al quale dice le verità più ingrate, accusandolo di nascondere sotto la sua ipocrisia tutti i vizî che biasima negli altri e di alimentare nel proprio cuore il gran mostro moderno, la Noia, che colla sua viltà borghese sogna trivialmente le ferocie e le orgie romane, Nerone burocratico, Eliogabalo bottegaio. – Un'altra poesia, di grande bellezza, intitolata, senza dubbio per un'antifrasi ironica, Benedizione, ritrae la venuta in questo mondo del poeta – oggetto di sorpresa e di avversione per sua madre, vergognosa del portato del suo fianco, perseguitato dalla sciocchezza, dall'invidia, dal sarcasmo, in preda alla perfida crudeltà di qualche Dalila, felice di darlo in mano ai Filistei, disarmato, nudo, rasi i capelli, dopo avere esaurito su di lui tutte le raffinatezze di una civetteria feroce, il quale giunge finalmente, dopo gli insulti, le ingiurie, le torture, purificato dal crogiuolo del dolore, all'eterna gloria, alla corona di luce destinata alla fronte dei martiri che abbiano sofferto pel Vero o pel 255" title="">Bello.
Un piccolo componimento che vien dopo quello, e che ha per titolo Sole, contiene una specie di tacita giustificazione del poeta nelle sue corse vagabonde. Un vivido raggio brilla sulla città fangosa; l'autore è uscito di casa e percorre, «come un poeta che prende dei versi al vischio», per servirci della vecchia espressione del vecchio Mathurin Regnier, dei trivî immondi, delle viuzze nelle quali le griglie chiuse nascondono, rivelandole, lussurie secrete, tutto quel dedalo nero, umido, fangoso delle vecchie vie dalle case cieche e lebbrose, dove la luce fa brillare, qua e là, a qualche finestra un vaso di fiori o una testa di fanciulla. Il poeta non è forse come il sole, che penetra dappertutto, nell'ospedale come nel palazzo, nella stamberga come nel tempio, sempre puro, sempre splendido, sempre divino, versando, indifferente, la sua luce dorata sul carcame e sulla rosa?
Elevazione ci mostra il poeta che vola in pieno cielo, oltre le sfere stellate, nell'etere luminoso, sui confini del nostro pianeta scomparso nel fondo dell'infinito come una nuvoletta che s'inebria di quell'aria rarefatta e salubre dove non sale nessun miasmo terrestre e che è profumata dall'alito degli angeli; poichè è necessario non dimenticare che Baudelaire, quantunque sia accusato spesso di materialismo, rimprovero che la sciocchezza non manca mai di avventare all'ingegno, è, all'opposto, dotato in un grado eminente del dono della spiritualità, come direbbe Swedenborg. Possiede anche quello della corrispondenza, per valerci dello stesso mistico idioma, vale a dire che sa scoprire, per un intuito segreto, rapporti invisibili ad altri e ravvicinare così con analogie inaspettate, che solo il veggente può cogliere, gli oggetti più lontani e in apparenza i più opposti. Ogni vero poeta è dotato di questa qualità, più o meno sviluppata, che è l'essenza medesima dell'arte sua.
Senza dubbio Baudelaire, in questo libro, consacrato alla pittura delle depravazioni e perversità moderne, ha messo in cornice alcuni quadri ripugnanti, nei quali il vizio, messo a nudo, si sdraia in tutta la bruttezza della sua vergogna; ma il poeta con un supremo disgusto, una indignazione sprezzante e un ritorno verso l'ideale, che sovente difetta nei satirici, stigmatizza e marchia con un ferro rovente, indelebile, quelle carni malsane, coperte d'unguenti e di cerussa.
In nessun scritto la sete dell'aria vergine e pura, della bianchezza immacolata, della neve sull'Himalaya, dell'azzurro senza macchia, della luce inaccessibile, si manifesta più ardentemente che in questi versi tacciati d'immoralità, come se la flagellazione del vizio fosse il vizio stesso, come se si fosse un avvelenatore solo per avere descritto la farmacia tossica dei Borgia. Quel metodo non è nuovo, ma riesce sempre, e certuni affettano di credere che non si possano leggere i Fiori del male che con una maschera di vetro, come quella con cui si copriva il volto Exili, quando fabbricava la sua famosa polvere di successione.
Abbiamo letto assai di sovente i versi di Baudelaire e non siamo caduti morti, col volto convulso e col corpo coperto di macchie livide, come se avessimo cenato colla Vannozza in una vigna di papa Alessandro VI. Tutte quelle scioccherie, disgraziatamente nocive, perchè tutti gli sciocchi le adottano entusiasti, fanno alzare le spalle all'artista veramente degno di questo nome, che rimane molto sorpreso allorchè gli si fa sapere che l'azzurro è morale e lo scarlatto indecente.
È presso a poco come se si dicesse: il pomo di terra è virtuoso, il giusquiamo è criminoso.
Un brano assai bello sui profumi li distingue in classi, svegliando idee, sensazioni e ricordi diversi. Ce ne sono di freschi come la pelle dei bambini, di verdi come i prati in primavera, che ricordano il lieve rossore dell'aurora e recano con sè pensieri d'innocenza. Altri, come il muschio, l'ambra, il benzuino, il nardo e l'incenso, sono superbi, trionfanti, mondani, eccitano alla civetteria, al lusso, alle feste, agli splendori. Se si trasportassero nella sfera dei colori, rappresenterebbero la porpora e l'oro.
Il poeta ritorna sovente a questa idea del significato dei profumi. Accanto ad una fulva bellezza, signora del Capo o baiadera dell'India smarrita in Parigi, che sembra aver avuta la missione di addormentare il suo spleen nostalgico, Baudelaire parla di quell'odore misto «di muschio e di avana» che trasporta la sua anima alle rive amate dal sole, dove s'apron come ventagli le foglie del palmizio nell'aria tiepida ed azzurra, dove gli alberi delle navi si dondolano all'armonioso rullìo del mare, mentre gli schiavi silenziosi cercano di distrarre il giovine padrone dalla sua languente malinconia.
Più oltre, chiedendosi che cosa dovrà rimanere dell'opera sua, si paragona ad una vecchia boccetta chiusa, dimenticata fra le ragnatele, in fondo a qualche armadio, in una casa deserta. Dall'armadio aperto esalano, col tanfo del passato, i deboli profumi dei vestiti, dei pizzi, delle scatole di cipria, che svegliano ricordi di antichi amori, di antiche eleganze; e se per caso si apre la fiala vischiosa e rancida, ne uscirà un acre odore di sale inglese e di aceto dei quattro ladri, un potente antidoto della moderna pestilenza. In molti luoghi riappare questa preoccupazione dell'aroma, avvolgente in una nube tenue gli esseri e le cose. Presso ben pochi poeti riscontriamo questa cura; generalmente si contentano di mettere nei loro versi la luce, il calore, la musica; ma è raro che vi stillino quella goccia di essenza sottile di cui la musa di Baudelaire non manca mai di profumare il suo fazzoletto di batista.
E giacchè stiamo raccontando i gusti strani e le piccole manie del poeta, aggiungeremo che amava i gatti, al par di lui innamorati dei profumi, e che l'odore della valeriana getta in una specie di epilessia estatica. Amava quei graziosi animali, tranquilli, misteriosi e miti, dai brividi elettrici, la cui posa favorita è quella allungata delle sfingi, che sembra abbiano loro trasmesso i proprî segreti: essi errano coi piè di velluto per la casa, come il genio del luogo, genius loci, o vengono a sedersi al tavolo accanto allo scrittore, tenendo compagnia al suo pensiero e guardandolo dal fondo delle loro pupille screziate d'oro, con una intelligente tenerezza e una magica penetrazione. Si direbbe che i gatti indovinino le idee che vanno dal cervello sulla punta della penna, e che, allungando la zampa, vogliano afferrarla mentre corre sulla carta. Si trovano bene nel silenzio, nell'ordine, nella quiete, e nessun luogo è più adatto a loro dello studio del letterato. Aspettano con pazienza mirabile che abbia finito il suo cómpito, accompagnando il lavoro col suono gutturale e ritmico delle fusa. Talora lisciano colla lingua qualche punto arruffato del loro fine pelame, perchè sono puliti, accurati, civettuoli, e non ammettono nessuna irregolarità nella loro toilette, ma fanno tutto ciò così discretamente e con tale tranquillità, che si direbbe temano di distrarre o di disturbare. Le loro carezze sono tenere, delicate, silenziose, femminili, e non hanno nulla di comune colle grossolane petulanze delle carezze dei cani, ai quali sono serbate tutte le simpatie del volgo.
Tutte quelle qualità erano apprezzate come si meritano da Baudelaire, che più di una volta ha indirizzato ai gatti delle belle poesie. I Fiori del male ne contengono tre, nelle quali celebra le loro qualità fisiche e morali, e spesso li fa errare traverso a' suoi scritti come un accessorio caratteristico.
I gatti abbondano nei versi di Baudelaire come i cani nei quadri di Paolo Veronese; ne sono come la firma. Bisogna anche dire che c'è in quelle graziose bestiole, così savie di giorno, un lato notturno, misterioso e cabalistico, che seduceva vivamente il poeta.
Il gatto, co' suoi occhi fosforescenti che gli servono di lanterna, e le scintille che si sprigionano dalla sua schiena, va senza paura fra le tenebre, dove incontra i fantasmi erranti, le streghe, gli alchimisti, i negromanti, i resurrezionisti, gli amanti, i ladri, gli assassini, le pattuglie grigie, e tutte quelle larve oscure che non escono e non lavorano che di notte. Il gatto ha l'aria di sapere la cronaca più recente del sabbato e volentieri si stropiccia il pelo contro la gamba zoppa di Mefistofele. Le sue serenate sotto il balcone delle gatte, i suoi amori sopra i tetti, accompagnati da grida simili a quelle di un fanciullo che venga sgozzato, gli danno un che di passibilmente satanico, che giustifica fino ad un certo punto la ripugnanza degli spiriti diurni e pratici, pei i quali i misteri dell'Erebo non hanno nessuna attrazione. Ma un dottor Faust, nella sua cella ingombra di vecchi libri e di strumenti d'alchimia, amerà di aver sempre un gatto a compagno. Lo stesso Baudelaire era un gatto voluttuoso, grazioso, dai modi vellutati, dall'andatura misteriosa, pieno di forza nella sua squisita delicatezza, che fissava sugli uomini e sulle cose uno sguardo pieno d'un luccicore inquietante, vivo, voluto, ma non maligno, e fedelmente affezionato a quelli verso i quali era stato attratto una volta dalla sua indipendente simpatia.
Parecchie figure di donne appariscono in fondo alle poesie di Baudelaire, le une velate, le altre mezzo ignude, ma senza che si possa dar loro un nome. Sono piuttosto dei tipi che delle persone. Rappresentano l'eterno femminino, e l'amore che il poeta esprime per esse è l'amore e non un amore, poichè abbiam visto che nella sua teoria non ammetteva la passione individuale, trovandola troppo cruda, troppo famigliare, troppo violenta.
Fra quelle donne, alcune simboleggiano la prostituzione inconsciente e quasi bestiale, col volto coperto di cinabro e di cerussa, le palpebre tinte di k'hol, la bocca dipinta di rosso, simile ad una ferita sanguinante, i capelli finti: altre, una corruzione più fredda, più calcolata, più abile e più perversa, specie di marchese di Marteuil del XIX secolo, che traspongono all'anima il vizio del corpo. Esse sono altiere, glaciali, amare, non trovano il piacere che nella malvagità soddisfatta, insaziabili come la sterilità, cupe come la noja, non avendo che desiderî isterici, insani, e prive, come il demonio, della facoltà di amare. Dotate di una bellezza spaventevole, quasi spettrale, non animata dalla porpora della vita, esse vanno verso la loro meta pallide, insensibili, superbamente disgustate, calpestano i cuori sotto i loro talloni a punta. È all'uscire da quegli amori che rassomigliano all'odio, da quei piaceri più micidiali di un combattimento, che il poeta fa ritorno a quell'idolo bruno, dal profumo esotico, dall'abbigliamento selvaggio e barocco, agile e grazioso come la pantera nera di Giava, che lo riposa e lo compensa di quelle perfide gatte parigine dagli artigli aguzzi, che si trastullano col cuore del poeta come il gatto con un sorcio. Ma non è a nessuna di quelle creature di marmo, di gesso o di ebano che dà l'anima sua.
Al di sopra di quel nero ammasso di case lebbrose, di quel dedalo fetido dove si aggirano gli spettri del piacere, di quell'immondo brulichìo di miseria, di bruttezza e di perversità, lontano, assai lontano nell'azzurro inalterabile, si libra l'adorabile fantasma della Beatrice, l'idolo sospirato sempre, mai raggiunto, la bellezza suprema e divina, incarnata nelle forme di una donna eterea, spiritualizzata, fatta di luce, di fiamme, di profumo, un vapore, un sogno, un riflesso del mondo aromale e serafico come la Ligeia, la Morella, la Uno, l'Eleonora di Edgardo Poe e la Séraphita-Séraphitus di Balzac, quella meravigliosa creazione. Dall'imo delle sue delusioni, de' suoi errori, della sua disperazione, è verso quell'imagine celeste, come ad una madonna del Buon Soccorso, che egli tende le braccia, gridando, piangendo e con un profondo disgusto di sè medesimo.
Nelle ore di malinconia amorosa, è sempre con lei che vorrebbe fuggire e nascondere la sua perfetta felicità in qualche asilo misteriosamente fantastico, o idealmente comfortable, cottage di Gainsborough, interno di Gerard Dowe, o meglio ancora palazzo ricamato nel marmo di Benares o di Hyderabad.
Mai il suo sogno ammette altra compagna.
Si può scorgere in quella Beatrice, in quella Laura, che non sono designate da alcun nome, una fanciulla od una giovine donna reale, amata appassionatamente e religiosamente dal poeta nel suo passaggio su questa terra? Sarebbe romantico supporlo, e non fummo associati alla vita intima del suo cuore tanto profondamente da poter rispondere in modo affermativo o negativo.
Nella sua conversazione, tutta metafisica, Baudelaire parlava molto delle sue idee, assai poco de' suoi sentimenti, mai delle sue azioni. Quanto al capitolo degli amori, egli aveva posto, come sigillo sulle sue labbra fine e sdegnose, un cammeo coll'effigie di Arpocrate. Il meglio sarebbe di non vedere, in quell'amore ideale, che un desiderio dell'anima, lo slancio di un cuore insaziato e l'eterno sospiro dell'imperfezione aspirante all'assoluto.
In fine dei Fiori del male v'ha un seguito di componimenti sul Vino e le varie ebrezze che produce, secondo i cervelli che attacca. Non c'è bisogno di dire che non si tratta di canzoni bacchiche, celebranti il succo dei pampini, nè di nulla di simile. Sono pitture ripugnanti e terribili dell'ubriachezza, ma senza morale alla Hogarth. Il quadro non ha bisogno di commento, e il Vino dell'operaio fa fremere.
Le Litanie di Satana, dio del male e principe del mondo, sono una di quelle fredde ironie, famigliari all'autore, dove a torto si scorgerebbe un'empietà. L'empietà non è nella natura di Baudelaire, il quale crede ad una matematica superiore, stabilita da Dio per tutta l'eternità, e la cui più piccola violazione è punita coi più fieri castighi, non solo in questo mondo, ma anche nell'altro. Se ha ritratto il vizio e mostrato Satana con tutte le sue pompe, è certamente senza compiacimento alcuno. Ha perfino una preoccupazione abbastanza singolare del diavolo, come tentatore, del quale vede dovunque il piè forcuto, come se non bastasse all'uomo, per spingerlo al peccato, all'infamia e al delitto, la sua innata perversità.
La colpa in Baudelaire è sempre susseguita da rimorsi, da angoscia, da disgusto, da disperazione e si punisce da sè stessa, ciò che è il supplizio peggiore. Ma ora basta su questo soggetto. Noi facciamo della critica e non della teologia.
Segnaliamo, fra le poesie di cui si compongono i Fiori del male, alcune delle migliori; fra le altre, la poesia che ha per titolo Don Giovanni all'Inferno. È un quadro di una grandezza tragica e dipinto con colore sobrio, da mano maestra, sulla cupa fiamma delle vòlte infernali.
La barca funerea scivola sull'acqua nera, trasportando don Giovanni e il suo corteo di vittime e d'insulti. Il mendicante, al quale volle far rinnegare il suo Dio, cencioso atletico, fiero sotto i suoi laceri panni, come Antistene, tiene i remi in luogo del vecchio Caronte. A poppa, un uomo di pietra, pallido fantasma, dal gesto rigido e scultorio, tiene il timone. Il vecchio don Luigi accenna col dito a' suoi capelli bianchi, derisi dal figlio, ipocritamente empio. Sganarello chiede il pagamento de' suoi salarî al proprio padrone, ormai insolvibile. Donna Elvira cerca di ricondurre il sorriso antico dell'amante sulle labbra dello sposo sprezzante, e le pallide innamorate, perdute, abbandonate, tradite, calpestate come fiori avvizziti, scoprono la ferita sempre sanguinosa del loro cuore. Sotto quel concerto di pianti, di gemiti e di maledizioni, don Giovanni rimane impassibile; egli ha fatto ciò che ha voluto; il cielo l'inferno, il mondo lo giudichino come vorranno, la sua fierezza non conosce il rimorso; il fulmine ha potuto ucciderlo, ma non farlo pentire.
25" title="">Colla sua malinconia serena, la sua calma luminosa e il suo kief orientale, la poesia intitolata la Vita anteriore contrasta felicemente colle fosche pitture del mostruoso Parigi moderno e dimostra che l'artista ha sulla tavolozza, accanto ai colori neri, ai bitumi, alle mummie, alla terra d'ombra e di 214" title="">Siena, un'intera gamma di gradazioni fresche, leggiere, trasparenti, delicatamente rosee, idealmente azzurre, come gli sfondi di Breughel di Paradiso, atte a ritrarre i paesaggi elisî e i miraggi del sogno.
Conviene anche citare, come una nota particolare del poeta, il sentimento dell'artificiale. Con questa parola bisogna intendere una creazione dovuta tutta all'Arte e in cui la Natura è affatto assente. In un articolo, scritto quando era vivo Baudelaire, abbiamo segnalato quella tendenza bizzarra, di cui la poesia che ha per titolo Sogni parigini è un esempio eloquente. Ecco le linee con cui cerca di rendere quell'incubo splendido e cupo, degno delle incisioni di Martynn:
«Imaginate un paesaggio extranaturale, o piuttosto una prospettiva fatta di metallo, di marmo e d'acqua e dalla quale il vegetale è bandito come irregolare. Tutto è rigido, liscio, scintillante sotto un cielo senza luna, senza sole, senza stelle. In mezzo a un silenzio di eternità, salgono, rischiarati da luce propria, palazzi, colonnati, torri, scale, fontane, dalle quali scendono, come tende di cristallo, pesanti cascate. Le acque azzurre sono incorniciate, come l'acciajo degli specchi antichi, fra rive di marmo e bacini d'oro brunito, nei quali colano silenziosamente sotto a ponti di pietre preziose. Il raggio cristallizzato fissa il liquido, e i gradini di porfido delle terrazze cristalline riflettono gli oggetti, come specchi. La regina di Saba, camminando su di essi solleverebbe il lembo della veste, temendo di bagnarsi i piedi, tanto la superficie è rilucente. Lo stile di quella poesia brilla come un marmo nero levigato.»
Non è forse una strana fantasia questo quadro, fatto di elementi rigidi, dove non c'è nulla che viva, palpiti, respiri, dove non un filo d'erba, una foglia, un fiore, rompe la simmetria implacabile delle forme fittizie, inventate dall'arte? Sono, senza dubbio, fantasie barocche, manierate, che sanno di allucinazione e rivelano il segreto desiderio di un nuovo impossibile; ma, quanto a noi, le preferiamo alla insulsa semplicità di quelle pretese poesie che, sul canovaccio logoro del luogo comune, ricamano con lane vecchie e stinte disegni di una trivialità borghese o di uno sciocco sentimentalismo; rozze corone di rose, fogliami verde-cavolo e colombi che si beccano.
Talvolta non sdegniamo di essere originali a costo di parere molesti, fantastici ed esagerati. Il barbaro ci piace meglio del volgare. Baudelaire ha per noi questo vantaggio: può essere malvagio, ma non è mai volgare. I suoi errori sono originali come le sue qualità, e anche quando non piace, è perchè lo ha voluto, secondo una sua estetica particolare e un ragionamento lungamente discusso.
Terminiamo quest'analisi già un po' prolissa e che pertanto cerchiamo di abbreviar molto, con alcune parole sulla poesia delle Vecchiette, che ha stupito Victor-Marie Hugo (Besançon 1802 – Parigi 1885), poeta, romanziere, drammaturgo francese.">Victor Hugo. Il poeta, passeggiando per le vie di Parigi, vede passare alcune vecchierelle, che incedono umili e tristi, e le segue come si fa colle belle donne, riconoscendo – sotto il vecchio scialle logoro, stinto, mille volte rammendato, che copre poveramente le magre spalle; al pizzo sfilacciato e giallastro, a quell'anello, ricordo penosamente contrastato al monte di pietà – tutto un passato di felicità e di eleganza, una vita di amore e di sacrificio, forse un resto di bellezza, ancora sensibile sotto le rovine della miseria e dell'età. Egli rianima tutti quegli spettri tremanti, li rimette in piedi, riveste quegli scheletri sottili della carne della giovinezza, e in quei poveri cuori avvizziti risuscita le illusioni di un tempo.
Nulla di più ridicolo e di più commovente di quelle Veneri del Père-Lachaise e di quelle Ninons des Petit-Ménages, che sfilano tristemente sotto l'evocazione del poeta, come una processione di spettri sorpresi dalla luce.
La questione della metrica, sdegnata da tutti quelli che non hanno il sentimento della forma, e oggi sono molti, fu, a ragione, giudicata importantissima da Baudelaire. Oggi nulla è più comune che prendere la poetica per la poesia. Sono cose che non hanno fra loro nessun rapporto. Fénelon, G. G. Rousseau, Bernardino di Saint-Pierre, Châteaubriand, Giorgio Sand sono poetici, ma non sono poeti, vale a dire che non sono capaci di scrivere versi, anche mediocri; facoltà speciale di non pochi che sono, per merito, assai inferiori a quegli illustri maestri. Voler separare i versi dalla poesia è una moderna pazzia, la quale tende nientemeno che all'annientamento dell'arte medesima.
Troviamo in un eccellente articolo di Sainte-Beuve su Taine, a proposito di Pope e di Boileau, considerati piuttosto leggermente dall'autore della Storia della letteratura inglese, questo paragrafo così fermo e assennato, nel quale le cose sono riposte nella giusta luce dal grande critico che fu, al suo inizio, un gran poeta, e lo è tuttavia:
«Ma, a proposito di Boileau, posso forse accettare questo strano giudizio di un uomo di spirito, questo sprezzante concetto che Taine, citandolo, fa proprio e di cui non teme di assumere la responsabilità: «Vi sono due specie di versi in Boileau: il maggior numero sembra di un buon alunno di terza classe; il minore, di un buon scolaro di retorica?»
«L'uomo di spirito che parla così (Guglielmo Guizot) non sente che Boileau è poeta: e, andrò più lungi, non deve sentire nessun poeta. Capisco che non si riponga tutta la poesia nel mestiere, ma non capisco affatto che, quando si tratta di un'arte, non si tenga nessun conto dell'arte medesima e si neghi a tal punto il valore dei perfetti artefici che vi lavorano. Sopprimete di colpo tutta la poesia in versi, e sarà più spiccio; se no, parlate con stima di quelli che ne hanno posseduto i segreti. Boileau era di quel numero e anche Pope.»
Non si potrebbe dire meglio e con miglior forma. Quando si tratta di un poeta, la fattura de' suoi versi è cosa che vuol essere considerata e che vale si studî poichè costituisce gran parte del suo valore intrinseco. È con quel conio che foggia il suo oro, il suo argento, o il suo bronzo. I versi di Baudelaire – che accetta i principali miglioramenti o riforme romantiche, come la rima ricca, l'uso del vocabolo proprio o tecnico, il ritmo sostenuto e pieno, il getto spontaneo del verso alessandrino, tutto il sapiente meccanismo di prosodia e di forma nelle stanze e nelle strofe – hanno tuttavia la loro architettura speciale, le loro formule individuali, la loro struttura, i loro secreti, la loro mano, se si può dir così, e la loro marca C. B. che trovasi sempre o sopra una rima o su di un emistichio.
Baudelaire scrive sovente il verso di dodici piedi o di otto piedi. Sono le forme colle quali ritrae di preferenza il suo pensiero. I componimenti a rima uniforme sono in lui meno frequenti di quelli divisi in quartine o in stanze. Egli ama l'armonioso intrecciarsi delle rime che allontana l'eco della nota venuta prima e dà all'orecchio un suono imprevisto che si completerà più tardi con quello del primo verso, producendo quell'effetto gradevole che procura nella musica l'accordo perfetto. Egli cura generalmente che la rima finale sia piena, sonora e sostenuta dalla consonante che l'appoggia, per darle quella vibrazione che prolunga l'ultima nota.
Fra i suoi componimenti ve ne sono molti che hanno l'apparente disposizione e come il disegno esterno del sonetto, benchè egli non abbia messo quella parola in testa a nessuno di essi. Ciò deriva, senza dubbio, da uno scrupolo letterario e da un caso di coscienza prosodica, di cui ci sembra scorgere l'origine nello scritto in cui racconta la visita che ci ha fatto e la nostra conversazione. Il lettore non avrà dimenticato che Baudelaire ci aveva portato un volume di versi, scritto da due amici assenti, che era incaricato di rappresentare, e troviamo queste righe nel suo racconto: «Dopo avere sfogliato rapidamente il volume, egli mi fece osservare che i poeti di cui si tratta si permettono troppo spesso i sonetti liberi, cioè non ortodossi, che si emancipano volontieri dalle regole delle rime quadruplici.»
A quell'epoca la più gran parte dei Fiori del male era già composta e ci si trovavano in un numero piuttosto rilevante i sonetti liberi, che non solo non avevano le quadruplici rime, ma in cui le rime erano accoppiate in modo affatto irregolare; poichè nel sonetto ortodosso, come l'hanno fatto Petrarca, Filicaja, Ronsard, du 255" title="">Bellay, Saint-Beuve, l'interno della quartina deve avere due rime piane, femminili o mascoline, a scelta del poeta; ciò che distingue la quartina del sonetto dalla quartina comune ed informa, secondo che la rima esterna dia l'e muta o il suono pieno, l'andamento e la disposizione delle rime nelle due terzine che terminano questo piccolo componimento poetico, meno difficile a riuscire di quello che credeva Boileau, appunto perchè ha una forma geometricamente determinata; nella stessa maniera che gli scompartimenti poligoni o bizzarramente contornati dei soffitti, invece di impacciare i pittori, li aiutano a determinare lo spazio nel quale debbono inquadrare le figure. Collo scorcio ed una artifiziosa disposizione delle linee si può allogare un gigante in uno di quegli stretti cassettoni, e l'opera vi guadagna per questa stessa concentrazione. Così un gran pensiero può muoversi a suo agio in questi quattordici versi, metodicamente distribuiti.
La giovine scuola si permette una gran quantità di sonetti liberi e, lo confessiamo, questo ci dispiace in modo particolare. Perchè, se si vuol essere liberi e aggiustare le rime a capriccio, scegliere una forma rigorosa che non ne ammette alcuno? L'irregolare nel regolare, la mancanza di corrispondenza nella simmetria, v'è forse qualche cosa di più illogico e irritante? Il sonetto è una specie di fuga poetica, il cui tema deve apparire e riapparire, fino alla sua risoluzione, colle forme volute. Bisogna dunque sottomettersi alle sue leggi, e se si trovano antiquate, pedantesche, seccanti, non scrivere sonetti. Gl'Italiani, e i poeti della pleiade sono, sotto questo rapporto, i maestri che bisogna consultare: e non sarebbe neppure inutile consultare il libro nel quale Guglielmo Colletet tratta ex professo del sonetto. Si può dire che ha esaurito il tema. Ma basta pei sonetti liberi che Maynard pel primo ha messo in onore.
Quanto ai sonetti doppî, trasportati, settenarî, a coda, strambotti, retrogradi, a ripetizione, a rovescio, acrostici, mesostici, a losanga, a croce di sant'Andrea ed altri, sono esercizi da pedanti – ad imitazione di Rabanus Maurus nell'Apollo spagnuolo e italiano, e nel trattato che ne fece Antonio Tempo – che si debbono disprezzare come difficoltà stentate e puerili, e rompicapi cinesi della poesia.
Baudelaire cerca sovente l'effetto musicale con uno o più versi particolarmente melodiosi, che fanno ritornello e riappariscono volta a volta come nelle strofe italiane, chiamate sestine, di cui il conte di Gramont offre nelle sue poesie felici esempî. Adopera quella forma, che ha come il suono vago di un incanto magico, udito quasi in sogno, pei soggetti di malinconici ricordi e di amore infelice. Le stanze dal fruscìo monotono portano via e riconducono il pensiero cullandolo, come le onde avvolgono nelle loro spire regolari un fiore caduto dalla riva. Come Longfellow e Edgardo Poe, egli adopera talora l'allitterazione, cioè il ritorno determinato di una certa consonante per produrre entro il verso un effetto d'armonia.
Sainte-Beuve, a cui non è sconosciuta nessuna di queste delicatezze, e che le pratica colla sua arte squisita, aveva detto già in un sonetto di una grande e spontanea dolcezza, tutta italiana:
Sorrente m'a rendu mon doux rêve infini.
Ogni orecchio sensibile comprende la vaghezza di questa consonante liquida ripetuta quattro volte e che sembra cullarvi sulla sua onda nell'infinito del sogno come una piuma di gabbiano sull'onda azzurra del mare napoletano. Si trovano frequenti allitterazioni nella prosa di Beaumarchais, e gli antichi poeti scandinavi ne facevano gran uso.
Queste minuzie sembreranno certo molto frivole agli utilitarî, ai progressisti, agli uomini pratici o semplicemente spiritosi, che pensano con 3005" title="">Grenoble 1783 - Parigi 1842), scrittore francese, considerato il primo grande romanziere francese dell'Ottocento.">Stendhal che il verso sia una forma infantile, buona per le età primitive, e chiedono che la poesia si scriva in prosa, come è proprio di un'epoca assennata. Ma sono questi particolari che fanno i versi buoni o cattivi e che dimostrano se uno è o non è poeta.
I vocaboli polisillabi ed ampî piaciono a Baudelaire, e con tre o quattro di questi vocaboli fa spesso dei versi che sembrano immensi e il cui suono vibrante prolunga la misura.
Pel poeta, le parole hanno, in sè stesse e all'infuori di ciò che esprimono, una bellezza e un valore proprio come le pietre preziose che non sono ancora tagliate ed incastonate in braccialetti, in collane e in anelli: esse piaciono al conoscitore che le guarda e le sceglie colla punta delle dita nella piccola coppa dove sono riposte, come farebbe un orafo che pensi a foggiare un gioiello.
Vi sono delle parole diamante, zaffiro, rubino, smeraldo; altre che splendono come fosforo, quando si stropicciano, e non è facil cosa saperle scegliere.
Quei grandi versi alessandrini di cui parlammo or ora, che vengono durante la calma a morire sul lido colla tranquilla e profonda ondulazione del flutto che viene dall'alto mare, si frangono talora in una bianca spuma e slanciano il loro fumo bianco contro qualche scoglio aspro e solitario, per ricadere poi in pioggia amara.
I versi di otto piedi sono bruschi, violenti, taglienti come uno staffile e sferzano aspramente le spalle della cattiva coscienza e della transazione ipocrita.
Si prestano anche ad esprimere delle funebri fantasie. L'autore inquadra in quel metro, come in una cornice di legno nero, delle vedute notturne di cimitero in cui brillano nell'ombra le pupille fosforescenti dei gufi, e, dietro la tenda verde-bronzo dei cipressi, strisciano con passi di spettro i devastatori di tombe e i ladri di cadaveri.
Ancora in versi di otto piedi dipinge dei cieli sinistri, dove si libra sopra le forche una luna scialba, ammalata per incanto delle Canidie; descrive il tedio gelido della morta che ha scambiato il suo letto di lussuria col feretro e che sogna nella sua solitudine, abbandonata perfino dai vermi, trasalendo sotto la goccia d'acqua diaccia che filtra attraverso le fessure della sua bara, o ci mostra in disordine espressivo, dei mazzi di fiori avvizziti, delle vecchie lettere, dei nastri e delle miniature alla rinfusa con pistole e pugnali e fiale di laudano, la stanza dell'amante vile tormentato dallo spettro ironico del suicidio, poichè neppure la morte potrebbe guarirlo dalla sua infame passione.
Dalla fattura del verso passiamo alla trama dello stile. Baudelaire lo intesse di fili di seta e d'oro e di canapa rozza e forte, come quelle stoffe dell'Oriente, splendide ad un tempo e grossolane, dove si vedono i più delicati ornamenti e i capricci bizzarri tessuti sopra un pelo di camello o sopra una tela ruvida al tatto come la vela di una barca. Le ricerche più squisite e più preziose vi si urtano con brutalità selvaggie; e dal gabinetto dei profumi inebrianti, dai colloquî voluttuosamente languidi, ci si trova nell'osteria ignobile in cui gli ubriachi, che mescolano il vino al sangue, si contendono a colpi di coltello qualche Elena da trivio.
I Fiori del male sono la più bella gemma della corona poetica di Baudelaire.
In essi ha profuso la sua nota originale e dimostrò che si poteva, dopo quel numero incalcolabile di volumi di versi, dove tutte le varietà di soggetti sembravano esaurite, mettere in luce qualcosa di nuovo e d'inatteso, senza aver per questo bisogno di staccare i soli e le stelle e di far sfilare la storia naturale come in un affresco tedesco.
Ma quello che rese più celebre il suo nome è la traduzione di Edgardo Poe; perchè in Francia non si legge altro dei poeti che la loro prosa, e sono le appendici che fanno conoscere i poemi. Baudelaire ha naturalizzato da noi questo genio singolare d'una individualità così rara e spiccata, così eccezionale, che a prima vista ha più scandalizzato che allettato l'America, non perchè la sua opera urti per nulla la morale – è, al contrario, d'una castità verginale e serafica – ma perchè egli spostava tutte le idee ricevute, tutte le banalità pratiche, e non vi era criterio per giudicarlo. Edgardo Poe non divideva alcuna delle idee americane sul progresso, la perfettibilità, le instituzioni democratiche ed altri temi di declamazione cari ai letterati volgari dei due mondi. Non adorava esclusivamente il dio dollaro; amava la poesia per sè stessa e preferiva il bello all'utile: enorme eresia!
Di più, egli aveva la disgrazia di scriver bene, ciò che ha il dono di inorridire gli stupidi di tutti i paesi. Un grave direttore di rivista o di giornale, amico di Poe, e anche ben intenzionato, confessa che gli era difficile impiegarlo e che si era obbligati a pagarlo meno degli altri, perchè scriveva con stile troppo al di sopra del volgare: ammirabile ragione!
Il biografo dell'autore del Corvo e d'Eureka dice che Edgardo Poe, se avesse voluto regolare il suo genio ed applicare le sue facoltà creatrici in maniera più appropriata al suolo americano, avrebbe potuto diventare un autore da denaro (a money making author); ma era indisciplinabile, non voleva fare che a modo suo e non lavorava che nelle ore che gli convenivano, intorno a soggetti che gli piacevano. Il suo umore vagabondo lo faceva rotolare come una cometa disorbitata da Baltimora a Nuova York e da Nuova York a Filadelfia, da Filadelfia a Boston o a Richmond, senza che si potesse stabilire in qualche luogo. Nei suoi momenti di noia, di miseria e di sfinimento, allorquando alla sovraeccitazione causata da qualche lavoro febbrile succedeva quell'abbattimento ben conosciuto dai letterati, beveva dell'acquavite, difetto che gli fu ben amaramente rimproverato dagli americani, modelli di temperanza, come ognuno sa. Non s'illudeva sugli effetti disastrosi di questo vizio colui che scrisse, nel Gatto nero, questa frase fatidica: «Quale malattia è comparabile all'alcool!»
Beveva senza passione alcuna dell'ubriachezza, per dimenticare, per ritrovarsi forse in un elemento d'allucinazione favorevole alla sua opera; oppure per finirla con una vita intollerabile, evitando lo scandalo d'un suicidio formale.
In breve, un giorno, preso nella strada da un accesso di delirium tremens, fu trasportato all'ospedale e vi morì giovane ancora, quando niente nelle sue facoltà annunciava un indebolimento, perchè la sua deplorabile abitudine non aveva influito punto sul suo talento, nè sulle sue maniere, che restarono sempre quelle d'un gentleman compito, nè sulla sua bellezza fino all'estremo notevole.
Noi diamo con qualche tratto rapido la fisionomia di Edgardo Poe, benchè non dobbiamo scrivere la sua vita; ma l'autore americano ha tenuto nell'esistenza intellettuale di Baudelaire un posto abbastanza grande perchè sia indispensabile di parlarne qui in modo un po' dettagliato, se non sotto il rapporto biografico, almeno dal punto di vista delle sue dottrine. Edgardo Poe ha certamente influito su Baudelaire, suo traduttore, sopratutto nell'ultima parte della vita, ahime! così corta, del poeta.
Le Storie straordinarie, le Avventure d'Arthur Gordon Pym, le Storie serie e grottesche, Eureka, sono state tradotte da Baudelaire con un'identificazione così esatta di stile e di pensiero, una libertà così fedele e flessibile, che le traduzioni producono l'effetto di opere originali e ne hanno tutte le geniali perfezioni. Le Storie straordinarie sono precedute da scritti di alta critica, nelle quali il traduttore analizza come poeta il talento così eccentrico, e così nuovo d'Edgardo Poe, che la Francia, colla sua perfetta noncuranza delle originalità straniere, ignorava profondamente prima che Baudelaire l'avesse rivelato. Unisce in questo lavoro, necessario per spiegare una natura così fuori delle idee volgari, una sagacità metafisica poco comune ed una rara finezza di vedute.
Quelle pagine si possono contare fra le più notevoli che abbia scritte.
La curiosità fu sovraeccitata al più alto grado da queste misteriose storie così matematicamente fantastiche, che si deducono con formule algebriche, e le cui esposizioni rassomigliano ad inchieste giudiziarie condotte dal magistrato più perspicace e più sottile.
L'assassinio della via Morgue, La lettera rubata, Lo scarabeo d'oro, questi enigmi più difficili a indovinare che quelli della sfinge, il cui scioglimento arriva alla fine in una maniera così plausibile, interessarono fino al delirio il pubblico stanco dei romanzi d'avventure e di costumi. Si appassionarono per quell'Augusto Dupin d'una lucidità divinatrice così strana, che sembra tenere fra le sue mani il filo che unisce gli uni agli altri i pensieri più opposti e che arriva al suo scopo con induzioni d'una esattezza così meravigliosa. – Si ammirò quel Legrand, più abile ancora a decifrare i crittogrammi di Claudio Jacquet, l'impiegato del ministero, il quale legge a Desmarets, nella storia dei Tredici, con la vecchia grille dell'ambasciata di Portogallo, la lettera cifrata di Ferragus, che guida alla scoperta dei tesori del capitano Kid! Ognuno confessò che, per quanto avesse veduto rinascere al chiarore della lampada, a segni rossi, sulla ingiallita pergamena, la testa da morto e il capretto, e le linee di puntini, di croci, di virgole e di cifre, non avrebbe indovinato dove il corsaro aveva nascosto quel gran cofano pieno di diamanti, di gioielli, di orologi, di catene d'oro, d'onze, di quadrupli, di dobloni, di piastre e di monete di tutti i paesi, che ricompensano la sagacia di Legrand. Il pozzo ed il pendolo causarono una soffocazione di terrore uguale alle più nere invenzioni d'Anna Radcliffe, di Lewis e del reverendo padre Mathurin, e si fu colti da vertigine guardando in fondo a quella voragine turbinante del Maelstrom, colossale imbuto sulle pareti del quale i bastimenti corrono in spirale come i fuscelli di paglia in un vortice.
La verità sul caso del signor Waldemar scosse i nervi più robusti e La caduta della casa Usher inspirò profonde malinconie. Le anime tenere furono particolarmente toccate da quelle figure di donne, così vaporose, così trasparenti, così romanzescamente pallide e d'una bellezza quasi spettrale, che il poeta chiama Morella, Ligeia, lady Rowena Trevanion, de Tremaine, Eleonora, ma che non sono altro che l'incarnazione, sotto tutte le forme, d'un unico amore sopravvivente alla morte dell'oggetto amato, e continuantesi a traverso degli avatar sempre scoperti.
D'ora in avanti, in Francia, il nome di Baudelaire è inseparabile dal nome d'Edgardo Poe, e il ricordo dell'uno risveglia immediatamente l'imagine dell'altro. Sembra anche qualche volta che le idee dell'Americano appartengano propriamente al Francese.
Baudelaire, come la maggior parte dei poeti di questi tempi, in cui le arti, meno separate che ai tempi passati, avvicinano gli uni agli altri e si abbandonano a frequenti trasposizioni, aveva il gusto, il sentimento e la conoscenza della pittura. Scrisse articoli di Salon rimarchevoli, e, fra altre cose, delle brochures su Delacroix, che analizzano, con una penetrazione ed una sottigliezza estrema, la natura d'artista del grande pittore romantico. Ne ha la preoccupazione, e troviamo, nelle rifiessioni su Edgardo Poe, questa frase significativa:
«Come il nostro Eugenio Delacroix, che elevò l'arte sua all'altezza della grande poesia, Edgardo Poe ama di agitare le sue figure su fondi violacei e verdastri, ove si rivelano le fosforescenze della putrefazione o l'odore dell'uragano.»
Quale giusto sentimento, in questa semplice frase incidentale, del colore passionato e febbricitante del pittore! Delacroix, infatti, doveva incantare Baudelaire per la malattia stessa del suo talento, così turbato, irrequieto, nervoso, ricercato, esasperato, parossista, ci sia permessa questa parola che sola rende bene il nostro pensiero, e così tormentato di malessere, di malinconie, di ardori febbrili, di sforzi convulsi e di vaghi sogni dell'epoca moderna.
Per un istante, la scuola realista credette di poter accaparrare Baudelaire. Certi quadri dei Fiori del male, d'una verità oltraggiosamente cruda e nei quali il poeta non indietreggiò davanti ad alcuna sozzura, potevano far credere, ad alcuni spiriti superficiali, che egli propendesse per quella dottrina. Non si notava che quei quadri, sedicenti realisti, erano sempre nobilitati dal carattere, dall'effetto o dal colore, e che, d'altronde, servivano di contrasto a pitture ideali e soavi.
Baudelaire si lasciò un po' adescare da quegli inviti, visitò diversi studi realisti, e dovette fare su Courbet, il magistrale pittore d'Ornans, un articolo che non si pubblicò mai. Eppure, ad uno di questi ultimi Salons, Fantin, in quel quadro bizzarro ove riunì intorno alla medaglia d'Eugenio Delacroix, come le comparse d'un'apoteosi, il cenacolo dei pittori e degli scrittori chiamati realisti, ha collocato Carlo Baudelaire in un canto, col suo sguardo serio ed il suo ironico sorriso. Certamente, Baudelaire, come ammiratore di Delacroix, aveva bene il diritto d'essere là. Ma faceva egli intellettualmente e simpaticamente parte di quella schiera, le tendenze della quale non dovevano accordarsi co' suoi gusti aristocratici e colla sua aspirazione per il bello? In lui, noi l'abbiamo già specificato, l'uso del brutto triviale e naturale non era che una specie di manifestazione e di protesta d'orrore, e noi dubitiamo che la paffuta Venere di Courbet, spaventevole figura callipige, abbia mai avuto molte seduzioni per lui, amante delle squisite eleganze, dei manierismi raffinati e delle civetterie sapienti.
