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Favole
Titolo: Favole
Autore: Jean de La Fontaine
Anno di pubblicazione: 1644-94
Genere: Raccolta di favole
Lingua: Italiano
Lingua originale: Francese
Audiolibro: Ascolta

(Anteprima, 24 kbit)

Pubblicato il: 2012-04-06
:

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FAVOLE

di Jean de La Fontaine
trad. di Emilio De Marchi


Al delfino di Francia

Canto gli Eroi progenie alma d'Esopo
di cui l'istoria, anco se falsa, in fondo
di verità nasconde alti concetti.
Tutto parla nel mio novo poema,
il can, la volpe e fin parlano i pesci;
ma ciò che l'uno all'altro gli animali
dicon fra lor, di te, lettor, si dice.

O figlio illustre di Gran Re, sul quale
guarda benigno il ciel, guarda la terra,
d'un Re che cento baldanzose teste
abbassando, fra poco i giorni suoi
col nome segnerà delle vittorie,
altri canti con voce epica e grande
degli avi i fasti e le virtù dei prenci;
di piccole vicende il picciol quadro
io per te pingerò dentro i miei versi.
Che se all'impresa fia negato il dono
di piacer al tuo cor, dolce Signore,
almen conforti il povero poeta
quel d'averla tentata umile premio.


LIBRO PRIMO


I - La Cicala e la Formica.

La Cicala che imprudente
tutto estate al sol cantò,
provveduta di niente
nell'inverno si trovò,
senza più un granello e senza
una mosca in la credenza.

Affamata e piagnolosa
va a cercar della Formica
e le chiede qualche cosa,
qualche cosa in cortesia,
per poter fino alla prossima
primavera tirar via:
promettendo per l'agosto,
in coscienza d'animale,
interessi e capitale.

La Formica che ha il difetto
di prestar malvolentieri,
le dimanda chiaro e netto:
- Che hai tu fatto fino a ieri?
- Cara amica, a dire il giusto
non ho fatto che cantare
tutto il tempo. - Brava ho gusto;
balla adesso, se ti pare.


II - Il Corvo e la Volpe

Sen stava messer Corvo sopra un albero
con un bel pezzo di formaggio in becco,
quando la Volpe tratta al dolce lecco
di quel boccon a dirgli cominciò:

- Salve, messer del Corvo, io non conosco
uccel di voi più vago in tutto il bosco.
Se è ver quel che si dice
che il vostro canto è bel come son belle
queste penne, voi siete una Fenice -.

A questo dir non sta più nella pelle
il Corvo vanitoso:
e volendo alla Volpe dare un saggio
del suo canto famoso,
spalanca il becco e uscir lascia il formaggio.

La Volpe il piglia e dice: - Ecco, mio caro,
chi dell'adulator paga le spese.
Fanne tuo pro' che forse
la mia lezione vale il tuo formaggio -.
Il Corvo sciocco intese
e (un po' tardi) giurò d'esser più saggio.


III - La Rana e il Bove

Grande non più d'un ovo di gallina
vedendo il Bove e bello e grasso e grosso,
una Rana si gonfia a più non posso
per non esser del Bove più piccina.

- Guardami adesso, - esclama in aria tronfia, -
son ben grossa? - Non basta, o vecchia amica -.
E la rana si gonfia e gonfia e gonfia
infin che scoppia come una vescica.

Borghesi, ch'è più il fumo che l'arrosto,
signori ambiziosi e senza testa,
o gente a cui ripugna stare a posto,
quante sono le rane come questa!


IV - I due Muli

Un Mulo che portava sulla schiena
dei sacchi d'or per conto dello Stato,
tutto superbo camminava a lato
d'un altro Mulo carico d'avena.
Agitando la criniera
colla bella sonagliera
del nemico ei fu cagione
che attirasse sull'oro l'attenzione.

Tratta dal buon bottin ecco una banda
piomba sul regio Mulo, e una tempesta
di colpi piove a lui sopra la testa
che invan sospira e ragli al cielo manda.
- Poveretto, - esclama, - a morte
mi conduce l'alta sorte!
Te felice che d'avena,
non di tesor hai carica la schiena!

- Buon amico, è questo il guaio,
degl'impieghi illustri ed alti, -
gli rispose il camerata:
- meglio il mulo d'un mugnaio
che il dover far certi salti -.