Non ch'egli fosse incapace d'ammirare la bellezza grandiosa; colui che scrisse La Gigantessa doveva amare l'Aurora e la Notte, questi magnifici colossi femminili che Michelangelo sdraja sulla voluta della tomba dei 548" title="">Medici con dei contorni così superbi. Aveva inoltre una filosofia ed una metafisica che non potevano mancare di allontanarlo da quella scuola, alla quale non bisogna sotto alcun pretesto ascriverlo.
Lungi dal compiacersi del reale, cercava curiosamente lo strano, e se incontrava qualche tipo singolare, originale, lo seguiva, lo studiava, procurava di trovare il bandolo della matassa per dipanarlo fino alla fine. Così s'attaccò a Guys, un personaggio misterioso che aveva per iscopo di recarsi ovunque accadesse qualche avvenimento per farne schizzi pei giornali illustrati inglesi.
Questo Guys, che noi abbiamo conosciuto, era contemporaneamente un gran viaggiatore, un osservatore profondo e rapido ed un perfetto umorista; con un colpo d'occhio egli afferrava il lato caratteristico degli uomini e delle cose, con qualche tratto di matita ne fissava i contorni sopra un album – fermava con la penna questo tratto rapido, quasi stenografico, e lo acquarellava arditamente con una tinta qualunque per indicarne il colore.
Guys non era ciò che comunemente si chiama un artista, ma aveva il dono particolare di afferrare in pochi minuti l'essenza delle cose; d'un colpo d'occhio, con una chiaroveggenza senza esempio, egli sceverava il tratto caratteristico – quello solo – e lo metteva in rilievo trascurando istintivamente o di proposito le parti complementari. 5468" title="">Nessuno meglio di lui rendeva un'attitudine, un garbo, una cassure, per servirci d'un vocabolo volgare che rende esattamente il nostro pensiero, sia trattandosi d'un bellimbusto o d'un volgare mascalzone, d'una gran dama o d'una donna del popolo. Egli possedeva in alto grado il senso delle corruzioni moderne, nell'alta come nella bassa società e coglieva egli pure, sotto forma di schizzi, il suo mazzo di fiori del male. 5468" title="">Nessuno rendeva come Guys la magrezza elegante e la lucidezza d'acajù d'un cavallo da corsa, ed egli sapeva altrettanto bene disporre le pieghe della veste d'una donnina sull'orlo d'un panier tirato da poneys, quanto installare un cocchiere di una gran casa, incipriato e adorno di pelliccie, sull'enorme cassetta d'una carrozza a otto molle ed a tendine blasonate partente pel drawing-room della regina co' suoi tre lacchè sospesi ai bracciali di passamanteria.
Guys, in que' disegni vaporosi, eleganti e rapidi, consacrati alle scene di high-life, pare essere stato il precursore degli intelligenti artisti della Vie parisienne, Marcelin, Hadol, Morin, Crafty, d'una modernità così ben informata e penetrante. Ma se egli rendeva, in modo da farsi approvare da un Brummel, l'alto dandysme e le grandi maniere aristocratiche della duckery, non si distingueva meno nel disegnare le pazze acconciature e la disinvoltura provocante delle ninfe venali del Piccadilly-saloon o dell'Argail-room.
Non temeva neppure di spingersi sulle ripe deserte, per schizzare al chiaro di luna od alla luce tormentata di un becco a gas la silhouette d'uno di quegli spettri del piacere che errano sui marciapiedi di Londra, e, se si trovava a Parigi, inseguiva, fino nelle taverne descritte da Eugenio Sue, le mode stravaganti dei luoghi equivoci e quella che si potrebbe chiamare la civetteria dei trivî.
Voi ben capite che Guys non cercava in quei luoghi che il carattere. Era la sua passione, ed egli coglieva con una sicurezza mirabile il lato pittoresco e singolare dei tipi, delle movenze e dei costumi dell'epoca nostra. Un talento di questa natura non poteva non appassionare Baudelaire, che infatti teneva Guys in gran conto. Noi che possedevamo una sessantina di disegni, di schizzi, d'acquerelli di questo umorista della matita, ne regalammo qualcuno al poeta. Questo dono gli fece grande piacere e se lo tenne graditissimo.
Certamente egli non ignorava ciò che mancava a quei rapidi abbozzi, ai quali Guys stesso non dava più alcuna importanza, una volta riportati sul legno dagli abili disegnatori dell'Illustrated London news; ma era colpito da quello spirito, da quella chiaroveggenza, da quella potenza osservatrice, tutte qualità letterarie tradotte graficamente.
Egli amava in quei disegni l'assenza completa d'ogni forma accademica, vale a dire di tradizione classica, ed il sentimento profondo di ciò che noi – in mancanza d'un vocabolo esprimente le nostre idee – chiamiamo decadenza. Noi sappiamo però quello che Baudelaire significava colla parola a decadenza».
Egli stesso in un suo scritto a proposito di distinzioni letterarie dice: «Mi sembra che due donne mi siano presentate; l'una, rustica matrona, ripugnante di salute e di virtù, senza portamento, senza sguardo, in una parola, che deve tutto alla semplice natura; l'altra, una di quelle bellezze che s'impongono, che dominano nei ricordi unendo ad una malia profonda ed originale l'eloquenza dell'acconciatura, padrona de' suoi atti, consciente e regina di sè stessa, dalla voce risonante come uno strumento ben accordato e dallo sguardo gravido di pensieri che non esprime se non ciò che vuole. La mia scelta non potrebbe esser dubbia, eppure esistono delle sfingi pedagogiche che mi rimproverano di mancare all'onore classico.»
Questo modo originale di sentire la bellezza moderna, così in opposizione con l'opinione generale, riguarda come primitiva, grossolana e barbara la bellezza antica; affermazione senza dubbio paradossale, ma che può benissimo sostenersi. Balzac preferiva assai più alla Venere di Milo una parigina elegante, fine e civetta, disegnante con un movimento di gomiti l'elegante personcina nel lungo cachemire, mentre a passi furtivi s'avvia a qualche convegno, colla veletta di Chantilly calata sul viso, colla testa inclinata in modo da mostrare fra le trine del cappello e l'ultima piega dello scialle una nuca d'avorio ove si sbizzarriscono alla luce due o tre riccioli ribelli.
Questo ha pure la sua attrattiva, quantunque il nostro gusto ci porti a preferire di gran lunga la Venere di Milo, ma questo vuol dire semplicemente che, in conseguenza della nostra prima educazione e di un gusto particolare, noi siamo più plastici che letterarî.
Così si spiega come con queste idee Baudelaire fu per qualche tempo inclinato verso la scuola realista di cui Courbet era il dio e Manet il gran sacerdote. Ma se certi lati della sua natura potevano essere soddisfatti dalla rappresentazione diretta e non convenzionale della bruttezza, o per lo meno della trivialità contemporanea, le sue aspirazioni d'arte, d'eleganza, di lusso e d'estetica lo trascinavano verso una sfera più elevata, e Delacroix, con la sua passione febbrile, col suo colore tempestoso, la sua poetica melanconia, la sua tavolozza smagliante e la sua sapiente pratica d'artista della decadenza, fu e restò suo maestro d'elezione.
Eccoci arrivati ad un'opera singolare di Baudelaire, parte tradotta, parte originale, intitolata: I paradisi artificiali, oppio e haschisch, sulla quale ci fermeremo perchè non ha poco contribuito a far credere al pubblico, sempre disposto ad accettare come vere le voci sfavorevoli ai letterati, che l'autore dei Fiori del male avesse l'abitudine di cercare l'inspirazione negli eccitanti.
La sua morte, sopravvenuta in conseguenza d'una paralisi che lo riduceva impotente a comunicare il pensiero sempre attivo e vigoroso del suo cervello, non fece che confermare questa credenza. Questa paralisi, si diceva, era senza dubbio il prodotto degli eccessi di haschisch o d'oppio ai quali il poeta si era dapprima abbandonato per stravaganza e poi pel fascino fatale ch'esercitano le droghe funeste. La sua malattia non ebbe altre cause che le fatiche, le noie, i dolori e gli imbarazzi di tutte le specie, inerenti alla vita letteraria per tutti quelli il cui talento non si presta ad un lavoro regolare di facile estrinsecazione, come quello del giornale, per esempio, e le cui opere spaventano per la loro originalità i timidi direttori di riviste. Baudelaire era sobrio come tutti i lavoratori, e pure ammettendo che il desiderio di crearsi un paradiso artificiale col mezzo di un eccitante qualunque, oppio, haschisch, vino, alcool o tabacco, sembra essere nella natura umana, perchè lo si ritrova in tutte le epoche, in tutti i paesi, nelle barbarie come nelle civiltà e fino nello stato selvaggio, egli vi scorgeva una prova della perversità originale, un empio tentativo di sfuggire al dolore necessario, una vera suggestione satanica per usurpare, subito, la felicità riservata più tardi come ricompensa alla rassegnazione, alla volontà, alla virtù, allo sforzo costante verso il bene ed il bello.
Egli s'imaginava che il diavolo dicesse ai mangiatori d'haschisch ed ai bevitori d'oppio come in altri tempi ai nostri progenitori: «Se voi gusterete di questo frutto sarete pari agli iddii» e che non tenesse loro la parola più di quello che egli la tenne con Adamo ed Eva, perchè il domani, il dio, infiacchito e snervato, è precipitato al di sotto della bestia e resta isolato in un vuoto immenso, non avendo altre risorse, per isfuggire a sè stesso, che di ricorrere al suo veleno del quale deve gradatamente aumentare la dose. Che Baudelaire abbia provato una o due volte dell'haschisch a scopo di esperienza fisiologica è possibile ed anche probabile, ma non ne ha fatto un uso continuo.
D'altronde questa felicità acquistata alla farmacia, e che si trasporta nella tasca del panciotto, gli ripugnava, ed egli comparava l'estasi che procura l'haschisch a quella d'un maniaco, pel quale alcune tele dipinte e dei grossolani fregi tenessero luogo di veri mobili e di giardini imbalsamati da fiori reali. Egli non venne che raramente e come semplice osservatore alle sedute dell'albergo Pimodan, dove il nostro circolo si riuniva per prendere il dawamesk: sedute che noi abbiamo già descritte nelle Revue des Deux Mondes sotto il titolo «Il club dei mangiatori di haschisch» unendovi il racconto delle nostre proprie allucinazioni. Dopo una decina d'esperienze noi rinunciammo per sempre a quella droga snervante, non perchè ci rovinasse fisicamente, ma perchè il vero letterato non ha bisogno che delle sue fantasie naturali e non ama che il suo pensiero subisca l'influenza d'un agente qualunque. Balzac venne ad una di queste serate e Baudelaire così racconta la sua visita: «Balzac, senza dubbio, pensava che non esiste più grande vergogna nè più forte dolore di quello d'abdicare alla propria volontà. L'ho visto una volta, in una di quelle riunioni, mentre si parlava degli effetti prodigiosi dell'haschisch, ascoltare e discutere con un'attenzione ed una vivacità divertente. Le persone che l'hanno conosciuto indovinano ch'egli doveva prendervi interessamento. Ma l'idea di pensare suo malgrado lo urtava vivamente; gli fu presentato del dawamesk, lo esaminò, lo fiutò e lo restituì senza toccarlo. La lotta fra la sua curiosità, quasi infantile, e la ripugnanza per l'abdicazione, si tradiva sul suo viso espressivo in modo straordinario; l'amore della dignità vinse. Infatti è difficile imaginarsi che il teorico della volontà, il gemello spirituale di Luigi Lambert, acconsenta a perdere una particella di questa preziosa sostanza.»
Quella sera noi eravamo all'Hôtel Pimodan e possiamo constatare la scrupolosa esattezza di questo piccolo aneddoto. Aggiungeremo solamente questo particolare caratteristico: Balzac, restituendo la cucchiaiata di dawamesk offertagli, disse che l'esperimento era inutile e che l'haschisch – ne era sicuro – non avrebbe avuto alcuna azione sul suo cervello.
Ciò era possibile; quel cervello potente, dove regnava la volontà, fortificato dallo studio, saturato dai sottili aromi del moka e che tre bottiglie del più inebriante vino di Vouvray non potevano oscurare della più leggiera nebbia, era forse capace di resistere all'attossicamento passeggero della canapa indiana, perchè l'haschisch o dawamesk, ci siamo dimenticati di dirlo, non è che una decozione di cannabis indica, mescolata ad una sostanza grassa, a miele e a pistacchi, per renderla consistente come una pasta o confettura.
La monografia dell'haschisch è scientificamente perfetta nei Paradisi artificiali, e la medicina potrebbe attingervi notizie sicure, perchè Baudelaire si piccava di scrupolosa esattezza e per nulla al mondo avrebbe introdotto il più piccolo ornamento poetico in questo soggetto, che pure vi si prestava moltissimo.
Egli analizza perfettamente il carattere proprio delle allucinazioni prodotte dall'haschisch, che non suscita impressioni nuove, ma sviluppa solamente le disposizioni particolari dell'individuo, esagerandole fino all'estremo limite. Ciò che si vede non è altro che sè stesso ingrandito, sensibilizzato, eccitato smisuratamente, fuori del tempo e dello spazio, del quale si perde la nozione, in un ambiente dapprima reale, ma che tosto si deforma, s'accentua, s'esagera, e dove ogni dettaglio, d'una intensità estrema, prende una importanza sopranaturale, ma facilmente comprensibile dal mangiatore d'haschisch, che indovina corrispondenze misteriose tra queste imagini spesso disparate.
Se voi ascoltate qualcuna di quelle musiche che sembrano eseguite da un'orchestra celeste e da cori di serafini, e presso le quali le sinfonie di Haydn, di Mozart e di 547" title="">Beethoven non sono più che noiosi charivari, state pur certi che una mano ha sfiorato i tasti del pianoforte con qualche vago preludio, o che un organetto lontano mormora nel frastuono della via un pezzo d'opera conosciuto. Se i vostri occhi sono acciecati da bagliori, da scintillamenti, da irradiazioni e da fuochi d'artificio della luce, certissimamente molti lumi devono bruciare nei lampadarî e nei candelabri. Quando la muraglia cessando d'essere opaca si sprofonda in prospettiva vaporosa, lontana, azzurrognola come una finestra aperta sull'infinito, vuol dire che uno specchio si riflette di fronte al sognatore con le sue ombre diffuse combinate a trasparenze fantastiche.
Le ninfe, le dee, le apparizioni graziose, burlesche o terribili provengono da quadri, da tappezzerie, da statue sfoggianti le loro nudità mitologiche nelle nicchie, o da ghigni deformi d'idoli grotteschi disposti sugli stipi.
Lo stesso è per le estasi dell'odorato che vi trasportano in un paradiso di profumi, dove dei fiori meravigliosi, dondolando le loro corolle come turiboli, vi inviano odori aromatici d'una acutezza penetrante, rievocanti ricordi di vite anteriori, di plaghe lontane e balsamiche e di amori primitivi in qualche O' Taiti del sogno. In tali casi non fa d'uopo ricercare molto lontano per trovare nella camera una boccetta d'eliotropio o di tuberosa, un sacchetto di peau d'Espagne od uno scialle di cachemire negligentemente gettato sopra una poltrona ed imbevuto di patchouli.
capisce dunque che se si vuole godere pienamente dei magici effetti dell'haschisch, bisogna prepararli prima e dare in qualche modo dei motivi alle sue stravaganti variazioni, alle disordinate sue fantasie. È necessario essere in una buona disposizione di spirito e di corpo, non aver durante quella giornata, nè cure, nè doveri, nè ora prestabilita e trovarsi in uno di quegli appartamenti che prediligeva Baudelaire e che Edgardo Poe nelle sue descrizioni mobiliava con una poetica ricercatezza, un lusso bizzarro ed un'eleganza misteriosa; un ritiro ignorato e nascosto che sembri attendere l'anima diletta, l'ideale figura femminile che nel suo nobile linguaggio Chäteaubriand chiamava la silfide.
In tali condizioni è probabile, anzi è quasi certo, che le sensazioni per loro natura piacevoli si cambieranno in beatitudini, rapimenti, estasi, voluttà indicibili, di molto superiori alle gioie grossolane promesse da 210" title="">Maometto nel suo paradiso troppo somigliante ad un serraglio. Le uri verdi, rosse e bianche che escono dalla cavità della perla, loro dimora, per offrirsi ai fedeli colla loro verginità che si rinnova senza fine, assomiglierebbero a volgari donnaccie paragonate alle ninfe, agli angeli, alle silfidi, vapori profumati, trasparenze ideali, forme aeree di luce rossa ed azzurra, che si distaccano in tinte chiare sovra dischi di sole, uscenti dal fondo dell'infinito con parvenze eteree come i globuli argentei d'un liquore gasoso dal fondo di una coppa di cristallo, che il bevitore di haschisch vede passare in legioni innumerevoli ne' suoi sogni. Senza tali precauzioni, l'estasi si può mutare in incubo. Le voluttà si mutano in sofferenze, le gioje in terrori; un'angoscia terribile vi prende alla gola, v'incombe sul petto, vi preme col suo peso fantasticamente enorme, come se la sfinge delle piramidi o l'elefante del re di Siam si prendesse il gusto di schiacciarvi: altre volte un freddo glaciale vi invade tramutandovi in marmo fino alle anche, come quel re delle Mille ed una notti per metà cambiato in statua ed al quale la perfida moglie tutte le mattine veniva a battere le spalle rimaste morbide.
Baudelaire racconta due o tre allucinazioni d'uomini di carattere differente, ed un'altra provata da una donna in quel gabinetto a specchî ricoperti d'un traliccio dorato e festonato a fiori, che non è difficile riconoscere per lo spogliatoio dell'albergo Pimodan, ed unisce ad ogni visione un commentario analitico e morale dal quale trapela la sua invincibile ripugnanza per la felicità ottenuta con questo mezzo artificiale. Egli distrugge l'asserzione che il genio potrebbe ricavare aiuto dalle idee suggerite dall'ebrezza dell'haschisch, poichè queste idee non sono così belle come si crede: la loro attrattiva proviene sopratutto dall'eccessiva eccitazione nervosa in cui si trova il soggetto. L'haschisch poi, che crea queste idee, toglie nel medesimo tempo la possibilità di servircene, perchè esso annienta la volontà e piomba le sue vittime in una tediosa noncuranza per la quale lo spirito diventa incapace d'ogni sforzo e di ogni lavoro, e dalla quale non può uscire se non replicando le dosi.
«Infine, egli aggiunge, ammettendo per qualche minuto l'ipotesi di un temperamento abbastanza equilibrato, abbastanza vigoroso da resistere agli effetti malefici della perfida droga: bisogna riflettere ad un altro pericolo fatale, terribile, che è quello dell'abitudine. Chi avrà ricorso ad un veleno per poter pensare, non potrà più pensare senza l'aiuto del veleno. Si rifletta alla sorte spaventevole di un uomo, la cui imaginazione così paralizzata non possa agire senza il soccorso dell'haschisch e dell'oppio!»
E più innanzi egli fa la sua professione di fede con queste nobilissime parole: «Ma l'uomo non manca d'onesti mezzi per guadagnarsi il regno de' cieli, per esser costretto per tale conseguimento ad invocare l'opera dei farmachi o dei sortilegi; non è forzato a vendere la propria anima per pagare l'amicizia delle Uri e le loro inebrianti carezze. Che sorta di paradiso è mai quello che si acquista al prezzo dell'eterna salute?» Segue la pittura d'una specie d'Olimpo collocato sull'arduo monte dello spiritualismo, dove le Muse di 25" title="">Raffaello o del Mantegna, obbedienti ad Apollo, attorniano con ritmici cori l'artista votato al culto del bello e lo ricompensano delle durate fatiche. «A' suoi piedi, continua l'autore, alle falde del monte, l'umano stupido gregge, nel fango e fra le spine, simula le smorfie del godimento e manda forti grida in preda agli effetti del veleno.» E il poeta rattristato dice a sè stesso: «Questi infelici che non hanno provato, nè tampoco si sono mortificati col digiuno, rifiutando di redimersi, chiedono alla nera magia i mezzi d'inalzarsi d'un tratto ad un'esistenza sopranaturale. L'incantesimo li inganna, accendendo per essi il fuoco fatuo d'una falsa felicità, dimodochè noi, poeti e filosofi, che abbiamo rigenerato l'anima nostra col lavoro continuato e colla contemplazione, coll'esercizio assiduo della volontà e colla permanente nobiltà dell'intenzione, noi ci siamo creato un giardino di vere bellezze. Fidenti nella parola che asserisce la fede smuovere le montagne, noi abbiamo compiuto il solo miracolo di cui Dio ci abbia reso capaci.»
Dopo simili parole è difficile credere che l'autore dei Fiori del male, malgrado le sue tendenze sataniche, abbia fatto frequenti visite ai paradisi artificiali.
Allo studio sull'haschisch tien dietro lo studio sull'oppio, ma qui Baudelaire aveva per guida un libro singolare, celeberrimo in Inghilterra, Confessions of an English opium eater di cui è autore de Quincey, distinto ellenista, scrittore di prim'ordine, autorevolissimo, che osò fare con un candore tragico, nel paese del mondo il più irrigidito dal cant, la confessione della sua passione per l'oppio, descrivere quella passione, ritrarne le fasi, le intermittenze, le ricadute, le lotte, gli entusiasmi, gli abbattimenti, le estasi e le fantasmagorie, susseguite da angoscie inesprimibili. De Quincey, cosa quasi incredibile, era giunto, aumentando a poco a poco la dose, ad ottomila goccie al giorno, ciò che non gl'impedì di giungere fino alla età avanzata di settantacinque anni, perchè non morì che nel dicembre 1859 facendo aspettare per lungo tempo i medici ai quali, in un momento di capriccio, aveva lasciato il suo cadavere saturo d'oppio, come un curioso soggetto di esperienze scientifiche.
La sua cattiva abitudine non gli impedì di pubblicare una quantità di opere letterarie ed erudite, dove nulla rivela la fatale influenza di ciò ch'egli stesso chiama «il nero idolo». La fine del libro lascia credere che con sforzi sovrumani l'autore fosse riuscito finalmente a correggersi, ma ciò potrebbe anche essere un sacrificio fatto alla morale e alle convenienze, come il premio alla virtù e il castigo del delitto in fine dei melodrammi, l'impenitenza finale essendo un cattivo esempio.
E de Quincey sostiene che dopo diciassette anni di uso e otto di abuso dell'oppio, ha potuto rinunziare a quella droga pericolosa!
Tuttavia quanto amore in questa invocazione lirica al bruno liquore:
«O giusto, sottile e potente oppio! tu, che nel cuore del povero come del ricco, per le ferite che non si stagneranno mai e per le angoscie che inducono lo spirito alla rivolta, versi un dolce balsamo; eloquente oppio, tu che colla tua potente retorica vinci le risoluzioni del furore e che per una notte restituisci all'uomo colpevole la speranza della sua giovinezza e le sue mani monde di sangue; che all'uomo superbo dài l'oblio passeggero dei torti non riparati e degli insulti non vendicati! Tu edifichi nel seno delle tenebra coi materiali imaginarî del cervello, con un'arte più profonda di quella di Fidia e di Prassitele, delle città e dei tempi che superano in isplendore Babilonia o Ecatompilos, e dal caos di un sonno pieno di sogni evochi alla luce del sole i volti di bellezze da tempo svanite e le fisionomie familiari e benedette, monde dagli oltraggi della tomba. Tu solo dài all'uomo quei tesori e tu possiedi le chiavi del paradiso, o giusto, sottile e possente oppio!»
Baudelaire non traduce integralmente il libro di de Quincey. Ne stacca i brani più notevoli che unisce con un'analisi a cui si mescolano digressioni e riflessioni filosofiche in modo da formare un sunto che rappresenta tutta l'opera.
Nulla di più curioso dei particolari biografici coi quali cominciano quelle confessioni, e raccontano la fuga dello scolaro per sottrarsi alla tirannia de' suoi tutori, la sua vita errante, miserabile e famelica attraverso quel gran deserto di Londra, il suo soggiorno in quell'alloggio trasformato in un covo per la trascuranza del proprietario, la sua relazione colla serva, mezzo idiota, e Ann, una povera ragazza, triste violetta da strada, innocente e verginale perfino nella prostituzione, il perdono della sua famiglia, l'acquisto di un patrimonio ragguardevole che gli permette di dedicarsi a' suoi studi prediletti in fondo ad un villino, insieme ad una nobile donna, che, Oreste dell'oppio, chiama la sua Elettra. Poichè ha già contratto, in seguito a dolori nevralgici, l'abitudine invincibile del veleno di cui in breve tempo sorbiva, senza esito grave, la dose enorme di quaranta grani al giorno.
Vi hanno poche poesie, anche di Byron, di Coleridge e Shelley, che superino in magnificenza grandiosa e bizzarra i sogni di de Quincey. Alle visioni più splendide, che mandano bagliori azzurro-argentei di paradiso o di Eliso, ne succedono altre più fosche dell'Erebo e alle quali si possono applicare questi versi spaventevoli del poeta: «Era come se un gran pittore avesse immerso il suo pennello nel nero del terremoto e dell'eclissi».
De Quincey, che era un umanista dei più illustri e precoci – sapeva il latino ed il greco a dieci anni, – aveva sempre preso molto piacere alla lettura di Tito Livio, e le parole consul romanus gli vibravano all'orecchio come una formula magica, assolutamente irresistibile. Quelle cinque sillabe risuonavano al suo orecchio con vibrazioni di trombe sonanti delle fanfare trionfali, e quando, ne' suoi sogni, delle moltitudini nemiche combattevano su un campo di battaglia rischiarato da una livida luce, con sordi gemiti ed un gran scalpiccìo, simile al rumore lontano delle grandi distese d'acqua, tutto ad un tratto una voce misteriosa gridava queste parole che tutto dominavano: Consul romanus. Un gran silenzio, pieno di ansiosa attesa, si faceva, ed il console appariva montato su di un cavallo bruno, in mezzo a quell'immenso formicaio, come il Mario nella Battaglia dei Cimbri di Decamps; e con un gesto fatidico decideva della vittoria.
Altre volte, dei personaggi intravisti in realtà si mescolavano a' suoi sogni e li popolavano come spettri ostinati che nessun esorcismo può scacciare. – Un giorno dell'anno 1813, un malese dalla testa gialla e biliosa, dagli occhi tristemente nostalgici, che veniva da Londra e cercava di raggiungere qualche porto, non conoscendo una sola parola di nessuna lingua europea, venne a bussare, per ripararvisi, alla porta della villa. Per non rimanere senza parole di fronte ai domestici ed ai vicini, de Quincey gli parlò greco; l'asiatico rispose in malese, e l'onore fu salvo. Dopo avergli dato qualche moneta, il padrone di casa, con quella carità che spinge il fumatore ad offrire un sigaro al meschino che si imagina privo di tabacco da lungo tempo, regalò al malese una gran quantità di oppio che egli inghiottì in una sol volta. Ve n'era di che uccidere sette od otto uomini non abituati; ma certo l'uomo dal colore giallo era abituato al veleno, poichè partì soddisfattissimo coi segni della più viva riconoscenza. Non lo rivide più, almeno fisicamente, ma divenne uno degli ospiti più assidui delle visioni di de Quincey. – Il malese della faccia di zafferano e dalle pupille stranamente nere era come una specie di genio dell'estremo Oriente, che aveva le chiavi dell'India, del Giappone, della China e d'altri paesi, situati in rapporto al resto del mondo, ad una lontananza chimerica ed impossibile. Come si obbedisce ad una guida non richiesta, ma che bisogna seguire per una di quelle fatalità che il sogno ammette, de Quincey, sulle orme del malese, si smarriva in regioni di un'antichità favolosa e d'una inesprimibile bizzarria che gli davano un profondo terrore.
«Io non so, diceva nelle sue confessioni, se altre persone condividano a tal segno i miei sentimenti, ma ho spesso pensato che se, forzato a lasciare l'Inghilterra, dovessi vivere in China secondo le usanze della vita chinese, diventerei pazzo... Un giovane chinese mi sembra un essere antidiluviano. In China sopratutto, lasciando da parte quanto essa ha di comune col resto dell'Asia meridionale, io sono spaventato dalle usanze, dal tenore di vita, da una invincibile ripugnanza, da una barriera di sentimenti che me ne allontanano, e che sono troppo profondi per essere analizzati; preferirei vivere con dei Lunatici o con delle bestie.»
Con maligna ironia, il malese, che pareva conoscere questa ripugnanza del mangiatore d'oppio, aveva cura di condurlo in città immense, dalle torri di porcellana, dai tetti curvati adorni di campanelle che tintinnano senza posa, dai fiumi pieni di giunchi e traversati da draghi scolpiti in forma di ponti, dalle vie affollate da una innumerevole popolazione di fantocci, che dimenano le loro piccole teste dagli occhi obliqui, e le loro code irrequiete come quelle dei topi, mormorando, con grandi riverenze, dei monosillabi cerimoniosi.
La terza ed ultima parte dei Sogni di un mangiatore di oppio ha un titolo doloroso e giustificato: Suspiria de profundis. In una di quelle visioni appariscono tre figure indimenticabili, misteriosamente terribili come le Moires greche, come le Madri del secondo Faust. Sono le seguaci di Levana, l'austera dea che prende da terra il neonato e lo perfeziona col dolore. Come vi sono tre Grazie, tre Parche, tre Furie, come c'erano primieramente tre Muse, ci sono tre dee della tristezza: esse sono le nostre Madonne delle Tristezze. La più attempata delle tre sorelle si chiama Mater lacrymarum, o Madonna delle Lacrime: la seconda, Mater suspiriorum, Madonna dei Sospiri; la terza e la più giovine Mater tenebrarum, Madonna delle Tenebre, la più formidabile di tutte e a cui l'animo risoluto non può pensare senza un secreto orrore. Quegli spettri dolenti non parlano il linguaggio articolato dei mortali; piangono, sospirano e fanno nell'ombra vaga dei gesti fatidici. Esprimono così i dolori ignorati, le angoscie senza nome, le suggestioni della disperazione solitaria, tutto ciò che vi ha di sofferenze, di amarezze e di dolori nel più profondo dell'anima umana.
L'uomo deve ricevere le lezioni di quelle rudi iniziatrici, «così vedrà le cose che non dovrebbero essere viste, gli spettacoli che sono abominevoli e i segreti che sono indicibili; così leggerà le antiche verità, le grandi e terribili verità.»
Si capisce bene che Baudelaire non risparmia a de Quincey i rimproveri che rivolge a tutti coloro che vogliono elevarsi al sopranaturale con mezzi materiali, ma in grazia della bellezza dei quadri che dipinge l'illustre e poetico sognatore, gli dimostra molta benevolenza.
Verso quell'epoca Baudelaire lasciò Parigi e piantò le sue tende a Bruxelles. Non bisogna scorgere in quel viaggio nessuna idea politica, ma solamente il desiderio di una vita più tranquilla e di un riposo riparatore, lungi dagli eccitamenti dell'esistenza parigina. Quel soggiorno pare non gli abbia giovato.
A Bruxelles lavorò poco, e le sue carte non contengono che note rapide, sommarie, quasi geroglifiche, delle quali egli solo avrebbe potuto valersi.
La sua salute, invece di rinfrancarsi, si alterò, sia che fosse minata più profondamente ch'egli non credesse, sia che il clima non gli fosse favorevole.
I primi sintomi del male si rivelarono con una certa lentezza della parola ed una esitazione sempre maggiore nella scelta dei vocaboli; ma, siccome Baudelaire si esprimeva spesso con fare solenne e sentenzioso, calcando sulle parole, come per dar loro maggiore importanza, non si fece caso di quella difficoltà di linguaggio, prodromo della terribile malattia che doveva ucciderlo e che ben presto si manifestò con un assalto improvviso.
L'annuncio della morte di Baudelaire si diffuse in Parigi colla rapidità alata delle cattive notizie, superiore a quella dell'elettricità.
Baudelaire era ancor vivo, ma la notizia, quantunque falsa, era prematuramente vera; egli non doveva più riaversi dal male che lo aveva colto.
Ricondotto da Bruxelles a Parigi, dalla famiglia e dagli amici, visse ancora qualche mese, non potendo nè parlare, nè scrivere, la paralisi avendo rotto la catena che unisce il pensiero alle parole. L'idea era in lui sempre viva, lo si capiva dall'espressione de' suoi occhi, ma era prigione, muta, senza mezzi di comunicazione in quel carcere d'argilla che non doveva aprirsi che sulla tomba.
A che insistere sui particolari di quella triste fine? Non è mai dolce morire, ma è doloroso pei superstiti veder sparire così presto un così singolare ingegno che poteva per molto tempo ancora dare frutti, e perdere sul cammino sempre più deserto della vita un compagno di gioventù.
Oltre ai Fiori del male, alle traduzioni di Edgardo Poe, ai Paradisi artificiali, alle critiche d'arte e letterarie, Carlo Baudelaire lasciò un libro di poemetti in prosa, pubblicati in epoche diverse su pei giornali e le riviste, che presto si stancavano di quei delicati capilavori senza interesse pel lettore volgare, e costringevano il poeta, la cui nobile ostinazione non ammetteva transazione di sorta, a portare la serie successiva ad una pubblicazione o più ardita o più letteraria.
È la prima volta che quei componimenti, sparsi un poco dappertutto, e quasi introvabili, sono riuniti in un volume che non sarà il minor merito del poeta nella posterità.
In una breve prefazione indirizzata ad Arsenio Houssaye, che precede i Poemetti in prosa, Baudelaire racconta come gli era venuta l'idea di valersi di quella forma ibrida, che sta fra il verso e la prosa.
«Ho da farvi una piccola confessione. È sfogliando, per la ventesima volta almeno, il famoso Gaspard de la Nuit, di Aloisio Bertrand (un libro conosciuto da voi, da me e da qualcuno de' miei amici non ha tutti i diritti di essere chiamato famoso?) che mi venne l'idea di tentare qualche cosa di analogo e di applicare alla descrizione della vita moderna, o piuttosto di una vita moderna e più astratta, il metodo ch'egli aveva nella pittura della vita antica, così stranamente pittoresca.
«Chi è di noi che non abbia, ne' suoi giorni di ambizione, sognato il miracolo di una prosa poetica, musicale, senza ritmo e senza rima, così duttile e potente da adattarsi ai moti lirici dell'anima, alle ondulazioni del sogno, alle agitazioni della coscienza?»
Non c'è bisogno di dire che nulla somiglia meno a Gaspard de la Nuit dei Poemetti in prosa. Lo stesso Baudelaire se ne avvide appena cominciato il suo lavoro, e constatò quell'accidente del quale qualunque altro forse si sarebbe insuperbito, ma che non può che umiliare profondamente un intelletto che consideri come il più grande onore del poeta quello di fare precisamente quello che aveva meditato di fare.
Si vede che Baudelaire pretendeva sempre di dirigere la inspirazione colla volontà e introdurre una specie di matematica infallibile nell'arte.
Egli biasimava sè stesso per aver prodotto altre cose da ciò che aveva risoluto di fare, fosse pure, come in questo caso, un'opera originale e potente.
La nostra lingua poetica, bisogna confessarlo, malgrado i validi sforzi della nuova scuola per renderla più malleabile, non si presta molto al particolare minuto e descrittivo, sopratutto quando si tratta di soggetti della vita moderna, famigliare o sontuosa.
Senz'avere, come un tempo, l'orrore della parola propria e l'amore della perifrasi, il verso francese si ricusa, per la sua stessa struttura, all'espressione dei dettagli, e se si ostina a farlo entrare nell'angusta sua cornice, diventa duro, aspro e penoso.
I Poemetti in prosa vennero dunque assai opportunamente a supplire a quella impotenza, e, in quella forma – che esige un'arte squisita, e nella quale ogni vocabolo dev'essere posto, prima che adoperato, su bilancie più sensibili di quelle dei Pesatori d'oro di Quintino Metsys, perchè bisogna che abbia il titolo, il peso e il suono – Baudelaire ha messo in rilievo un lato delicato e bizzarro del suo ingegno.
Egli ha potuto stringere più da vicino l'inesprimibile e ritrarre quelle gradazioni fuggevoli che ondeggiano fra il suono e il colore, e quei pensieri che somigliano ad arabeschi o a temi di frasi musicali.
Non è soltanto alla natura fisica, ma ai movimenti più reconditi dell'anima, alle bizzarre malinconie, allo spleen allucinato delle nevrosi che si applica felicemente quella forma.
L'autore dei Fiori del male ne ha tratto degli effetti meravigliosi, e talora si rimane sorpresi che la lingua possa giungere ora attraverso il velo trasparente del sogno, ora colla cruda chiarezza di uno di quel raggi di sole, che negli sfondi azzurri fanno spiccare una torre in rovina, un gruppo d'alberi, la cima di una montagna, a far vedere oggetti che sembrano ribellarsi a qualunque descrizione e che, fin qui, non erano stati resi dalla parola.
Sarà una gloria, se non la più grande, di Baudelaire quella di aver fatto entrare nella possibilità dello stile una serie di cose, di sensazioni e di effetti non qualificati da Adamo, il grande nomenclatore.
Un letterato non potrebbe ambire un più bel titolo, e lo scrittore che ha composto i Poemetti in prosa lo merita senza contrasto.
È assai difficile, a meno di disporre di molto spazio, e in tal caso varrebbe meglio rimandare il lettore ai componimenti stessi, dare un'idea adeguata di quei quadri, medaglioni, bassorilievi, statuette, smalti, pastelli, cammei, che si seguono, un po' come le vertebre nella spina dorsale di un serpente. Si può togliere qualcuno di quegli anelli, e i pezzi si ricongiungono vivi, avendo ciascuno la sua anima particolare e torcendosi convulsamente verso un ideale inaccessibile.
Prima di chiudere queste notizie, poichè, diffondendoci, caccieremmo dal suo volume l'autore e l'amico di cui analizziamo l'ingegno, e il commento soffocherebbe l'opera, dobbiamo limitarci a citare i titoli di qualcuno di quei piccoli poemi in prosa, molto superiori, a nostro avviso, per l'intensità, la concentrazione, la profondità e la grazia, alle fantasie graziose di Gaspard de la Nuit che Baudelaire si era proposto a modello.
Fra i cinquanta lavori di cui si compone la raccolta, e che son tutti differenti di tono e di fattura, noteremo la Focaccia, la Camera doppia, le Folle, le Vedove, il Vecchio saltimbanco, un Emisfero in una capigliatura, l'Invito al viaggio, la 255" title="">Bella Dorotea, una Morte eroica, il Tirso, Ritratti di amanti, il 54" title="">Desiderio di dipingere, un 254" title="">Cavallo di razza, e sopratutto i Beneficî della luna, adorabile poesia, nella quale il poeta esprime con magica illusione ciò che assolutamente non seppe rendere il pittore inglese Millais nella sua Veglia di sant'Agnese: il discendere dell'astro notturno in una stanza, colla sua luce azzurra e fosforescente, i suoi grigi di madreperla iridescente, la sua nebbia attraversata da raggi nei quali si agitano come falene degli atomi d'argento. – Dall'alto delle nubi la luna pare si pieghi sulla culla di una bambina che dorme, inondandola della sua viva luce e del suo veleno luminoso; a quella graziosa testina pallida essa impartisce i suoi strani beneficî, come una fata madrina e le mormora all'orecchio: «Tu subirai eternamente l'influenza del mio bacio, tu sarai bella a modo mio. Amerai ciò che io amo e ciò che mi ama: l'acqua, le nubi, il silenzio, la notte, il mare immenso e glauco, l'acqua uniforme e multiforme; il luogo dove non sarai, l'amante che non conoscerai, i fiori mostruosi, i profumi che turbano la mente, i gatti sdraiati voluttuosamente sui cembali, e che gemono, come le donne, con una voce rauca e dolce.»
Noi non conosciamo di analogo a questo componimento delizioso che la poesia di Li-tai-pe, così ben tradotta da Giuditta Walter, nella quale l'imperatrice della China trascina fra i raggi, sulla sua scalinata di diaspro diamantata dalla luna, le pieghe della sua veste di raso bianco. Solamente un Lunatico poteva così comprendere la luna e il suo fascino misterioso.
Quando si sente la musica di 543" title="">Weber, si prova a tutta prima una sensazione di sonno magnetico, una specie di calma che vi separa senza scosse dalla vita reale, poi lontano risuona una nota strana che vi fa tendere l'orecchio con una specie d'inquietudine. Quella nota è come il sospiro di un mondo sopranaturale, come la voce degli spiriti invisibili che si chiamano. Oberone ha imboccato il suo corno, e la foresta magica si apre, allungando all'infinito i suoi viali azzurrognoli, popolandosi di tutti gli esseri fantastici descritti da Shakespeare nel Sogno di una mezzanotte d'estate, e la stessa Titania appare nella sua veste diafana di velo d'argento.
La lettura dei Poemetti in prosa ci ha spesso prodotto impressioni di questo genere; una frase, una parola – una sola – bizzarramente scelta e messa a posto, evocava un mondo sconosciuto di figure obliate eppure amiche, ravvivava i ricordi di esistenze anteriori e lontane, e faceva presentire intorno a noi un coro misterioso di idee svanite, mormoranti a mezza voce tra i fantasmi delle cose che si staccano incessantemente dalla realtà.
Altre frasi di una tenerezza morbosa sembrano come la musica bisbigliare delle consolazioni pei dolori ignorati e le irrimediabili disperazioni. Ma bisogna ben guardarsene, perchè danno la nostalgia come il ranz des vaches a quel povero lanzichenecco svizzero della ballata tedesca, di guarnigione a Strasburgo, che attraversò il Reno a nuoto, fu preso e fucilato «per aver troppo sentito echeggiare il corno delle Alpi».
Teofilo Gautier
20 febbraio 1868.
AL POETA IMPECCABILE
AL GRAN MAGO DELLE LETTERE FRANCESI
AL MIO CARISSIMO E TANTO VENERATO
MAESTRO ED AMICO
TEOFILO GAUTIER
COI SENTIMENTI
DE LA PIÙ PROFONDA UMILTÀ
DEDICO
QUESTI FIORI MALATICCI
C.B.
AL LETTORE
La stoltezza, l'errore, il peccato, la sordidezza, governano gli spiriti nostri e tormentano i nostri corpi, e noi alimentiamo i nostri piacevoli rimorsi, come i mendicanti nutrono i loro insetti schifosi.
I nostri peccati sono caparbî; i nostri pentimenti, vigliacchi; ci facciamo pagare lautamente le nostre confessioni, e rientriamo festanti nel sentiero limaccioso, credendo lavare tutte le nostre macchie con lagrime vili.
Su il guanciale del male è Satana Trismegisto che culla senza posa il nostro spirito incantato, e il ricco metallo de la nostra volontà è tutto vaporizzato da questo chimico sapiente.