V - Il Lupo e il Cane

Un Lupo già ridotto al lumicino
grazie ai cani che stavan sempre all'erta,
andando un dì per una via deserta
incontrava un magnifico mastino,
tanto grasso, tondo e bello,
che pensò di dargli morte
provocandolo in duello.
Ma vedendolo un po' forte,
pensò invece con ragione
di pigliarlo colle buone.
Comincia in prima a rallegrarsi tanto
di vedere il buon pro' che gli fa il pane.

- E chi vi toglie, - rispondeva il Cane, -
di fare, se vi accomoda, altrettanto?
Quella vita che voi fate
dentro ai boschi è vita infame
sempre in guerra e sempre in scrupolo
di dover morir di fame:
vita stracciata e senza conclusione
che non può mai contar sopra il boccone.
Venite dietro a me, mio buon compare,
che imparerete l'arte di star bene.
Vi prometto pochissimo da fare;
star di guardia, guardar chi va, chi viene,
abbaiare ai pitocchi ed alla luna
e sbasoffiare poi certi bocconi
di carne e d'ossa, d'anitre e capponi,
senza contar la broda
in pagamento del menar la coda -.

Udendo questo, della sua fortuna
il Lupo si rallegra fino al pianto.
Ma camminando dell'amico accanto
gli venne visto spelacchiato e frollo
del buon mastino il collo.

- Che roba è questa? - È nulla. - È nulla un corno!
- Suvvia non darti pena,
forse il segno sarà della catena
alla quale mi legano di giorno.

- Ti legano? - esclamò cangiando tono. -
Né correre tu puoi dove ti piace?
- Che importa? - Importa a me, colla tua pace;
fossero d'oro, i piatti tuoi ti dono,
non è una vita, no, che m'innamora -.
E presa la rincorsa, corre ancora.


VI - La Mucca, la Capra e la Pecora in società col Leone

Si narra che una volta stringesser comunella
la Pecora, la Mucca, la Capra lor sorella,
col gran signor del luogo che detto era Leone,
a questa condizione:
che ognun insieme i danni e gli utili mettesse.
Ben stabiliti i patti avvenne che cadesse
un cervo nella fossa un dì della capretta,
che onesta manda a chiedere i suoi compagni in fretta.

Giunto il Leone, esclama: - Faremo quattro parti -.
E subito coll'unghie straccia la bestia in quarti.
La prima se la piglia e ciò per la ragione
ch'egli è Messer Leone.
- Un'altra parte - aggiunge, - ancor spettami in sorte
perché sono il più forte.
La terza me la piglio perché sono il Leone,
e se la quarta qualcuno osasse contrastarmi
lo mangio in un boccone -.


VII - La Bisaccia

Barba Giove disse un giorno:
- Vengan quanti al mondo sono
animali malcontenti
e ciascun di lor mi parli
senza fare complimenti,
ch'io vedrò dal mio gran trono
se si possa contentarli -.

Il babbione per suo conto
si dichiara arcicontento
senza tema di confronto.
Una bestia, figurarsi!
che cammina a quattro mani,
così bella e di talento,
non sarebbe un'ingiustizia
se volesse lamentarsi?

Ma una grande compassione
egli sente in cor per l'orso,
che gli sembra un così stupido
materiale bestïone,
così rozzo e disadatto,
che i pittori si rifiutano
fin di pingerne il ritratto.

L'orso subito protesta
contro questa insinuazione.
Quel che a lui sembra mal fatto,
corto in coda e grosso in testa,
una macchina pesante
senza garbo e proporzione,
è piuttosto l'elefante.

A sua volta anche costui,
ch'è un buonissimo pedante,
dice mal della balena
tutta schiena, tutta schiena.
Ogni mal è del vicino,
e per essere discreti
fa l'istesso panegirico
la formica al moscherino.

Barba Giove soddisfatto
li rimanda in santa pace.
Per venire adesso al fatto
non vi sembra che a un dipresso
anche noi facciam lo stesso?
Linci a scorgere del prossimo
i difetti, siamo poi
talpe cieche sol per noi.

Quando viene in questa valle
porta ognuno sulle spalle
una duplice bisaccia.
Dentro a quella che sta innanzi
volentieri ognun di noi
i difetti altrui vi caccia,
e nell'altra mette i suoi.