È il Diavolo che tiene i fili che ci muovono! Negli oggetti ripugnanti troviamo delle attrattive: ogni giorno, senza orrore, scendiamo di un passo verso l'Inferno a traverso tenebre mefitiche.
Come un libertino povero, che bacia e morde il seno martirizzato d'una vecchia baldracca, noi rubiamo a volo un piacere clandestino che spremiamo con forza come un'arancia avvizzita.
Serrato, formicolante, come un milione d'elminti, nei nostri cervelli gozzoviglia un popolo di Demoni, e, quando respiriamo, la Morte, fiume invisibile, scende nei nostri polmoni con sordi lamenti.
Se lo stupro, il veleno, il pugnale, l'incendio, non hanno ancora ricamato dei loro vaghi disegni il canovaccio volgare dei nostri miseri destini, è che l'anima nostra, ahimè! non ha bastante ardire.
Ma fra gli sciacalli, le pantere, le linci, le scimmie, gli scorpioni, gli avoltoi, i serpenti, i mostri che guaiscono, urlano, grugniscono, e s'arrampicano nel serraglio infame dei nostri vizî,
ve n'è uno più brutto, più maligno, più immondo! E benchè non faccia larghi gesti, nè getti alte grida, farebbe volontieri de la terra una ruina, e in uno sbadiglio inghiottirebbe il mondo;
è la Noia! – coll'occhio grave d'un pianto involontario, sogna patiboli, fumando il suo houka. Tu lo conosci, lettore, questo mostro delicato, ipocrita lettore! mio simile, mio fratello!
Spleen e Ideale
I.
BENEDIZIONE.
Allorquando, per un decreto de le potenze supreme, il Poeta appare in questo mondo annoiato, sua madre spaventata e gonfia di bestemmie stringe i pugni verso Dio, che la compiange:
"Ah! perchè non ho procreato tutto un viluppo di serpi, piuttosto che alimentare questa derisione! 54" title="">Maledetta sia la notte dai fuggevoli piaceri in cui il mio ventre ha concepito la mia espiazione!
"Poichè mi hai scelta fra tutte le donne per essere la nausea del mio povero marito, e non posso gettare a le fiamme, come una lettera d'amore, questo mostro raggrinzato,
"farò schizzare il tuo odio che m'opprime su l'istrumento maledetto delle tue perversità, e torcerò così bene questo misero albero, che non potrà mettere i suoi germogli appestati!"
Ella torna così ad inghiottire la schiuma del suo odio, e, non comprendendo li eterni disegni, si prepara in fondo a la Gehenna i roghi consacrati ai delitti materni.
Tuttavia, sotto l'invisibile tutela d'un Angelo, il Bambino diseredato s'inebria di sole, e in tutto ciò che beve e mangia ritrova l'ambrosia e il nettare vermiglio.
Egli scherza col vento, parla con la nube e cantando s'inebria del suo calvario; e lo Spirito che lo segue nel suo pellegrinaggio piange vedendolo allegro come un uccello dei boschi.
Tutti quelli che vuole amare l'osservano con timore, oppure, incoraggiati da la sua tranquillità, fanno a gara a chi sa strappargli un lamento, e provano su di lui la loro ferocia.
Nel pane e nel vino destinati a la sua bocca mescolano cenere con sputi impuri; con ipocrisia respingono ciò che egli tocca, e si fanno una colpa d'aver posto il piede su l'orme de' suoi passi.
Sua moglie va gridando ne le pubbliche piazze: "Poichè egli mi trova abbastanza bella per adorarmi, io farò il mestiere degli idoli antichi, e al par di loro mi farò dorar di nuovo;
"e mi ubriacherò di nardo, d'incenso, di mirra, di genuflessioni, di carne e di vino, per sapere se posso in un cuore che mi ammira usurpare scherzando gli omaggi divini!
"E quando mi annoierò di queste empie commedie, poserò su di lui la mia fragile e forte mano; e le mie unghie, uguali alle unghie de le Arpie, sapranno aprirsi una via fino al suo cuore.
"Come un uccellino appena nato che trema e palpita, io strapperò quel cuore sanguinante dal suo seno, e, per saziare la mia bestia favorita, glielo getterò a terra con disprezzo!"
Verso il Cielo, dove l'occhio suo scorge un trono splendido, il Poeta sereno alza le pie braccia, e i vasti lampi del suo lucido spirito gli nascondono l'aspetto dei popoli furiosi:
"Siate benedetto, o mio Dio, che date il patimento come un divino rimedio a le nostre impurità e come la migliore e la più pura essenza che prepara i forti a le voluttà sante!
"Io so che ne le schiere beate de le sante Legioni serbate un posto al poeta, e che l'invitate a l'eterna festa dei Troni, de le Virtù, de le Dominazioni.
"Io so che il dolore è la nobiltà unica a cui non morderanno mai la terra e gli inferni, e che bisogna, per intrecciare la mia mistica corona, imporre tutti i tempi e tutti li universi.
"Ma i gioielli perduti de l'antica Palmira, li sconosciuti metalli, le perle del mare, incastonati da la vostra mano, non basterebbero a questo bel diadema abbagliante e splendido;
"perchè non sarà fatto che di pura luce, attinta al focolare santo dei raggi primitivi, di cui li occhi mortali nel loro pieno splendore, non sono che specchi offuscati e piangenti!"
II.
L'ALBATRO.
Sovente, per divertirsi, gli uomini d'equipaggio prendono degli albatri, grandi uccelli marini che seguono, indolenti compagni di viaggio, il bastimento scivolante su li abissi amari.
Appena deposti su la tolda, ecco questi re de l'azzurro, inetti e vergognosi, lasciar miseramente penzolare ai loro fianchi, come remi, le grandi ali bianche.
Com'è goffo e fiacco questo viaggiatore alato! Lui, già tanto bello, com'è comico e brutto! L'uno gli provoca il becco con la pipa, l'altro imita, zoppicando, l'infermo che volava!
Il Poeta è simile al principe dei nembi, che vive fra le tempeste e si ride dell'arciere; esiliato su la terra fra grida di scherno, le ali di gigante gl'impediscono di camminare.
III.
ELEVAZIONE.
Al di sopra degli stagni, ed al di sopra delle valli de le montagne, dei boschi, de le nubi, dei mari, al di là del sole, al di là dell'etere, al di là dei confini de le sfere stellate,
tu, mio spirito, ti muovi con agilità, e, come un bravo nuotatore che nell'onda si bea, solchi allegramente l'immensità profonda con indicibile e maschia voluttà.
Fuggi ben lontano da questi ammorbanti miasmi; va a purificarti ne l'aria superiore, e bevi, come un puro e divino liquore, il chiaro fuoco che riempie i limpidi spazî.
Lasciando dietro le noie e gli sconfinati dolori gravanti su la grigia esistenza, felice colui che può con ala vigorosa slanciarsi verso le regioni luminose e serene;
colui, i cui pensieri, come allodole, prendono al mattino un libero slancio verso il cielo; che si libra al di sopra della vita e comprende senza sforzo il linguaggio dei fiori e de le cose mute!
IV.
RISPONDENZE.
La Natura è un tempio in cui dei pilastri viventi lasciano talvolta uscire confuse parole; l'uomo vi passa attraverso foreste di simboli che l'osservano con sguardi familiari.
Come lunghi echi che da lontano si confondono in una tenebrosa e profonda unità, vasta come la notte e come la luce, i profumi, i colori e i suoni si rispondono.
Vi sono profumi freschi come carni di bambini, dolci come li oboi, verdi come le praterie; ed altri corrotti, ricchi e trionfanti,
che hanno l'espansione de le cose infinite, come l'ambra, il muschio, il benzoino e l'incenso, e cantano i trasporti de lo spirito e dei sensi.
V.
Amo il ricordo di quell'epoche ignude in cui Febo si compiaceva nel dorare le statue.
Allora l'uomo e la donna nella loro agilità gioivano senz'ansie e senza menzogna, e mentre il cielo amoroso accarezzava loro la schiena, esercitavano la robustezza della loro nobile macchina.
Cibele allora, fertile di generosi prodotti, non trovava punto i suoi figli un peso troppo grave, ma, lupa gonfia di tenerezza, abbeverava l'universo a le sue brune mammelle.
L'uomo, elegante, robusto e forte, aveva il diritto d'essere fiero de le beltà che lo eleggevano a re, frutti puri da ogni oltraggio e vergini di screpolature, la cui carne liscia e soda invitava ai morsi!
Oggi il Poeta, quando vuole concepire quelle native grandezze, là dove si mettono in mostra le nudità de l'uomo e de la donna, sente, davanti a quel nero quadro pieno di spavento, un freddo sepolcrale avviluppargli l'anima.
O mostruosità rimpiangenti le loro vesti! O ridicoli tronchi! torsi degni de le maschere! O poveri corpi contorti, magri, panciuti o flosci, che il dio dell'Utile, implacabile e sereno, avviluppò ancor fanciulli nelle sue fascie di bronzo!
E voi, donne, ahimè! pallide come ceri, consumate e nutrite dal libertinaggio, e voi, vergini, trascinanti l'eredità del vizio materno e tutte le orridezze de la fecondità!
Noi, nazioni corrotte, abbiamo, è vero, bellezze sconosciute ai popoli antichi: visi consunti dai cancri del cuore, che si potrebbero chiamare bellezze fatte di languore; ma queste invenzioni delle nostre tarde muse non impediranno mai a le razze malaticcie di tributare un profondo omaggio a la giovinezza, – a la santa giovinezza dall'aspetto semplice, dalla fronte serena, da l'occhio limpido e chiaro qual'acqua corrente, che, noncurante come l'azzurro del cielo, li uccelli e i fiori, va spandendo su tutto i suoi profumi, le sue canzoni e i suoi dolci tepori!
VI.
I FARI.
Rubens, fiume d'oblio, giardino de la pigrizia, guanciale di carne fresca sul quale non si può amare, ma dove la vita fluisce e s'agita senza posa, come l'aria nel cielo e il mare nel mare;
Leonardo da Vinci, specchio profondo e cupo, ove degli angioli graziosi, con un dolce sorriso pieno di mistero, appariscono all'ombra dei ghiacciai e dei pini che chiudono i loro paesi;
Rembrandt, triste ospedale tutto pieno di mormorii, dove la preghiera in lagrime s'inalza da le lordure, adorno solo d'un gran crocifisso, e bruscamente traversato da un raggio invernale;
Michelangelo, luogo indefinito ove si scorgono Ercoli mescolarsi a Cristi, e su levarsi dritti potenti fantasmi che nei crepuscoli stracciano il loro sudario stirandosi le dita;
Puget, uomo debile e giallo, melanconico imperatore dei forzati, gran cuore gonfio d'orgoglio, tu che hai saputo riunire collere di pugilatori, impudenze di fauno, e la bellezza degli sciocchi;
Watteau, carnevale in cui molti cuori illustri, come farfalle, errano fiammeggiando, leggeri e freschi ornamenti rischiarati da candelabri che versano l'ebrezza su quella danza vorticosa;
Goya, incubo pieno di cose ignote, di feti che vengon cotti in mezzo ai sabbati, di vecchie a lo specchio e di fanciulle ignude, che per tentare i demoni si rassettano le calze;
Delacroix, lago di sangue frequentato da li angeli perversi, ombreggiato da un bosco di cipressi sempre verde, dove, sotto un cielo triste, strane fanfare passano come un sospiro soffocato di 543" title="">Weber;
queste maledizioni, queste bestemmie, questi lamenti, queste estasi, queste grida, questi pianti, questi Te Deum, sono un'eco ripercossa da mille labirinti, e un oppio divino per i cuori mortali!
È un grido ripetuto da mille scolte, un ordine trasmesso da mille portavoci; è un faro acceso su mille cittadelle, un richiamo di cacciatori smarriti nei grandi boschi!
Poichè, o Signore, la migliore testimonianza che possiamo dare de la nostra dignità, è per fermo questo ardente singulto che d'età in età trapassa e muore, al limitare de la vostra eternità!
VII.
LA MUSA AMMALATA.
O mia povera Musa, ahimè! che hai tu dunque stamane?
I tuoi occhi incavati sono pieni di visioni notturne, ed io vedo a vicenda disegnarsi sul tuo viso la pazzia e l'orrore, freddi e taciturni.
Il succubo verdastro1 ed il roseo folletto2 ti hanno forse versato la paura e l'amore da le loro urne?
L'incubo ti ha forse, con un pugno dispotico e protervo, annegata in fondo ad un favoloso Minturno?
Io vorrei che ne l'esalare l'odore de la salute il tuo seno fosse sempre agitato da forti pensieri, e il tuo sangue cristiano fluisse ritmicamente a fiotti
come i numerosi suoni delle sillabe antiche, in cui regnano a vicenda Febo, padre delle canzoni, e il gran Pane, signore delle messi.
VIII.
LA MUSA VENALE.
O musa del mio cuore, amante dei palazzi, avrai tu, quando il Gennaio scatenerà le sue Boree, durante le tristi noie de le nevose serate, un tizzone per riscaldare i tuoi piedi violetti?
Rianimerai tu dunque le illividite spalle ai notturni raggi che penetrano da le imposte, e accorgendoti che la tua tasca è vuota come il tuo palazzo, raccoglierai tu l'oro de le vòlte azzurrine?
Tu devi, per guadagnarti il pane quotidiano, fare come un ragazzo di cantoria, dondolare il turibolo e cantare dei Te Deum ai quali non credi affatto,
o pure, come saltimbanco digiuno, far bella mostra de la tua abilità e del tuo riso bagnato di lagrime ignorate, per divertire il volgo.
IX.
IL CATTIVO FRATE.
I chiostri antichi mostravano, su le grandi muraglie, la santa Verità in dipinti il cui effetto, riscaldando le pie viscere, temperava il rigore de la loro austerità.
In quei tempi, in cui fiorivano le idee seminate da 9007" title="">Cristo, più d'un frate illustre, oggi poco ricordato, prendendo per luogo di studio il campo delle esequie, glorificava la Morte con semplicità.
La mia anima è una tomba che, cattivo cenobita, percorro ed abito da l'eternità; nulla abbellisce le mura di questo odioso chiostro.
O frate poltrone! quando saprò io dunque fare, de lo spettacolo vivente de la mia triste miseria, il lavoro de le mie mani e l'amore de' miei occhi?
X.
IL NEMICO.
La mia giovinezza non fu che un tenebroso uragano, attraversato qua e là da brillanti soli; il tuono e la pioggia hanno fatto tale scempio, che restano nel mio giardino ben pochi frutti vermigli.
Ecco che ho toccato l'autunno de le idee e bisogna adoperare la pala ed i rastrelli per riassodare le terre inondate, dove l'acqua scava de le buche grandi come tombe.
E chi sa se i novelli fiori ch'io sogno troveranno in questo suolo lavato come una spiaggia il mistico alimento che darebbe loro vigore?
O dolore! o dolore! Il Tempo divora la vita, e l'oscuro Nemico che ci rode il cuore cresce e si fortifica col sangue che perdiamo!
XI.
LA DISDETTA.
Per sollevare un peso così grave ci vorrebbe il tuo coraggio, o Sisifo!
Per quanta energia si abbia al lavoro, l'Arte è lunga e la Vita è breve.
Lontano da le sepolture celebri, verso un cimitero remoto, il mio cuore, come un tamburo velato, va battendo funebri marcie.
Molti gioielli dormono sepolti ne le tenebre e ne l'oblio, assai lontani dai picconi e dalle sonde;
molti fiori spandono a malincuore il loro profumo dolce come un segreto ne le solitudini profonde.
XII.
LA VITA ANTERIORE.
Ho abitato per molto tempo sotto vasti porticati che i soli marini tingevano di mille fuochi, rendendone a sera i grandi pilastri dritti e maestosi, simili a grotte basaltiche.
Le onde, volgendo le imagini dei cieli, mescolavano in modo solenne e mistico li onnipotenti accordi de la loro ricca musica ai colori del tramonto riflesso da' miei occhi.
È là che ho vissuto ne le calme voluttà, fra l'azzurro, le onde, li splendori, e fra schiavi ignudi e profumati,
che mi rinfrescavano la fronte con delle palme, e dei quali l'unica cura era d'approfondire il segreto doloroso che mi faceva languire.
XIII.
ZINGARI IN VIAGGIO.
La profetica tribù da le pupille ardenti ieri si è messa in viaggio, portando i bambini sul dorso, o prodigando ai loro fieri appetiti il tesoro sempre pronto de le flosce mammelle.
Gli uomini camminano a piedi sotto le loro armi lucenti, a lato dei carrozzoni dove stanno rannicchiate le famiglie loro, girando sul cielo li occhi aggravati dal triste rimpianto de le assenti chimere.
Dal fondo de la tana sabbiosa il grillo vedendoli passare raddoppia il suo canto; Cibele, che li ama, accresce le sue verzure,
fa scaturire l'acqua da la roccia e fiorire il deserto davanti a questi viaggiatori, per i quali è aperto il regno familiare de le tenebre future.
XIV.
L'UOMO E IL MARE.
Uomo libero, tu amerai sempre il mare!
II mare è il tuo specchio; tu contempli la tua anima ne lo svolgersi infinito della sua onda, e il tuo spirito non è un pelago meno amaro.
Ti compiaci nel tuffarti in seno a la tua imagine: l'avvolgi con li occhi e con le braccia, e il tuo cuore si distrae talvolta dal suo battito al rumore di quel lamento indomabile e selvaggio.
Siete ambedue tenebrosi e prudenti: uomo, nessuno ha mai scandagliato il fondo de' tuoi abissi; o mare, nessuno conosce le tue intime ricchezze, tanto siete gelosi dei vostri segreti!
E pure ecco, da innumerevoli secoli vi combattete senza pietà nè rimorso, tanto amate la carneficina e la morte, o lottatori eterni, o fratelli implacabili!
XV.
DON GIOVANNI A L'INFERNO.
Quando Don Giovanni scese verso l'onda sotterranea ed ebbe dato l'obolo a Caronte, un tetro mendicante, da l'occhio fiero come Antistene, con braccio forte e vendicatore afferra i due remi,
Mostrando le flosce mammelle e le vesti lacerate, alcune donne si contorcevano sotto il cielo nero, e, come un immenso branco di vittime sagrificate, dietro lui traevano un lungo muggito.
Sganarello ridendo gli reclamava i suoi salarî, mentre don Luigi con un dito tremante mostrava a tutti i morti erranti su le rive l'audace figliuolo che rise de la sua fronte bianca.
Rabbrividendo sotto la gramaglia, la casta e magra Elvira, vicina al perfido sposo, che fu suo amante, sembrava invocare da lui un supremo sorriso in cui brillasse la dolcezza del suo primo giuramento.
Dritto ne l'armatura, un grand'uomo di pietra reggeva il timone e tagliava il nero flutto; ma il calmo eroe, curvato sulla sua spada, guardava la scia e disdegnava altro vedere.
XVI.
CASTIGO DE L'ORGOGLIO.
In quei tempi meravigliosi in cui la Teologia fiorì con la massima forza ed energia, si narra che un giorno uno dei più grandi dottori, dopo aver forzato i cuori indifferenti ed averli commossi ne le loro nere profondità; dopo aver superato verso le glorie celesti strani sentieri a lui stesso ignoti, dove forse eran giunti solo i puri Spiriti, come un uomo salito troppo in alto, preso da vertigine, gridò in un trasporto di satanico orgoglio:
"Gesù, o meschino Gesù! io t'ho collocato ben alto! Ma se avessi voluto attaccarti nel lato debole, la tua vergogna eguaglierebbe la gloria tua, e non saresti più che un ridicolo feto!"
Immediatamente la sua ragione scomparve. Lo splendore di quel sole si velò; tutto un caos piombò in quell'intelligenza, tempio già vivo, pieno d'ordine e di opulenza, sotto le cui vòlte tanto fasto era stato sfoggiato.
Il silenzio e la notte regnarono in lui, come in un sotterraneo di cui si è smarrita la chiave.
Da quel giorno fu simile a le bestie di strada, e, quando andava pei campi senza nulla vedere, incapace di distinguere l'estate da l'inverno, sudicio, inutile e brutto come una cosa logora, formava la gioia e lo scherno dei fanciulli.
XVII.
LA BELLEZZA.
Io sono bella, o mortali! come un sogno di pietra, ed il mio seno sul quale tutti, l'un dopo l'altro, s'illividirono, è fatto per inspirare al poeta un amore eterno e muto come la materia.
Io domino ne l'azzurro come una sfinge incompresa; unisco un cuore di neve a la bianchezza dei cigni; odio il moto che scompone le linee e non piango e non rido mai.
I poeti, dinanzi a le mie grandi pose, che sembrano imitate dai più superbi monumenti, consumeranno i loro giorni in austeri studî;
poichè io posseggo, per affascinare quei docili amanti, degli specchi tersi che rendono più belle tutte le cose: i miei occhi, i miei grandi occhi da le luci eterne!
XVIII.
L'IDEALE.
Non saranno mai queste bellezze da vignette, prodotti guasti, nati da un secolo sterile, questi piedi da stivaletti, queste dita da nacchere, che potranno soddisfare un cuore come il mio.
Lascio a Gavarni, poeta de la clorosi, il suo gregge chiacchierino di bellezze da ospedale, perchè non posso trovare fra quelle pallide rose un fiore che assomigli al mio rosso ideale.
Ciò che abbisogna a questo cuore profondo come un abisso, siete voi, Lady Macbet, anima potente nel delitto, sogno d'Eschilo schiuso ai climi dei venti australi;
oppure tu, maestosa Notte, figlia di Michelangelo, che costringi placidamente ad una posa strana le tue forme plasmate per la bocca dei Titani!
XIX.
LA GIGANTESSA.
Nel tempo in cui la Natura ne la sua potente fecondità concepiva ogni giorno figli mostruosi, avrei desiderato vivere vicino ad una giovane gigantessa, come un gatto voluttuoso a' piedi d'una regina.
Avrei desiderato vedere quel corpo fiorire colla sua anima e crescere liberamente ne' terribili giuochi; indovinare se il suo cuore cova una fosca fiamma da l'umide nebbie fluttuanti ne' suoi occhi;
percorrere a mio agio le sue magnifiche forme; arrampicarmi sul versante de le sue ginocchia enormi, e qualche volta d'estate, quando il sole malsano
l'obbliga stanca, a sdraiarsi traverso la campagna, dormire pigramente a l'ombra del suo seno, come un quieto casolare a' piedi d'una montagna.
XX.
LA MASCHERA.
STATUA ALLEGORICA DEL GUSTO DE LA RINASCENZA
A Ernesto Christophe, scultore.
Contempliamo questo tesoro di grazie fiorentine; l'Eleganza e la Forza, divine sorelle, son profuse ne l'ondulazione di questo corpo muscoloso.
Questa donna, opera davvero miracolosa, divinamente robusta, adorabilmente sottile, è fatta per dominare su letti sontuosi e rallegrare li ozî di un pontefice o di un principe.
— E guarda anche quel sorriso fine e voluttuoso sul quale la fatuità diffonde l'estasi sua; quel lungo sguardo cupo, languido e beffardo; quel viso leggiadro, incorniciato di veli, del quale ogni lineamento ci dice con aria trionfante:
"La Voluttà m'invita e l'Amore m'incorona!"
Vedi quale fascino eccitante conferisce la gentilezza a questo essere dotato di tanta maestà!
Avviciniamoci, e giriamo intorno a la sua bellezza.
O bestemmia de l'arte! O sorpresa fatale! La donna dal corpo divino, promettente la felicità, in alto termina in mostro bicefalo!
Ma no! Non è che una maschera, un ornamento seduttore, questo viso rischiarato da una smorfia squisita; e guarda, ecco, atrocemente raggrinzata la vera testa e la faccia sincera opposta a quella che mente.
Povera grande beltà! il magnifico fiume de le tue lagrime fa capo al mio cuore inquieto; la tua menzogna m'inebria e l'anima mia s'abbevera ai fiotti che il Dolore fa zampillare da' tuoi occhi!
— Ma perchè piange? Ella, perfetta beltà che metterebbe a' suoi piedi, vinto, il genere umano? Qual misterioso male rode l'atletico suo fianco?
— Ella piange, insensata, perchè ha vissuto! e perchè vive! Ma ciò che sopratutto deplora, ciò che la fa fremere tutta quanta, gli è che l'indomani, ahimè! sarà forza vivere ancora! Domani, dopo domani e sempre! – come noi!
XXI.
INNO A LA BELLEZZA.
Vieni tu dal cielo profondo o sorgi dall'abisso, o 255" title="">Bellezza? Il tuo sguardo, infernale e divino, versa insiem confusi il beneficio e il delitto, e per questo si può paragonarti al vino.
Hai nell'occhio il tramonto e l'aurora; spandi profumi come una sera tempestosa; i tuoi baci sono un filtro e la tua bocca un'anfora che rendono vigliacco l'eroe e coraggioso il bambino.
Sorgi tu dal nero abisso o scendi da li astri? Il Demonio affascinato segue le tue gonne come un cane; tu semini a caso la gioia e i disastri, tu governi tutto e non rispondi di nulla.
Tu cammini, o 255" title="">Bellezza, su dei morti, dei quali ti ridi. L'Orrore non è il meno attraente de' tuoi gioielli, e l'Omicidio, fra i tuoi più cari ciondoli, balla amorosamente sul tuo ventre orgoglioso.
L'effimera abbagliata vola verso te, o candela; crepita, s'infiamma e dice: "Benediciamo questa face!"
L'innamorato ansimante chino su la sua bella ha l'aria d'un moribondo che accarezzi la sua tomba.
Che importa, o 255" title="">Bellezza! mostro enorme, spaventevole, ingenuo! che tu venga dal cielo o dall'inferno, se l'occhio tuo, il tuo sorriso, il tuo piede, m'aprono la porta d'un Infinito che amo e non ho mai conosciuto?
Di Satana o di Dio, che importa? Angelo o Sirena, che importa se tu rendi, – fata da li occhi di velluto, ritmo, profumo, raggio, o mia unica regina! – l'universo meno odioso e l'istanti meno grevi?
XXII.
PROFUMO ESOTICO.
Quando, con li occhi chiusi, in una calda sera di autunno, respiro l'odore del caloroso tuo seno, vedo passare spiagge felici abbagliate dai fuochi d'un monotono sole;
un'isola accidiosa dove la natura produce alberi singolari e frutta saporite; uomini dal corpo snello e vigoroso, e donne il cui sguardo meraviglia per la franchezza.
Guidato dal tuo odore verso incantevoli climi, vedo un porto pieno di vele e di antenne agitate da l'onda marina,
mentre il profumo dei verdi tamarindi, che circola nell'aria e mi riempie le nari, si mescola ne l'anima mia al canto dei marinai.
XXIII.
LA CAPIGLIATURA.
O chioma, che scendi ondeggiando fino al collo! O inanellata chioma! O profumo carico di mollezza! Estasi! Per popolare stasera l'oscura alcova coi ricordi assopiti in questa capigliatura, io la voglio agitare ne l'aria come un fazzoletto!
L'Asia languida e la cocente Africa, tutto un mondo lontano, assente, quasi defunto, vive ne le tue profondità, o aromatica foresta!
Come altri spiriti navigano su la musica, il mio, o mio amore! nuota sul tuo profumo.
Andrò laggiù dove l'albero e l'uomo, pieni di vigore, si beano a lungo sotto l'ardore dei climi; trecce forti, siate l'onda che mi rapisce!
Tu contieni, o mare d'ebano, un abbagliante sogno di vele, di rematori, di fiamme e di antenne:
un porto risonante dove l'anima mia può bere a larghi sorsi il profumo, il suono ed il colore, dove i bastimenti, scivolanti ne l'oro e nel moerro, aprono le loro braccia immense per cingere la gloria d'un cielo puro in cui freme l'eterno calore.
Tufferò la mia testa vaga d'ebrezza in questo nero oceano dove l'altro è rinchiuso: là il mio spirito sottile, cullato dal rullìo, saprà rintracciarvi, o feconda pigrizia, o infiniti languori de l'ozio balsamico!
Capelli bluastri, padiglione di tenebre distese, voi mi ridate l'azzurro del cielo immenso e cavo; sui margini vellutati dei vostri ricci attorti m'inebrio con ardore de li olezzi confusi de l'olio di cocco, del muschio e del catrame.
A lungo! sempre! la mia mano nel tuo folto crine seminerà il rubino, la perla e lo zaffiro, perchè tu non sia mai sorda al mio desiderio!
Non sei tu forse l'oasi dove io sogno, e la tazza a la quale io bevo a lunghi sorsi il vino del ricordo?
XXIV.
Io t'adoro al pari della notturna vòlta, o vaso di tristezza, o grande taciturna, e tanto più ti amo, o bella, quanto più mi fuggi, e quanto più, ornamento de le mie notti, sembri ironicamente aumentare le leghe che separano le mie braccia da le immensità azzurre.
Io m'avanzo a l'attacco, e m'arrampico a li assalti, come una legione di vermi su di un cadavere, e preferisco, o bestia implacabile e crudele, perfino questa freddezza per la quale tu sei a me più bella!
XXV.
Tu metteresti l'universo intero nella stretta del tuo letto, o donna impura! La noia ti rende l'anima crudele.
Per esercitare i tuoi denti a questo giuoco singolare, ti abbisogna ogni dì un cuore a la rastrelliera.
Li occhi tuoi, illuminati come botteghe, o come antenne fiammeggianti ne le pubbliche feste, usano insolentemente d'un potere d'accatto, senza conoscere mai la legge de la loro bellezza.
Macchina cieca e sorda, feconda di crudeltà!
Salutare istrumento, bevitore del sangue del mondo, come mai non ti vergogni e come non hai veduto davanti a tutti li specchi impallidire le tue attrattive?
La grandezza del male in cui ti credi sapiente non ti ha dunque mai fatto indietreggiare di spavento, quando la natura, grande ne' suoi reconditi disegni, di te si serve, o donna, o regina dei peccati, – di te, vile animale, – per concepire un genio?
O fangosa grandezza! o sublime ignominia!
XXVI.
SED NON SATIATA.
Bizzarra deità, bruna come le notti, dal profumo misto di muschio e di avana, opera di qualche obi3,
il Fausto de la savana, strega dal fianco d'ebano, figlia delle negri mezzenotti,
preferisco al constanza4, a l'oppio, al nuits5, l'elisir della tua bocca in cui l'amore si pavoneggia; quando verso te i miei desiderî partono in carovana, i tuoi occhi sono il pozzo al quale bevono le mie noie.
Da quei grandi occhi neri, spiragli de l'anima, o demonio senza pietà! versa meno fiamme; ahimè! io non sono lo Stige per abbracciarti nove volte,
e non posso, o dissoluta Megera, per infrangere il tuo coraggio e ridurti a li estremi, ne l'inferno del tuo letto diventare Proserpina!
XXVII.
Con le vesti ondeggianti e iridescenti, anche quando cammina si crederebbe che ella danzi, come quei lunghi serpenti che i sacri giocolieri agitano in cadenza a l'estremità dei loro bastoni.
Come l'arida sabbia e l'azzurro dei deserti, insensibili entrambi a l'umana sofferenza, come i vasti increspamenti de l'onda marina, ella si svolge indifferente.
I suoi occhi tersi sono fatti di bei minerali e in quella natura strana e simbolica dove l'angelo inviolato s'accoppia alla sfinge antica,
dove tutto è oro, acciaio, luce e diamanti, sempre risplende, come un astro inutile, la fredda maestà de la donna sterile.
XXVIII.
IL SERPENTE CHE DANZA.
Quanto mi piace, o cara indolente, veder la pelle del tuo bellissimo corpo luccicare come una stella vacillante!
Su la tua capigliatura profonda da li acri profumi, mare odorante e vagabondo dai flutti azzurri e bruni,
come una nave che si sveglia a la brezza del mattino, la pensosa anima mia si prepara a partire per un cielo lontano.
Li occhi tuoi, in cui nulla si rivela di dolce nè di amaro, sono due freddi gioielli nei quali l'oro si mescola al ferro.
Vedendoti camminare in cadenza, bella d'abbandono, ti si direbbe un serpente che balla in cima ad un bastone.
Sotto il fardello de la pigrizia, la tua testa di bambina si dondola con la mollezza d'un giovane elefante,
e il tuo corpo s'inclina e si allunga come un sottile bastimento che bordeggia e tuffa le antenne ne l'acqua.
Come un'onda ingrossata da la fusione dei mugghianti ghiacciai, quando l'acqua de la tua bocca risale all'orlo de' tuoi denti,
mi sembra di bere un vino di Boemia, amaro e potente, un cielo liquido che dissemina stelle nel mio cuore!
XXIX.
UNA CAROGNA.
Vi ricordate l'oggetto che vedemmo, anima mia, in quel bel mattino d'estate così mite: a lo svolto di un sentiero una carogna infame su di un letto seminato di sassi,
le gambe in aria, come una lubrica femina, ardente e trasudante veleni, apriva cinica e noncurante il suo ventre pieno d'esalazioni.
Il sole raggiava su quella putrefazione, come per cuocerla a punto e rendere centuplicato a la grande Natura tutto quanto essa aveva riunito;
e il cielo guardava la superba carcassa sbocciare coma un fiore.
Il fetore era sì forte, che su l'erba credeste perdere i sensi.
Le mosche ronzavano su quel putrido ventre, d'onde uscivano neri battaglioni di larve che colavano come denso liquido lungo quei viventi brandelli.
Tutto ciò scendeva, saliva come un'onda, o si avventava brulicando; si sarebbe detto che il corpo, gonfiato da un vago respiro, vivesse moltiplicandosi.
E quel mondo produceva una strana musica, come l'acqua corrente e il vento, o il grano che un vagliatore con moto ritmico agita e rigira nel vaglio.
Le forme si dissolvevano e non erano più che un sogno, un abbozzo lento a comparire su di una tela dimenticata che l'artista termina soltanto col ricordo.
Dietro le roccie una cagna inquieta ci guardava con occhio indispettito, spiando il momento di riprendere allo scheletro il brandello che avea lasciato.
— E pure voi assomiglierete a quella sozzura, a quell'orribile infezione, stella de' miei occhi, sole de la mia vita, voi, mio angelo e mia passione!
! tale sarete, o regina delle grazie, dopo gli ultimi sacramenti, quando andrete, sotto l'erba e le fioriture grasse, ad ammuffire fra li ossami.
Allora, o mia bellezza! dite agl'insetti schifosi che vi mangeranno di baci, che io ho serbato la forma e l'essenza divina de' miei decomposti amori!
XXX.
DE PROFUNDIS CLAMAVI.
Invoco la tua pietà, o Tu, l'unica ch'io amo, dal fondo de l'oscuro abisso in cui il mio cuore è caduto. È un universo triste da l'orizzonte plumbeo, in cui vagolano ne la notte l'orrore e la bestemmia;
un sole senza calore si libra in alto per sei mesi, e li altri sei la notte copre la terra; è un paese più nudo de la regione polare; nè animali, nè ruscelli, nè verzura, nè boschi!
No, non v'è al mondo orrore che superi la fredda crudezza di questo sole di ghiaccio e questa notte immensa simile all'antico Caos;
e invidio la sorte dei più abbietti animali che possono immergersi in uno stupido sonno, tanto è lenta a svolgersi la matassa del tempo!
XXXI.
IL VAMPIRO.
Tu, che penetrasti come una coltellata nel mio cuore gemente; tu, che forte come un branco di demoni venisti azzimata e festante,
a fare del mio spirito umiliato il tuo letto e il tuo regno;
— infame a cui sono legato come il forzato alla catena,
come il giuocatore ostinato al giuoco, come l'ubbriacone a la bottiglia, come i vermi a la carogna,
— maledetta, maledetta tu sii!
Ho pregato la fulminea spada di conquistare la mia libertà, e ho detto al perfido veleno di soccorrere la viltà mia.
Ahimè! il veleno e la spada mi hanno disprezzato dicendomi: "Non sei degno di esser tolto a la tua maledetta schiavitù,
"imbecille! – se i nostri sforzi ti liberassero dal suo imperio, i tuoi baci risusciterebbero il cadavere del tuo vampiro!"
XXXII.
Una notte in cui mi trovavo presso un'orribile Ebrea, come un cadavere steso accanto ad un cadavere, mi posi a fantasticare vicino a quel corpo venduto, su la triste beltà di cui il mio desiderio si priva.
Mi raffiguravo la sua maestà nativa, il suo sguardo pieno di vita e di grazia, i suoi capelli che le fanno un elmo profumato e il cui ricordo mi rianima all'amore.
Poichè avrei con trasporto baciato il tuo nobile corpo, e da' tuoi piedi freschi sino alle nere treccie svolto il tesoro di profonde carezze,
se una sera, con una lagrima ottenuta senza sforzo, tu avessi potuto soltanto, o regina delle crudeli! oscurare lo splendore de le tue fredde pupille.
XXXIII.
RIMORSO POSTUMO.
Quando tu dormirai, mia bella tenebrosa, in fondo a un monumento di marmo nero e non avrai per alcova e per castello che uno stillante sotterraneo ed una fossa profonda;
quando la pietra, opprimendo il timido tuo seno e i tuoi fianchi ammorbiditi in un dolce abbandono, impedirà al tuo cuore di battere e di volere ed ai tuoi piedi di correre a l'avventura,
la tomba, confidente del mio sogno infinito (poichè la tomba comprenderà sempre il poeta), ne le lunghe notti da le quali il sonno è bandito,
ti dirà: "Che ti serve, o cortigiana mancata, il non aver conosciuto ciò che piangono i morti?"
— E il verme roderà la tua pelle come un rimorso.
XXXIV.
IL GATTO.
Vieni, bel gatto, sul mio cuore innamorato; rattieni li artigli e lascia ch'io mi sprofondi ne' tuoi begli occhi di metallo e d'agata.
Quando a mio agio le mie dita carezzano la tua testa e l'elastico dorso, e la mia mano s'inebria del piacere di palpare il tuo corpo elettrico,
vedo la mia donna in ispirito. Il suo sguardo profondo e freddo come il tuo, amabile bestia, taglia e fende come un dardo,
e dai piedi a la testa un'aria sottile, un pericoloso profumo, fluttuano intorno al suo corpo bruno.
XXXV.
DUELLUM.
Due guerrieri si son avventati l'un su l'altro; le loro armi hanno chiazzato l'aria di lampi e di sangue.
Quei giuochi, quello strepito d'armi sono schiamazzi d'una giovinezza in preda all'amore nascente.
Le spade sono infrante! come la giovinezza nostra, o mia cara!
Ma i denti e l'unghie acute vendicano ben presto la spada e la daga traditrice.
— O furore di cuori maturi ulcerati da l'amore!
I nostri eroi, brutalmente avvinghiati, son rotolati nel burrone frequentato da le tigri e da le lonze, e la loro pelle darà fiori a l'aridità dei roveti.
Quell'abisso è l'inferno, popolato di nostri compagni! Rotoliamovi senza rimorsi, o amazzone inumana, per eternare l'ardore del nostro odio!
XXXVI.
IL BALCONE.
Madre dei ricordi, amante de le amanti, o tu, ogni mio piacere! o tu, ogni mio dovere!
ricorderai il fascino de le carezze, la dolcezza del focolare e l'incanto de le sere, madre dei ricordi, amante de le amanti,
le sere illuminate da l'ardore dei tizzoni, e le sere al balcone velate di rosei vapori.
Quanto mi era dolce il tuo seno! e buono il tuo cuore!
Abbiamo detto sovente cose indimenticabili ne le sere illuminate da l'ardore dei tizzoni.
Quanto sono belli i soli ne le calde sere! quanto profondo lo spazio! quanto potente il cuore! Chinandomi su te, regina de le adorate, credevo respirare il profumo del tuo sangue.
Quanto sono belli i soli ne le calde sere!
La notte si addensava come un muro d'ombra, i miei occhi nel buio indovinavano le tue pupille, e bevevo il tuo alito, o dolcezza, o veleno! e i tuoi piedi s'addormivano ne le mie mani fraterne.
La notte si addensava come un muro d'ombra.
Io so l'arte di evocare l'istanti felici, e rividi il mio passato rannicchiato fra le tue ginocchia.
E perchè dovrei cercare le languenti tue bellezze altrove che ne l'amato tuo corpo e nel tuo cuore così dolce?
Io so l'arte di evocare l'istanti felici!
Quei giuramenti, quei profumi, quei baci infiniti, rinasceranno essi da un abisso vietato ai nostri scandagli, come salgono al cielo i soli ringiovaniti dopo essersi lavati in fondo ai mari profondi?
— O giuramenti! o profumi! o baci infiniti!
XXXVII.
L'OSSESSO.
Il sole si è coperto d'un velo. Tu pure, o Luna de la mia vita! avvolgiti d'ombra; dormi o fuma a tuo piacere; sii muta, sii pensierosa, e sprofondati ne l'abisso della Noia;
ti amo così! Però se oggi vuoi, come un astro eclissato che esce da la penombra, pavoneggiarti nei luoghi ingombrati da la Follia, fa pure! Gentile pugnale, salta dal tuo astuccio!
Accendi la tua pupilla a la fiamma dei candelabri! Accendi il desiderio ne lo sguardo de li zotici! Tutto da te, sia tenero o sfrontato, mi è piacere;
sii ciò che vorrai, notte nera, rossa aurora; non vi è fibra in tutto il mio corpo tremante che non gridi: O mio caro Belzebù, io t'adoro!
XXXVIII.
UN FANTASMA.
I.
LE TENEBRE.
Nei sotterranei d'imperscrutabile tristezza dove il Destino mi ha già relegato: dove mai non entra un raggio roseo e gaio; dove, solo con la Notte, ospite imbronciata,
sono come un pittore che un Dio beffardo condanni a dipingere, ahimè! su le tenebre; dove, cuoco dai funebri appetiti, faccio bollire e mangio il mio cuore,
a tratti brilla e s'allunga e si dispiega uno spettro fatto di grazia e di splendore. Al suo fantasioso incedere orientale,
quando raggiunge il pieno sviluppo, riconosco la mia bella visitatrice:
È Lei! cupa, ma luminosa sempre.
II.
IL PROFUMO.
Lettore, hai tu qualche volta respirato con ebrezza e con lenta ghiottoneria quel grano d'incenso che riempie una chiesa, o il muschio invecchiato di un sacchetto?
Incanto profondo, magico, di cui il passato rievocato ci inebria nel presente!
Così l'amante su di un corpo adorato coglie il fiore squisito del ricordo.
Da' suoi capelli elastici e pesanti, vivente sacchetto di profumi, turibolo de l'alcova, saliva un olezzo selvaggio e fulvo,
e da lì abiti di mussolina o di velluto, tutti impregnati de la sua pura giovinezza, emanava un profumo di pelliccia.
III.
LA CORNICE.
Come una bella cornice aggiunge al dipinto, sia pure di pennello famoso, un non so che di strano e d'incantevole, isolandolo da l'immensa natura, così i gioielli, i mobili, i metalli, le dorature, s'adattavano perfettamente a la sua rara bellezza; nulla ne offuscava il pieno splendore e tutto sembrava servirle d'ornamento.
Talvolta anzi si sarebbe detto ch'ella credeva che tutto volesse amarla; affogava nei baci del raso e della biancheria
il suo bel corpo nudo pieno di brividi, e placida o sgarbata, in tutti i suoi movimenti mostrava la grazia infantile de la scimmia.
IV.
IL RITRATTO.
La Malattia e la Morte fanno cenere di tutto il fuoco che per noi è divampato.
Di quelli occhioni così ferventi e teneri, di quella bocca in cui il mio cuore s'annegò,
di quei baci potenti come dittamo, di quei trasporti più vivi dei raggi, che mai rimane?
È spaventevole, o anima mia! null'altro che un disegno pallidissimo, a tre matite,
che al par di me muore nella solitudine, e che il Tempo, vecchio ingiurioso, ogni dì sfrega con la ruvida ala...
Nero assassino de la Vita e de l'Arte, tu non ucciderai mai ne la mia memoria colei che fu il mio piacere e la mia gloria!
XXXIX.
Ti dono questi versi affinchè, se il mio nome, vascello favorito da un forte aquilone, approderà felicemente a l'epoche remote e farà sognare qualche sera i cervelli umani,
la tua memoria, simile a le favole oscure, affatichi il lettore al pari di un salterio, e resti come appesa per un fraterno e mistico anello di catena a le mie rime superbe,
essere maledetto, al quale, da l'abisso profondo a le somme altezze del cielo, fuor di me, nulla risponde!
— O tu che, come ombra da l'effimera traccia,
calpesti con piede leggiero e con sguardo sereno li stupidi mortali che ti hanno giudicata trista, o statua da li occhi di giavazzo, maestoso angelo da la fronte di bronzo!
XL.
SEMPER EADEM.
"Da che proviene, diceste, questa strana tristezza che sale in voi come il mare su la roccia nera e nuda?"
Quando il nostro cuore ha fatto una volta la sua vendemmia, il vivere è un male! È un segreto da tutti conosciuto,
un dolore semplicissimo e non misterioso e a tutti manifesto come la vostra gioia.
Cessate dunque di cercare, o bella curiosa! e per quanto la vostra voce sia dolce, tacete!
Tacete, ignorante! anima sempre estasiata! bocca dal riso infantile! Più ancora della Vita, la Morte ci tiene sovente con legami sottili.
Lasciate, lasciate il mio cuore inebriarsi d'una menzogna, immergersi nei vostri begli occhi come in un bel sogno, e lungamente sonnecchiare a l'ombra delle vostre ciglia!
XLI.
TUTTA INTERA.
Stamane il Demonio è venuto su in alto a trovarmi ne la mia camera, e cercando di cogliermi in fallo mi disse: "Vorrei sapere,
"fra tutte le cose belle di cui è fatto il suo fascino, fra li oggetti neri o rosei che compongono il suo corpo leggiadro,
"qual è il più dolce." – O anima mia! tu rispondesti a l'Aborrito: "Giacchè in Lei tutto è dittamo, nulla può essere preferito.
"Quando tutto mi rapisce, ignoro se qualcosa mi seduce. Ella risplende come l'Aurora e consola come la Notte;
"e l'armonia che governa tutto il suo bel corpo è troppo squisita perchè l'impotente analisi ne avverta i numerosi accordi.
"O mistica metamorfosi di tutti i miei sensi fusi in uno!
"Il suo alito fa la musica, come la sua voce fa il profumo!"
XLII.
Che dirai tu stasera, povera anima solitaria, che dirai tu, mio cuore, cuore un tempo avvizzito, alla tanto bella, alla tanto buona, alla tanto cara il cui divino sguardo ti ha improvvisamente fatto rifiorire?
Noi condanneremo l'orgoglio nostro a cantare le sue lodi: nulla vale la dolcezza de la sua autorità; la sua carne spirituale ha il profumo degli Angeli, e l'occhio suo ci riveste d'un abito di luce.
Ne la notte e ne la solitudine, ne la via e fra la moltitudine, la sua larva danza ne l'aria come una face.
A volte parla e dice: "Sono bella, e ordino che per amor mio non amiate che il 255" title="">Bello; io sono l'Angelo custode, la Musa e la Madonna!"
XLIII.
LA FACE VIVENTE.
Camminano dinanzi o me, quegli Occhi pieni di luce, che certo un angelo sapientissimo ha calamitato; camminano, quei divini fratelli che sono miei fratelli, vibrando ne' miei occhi i loro fuochi diamantati.
Salvandomi da ogni insidia e da ogni grave peccato, guidano i miei passi su la via del 255" title="">Bello; essi sono i miei servi, ed io sono loro schiavo; tutto il mio essere obbedisce a quella vivente face.
Occhi belli, voi brillate de la mistica luce dei ceri ardenti in pieno giorno; il sole arrossa, ma non spegne la loro fiamma fantastica;
essi celebrano la Morte, voi cantate la Resurrezione; voi camminate cantando il risveglio de l'anima mia, astri di cui nessun sole può indebolire la fiamma!
XLIV.
RIVERSIBILITA.
Angelo pieno di gaudio, conoscete l'angoscia, la vergogna, i rimorsi, i singhiozzi, le noie ed i vaghi terrori di quelle spaventevoli notti che dilaniano il cuore come si gualcisce una carta? Angelo pieno di gaudio, conoscete l'angoscia?
Angelo pieno di bontà, conoscete l'odio, i pugni stretti ne ombra e le lagrime di fiele, quando la Vendetta suona a raccolta infernale e si fa duce de le nostre facoltà? Angelo pieno di bontà, conoscete l'odio?
Angelo pieno di salute, conoscete le Febbri, che lungo li alti muri del grigio ospizio, come esiliati, se ne vanno con piede malfermo e colle labbra tremanti, cercando il rado sole? Angelo pieno di salute, conoscete le Febbri?
Angelo pieno di bellezza, conoscete le rughe, e la paura d'invecchiare, e l'orribile tormento di leggere il segreto orrore del sacrificio ne li occhi in cui per molto tempo i nostri avidi bevvero? Angelo pieno di bellezza, conoscete le rughe?
Angelo pieno di felicità, di gioia e di splendori, Davide morente avrebbe domandato la salute a le emanazioni del tuo corpo incantevole; ma da te non implorò, o angelo, che le tue preghiere, Angelo pieno di felicità, di gioia e di splendori!
XLV.
CONFESSIONE.
Una volta, una sola volta, o amabile e dolce donna, il vostro morbido braccio s'appoggiò al mio (su lo sfondo cupo de l'anima mia questo ricordo non è per nulla impallidito);
era tardi; la luna piena spiccava come una medaglia nuova e la solennità della notte, come un fiume, su Parigi dormente scorreva;
e lungo le case, sotto i portoni, dei gatti passavano furtivamente con le orecchie in ascolto, o come ombre care ci accompagnavano lentamente.
Ad un tratto ne la libera intimità nata a la pallida luce, da voi, ricco e sonoro istrumento in cui non vibra che la raggiante allegria,
da voi, limpida e gaia come una fanfara nel mattino scintillante, una nota lamentevole, una nota bizzarra sfuggì, vacillando
come una bimba sparuta, orribile, trista, sudicia, che la famiglia arrossendo di vergogna avesse nascosta al mondo, celandola lungamente nel segreto d'una cantina!
Povero angelo, la vostra nota stridente cantava: "Che nulla quaggiù è certo, e che sempre, con qualsiasi cura si mascheri, l'egoismo umano si tradisce:
"che è duro mestiere essere una bella donna, e che è il lavoro triviale de la ballerina pazza e fredda che si strugge in un macchinale sorriso;
"che fabbricare su i cuori è vana fatica; che tutto rovina, amore e bellezza, finchè l'Oblìo li getta ne la sua gerla per renderli a l'Eternità!"
Rievocai sovente quella luna incantata, quel silenzio, quel languore e quell'orribile confidenza bisbigliata al confessionale del cuore.
XLVI.
L'ALBA SPIRITUALE.
Quando ne la stanza dei libertini l'alba bianca e vermiglia entra assieme al tormentoso Ideale, per una misteriosa vendetta nel bruto assopito un Angelo si risveglia.
L'inaccessibile azzurro dei Cieli spirituali, per l'uomo abbattuto che sogna ancora e soffre, s'apre e si sprofonda con l'attraenza de l'abisso. Così, mia cara Dea, Essere lucido e puro,
su li avanzi fumanti de le stupide orgie il ricordo di te, più chiaro, più roseo, più leggiadro, d'innanzi a' miei occhi spalancati s'agita incessantemente.
Il sole ha oscurato la fiamma de le candele; così, vincitore sempre, il tuo fantasma somiglia, o anima risplendente, a l'immortale Sole!
XLVII.
ARMONIA DE LA SERA.
Ecco approssimarsi la stagione in cui ogni fiore fremendo su lo stelo vapora come un incensiere; i suoni ed i profumi fluttuano ne l'aria de la sera; malinconico valzer e languida vertigine!
Ogni fiore vapora come un incensiere; il violino freme come un cuore straziato: malinconico valzer e languida vertigine! Il cielo è triste e bello come un grande altare.
Il violino freme come un cuore straziato, un cuore tenero, che odia il nulla vasto e nero! Il cielo è triste e bello come un grande altare; il sole si è annegato nel proprio sangue che si rapprende...
Un tenero cuore, che odia il nulla vasto e nero, raccoglie ogni vestigio del luminoso passato! Il sole si è annegato nel proprio sangue che si rapprende... Il tuo ricordo in me brilla come un ostensorio!
XLVIII.
LA FIALA.
Vi sono profumi acuti pei quali ogni materia è porosa. Si direbbe che traversino il vetro. Aprendo un cofanetto venuto da l'Oriente la cui serratura stride e si contorce gridando,
o, in una casa deserta, qualche armadio polveroso e nero, pieno de l'acre odore del tempo, a volte si trova una vecchia e memore fiala, donde si sprigiona viva un'anima che risorge.
Mille pensieri che dormivano, funebri crisalidi, fremendo dolcemente ne le pesanti tenebre, spiegano la loro ala e prendono lo slancio, tinti d'azzurro, lucenti di rosa, laminati d'oro.
Ecco il ricordo inebriante che si aggira ne l'aria turbata; li occhi si chiudono; la Vertigine afferra l'anima vinta e la spinge a due mani verso un abisso oscurato da umani miasmi;
l'atterra a l'orlo d'un abisso secolare, dove, come Lazzaro che fiuta e straccia il proprio sudario, s'agita risorgendo il cadavere spettrale d'un vecchio amore infracidito, attraente e sepolcrale.
Così, quand'io sarò morto a la memoria de li uomini, e m'avranno gettato in un canto d'un funesto armadio, come una vecchia fiala guasta, decrepita, polverosa, sporca, abbietta, viscosa, fessa,
sarò la tua bara, amabile pestilenza! il testimonio de la tua forza e de la tua virulenza, caro veleno preparato da li angeli! liquore che mi strugge, o vita e morte del mio cuore!
XLIX.
IL VELENO.
Il vino sa rivestire il più sordido bugigattolo d'un lusso miracoloso e fa sorgere molti portici favolosi ne l'oro del suo rosso vapore, come un sole che tramonta in un cielo annuvolato.
L'oppio ingrandisce tutto che non ha confini, allunga l'illimitato, eterna il tempo, fa più profonda la voluttà e riempie l'anima, più di quanto sia capace, di cupi e neri piaceri.
Tutto ciò non vale il veleno che stilla da' tuoi occhi, da' tuoi verdi occhi, laghi in cui l'anima mia trema e si vede rovesciata.... I miei sogni vengono in frotta a dissetarsi a quegli amari abissi.
Tutto ciò non vale il terribile prodigio de la tua saliva che morde, che tuffa ne l'oblìo la mia anima senza rimorso, e, dando la vertigine, la sospinge in deliquio a le rive de la morte!
L.
CIELO FOSCO.
Si direbbe che il tuo sguardo sia coperto da un vapore; l'occhio tuo misterioso (è azzurro, grigio o verde?) ora tenero, or pensoso, or crudele, riflette l'accidia ed il pallore del cielo.
Tu ricordi quei giorni bianchi, tiepidi e coperti, che fanno fondere in pianto i cuori innamorati, quando, agitati da un male sconosciuto che li strazia, i nervi troppo svegli deridono lo spirito che dorme.
Tu somigli talvolta a quei begli orizzonti accesi dai soli de le stagioni nebbiose... Come risplendi, o paesaggio rorido, infiammato dai raggi cadenti da un fosco cielo!
O donna pericolosa, o seducenti climi! Adorerò io anche la tua neve e le vostre brine, e saprò trarre dall'implacabile inverno piaceri più pungenti del ghiaccio e del ferro?
LI.
IL GATTO.
I.
Nel mio cervello passeggia, come fosse in casa sua, un bel gatto, forte, mite e leggiadro. Quando miagola, lo s'intende appena,
tanto il suo timbro è tenero e discreto; ma si attenui o gridi, la sua voce è sempre ricca e profonda. Sta in ciò la sua malìa e il suo segreto.
Quella voce che filtra sgranata in perle nel più profondo del mio essere, mi soddisfa come un verso armonioso e mi delizia come una magica bevanda.
Essa assopisce i mali più crudeli e contiene tutte le estasi; per dire le più lunghe frasi non ha bisogno di parole.
No, non vi è archetto che morda sul mio cuore, perfetto istrumento, e faccia più regalmente cantare la sua più vibrante corda,
de la tua voce, o gatto misterioso, gatto serafico, gatto strano, in cui tutto è, come in un angelo, tanto fine ed armonioso!
II.
Da la sua pelliccia, bionda e bruna esala un profumo sì dolce, che una sera ne fui imbalsamato, per averla accarezzata una volta, una volta sola.
È lo spirito famigliare del luogo; egli giudica, presiede e inspira tutte le cose nel suo regno; forse è una fata, fors'anco un dio.
Quando i miei occhi, attratti come da una calamita verso quel gatto che amo, si volgono docilmente, e guardo in me stesso,
vedo con stupore il fuoco de le sue pallide pupille, luminosi fanali, opali viventi, che mi contemplano fissamente.
LII.
LA BELLA NAVE.
Voglio raccontarti, o languida incantatrice! le grazie diverse che adornano la tua gioventù; voglio dipingerti la tua bellezza, ne la quale l'infanzia s'accoppia a la maturità.
Quando cammini spazzando l'aria con la larga gonna, sembri una bella nave che prende il largo, carica di vele, e scorre seguendo un ritmo dolce e pigro e lento.
Sul collo largo e tornito, su le pingui spalle, la tua testa si pavoneggia con grazie strane; con aria placida e trionfante prosegui il tuo cammino, maestosa fanciulla.
Voglio raccontarti, o languida incantatrice! le grazie diverse che adornano la tua gioventù; voglio dipingerti la tua bellezza, ne la quale l'infanzia s'accoppia a la maturità.
Il tuo seno che s'avanza e sospinge il moerro, il tuo seno trionfante è un bell'armadio le cui pareti curve e terse come gli scudi mandano lampi; scudi provocanti, armati di punte rosee!
Armadio dai dolci segreti, pieno di cose squisite, di vini, di profumi, di liquori che farebbero delirare i cervelli ed i cuori!
Quando cammini spazzando l'aria con la larga gonna, sembri una bella nave che prende il largo, carica di vele, e scorre seguendo un ritmo dolce e pigro e lento.
Le tue nobili gambe, sotto le gonne ch'esse spingono, tormentano li oscuri desiderî e li provocano, come due fattucchiere che agitano un nero filtro in un vaso profondo.
Le tue braccia, che si riderebbero dei precoci ercoli, son forti rivali dei boa lucenti, fatte per stringere ostinatamente il tuo amante, come per imprimerlo nel tuo cuore.
Sul collo largo e tornito, su le pingui spalle, la tua testa si pavoneggia con grazie strane; e con aria placida e trionfante prosegui il tuo cammino, maestosa fanciulla.
LIII.
INVITO A VIAGGIARE.
O bimba, o sorella mia, pensa a la dolcezza d'andare laggiù a vivere insieme!
2510" title="">Amare a sazietà, amare e morire nel paese che ti somiglia!
Li umidi soli di quei cieli annebbiati hanno per lo spirito mio il fascino tanto misterioso de' tuoi occhi traditori che brillano a traverso le lagrime.
Laggiù, tutto è ordine e bellezza, lusso, calma e voluttà.
Lucidi mobili, levigati da li anni, ornerebbero la nostra camera; i fiori più rari che mescolano i loro profumi a le vaghe emanazioni de l'ambra, li splendidi soffitti, li specchî profondi, lo splendore orientale, tutto parlerebbe in segreto a l'anima la sua dolce lingua natìa.
Laggiù, tutto è ordine e bellezza, lusso calma e voluttà.
Guarda sui canali dormire quei bastimenti da l'umore vagabondo; è per soddisfare il tuo minimo desiderio ch'essi vengono da l'estremità del mondo.
— I soli al tramonto rivestono i campi, i canali, la città intiera, di giacinto e di oro; i1 mondo s'addormenta in una calda luce.
Laggiù, tutto è ordine e bellezza, lusso calma e voluttà.
LIV.
L'IRREPARABILE.
I.
Possiamo noi soffocare il vecchio, il lungo Rimorso, che vive, s'agita e si attorce, e si nutre di noi come il verme dei morti, come il bruco de la quercia? Possiamo noi soffocare l'implacabile Rimorso?
In quale filtro, in quale vino, in quale tisana, annegheremo questo vecchio nemico, struggitore e ghiotto come la cortigiana, paziente come la formica? In quale filtro? – in quale vino? – in quale tisana?
Dillo, bella maliarda, oh! dillo, se lo sai, a questo spirito colmo d'angoscia e simile al moribondo schiacciato sotto i feriti e calpestato da l'unghia del cavallo; dillo, bella maliarda, oh! dillo, se lo sai,
a questo agonizzante che il lupo già fiuta, che il corvo già spia, a questo soldato affranto! se debba disperare d'avere la sua croce e la sua tomba! questo povero agonizzante che il lupo già fiuta!
È possibile rischiarare un cielo fangoso e nero? Si possono rompere tenebre più dense de la pece, senza mattino e senza sera, senz'astri; senza funebri lampi? Èpossibile rischiarare un cielo fangoso e nero?
La Speranza che brilla ai vetri de la Locanda è spenta, è morta per sempre!
È possibile senza luna e senza raggi trovare dove si albergano i martiri d'una cattiva strada?
Il Diavolo ha tutto spento ai vetri de la Locanda!
Adorabile fascinatrice, ami tu i dannati? Dimmi, conosci l'irremissibile? Conosci il Rimorso dai dardi avvelenati, a cui il nostro cuore serve di bersaglio? Adorabile fascinatrice, ami tu i dannati?
L'irreparabile rode col suo dente maledetto l'anima nostra, meschino monumento, e sovente, come la termite, intacca l'edifizio dalla base.
L'Irreparabile rode col suo dente maledetto!
II.
Ho veduto talvolta, ne lo sfondo d'un volgare teatro eccitato da l'orchestra sonora, una fata accendere in un cielo infernale un'aurora miracolosa;
ho veduto talvolta ne lo sfondo d'un volgare teatro
un essere, che era tutto luce, oro e veli, schiacciare l'enorme Satana; ma il mio cuore, non visitato mai dall'estasi, è un teatro dove si aspetta sempre, sempre invano, l'Essere da le ali di velo!
LV.
CHIACCHIERATA.
Voi siete un bel cielo d'autunno chiaro e roseo! Ma la tristezza in me sale come il mare e lascia al suo riflusso sul triste mio labbro il ricordo cocente del suo fango amaro.
— La tua mano scorre invano sul mio seno che si strugge di gioia: ciò ch'essa cerca, o amica, è un luogo devastato da l'artiglio e dal dente feroce della donna. Non cercar più il mio cuore: le fiere l'hanno divorato.
Il mio cuore è un palazzo profanato da la folla; vi si ubriacano, vi si ammazzano, vi si prendono per i capelli!
— Un profumo fluttua intorno al nudo tuo seno!...
O 255" title="">Bellezza, crudele flagello de le anime, tu lo vuoi!
Con li occhi tuoi di fuoco, brillanti come feste, incenerisci questi brandelli che le fiere hanno risparmiato!
LVI.
CANTO D'AUTUNNO.
I.
Fra poco c'immergeremo ne le tenebre fredde; addio, vivo chiarore de le nostre estati troppo brevi! Odo già cadere con funebri colpi la legna risonante sul selciato dei cortili.
Tutto l'inverno sta per rientrare nel mio essere; collera, odio, brividi, orrore, lavoro duro e forzato; e come il sole nel suo inferno polare, il mio cuore non sarà più che una massa rossa e gelida.
Ascolto fremendo ogni ceppo che cade; la costruzione d'un patibolo non ha eco più sorda.
Il mio spirito è come la torre che soccombe ai colpi de l'ariete infaticabile e pesante.
Mi sembra, cullato da quel rumore monotono, che s'inchiodi in gran fretta in qualche luogo una bara... Per chi? – Era ieri l'estate: ecco l'autunno! Questo rumore misterioso suona come una partenza.
II.
Amo la luce verdastra dei vostri occhi socchiusi, o dolce bellezza! ma oggi tutto mi sembra amaro, e nulla, nè il vostro amore, nè l'alcova, nè il focolare, non valgono per me quanto il sole raggiante sul mare.
E pure amatemi, tenero cuore! siate madre, anche per un ingrato, anche per un tristo; amante o sorella, siate l'effimera dolcezza d'un glorioso autunno o d'un sole che tramonta.
Breve missione! La tomba aspetta; è avida! Ah! lasciatemi, colla fronte appoggiata sulle vostre ginocchia, rimpiangendo l'estate bianca e torrida, gustare il raggio giallo e mite de l'autunno!
LVII.
A UNA MADONNA.
EX VOTO DI GUSTO SPAGNUOLO.
Voglio inalzare per te, Madonna, amante mia, un altare sotterraneo in fondo a la mia angoscia, e scavare ne l'angolo più nero del mio cuore, lungi dal desiderio mondano e da lo sguardo beffardo, una nicchia tutta smaltata d'azzurro e d'oro, ne la quale ti drizzerai, Statua estatica.
Co' miei limpidi Versi, intreccio d'un puro metallo sapientemente costellato di rime cristalline, io farò pel tuo capo un'enorme Corona; e ne la mia Gelosia, o Madonna mortale, io saprò tagliarti un Mantello di barbara foggia, rigido e pesante, e foderato di sospetti, che al par d'una garetta rinchiuderà i tuoi vezzi; non ricamato di Perle, ma di tutte le mie Lagrime!
La tua Veste sarà il mio 54" title="">Desiderio fremente, ondeggiante, il mio 54" title="">Desiderio che sale e scende, che si libra su le cime, che si riposa ne le valli, e riveste d'un bacio tutto il tuo corpo bianco e rosato.
E ti farò col mio Rispetto due belle Scarpe di raso, che, imprigionando in una molle stretta i tuoi divini piedi umiliati, ne serberanno l'impronta come una forma fedele.
Se non potrò, malgrado tutta la diligenza de l'arte mia, tagliarti per Sgabello una Luna d'argento, metterò il Serpe che mi morde gl'intestini sotto i tuoi talloni, affinchè tu calpesti e derida, o Regina vittoriosa e feconda di redenzione, questo mostro gonfio d'odio e di sputi.
Vedrai i miei Pensieri, ordinati come i Ceri dinanzi a l'altare fiorito de la Regina de le Vergini, screziando di riflessi il soffitto dipinto d'azzurro, guardarti sempre con occhi infuocati! e siccome tutto in me t'ama e t'ammira, tutto si cambierà in Benzoino, Incenso, Olibano, Mirra, e senza posa verso di te, sommità bianca e nevosa, salirà in Vapori il tempestoso Spirito mio.
E infine, per completare la tua parte di Maria, e per mescolare l'amore con la barbarie, Voluttà nera! carnefice pieno di rimorsi, farò dei sette Peccati capitali sette Coltelli ben affilati, e, come un giocoliere insensibile, prendendo la parte più profonda del tuo amore per bersaglio, li pianterò tutti nel tuo Cuore palpitante, nel tuo Cuore singhiozzante, nel tuo Cuore grondante!
LVIII.
CANZONE DI POMERIGGIO.
Quantunque le tue perfide sopracciglia ti diano un'aria strana che non è certamente quella d'un angelo, o ammaliatrice da li occhi seducenti,
io t'adoro, o mia frivola, o mia terribile passione! con la devozione del prete pel suo idolo.
Il deserto e la foresta profumano le tue ruvide treccie; la tua testa ha li atteggiamenti de l'enigma e del segreto;
su la tua carne il profumo fluttua come intorno ad un incensiere; tu affascini come la sera, o ninfa tenebrosa e, calda.
Ah! i filtri più potenti non valgono la tua pigrizia, e tu conosci la carezza che fa rivivere i morti!
I tuoi fianchi sono invaghiti de la tua schiena e del tuo seno, e tu incanti i cuscini con le languide pose.
Talvolta, per acquetare la tua rabbia misteriosa, prodighi tutta seria il morso e il bacio;
tu mi strazii, o mia bruna, con un riso beffardo; indi posi sul mio cuore il tuo occhio dolce come la luna.
Sotto le tue scarpe di raso, sotto i tuoi leggiadri piedi di seta io metto l'immensa mia gioia, il mio genio e il mio destino,
e l'anima mia guarita da te, da te, luce e colore! esplosione di calore ne la mia nera Siberia.
LIX.
SISINA.
Imaginatevi Diana che in galante equipaggio percorre le foreste o batte le macchie, col seno e i capelli al vento, inebriata dai rumori, sfidando superba i migliori cavalieri!
Avete veduto Théroigne6, amante de la carneficina, eccitare a l'assalto un popolo scalzo, con le guancie e li occhi infuocati, facendo la sua parte, e salendo con la sciabola in pugno gli scaloni reali?
Tale è Sisina! Ma la dolce guerriera ha l'animo pietoso, quanto micidiale; il suo coraggio, eccitato dalla polvere e dal suono dei tamburi,
davanti a chi supplica sa abbassare le armi e il suo cuore distrutto da le fiamme ha sempre in serbo qualche lagrima per chi sa mostrarsene degno.
LX
FRANCISCÆ MEÆ LAUDES7
Novis te cantabo chordis,
O novelletum quod ludis
In solitudine cordis.
Esto sertis implicata,
O fœmina delicata,
Per quam solvuntur peccata!
Sicut beneficum Lethe,
Hauriam oscula de te,
Quae imbuta es magnete.
Quum vitiorum tempestas
Turbabat omnes semitas,
Apparuisti, Deitas,
Velut stella salutaris
In naufragiis amaris...
Suspendam cor tuis aris!
Piscina plena virtutis,
Fons æternæ juventutis,
Labris vocem redde mutis!
Quod erat spurcum, cremasti;
Quod rudius, exæquasti;
Quod debile, confirmasti!
In fame mea taberna,
In nocte mea lucerna,
Recte me semper guberna.
Adde nunc vires viribus,
Dulce balneum suavibus
Unguentatum odoribus!
Meos circa lumbos mica,
O castitatis lorica,
Acqua tincta seraphica:
Patera gemmis corusca,
Panis salsus, mollis esca,
Divinum vinum, Francisca!
LXI.
AD UNA SIGNORA CREOLA.
Nel paese profumato che il sole accarezza, ho conosciuto, sotto un padiglione d'alberi imporporati e di palmizi dai quali piove su li occhi il languore, una signora creola da le grazie ignorate.
Il suo colorito è pallido e caldo; la bruna incantatrice ha nel collo movenze nobilmente affettate; alta e svelta, camminando come una cacciatrice, ha il sorriso tranquillo e l'occhio fermo.
Se andaste, o Signora, nel vero paese di gloria, su le sponde de la Senna o de la verde Loira, bellezza degna d'ornare li antichi manieri,
voi fareste sotto ombrosi recessi germogliare mille sonetti nel cuore dei poeti, che i vostri grandi occhi renderebbero più sommessi dei vostri negri.
LXII.
MŒSTA ET ERRABUNDA.
Dimmi, Agata, il tuo cuore non s'invola talvolta lontano dal nero oceano de l'immonda città, verso un altro oceano sfavillante di luce, azzurro, chiaro, profondo come la verginità?
Dimmi, Agata, il tuo cuore non s'invola talvolta?
Il mare, il vasto mare, consola le nostre fatiche!
Qual demonio ha dato al mare, rauco cantore che accompagna l'immenso organo dei venti mugghianti, questa sublime virtù d'assopire?
Il mare, il vasto mare, consola le nostre fatiche!
Trascinami, convoglio! trasportami, naviglio!
Lontano! lontano! qui il fango è fatto de le nostre lagrime!
— È vero che qualche volta il triste cuore di Agata dice: Lungi dai rimorsi, dai delitti, dai dolori, trascinami, convoglio! trasportami, naviglio?
Come sei lontano, o paradiso profumato, ove sotto un radioso azzurro tutto è amore e gioia, dove tutto ciò che si ama è degno d'essere amato, dove il cuore s'annega ne la voluttà pura!
Come sei lontano, o paradiso profumato!
Ma il verdeggiante paradiso de li amori infantili le corse, le canzoni, i baci, i mazzi di fiori, i violini vibranti dietro le colline, coi boccali di vino, a sera, nei boschetti,
— ma il verdeggiante paradiso de li amori infantili,
l'innocente paradiso pieno di furtivi piaceri, è forse già più lontano de l'India o de la China?
È possibile richiamarlo con grida lamentevoli ed animarlo ancora d'una voce argentina, l'innocente paradiso pieno di piaceri furtivi?
LXIII.
LO SPETTRO.
Come li angeli da l'occhio fulvo, io ritornerò ne la tua alcova, e verso di te scivolerò senza rumore con le ombre della notte;
e ti darò, o mia bruna, dei baci freddi come la luna e delle carezze di serpente strisciante intorno ad una fossa.
Quando verrà il livido mattino, troverai vuoto il mio posto; dove fino a sera farà freddo.
Come altri colla tenerezza, io voglio regnare con lo spavento su la tua vita e su la tua giovinezza!
LXIV.
SONETTO D'AUTUNNO.
Mi dicono i tuoi occhi limpidi come il cristallo:
"Bizzarro amante, qual è, dunque per te il mio pregio?"
— Sii leggiadra e taci! Il mio cuore, irritato da tutto, fuorchè dal candore de l'antico bruto;
non vuol palesare a te, che mi culli invitandomi ai lunghi sonni, il suo segreto infernale, nè la sua nera leggenda scritta con le fiamme. Odio la passione e lo spirito mi fa male!
Amiamoci placidamente. L'amore tenebroso, appostato ne la sua garetta, tende il fatale suo arco.
Conosco li ordigni del suo vecchio arsenale:
delitto, orrore e pazzia! – O pallida margherita! non sei tu forse al par di me un sole autunnale, o mia sì bianca, o mia sì fredda Margherita?
LXV.
TRISTEZZA DE LA LUNA.
Stasera la Luna sogna più languidamente: come una bella che su numerosi cuscini, prima d'addormentarsi, carezza con mano distratta e leggera il contorno del suo seno,
sul serico dorso de le molli valanghe, morente ella s'abbandona a lunghi smarrimenti e gira li occhi su le bianche visioni che salgono ne l'azzurro come inflorescenze.
Quando talvolta, nel suo languore accidioso, essa lascia cadere sulla terra una furtiva lagrima, un pio poeta nemico del sonno,
prende nel cavo de la mano quella pallida lagrima dai riflessi iridati come un frammento d'opale e la mette nel suo cuore lontano da li occhi del Sole.
LXVI.
I GATTI.
I fervidi amanti e li austeri scienziati amano di pari amore, ne l'età avanzata, i gatti potenti e tranquilli, orgoglio della casa, che sono al par di loro freddolosi e sedentarii.
Amici de la scienza e de la voluttà cercano il silenzio e l'orrore de le tenebre; l'Erebo li avrebbe adottati quali suoi funebri corsieri, se potessero piegare a la servitù la loro fierezza.
Essi prendono sognando le nobili pose de le grandi sfingi distese in fondo a le solitudini, che sembrano addormentarsi in un sonno senza fine:
le loro reni feconde sono piene di magiche scintille, e, come una fine rena, gli atomi d'oro screziano vagamente le loro mistiche pupille.
LXVII
I GUFI.
Sotto i tassi neri che li riparano, i gufi stanno schierati come iddii stranieri, dardeggiando il loro occhio rosso. Essi meditano.
Senza muoversi vi staranno fino a l'ora malinconica in cui caleranno le tenebre, scacciando il sole obliquo.
Il loro atteggiamento insegna al saggio ch'egli deve in questo mondo temere il tumulto ed il moto;
l'uomo inebriato da un'ombra che passa porta sempre il castigo d'aver voluto cambiar di posto.
LXVIII.
LA PIPA.
Io sono la pipa d'un autore; si vede, contemplando la mia faccia d'Abissina o di Cafra, che il mio padrone è un gran fumatore.
Quando egli è oppresso dal dolore, io fumo come il camino d'una capanna in cui si prepari la cena per il lavoratore che fa ritorno.
Io stringo e cullo l'anima sua ne la rete mobile ed azzurra che sale da la mia bocca infocata,
e svolgo un potente dittamo che gl'incanta il cuore e guarisce da le fatiche il suo spirito.
LXIX.
LA MUSICA.
La musica sovente mi rapisce come un mare!
Verso la mia pallida stella, sotto una vòlta di nebbia o in un vasto etere, metto a la vela;
col petto in avanti ed i polmoni gonfî come vele, scavalco il dosso dei flutti accavallati che la notte mi nasconde;
sento vibrare in me tutte le agitazioni d'un naviglio che soffre il vento in favore, la tempesta e le sue convulsioni
mi cullano su l'immenso abisso. – Altre volte, completa bonaccia, immenso specchio de la mia disperazione!
LXX.
SEPOLTURA D'UN POETA MALEDETTO.
Se in una notte greve ed oscura un buon cristiano seppellisce per carità dietro qualche vecchia maceria il vostro corpo altamente lodato,
ne l'ora in cui le caste stelle chiudono li occhi assonnati, il ragno vi farà la sua tela e la vipera i suoi nati;
voi sentirete tutto l'anno sopra la vostra testa dannata le grida lamentevoli dei lupi
e de le fameliche streghe, i sollazzi dei lubrici vegliardi e i complotti dei neri bricconi.
LXXI.
UN'INCISIONE FANTASTICA.
Lo strano spettro non ha altro abbigliamento che un diadema orribile da carnevale, messo grottescamente su la sua fronte di scheletro.
Senza speroni, senza frustino, sfinisce un cavallo, fantasma come lui, brenna apocalittica che getta bava dalle narici come un epilettico.
Entrambi si perdono traverso lo spazio e calpestano l'infinito con piede audace.
Il cavaliere ruota una sciabola fiammeggiante su le moltitudini senza nome stritolate da la sua cavalcatura e percorre come un principe che ispeziona la sua casa, il cimitero immenso e freddo, senza orizzonte dove giaciono ai chiarori d'un sole bianco e scialbo, i popoli de la storia antica e moderna.
LXXII.
IL MORTO ALLEGRO
In una, terra grassa e piena di lumache voglio scavarmi una fossa profonda in cui possa a tutto mio agio adagiare le mie vecchie ossa e dormire ne l'oblio come uno squalo ne l'onda.
Odio i testamenti e odio le tombe; piuttosto che implorare una lacrima dal mondo, preferirei, me vivo, invitare i corvi a salassare tutte le estremità de l'immonda mia carcassa.
O vermi! neri compagni senza orecchie e senza occhi, guardate venire a voi un morto libero ed allegro! Filosofi gaudenti, figli della putrefazione,
passate dunque senza rimorsi a traverso la mia ruina, e ditemi se v'è ancora qualche tortura per questo vecchio corpo senz'anima e morto fra i morti!
LXXIII.
LA BOTTE DE L'ODIO.
L'Odio è la botte de le pallide Danaidi: invano la Vendetta smarrita, da le braccia rosse e forti, rovescia ne le sue tenebre vuote grandi secchie piene del sangue e de le lagrime dei morti,
il Demonio fa de le aperture segrete a questi abissi da cui sfuggirebbero mille anni di sudori e di sforzi, quand'anche ella potesse far rivivere le sue vittime e risuscitare i loro corpi per ferirli nuovamente.
L'Odio è un ubriaco in fondo ad una taverna che sente di continuo la sete rinascere dal liquore e moltiplicarsi come l'idra di Lerna.
— Ma i bevitori felici conoscono il loro vincitore e l'Odio è condannato al triste destino di non poter mai addormentarsi sotto la tavola.
LXXIV.
LA CAMPANA FESSA.
È amaro e dolce durante le notti d'inverno ascoltare, vicino al fuoco che palpita e fuma, i ricordi lontani lentamente elevarsi al suono de le campane che cantano ne la nebbia.
Benedetta la campana da la gola possente che, vigile e sana malgrado la sua vecchiaia, getta fedelmente il suo grido religioso come un vecchio soldato che veglia sotto la tenda!
Invece l'anima mia è ferita, e quando ne le sue noie vuole animare co' suoi canti l'aria fredda delle notti, spesso avviene che la sua voce affievolita
somigli al rantolo greve d'un ferito dimenticato sotto una grande catasta di morti a la riva d'un lago di sangue che, senza potersi muovere, muore tra sforzi supremi!
LXXV.
SPLEEN.
Pluvio, irritato contro la vita intera, versa da la sua urna a grandi fiotti un freddo tenebroso sui pallidi abitanti del vicino cimitero e la mortalità sui sobborghi nebbiosi.
Il mio gatto su l'invetriata cercando un giaciglio agita senza posa il suo corpo magro e scabbioso; l'anima d'un vecchio poeta erra ne la grondaia con la triste voce d'un fantasma freddoloso.
Il calabrone si lamenta e il ceppo fumante accompagna in falsetto la pendola infreddata, mentre in un mazzo di carte pieno di profumi impuri,
eredità fatale di una vecchia idropica, il bel fante di cuori e la donna di picche chiacchierano in modo sinistro dei loro defunti amori.
LXXVI.
SPLEEN.
Ho più ricordi che se avessi mille anni.
Un grosso mobile a cassetti ingombro di bilanci, di versi, di biglietti amorosi, di processi, di romanze, con pesanti ciocche di capelli involte nelle quitanze, nasconde meno segreti del mio triste cervello. È una piramide, un immenso sepolcro che contiene più morti che la fossa comune.
Io sono un cimitero aborrito da la luna, dove come rimorsi si trascinano lunghi vermi che s'avventano sempre su' miei morti più cari.
Io sono un vecchio gabinetto pieno di rose appassite, dove giace tutto un guazzabuglio di mode disusate, dove i pastelli malinconici e le pallide figure di Boucher, soli respirano l'odore d'una fiala sturata.
Nulla uguaglia in lunghezza le tarde giornate, quando sotto le pesanti falde de le nevose annate la Noia, frutto de la triste incuriosità, assume le proporzioni de l'immortalità.
— Ormai tu non sei più, o materia vivente! che un granito circondato da un vago terrore, assopito nel fondo d'un Sahara nebbioso! una vecchia sfinge ignorata dal mondo spensierato, dimenticata su le carte, il cui umore selvaggio non canta che ai raggi del sole che tramonta!
LXXVII.
SPLEEN.
Io sono come il re d'un paese piovoso, ricco ma impotente, giovane e pur molto vecchio, che, disprezzando li inchini ossequiosi de' precettori, si annoia co' suoi cani come con qualunque altro animale.
Nulla lo può rallegrare, nè falcone nè selvaggina, e nemmeno il suo popolo morente davanti al balcone.
La grottesca ballata del buffone favorito non distrae più la fronte di quel crudele malato; il suo letto di fiordalisi si trasforma in una tomba, e le dame del seguito, per le quali ogni principe è bello, non sanno più trovare impudiche acconciature per strappare un sorriso a quel giovane scheletro.
Lo scienziato che gli produce l'oro non ha mai potuto sradicare dal suo essere l'elemento corrotto, ed in quei bagni di sangue che ci vengono dai Romani e di cui i potenti si ricordano nei loro più tardi giorni, non ha saputo riscaldare quel cadavere inebetito nel quale invece di sangue scorre l'acqua verde del Lete.
LXXVIII.
SPLEEN.
Quando il cielo basso e opprimente grava come un coperchio su lo spirito gemente in preda a lunghe noie, e abbracciando tutto il cerchio de l'orizzonte ci dà un giorno nero ancor più triste de le notti;
quando la terra è cambiata in umido carcere, dove la Speranza, come un pipistrello, va battendo con la timida ala i muri e urtando la testa nei soffitti tarlati;
quando la pioggia spiegando i suoi immensi strascichi, imita le sbarre d'una vasta prigione e un popolo muto d'infami ragni tende le sue reti in fondo ai nostri cervelli,
de le campane a un tratto scattano con furia e lanciano verso il cielo un urlo spaventoso, come spiriti erranti e senza patria che si mettano a lamentarsi ostinatamente,
— e lunghi carri funebri, senza tamburi nè musica, sfilano lentamente ne l'anima mia; la Speranza, vinta, piange, e l'Angoscia atroce, dispotica, pianta sul mio cranio curvato il suo nero vessillo.
LXXIX.
OSSESSIONE.
Grandi boschi, voi mi spaventate come le cattedrali, voi urlate come l'organo e nei nostri cuori maledetti, camere d'eterno lutto in cui vibrano vecchi rantoli, rispondono li echi dei vostri De profundis.
Io ti detesto, Oceano! il mio spirito ritrova in sè i tuoi sussulti e le tue tempeste! Quel riso amaro pieno di singhiozzi e d'insulti de l'uomo vinto, io lo ascolto nel riso enorme del mare.
Quanto mi piaceresti, o Notte! senza queste stelle la cui luce parla un noto linguaggio! Poichè io cerco il vuoto e il nero e il nudo!
Ma le tenebre stesse sono tele in cui vivono, scaturendo a migliaia da' miei occhi, esseri scomparsi a li sguardi familiari.
LXXX.
IL DESIDERIO DEL NULLA.
O malinconico spirito, già amante della lotta, la Speranza, che eccitava con lo sprone il tuo ardore, non ti vuol più cavalcare! Coricati senza vergogna, vecchio cavallo il cui piede inciampa ad ogni ostacolo.
Rassegnati, mio cuore; dormi il tuo sonno di bruto!
Spirito vinto, attrappito! Per te, vecchio predone, l'amore e neppure la disputa non hanno più attrattive; addio dunque, canti de li ottoni e sospiri del flauto! O piaceri, non tentate più un cuore cupo ed imbronciato!
L'adorabile Primavera ha perduto il suo profumo!
E il Tempo m'ingoia di minuto in minuto, come la neve immensa un corpo irrigidito;
contemplo da l'alto il globo ne la sua rotondità e non vi cerco più il rifugio d'un casolare!
Valanga, mi vuoi trascinare ne la tua caduta?
LXXXI.
ALCHIMIA DEL DOLORE.
L'uno t'illustra col suo ardore, l'altro in te posa il suo lutto, o Natura!
Ciò che dice a l'uno: Sepoltura! dice a l'altro: Vita e splendore!
O Ermete sconosciuto che mi assisti e che sempre mi hai intimorito, tu mi rendi simile a Mida, il più triste degli alchimisti;
per te io cambio l'oro in ferro e il paradiso in inferno; nel sudario delle nubi
io discopro un cadavere caro e su le celesti rive inalzo grandi sarcofaghi.
LXXXII.
ORRORE SIMPATICO.
"Da questo cielo bizzarro e livido, tormentato come il tuo destino, quali pensieri ti scendono nell'anima vuota? – Rispondi, libertino."
— Insaziabilmente avido de l'oscuro e de l'incerto, io non gemerò come Ovidio scacciato dal paradiso latino.
Cieli lacerati come spiagge, in voi si specchia l'orgoglio mio!