VIII - La Rondine e gli Uccellini

Molte cose una Rondine vedute
ne' suoi viaggi avea di là del mare.
Viaggiando c'è sempre da imparare
e tanto ben la nostra rondinella
apprese a strologare il cielo e i venti,
che ai naviganti indizio
era di tempo bello o di procella.

Venne il tempo che getta le sementi
della canape in terra il contadino.
Vedendo questo disse: - State attenti,
uccelli, non mi va questa faccenda;
per voi semina insidie quella mano.
Per me, se c'è pericolo,
saprò bene volarmene lontano.

Da quei solchi vedrete uscir gl'inganni,
trappole e reti e panie ed altri affanni
come dire la morte o la prigione.
Dunque, - aggiunse la Rondine prudente, -
codesti grani subito mangiate -.
Ma gli Uccelli risposero a fischiate.

Essi risero poi della balorda,
che mentre era sì ricca la stagione
e pieno il campo d'ogni altra pastura,
volesse, profetessa di sventura,
costringerli a mangiar roba indigesta
e cruda come questa.
Fossero stati mezzo milione,
non bastavano ancora a ripulire
una provincia di quell'erba dura.

- Uccelli, non mi va questa faccenda, -
la rondinella ritornava a dire, -
mal'erba cresce presto e non vi attenda
di non aver creduto il pentimento.
Quando la neve coprirà la terra,
sarà divertimento
di tanta gente in ozio agli uccellini
il far con lacci e trappole la guerra.

Voi non potete come è dato a noi,
e come fan le gru, fan gli stornelli,
passar del mar, dei monti oltre i confini.
Altro dunque per voi
non rimane che starvene al sicuro
dentro i crepacci d'un cadente muro -.

Seccati di sentirla predicare,
a far rumor cominciano gli Uccelli,
come i Troiani usavano di fare
se la bocca Cassandra appena apria.
Così per questi come accadde a quelli,
quando rimaser presi
pur troppo s'avverò la profezia.

Anche fra noi succede tal e quale,
che non sentiam che il sentimento nostro.
Se non è sopra, non si crede al male.


IX - Il Topo di città e il Topo di campagna

Un Topo campagnol venne invitato
con molta civiltà
a un pranzo di beccacce allo stufato
da un Topo di città.
Seduti su un tappeto di Turchia
coi piatti avanti a sé,
mangiavan quella grassa leccornia
felici come re.

Se il trattamento e il piatto
fu cortese e squisito io non dirò.
Ma solo avvenne un fatto
che sul più bello il pranzo disturbò.

Voglio dir che alla porta
s'intese tutto a un tratto un gran rumor,
l'un scappa che il diavolo lo porta
e scappa l'altro ancor.

Passato quel rumor torna al suo posto
il Topo cittadin,
e vuole che del pranzo ad ogni costo
si vada fino in fin.

- No, basta, - disse il Topo di campagna, -
vieni diman da me.
Non si mangia seduti in pompa magna
ghiottonerie da re,

ma si mangia e nessuno t'avvelena
il pane ed il bicchier.
Senza la pace anche una pancia piena
non gusta il suo piacer -.


X - Il Lupo e l'Agnello

La favola che segue è una lezione
che il forte ha sempre la miglior ragione.

Un dì nell'acqua chiara d'un ruscello
bevea cheto un Agnello,
quand'ecco sbuca un lupo maledetto,
che non mangiava forse da tre dì,
che pien di rabbia grida: - E chi ti ha detto
d'intorbidar la fonte mia così?

Aspetta, temerario! - Maestà, -
a lui risponde il povero innocente, -
s'ella guarda, di subito vedrà
ch'io mi bagno più sotto la sorgente
d'un tratto, e che non posso l'acque chiare
della regal sua fonte intorbidare.

- Io dico che l'intorbidi, - arrabbiato
risponde il Lupo digrignando i denti, -
e già l'anno passato
hai sparlato di me. - Non si può dire,
perché non era nato,
ancora io succhio la mammella, o Sire.