Le vostre immense nubi in lutto
sono i carri funebri de' miei sogni, ed i vostri chiarori sono il riflesso dell'Inferno in cui il mio cuore si bea!
LXXXIII.
L'EAUTONTIMOROUMENOS.
A J. G. F.
Ti percuoterò senza collera e senz'odio, come un beccaio, come Mosè la roccia! e farò da le tue palpebre,
per abbeverare il mio Sahara, zampillare le acque del pentimento.
Il mio desiderio gonfio di speranza galleggierà su le tue lagrime salate
come un bastimento che prende il largo, e nel mio cuore inebriato i tuoi cari singhiozzi risuoneranno come un tamburo che batte la carica!
Non son io forse un falso accordo ne la divina sinfonia, grazie a la vorace Ironia che mi scuote e mi morde?
È ne la mia voce, la stridula! È tutto il mio sangue, quel veleno nero! Io sono il sinistro specchio in cui la megera si guarda!
Sono la piaga ed il coltello! sono lo schiaffo e la guancia! sono le membra e la ruota, la vittima ed il carnefice!
Sono il vampiro del mio cuore, – uno di quei grandi infelici che sono condannati al riso eterno, e non possono più sorridere!
LXXXIV.
L'IRREPARABILE.
I.
Un'Idea, una Forma, un essere partito da l'azzurro e caduto in uno Stige limaccioso e plumbeo, nel quale nessun occhio dal cielo penetra;
un Angelo, imprudente viaggiatore che fu tentato da l'amore del difforme, e si dibatte come un nuotatore in fondo ad un incubo enorme,
e lotta, o funebri angoscie! contro un gigantesco risucchio e canta come i pazzi e piroetta ne le tenebre;
un infelice smarrito nel vano suo brancolare, che per fuggire da un luogo pieno di rettili, cerca la luce e la chiave;
un dannato che senza lampada, lungo la parete d'un abisso del quale l'odore tradisce l'umida profondità, discende scale eterne senza ringhiera
dove vegliano mostri viscosi i cui larghi occhi di fosforo fanno la notte ancor più nera, non rendendo visibili che sè stessi;
una nave presa nei ghiacci del polo, come in una trappola di cristallo, che cerca per quale stretto fatale capitò in quella prigione;
veri emblemi, quadri perfetti d'un irreparabile destino, che dà a pensare quanto il Diavolo faccia sempre bene tutto ciò che fa!
II.
Colloquio fosco e limpido quello d'un cuore che diventa il proprio specchio!
Pozzo di Verità, lucente e nero, dove tremola, livida stella,
faro ironico, infernale, fiaccola de le grazie sataniche, unica gloria ed unico sollievo – la coscienza nel 54" title="">Male!
LXXXV.
L'OROLOGIO.
Orologio! dio sinistro, spaventevole, impassibile, il cui dito ci minaccia e dice: Ricordati!
I vibranti Dolori si pianteranno tosto nel tuo cuore pieno di terrore come in un bersaglio;
il vaporoso Piacere fuggirà verso l'orizzonte come una silfide nel fondo de la quinta; ogni istante ti divora un poco de la delizia accordata ad ogni uomo per tutta la sua stagione.
Tre mila seicento volte a l'ora, il Secondo mormora: Ricordati! – Rapidamente, con la sua voce d'insetto, Adesso dice: Io sono Allora ed ho assorbito la tua vita col mio succhiatoio immondo!
Remember! Ricordati! o prodigo! Esto memor!
(La mia gola di metallo parla tutte le lingue.)
I minuti, spensierato mortale, sono sabbie che non bisogna lasciare senza estrarne l'oro!
Ricordati che il Tempo è un avido giuocatore che guadagna senza barare, ad ogni colpo! È legge.
Il giorno manca; la notte cresce; ricordati! il baratro ha sempre sete; la clepsidra si vuota.
Quanto prima suonerà l'ora in cui il divin Caso, l'augusta Virtù, tua sposa ancor vergine, e lo stesso Pentimento (oh! ultimo rifugio!) tutto ti dirà:
Muori, codardo vecchio! è troppo tardi!
QUADRI PARIGINI
LXXXVI.
PAESAGGIO.
Io voglio, per comporre castamente le mie egloghe, passare le notti a l'aperto, come li astrologhi, e vicino ai campanili ascoltarne fantasticando gl'inni solenni trasportati dal vento.
Con le mani appoggiate al mento, da l'alto del mio abbaino vedrò l'opificio che chiacchiera e canta; i fumaiuoli, i campanili, queste antenne de la città, ed i grandi cieli che fanno pensare a l'eternità.
È dolce, traverso le nebbie, veder nascere la stella ne l'azzurro, la lampada a la finestra, i fiumi di carbone salire al firmamento e la luna versare il suo pallido incanto.
Vedrò le primavere, le estati, li autunni, e quando verrà l'inverno da le nevi monotone, chiuderò in ogni parte usci ed imposte per costruire ne la notte i miei palazzi fatati. Allora io sognerò bluastri orizzonti, giardini, getti d'acqua piangenti ne li alabastri, baci, uccelli che cantano da mane a sera, e tutto ciò che l'Idillio ha di più infantile.
La Sommossa, tempestando invano a' miei vetri, non mi farà sollevare la fronte dal leggìo; poichè sarò immerso ne la voluttà di evocare la Primavera con la mia volontà, di far sorgere un sole dal mio cuore e di fare de' miei pensieri ardenti una tiepida atmosfera.
LXXXVII.
IL SOLE.
Lungo il vecchio sobborgo, dove pendono da le catapecchie le persiane, riparo a le segrete lussurie, quando il sole crudele sferza a dardi raddoppiati la città e i campi, i tetti e le biade, io vado esercitandomi solo a la mia fantastica scherma, fiutando in tutti li angoli le accidentalità de la rima, inciampando ne le parole come nei selciati, urtando talvolta in versi da molto tempo sognati.
Questo padre che tutto nutre, nemico della clorosi, sveglia nei campi i vermi come le rose; fa svaporare li affanni verso il cielo, e riempie i cervelli e li alveari di miele.
È lui che ringiovanisce quelli che portano le gruccie e li rende allegri e dolci come giovanette, è lui che comanda a le messi di crescere e di maturare ne l'immortale cuore che vuol sempre fiorire!
Quando, come un poeta, discende ne le città, nobilita la sorte de le cose più vili, e s'introduce regalmente, senza rumore e senza valletti, in tutti li ospedali e in tutti i palazzi.
LXXXVIII.
AD UNA MENDICANTE DAI CAPELLI ROSSI.
Bianca fanciulla dai capelli rossi, che lasci vedere la povertà e la bellezza da li strappi de l'abito,
per me, misero poeta, il tuo giovane corpo malaticcio, pieno di macchie di rossore, ha la sua dolcezza.
Tu porti i tuoi zoccoli pesanti più galantemente che una regina da 25" title="">Maggiori informazioni">romanzo i suoi coturni di velluto.
In luogo di un cencio troppo corto, un superbo abito da corte penda a lunghe pieghe fruscianti su' tuoi talloni:
invece di calze bucate sulla tua gamba risplenda per li occhi dei libertini anche un pugnale d'oro;
dei nastri mai annodati svelino per i nostri peccati i tuoi due bei seni raggianti come occhi:
per svestirti le tue braccia si facciano pregare, le capricciose tue dita respingano ostinatamente
le perle de la più bell'acqua, i sonetti di maestro 255" title="">Belleau continuamente offerti da' tuoi innamorati in tormento
— servidorame di rimatori che ti dedicano le loro primizie e contemplano la tua scarpetta sotto la scala —
più d'un paggio vago d'avventura, molti signori e molti Ronsard spierebbero per diletto il tuo fresco nido!
Tu conteresti allora nel tuo letto più baci che gigli e sottometteresti più d'un Valois!
— Eppure vai mendicando qualche vecchio rimasuglio giacente a la soglia di un Vefour da quadrivio;
e vai adocchiando di nascosto gioielli da ventinove soldi dei quali io non posso, deh! Perdonami! farti dono.
Va dunque, senz'altro ornamento, profumo, perle, diamanti, che la tua magra nudità, o mia bellezza!
LXXXIX.
IL CIGNO.
A Vittor Hugo.
I.
Andromaca, io penso a voi! – Questo fiumicello, povero e triste specchio dove già risplendette l'immensa maestà dei vostri dolori vedovili, questo Simoenta8 ingannatore gonfiato da le vostre lagrime,
ha fecondato improvvisamente la mia fertile memoria, mentre attraversavo la nuova piazza del Carosello.
— Il vecchio Parigi non è più (la forma di una città cambia più presto, ohimè! che il cuore di un mortale);
io non vedo che in ispirito tutto quel campo di baracche, quel mucchio di capitelli sbozzati e di colonne, le erbe, i grandi massi inverditi da l'acqua de le pozzanghere, e i confusi ferravecchi luccicanti ai vetri de le finestre.
Là prima si stendeva un serraglio; là vidi una mattina, ne l'ora in cui sotto il cielo chiaro e freddo il Lavoro si sveglia, quando li spazzaturai sollevano un oscuro uragano ne l'aria silenziosa,
un cigno che era fuggito da la sua gabbia, e che, sfregando coi piedi palmati il secco lastricato, trascinava su l'aspro suolo le bianche penne. Presso un ruscello senz'acqua la bestia aprendo il becco
bagnava nervosamente le ali ne la polvere e diceva, col cuore pieno di ricordi del suo bel lago natale: "O acqua, quando pioverai dunque? quando tuonerai, o fulmine?"
Ed io vedo quel disgraziato, mito strano e fatale, tendere a volte, come l'uomo d'Ovidio, verso il cielo ironico e crudelmente azzurro, la testa avida sul collo in convulsioni come se volgesse rimproveri a Dio!
II.
Parigi cambia e nulla ne la mia malinconia si è mutato! palazzi nuovi, impalcature, massi, vecchi sobborghi, tutto per me diventa allegoria, ed i miei cari ricordi sono più pesanti de le roccie.
Così dinanzi a questo Louvre un'imagine mi opprime. Io penso al mio gran cigno, co' suoi gesti pazzi, ridicolo e sublime, come gli esiliati, e divorato da un desiderio senza tregua! e poi a voi,
Andromaca, caduta da le braccia d'un grande sposo, bestia vile, sotto la mano del superbo Pirro, curva in estasi vicino ad una tomba vuota; vedova d'Ettore, ahimè! e moglie d'Eleno!
Io penso a la negra, smagrita e tisica, scalpicciante nel fango, e cercante con l'occhio torbido li assenti alberi di cocco de l'Africa superba, dietro l'immensa muraglia de la nebbia;
a chiunque abbia perduto ciò che non si ritrova mai! mai! a quelli che si abbeverano di lagrime e poppano al Dolore come ad una buona lupa! ai magri orfanelli languenti come fiori!
Così ne la foresta in cui si esilia il mio spirito, un vecchio 21" title="">Ricordo risuona al pieno soffio del corno!
Penso ai marinai dimenticati in un'isola, ai prigionieri, ai vinti!... a ben altri ancora!
XC.
I SETTE VECCHI.
A Vittor Hugo.
Brulicante città, città piena di sogni, dove lo spettro in pieno giorno avvinghia il passante!
I misteri colano ovunque come linfe ne li stretti canali del potente colosso.
Un mattino, mentre ne la triste via le case, di cui il nebbione allungava l'altezza, sembravano le due ripe d'un fiume ingrossato, e, quale ornamento consono a l'anima de l'attore,
una nebbia sporca e gialla inondava tutto lo spazio, irrigidendo i miei nervi come quelli di un eroe e discutendo con l'anima mia già stanca, seguivo il sobborgo scosso dai pesanti carri.
Ad un tratto un vecchio i cui cenci gialli imitavano il colore di quel cielo piovoso, e l'aspetto avrebbe fatto fioccare le elemosine, senza la cattiveria che gli luceva negli occhi,
mi apparve. Si sarebbe detto la sua pupilla temprata nel fiele; il suo sguardo rendeva più pungenti le brine, e la sua barba dal lungo pelo, rigida come una spada, si proiettava simile a quella di Giuda.
Non era curvo, ma spezzato, il suo dorso faceva con la gamba un perfetto angolo retto, tantochè il bastone completando la sua figura, gli dava l'aspetto ed il passo goffo
d'un quadrupede infermo o di un ebreo a tre gambe. Camminava affondando ne la neve e nel fango, come se schiacciasse dei morti sotto le sue ciabatte, ostile a l'universo piuttosto che indifferente.
Il suo simile lo seguiva; barba, occhio, dorso, bastone, cenci, nessun segno distingueva quel gemello centenario venuto da lo stesso inferno; e quegli strani spettri camminavano con lo stesso passo verso una meta sconosciuta.
A quale infame complotto io era dunque esposto, o quale sorte maledetta così mi umiliava? Poichè io contai sette volte, di minuto in minuto, quel sinistro vecchio che si moltiplicava!
Chi ride de la mia inquietudine e non è agitato da un brivido fraterno, pensi bene che malgrado tanta decrepitezza, quei setti mostri orrendi avevano un'aria eterna!
Avrei forse, senza morire, contemplato l'ottavo, Sosia inesorabile, ironico e fatale, ributtante Fenice, figlia e madre a sè stessa?
— Ma voltai la schiena al corteggio infernale!
Esasperato come un ubriaco che vede doppio, rincasai, chiusi la porta, spaventato, ammalato ed intirizzito, con lo spirito febbricitante e turbato, ferito dal mistero e da l'assurdità!
Inutilmente la mia ragione voleva riprendere l'impero; la tempesta scherzando sviava i suoi sforzi, e l'anima mia ballava, ballava, vecchia gabarra senza antenne, su di un mare mostruoso e senza rive!
XCI.
LE VECCHIETTE
A Vittor Hugo.
I.
Nei sinuosi recessi de le vecchie capitali dove tutto, perfino l'orrore, si muta in incantesimo, io spio, obbedendo a' miei umori fatali, alcuni esseri singolari, decrepiti ed attraenti.
Quei mostri slogati furono un tempo delle donne, Eponina o Laide! – Mostri frantumati, gobbi o storti, amiamoli! sono ancora delle anime.
Sotto gonne bucate e sotto freddi tessuti,
strisciano, flagellati dai venti iniqui, frementi al rumore de li omnibus ruotanti, e stringendo al loro fianco, come reliquia, un sacchettino ricamato di fiori o di rebus;
trottano, simili in tutto a marionette; si trascinano come animali feriti, o ballano, senza voler ballare, poveri sonagli a cui s'appende un Demone senza pietà! Affrante
come sono, hanno occhi penetranti come succhielli, lucenti come quelle pozze dove l'acqua dorme durante la notte; hanno li occhi divini de la bambina che si stupisce e che ride di tutto ciò che riluce.
— Avete osservato che molti feretri di vecchie sono piccoli quasi come quelli d'un fanciullo?
La morte sapiente mette in quelle bare simiglianti un simbolo d'un gusto bizzarro e seducente,
e quando scorgo un debile fantasma che attraversa il formicolante quadro di Parigi, mi par sempre che quel fragile essere s'avvicini lentamente verso una nuova culla,
a meno che, meditando su la geometria, io non cerchi, a l'aspetto di quelle membra discordi, quante volte dovrà l'operaio variare la forma de la cassa ne la quale si mettono tutti quei corpi.
Quegli occhi sono pozzi fatti d'un milione di lagrime, crogiuoli che un metallo nel raffreddarsi rese appannati...
Quegli occhi misteriosi hanno indicibili attrattive per colui che fu allattato da l'austero Infortunio!
II.
Vestale innamorata de l'antica Frascati; sacerdotessa di Talia, ohimè! di cui soltanto il morto suggeritore conosce il nome; celebre trapassata che Tivoli un giorno ombreggiò nel suo fiorire,
tutte m'inebriano! ma fra quegli esseri fragili ve ne sono che, facendo del dolore un miele, hanno detto al Sacrificio che loro prestava le ali: "Ippogrifo potente, conducimi fino in cielo!"
L'una, provata alla disgrazia dalla patria: l'altra, gravata di dolori dallo sposo, l'altra, Madonna trafitta dal suo bambino, tutte avrebbero potuto formare un fiume con le loro lagrime.
III.
Ah! quante ne ho seguite di quelle vecchiette! Una, fra le altre, ne l'ora in cui il sole cadente insanguina il cielo di ferite vermiglie, pensierosa sedea in disparte su di un banco,
per udire uno di quei concerti ricchi di ottoni, dei quali i soldati a volte inondano i nostri giardini e che in quelle sere d'oro in cui ci sentiamo rinascere, versano qualche eroismo in cuore ai cittadini.
Essa ancor diritta, fiera e sentendo la disciplina, aspirava avidamente quel canto vivo e guerresco; l'occhio suo a volte si apriva come quello d'una vecchia aquila; la sua fronte di marmo sembrava fatta per l'alloro!
IV.
Così voi camminate, stoiche e senza lamenti, a traverso il caos de le viventi città, o madri dal cuore sanguinante, cortigiane o sante, il cui nome altre volte da tutti era citato.
Voi che foste la grazia o la gloria, nessuno più vi riconosce! un ubriaco incivile vi insulta passando con un amore derisorio; a le vostre calcagna saltella un ragazzo maligno e vile.
Vergognose d'esistere, ombre raggricchiate, paurose, col dorso curvo, rasentate i muri; e nessuno vi saluta, vittime d'uno strano destino! resti d'umanità per l'eternità maturi!
Ma io, io che da lontano teneramente vi sorveglio, con l'occhio inquieto, fisso ai vostri passi incerti; quasi fossi vostro padre, o meraviglia! provo a vostra insaputa intimi compiacimenti:
vedo schiudersi le vostre nuove passioni; foschi o luminosi, io vivo i vostri giorni perduti; il mio cuore moltiplicato gode di tutti i vostri vizî! l'anima mia rifulge di tutte le vostre virtù!
O ruine! o mia famiglia! o cervelli congeneri! io vi do ogni sera un solenne addio!
Dove sarete domani, Eve ottuagenarie, su le quali pesa l'artiglio spaventevole di Dio?
XCII.
I CIECHI.
Contemplali, o anima mia; sono veramente orribili!
Simili ai fantocci; vagamente ridicoli; terribili, strani come i sonnambuli; dardeggianti non si sa dove i loro globi tenebrosi.
I loro occhi, da cui la divina scintilla è fuggita, come se guardassero lontano, restano levati al cielo; non si vedono mai chinare pensosamente a terra la loro testa aggravata.
Traversano così il buio infinito, questo fratello del silenzio eterno. Oh città! mentre intorno a noi tu canti, ridi e urli
avida di piacere fino all'atrocità, vedi, anch'io mi trascino così! ma, più di essi inebetito, dico: Che mai domandano al Cielo, tutti questi ciechi?
XCIII.
A UNA PASSANTE.
La via assordante intorno a me urlava.
Lunga, sottile, in gran lutto, dolore maestoso, una donna passò, sollevando e dondolando con la superba mano la frangia e lo strascico;
agile e nobile, con la sua gamba di statua. Io bevevo, inebetito come un pazzo, ne l'occhio suo, cielo livido in cui si prepara l'uragano, la dolcezza che affascina ed il piacere che uccide.
Un lampo... poi la notte! – Fuggitiva beltà il cui sguardo mi ha fatto subitamente rinascere, non ti vedrò più che ne l'eternità?
Altrove, ben lungi di qui! troppo tardi? mai forse! Perchè ignoro ove tu fuggi, tu non sai ove io vada, o tu che avrei amata, o tu che lo sapevi!
XCIV.
LO SCHELETRO AGRICOLTORE.
I.
Ne le tavole d'anatomia che si trovano su quelle ripe polverose dove molti vecchi libri dormono come antiche mummie,
disegni ai quali la gravità ed il sapere d'un vecchio artista, malgrado la tristezza del soggetto, hanno comunicato la 255" title="">Bellezza,
si vedono, ciò che rende più completi questi misteriosi orrori, Scorticati e 549" title="">Scheletri vangare come bifolchi.
II.
Da quel terreno che voi, o villici funebri e rassegnati, frugate con tutta la forza de le vostre vertebre o dei vostri muscoli denudati,
dite, quale strana messe traete voi, o forzati strappati a l'ossario, e di quale castaldo dovete colmare il granaio?
Volete voi (spaventoso e chiaro emblema d'un destino troppo duro!) dimostrare che anche ne la fossa il sonno promesso non è sicuro;
che verso di noi il Nulla è traditore; che tutto perfin la Morte, ci inganna, e che sempre, eternamente, ohimè! dovremo forse
in qualche paese sconosciuto squarciare la dura terra e spingere una pesante vanga sotto il nostro piede sanguinante e nudo?
XCV.
IL CREPUSCOLO DE LA SERA.
Ecco la vaga sera, amica del delinquente; ella si avvicina come una complice, a passi di lupo; il cielo
si chiude lentamente come una grande alcova, e l'uomo impaziente si converte in bestia feroce.
O sera, amabile sera, desiderata da coloro le cui braccia possono dire senza menzogna: "Oggi abbiamo lavorato!" – È la sera che solleva gli spiriti divorati da un dolore selvaggio, il dotto ostinato la cui fronte si appesantisce, e il curvo operaio che guadagna il suo letto.
Frattanto ne l'atmosfera, come persone d'affari, demoni malsani si svegliano pesantemente e urtano volando ne le imposte e nel tavolato.
A traverso i chiarori tormentati dal vento, la Prostituzione si accende nelle vie; schiude le sue uscite come un formicaio; si apre ovunque un occulto sentiero come il nemico che tenta una sorpresa; e si muove in seno a la città fangosa come un verme che trafuga a l'Uomo ciò che mangia.
Si odono qua e là le cucine sibilare, i teatri strillare, le orchestre russare; le tavole rotonde, di cui il giuoco forma la delizia, si riempiono di sgualdrine e di truffatori loro complici, ed anche i ladri che non hanno nè tregua nè misericordia, cominceranno tosto il loro lavoro, forzando senza rumore le porte e le casse per vivere qualche giorno e vestire le loro amanti.
Raccogliti, anima mia, in questo grave momento, e chiudi le orecchie a questi ruggiti. È l'ora in cui i dolori de li ammalati si inaspriscono! L'oscura Notte li prende a la gola; essi finiscono il loro destino e s'avviano verso la fossa comune; l'ospedale si riempie dei loro sospiri. Molti non verranno più a cercare la zuppa profumata accanto al fuoco, la sera, vicino ad un'anima amica.
E ancora la maggior parte di essi non ha mai conosciuta la dolcezza del focolare, e non ha mai vissuto!
XCVI.
IL GIUOCO.
In poltrone scolorite, alcune vecchie cortigiane, pallide, da le sopracciglia dipinte, da l'occhio lezioso e fatale, che facendo le smorfiose lasciano cadere da le magre orecchie un tintinnìo di pietra e di metallo;
intorno a verdi tappeti faccie senza labbra, labbra senza colore, mascelle senza denti, e dita agitate da una febbre infernale, fruganti la tasca vuota od il seno palpitante;
sotto sporchi soffitti una fila di pallidi candelabri e di enormi lampade proiettanti i loro chiarori su fronti tenebrose d'illustri poeti che stanno sprecando i loro sanguinanti sudori;
ecco il nero quadro che in un sogno notturno vidi svolgersi sotto il mio occhio chiaroveggente. Io stesso, in un angolo de l'antro taciturno, mi vidi appoggiato sui gomiti, freddo, muto, invidioso,
invidioso de la passione tenace di quella gente, de la funebre gaiezza di quelle vecchie cortigiane, tutti allegramente trafficanti al mio cospetto, l'uno il suo antico onore, l'altra la sua bellezza!
Ed il mio cuore si spaventò d'invidiare molti infelici che corrono con ardore a l'abisso spalancato, e che, ubbriachi del proprio sangue, preferirebbero infine il dolore alla morte e al nulla l'inferno!
XCVII.
DANZA MACABRA.
A ERNESTO CHRISTOPHE.
Fiera, come fosse vivente, de la sua nobile statura, col suo gran mazzo di fiori, il suo fazzoletto ed i suoi guanti, ella ha la noncuranza e la disinvoltura d'una magra civettuola da le arie stravaganti.
Si vide mai al ballo una vitina più snella? La sua veste esagerata, ne la sua ampiezza regale, cade abbondantemente su di un piede nervoso stretto da una scarpetta ornata di nappe, bella come un fiore.
Il merletto che scherza intorno a le clavicole, come un ruscello lascivo che si sfrega a la roccia, sottrae pudicamente ai lazzi ridicoli le funebri attrattive che ella vuol celare.
I suoi occhi profondi sono fatti di vuoto e di tenebre, e il suo cranio, artisticamente adorno di fiori, oscilla mollemente su le fragili vertebre.
— O incanto d'un nulla pazzamente acconciato!
Alcuni ti chiameranno una caricatura, non comprendendo, amanti avidi di carne, l'eleganza senza nome dell'umana ossatura. Tu rispondi, grande scheletro, al mio gusto più caro!
Vieni tu per turbare con la potente smorfia la festa de la Vita? o qualche antico desiderio, eccitando ancora la tua vivente carcassa, ti spinge, credula, al sabbato del piacere?
Al canto dei violini, a le fiamme de le candele speri di fugare il tuo incubo beffardo e domandi al torrente de le orgie di rinfrescare l'inferno acceso nel tuo cuore?
Inesauribile pozzo di sciocchezza e di colpe!
Eterno lambicco de l'antico dolore!
A traverso la grata ricurva de le tue coste, io vedo, ancora errante, l'insaziabile aspide.
E in verità temo che la tua civetteria non trovi un premio degno de' suoi sforzi; chi, fra questi cuori mortali, comprende li scherzi? Le seduzioni de l'orrore non inebriano che i forti!
L'abisso de' tuoi occhi, pieni d'orribili pensieri, esala la vertigine e i ballerini prudenti non contempleranno senza nausee amare il sorriso eterno de' tuoi trentadue denti.
E pure chi non ha stretto fra le sue braccia uno scheletro, e chi non si è pasciuto di cose sepolcrali?
Che importa il profumo, l'abito o l'acconciatura? Chi fa lo schifiltoso mostra di credersi bello.
Baiadera senza naso, irresistibile sgualdrina, di' dunque a questi ballerini che fanno gli schizzinosi: "Fieri bambocci, malgrado l'artificio delle ciprie e del rossetto, voi puzzate tutti di morte! O scheletri muschiati,
"Antinoi appassiti, damerini da la faccia rasa, cadaveri verniciati, canuti seduttori, la ridda universale de la danza macabra vi trasporta in luoghi sconosciuti!
"Da le rive fredde de la Senna a le sponde infocate del Gange, il branco mortale salta e delira, senza vedere da un buco del soffitto la tuba dell'Angelo sinistramente spalancata come un nero trombone.
In tutti i climi, sotto il tuo sole, la Morte ti ammira ne le tue contorsioni, ridicola Umanità, e sovente, al par di te, profumandosi di mirra, mesce la sua ironia a l'insania tua!"
XCVIII.
L'AMORE DE LA MENZOGNA.
Quando ti vedo passare, o mia cara indolente, al canto degli istrumenti che si frange contro il soffitto, sospendendo il tuo incedere armonioso e lento, e girando intorno la noia del tuo sguardo profondo;
quando contemplo, ai fuochi del gas che la colora, la tua fronte pallida, fatta più bella da un morboso fascino, su la quale le faci de la sera accendono un'aurora, ed i tuoi occhi attraenti come quelli d'un ritratto,
io mi dico: "Com'è bella! e bizzarramente fresca! Il greve ricordo, regale e pesante torre, la incorona, ed il suo cuore, ammaccato come una pesca, è maturo, come il suo corpo, per l'amore sapiente."
Sei tu il frutto autunnale dai sovrumani sapori?
Sei tu un vaso funebre che aspetta qualche lagrima, un profumo che fa sognare oasi lontane, un guanciale carezzevole, o un canestro di fiori?
Io so che vi sono degli occhi, fra i più melanconici, che non rinchiudono alcun segreto prezioso; begli scrigni senza gioielli, medaglioni senza reliquie, più vuoti, più profondi che voi stessi, o Cieli!
Ma non basta forse che tu sia l'apparenza, per rallegrare un cuore che fugge la verità?
Che importa la tua goffaggine o la tua indifferenza?
Maschera od ornamento, salute! Adoro la tua bellezza.
XCIX.
Io non ho dimenticato, in vicinanza de la città, la nostra bianca casa, piccola ma tranquilla, la Pomona di gesso e la vecchia Venere che nascondono le loro membra nude in un arido boschetto, ed il sole che a sera, grondante e superbo, dietro la vetriata dove si frangeva il fascio de' suoi raggi, sembrava, quasi grande occhio curioso aperto nel cielo, contemplare i nostri pranzi lunghi e silenziosi, spandendo largamente i suoi bei riflessi di cero su la tovaglia frugale e le cortine di saia.
C.
A la fantesca dal gran cuore di cui eravate gelosa, e che dorme il suo sonno sotto un'umile aiuola, noi dovremmo nondimeno portare qualche fiore.
I morti, i poveri morti, hanno grandi dolori, e quando Ottobre potatore dei vecchi alberi soffia il suo vento malinconico all'intorno dei loro marmi, certo devono trovare i viventi ben ingrati, per dormire come fanno, caldamente ne le loro coperte, mentre divorati da neri sogni, senza compagni di letto, senza buona conversazione, vecchi scheletri gelati e tormentati dai vermi, essi sentono sgocciolare le nevi de l'inverno ed il secolo passare, senza che nè amici nè famiglia sostituiscano i nastri a brandelli che pendono da la loro grata.
Se una sera, quando il ceppo sibila e canta, io la vedessi sedere tranquillamente ne la poltrona; se, in una notte azzurra e fredda di dicembre, io la trovassi accovacciata in un angolo de la mia camera, grave, e uscente dal fondo del suo letto eterno per contemplare il fanciullo cresciuto sotto il suo occhio materno, che potrei mai rispondere a quell'anima pia, vedendo le lagrime cadere da quell'occhiaia incavata?
CI.
NEBBIE E PIOGGIE.
O fini d'autunno, inverni, primavere inzuppate di fango, accidiose stagioni! io vi amo e vi son grato d'inviluppare così il mio cuore ed il mio cervello in un vaporoso sudario e in una vaga tomba.
In questa grande pianura dove il freddo austro scherza, dove nelle lunghe notti la banderuola arrochisce, l'anima mia meglio che al tempo de la tiepida primavera aprirà largamente le sue ali di corvo.
Nulla è più dolce al cuore pieno di funebri cose, su cui da molto tempo scendono le brine, o stagioni scolorate, o regine dei nostri climi,
che l'aspetto permanente de le vostre pallide tenebre, – a meno che, in una sera senza luna, accompagnati, addormentare il dolore su di un letto improvvisato.
CII.
SOGNO PARIGINO.
A COSTANTINO GUYS.
I.
Di quel terribile paesaggio, che occhio mortale mai non vide, ancor stamane l'imagine vaga e lontana mi rapisce.
Il sonno è pieno di prodigi!
Per un capriccio singolare, avevo bandito da quegli spettacoli il vegetale irregolare,
e, pittore fiero del mio genio, assaporavo nel mio quadro l'inebriante monotonia del metallo, del marmo e dell'acqua.
Babele di scale e d'arcate, era un palazzo infinito, pieno di vasche e di cascate precipitanti ne l'oro appannato o brunito;
cateratte pesanti come tende di cristallo si sospendevano, sfolgoranti, a muraglie di metallo.
Gli stagni dormenti, in cui gigantesche naiadi si specchiavano come donne, erano circondati non di alberi ma di colonnati.
Azzurre distese d'acqua dilagavano fra sponde rosee e verdi per milioni di leghe, verso i confini de l'universo:
erano gemme non mai viste e magici flutti; erano immensi specchi abbagliati da tutto quello che riflettevano!
Nel firmamento dei Gangi, noncuranti e taciturni, versavano il tesoro de le loro urne in abissi di diamante.
Architetto de le mie fantasmagorie, io facevo a mio talento, passare un oceano domato sotto una galleria di pietre preziose;
e tutto, anche il color nero sembrava forbito, chiaro, iridato; il liquido incastonava la sua gloria nel raggio cristallizzato.
Nessun astro però, nessuna traccia di sole, neanco al limite del cielo, per illuminare quei prodigi, che brillavano d'un fuoco proprio!
e su quelle meraviglie in moto gravava (terribile novità! tutto per l'occhio, niente per le orecchie!) un silenzio d'eternità.
II.
E riaprendo i miei occhi pieni di fiamme vidi l'orrore del mio tugurio, e sentii rientrando nell'anima mia la punta de li affanni maledetti;
la pendola dai funebri accenti suonava brutalmente il mezzogiorno ed il cielo versava tenebre su questo triste mondo intorpidito.
CIII.
IL CREPUSCOLO DEL MATTINO.
La diana cantava nei cortili de le caserme, e la brezza del mattino soffiava su le lanterne.
Era l'ora in cui lo sciame dei sogni malefici tormenta sui guanciali i bruni adolescenti; in cui, come un occhio sanguinoso che palpita e si muove, la lampada su la luce del mattino fa una macchia rossa; in cui l'anima, sotto il peso del corpo ribelle e greve imita la lotta de la lampada col giorno.
Come un viso in lagrime asciugato da le brezze, l'aria è piena del fremito delle cose che sfuggono, e l'uomo è stanco di scrivere e la donna d'amare.
Le case qua e là cominciavano a fumare. Con le palpebre livide, a bocca aperta, le cortigiane dormivano del loro stupido sonno; le mendicanti portando attorno i loro seni magri e freddi, soffiavano sui tizzoni e su le dita.
Era l'ora in cui tra il freddo e la miseria si aggravano i dolori de le donne gestanti; come un singulto rotto da-un sangue schiumoso, il canto del gallo in lontananza lacerava l'aria caliginosa; un mare di nebbia bagnava li edifici, e li agonizzanti nel fondo de li ospizî gettavano l'ultimo rantolo in singhiozzi ineguali.
I libertini rientravano, affranti da le loro fatiche.
L'aurora tremante dal freddo in veste rosea e verde s'avanzava lentamente su la Senna deserta, e il fosco Parigi, vecchio laborioso, fregandosi li occhi, impugnava, i suoi utensili.
Il Vino
CIV.
L'ANIMA DEL VINO
Una sera, l'anima del vino cantava ne le bottiglie: "Uomo, io getto verso di te, o caro diseredato, sotto la mia prigione di vetro ed i miei rossi sigilli, un canto pieno di luce e di fraterno amore!
"Io so quanta pena, sudore e sole cocente occorrano su la collina in fiamme, per generare la mia vita e per darmi l'anima; ma non sarò punto ingrato né malefico,
"poichè provo una gioia immensa quando precipito ne la gola d'un uomo logorato da le fatiche, ed il caldo suo seno è una dolce tomba in cui mi trovo ben meglio che ne le fredde cantine.
"Odi tu echeggiare i ritornelli de le domeniche e la speranza che canta nel mio seno palpitante? Coi gomiti su la tavola e rimboccando le maniche, mi glorificherai e sarai contento;
"accenderò li occhi della tua donna giubilante; al figlio tuo renderò la forza e i colori de la salute, e sarò per questo debole atleta de la vita l'olio che rafforza i muscoli dei lottatori.
"In te cadrò, vegetale ambrosia, grano prezioso gettato da l'eterno Seminatore, perchè dal nostro amore nasca la poesia che s'inalzerà verso 2509" title="">Iddio come un raro fiore!"
CV.
IL VINO DEI CENCIAIUOLI.
Spesso, al rosso chiarore d'un lampione di cui il vento sbatte la fiamma e tormenta i vetri, nel cuore d'un vecchio sobborgo, labirinto fangoso in cui l'umanità brulica in tumultuoso fermento,
si vede un cenciaiuolo che s'avanza, scuotendo la testa, inciampando e urtando nei muri come un poeta, e che, senza prendersi cura degli spioni, suoi soggetti, espande tutto il suo cuore in progetti di gloria.
Egli presta giuramenti, detta leggi sublimi, atterra i cattivi, rialza le vittime, e sotto al firmamento sospeso come un baldacchino, s'inebria de li splendori della sua virtù.
, questi individui tribolati dai dispiaceri domestici, affranti dal lavoro e tormentati da l'età, sfiancati e curvi sotto un mucchio di cenci, vomito confuso de l'enorme Parigi,
ritornano, profumati d'un odore di bottame, seguiti da compagni incanutiti ne le battaglie, i cui baffi pendono come vecchie bandiere.
— I vessilli, i fiori e li archi trionfali
si drizzano loro dinanzi, solenne magia! e ne l'assordante e luminosa orgia de le trombe, del sole, de le grida e del tamburo, essi portano la gloria al popolo briaco d'amore!
È così che a traverso la frivola Umanità il vino, abbagliante Pattolo, travolge l'oro; con la gola de l'uomo canta le sue gesta e regna per i suoi doni come i veri sovrani.
Per affogare il rancore e cullare l'indolenza di tutti questi vecchi maledetti che muoiono in silenzio, Dio, preso dal rimorso, aveva fatto il sonno; l'Uomo vi aggiunse il Vino, figlio sacro del Sole!
CVI.
IL VINO DE L'ASSASSINO.
Mia moglie è morta, sono libero! Posso dunque bere a sazietà.
Quando rientravo senza un soldo, le sue grida mi laceravano le fibre.
Io sono felice al pari d'un re; l'aria è pura, ammirabile il cielo...
Noi avevamo un'estate simile quando m'innamorai!
L'orribile sete che mi strazia avrebbe bisogno per estinguersi di tanto vino quanto ne può contenere la sua tomba; – e non è dir poco:
la gettai in fondo ad un pozzo, ed ho pure scagliato su di lei tutti i mattoni de l'orlo. – Lo dimenticherò se lo posso!
In nome dei giuramenti di tenerezza, dai quali nulla ci può sciogliere e per riconciliarci come a' bei tempi de la nostra ebrezza,
implorai da lei un abboccamento, la sera, in una via oscura. Ella venne! – pazza creatura! Noi siamo tutti più o meno pazzi!
Era ancora bella, benchè molto affranta! e io, io l'amavo troppo! ecco perchè le dissi: "Esci da questa vita!"
5468" title="">Nessuno mi può comprendere. Ha forse un solo, fra questi stupidi ubbriaconi, sognato ne le sue tristi notti di fare del vino un drappo sepolcrale?
Questa crapula invulnerabile come le macchine di ferro, mai, nè d'estate nè d'inverno, ha conosciuto il vero amore
co' suoi neri incantesimi, il suo infernale corteo di terrori, le sue boccette di veleno, le sue lagrime, i suoi rumori di catene e d'ossami!
– Eccomi libero e solitario! Stasera sarò ubriaco fradicio; allora, senza paura e senza rimorso, mi stenderò per terra,
e dormirò come un cane!
Il carro da le pesanti ruote, carico di pietre e di fango, il vagone rotante può bene
schiacciare la mia testa colpevole o tagliarmi in mezzo; io me ne rido come di Dio, del Diavolo o della Tavola Santa!
CVII.
IL VINO DEL SOLITARIO.
Lo sguardo strano d'una donna galante che scivola verso noi come il bianco raggio che la luna ondulata manda al lago tremolante, quando vuole bagnarvi la sua bellezza noncurante;
l'ultimo sacco di scudi ne le mani d'un giuocatore; un bacio libertino de la magra Adelina; il suono di una musica snervante e carezzevole, simile al grido lontano de l'umano dolore,
tutto ciò non vale, o bottiglia profonda, i balsami penetranti che la tua feconda epa tiene in serbo pel cuore sitibondo del pio poeta;
tu gli versi la speranza, la giovinezza e la vita, – e l'orgoglio, questo tesoro d'ogni indigenza, che ci rende trionfanti e simili a li Dei.
CVIII.
IL VINO DE LI AMANTI.
Oggi lo spazio è splendido!
Senza morso, senza sproni, senza briglia, partiamo a cavallo del vino per un divino e fantastico cielo!
Come due angeli torturati da una febbre implacabile, ne l'azzurro cristallo del mattino seguiamo il miraggio lontano!
Mollemente cullati su l'ala del turbine intellettuale, in un delirio parallelo,
o sorella mia, nuotante al mio fianco, noi fuggiremo senza riposo nè tregua incontro al paradiso de' miei sogni!
Fiori del 54" title="">Male
CIX.
LA DISTRUZIONE.
Senza posa a' miei fianchi s'agita il Demonio, nuota intorno a me come un'aria impalpabile; io l'ingoio, e lo sento bruciare il mio polmone e riempirlo d'un desiderio eterno e colpevole.
A volte, conoscendo il mio grande amore per l'Arte, egli prende la forma de la più seducente donna, e, sotto speciosi pretesti da ipocrita, abitua il mio labbro a filtri infami.
Mi conduce così, lontano da lo sguardo di Dio, ansante ed affranto di fatica, in mezzo a le pianure de la Noia, profonde e deserte,
e getta ne' miei occhi pieni di confusione dei vestiti sudici, de le ferite aperte, e il sanguinante apparecchio de la Distruzione!
CX.
UNA MARTIRE.
DISEGNO D'UN MAESTRO SCONOSCIUTO.
In mezzo a fiale, a stoffe lamellate, a mobili voluttuosi, a marmi, a quadri, a vesti profumate ricadenti in pieghe sontuose,
in una tiepida camera dove come in una serra l'aria è pericolosa e fatale, ove mazzi di fiori morenti nei loro sarcofaghi di vetro esalan l'estremo sospiro,
un cadavere senza testa spande, come un fiume, sul guanciale imbevuto un sangue rosso e vivo, del quale la tela s'abbevera con l'avidità d'un prato.
Simile a le pallide visioni suscitate da l'ombra e fascinanti li occhi nostri, la testa, con l'ammasso de la sua bruna capigliatura e de' preziosi suoi gioielli,
riposa sul tavolino da notte come un ranuncolo; e vuoto di pensieri, uno sguardo vago e bianco come il crepuscolo sfugge da li occhi stralunati.
Sul letto, il tronco nudo espone senza scrupoli nel più completo abbandono il segreto splendore e la bellezza fatale di cui la natura gli fece dono;
una calza rosea, adorna di fregi d'oro, è rimasta alla gamba come un ricordo; il legaccio, simile ad un occhio segreto fiammeggiante, dardeggia uno sguardo diamantato.
L'aspetto singolare di quella solitudine e d'un grande ritratto pieno di languore, da li occhi provocanti come il suo atteggiamento, rivela un tenebroso amore,
una gioia colpevole e strane feste piene di baci infernali, di cui si beava lo sciame d'angeli malvagi nuotante ne le pieghe dei cortinaggi;
eppure, al vedere l'elegante magrezza de la spalla dal contorno aspro, l'anca un po' angolosa e la vitina fremente come di rettile irritato,
ella è ben giovane ancora! – L'anima sua esasperata e i suoi sensi morsi da la noia s'eran forse schiusi al succedersi agitato dei desiderî erranti e perduti?
L'uomo vendicativo che tu non hai potuto in vita, malgrado tanto amore, saziare, soddisfece egli sulla tua carne inerte e compiacente l'immensità del suo desiderio?
Rispondi, cadavere impuro, e dimmi, testa spaventevole: ha egli sollevandoti con braccio febbrile per le rigide treccie, suggellato su' tuoi denti freddi i supremi addii?
– Lungi dal mondo schernitore, lungi da la folla impura, lungi dai curiosi magistrati, dormi in pace, dormi in pace, strana creatura, ne la misteriosa tua tomba;
il tuo sposo corre il mondo, e la tua forma immortale veglia presso di lui quando dorme; al par di te senza dubbio egli ti sarà fedele e costante fino alla morte.