- Ebbene sarà stato un tuo fratello.
- E come, Maestà?
Non ho fratelli, il giuro in verità.
- Queste son ciarle. È sempre uno di voi
che mi fa sfregio, è un pezzo che lo so.
Di voi, dei vostri cani e dei pastori
vendetta piglierò -.
Così dicendo, in mezzo alla foresta
portato il meschinello,
senza processo fecegli la festa.


XI - L'Uomo e la sua immagine
(Al signor Duca de La Rochefoucauld)

Un uomo molto di se stesso amante
e che, senza rivali, d'un bell'uomo
si dava l'aria, in ciò fisso e beato,
se la prendea di rabbia con gli specchi
ch'ei dicea tutti falsi e accusatori.
Per trarlo d'illusion fece la sorte
benevola che, ovunque egli girasse
coll'occhio, non vedesse altro che specchi.
Specchi dentro le case e in le botteghe
de' merciai, specchi in petto ai bellimbusti
e fin sulle cinture delle belle,
ovunque insomma a risanarlo il caso
gli facea balenar davanti questo
tacito consigliere delle belle.
Al mio Narciso allor altro non resta
che andare, per fuggir tanto tormento,
in paesi selvaggi e sconosciuti,
ove di specchi non vi fosse il segno.
Ma specchio ancora, o illusion, discende
ivi un bel fiume, che da pura fonte
sgorga e l'attira di sì strano incanto
ch'ei non può dal cristal torcer lo sguardo.

Della favola è questa la morale,
che non d'un solo io traggo a beneficio,
ma di quanti son folli in questo mondo.

L'anima umana è l'uomo vanitoso
troppo amante di sé: gli specchi sono
gli altrui difetti in cui come in ispeglio
ogni nostro difetto si dipinge.
E il libro delle Massime, o mio Duca,
è quel fiume che l'anima rapisce.


XII - Il Dragone di molte teste e il Dragone di molte code

Narra la storia che fu già in Lamagna
del gran Sultano un certo ambasciatore,
così millantatore
del suo paese, che al cospetto un zero
eran per lui le forze dell'Impero.

- Come? - un Tedesco a lui fece osservare, -
noi contiam dei vassalli in questa terra
così potenti, che potrebbe armare
un esercito ognuno in piè di guerra.

- Questo, - soggiunse il Turco intelligente, -
un certo caso mi richiama in mente
strano, ma ver, ch'è capitato a me.
Mi trovavo per caso in una selva,
quando venne a passar dietro una siepe
un'Idra a cento teste tanto orrenda,
ch'io non vidi giammai la più tremenda.
Ma più del mal fu grande la paura,
ché il grosso corpo della brutta belva
non poteva passar di quella siepe
traverso la fessura.
Stavo pensando a sì strana avventura
quando un altro Dragone
con un sol capo sopra un gran corpaccio,
e non so quante code alla riserva,
dietro alla siepe a un tratto si affacciò.
Prima col capo aprissi una finestra,
per questa il corpo e poi le cento code
dagli arbusti tirò
a poco a poco fuori dall'impaccio.
È questa, io credo, in ultima sentenza
tra il tuo signore e il mio la differenza -.


XIII - I Ladri e l'Asino

Due Ladri avean rubato un Somarello
e a pugni il disputavan fra di loro:
quand'ecco sul più bello
un terzo sopraviene,
che piglia Orecchialunga e se lo tiene.
Dei piccoli paesi ecco la storia,
che sono alla balìa
di questo o quel vicino prepotente.
Mentre il Turco, il Rumeno o il Transilvano
accorrono alle prese,
un altro arriva, per esempio Inglese,
che piglia per sé l'asino
e lascia agli altri un bel niente in mano.


XIV - Simonide salvato dagli Dèi

Malerba ha detto, ed io gli do ragione,
che la lode eccessiva mai non è
per tre classi speciali di persone:
gli dèi, le donne e i re.
La lode il cor solletica alle belle,
che si mostrano grate o tardi o presto,
in quanto ai Numi si racconta questo:

Simonide doveva
un grande elogio scriver d'un atleta
e non sapeva proprio cosa dire:
l'atleta oltre la forza non aveva
gran meriti ed i suoi, gente alla buona,
vivean sì sconosciuti alla carlona,
da fare disperar anche un poeta.
Or che pensa Simonide? - Accozzate
quattro parole intorno all'argomento,
girò la vela al vento,
e sparse d'eloquenza i più bei fiori
su Castore e Polluce, che direi
degli atleti i due santi protettori.
Lodò le imprese, le battaglie e l'arti,
onde brillano i due santi gemelli
con tal copia di storie e fatterelli,
che il loro panegirico
occupò del discorso almen tre quarti.