CXL
DONNE DANNATE.
Sdraiate su la sabbia come un armento pensieroso, esse girano li occhi verso l'orizzonte dei mari, e i loro piedi cercantisi e le loro mani ravvicinate hanno dolci languori e brividi amari.
Le une, cuori vaghi di lunghe confidenze, in fondo ai boschetti ove i ruscelli mormorano, stanno balbettando l'amore de le timide infanzie e incidono il legno verde dei giovani arboscelli;
altre, come suore, camminano lente e gravi traverso roccie piene d'apparizioni, ove sant'Antonio vide sorgere come lave i seni nudi ed imporporati de le sue tentazioni;
ve ne sono altre che ai chiarori de le resine gocciolanti, nel cavo muto di vecchi antri pagani, ti chiamano in soccorso de le loro febbri urlanti, o Bacco, addormentatore de li antichi rimorsi!
ed altre, il cui seno ama li scapolari, e che nascondendo un frustino sotto le lunghe vesti mescolano nel bosco oscuro e ne le notti solitarie la schiuma del piacere a le lagrime dei tormenti.
O vergini, o demoni, o mostri, o martiri, grandi spiriti dispregiatori de la realtà, assetate d'infinito, devote e baccanti, ora piene di grida or di pianto,
voi, che l'anima mia ha inseguite nel vostro inferno, povere sorelle, vi amo quanto vi compiango, per i vostri cupi dolori, le vostre seti insoddisfatte e le urne d'amore di cui sono pieni i vostri grandi cuori!
CXII.
LE DUE BUONE SORELLE.
La Dissolutezza e la Morte sono due amabili fanciulle, prodighe di baci e ricche di salute, il cui fianco sempre vergine e coperto di cenci sotto l'eterno lavoro non ha mai procreato.
Al sinistro poeta, nemico de le famiglie, favorito de l'inferno, cortigiano mal pagato le tombe e i lupanari mostrano sotto le loro vòlte un letto che il rimorso non ha mai visitato.
E la bara e l'alcova, feconde di bestemmie, ci offrono a vicenda, come due buone sorelle, terribili piaceri ed orribili dolcezze.
Quando mi vuoi sotterrare, o Dissolutezza da le braccia immonde? O Morte, sua rivale in attrattive, quando verrai ad innestare su' suoi mirti infetti i tuoi neri cipressi?
CXIII.
LA FONTANA DI SANGUE.
Mi sembra talvolta che il mio sangue coli a fiotti, come una fontana dai ritmici singhiozzi. Ben lo sento colare con lungo mormorio, ma invano mi tasto per trovare la ferita.
A traverso la città, come in un campo chiuso, egli se ne va trasformando i selciati in isolotti, dissetando ogni creatura e colorando ovunque in rosso la natura.
Domandai sovente a vini traditori d'assopire per un giorno il terrore che mi consuma; il vino rende l'occhio più limpido e l'orecchio più fine!
Cercai ne l'amore un sonno oblioso; ma l'amore non è per me che un materasso d'aghi fatto per dar da bere a queste crudeli femine!
CXIV.
ALLEGORIA.
È una donna bella e di maestoso aspetto che lascia cadere nel vino la capigliatura. Li artigli de l'amore, i veleni de la bisca, tutto scivola e si ottunde contro il granito de la sua pelle. Ella deride la Morte e pregia la Dissolutezza, questi mostri la cui mano, che sempre rastia e falcia, ne' suoi giuochi distruttori ha però rispettata la rigida maestà di quel corpo fermo e dritto. Ha l'incesso d'una dea e si riposa come una sultana; ha nel piacere la fede maomettana, e ne le sue braccia aperte, colmate dal seno, invita con li occhi la razza de li umani. Ella crede, ella sa, questa vergine infeconda e pur necessaria al cammino del mondo, che la bellezza del corpo è un dono sublime che strappa il perdono d'ogni infamia. Ella ignora l'Inferno come il 216" title="">Purgatorio, e quando verrà l'ora di entrare ne la Notte nera, guarderà coma un neonato la faccia de la Morte, senz'odio e senza rimorso.
CXV.
LA BEATRICE.
In terreni cenerosi, calcinati, brulli, mentre mi lagnavo un giorno con la natura, e ramingando a caso affilavo lentamente sul cuore il pugnale del mio pensiero, vidi in pieno mezzogiorno scendermi sul capo una funebre nube gravida di tempesta che portava un branco di demoni viziosi, simili a nani curiosi e crudeli. Si misero a considerarmi freddamente e, come passanti che si stupiscono di un pazzo, li intesi ridere e mormorare fra di loro, scambiandosi molti segni ed ammiccando spesso dell'occhio:
"Contempliamo a nostro agio questa caricatura e quest'ombra imitante la posa d'Amleto, lo sguardo indeciso ed i capelli al vento. Non desta compassione il vedere questo buontempone, questo pezzente, questo istrione in vacanza, questo originale, perchè sa artisticamente fare la sua parte, voler interessare al canto de' suoi dolori le aquile, i grilli, i ruscelli ed i fiori e anche a noi, autori di queste vecchie rubriche, recitare, urlando le sue pubbliche tirate?"
Avrei potuto (il mio orgoglio, alto quanto le montagne, domina il nembo ed il grido dei demoni) volgere semplicemente altrove la mia testa sovrana, se non avessi veduto fra la loro turba oscena, delitto che non ha fatto vacillare il sole? la regina del mio cuore da lo sguardo impareggiabile, che con loro rideva de la mia cupa angoscia e lasciava talvolta cadere su di essi qualche schifosa carezza.
CXVI.
UN VIAGGIO A CITERA.
Il mio cuore, come un uccello, si librava tutto allegro e spaziava liberamente intorno ai cordami; la nave scorreva sotto un cielo senza nubi, come un angelo inebriato dal sole radioso.
Qual è quell'isola triste e nera? – È Citera, ci dissero, un paese famoso ne le canzoni, triviale Eldorado di tutti i vecchi scapoli. Guardate! infine, è una ben povera terra.
Isola dei dolci segreti e de le feste del cuore! Il superbo fantasma de l'antica Venere al di sopra de' tuoi mari si libra come un aroma e gonfia li spiriti d'amore e di languore.
255" title="">Bell'isola dai verdi mirti, piena di fiori sbocciati, venerata sempre da tutte le nazioni, ove i sospiri dei cuori in adorazione fluttuano come l'incenso su di un giardino di rose,
o come il tubare eterno d'un piccione! – Citera era ormai un terreno dei più aridi, un deserto roccioso turbato da aspre grida. Scorgevo tuttavia un oggetto singolare!
Non era un tempio da l'ombre boschive, ove la giovane sacerdotessa vaga di fiori andasse, col corpo bruciato da segreti ardori, schiudendo la veste a le brezze passeggere;
ma ecco che, rasentando la costa da vicino tanto da disturbare li uccelli con le nostre vele bianche, noi vedemmo che era una forca a tre rami, che spiccava in nero sul cielo, come un cipresso.
Feroci uccelli, appollaiati sulla loro preda, distruggevano con rabbia un appiccato già maturo, piantando ciascuno, come uno strumento, il becco impuro in tutti i punti sanguinanti di quella putrefazione;
li occhi eran due buchi, e dal ventre sfondato gl'intestini pesanti gli colavano su le coscie, ed i suoi carnefici, rimpinzati di ripugnanti delizie, l'avevano a colpi di becco assolutamente castrato.
Sotto i piedi, un branco di gelosi quadrupedi, col muso sollevato, girava e rigirava; in mezzo, una bestia più grande s'agitava, come un carnefice attorniato da' suoi aiutanti.
Abitante di Citera, figlio d'un cielo sì bello, tu soffrivi in silenzio quegli insulti in espiazione de' tuoi culti infami e dei peccati che ti hanno interdetta la tomba.
Ridicolo appiccato, i tuoi dolori sono i miei! Sentii, a l'aspetto de le tue membra cascanti, come un vomito, ritornare a' miei denti il lungo fiume di fiele de li antichi dolori:
davanti a te, povero diavolo tanto caro al ricordo, sentii tutti i becchi dei corvi lancinanti e tutte le mascelle de le nere pantere che già tanto amavano triturare la mia carne.
– Il cielo era radioso e liscio il mare; ma per me tutto omai era nero e sanguinante, ed avevo, ahimè! il cuore sepolto in quell'allegoria come in un pesante sudario.
Ne la tua isola, o Venere! non ho trovato in piedi che una forca simbolica da cui pendeva la mia imagine... – Ah! Signore! datemi la forza ed il coraggio di contemplare il mio cuore ed il mio corpo senza ripugnanza!
CXVII.
L'AMORE E IL CRANIO.
VECCHIO FREGIO.
L'Amore è seduto sul cranio de l'Umanità, e su quel trono il profano dal riso sfrontato,
soffia allegramente delle bolle rotonde che salgono ne l'aria, come per raggiungere i mondi al fondo de l'etere. Il globo luminoso e fragile prende un grande slancio, scoppia e sputa la sua anima gracile come un sogno d'oro.
Odo il cranio ad ogni bolla pregare e gemere: "quando finirà questo giuoco feroce e stupido? Poichè ciò che la tua bocca crudele disperde ne l'aria, mostro assassino, è il mio cervello, il mio sangue e la mia carne!"
Rivolta
CXVIII.
IL RINNEGAMENTO DI SAN PIETRO.
Che fa mai dunque 2509" title="">Iddio di quest'onda d'anatemi che sale ogni giorno verso i suoi cari Serafini? Come un tiranno satollo di carne e di vini, s'addormenta al dolce rumore de le nostre orribili bestemmie.
I singhiozzi dei martiri e dei giustiziati sono senza dubbio una sinfonia inebriante, poichè, malgrado il sangue che costa la loro voluttà, i Cieli non se ne sono ancor saziati!
– Ah! Gesù, ricordati del Giardino de li Olivi! Ne la tua semplicità pregavi in ginocchio colui che nel suo cielo rideva al rumore dei chiodi che ignobili carnefici piantavano ne le tue carni vive,
quando vedesti sputare su la tua divinità la crapula del corpo di guardia e dei servi, e quando sentisti penetrare le spine nel tuo cranio in cui viveva l'immensa Umanità;
quando la pesantezza orribile del tuo corpo affranto allungava le tue braccia distese e il sangue e il sudore ti colavano da la fronte che impallidiva, quando fosti messo davanti a tutti come un bersaglio,
pensavi tu a quei giorni così brillanti e belli in cui venisti, per compiere l'eterna promessa, in cui percorrevi a cavallo d'una mite asina vie tutte inghirlandate di fiori e di ramoscelli,
in cui, col cuore gonfio di speranza e di valore, frustavi senza pietà tutti quei vili mercanti, in cui fosti signore infine? Il rimorso non è forse penetrato nel tuo fianco più profondamente de la lancia?
– Certo, quanto a me, io uscirei soddisfatto da un mondo nel quale l'azione non è la sorella del sogno: potessi io usare la spada e morire di spada! San Pietro ha rinnegato Gesù... ha fatto bene!
CXIX.
ABELE E CAINO.
I.
Razza d'Abele, dormi, bevi e mangia; 2509" title="">Iddio ti sorride con compiacenza.
Razza di Caino, striscia nel fango e muori miseramente.
Razza d'Abele, il tuo sacrificio solletica il naso del Serafino!
Razza di Caino, il tuo supplizio non avrà dunque mai fine?
Razza d'Abele, guarda le tue seminagioni e il tuo bestiame crescere nel miglior modo.
Razza di Caino, le tue viscere urlano per fame come un vecchio cane.
Razza d'Abele, riscaldati il ventre al focolare patriarcale;
Razza di Caino, trema di freddo ne la tua spelonca, povero sciacallo!
Razza d'Abele, ama e pullula! Anche il tuo oro si riproduce.
Razza di Caino, cuore ardente, guardati da questi grandi appetiti.
Razza d'Abele, tu cresci e pascoli come le cimici dei boschi!
Razza di Caino, trascina per le strade la tua famiglia ridotta a li estremi.
II.
Ah! razza d'Abele, la tua carogna ingrasserà il suolo fumante!
Razza di Caino, l'opera tua non è ancor compiuta;
Razza d'Abele, ecco la tua vergogna; il ferro è vinto dallo spiedo!
Razza di Caino, sali al cielo e scaglia su la terra 2509" title="">Iddio!
CXX.
LE LITANIE DI SATANA
O tu, il più sapiente e il più bello de li Angeli, Dio tradito da la sorte e privato di lodi,
o Satana, abbi pietà de la mia lunga miseria!
O principe de l'esilio, al quale si fece torto, e che, vinto, più forte sempre ti risollevi,
o Satana, abbi pietà de la mia lunga miseria!
Tu che sai tutto, gran re de le cose di sotterra, medico famigliare de le angosce umane,
o Satana, abbi pietà de la mia lunga miseria!
Tu che anche ai lebbrosi, ai paria maledetti, insegni con l'amore il piacere del Paradiso,
o Satana, abbi pietà de la mia lunga miseria!
O tu che da la morte, vecchia e forte tua amante, generasti la Speranza, – una deliziosa pazzerella!
o Satana, abbi pietà de la mia lunga miseria!
Tu che dai al proscritto quello sguardo calmo e fiero che danna tutto un popolo intorno ad una forca,
o Satana, abbi pietà de la mia lunga miseria!
Tu che sai in quali angoli de le invide terre il geloso 2509" title="">Iddio nascose le pietre preziose,
o Satana, abbi pietà de la mia lunga miseria!
Tu che con l'occhio limpido conosci i profondi arsenali ove dorme sepolto il popolo dei metalli,
o Satana, abbi pietà de la mia lunga miseria!
Tu che con la larga mano nascondi i precipizî al sonnambulo errante su l'orlo de li edificî,
o Satana, abbi pietà de la mia lunga miseria!
Tu che magicamente rendi elastiche le vecchie ossa de l'ubriaco attardato, calpestato dai cavalli,
o Satana, abbi pietà de la mia lunga miseria!
Tu che per consolare l'uomo debole che soffre, ci hai insegnato a mescolare il nitro e il solfo,
o Satana, abbi pietà de la mia lunga miseria!
Tu che metti il tuo marchio, complice astuto, su la fronte del Creso spietato e vile,
o Satana, abbi pietà de la mia lunga miseria!
Tu che metti ne li occhi e nel cuore de le fanciulle il culto de la piaga e l'amore dei cenci,
o Satana, abbi pietà de la mia lunga miseria!
Bastone de li esiliati, lampada de li inventori, confessore de li appiccati e dei cospiratori,
o Satana, abbi pietà de la mia lunga miseria!
Padre adottivo di coloro che il Dio Padre ne la sua nera collera ha scacciato dal Paradiso terrestre,
o Satana, abbi pietà de la mia lunga miseria!
PREGHIERA.
Gloria e lode a te, Satana, ne le altezze del Cielo ove regnasti e ne le profondità dell'Inferno dove vinto sogni in silenzio!
Fa che l'anima, mia riposi un giorno presso di te sotto l'Albero de la Scienza, ne l'ora in cui, come un nuovo Tempio, i suoi rami si stenderanno su la tua fronte!
La Morte
CXXI.
LA MORTE DE LI AMANTI.
Noi avremo letti pieni di profumi leggeri, divani profondi come tombe e su li scaffali fiori strani sbocciati per noi sotto cieli più belli.
Consumando a gara li ultimi calori, i nostri cuori saranno due grandi faci che rifletteranno le loro doppie luci nei nostri due spiriti, questi specchi gemelli.
Una sera fatta di rosa e di azzurro mistico noi scambieremo un lampo unico, come un lungo singhiozzo pieno di addii;
e più tardi un Angelo, schiudendo le porte, verrà fedele e giocondo a rianimare li specchi offuscati e le fiamme morte.
CXXII.
LA MORTE DEI POVERI.
È la Morte che consola, ahimè! e che fa vivere: è lo scopo de la vita ed è l'unica speranza che come un elisir ci esalta e inebria e ci dà il coraggio di camminare fino a sera;
a traverso la tempesta e la neve e la brina, è il chiarore vibrante al nostro nero orizzonte; è l'albergo famoso indicato ne la guida, dove si potrà mangiare e dormire e riposare;
è un Angelo che tiene ne le sue magnetiche dita il sonno e la facoltà dei sogni estatici e rifà il letto de la gente povera e ignuda;
è la gloria de li Dei, è il granaio mistico, è la borsa del povero e la sua antica patria, è il portico aperto su i Cieli sconosciuti!
CXXIII.
LA MORTE DE LI ARTISTI.
Quante volte dovrò scuotere i miei sonagli e baciare la tua fronte bassa, o triste Caricatura? Per colpire nel segno de la mistica natura, quanti giavellotti dovrò perdere, o mio turcasso?
Noi logoreremo l'anima nostra in trame ingegnose e consumeremo molte pesanti armature prima di contemplare la grande Creatura di cui l'infernale desiderio ci riempie di singhiozzi!
Vi sono di quelli che non conobbero mai il loro Idolo e questi scultori dannati e marchiati da lo scorno, che stanno martellandoti il petto e la fronte,
non hanno che una speranza, strano e cupo Campidoglio! ed è che la Morte, dominando come un novello sole, farà schiudere i fiori del loro cervello!
CXXIV.
LA FINE DE LA GIORNATA.
Sotto una luce scialba, corre, balla e si contorce senza ragione la Vita, impudente e chiassosa. Così, appena a l'orizzonte
sale la notte voluttuosa, tutto acquetando, anche la fame, tutto cancellando, anche la vergogna, il Poeta dice a sè stesso: "Finalmente!
"il mio spirito, come le mie vertebre, invoca ardentemente il riposo; col cuore affollato di funebri sogni,
"vado a coricarmi supino ed a voltolarmi fra le vostre cortine, o rinfrescanti tenebre!"
CXXV.
IL SOGNO D'UN CURIOSO.
A F. N.
Al par di me tu conosci il saporito dolore e di te si dice: "Oh! l'uomo singolare!"
– Stavo per morire. C'era ne l'amorosa anima mia, desiderio misto d'orrore, un male singolare;
angoscia e viva speranza, senza umori di rivolta. Più si vuotava la fatale clessidra, più la mia tortura si faceva aspra e deliziosa; tutto il mio cuore si strappava al mondo familiare.
Ero come il bambino avido di spettacoli, che odia il sipario come un ostacolo. Alfine la fredda verità si rivelò:
ero morto senza sorpresa e la terribile aurora mi avviluppava. – E come! è tutto qui! La tela era alzata ed aspettavo ancora.
CXXVI.
IL VIAGGIO.
A MAXIME DU CAMP
I.
Per il bambino, amante d'imagini e d'incisioni, l'universo è uguale al suo grande appetito. Ah! quanto è grande il mondo a la luce de le lampade! A li occhi del ricordo quanto è piccino il mondo!
Un mattino noi partiamo, col cervello pieno di fiamme, il cuore gonfio di rancore e d'amari desiderî, e andiamo, seguendo il ritmo de l'onda, cullando il nostro infinito sul finito dei mari:
li uni, contenti di fuggire una patria infame; altri l'orrore delle loro culle; ed altri poi, astrologi annegati ne li occhi d'una donna, la Circe tirannica dai pericolosi profumi.
Per non essere cambiati in bestie, s'inebriano di spazio e di luce e di cieli infuocati; il ghiaccio che li morde, i soli che li abbronzano, cancellano lentamente il segno dei baci.
Ma i veri viaggiatori sono quelli soltanto che partono per partire; cuori leggeri, simili ai palloni, non si scostano mai dal loro destino, e senza sapere il perchè, dicono sempre: "Andiamo!"
quelli i cui desiderî hanno forma di nubi e che sognano, come un coscritto il cannone, voluttà immense, varie, sconosciute, de le quali mai lo spirito umano seppe il nome!
II.
Noi imitiamo, orrore! la trottola e la palla nel loro valzer e nei loro balzi; perfino nei nostri sonni la Curiosità ci tormenta e ci fa girare come un Angelo crudele che frusti dei soli.
Strano destino, in cui la meta si sposta, e che non essendo in nessuna parte, può essere non importa dove! in cui l'Uomo, da la speranza non mai stanca, per trovar riposo corre sempre come un pazzo!
L'anima nostra è una nave a tre alberi che cerca la sua Icaria9; una voce echeggia sul ponte: "Apri li occhi!"Da la gabbia una voce ardente e pazza grida: "Amore... gloria... felicità!" Inferno! è uno scoglio.
Ogni isolotto segnalato da l'uomo di vedetta è un Eldorado promesso dal Destino; l'Imaginazione che prepara la sua orgia non trova che uno scoglio a fior d'acqua ai chiarori del mattino.
O il povero amante dei paesi chimerici! Bisogna metterlo ai ferri, gettarlo in mare questo marinaio ubriacone, inventore d'Americhe, il cui miraggio rende più amaro l'abisso?
Così il vecchio vagabondo scalpicciante nel fango sogna, col naso in aria, brillanti paradisi; il suo occhio ammaliato scopre una Capua dovunque una candela illumini una stamberga.
III.
Sorprendenti viaggiatori! quali nobili storie noi leggiamo nei vostri occhi profondi come i mari! Fateci vedere li scrigni de le vostre ricche memorie, questi gioielli meravigliosi, fatti d'astri e d'azzurro.
Noi vogliamo viaggiare senza vapore e senza vela! Per rallegrare la noia de le nostre prigioni, fate passare sui nostri spiriti, tesi come una vela, i vostri ricordi con le loro cornici d'orizzonti.
Diteci, che avete visto?
IV.
"Noi abbiamo veduto degli astri e dei marosi: abbiamo veduto anche de le sabbie; e malgrado molti scontri ed imprevisti disastri, ci siamo sovente annoiati, come qui.
"La gloria del sole sul mare violetto, la gloria de le città nel sole che tramonta, accendevano nei nostri cuori un ardore inquieto di tuffarci in un cielo dal riflesso seducente.
"Le più ricche città, i più grandi paesaggi, non ebbero mai la misteriosa attrattiva di quelli che il caso fa con le nubi e sempre il desiderio ci rendeva pensierosi!
" – Il godimento aggiunge forza al desiderio. O 54" title="">Desiderio, vecchio albero al quale il piacere serve di concime, mentre la tua scorza ingrossa e indurisce i tuoi rami vogliono vedere il sole più da vicino!
"Crescerai sempre, o grande albero più durevole del cipresso?
" – Tuttavia noi abbiamo premurosamente colto qualche schizzo per il vostro vorace album, o fratelli che trovate bello tutto ciò che viene da lontano!
"Noi abbiamo salutati idoli con la proboscide, troni costellati di gioielli luminosi, palazzi fregiati la cui fantastica pompa sarebbe per i vostri banchieri un sogno rovinoso,
"costumi che sono un'ebrezza per li occhi, donne dai denti e da le unghie tinti e sapienti giocolieri carezzati dai serpenti."
V.
E poi, e poi ancora?
VI.
"O cervelli infantili!
"Per non dimenticare la cosa più importante, abbiamo veduto ovunque e senza averlo cercato, da l'alto al basso de la scala fatale, lo spettacolo noioso del peccato immortale:
"la donna, schiava vile, orgogliosa e stupida, che adora sè stessa senza ridere e si ama senza ripugnanza; l'uomo, tiranno ingordo, lascivo, duro e cupido, schiavo de la schiava e ruscello ne la cloaca;
"il boia che gioisce, il martire che singhiozza; la festa condita e profumata dal sangue; il veleno del potere che snerva il despota, ed il popolo amante del frustino che abbrutisce;
"molte religioni come la nostra, che danno tutte la scalata al cielo, la 21" title="">Santità che, simile a l'effeminato che si voltola in un letto di piume, cerca la voluttà nei chiodi e nel crine;
"l'Umanità ciarliera, briaca del suo genio e pazza ora come per lo passato, gridante a Dio ne la sua furibonda agonia: O mio simile, o mio signore, io ti maledico!
"ed i meno stupidi, audaci amanti de la Demenza, che fuggono il numeroso gregge recinto dal Destino, e si rifugiano ne l'oppio immenso! – Tale è l'eterno bollettino del globo intiero!"
VII.
Amara sapienza, quella che si ricava dal viaggiare! Il mondo, monotono e piccolo, oggi, ieri, domani, sempre, ci fa vedere la nostra imagine: un'oasi d'orrore in un deserto di noia!
Bisogna partire? restare? Se puoi rimanere, rimani; parti, se è necessario. L'uno corre e l'altro si accovaccia per ingannare il nemico vigilante e funesto, il Tempo! Vi sono, ohimè! dei corridori instancabili
come l'Ebreo errante e li apostoli, ai quali nulla basta, nè locomotive nè bastimenti, per fuggire questo reziario infame: ve ne sono altri che lo sanno ammazzare senza abbandonare il loro letto.
Quando infine egli metterà il piede sul nostro dorso, noi potremo sperare e gridare: "Avanti!" Come altre volte noi partimmo per la China, con li occhi fissi al largo e i capelli al vento,
noi c'imbarcheremo sul mare de le Tenebre col cuore allegro d'un giovane passeggero. Udite queste voci gentili e funebri che cantano: "Per di qua! voi che volete mangiare
"il Loto profumato! è qui che si vendemmia il frutto miracoloso di cui il vostro cuore è affamato; venite ad inebriarvi de la dolcezza strana di questo pomeriggio che non ha mai fine!"
A l'accento familiare noi indoviniamo lo spettro; i nostri Piladi laggiù ci tendono le braccia. "Per rinfrescare il tuo cuore nuota verso la tua Elettra!" dice colei di cui un giorno baciammo le ginocchia.
VIII.
O Morte, vecchio capitano, è tempo! leviamo l'ancora! questo paese ci annoia, o Morte! Spieghiamo le vele! Se il cielo ed il mare sono neri come l'inchiostro, i nostri cuori che tu conosci son pieni di raggi!
Versaci il tuo veleno perchè ci riconforti! Noi vogliamo, tanto questo fuoco ci brucia il cervello, immergerci nel fondo de l'abisso, Inferno o Cielo, che importa? in fondo a l'ignoto per trovare del nuovo!
Nuovi Fiori del 54" title="">Male
CXXVII.
EPIGRAFE
PER UN LIBRO CONDANNATO.
Lettore pacifico e bucolico, sobrio ed ingenuo uomo dabbene, getta questo libro saturnino, orgiaco e malinconico.
Se non hai fatto il tuo corso di rettorica presso Satana, lo scaltro decano gettalo! non vi comprenderesti nulla o mi crederesti isterico.
Ma se senza lasciarsi fascinare l'occhio tuo sa scrutare ne li abissi, leggimi per imparare ad amarmi;
anima curiosa che soffri e vai cercando il tuo paradiso, compiangimi!... se no, ti maledico!
CXXVIII.
L'ESAME DI MEZZANOTTE.
La pendola suonando mezzanotte ironicamente c'invita a ricordarci quale uso noi facemmo del giorno che fuggì: – Oggi, data fatidica, venerdì, tredici, malgrado tutto ciò che sappiamo ci siamo comportati da eretici.
Abbiamo bestemmiato Gesù, il più incontestabile degli Dei! Come un parassita a la tavola di qualche mostruoso Creso, per piacere al bruto, degno vassallo dei Demoni, abbiamo insultato quello che amiamo e adulato quello che ci ripugna.
abbiamo contristato, servile carnefice, il debole che a torto si disprezza; salutato l'enorme Stupidaggine, la Stupidaggine dalla testa di toro; baciato con grande devozione la stupida Materia e benedetto la scialba luce de la putrefazione.
Infine, noi abbiamo, per annegare la vertigine nel delirio, noi, sacerdote orgoglioso de la Lira, la cui gloria è di mostrare l'ebrezza de le cose funebri, bevuto senza sete e mangiato senza fame! – Presto, spegniamo la lampada, per nasconderci ne le tenebre!
CXXIX.
MADRIGALE TRISTE.
Che m'importa che tu sii onesta? Sii bella! e sii triste! Le lagrime aggiungono un'attrattiva al viso, come il fiume al paesaggio; l'uragano ringiovanisce i fiori.
Io t'amo sopratutto quando la gioia fugge da la tua fronte oppressa; quando il tuo cuore si annega ne l'orrore; quando sul tuo presente si stende la nube orribile del passato.
Io t'amo quando i tuoi grandi occhi stillano un'acqua calda come il sangue; quando, malgrado la mia mano che ti culla, l'angoscia tua troppo grave erompe come un rantolo d'agonizzante.
Aspiro, voluttà divina! inno profondo, delizioso! tutti i singhiozzi del tuo petto, e credo che il tuo cuore s'illumini de le perle che versano i tuoi occhi!
Io so che il tuo cuore, rigurgitante di vecchi amori sradicati, fiammeggia ancora come una fucina, e che covi in seno un po' de l'orgoglio dei dannati;
ma fino a che, mia cara, i tuoi sogni non avranno riflesso l'Inferno e in un incubo senza tregua, sognando veleni e spade, polvere e ferro;
non aprendo ad alcuno che con timore; trovando ovunque la sventura; spaventandoti quando l'ora suona, non avrai sentito la stretta de l'irresistibile Disgusto,
tu non potrai, schiava regina, che non m'ami che con spavento, dirmi ne l'orrore de la notte malsana con l'anima piena di grida: "Io sono tua pari, o mio Re!"
CXXX.
AD UNA MALABARESE.
I tuoi piedi sono fini quanto le tue mani e il tuo fianco è sì largo da fare invidia a la più bella bianca; a l'artista pensieroso il tuo corpo è dolce e caro; i tuoi grandi occhi di velluto sono più neri della tua carne. Nei paesi caldi e azzurri ove il tuo Dio ti ha fatta nascere, il tuo compito è d'accendere la pipa del tuo signore, di provvedere le fiale d'acqua fresca e di odori, di cacciar lontano dal letto le zanzare ronzanti, e, appena il mattino fa stormire i platani, di comperare al bazar ananas e banane. Tutto i1 giorno muovi dove t'aggrada i tuoi piedi nudi e vai canticchiando sommesso antiche arie sconosciute; e quando scende la sera dal mantello scarlatto, posi dolcemente il tuo corpo su di una stuoia, su la quale i tuoi sogni fluttuanti sono pieni di colibrì e sempre al par di te seducenti e fioriti. Perchè, felice bambina, vuoi vedere la nostra Francia, questo paese troppo popolato, falciato dai patimenti, e affidando la tua vita a le forti braccia dei marinai, dare lunghi addii a' tuoi cari tamarindi? Vestita a mezzo di leggera mussolina, tremante laggiù sotto la neve e la grandine, come rimpiangeresti i tuoi cari e liberi giuochi, se, coi fianchi serrati nel brutale corsetto, tu dovessi spigolare il tuo pranzo ne le nostre immondizie e vendere il profumo de le tue grazie strane, con l'occhio pensoso e seguendo ne le nostre nebbie sporche i fantasmi perduti de li assenti alberi di cocco!
CXXXI.
L'AVVERTITORE.
Ogni uomo degno di questo nome ha nel cuore un Serpente giallo, installato come su di un trono, che, s'egli dice: "Voglio!" risponde: "No!"
Immergi i tuoi occhi ne li occhi fissi de le Satiresse o de le Nici, il Dente dice: "Pensa al tuo dovere!"
Genera dei bambini, pianta degli alberi, lima dei versi, scolpisci dei marmi, il Dente dice: "Vivrai tu stasera?"
Qualunque cosa abbozzi o speri, l'uomo non vive un solo istante senza subire l'avvertimento de l'insopportabile Vipera.
CXXXII.
INNO.
A l'adorata, a la bellissima che riempie il mio cuore di luce, a l'angelo, a l'idolo immortale, salute per l'immortalità!
Ella si espande ne la mia vita come un'aria pregna di sale e ne l'anima mia insoddisfatta versa il desiderio de l'eterno.
Sacchetto sempre fresco che profuma l'atmosfera d'un caro nido, incensiere dimenticato, fumante in segreto a traverso la notte,
amore incorruttibile, come esprimerti con verità? granello di muschio che giaci invisibile nel profondo de la mia eternità!
A l'adorata, a la bellissima che è la mia gioia e la mia salute, a l'angelo, a l'idolo immortale, salute per l'immortalità!
CXXXIII.
LA VOCE.
La mia culla s'addossava a la biblioteca, babele oscura, dove 25" title="">Maggiori informazioni">romanzo, scienza, novella, tutto, la cenere latina e la polvere greca, si mescolavano. Ero alto come un in-folio. Due voci mi parlavano. L'una, insidiosa e ferma, diceva : "La terra è una focaccia piena di dolcezza; io posso (ed il tuo piacere sarebbe allora senza limite!) darti un appetito di uguale grandezza." E l'altra: "Vieni! Oh! vieni a viaggiare nei sogni, al di là del possibile, al di là del conosciuto!" E quella voce cantava come il vento de le spiagge, fantasma gemente, venuto non si sa dove, che accarezza l'orecchio e ne lo stesso tempo lo spaventa. Io ti risposi: "! dolce voce!" È d'allora che data ciò che si può, ohimè! chiamare la mia piaga e la mia fatalità. Dietro li ornamenti de l'esistenza immensa, nel più nero de l'abisso, io vedo distintamente mondi singolari, e, vittima estatica de la mia chiaroveggenza, trascino serpenti che mi mordono a le calcagna. Ed è da quel tempo che, simile ai profeti, amo sì teneramente il deserto e il mare, che rido nei lutti e piango ne le feste, e trovo un gusto soave al vino più amaro; che prendo molto sovente i fatti per menzogne, e che, con li occhi al cielo casco ne le fosse. Ma la Voce mi consola e dice: "Serba i tuoi sogni; i saggi non ne hanno di così belli come i pazzi!"
CXXXIV.
IL RIBELLE.
Un angelo furioso piomba come un'aquila dal cielo, afferra a piene mani i capelli del miscredente e dice, scuotendolo: "Tu conoscerai la legge! (Perchè io sono il tuo buon angelo, intendi?) Io lo voglio!
"Sappi che bisogna amare senza far smorfie, il povero, il cattivo, lo storto, l'inebetito, perchè tu possa fare a Gesù, quando passa, un tappeto trionfale con la tua carità.
"Così è l'amore! Prima che il tuo cuore si guasti, riaccendi l'estasi tua a la gloria di Dio; è la Voluttà vera da le durevoli attrattive!"
E l'Angelo, castigando, in fede mia! quanto egli ama, co' suoi pugni di gigante tortura il maledetto; ma il dannato risponde sempre: "Non voglio!"
CXXXV.
IL GETTO D'ACQUA.
I tuoi begli occhi sono stanchi, povera amante! Rimani a lungo senza riaprirli, ne la languida posa in cui t'ha sorpresa il piacere. Ne la corte il getto d'acqua che chiacchiera e non si tace nè notte nè giorno, intrattiene dolcemente l'estasi in cui stasera m'ha immerso l'amore.
Lo zampillo schiuso in mille fiori, ove Febea festante mette i suoi colori, cade come una pioggia di copiose lagrime.
Così l'anima tua incendiata dal lampo bruciante de le voluttà si slancia rapida e ardita verso i vasti cieli incantati. Poi si allarga, morente, in un fiotto di triste languore che da un invisibile pendìo scende fino al fondo del mio cuore.
Lo zampillo schiuso in mille fiori, ove Febea festante mette i suoi colori, cade come una pioggia di copiose lagrime.
O tu, cui la notte rende sì bella, come mi è dolce, chino sul tuo seno, ascoltare l'eterno lamento singhiozzante ne le vasche! Luna, acqua sonora, notte benedetta, alberi tremolanti intorno, la vostra pura malinconia è lo specchio del mio amore.
Lo zampillo schiuso in mille fiori, ove Febea festante mette i suoi colori, cade come una pioggia di copiose lagrime.
CXXXVI.
LI OCCHI DI BERTA.
Voi potete disprezzare li occhi più celebrati, begli occhi de la mia bimba, dai quali filtra e sfugge un non so che di buono e di dolce come la Notte! Begli occhi, versate su di me le vostre gentili tenebre!
Grandi occhi de la mia bimba, adorati misteri, voi somigliate assai a quelle magiche grotte ove, dietro l'ammasso de l'ombre letargiche, scintillano vagamente tesori ignorati!
La mia bimba ha li occhi oscuri, profondi e vasti come te, o Notte immensa, rischiarati come te! I loro fuochi sono quei pensieri d'Amore, misti di Fede, che sfavillano nel fondo, voluttuosi o casti.
CXXXVII.
IL RISCATTO.
L'uomo ha, per pagare il suo riscatto, due campi dal tufo profondo e ricco che deve smuovere e dissodare col ferro de la ragione;
per ottenere la più piccola rosa, per strappare qualche spiga, bisogna che li bagni senza tregua, coi pianti salati de la sua grigia fronte.
L'uno è l'Arte e l'altro l'Amore. – Per rendere propizio il giudice, quando verrà il terribile giorno de la severa giustizia,
bisognerà mostrargli granai pieni di messi e fiori le cui forme e colori guadagnino il suffragio de li Angeli.
CXXXVIII.
BEN LUNGI DI QUI.
È qui la capanna sacra dove questa bimba coperta d'ornamenti, tranquilla e sempre pronta,
con una mano ventilandosi il seno e col gomito nei cuscini, ascolta piangere le fontane:
è la camera di Dorotea. – La brezza e l'acqua cantano in lontananza la loro canzone rotta da singhiozzi per cullare questa bimba malavvezza.
Da la testa ai piedi, con gran cura, la delicata sua pelle è stropicciata d'olio odoroso e di benzuino.
— In un angolo svaniscono dei fiori.
CXXXIX
RACCOGLIMENTO.
Sii buono, o mio Dolore, e mantienti più tranquillo. Tu chiedevi la Sera; essa scende; eccola: un'atmosfera oscura avvolge la città, apportando a li uni la pace, a li altri l'affanno.
Mentre la vile moltitudine dei mortali, sotto la sferza del Piacere, questo carnefice senza pietà, va raccogliendo rimorsi ne la festa servile, o mio Dolore, dammi la mano; vieni per di qua,
lontano da essi. Guarda li Anni passati, in vesti disusate, chinarsi sui balconi del cielo; il Dispiacere sorgere sorridente dal fondo de le acque;
il Sole moribondo addormentarsi sotto un'arcata e, come un lungo sudario strascinato a l'Oriente, odi mio caro, odi la dolce Notte che cammina.
CXL.
IL BARATRO.
Pascal aveva il suo baratro, che con lui si muoveva. – Ahimè! tutto è abisso, – azione, desiderio, sogno, parola! e su' miei capelli che irti si rizzano, sento spesso passare il vento de la Paura.
In alto, in basso, dappertutto, la profondità, la spiaggia, il silenzio, lo spazio orribile e seducente... sul fondo de le mie notti Dio col suo dito sapiente disegna senza posa un incubo multiforme.
Ho paura del sonno come si ha paura d'un grande antro pieno di vago orrore, che conduce non si sa dove; non vedo che infinito da tutte le finestre,
e lo spirito mio, sempre tormentato da la Vertigine invidia l'insensibilità del nulla. – Ah! non uscir mai dai Numeri e dagli Esseri!
CXLI.
I LAMENTI D'UN ICARO.
Li amanti de le prostitute sono felici, robusti e ben pasciuti; quanto a me, le mie braccia sono infrante per aver stretto de le nubi.
È in grazia de li astri eccelsi fiammeggianti nel profondo del cielo, che i miei occhi logorati non vedono che ricordi di soli.
Invano volli trovare la fine ed il mezzo de lo spazio; sotto non so quale occhio di fuoco sento rompersi la mia ala:
ed arso da l'amore del bello, non avrò l'onore sublime di dare il mio nome a l'abisso che mi servirà di tomba.
CXLII.
IL COPERCHIO.
In qualunque luogo vada, sul mare o su la terra, sotto un clima di fiamme o sotto un sole scialbo, servitore di Gesù, cortigiano di Citera, mendicante tenebroso o Creso rutilante,
cittadino, campagnuolo, vagabondo, sedentario, sia attivo o lento il suo piccolo cervello, ovunque l'uomo subisce il terrore del mistero, e non guarda in alto che con occhio tremante.
In alto, il Cielo! questa volta di sotterraneo che lo soffoca, soffitto illuminato per un'opera buffa ove ogni istrione calpesta un suolo insanguinato;
terrore del libertino, speranza del pazzo eremita; il Cielo! coperchio nero de la grande marmitta ove bolle l'impercettibile e vasta Umanità.
Poesie sparse
CXLIII.
IL TRAMONTO DEL SOLE ROMANTICO.
Com'è bello il Sole quando tutto fresco si alza e ci lancia come un'esplosione il suo buon giorno!
— Beato colui che può con amore salutare il suo tramonto più glorioso d'un sogno!
Mi ricordo!... Vidi tutto, fiore, sorgente, solco, bearsi sotto il suo occhio, come un cuore che palpita...
— Corriamo verso l'orizzonte, è tardi, corriamo presto, per ghermire almeno un raggio obliquo!
Ma invano inseguo il Dio che s'invola; l'irresistibile Notte stabilisce il suo impero, nera, umida, funesta e piena di brividi;
un odore di tomba fluttua ne le tenebre e il mio piede pauroso schiaccia, su l'orlo de la palude, rospi impreveduti e fredde lumache.
CXLIV.
A TEODORO DI BANVILLE.
– 1842 –
Voi avete afferrato i capelli de la Dea con un tal pugno, che vi si sarebbe preso, al vedere quell'aria di padrone e quella bella noncuranza, per un giovane ruffiano che butta a terra la sua amante.
Con l'occhio limpido e pieno del fuoco de la precocità, voi avete profuso il vostro orgoglio d'architetto in costruzioni, la cui corretta audacia fa prevedere quale sarà la vostra futura potenza.
Poeta, il nostro sangue ci sfugge da ogni poro; forse che la veste del Centauro, cangiante ogni vena in funebre ruscello,
era tinta tre volte ne le sottili bave di quei vendicativi e mostruosi rettili che il piccolo Ercole strangolava in culla?
CXLV.
VERSI PER IL RITRATTO
DI
ONORATO DAUMIER.
Colui del quale ti presentiamo l'imagine, e la cui arte, sottilissima fra tutte, ci insegna a ridere di noi stessi, questi, o lettore, è un saggio.
È un satirico, un canzonatore; ma l'energia con la quale egli dipinge il 54" title="">Male e il suo corteo, prova la bellezza del suo cuore.
Il suo riso non è la smorfia di Melmotto o di Mefisto sotto la torcia d'Aletto che li brucia, ma che agghiaccia noi: –
il loro riso, ahimè! non è che la dolorosa parodia de la gioia; il suo, raggia franco ed espanso, come segno de la sua bontà!
CXLVI.
LOLA DI VALENZA.
INSCRIZIONE PER IL QUADRO DI EDOARDO MANET.
Fra le molte bellezze che dovunque si possono vedere, comprendo bene, amici, che il desiderio sia indeciso; ma in Lola di Valenza si vede scintillare la seduzione inattesa d'un gioiello rosa e nero.
CXLVII.
SUL "TASSO IN PRIGIONE"
D'EUGENIO DELACROIX.
Il poeta in carcere, scomposto, malaticcio, rotolando un manoscritto sotto il piede convulso, misura con sguardo infiammato dal terrore la scala vertiginosa ove s'inabissa l'anima sua.
Le risa inebrianti di cui s'empie la carcere invitano la sua ragione verso lo strano e l'assurdo; il Dubbio lo accerchia, e la Paura ridicola, ributtante e multiforme, circola a lui d'intorno.