L'atleta udendo questo,
assai poco contento,
pagò del panegirico una parte
e disse: - Va' da Castore e Polluce
che del talento pagheranno il resto:
ma perché non ti sembri villania,
vieni oggi a desinare a casa mia
che un boccon mangeremo allegramente
in lieta compagnia -.

Non volendo mostrarsi scompiacente,
e per non perder forse anche quel poco,
Simonide accettò.
La brava gente fece onore al cuoco,
si bevve e si mangiò,
lieto ciascun del suo miglior umore.
A un tratto entra correndo un servitore
a dirgli che due giovani
l'aspettano di fuori. Esce Simonide
e restan gli altri a tavola
per non perdere un tempo così bello.

Eran Polluce e Castore in persona,
che dell'elogio in prima il ringraziarono,
poi - Vattene, - gli dissero, -
da questa casa che di fesso suona -.

Ed ecco a un tratto una trave si schianta,
cade il solaio, ed anfore e bicchieri
e piatti rompe e va sopra ai coppieri.
Inutil dir che quella gente ghiotta
uscì pesta e storpiata.
E per far la vendetta più salata,
per conto del poeta,
ebbe l'atleta anche una gamba rotta.

La fama andò a sonar la sua trombetta
per dritto e per traverso,
e a un uomo tanto caro a Quei lassù
si pagaron gli elogi
il doppio che agli altri ed anche più.
Ogni Bertoldo non guardava ai soldi
pur d'avere un elogio da Simonide
in lode degli antichi suoi Bertoldi.

Tornando a bomba, io dico che l'incenso
ai numi e ai pari lor non è mai troppo.
E l'arte fa benissimo, mi pare,
se dal lavor ritrae qualche compenso.
Si stima l'arte che si fa pagare.
Il favor che il potente all'arte dona
a gloria sua ritorna.
Già fu l'Olimpo amico all'Elicona.


XV - La Morte e il Disgraziato

In suo soccorso un Misero la Morte
chiamava notte e dì:
- O cara Morte, o fortunata sorte
morire e i mali terminar così! -.

La Morte viene all'uscio e si presenta
certissima di fargli un gran favor.
Ma l'altro si spaventa
e si mette a gridare: - O Dio, che orror!
O Morte, o brutta, orribile figura,
va' che mi fai morire di paura -.

Mecenate, uom di talento,
si racconta ch'abbia detto:
- Voi ficcatemi in un letto,
pesto, monco, senza fiato
e dai mali assassinato,
pur ch'io viva son contento.
Per qualunque cosa accada,
brutta Morte, cambia strada -.


XVI - La Morte e il Boscaiolo

Sotto un fastel di legna, non men che sotto il peso
degli anni, un Boscaiolo, curvo, accasciato e stanco,
andava trascinando il doloroso fianco
verso la sua capanna.
Ma tanto è il male e il peso che il poverino affanna,
che posto in terra il carico, a dire cominciò:
- Qual dura sorte in questo mondo sconclusionato
il cielo mi serbò!
Sempre col pane in lite e per soprammercato
la moglie, i figli, i debiti, le tasse e l'angherie
che fanno a un pover'uomo la vita irta di spine.
O Morte, a questi mali poni un rimedio e un fine -.
La Morte, che non usa farsi aspettar giammai,
vien subito e - In che cosa, - esclama, - o buon fratello,
posso giovarti? - O grazie, soltanto ti chiamai,
perché mi aiuti a reggere un po' questo fardello -.

È la morte un gran rimedio
a chi è stanco di soffrir.
Sarà ver, ma piace agli uomini
più soffrire che morir.


XVII - L'Uomo stagionato e le due Amanti

Un Uom, già stagionato e brizzolato,
credette giunto il momento propizio
di prender moglie e mettere giudizio.
Erano molte quelle
giovani ancora e belle
che gli facean la corte.
Ma quell'uom ch'era ricco e ancora forte,
prima volea veder, toccar con mano.
In queste cose chi va pian va sano.

Due vedovelle alfin preser possesso
del suo cuore, di cui
l'una forse un po' giovane per lui,
e l'altra più verso l'età canonica,
che si teneva in prezzo ed in figura
correggendo coll'arte la natura.

Le vedove venivano assai spesso
in casa, e or quella, or questa,
per vezzo carezzandogli la testa,
la vecchia gli strappava ogni momento
qualche capello nero,
e l'altra gli strappava quei d'argento,
per fare che il galante
fosse a ciascuna d'esse somigliante.
e strappa e strappa, il nostro innamorato
si avvide, ahi troppo tardi!
di restar fra le due tutto pelato.
- Questo, - egli disse, - è un saggio avvertimento
di cui proprio vi son molto obbligato.
Addio, belle. Di moglie or faccio senza.
Non mi sento d'aver tanta pazienza
di far a modo suo; che s'ella è trista,
non c'è testa pelata che resista -.


XVIII - La Volpe e la Cicogna

Monna Volpe un bel dì fece lo spicco
e invitò la Cicogna a desinare.
Il pranzo fu modesto e poco ricco,
anzi quasi non c'era da mangiare.
Tutto il servizio in ultimo costrutto
si ridusse a una broda trasparente
servita in un piattello. Or capirete
se, in grazia di quel becco che sapete,
la Cicogna poté mangiar niente.
Ma la Volpe in un amen spazzò tutto.

Per trar vendetta dell'inganno, anch'essa
la Cicogna invitò la furba amica,
che non stette con lei sui complimenti.
La Volpe, a cui non manca l'appetito,
andò pronta all'invito.
Vide e lodò il pranzetto preparato,
tagliato a pezzi in una salsa spessa,
che mandava un odore delicato.
Ma il pranzo fu servito per dispetto
in fondo a un vaso a collo lungo e stretto.
Ben vi attingea col becco la Cicogna
per entro la fessura,
ma non così Madonna Gabbamondo,
per via del muso tondo e non ridotto
dell'anfora alla piccola misura.

A pancia vuota e piena di vergogna,
se ne partì quell'animale ghiotto
mogio mogio, la coda fra le gambe,
come una vecchia volpe malandrina
che si senta rapir da una gallina.
Vuol dimostrare questa favoletta
che chi la fa l'aspetta.


XIX - Il Ragazzo e il Maestro di Scuola

Racconto questa per mostrar d'un tale
la stupida burbanza magistrale.

Un Ragazzo, giocando al fiume in riva,
cadde nell'acqua e forse vi periva,
se non avesse un salice afferrato
che, dopo Dio, lo tenne sollevato.

Mentre nell'acqua ei sta fino alla gola,
viene a passare un maestro di scuola.

- Aiuto, aiuto! - grida quel che annega.
Il maestro si ferma, e a lui che prega,
con una voce burbera e nasale,
gli somministra questa paternale:

- Ah scimunito, ah sciocco, ah babbuasso!
Guarda dove si caccia il satanasso.
Andate pure a prender dell'affanno
per questi tristi, oh sì, che vi faranno
morir tisici! ah poveri parenti
a cui tocca di questi malviventi!
Ah i tempi tristi, oh i figli traditori... -.
E quando ebbe finito, il tirò fuori.

Quanti non sono al mondo altri pedanti
e brontoloni e critici ignoranti,
razza dotta più in chiacchiere che in scienze,
che Dio conserva a nostra dannazione!
In ogni cosa, a torto od a ragione,
bisogna ch'essi sputino sentenze.

Prima di pena tirami, se puoi,
il bel discorso lo udiremo poi.


XX - La Gallina e la Perla

Razzolando, una Gallina
una Perla ritrovò,
una perla vera e fina
che all'orefice portò,
giudicando con ragione
che una perla alla fin fine
non è poi quel tal boccone
che conviene alle galline.

Tal e qual quell'ignorante,
che uno scritto ereditò,
di buon cuor con un sonante
ducatone barattò,
giudicando con ragione,
anche lui, che all'occorrenza
un sonante ducatone
vale tutta la sapienza.


XXI - I Calabroni e le Api

Era sorta fra l'Api e i Calabroni
per un favo di miel una gran lite,
di cui volevano essere padroni
d'ambo le parti e con furore tale,
che infine il grande affare
d'una Vespa fu tratto al tribunale.