Quel genio rinchiuso in una muda malsana, quelle smorfie, quelle grida, quegli spettri di cui lo sciame tumultuoso turbina dietro le sue orecchie,
quel sognatore svegliato da l'orrore de la sua abitazione, ecco il tuo emblema, o Anima da li oscuri sogni, soffocata da la Realtà fra le sue quattro mura!
CXLVIII.
LA PIPA DI PACE10.
IMITATO DA LONGFELLOW.
I.
Dunque Gitche Manito, il Signore de la Vita, il Potente, discese ne la verde prateria, ne l'immensa prateria dai poggi montuosi; e là, su le roccie de la Cava Rossa, dominando tutto lo spazio e inondato di luce, si teneva ritto, grande e maestoso.
Allora convocò li innumerevoli popoli, più numerosi che non siano le erbe e le sabbie. Con la terribile mano ruppe un pezzo di roccia e ne fece una superba pipa, poi in riva del ruscello scelse da un gran fascio una lunga canna, per farsene un cannello.
Per riempirla tolse al salice la corteccia; ed egli, l'Onnipotente, Creatore de la Forza, in piedi, accese come un divino fanale la Pipa di Pace. In alto su la Cava fumava, dritto, superbo e inondato di luce. E questo per le nazioni era il gran segnale.
E lentamente saliva il fumo divino ondulante, imbalsamato ne l'aria dolce del mattino.
E da prima non fu che una striscia tenebrosa; poi il vapore si fece più azzurro e più denso, poi divenne bianco; e salendo ed ingrossando continuamente, andò a rompersi contro il duro soffitto dei cieli.
Da le più lontane cime de le Montagne Rocciose, dai Laghi del Nord da le onde rumorose, da Tawasentha, la vallata impareggiabile, fino a Tuscaloosa, la foresta profumata, tutti videro il segnale e l'immenso fumo salire placidamente nel mattino vermiglio.
I Profeti dicevano: "Vedete quella striscia di vapore che, simile a la mano che comanda, oscilla e stacca in nero sul sole? È Gitche Manito, il Signore de la Vita, che dice ai quattro lati de l'immensa prateria: "Vi convoco tutti, guerrieri, al mio Consiglio!"
Per la via de l'acque, per le strade de le pianure, dai quattro angoli donde soffiano li aliti del vento, tutti i guerrieri di ogni tribù, tutti, comprendendo il segnale de la nube semovente, vennero docilmente a la Cava Rossa ove Gitche Manito dava loro convegno.
I guerrieri stavano ne la verde prateria, con tutti li arnesi di guerra e la faccia bellicosa, dipinti bizzarramente come il fogliame autunnale; e l'odio che fa combattere tutti li esseri, l'odio che bruciava li occhi dei loro antenati, incendiava pure i loro occhi d'un fuoco fatale.
Ed i loro occhi erano pieni d'odio ereditario. E Gitche Manito, il Signore de la Terra, li considerava tutti con compassione, come un padre molto buono, nemico del disordine, che vede i suoi cari piccini disputare e mordersi. Così Gitche Manito per tutte le nazioni.
Stese su di essi la sua destra potente per soggiogare il loro cuore e la misera loro natura, per rinfrescare la loro febbre a l'ombra de la sua mano; poi disse loro con la voce maestosa, simile a quella d'un'acqua in tumulto che casca e dà un suono mostruoso, sovrumano:
II.
"O mia posterità, miserabile e cara! O miei figli! ascoltate la divina sapienza. È Gitche Manito, il Signore de la Vita, che vi parla! colui che ne la vostra patria ha posto l'orso, il castoro, la renna ed il bisonte.
"Io vi ho reso facili la caccia e la pesca; perchè dunque il cacciatore diventa assassino? La palude fu da me popolata d'uccelli; perchè non siete contenti, figli indocili? Perchè l'uomo dà la caccia al suo vicino?
"Io sono veramente stanco de le orribili vostre guerre. Le vostre preghiere, li stessi voti sono delitti! Il pericolo per voi è ne la discordia ed è ne l'unione che sta la vostra forza. Vivete dunque come fratelli e sappiate mantenervi in pace.
"Fra poco avrete per mia mano un Profeta che verrà ad istruirvi e soffrirà con voi. La sua parola farà de la vita una festa; ma se voi disprezzate la sua perfetta sapienza, poveri ragazzi maledetti, disparirete tutti!
"Cancellate ne le onde i vostri colori micidiali. Le canne sono numerose e la roccia è grande; ognuno può farsi la sua pipa. Non più guerre, non più sangue! D'ora innanzi vivrete come fratelli ed uniti fumate tutti la Pipa di Pace!"
III.
E tutti subitamente gittando l'armi a terra, lavano nel ruscello i colori di guerra che lucevano su le fronti crudeli e trionfanti. Ognuno d'essi scava una pipa e coglie su la riva una lunga canna che con abilità abbellisce. E lo spirito sorrideva a' suoi miseri figli!
Ciascuno se ne ritornò con l'anima calma e rapita; e Gitche Manito, il signore de la Vita, risalì per la porta socchiusa dei cieli. – Traverso lo splendido vapore de la nube, l'Onnipotente saliva, contento de l'opera sua, immenso, profumato, sublime, radioso!
CXLIX
LA PREGHIERA D'UN PAGANO.
Ah! non diminuire le tue fiamme, riscalda il mio cuore intirizzito, o Voluttà, tortura de le anime! Diva! supplicem exaudi!
O Dea diffusa ne l'aria, fiamma nel nostro sotterraneo! esaudisci un'anima intorpidita che ti consacra un canto di bronzo.
O Voluttà, sii sempre mia regina! Prendi la maschera d'una sirena fatta di carne e di velluto,
o versami i tuoi pesanti sonni nel vino informe e mistico, Voluttà, elastico fantasma!
CL.
L'IMPREVEDUTO.
Arpagone, che vegliava il padre agonizzante, disse a sè stesso, pensieroso davanti a quelle labbra già bianche: "Noi abbiamo, mi sembra, nel granaio un numero sufficiente di vecchie assi!"
Celimene geme e dice: "Il mio cuore è buono, e naturalmente Dio mi ha fatta molto bella." – Il suo cuore! cuore indurito, affumicato come un prosciutto, ricuoce a la fiamma eterna!
Un gazzettiere vano, che si crede un luminare, dice al povero, ch'egli ha annegato ne le tenebre: "Ove lo scorgi dunque, questo Creatore del 255" title="">Bello, questo Riparatore che tu celebri?"
Meglio ancora, conosco qualche voluttuoso che notte e giorno sbadiglia e si lamenta e piange ripetendo, impotente e vano: ", voglio essere virtuoso, fra un'ora!"
L'orologio, a sua volta, dice a bassa voce: "Il condannato è maturo! Sento invano la carne infetta. L'uomo è cieco, sordo, fragile, come un muro abitato e roso da un insetto!"
Poi appar Qualcuno che tutti avevano negato, e che dice loro, con piglio beffardo e fiero: "Nel mio ciborio voi vi siete, a quanto sembra, abbastanza comunicati, a la lieta Messa nera!
"Ognuno di voi mi ha inalzato un tempio nel suo cuore; voi avete in segreto baciato la mia natica immonda. Riconoscete Satana al suo riso vincitore, enorme e laido come il mondo!
"Avete dunque potuto credere, ipocriti sorpresi, che si rida del maestro, che con lui si rubi, e che sia naturale il ricevere due premi, salire al Cielo ed esser ricco?
"Bisogna che la selvaggina compensi il vecchio cacciatore che s'irrigidisce nei lunghi agguati a la preda. Io voglio trasportarvi attraverso la densità, o compagni de la mia triste gioia,
"attraverso la densità de la terra e de la roccia, attraverso i mucchi confusi de la vostra cenere, in un palazzo grande quanto me, d'un solo masso, e che non è di pietra molle;
"poichè è fatto con l'universale Peccato e contiene il mio orgoglio, il mio dolore e la mia gloria!" – Intanto un angelo appollaiato al sommo de l'universo, suona la vittoria
di quelli il cui cuore dice: "Sia benedetta la tua sferza, o Signore! il dolore, o Padre, sia benedetto! L'anima mia ne le tue mani non è un vano trastullo e la tua prudenza è infinita."
Il suono de la tromba è sì delizioso, in queste sere solenni di celesti vendemmie, che penetra come un'estasi in tutti quelli di cui essa canta le lodi.
CLI.
LA LUNA OFFESA.
O Luna adorata dai nostri padri con reverenza, da l'alto de le azzurre contrade dove, quasi raggiante serraglio, gli astri ti seguono in vago corteo, mia vecchia Cinzia, lampada dei nostri ricoveri,
non vedi tu gl'innamorati, su li avventurosi loro giacigli, mostrare dormendo il fresco smalto de la loro bocca? il poeta curvare la fronte sul suo lavoro? o sotto l'aride erbe accoppiarsi le vipere?
Sotto il tuo domino giallo e con piede furtivo, non vai, come in passato, da mane a sera, a baciare le grazie mature d'Endimione?
" – Io vedo tua madre, o figlio di questo secolo esaurito, che inclina verso il suo specchio un grave cumulo d'anni e imbelletta artisticamente il seno che ti ha nutrito!"
APPENDICE
All'esemplare preparato per la terza edizione dei Fiori dei male, l'autore aveva aggiunto, a titolo di testimonia, una collezione di lettere e di articoli pubblicati o scritti in occasione della prima edizione.
Gli articoli di Edoardo Thierry, Dulamon, Barbey d'Aurevilly e Carlo Asselineau furono riuniti da Carlo Baudelaire, all'epoca del processo dei Fiori del male, e presentati in forma di memoria ai giudici con questa postilla firmata colle sue iniziali:
"I quattro articoli seguenti, che rappresentano il giudizio di quattro spiriti delicati e severi, non vennero composti per servire di difesa. Nè io nè altri potevano supporre che un libro improntato ad una così ardente e luminosa spiritualità potesse diventare l'oggetto di un processo, o piuttosto l'occasione di un malinteso.
"Due di questi articoli vennero stampati; gli ultimi due non si poterono pubblicare.
"Lascio ora la parola ai signori Edoardo Thierry, Federico Dulamon, J. B. d'Aurevilly e Carlo Asselineau."
C. B.
…...Ma voi non siete i soli fiori della natura. Vi sono anche i fiori dei luoghi malsani, quelli generati dalle cloache impure e deleterie. Vi è la Flora dei veleni e dei vegetali velenosi, la Flora del male; ed è chiaro che voglio accennare al volume di poesie del traduttore di Edgardo Poe, ai Fiori del male di Carlo Baudelaire.
Supponete una fantasia sinistra che manca alle novelle fantastiche dello scrittore americano, un'imaginazione che va di pari passo colle sue più disordinate imaginazioni; supponete di vedere in un palazzo, per esempio quello del principe Prospero, in seguito ai sette saloni rischiarati dalla parte del corritoio dalle loro risplendenti finestre, una serra a vetri disposta a giardino d'inverno. La serra è ancor essa un palazzo. Il signore che l'ha fatta costruire secondo il suo gusto bizzarro non ha voluto raccogliere là dentro le piante preziose, i fiori che rallegrano i sensi col loro profumo e lo spirito collo splendore dei colori, il fogliame di tenera e argentina verzura, le belle palme, gli immensi ventagli, le lunghe bandiere ondeggianti, e le piume inclinate della vegetazione delle Antille. La natura pacifica ha già mostrato da lungo tempo tutte le sue ricche varietà. Egli ha voluto sapere quel che poteva dare la natura delittuosa. Ha voluto sviluppare le piante funeste che portano, nelle loro forme inquietanti, la sigla del male. Ha fatto ricercare le corteccie che distillano i succhi pericolosi, le ombrìe che esalano le vertigini e la febbre. Ha creato dei pantani coperti di schiuma e di muffa, di tutta la feccia e di tutte le perle verdastre della corruzione vegetale. Ha preparato dei recessi soffocati e bui ove ronzano delle mosche dai mille colori imitando in modo abominevole il movimento della respirazione nel ventre delle bestie morte. Da un campo all'altro di questo terribile giardino, la putredine e gli acuti profumi si confondono in un'afa greve, di guisa che i profumi disgustano e i sensi stupiti temono di compiacersi nell'infezione.
E tuttavia fiorisce ovunque una vegetazione strana, liane meravigliose e d'una forza di produzione non sospettata prima, forme luride e superbe, colori di uno splendore sinistro, al cui confronto ogni altro colore impallidirebbe. Il signore del luogo ha realizzato un Eden dell'inferno. La Morte vi passeggia insieme a sua sorella la Voluttà, e tanto si somigliano, che l'occhio non sa distinguere quella che attira dall'altra che respinge. La razza dell'antico serpente striscia, abbattuta, per viali e, in mezzo, l'albero della scienza manda un ultimo germoglio che spunta per miracolo dal suo tronco fulminato. Io non intendo di spiegare il mio pensiero, ma piuttosto mi sforzo a rendere l'impressione del libro e cerco di essere compreso. L'appendice di un giornale parla a tutti; ma un libro come I Fiori del male non si rivolge a tutti coloro che lo leggono. Come darne un'idea più precisa? Come riannodarne la forma al ricordo di qualche forma letteraria? Io riannodo la forma e lo stesso libro all'ode scritta da 54" title="">Mirabeau nella torre di Vincennes. Esso ne possiede, a volte, l'audacia, l'oscura allucinazione, le bellezze formidabili e sempre la tristezza. È la tristezza che lo giustifica e lo assolve. Il poeta non si compiace allo spettacolo del male; guarda il vizio in faccia, ma come un nemico ch'egli ben conosce ed affronta. S'egli lo teme ancora o se ha cessato di temerlo, non so; ma egli parla coll'amarezza di un vinto che racconta le sue sconfitte. Non dissimula nulla e nulla ha dimenticato. In un tempo in cui la letteratura indiscreta ha narrato al pubblico i costumi della vita scapigliata, le avventure della baronessa d'Ange e quelle di Margherita Gautier, egli è apparso, dopo i piacevoli narratori, per cantare a sua volta l'idillio attraverso i campi, l'egloga a lato di una bestia morta, il gabinetto di toeletta della cortigiana assassinata, e nessuno apparirà più dopo di lui. Egli ha scritto l'ultima verità. Non ha mentito a sè stesso nè ad alcuno.
I fiori dei male hanno un profumo che dà le vertigini. Egli li ha respirati e non calunnia i suoi ricordi. Rievocandoli, egli prova come un'ebrezza, ma è un'ebrezza tanto triste da far paura. Non accusa nulla e nessuno, non se ne lagna: è triste. Non manca al suo libro che una luce per rischiararlo, una specie di favola per determinarne il significato. S'egli l'intitolasse, come Dante, La Divina Commedia, se le sue più ardite peccatrici fossero poste in un girone dell'Inferno, perfino il quadro delle Lesbie non avrebbe bisogno di alcun ritocco perchè il castigo fosse abbastanza severo.
Del resto, per conchiudere, avendo già confrontato l'autore dei Fiori del male con 54" title="">Mirabeau, ricorderò anche Dante, persuaso che il vecchio Fiorentino riconoscerebbe più di una volta, nel poeta francese, la passione, l'eloquenza terribile, le imagini implacabili e la sonorità del suo verso di bronzo. Io volevo lodare Carlo Baudelaire; e come potrei meglio lodarlo che lasciando il suo libro e il suo ingegno sotto l'austera cauzione di Dante?
Non dirò altrettanto di Denise. Quando si fa una volta (se si è in grado di farlo) un capolavoro di realtà selvaggia, un libro come i Fiori del male, di perfetto stile e di una ferocia magistrale, non lo si ricomincia più.
EDOARDO THIERRY.
Le Moniteur universel, 14 luglio 1857
———
I FIORI DEL MALE
DI CARLO BAUDELAIRE.
Il titolo è eloquente e noi dobbiamo rendere grazie alla lealtà del poeta: il nome lugubre di questi versi ne vieta la lettura ai novizî, più che un bastione o una griglia di ferro non interdica ai ladri l'entrata in una proprietà.
Quali sono dunque i soggetti trattati dal poeta? La noia che divora rapidamente le anime sazie delle gioie volgari e vagheggianti l'ideale; – i furori della passione che suscitano, non i trasporti dei sensi o l'effusione di un cuore giovane e ingenuo, ma le raffinatezze, d'una curiosità morbosa; – l'espiazione provvidenziale sospesa sui frivoli vizî dell'individuo come sulla corruzione dogmatica della società; – la brutalità conquistatrice che ignora il gaudio e la potenza del sacrificio; – le anime avide che frodano e calunniano le anime rette e contemplative; – infine, l'orgoglio che si erge contro Dio e che anche fulminato, respira con delizia l'incenso degli infelici che egli inganna, dei sofisti che avvince, dei superbi che inebria. Terminiamo questa enumerazione: gli ultimi otto canti, consacrati al Vino e alla Morte, non hanno, più nulla di satanico. E prima di tutto è l'anima del vino che canta nella bottiglia, promettendo al lavoratore la forza, alla sua compagna i fiori della salute, e invitandoli ambedue alla preghiera, che sgorga spontaneamente da un cuore commosso. Vengono poi il cenciaiuolo, che sogna, nell'ubriachezza, gloria, battaglie, troni; – l'assassino, che cerca nel vino l'oblìo dei rimorsi e non vi trova che gli acri fermenti del delirio e dell'empietà; – il poeta e l'amante, che domandano al sangue della vigna tutti i rapimenti dello spirito e dell'amore!
La Morte chiude il libro del poeta nello stesso modo che arresta le gioie fugaci e i sinistri traviamenti della vita. Gli amanti muoiono in mezzo ai fiori col sorriso sulle labbra, il lampo profetico negli occhi, cullati sull'ala dell'angelo degli ultimi amori. Il povero saluta la Morte come la divina consolatrice; l'artista spera di trovare al di là il compimento del destino e un incorruttibile avvenire!
La Rivista di Parigi, la Rivista dei due Mondi, l'Artista, la Rivista francese, pubblicarono, innanzi l'apparizione del libro, alcune delle poesie che lo compongono, e tosto si levarono discretamente, ma di concerto, dei clamori. «Il poeta ha già compiuto i trent'anni e si compiace alla pittura del vizio e dell'orgoglio! Analizza curiosamente il progresso della decomposizione cadaverica, assimila i vizî agli animali impuri o feroci! A che pro mettere a nudo tutte queste piaghe nauseanti dello spirito, del cuore, della materia?
Eh quoi! n'avez-vous pas de passe-temps plus doux?
Ebbene, tali rimproveri ci sembrano ingiusti; l'affermazione del male non ne è la criminosa approvazione. Forse che i satirici, gli storici, i drammaturghi, vennero accusati di intrecciare corone sui misfatti che dipingono o raccontano o riproducono sulla scena? Forse che Giovenale si prostituì ai facchini di Roma, o Shakspeare uccise Banco? Che cosa c'insegna la teologia cristiana, in antitesi ad una filosofia sterile, muta, superficiale? Che l'uomo caduto volontariamente è preda del male e che tutte le sorgenti del suo essere sono state corrotte: il corpo dalla sensualità, l'anima dalla curiosità indiscreta e dall'orgoglio. I libri dei teologi sono pieni di quadri dove il vizio, anzichè leggermente indicato, vi è frugato fin nelle più misteriose profondità, sezionato fin nelle fibre più vergognose. Una santa tre volte canonizzata dalla Chiesa, santa Brigida, ha osato di mostrarci Gesù 9007" title="">Cristo che offre a Satana una grazia piena ed intera in cambio di una parola di pentimento e il superbo indomabile che si rifiuta al peso della divina clemenza! Tertulliano e Bossuet hanno seguito al di là del cadavere le traccie del nulla umano.
«Questo stesso nome di cadavere non gli resta a lungo, perchè esprime ancora una forma umana. Presto esso è un non so che il quale non ha più nome in nessuna lingua.» , la teologia cristiana descrive sapientemente il male per inspirarcene l'orrore, per imporci il laborioso ritorno al bene. Essa dipinge ingegnosamente le angoscie della morte, il cadavere, il verme della tomba, la decomposizione delle nostre miserabili spoglie, e nel medesimo tempo rischiara tutta quella putredine d'un raggio d'immortalità11, e ci mostra gli eroi abbattuti dalla morte ma rialzati dal Dio che perdona, più trionfanti che a Rocroi e ad Austerlitz.
Tali non sono, senza dubbio, certe dottrine mondane; esse profetizzano un progresso fatale per esimersi dal collaborarvi, e non credono al male perchè ignorano quanto sia aspra e spopolata la via del bene.
Ma lasciamo tutte queste considerazioni e ritorniamo al nostro poeta per non occuparci che de' suoi versi e del suo ingegno. Poche parole basteranno per coloro che non l'hanno letto. Baudelaire è rotto da lungo tempo a tutti i secreti della materia e a tutte le delicatezze della lingua; spirito aperto e accurato scrittore, egli ha, ci sembra, condensato nella poesia che segue, qualcuna delle sue migliori qualità.
DON JUAN AUX ENFERS.
Quand don Juan descendit vers l'onde souterraine,
Et lorsqu'il eut donné son obole à Caron,
Un sombre mendiant, l'œil fier comme Antisthène
D'un bras vengeur et fort saisit chaque aviron.
Montrant leurs seins pendants et leurs robes ouvertes,
Des femmes se tordaient sous le noir firmament
Et, comme un grand troupeau de victimes offertes,
Derrière lui trainaient un long mugissement.
Sganarelle, en riant lui réclamait ses gages,
Tandis qu don Luis, avec un doigt tremblant,
Montrait à tous les morts errant sur les rivages
Le fils audacieux qui railla son front blanc.
Frissonnant sous son deuil, la chaste et maigre Elvire,
Près de l'époux perfide et qui fut son amant,
Semblait lui réclamer un supreme sourire
Où brillât la douceur de son prémier serment.
Tout droit dans son armure, un grand homme de pierre
Se tenait à la barre et coupait le flot noir;
Mais le calme héros, courbé sur sa rapière.
Regardait le sillage et ne daignait rien voir.
Baudelaire, già noto per una notevole e coscienziosa traduzione di Edgardo Poe e per due volumi di Salons, vedrà, crediamo, il suo nuovo appello alla pubblicità riunire le condizioni indispensabili ad ogni successo; ingiurie passeggiere e suffragi durevoli.
Baudelaire ebbe fortuna ed ora ha il candore di ridomandarla alla letteratura.
Egli ha visitato l'Oriente ed ha trovato una viva impronta degli splendori della natura tropicale. Ha letto e riletto eccellenti libri, Procle, Giuseppe de Maistre, i grandi poeti d'ogni tempo.
Nelle sue relazioni è tollerante, dolce, obbligante. Egli mi ricorda quegli abati del secolo XVIII, così corretti nella loro dottrina, così indulgenti nel commercio della vita, per esempio l'abate di Bernis. Tuttavia egli fa dei versi migliori e non avrebbe mai chiesto a Roma la distruzione dell'ordine dei Gesuiti.
F. DULAMON.
Le Présent, 23 luglio, 1857.
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«Mio caro Baudelaire,
«Vi mando l'articolo che mi avete chiesto, e che un riguardo, facile a comprendersi, ha impedito al Paese di pubblicare, poichè voi eravate in causa. Sarei molto felice, caro amico, se questo articolo avesse un po' d'influenza sullo spirito di quello che vi difenderà e sull'opinione di quelli che saranno chiamati a giudicarvi
Tutto vostro
«GIULIO BARBEY D'AUREVILLY.»
24 luglio, 1857.
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I.
Se non vi fosse che del talento nei Fiori del male di Carlo Baudelaire, ve ne sarebbe certamente abbastanza per attirare l'attenzione della Critica e conquistare i conoscitori; ma in questo libro, difficile a caratterizzare a tutta prima, e pel quale è nostro dovere l'impedire qualunque confusione e qualunque biasimo, v'ha ben più che del talento per commuovere gli spiriti ed appassionarli:.. – Carlo Baudelaire, il traduttore delle opere complete di Edgardo Poe, che ha già fatto conoscere alla Francia questo bizzarro novelliere e che continua a farlo conoscere, il potente poeta che sorpassa il novelliere; Baudelaire, che, per genio, sembra il fratello secondogenito del suo caro Edgardo Poe, aveva già sparso qua e là qualcuna delle poesie che ora riunisce e pubblica. È nota l'impressione ch'esse produssero allora. Alla prima apparizione, al primo odore di questi Fiori del male, come egli li chiama, di questi fiori (bisogna pur dirlo, poichè sono i Fiori del male) orribili per selvaggio splendore e profumo, si gridò dappertutto all'asfissia, e che il mazzo era avvelenato! Le moralità delicate dissero che uccideva come le tuberose uccidono le partorienti, e uccide infatti nello stesso modo.
È un pregiudizio. In un'epoca così depravata dai libri come la nostra, i Fiori del male non faranno molto, osiamo affermarlo. Anzi nulla faranno, non solo perchè noi siamo i Mitridati delle orribili droghe che abbiamo inghiottito da venticinque anni, ma anche per una ragione molto più sicura, dedotta, dall'espressione loro – dall'intensità d'espressione di un libro che, secondo noi, deve produrre l'effetto assolutamente contrario a quello che si finge di temere. Non credete al titolo che per metà! Quelli del libro di Baudelaire non sono i Fiori del male. È il più violento estratto che mai si sia fatto di questi fiori maledetti. Ora la tortura che deve produrre un simile veleno salva dai pericoli della sua ebrezza. Tale è la moralità, inattesa, volontaria forse, ma sicura, che scaturirà da questo libro crudele e audace di cui l'idea ha ferito l'imaginazione d'un artista. Ributtante come la verità, come lo è pur troppo sovente nel mondo della Decadenza, questo libro sarà morale a suo modo; e non sorridete! questa maniera è nientemeno che quella della onnipotente Provvidenza stessa, che manda il castigo dopo il delitto, la malattia dopo l'eccesso, il rimorso, la tristezza, la noia, tutte le vergogne e tutti i dolori che ci degradano e ci divorano per avere trasgredito le sue leggi. Il poeta dei Fiori del male ha espresso, gli uni dopo gli altri; tutti questi fatti divinamente vendicatori. La sua musa e andata a cercarli nel suo corpo squarciato, e li ha messi alla luce con accanimento e senza pietà, simile al Romano che si estraeva gli intestini. Certo, l'autore dei Fiori del male non è un Catone. Non è di Utica, nè di Roma. Non è lo Stoico, nè il Censore, ma quando si tratta di straziare l'anima umana a traverso la sua, è risoluto ed impassibile al par di colui che squarciò il suo corpo dopo una lettura di Platone. La Potenza che punisce la vita è ancora più impassibile di lui! I suoi preti, è vero, predicano per lei. Ma essa stessa non si svela a noi che pei mali coi quali ci colpisce. Ecco le sue voci! come dice Giovanna d'Arco. Dio è il taglione infinito.
Si è voluto il male e il male prolifica. Si è trovato buono il velenoso nettare, e se ne bevve in tal dose che la natura umana minaccia rovina e un giorno si dissolverà completamente. Si è seminato il granello amaro, si raccolgono i fiori funesti. Baudelaire, che li ha colti e raccolti, non ha detto che questi Fiori del male fossero belli, profumati, che bisognasse ornarsene la fronte, empirsene le mani e che in loro fosse la sapienza. Al contrario, nominandoli, li ha avvizziti. In un tempo in cui il sofismo viene in aiuto alla viltà e in cui ognuno è l'apologista de' suoi vizî, Baudelaire nulla disse in favore di quelli che ha immolato tanto energicamente ne' suoi versi. Non lo si accuserà di averli resi piacevoli. Essi vi sono schifosi, nudi, tremanti, mezzo divorati da loro stessi, come s'imaginano nell'inferno. È quella un'anticipazione di eredità infernale che ogni colpevole porta in sè dalla nascita.
Il poeta, terribile ed atterrito, ha voluto farci respirare l'abominazione di questo spaventevole canestro che porta, pallida canefora, sulla testa irta d'orrore. È questo veramente un gran spettacolo! Dal colpevole, cucito in un sacco, che si sfracellava sotto i ponti umidi e neri del medio evo gridando che bisognava lasciar passare una giustizia, non si è visto nulla di più tragico della tristezza di questa poesia colpevole, che porta il peso de' suoi vizî sulla fronte livida. Lasciamola dunque passare anch'essa! Si può prenderla per una giustizia, – la giustizia di Dio!
II.
Ciò detto, non saremo noi ad affermare che la poesia dei Fiori del male sia poesia personale. Senza dubbio, essendo ciò che siamo, portiamo tutti (anche i più forti) qualche lembo sanguinante del nostro cuore nelle nostre opere, e il poeta dei Fiori del male è soggetto a questa legge come ognuno di noi. Ciò che noi solo teniamo a constatare, è che, contrariamente alla massima parte del lirici attuali, tanto preoccupati del loro egoismo e delle loro piccole impressioni, la poesia di Baudelaire è meno l'espansione d'un sentimento individuale che una ferma concezione del suo spirito. Quantunque molto lirico, d'espressione e di slancio, il poeta dei Fiori del male è, in fondo, un poeta drammatico. Egli ne ha l'avvenire. Il suo libro attuale è un dramma anonimo di cui egli è l'attore universale, ed ecco perchè egli non sofistica nè coll'orrore, nè col disgusto, nè con nulla di ciò che può produrre di più ributtante la corrotta natura umana. Shakspeare e 25" title="Molière, Jean-Baptiste Poquelin, detto, (Parigi 1622 - Parigi 1673), commediografo e attore francese.">Molière non hanno meno sofisticato nel dettaglio ributtante dell'espressione quando hanno dipinto uno il suo Jago, l'altro il suo Tartufo.
Tutta la questione per loro era questa: «Vi sono degli ipocriti e dei perfidi?» Se ve n'erano, bisognava bene che si esprimessero come degli ipocriti e dei perfidi. Erano scellerati che parlavano, i poeti erano innocenti! Un giorno anzi (l'aneddoto è conosciuto) 25" title="Molière, Jean-Baptiste Poquelin, detto, (Parigi 1622 - Parigi 1673), commediografo e attore francese.">Molière lo segnò in margine del suo Tartufo, di rincontro ad un verso un po' odioso, e Baudelaire ebbe la debolezza... o la precauzione di 25" title="Molière, Jean-Baptiste Poquelin, detto, (Parigi 1622 - Parigi 1673), commediografo e attore francese.">Molière.
In questo libro, dove tutto è in versi, anche la prefazione, si trova una nota in prosa12 che non può lasciare dubbio alcuno, non solo sul modo di procedere dell'autore dei Fiori del male, ma anche sulla nozione che egli ha dell'Arte e della Poesia, imperocchè Baudelaire è un artista di volontà di riflessione e sopratutto di adattamento. «Fedele – egli dice – al doloroso suo programma, l'autore dei Fiori del male ha dovuto, da perfetto commediante, foggiare il suo spirito a tutti i sofismi come a tutte le corruzioni.» Questo è certo. Non vi hanno che quelli che non vogliono capire, che non comprenderanno. Dunque, come il vecchio Gœthe che si trasformò in turco mercante di pastiglie nel suo Divano, dandoci così un libro di poesia – più drammatico che lirico e che può essere il suo capolavoro – l'autore dei Fiori del male si è fatto scellerato, bestemmiatore, empio, col pensiero, come Gœthe si è fatto turco.
Egli ha recitato una commedia, ma è la sanguinosa commedia di cui parla Pascal. – Quel profondo sognatore che è nell'intimo di ogni grande poeta si è domandato in Baudelaire quello che diverrebbe la poesia passando per una testa organizzata, ad esempio, come quella di Caligola o d'Eliogabalo, ed i Fiori del male, – questi fiori mostruosi, – si sono schiusi ad insegnamento ed umiliazione di tutti noi; perchè, via, non riesce affatto inutile il sapere quanto può fiorire nel letamaio del cervello umano, decomposto dai nostri vizî. È una buona lezione. Soltanto, per una inconseguenza che ci ferisce e di cui del resto conosciamo la ragione, si mescolano a queste poesie, imperfette dal punto di vista del loro autore, delle grida d'anima cristiana, ammalata d'infinito, che rompono l'unità dell'opera terribile, e che Caligola ed Eliogabalo non avrebbero certo mandate. Il cristianesimo ci ha tanto penetrati, che falsa perfino le nostre concezioni d'arte geniale, negli animi più energici e preoccupati.
Se uno si chiamasse pure l'autore dei Fiori del male – un grande poeta che non si crede affatto cristiano e che nel suo libro non vuole assolutamente esserlo – non ha impunemente dietro a sè diciotto secoli di cristianesimo. Questo è più forte del più forte di noi! Si ha un bell'essere un artista formidabile, col punto di vista più determinato, con la volontà più ferma, e essersi giurato d'essere ateo come Shelley, disperato come Leopardi, impersonale come Shakspeare, indifferente a tutto, eccetto che alla beltà, come Gœthe, si può tirare innanzi qualche tempo così – miserabile e superbo – commediante che nasconde a suo agio i tratti del viso sotto una maschera riuscita – ma viene un momento in cui tutto ad un tratto, in fondo ad una delle poesie più amaramente calme, o più crudelmente selvaggie, ci si ritrova cristiani in una sfumatura inattesa, in un ultima parola che esplode – ma che esplode deliziosamente nel nostro cuore
Ah! Seigneur! donnez-moi la force et le courage
De contempler mon coeur et mon corps sans dégoût!
Tuttavia, dobbiamo confessarlo, queste inconseguenze quasi fatali sono molto rare nel libro di Baudelaire.
L'artista, vigilante e di una perseveranza strana nella fissa contemplazione della sua idea, non si è lasciato vincere troppo.
III.
Questa idea, noi l'abbiamo già detto in tutto ciò che precede, è il più completo pessimismo. La letteratura satanica, che data già da lungo tempo, ma che aveva un lato romantico e falso, non ha prodotto che racconti terribili e balbettamenti da bambino, al confronto di quelle realtà spaventevoli e di quelle poesie nettamente articolate in cui l'erudizione del male si mescola alla scienza delle parole e del ritmo. Poichè, per Carlo Baudelaire, chiamare arte la sua ardita maniera di verseggiare, non sarebbe abbastanza. È quasi un artificio. Spirito di laboriosa ricerca, l'autore dei Fiori del male è uno scaltro in letteratura, e il suo talento, che è incontestabile, tormentato, complicato, lavorato con pazienza da chinese, è pure un fiore del male cresciuto nelle serre calde d'una Decadenza. Per la lingua e lo stile Baudelaire, che saluta maestro, in principio del suo libro, Teofilo Gautier, è di quella scuola che crede che tutto sia perduto, anche l'onore, alla prima rima debole nella poesia più ardita e vigorosa. È uno di quei materialisti raffinati e ambiziosi che concepiscono una sola perfezione – la perfezione materiale – e che sanno talvolta realizzarla; ma per l'inspirazione è ben più profondo della sua scuola, e si e tanto addentrato nella sensazione, da cui questa scuola non esce mai, che ha finito per trovarsi solo, come una vera, originale potenza. Sensualista, ma il più profondo dei sensualisti, e indispettito di non essere che tale, l'autore dei Fiori del male va nella sensazione fino all'estremo limite, fino a quella misteriosa porta dell'Infinito, contro la quale urta, ma che non sa aprire, e rabbiosamente si ripiega sulla lingua e la tormenta co' suoi furori.
Imaginate una lingua più plastica che poetica, lavorata e tagliata come il bronzo e la pietra, in cui la frase abbia delle volute e delle scanalature; imaginate qualcosa del gotico fiorito o dell'architettura moresca applicata ad una semplice costruzione che ha un soggetto, un attributo, un verbo; poi, in queste volute ed in queste scanalature d'una frase, che, pari ad un cristallo, prende le forme più varie, supponete tutti i pimenti; tutto lo spirito, tutti i veleni, minerali, vegetali, animali, i più ricchi e i più copiosi – se ci fosse dato vederli, – che si possano trarre dal cuore dell'uomo, ed avrete la poesia di Baudelaire, questa poesia sinistra, violenta, straziante e micidiale, alla quale nessuna delle più tetre opere di questa età che muore può assomigliare. Tutto ciò è, nella sua ferocia intima, di una potenza nuova in letteratura.
Se in qualche poesia, nella Gigantessa o nel Don Giovanni all'inferno – gruppo in marmo bianco e nero – poesia di pietra, di sasso come il Commendatore – Baudelaire ricorda la forma di Vittor Hugo, ma più concisa e sopratutto purificata; se in qualche altra, come la Carogna, la sola poesia spiritualista della raccolta, in cui il poeta si vendica del putridume aborrito coll'immortalità d'un caro ricordo:
Alors, ô ma beauté! dites à la vermine
Qui vous mangera de baisers,
Que j'ai gardé la forme et l'essence divine
De mes amours décomposés!
ci torna in mente Augusto Barbier; altrove l'autore dei Fiori del male è sempre lui, e fieramente s'impone a tutti i genî dei tempi nostri. Un critico (Ed. Thierry del Monitore) diceva, giorni sono, con squisito apprezzamento: «per trovare qualche parente a questa poesia implacabile, a questo verso brutale, incisivo e sonoro, questo verso di bronzo che suda sangue, bisogna risalire fino a Dante, Magnus Parens!» È vanto di Carlo Baudelaire, l'aver potuto evocare, in un animo delicato e giusto, un sì grande ricordo! V'è del Dante infatti, nell'autore dei Fiori del male, ma è un Dante della decadenza, un Dante ateo e moderno, venuto dopo Parigi 1694 - Parigi 1778), noto come Voltaire, poeta, scrittore, filosofo francese che meglio rappresentò lo spirito e l’ideologia del secolo dei Lumi.">Voltaire, in un'epoca che aspetterà invano il suo san Tomaso.
Il poeta di questi fiori, che appestano il seno su cui posano, non ha la grande figura del suo maestoso predecessore, e non è sua colpa. Egli appartiene ad un'epoca torbida, scettica, sarcastica, nervosa, che si contorce nelle ridicole speranze delle trasformazioni e delle metempsicosi; non ha certo la fede che dava al grande poeta cattolico l'augusta serenità della sicurezza di fronte ai dolori della vita. Il carattere della poesia dei Fiori del male, ad eccezione di qualche brano reso gelido dalla disperazione, è il turbamento, la furia, lo sguardo convulso; non già lo sguardo malinconico, limpido e chiaro del Visionario di 54" title="">Firenze. La musa di Dante ha visto in sogno l'inferno, quella dei Fiori del male lo aspira raggrinzando le nari, come un cavallo che fiuta la polvere. L'una viene dall'inferno, l'altra ci va. E se la prima è più maestosa, l'altra è forse più commovente. Essa non ha il carattere dell'epopea maravigliosa che rapisce a volo l'imaginazione e calma i terrori colla serenità di cui gli ingegni superiori sanno rivestire le loro opere più appassionate.
Essa ha, invece, realtà orribili, ributtanti, che noi conosciamo, e che disgustano troppo per permettere la gravosa serenità del disprezzo. Baudelaire non ha voluto essere nel suo libro dei Fiori del male un poeta satirico, e tuttavia riesce ad esserlo, se non per le conclusioni e per l'insegnamento, almeno per la ribellione dell'animo, le imprecazioni e le grida. Egli è il misantropo della vita colpevole, e spesso si pensa, leggendolo, che se Timone Ateniese avesse avuto il genio d'Archiloco, avrebbe potuto scrivere così della natura umana ed insultarla nel descriverla!
IV.
Non possiamo e non vogliamo citare nessun brano del libro in questione, ed ecco il perchè: un brano citato non avrebbe che il suo valore individuale, e non bisogna lasciarsi ingannare; nel libro di Baudelaire ogni poesia ha, oltre la riuscita dei dettagli o la potenza dell'imagine, un valore importantissimo d'assieme e di situazione, che non bisogna farle perdere, separandola dalle altre.
Gli artisti, che sanno vedere le linee sotto il lusso e l'efflorescenza dei colori, troveranno certo esservi qui un'architettura segreta, un piano calcolato, studiato e voluto dal poeta. I Fiori del male non si seguono come brani lirici, dispersi dall'inspirazione e raccolti in un libro senza altra ragione che quella di riunirli. Più che poesie, sono un'opera poetica della più salda unità. Dal punto di vista dell'arte e della sensazione estetica, esse verrebbero a perdere molto, quando non fossero lette nell'ordine in cui il poeta, che sa quello che fa, le ha messe. Ma perderebbero ben di più dal punto di vista dell'effetto morale, di cui abbiamo parlato in principio di questo articolo. E guardiamoci bene dal voler attutire questo effetto, sul quale importa molto di ritornare. Ciò che impedirà l'eccidio del veleno offerto in questa coppa, è la sua forza! Lo spirito degli uomini, che il veleno disperderebbe in atomi, non è capace di assorbirlo in così grande quantità senza rigettarlo, e questa contrazione può salvare lo spirito scipito e fiacco dei tempi nostri, strappandolo coll'orrore alla sua vile debolezza. Gli eremiti si tengono vicini dei teschî quando dormono. Ecco un Rancé senza fede, che ha tagliata la testa all'idolo materiale della sua vita; che, come Caligola, vi ha cercato dentro ciò che amava e che parlava il nulla di ogni cosa, guardandola! – Credete voi dunque che ciò non sia qualcosa di patetico e di salutare?... Quando un uomo ed una poesia sono discesi così basso – quando si sono sprofondati nella coscienza dell'implacabile sciagura che è in fondo a tutte le voluttà dell'esistenza – poesia ed uomo non possono che risalire. Carlo Baudelaire non è uno di quei poeti che hanno un solo libro nel cervello, e che continuano a ripetersi. – Abbia egli esaurita la sua vena poetica (ciò che non pensiamo) dacchè ha spremuto il cuore dell'uomo riducendole una fracida spugna, o ne abbia invece levata la prima scoria, egli deve tacere – poichè ha detta la parola suprema sul male della vita – o parlare un altro linguaggio.
Dopo i Fiori del male, non restano che due partiti a prendersi dal poeta che li fece sbocciare: o bruciarsi le cervella.... o farsi cristiano!
G. BARBEY D'AUREVILLY.
———
I.
Le poesie di Carlo Baudelaire erano da lungo tempo attese dal pubblico, da quel pubblico s'intende che s'interessa ancora all'arte e pel quale è ancora qualcosa l'apparizione d'un poeta.
E, a proposito di questo, non calunniamo troppo la società attuale. È difficile che qualcosa di bello o di buono si produca, senza che questa società, che si crede così materiale e intorpidita, non ne riceva qualche scossa. Vado più in là. Sono meravigliato della buona volontà che dimostra nel contribuire ai successi e nel lasciarsi ingannare dalla parola d'ordine di quelli che essa investe della funzione di illuminarla. Le si danno delle tragedie volgari senza invenzione e senza stile; le si dice: È roba di 547" title="">Corneille; essa ci va e applaude. Un pittore spiega nel mezzo di un salone una tela pretensiosa di dubbio disegno e di colore equivoco: si dice al pubblico: È roba di Veronese; egli vi si precipita e applaude. Quante volte abbiamo visto, in questi ultimi anni, la folla recarsi in massa e in furia nei teatri, negli studî dei pittori, dai librai, all'avviso bugiardo d'un imbroglione o di un interessato; e là, in presenza del capolavoro, aprire le orecchie e gli occhi, il collo teso, trattenendo il respiro, non domandare che di lasciarsi sorprendere nella sua indifferenza! È forse sua colpa se l'entusiasmo non viene e se l'indomani le sue braccia lasciano cadere lo scudo che avevano sollevato la vigilia? Ha mancato essa a Feliciano David, a Daubigny, a Gian Francesco Millet, a Vittorio di Laprade? Non festeggia essa tutte le sere 543" title="">Weber?