La Vespa non sapea che giudicare.
Intorno al miel alcuni testimoni
dicean d'aver veduto bestie alate
giallo-nere, ronzanti e fusolate,
ma in queste condizioni
potevan esser api e calabroni.

Torna la Vespa allora a investigare,
interroga un intero formicaio,
ma le cose non restano più chiare.
Allor disse una Pecchia: - O non vi pare
che duri già da un pezzo questo guaio?
Il miele va in malora e a danno nostro;
ché mentre noi spendiamo in bollo e in tassa,
in carta, in procedura ed in inchiostro,
del nostro miel è il giudice che ingrassa.
Andiam invece ed api e calabroni
a lavorar nell'orto,
e le case ed i favi più ben fatti
indicheranno la ragione e il torto -.
Naturalmente dissero di no
i Calabroni, e il miele
alle Pecchie la Vespa giudicò.

Magari si facesse ogni processo,
come dicon che facciano in Turchia,
senza tutta la lunga litania
di spese e ciarle inutili d'adesso!
Il buon senso val più di tutti quanti
i codici, o, sofferto strazi e croci,
il giudice di solito ha le noci,
e non restan che i gusci ai litiganti.


XXII - La Canna e la Quercia

Disse la Quercia ad una Canna un giorno:
- Infelice nel mondo è il tuo destino:
non ti si posa addosso un uccellino,
né un soffio d'aria ti svolazza intorno,
che tu non abbia ad abbassar la testa.

Guarda me, che gigante a un monte eguale,
non solo innalzo contro il sol la cresta,
ma sfido il temporale.
Per te sembra tempesta ogni sospiro,
un sospiro a me sembra ogni tempesta.

Pazienza ancor, se concedesse il Cielo
che voi nasceste all'ombra mia sicura:
ma vuole la natura
farvi nascer di solito alla riva
delle paludi, in mezzo ai venti e al gelo.

- La tua pietà capisco che deriva
da buon cuore, - rispose a lei la Canna. -
Il vento che mi affanna
mi può piegar, non farmi troppo male,
ciò che non sempre anche alle querce arriva.

Tu sei forte, ma chi fino a dimani
può garantirti il legno della schiena? -
E detto questo appena,
il più forte scoppiò degli uragani,
come il polo non soffia mai l'uguale.

La molle Canna piegasi,
e resiste la Quercia anche ai più forti
colpi del vento, per un po', ma infine
sradica il vento il tronco,
che mandava le foglie al ciel vicine,
e le barbe nel Regno imo dei morti.


LIBRO SECONDO


I - Contro gl'incontentabili

Se avesse al nascer mio Calliope istessa
presieduto, e parlasse in me la Musa,
ancora io canterei queste d'Esopo
belle menzogne, ché fu sempre il verso
in tutti i tempi alla menzogna amico.
Ma non mi credo già tanto ad Apollo
prediletto, ch'io possa all'argomento
fornir pregio e splendor. Chi sa lo faccia.
Intanto io mi contento e voce e senno
dar, non solo alla Volpe ed all'Agnello,
ma le piante ed i fior parlano anch'essi,
come tocchi da magica verghetta.

- Son bagattelle da ragazzi, - esclamano
alcuni saggi critici, a cui piace
il fatto autenticato in alto stile. -
Son bagattelle rivestite a nuovo -.
Critici miei, volete udir solenni
cose a suono di tromba? Eccone un saggio:

"Da cinque e cinque ormai si combattea
anni d'intorno alla superba Troia,
e da mille battaglie affaticati
cedeano il campo i coturnati Achei,
allor che da Minerva escogitato
sorse un cavallo di gran legno intesto,
nuovo e fatale inganno. Entro suoi fianchi
l'astuto Ulisse e Diomede il forte,
Aiace ed altri cento armati eroi
s'appiattarono, e tratti entro le mura,
le case e i templi rovinar di Troia.
Così l'inganno lungamente ordito
pagò dei Greci la costanza...".

- Oh basta! -
sento gridarmi da un moderno autore.
- Troppo lunga è la frase, or tira il fiato.
Un cavallo di legno e tutti questi
armati eroi mi sembran fanfaluche,
non meno che veder gabbato il Corvo
da monna Volpe. A te male si addice
di scrivere in codesto epico stile -.