E ancora, recentemente, non ha essa ben accolto Gustavo Flaubert?
Ciò che manca oggi agli uomini di vero merito, agli artisti serî e convinti, non è dunque il buon volere del pubblico; il pubblico non chiede che di poter fare dei successi, perchè vuol godere. Ciò che manca loro è il concorso leale, disinteressato di quelli ai quali il pubblico, troppo occupato ed affaccendato, ha dato l'incarico di illuminarlo e di avvertirlo, di fare per lui lo spoglio delle riputazioni, e che, a forza di gridargli al lupo per nulla, finiscono per addormentarlo nella sua indifferenza.
Molto tempo prima che le Riviste avessero pubblicato dei versi di Baudelaire, si sapeva che esisteva in qualche parte, nelle viscere feconde di questa città che contiene tanti germi per l'avvenire, un poeta originale, uno spirito forte, troppo poeta o troppo artista secondo alcuni, ma di cui le qualità vivaci e sovrabbondanti dovevano far diversione alla noia e alla mediocrità generale. Il pubblico, noi ne siamo testimonî, s'è intrattenuto dieci anni in questa attesa. Gli estratti dati dai giornali hanno sostenuto questa riputazione nascente.
Noi non abbiamo voluto, per apprezzare il talento di Baudelaire, attendere l'impressione del pubblico. Senza dubbio si griderà all'esagerazione. Ma, in questi tempi di mediocrità prolissa della poesia ufficiale, della poesia dei saloni e delle accademie, è proprio d'una sovrabbondanza di vita di cui abbiamo a lagnarci? Non è forse vero che ai giorni nostri la poesia segue la stessa sorte della pittura? Tutti dipingono bene, dice uno, tutti fanno dei buoni versi, risponde l'altro. , se per dipingere o essere buon poeta si intende non mancare ostensibilmente ad alcuna regola convenuta, esprimersi correntemente nel linguaggio di tutti e saper riunire abilmente con processi conosciuti delle frasi studiate e dei disegni allo spolvero.
Tutti dipingono bene perchè tutti sono stati a scuola, hanno visitato i musei e hanno la testa piena di ricordi. Ora la memoria è una facoltà calma che non fa tremar la mano come l'imaginazione. I nostri artisti mettono sulla loro tavolozza un po' di Rubens, di Rembrandt, di Cuyp, di Van Ostade, ecc., si circondano di incisioni. Con tutto ciò, aggiungendovi un po' di gusto e le tradizioni della scuola, come non riuscirebbero essi in faccia al pubblico? Ma guardate da vicino le opere di questi abili pittori, applicate loro il metodo di giudizio che risulta dallo studio dei maestri, e voi scoprirete che essi non hanno nè unità, nè scienza, nè sincerità, nè ideale, nè buona fede, nè arte di composizione, nulla, in una parola, di ciò che costituisce, non il gran pittore, ma il pittore. Tutti scrivono bene perchè tutti sanno leggere, e perchè, da trecento anni che si stampa, molti sentimenti e gradazioni di sentimenti sono stati espressi da grandi scrittori. Non è il sublime del genere scolastico e accademico l'attribuire lo sfarzo a Bossuet, la concisione a La Bruyère, la profondità a Pascal, l'ironia a Parigi 1694 - Parigi 1778), noto come Voltaire, poeta, scrittore, filosofo francese che meglio rappresentò lo spirito e l’ideologia del secolo dei Lumi.">Voltaire, la passione a Rousseau, ecc., ecc.? Di modo che, a forza d'esprimere i proprî sentimenti col linguaggio dei maestri, si giunge a pensare a modo loro ed infine a non pensare del tutto. Diciamolo francamente, dopo Luigi XIV, la poesia francese muore di correttezza!13 E quando, al principio di questo secolo, l'autore delle Orientali e di Ernani venne a rigenerare la lingua poetica, rendendole tutto ciò che essa aveva perduto nel 1660, il pittoresco, la proprietà, il grottesco, lo si trattò da barbaro e da Topinambou. Cosa penseranno i nostri nipoti quando troveranno nei giornali del tempo, all'indirizzo del più grande inventore di ritmi che la Francia abbia avuto dopo Ronsard, gli epiteti di selvaggio e d'Irochese?
Che penseranno essi sopratutto in questo motteggio, allora banale, della parola troncata dall'emistichio, applicata al versificatore più severo dell'epoca? Siccome non v'ha brevetto per la invenzione poetica, non v'è oggi figlio di buona famiglia, fornito del grado di baccelliere in lettere e di un po' di letture, che non riesca a mettere convenientemente assieme qualche emistichio dei nostri poeti moderni. E la stessa cosa avviene per la prosa: si esprime la propria malinconia a spese di Lamartine, l'ironia con Musset, l'indignazione con Barbier, il proprio scetticismo con Teofilo Gautier. Ciascuno ha fatto il suo piccolo Lago, il suo piccolo Passo d'armi del re Giovanni, il suo piccolo Giambo, la sua piccola Commedia della Morte, la sua piccola Ballata alla luna. Si prendono a prestito i pensieri dal linguaggio; o meglio, ci si serve di una lingua ricca, per nascondere l'assenza del pensiero, la nullità del temperamento. Eccettuati quattro o cinque nomi che non cito, ma che tutti conoscono, domando se negli esperimenti poetici apparsi in questi ultimi anni, è possibile veder altro che reminiscenze e pasticci.
Non è forse sempre la malinconia di Lamartine, la fantasticheria di Laprade, la misticità di Sainte-Beuve, l'ironia di de Musset, la serenità di Teodoro di Banville? Ebbene, lo dichiaro, dinanzi ad una pecoraggine così persistente, il poeta che mette la mano sul mio cuore, dovesse pur graffiarlo, irritare i miei nervi e farmi balzare sulla sedia, mi sembrerà sempre preferibile a questa poesia, irreprensibile senza dubbio, ma scipita, senza profumo e senza colore e che vi passa fra le mani come acqua.
Non farò dunque il processo a Baudelaire per le sue esagerazioni. Tutti i temperamenti eccessivi, tutti gli ingegni indisciplinati, implicano alcuni difetti pei quali non servirebbero i migliori consigli. Bisogna in simili casi sopprimere il poeta o tenersi i difetti. I difetti di Delacroix saltano agli occhi: il primo venuto può accorgersi, nella sua pittura, delle audacie, delle negligenze, della bruttezza dei visi; ma occorsero venti anni per far capire la sua tonalità sapiente e l'intensità delle sue composizioni. Io preferisco, a proposito di Carlo Baudelaire, segnalare e spiegare ciò che vedo di bello e di raro nel suo talento, piuttosto che perdere il tempo nel rilevare le macchie che si vedranno senza che io me ne occupi, e che la carità di qualcuno dei nostri confratelli saprà meravigliosamente far risaltare.
Al postutto, per agire così, ho una scusa eccellente, l'esempio del giornale che oggi mi prende a collaboratore. Quando la Rivista dei Due Mondi, pubblicò, l'anno scorso, qualcuna delle poesie di Baudelaire, le fece precedere da una nota un po' affettata e in tutti i casi molto inopportuna.
La Rivista francese s'è condotta più francamente; essa ha scelto, era il suo diritto; ma, fatta la scelta, ha pubblicato senza commenti14.
II.
Il libro dei Fiori del male15 contiene appunto cento poesie, fra cui molti sonetti, e di cui la più lunga oltrepassa di poco i cento versi. Se mi fermo dal bel principio a questa considerazione, gli è perchè, aggiungendosi ad altre osservazioni, viene a confermare un'opinione che ho da lungo tempo sull'avvenire della poesia. Quest'opinione, che non è una semplice congettura, ma un'induzione derivante dallo sviluppo della storia, è che a misura che il numero dei lettori aumenta, a misura che il libro stampato, diffondendosi, converte gli uditori impressionabili, passionabili, in lettori meditativi e riflessivi, la poesia deve concentrare la sua essenza e limitare il suo sviluppo. Non pretendo – ciò che non si mancherebbe di farmi dire se non ritornassi sul mio asserto – che la poesia abbia a diventare un'arte puramente plastica. Ma almeno essa deve usare parcamente de' suoi mezzi plastici come della sua inspirazione. La poesia a grandi proporzioni, la poesia epica, è quella dei popoli non barbari, ma poco leggitori, o che non sanno ancor leggere e che si lasciano naturalmente soggiogare piùdalla passione che dalla riflessione; è la poesia delle epoche eroiche; è pure la poesia dei popoli oppressi e schiavi, ed è per questo forse che la Francia non ha poemi epici. Il poema didattico è un giuoco da rettorico e non può essere poetico che episodicamente. – Quanto al poema dimostrativo o persuasivo, alla poesia di propaganda, al poema-sermone, al poema-libello, non sono essi diventati ridicoli oggi in cui un articolo di giornale o un semplice opuscolo insegna più presto e più chiaramente? La filosofie e la scienza non hanno a che fare colla Musa.
Des savants, des docteurs les mystères terribles
D'ornements égayés ne sont point susceptibles.
Ripetiamolo, poichè non sarà mai detto abbastanza: la scoperta della stampa, dando agli uomini un mezzo diretto e spedito per comunicare il loro pensiero, ha tolto alle arti qualunque missione di propaganda o d'insegnamento. Ciò che in altri tempi dicevano i bassorilievi di una cattedrale gli affreschi di un edificio, ciò che cantavano i rapsodi e i trovieri, che non eran sempre poeti, il libro lo dice oggi in modo più chiaro e spedito. Tutte le volte che si tratterà d'istruirsi e di comprendere, sarà sempre più presto fatto leggere un trattato, che trarre il nòcciolo istruttivo dai leggiadri ornamenti della Musa. Dal giorno in cui il libro fu inventato, le arti emancipate hanno avuto ciascuna un dominio separato che il vicino non può invadere che a condizione di suicidarsi. L'allusione politica uccide il poema, di cui essa fa un libello; la predica uccide il dramma facendone un trattato di morale. Qual vantaggio mai, avesse pure avuto tutto il genio poetico che gli mancava, poteva aspettarsi Parigi 1694 - Parigi 1778), noto come Voltaire, poeta, scrittore, filosofo francese che meglio rappresentò lo spirito e l’ideologia del secolo dei Lumi.">Voltaire dalla sua Henriade, quando le memorie sulla Lega, erano già in mano di tutti?
Chi pensa a rileggere, se non per curiosità letteraria, i noiosi poemi didattici di Saint-Lambert, di Lemierre e di Delille, dacchè abbiamo una Casa rustica, dei vocabolarî, una letteratura scientifica?
Ormai, divorziata dall'insegnamento storico, filosofico e scientifico, la poesia si trova ricondotta alla sua funzione naturale e diretta, che è quella di realizzare per noi la vita complementare del sogno, del ricordo, della speranza, del desiderio; di dar corpo a ciò che v'è di inafferrabile nei nostri pensieri e di secreto nelle nostre anime; di consolarci o di castigarci coll'espressione dell'ideale o collo spettacolo dei nostri vizî. Essa diventa, non individuale, secondo la predizione un po' arrischiata dell'autore di Jocelyn, ma personale, se noi sottintendiamo che l'anima del poeta è necessariamente un'anima collettiva, una corda sensibile e sempre tesa che i dolori e le passioni dei proprî simili fanno vibrare.
Questa verità, che cerco di provare col ragionamento, è dimostrata anche dall'esempio e dalla trasformazione progressiva della poesia moderna. Che hanno fatto da trent'anni Lamartine, Hugo, de Vigny, Sainte-Beuve, Teofilo Gautier, se non scrivere in opere frammentate, limitate, la storia dell'anima umana, se non esprimere in una forma sempre più concisa e sempre più perfetta, impressioni, sogni, aspirazioni, rimpianti, dalla passione più viva fino al sogno più vago? Gli uni e gli altri hanno toccato il polso all'umanità e ne hanno notato le pulsazioni in un ritmo preciso, sonoro o colorito. Poichè è la conseguenza forzata di questa evoluzione finale della poesia, l'esservi bisogno di un'esecuzione più ferma e di una plastica più concisa.
Il verso trascurato, molle, il versus pedestris del XVIII secolo, che tanto si adatta alla musa decrepita dell'abate Delille e de' suoi imitatori, non è più ammesso in un poema corto destinato a commovere lo spirito dei lettori con una successione rapida d'imagini intense.
Mi congratulo con Baudelaire d'aver compreso queste condizioni nuove della poesia, poichè è certamente una prova di forza il trovarsi d'un tratto all'altezza del tempo.
III.
La poesia di Baudelaire, profondamente imaginata, vitale e viva, possiede in alto grado quelle qualità di intensità e di spontaneità che chiedo al poeta moderno. Egli ha i doni rari, che sono vere grazie, dell'evocazione e della penetrazione. La sua poesia concisa e brillante s'impone allo spirito come una imagine forte e logica. Sia che egli evochi il ricordo, sia che egli infiori il sogno, sia che egli tragga dalle miserie e dai vizî del tempo un ideale terribile ed inesorabile, sempre la magia è completa, sempre l'imagine abbondante e ricca prosegue rigorosamente ne' suoi termini.
Si dirà che talvolta il tono è spinto al nero o al rosso, e che il poeta sembra compiacersi a irritare le piaghe, dove ha introdotto la sonda. Ma, a nostra volta, procuriamo di non cadere nell'esagerazione. So che le satire di d'Aubigné o di Régnier, certi brani di Saint-Amant o anche di Ronsard, non potrebbero certo figurare nelle nostre riviste attuali. Tuttavia, ognuno li ha nella propria biblioteca e se ne vanta. – I poeti in quei tempi non scrivevano che pei poeti o per gli animi abbastanza elevati per comprendere l'Arte. Noi abbiamo inventato una maniera di pubblicazione che si indirizza a tutti indistintamente, all'uomo di mondo come all'artista, alle fanciulle come agli eruditi. Vi è forse motivo di togliere dalla poesia moderna tutto un ordine di composizioni che ha i suoi precedenti, i suoi capolavori, direi i suoi classici, e che risponde, dopo tutto, sì direttamente a una serie di passioni e di fenomeni? Dobbiamo sopprimere la satira e interdirci lo studio di tutta una metà dell'anima umana? In letteratura, in arte, tutto ciò che esiste ha la sua legge; a questo riguardo sono fatalista come un beduino. Non tengo quindi rancore ai giornali d'aver moralizzato i loro fogli nell'interesse dei loro abbonati e delle figlie loro.
Ma, francamente, d'una necessità commerciale, d'una condizione d'abbonamento, si deve fare una questione letteraria? Il libro è forse il giornale? No; il giornale va a cercare i lettori, il libro attende i suoi. E perchè si è pubblicato Modeste Mignon nel Journal des Débats e Il Giglio della valle nella Rivista di Parigi, non si può scrivere Splendori e miserie delle cortigiane, uno dei più bei libri d'analisi sociale che siano stati scritti in lingua francese?
Voglio fare una citazione terribile e non si dirà che, a proposito di letteratura romantica, vado a cercare le mie autorità nel campo degli interessati. Ecco ciò che scriveva nel 1822 nel Journal des Débats, Hoffman – non il fantastico, ma l'autore dei Rendez-vous bourgeois – a proposito di un'edizione nuova di Régnier: «In molti paesi della Normandia ho inteso indicare una giovine onestissima con un nome che farebbe rizzare i capelli, se fosse pronunciato davanti al pubblico pieno di pudore della capitale. Questa parola, che non oserei neppure esprimere coll'iniziale, non è altro che il femminile d'un altro nome che tutti pronunciano e che indica un giovane non ammogliato. Quando questo nome femminile venne applicato alla dissolutezza, il bel mondo l'ha rifiutato con orrore, e gli ha sostituito la parola dal suono argentino di cui ho parlato più sopra e che, nella sua etimologia italiana, significa una piccola ragazza. Tuttavia è stata accolta per qualche tempo anche dalla buona società, ma essendo stata infine bandita come quella che l'aveva preceduta, gli fu sostituita la parola fille che era ancora di buon genere nella metà del secolo scorso. Ma certo stava scritto in alto, che tutto ciò che designa questo sesso diverrebbe un'ingiuria; e sono le stesse donne che si sono calunniate, rifiutando come indecenti tutte le parole che avevano questo carattere. Oggi la parola fille è così di cattivo genere che nessuna madre, neppure nelle classi infime del popolo, vuol avere delle filles. – Ho due ragazzi e due signorine, ci dirà la moglie dell'ultimo artigiano. Ma ecco ben altro: anche la parola signorina corre un gran rischio. Le ninfe che sfilano in certe vie,quando Espero si leva sull'orizzonte, si chiamano le signorine della via Sant'Onorato, le signorine del Panorama, o del boulevard del Tempio. Fra poco quindi non vi saranno più signorine, ed è per questo senza dubbio che da qualche tempo si adopera il termine di jeune personne, poichè si prevede che fra venti o trent'anni la parola signorina farà fremere la nostra pudica società. Sfortunatamente l'espressione di giovane persona è una sciocchezza, poichè la parola persona s'applica ai due generi; un uomo giovane è pure una giovane persona. Bisogna dunque cercare un'altra parola e, qualunque essa sia, finirà per aver la sorte di tutte le altre.»
Ecco il pericolo segnalato da un puro classico, da uno scrittore che trattava da selvaggi Shakspeare e Schiller, e i loro traduttori, Guizot e di Barante, da barbari e da rivoluzionarî. Certo, colla pretesa nostra di parlare sempre per tutti – giornali per tutti, letture per tutti – finiremo per non far più nè libri, nè giornali. A forza di aver sempre in vista le giovani signorine, si finisce per mancar di rispetto agli uomini e a sè stessi. Si truffa il pensiero, si falsifica la lingua; si usa un linguaggio ibrido, arbitrario, tutto allusioni e perifrasi; e tuttavia, come osserva giudiziosamente il defunto redattore del Journal de l'Empire, le parole, scostandosi dall'etimologia, perdono il loro significato. Non si potrebbe dire oggi quale torto abbia fatto alla letteratura, alla lingua, quante intelligenze, quanti ingegni abbia viziato, questa preoccupazione di piacere a tutte le classi, a tutte le età. Dacchè le mamme hanno inventato che non si potevano più condurre le ragazze all'Esposizione, la maggior parte dei pittori ha abbandonato lo studio del nudo per darsi a ipocrisie di costume e di sentimento, molto più corruttrici della natura vera. Vi fu un tempo in cui i direttori di giornali proibivano nei romanzi perfino il nome di amante e d'adulterio; e, al Gymnase, un vaudeville di Scribe, intitolato Eloisa e Abelardo – che non mentiva punto al suo titolo – è passato senza difficoltà. Ecco a che punto siamo. Baudelaire s'è messo sotto la protezione di quattro versi di d'Aubigné. Vi avrebbe potuto aggiungere questa franca dichiarazione dell'autore d'Albertus:
Et d'abord, j'en préviens les mères de familles,
Ce que j'écris n'est pas pour les petites filles
Dont on coupe le pain en tartines. –
Le giovinette! le giovinette! Dio mio! non c'è una letteratura per le giovinette? non vi sono scrittori che si dedicano per vocazione o per necessità a comporre delle storielle senza dardo e senza veleno? Non vi sono autori per bambini e anche autori per signore? L'ignoranza è una virtù per le fanciulle, l'arte non è dunque fatta per loro. Fate loro leggere la Storia dei viaggi e le Lettere edificanti; abbonatele alle biblioteche parrocchiali, ma allontanate da esse qualunque libro che abbia per scopo l'arte o la passione: versi, romanzi, lavori drammatici; il migliore di essi nulla vale per loro. Non abbiamo visto recentemente uno scrittore religioso molto zelante, tentare «se fosse possibile comporre un 25" title="">Maggiori informazioni">romanzo con personaggi, sentimenti e linguaggio cristiano?»16. È riuscito a fare un breviario di seduzione, in cui le ragazze più pie impareranno ad ingannare la vigilanza dei loro parenti ed a forzare, coi mezzi meno cattolici, i cuori che hanno scelto.
IV.
Sento che mi lascio trascinare da queste considerazioni, un po' lunghe forse, ma che non credo fuor di posto a proposito di un libro d'arte, e che ad ogni modo non credo inutili.
Tuttavia bisogna che il pubblico sappia chi è il terribile poeta col quale si vuol fargli paura. Per i nostri lettori, fortunatamente, la conoscenza è già fatta; essi non hanno dimenticato il magnifico estratto che la Rivista Francese ha dato dei Fiori del male tre mesi or sono17. Essi mi hanno dunque già compreso quando ho cercato di indicare il carattere di questa poesia esuberante nella sua sobrietà, di questa forma concisa dove qualche volta l'imagine esplode col bagliore improvviso del fiore dell'aloe. Baudelaire si distingue sopratutto, l'ho detto, nel saper dare una realtà vera e brillante ai pensieri, nel materializzare, nel drammatizzare l'astrazione. Questa qualità è sorprendente fin dal secondo brano intitolato Benedizione, in cui l'autore descrive l'azione fecondatrice della sventura sulla vita del poeta: egli nasce, e sua madre si dispera di aver portato nel suo seno questo frutto selvaggio, questo bambino sì poco somigliante agli altri e di cui non sa imaginare il destino; divenuto grande, sua moglie lo deride e l'odia, l'insulta, l'inganna e lo rovina; ma il poeta, attraverso queste miserie, cammina sempre verso il suo ideale e il lavoro termina con un cantico dolce e grave come un finale di Haydn:
Vers le ciel où son œil voit un trône splendide,
Le poëte serein lève ses bras pieux,
Et les vastes éclairs de son esprit lucide
Lui dérobent l'aspect des peuples furieux:
" – Soyez béni, mon Dieux, qui donnez la souffrance
Comme un divin remède à nos impuretés,
Et comme la meilleure et la plus pure essence
Qui prépare les forts aux saintes voluptés!
Je sais que vous gardez une place au poëte
Dans les rangs bienheureux dea saintes légions
Et que vous l'invitez à l'éternelle fète
Des Trònes, des Vertus, des Dominations.
Je sais que la douleur est la noblesse unique
Où ne mordront jamais la terre et les enfers,
Et qu'il faut pour tresser ma couronne mystique
Imposer tous les temps et tous les univers.
Mais les bijoux perdus de l'antique Palmyre,
Les métaux inconnus, les perles de la mer,
Montés par votre main, ne pourraient pas suffire
A ce beau diadème éblouissant et clair.
Car il ne sera fait que de pure lumière
Puisée au foyer saint des rayons primitifs,
Et dont les yeux mortels, dans leur splendeur entière,
Ne sont que des miroirs obscurcis et plaintifs!"
Credo che cantico più bello non sia mai stato cantato a gloria del poeta, nè che si siano espressi in versi più belli la nobiltà del dolore e la rassegnazione delle anime privilegiate.
La poesia ventunesima (Profumo esotico) è rimarchevole per questa facoltà di afferrare l'inafferrabile e di dare una realtà pittoresca alle sensazioni più sottili e più fugaci. Il poeta, seduto vicino alla sua amante, in una bella sera d'autunno, sente salire al cervello un tiepido profumo che l'inebria; egli trova in questo profumo qualche cosa di strano e d'esotico, che lo fa pensare a paesi lontani; e tosto nello specchio della sua mente si succedono spiaggie felici, sfolgoranti al fuoco del sole, isole accidiose, seminate d'alberi strani, indiani dal corpo esile e vigoroso, e donne dallo sguardo provocante:
Je vois un port rempli de voiles et de mâts
Encor tout fatigués par la vague marine,
Pendant que le parfum des verts tamariniers,
Qui circule dans l'air et m'enfie la narine,
Se mêle dans mon âme au chant des mariniers!
Se volessi citare altre prove di questa rara facoltà di magia e di creazione pittoresca, gli esempi abbonderebbero. Costretto a limitarmi, per aver parlato troppo, non posso che rinviare i lettori ai lavori intitolati: I Fari, La Musa ammalata, La disdetta, La vita anteriore, De profundis clamavi, Il balcone, La campana fessa, ecc.
Ho parlato del dono di evocazione come di uno fra i più particolari dell'autore dei Fiori del male.
Un delitto è stato commesso; la polizia penetra in un appartamento chiuso e misterioso, dove, in mezzo agli splendori del lusso e della voluttà più raffinata, un cadavere di donna giace sul letto, la testa separata dal corpo. Di qual misterioso delitto, si domanda il poeta, quest'infelice fu vittima? A qual mostruosa passione è stata essa sacrificata?
E tosto la camera misteriosa, colla sua atmosfera, malsana, l'elegante alcova dove un corpo mutilato fa sangue in mezzo ai mobili dorati, ai serici divani, ai fiori che appassiscono nei vasi, appaiono colla potenza d'una pittura sinistra di cui la memoria conserverà il terrore.
Il terrore, ho detto, poichè è ora di spiegare l'enigma di questa parola e di alcune inspirazioni dell'autore. Noi siamo tanto abituati ad essere vilmente incensati; hanno tanto ripetuto a tutti noi, grandi o piccoli, poeti, artisti, borghesi, che noi siamo i più virtuosi, i più perfetti, i più delicati, che un poeta che viene a scuoterci dalla nostra soddisfazione, ipocrita o indolente, ci fa paura o ci irrita. I Fiori del male! eccoli: è lo spleen, è la malinconia impotente, è lo spirito di rivolta, è il vizio, è la sensualità, è l'ipocrisia, è la viltà. Ora non è forse vero che le nostre virtù stesse nascono dai loro contrarî? – che il nostro coraggio nasce dallo scoraggiamento, la nostra energia dalla debolezza, la sobrietà dall'intemperanza, la fede dall'incredulità? Avremmo noi la pretesa di essere migliori dei nostri padri? La società attuale vale di più di quelle di Luigi XIV e di Enrico IV?
Perchè dunque non sopporterebbe essa una volta ciò che le altre hanno sempre sopportato di buon grado? E perchè questa sferza, sanguinosa – che l'autore dei Giambi per l'ultimo ha maneggiato con tanto vigore e franchezza – non verrebbe a ricordarci che il poeta non è necessariamente un piaggiatore ed un turiferario?
Di più, questa sferza, Baudelaire non l'ha sempre in mano, non è sempre ironico o satirico; lo si è visto nei brani riportati, si è potuto vederlo nelle poesie inserite or son tre mesi nella Rivista francese.
Come transizione a idee meno nere e come conclusione, citerò il seguente sonetto, che, solo, è la chiave e la moralità del libro. Ha per titolo: Il nemico:
Ma jeunesse ne fut qu'un ténébreux orage,
Traversé çà et là per de brillants soleils;
Le tonnerre et la pluie ont fait un tel ravage,
Qu'il reste en mon jardin bien peu de fruits vermeils.
Voilà que j'ai touché l'automne des idées,
Et qu'il faut employer la pelle et les râteaux
Pour rassembler à neuf les terres inondées
Oh l'eau creuse des trous grands comme des tombeaux.
Et qui sait si les fleurs nouvelles que je rêve
Trouveront dans ce sol lavé comme une grève
Le mystique aliment qui ferait leur vigueur?
O douleur! ô douleur! le temps mange la vie,
Et l'obscur ennemi qui nous ronge le cœur
Du sang que nous perdons croît et se fortifie!
Della plastica di Carlo Baudelaire ho poco a dire. Essa è sovente perfetta; talvolta si permette anche delle audacie, delle negligenze, delle violenze, spiegate dalla natura affatto spontanea della sua inspirazione.
La sua frase poetica, per esempio, non è come quella di Teodoro di Banville, lo sviluppo largo e calmo d'un pensiero padrone di sè. Ciò che in uno produce un amore sapiente e potente della forma, è prodotto nell'altro dall'intensità e dalla spontaneità della passione. E poichè ho nominato Teodoro di Banville, ricorderò ciò che dicevo un anno fa, a proposito delle sue Odelettes: «Dei due grandi principî stabiliti nell'inizio di questo secolo, la ricerca del sentimento moderno e il ringiovanimento della lingua poetica, di Banville ha incarnato il secondo...» A mio parere, Carlo Baudelaire ha incarnato il primo.
L'uno e l'altro rappresentano altamente le due tendenze della poesia contemporanea. Essi potranno servire di meta luminosa ad una nuova generazione di poeti.
CARLO ASSELINEAU
———
LETTERA
DI SAINTE-BEUVE
20.... 1857.
Mio caro amico,
Ho ricevuto il vostro bel volume, e debbo ringraziarvi prima di tutto delle affettuose parole colle quali l'avete accompagnato; voi mi avete da lungo tempo abituato ai vostri buoni e fedeli sentimenti a mio riguardo. Conoscevo alcuni dei vostri versi per averli letti in varie raccolte; riuniti, fanno tutt'altro effetto.
Dirvi che questo effetto generale è triste, non vi farebbe meraviglia; è ciò che avete voluto.
Dirvi che non avete indietreggiato, riunendo i vostri Fiori, davanti a nessuna specie di forma e di colore, per quanto spaventevole e dolorosa ella fosse, voi lo sapete meglio di me; è ancora ciò che avete voluto. Voi siete un poeta della scuola dell'arte, e vi sarebbero, a proposito di questo libro, parlando fra di noi, molti commenti a fare.
Voi siete fra quelli che cercano la poesia dappertutto; e siccome, prima di voi, altri l'avevano cercata in regioni già esplorate e ben diverse; siccome i campi terrestri e celesti erano press'a poco tutti mietuti da trenta e più anni, le liriche d'ogni forma erano già state trattate – venuto sì tardi e per ultimo, voi vi siete detto, imagino: «Ebbene, ne troverò ancora della poesia, e ne troverò là dove nessuno s'era accorto di raccoglierla e di esprimerla.»
E voi avete preso l'inferno, vi siete fatto diavolo. Voi avete voluto strappare i loro secreti ai demoni della notte. Facendo ciò con acume, con raffinatezza, con un talento curioso e un abbandono quasi prezioso d'espressione, cesellando il dettaglio, petrarcheggiando sull'orribile, voi avete l'aria di esservi divertito; tuttavia avete sofferto, vi siete logorato a trascinare le vostre noie, i vostri incubi, le vostre torture morali; avete dovuto soffrir molto, mio caro.
Questa tristezza particolare – che risulta dalle vostre pagine e in cui riconosco l'ultimo sintomo d'una generazione ammalata, di cui i vecchi ci sono notissimi – è ciò che vi sarà contato.
In certi punti vi dite, notando il risveglio spirituale che succede al mattino dopo le notti mal passate, che, quando l'alba bianca e rosea, mostrandosi ad un tratto, appare in compagnia dell'Ideale tormentoso, in questo momento, quasi ad espiazione,
Dans la brute assoupie un ange se réveille!
È questo angelo che invoco in voi e che bisogna coltivare. Che se voi l'aveste fatto intervenire più di frequente in due o tre punti ben distinti, sarebbe bastato ciò perchè il vostro pensiero si sviluppasse, perchè tutti questi sogni del male, tutte queste forme oscure e tutti questi bizzarri intrecci in cui s'è stancata la vostra fantasia, apparissero nella loro luce vera, già quasi dispersi e pronti a dissiparsi alla luce. Il vostro libro allora ci avrebbe dato una Tentazione di sant'Antonio, nel momento in cui l'alba si avvicina e in cui si sente ch'essa sta per cessare.
È così che me lo imagino e lo comprendo. Bisogna, il meno possibile, citarsi ad esempio. Ma noi pure, trent'anni fa, abbiamo cercato della poesia là dove abbiamo potuto.
Molti campi erano già mietuti e i più begli allori eran tagliati. Mi ricordo in qual dolorosa situazione d'animo e di spirito ho fatto Giuseppe Delorme, e sono ancora stupito, quando mi accade (e ciò mi capita di rado) di riaprire quel piccolo volume, di quanto ho osato dirvi ed esprimervi. Ma, obbedendo all'impulso e al progresso naturale de' miei sentimenti, ho scritto l'anno dopo una raccolta, molto imperfetta ancora, ma animata da un'inspirazione dolce e più pura, Le consolazioni, e grazie a questo semplice mio indirizzo al meglio, mi si è quasi perdonato. Lasciatemi darvi un consiglio che sorprenderebbe chi non vi conosce; voi diffidate troppo della passione; è in voi una teoria. Voi accordate troppo allo spirito, al calcolo. Lasciatevi trasportare, non temete di troppo sentire come gli altri, non abbiate mai paura di essere troppo comune, voi avrete sempre abbastanza, nella vostra finezza di espressione, di che distinguervi.
Non voglio nemmeno sembrare ai vostri occhi più schifiltoso di quel che sono. Molte poesie del vostro volume mi piacciono, le Tristezze della luna, per esempio, delizioso sonetto che sembra di qualche poeta inglese contemporaneo della giovinezza di Shakspeare. E non v'è poesia alcuna, e nemmeno le stanze, A quella che è troppo gaia, che non mi sembri di squisita fattura. Perchè questa poesia non è in latino, o meglio in greco, e non è compresa nella sezione di Erotica dell'Antologia?
Il dotto Brunck l'avrebbe raccolta negli Analecta Veterum poetarum; il presidente Bouhier e La Monnoye, uomini autorevoli e di serî costumi, castissmæ vitæ morumque integerrimorum, l'avrebbero commentata senza vergogna, e noi vi metteremmo il segno per gli amatori. Tange Chloen semel arrogantem.
Ma, ancora una volta, non si tratta di ciò, nè di complimenti. Ho piuttosto voglia di rimproverarvi, e se passeggiassi con voi in riva al mare, sull'orlo d'un dirupo, senza pretesa di fare il mentore, cercherei di darvi un gambetto, mio caro amico, e di gettarvi bruscamente in acqua, affinchè voi, che sapete nuotare, procediate d'or innanzi sotto al sole e in piena corrente.
Tutto vostro
SAINTE-BEUVE.
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LETTERA
DEL MARCHESE DI CUSTINE
Se non vi ho ringraziato prima d'ora, o signore, del presente che voi avete creduto bene di farmi, gli è perchè volevo saperne prima il prezzo. Non si legge un poeta come si scrive della prosa leggiera, con tutta facilità, sopratutto un poeta che detesta la menzogna e sferza senza pietà tutto che sa di convenzionale. Voi riflettete come uno specchio fedele lo spirito d'un tempo e d'un paese ammalato; e la forza delle vostre espressioni mi fa spesso indietreggiare di spavento dinanzi agli oggetti che vi compiacete dipingere. Voi mi direte che biasimarvi per la scelta dei vostri soggetti sarebbe come rimproverare allo specchio di riflettere ciò che gli si presenta dinanzi; ma un poeta è uno specchio che deve scegliere. – Si compiange l'epoca in cui uno spirito ed un ingegno d'un ordine così elevato si trovano ridotti a bearsi nella contemplazione di cose che varrebbe meglio dimenticare che immortalare. Voi vedete, o signore, che io non sono affatto un realista18, e che non so comprendere il creatore in arte che come un eclettico nella natura.
Fatte queste riserve, sinceramente vi ringrazio dell'onore che m'avete fatto di pensare a me, e del piacere che m'ha procurato la lettura d'una raccolta piena d'originalità che ci annunzia un poeta di più. Voi siete nuovo in una letteratura vecchia. Voi avrete nemici in gran numero, e se l'ammirazione di qualche amico che sa vedere l'interno dell'uomo traverso le vostre dipinture, può ricompensarvi della malignità delle talpe, vi prego di pensare a me e di credermi sincero al par di voi nell'espressione dei sentimenti che m'avete inspirato. Gli amici che i nostri libri ci procurano valgono bene tutti gli altri.
A. DI CUSTINE.
Parigi, il 16 agosto 1857
———
LETTERA
DI EMILIO DESCHAMPS.
Versailles, il 14 luglio 1857
Signore ed eminentissimo confratello,
Dopo un'atroce malattia di più d'un anno, avevo rallegrato la mia convalescenza colla squisita vostra traduzione dei racconti fantastici del Hoffmann americano, opera di una doppia originalità e di un doppio merito letterario, poichè ne foste il rivelatore di fronte all'ignoranza nostra. Ed ecco che io debbo alla vostra simpatica e tanto amabile memoria questi Fiori del male, dei quali io pensavo già tanto bene nei saggi.
Ho aspirato tutti i loro veleni snervanti, tutti i loro terribili profumi. Voi solo potevate fare questa poesia, la cui spiegazione sta nell'epigrafe d'2543" title="">Agrippa d'Aubigné, quanto all'essenza delle cose19; il cui segreto, per la forma sapiente e cesellata è nella dedica al perfetto mago delle lettere francesi, il nostro caro e grande Teofilo Gautier.
Per attenermi solo a quanto concerne l'arte – restando il poeta padrone della sua idea, come disse magistralmente Vittor Hugo – non posso tacere i prodigi di poesia e di fattura resi manifesti dall'opera vostra.
Don Giovanni all'Inferno, Spleen, Le femine dannate, 5413" title="">Le metamorfosi del vampiro, Le litanie di Satana, Il vino dell'assassino, 25" title="">Confessione, ecc., sono poesie senza esempio e che rimarranno per lungo tempo senza imitatori.
Soltanto l'estro vostro e il vostro colorito, oltre la vostra armonia, poterono venirne a capo; e quanti segreti di forma e di cuore ne sfuggono! Quanti versi temprati da una forza meravigliosa o da un insolito incanto! e che abbondanza di circonlocuzioni nuove e di ritmi docili e fieri!
Infine, non posso dirvi che una sola cosa: siate sempre quello che siete tanto sovente! Ecco, in una linea, la critica e le lodi mie sincere.
E non lo sono meno la mia gratitudine e la mia devozione.
EMILIO DESCHAMPS.

Audiolibri di: Charles Baudelaire
I Fiori del Male
Raccolta di poesie
Audiolibro della celebre raccolta lirica "I Fiori del Male" di Charles Baudelaire.
Citazioni di Charles Baudelaire:
Quando tutto mi rapisce, ignoro se a sed... [leggi]
L’amore somiglia molto a una tortura o a... [leggi]
Non concepisco affatto (il mio cervello... [leggi]
Gli aspetti seducenti e che fanno la bel... [leggi]
Più l’uomo coltiva le arti, meno va in f... [leggi]
La donna che non si gode è quella che si... [leggi]
Mia bellezza, dillo ai vermi voraci, che... [leggi]
Sono un cimitero aborrito dalla luna...... [leggi]
Valanga, vuoi trascinarmi nel tuo rovino... [leggi]
L’artista non è tale se non a condizione... [leggi]
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Dio è uno scandalo – uno scandalo che re... [leggi]
Ho trovato la definizione del Bello, del... [leggi]
Il dandy deve aspirare senza tregua a es... [leggi]
Il sesso è il lirismo del popolo.... [leggi]
La stupidità è spesso ornamento della be... [leggi]
Lo stoicismo, religione che ha un unico... [leggi]
Per il mercante, anche l'onestà è una sp... [leggi]
Non disprezzate la sensibilità di nessun... [leggi]
Quel che non è leggermente difforme ha u... [leggi]
La voluttà unica e suprema dell'amore st... [leggi]
L'amore è molto simile a una tortura o a... [leggi]
Si possono fondare imperi gloriosi sul d... [leggi]
Che cos'è l'amore? Il bisogno di uscire... [leggi]
Diffidiamo del popolo, del buonsenso, de... [leggi]
In amore, come in quasi tutte le faccend... [leggi]
Quest'orrore della solitudine, questo bi... [leggi]
Più l'uomo coltiva le arti, meno fotte.... [leggi]
Soltanto grazie all'universale Malinteso... [leggi]
Non il mio cuore bisogna correggere, che... [leggi]
Un carattere leggero, un'invincibile inc... [leggi]
E poi faccio bene così; io sono come un... [leggi]
Francamente il laudano e il vino sono de... [leggi]
Ma di fronte a una tale rovina, a una ma... [leggi]
Sono colpevole verso me stesso; questa s... [leggi]
Ti abbraccio con tanta tenerezza, con tu... [leggi]
Assai più che la Vitaè la Morte... [leggi]
Ho più ricordi che se avessi mille an... [leggi]
L'impegno è quello che all'opera occo... [leggi]
E il Poeta, che è avvezzo alle tempeste... [leggi]
La mia giovinezza non fu che un'oscura t... [leggi]
La Natura è un tempio ove pilastri viven... [leggi]
L'Irreparabile rode col dente maledetto... [leggi]
Noi vogliamo, per quel fuoco che ci arde... [leggi]
O Morte, vecchio capitano, è tempo, levi... [leggi]
Per te, Madonna, mia signora, innalze... [leggi]
Perché, veramente, o Signore, è la migli... [leggi]
Quando il nostro cuore ha fatto la sua v... [leggi]
Uomo libero, sempre tu amerai il mare! I... [leggi]
Vieni tu dal cielo profondo o sorgi dall... [leggi]
Da Satana o da Dio, che importa? Angelo... [leggi]
Vieni, gatto bello, sul mio cuore inn... [leggi]
...ma l'amore, per me, non è che un m... [leggi]
Tienti i sogni: i saggi non ne hanno di... [leggi]
Per comporre i miei versi in castità vog... [leggi]
Viso in pianto asciugato dalla brezza, i... [leggi]
Satana abbi pietà del mio lungo patire!... [leggi]
Gloria e lode a te, nel più alto dei cie... [leggi]
La pendola dai funebri rintocchi suonava... [leggi]
O tardo autunno, inverno, fangosa primav... [leggi]
Quando il cielo basso e greve pesa come... [leggi]
Chi non sa popolare la propria solitudin... [leggi]
Ci sono nature puramente contemplative e... [leggi]
Ma che importa l'eternità della dannazio... [leggi]
Colui che facilmente si sposa alla folla... [leggi]
È ora di ubriacarsi! Ebbri! Per non esse... [leggi]
Il bambino è turbolento, egoista, senza... [leggi]
Il lusso, la spensieratezza e lo spettac... [leggi]
Poiché vi sono sensazioni deliziose in c... [leggi]
Lo studio della bellezza è un duello in... [leggi]
Non c'è scusa all'essere cattivi, ma v'è... [leggi]
[...] è là che bisogna andare a vivere,... [leggi]
E a che serve realizzare i progetti, se... [leggi]
È assai poco importante, del resto, che... [leggi]
Quell'acutezza del pensiero, quell'entus... [leggi]
Il vino e l'uomo mi fanno pensare a due... [leggi]
Mai uno Stato ragionevole potrebbe sopra... [leggi]
Lola di ValenzaFra tante bell... [leggi]
Un'allegra tavernasulla via d... [leggi]
Lo spirito conformeI Belgi sp... [leggi]
Avrei preferito che fosse stato felice i... [leggi]
Il Campidoglio rappresenta nella poesia... [leggi]
L'allegoria barocca vede il cadavere sol... [leggi]
Baudelaire è il primo veggente, il re de... [leggi]
I libri catalogati di Charles Baudelaire:
Amenità del Belgio
Buffonerie
Diari intimi (1851-1862)
Diari intimi
Epigrafi
I Fiori del Male (Les Fleurs du Mal) (1857)
I fiori del male
Il giovane incantatore
Lettere alla madre
Lo spleen di Parigi (“Le Spleen de Paris” o “Petits poèmes en prose”) (1869)
Lo Spleen di Parigi
Pagine sull'arte
Paradisi Artificiali (Les paradis artificiels) (1860)
Paradisi Artificiali

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