Ebbene, se volete un altro tono
più mellifluo sentir, statemi attenti:

"Pensa ad Alcindo la gelosa Eurilla,
e di sue pene testimonio intorno
non crede aver che il cane e le pascenti
sue pecorelle: ma tra i salci e l'erba
ecco Tirsi si avanza, e della bella
ode i sospir ch'essa confida al vento,
perché li porti al disperato amante...".
- Oh basta, basta! - grida il mio censore. -
Non ci si sente quel sapore classico
in questi vostri mal torniti versi,
che dimandan l'incudine e la lima -.

E non potrò cantar dunque a mio senno,
o maledetti critici? - È da matto
il voler far la pappa a tutti i gusti.
Ah disgraziati i troppo delicati
per cui cibo non v'è che li contenti!


II - Il Consiglio dei Topi

Un Gatto, che diceano il Mangialardo,
facea dei Topi un così gran macello,
e tanti nell'avello
n'avea sospinti e sbigottiti tanti,
che i pochi vivi ancora
non osavano il muso cacciar fuora.

Quatti nei buchi sen morian di fame,
tanta paura avean di quel, non gatto,
ma carnefice infame.
Un giorno tuttavia, colto il momento
che il gatto andò a far visita all'amante
e stette in alto tutta la giornata,
si radunano i Topi a parlamento.

Il presidente, ch'era una persona
di gran senno, propose, e parve bello
a tutti il suo consiglio,
che si attaccasse al gatto un campanello,
un campanel che suona
e dia l'avviso ai Topi di fuggire,
quando il nemico accenna di venire.

- Bravo, bene, benissimo! - Ciascuno
approva la mozione.
Ma quando si trattò di sceglier quello
che attaccare doveva il campanello,
non si trovò nessuno.
O fossi matto... io no... fossi corbello...
Vedendo ch'era chiacchiera perduta,
il presidente leva la seduta.

Ho veduto qualche altro parlamento,
(non di topi) e qualche altra commissione
che venne alla precisa conclusione.
A ciarlar son bravi in cento,
ma diverso è ben l'affare
quando trattasi di fare.


III - Il Lupo e la Volpe davanti al Tribunale della Scimmia

Un Lupo, che accusò di ladreria
una Volpe birbona sua vicina,
o vera o falsa che l'accusa sia,
davanti al tribunal d'una Bertuccia
senza tanti avvocati la trascina.

A memoria di scimmia imbroglio simile
giammai non s'era visto, anzi si dice
che a distrigare il bandolo,
la Bertuccia sudò quattro camicie.

Dopo molte proteste e grida e repliche,
il giudice, ch'è vecchio del mestiero,
- Basta, - risponde lor, - o falso o vero,
pagate entrambi e che la sia finita.

Tu, Lupo, paga, perché fai figura
d'accusator bugiardo,
e tu, perché sei ladra di natura -.

Pensò la Scimmia, a torto od a ragione,
che il luogo dei birbanti è la prigione.


IV - I due Tori e la Rana

Una Rana, vedendo che due Tori
per conto d'una Vacca erano in guerra
- Mi seccano, - esclamò, - questi signori.
- Perché? - le chiese allor dei gracidanti
qualcuno. - A te che importa,
se fra loro s'infilzano gli amanti?

- Vedrai che il toro vinto e discacciato, -
rispose ella al compagno, -
pien di stizza verrà dal suo bel prato
a medicar le piaghe nello stagno.

E allor, amico, addio!
Coi piè guazzando in mezzo della lama,
a conto di madama,
saremo noi che pagheremo il fio -.

Né poteva succedere altrimenti;
ché il Toro venne e non moveva un passo
senza far delle rane un gran sconquasso.
In men d'un'ora ne schiacciava venti.

Si vede già da un pezzo,
che se i grandi commettono pazzie
sono i piccini che ne van di mezzo.


V - Il Pipistrello e le due Donnole

Un giorno un Pipistrel dié nella tana
d'una feroce Donnola,
che aveva antica ruggine
coi topi, e che a momenti me lo sbrana.

- Eccome! - dice, - ed osa dopo tanti
misfatti uno di voi venirmi avanti?
Se tu sei topo, guarda, io son faina.
- Dimando grazia a Vostra Signoria, -
rispose a lei quell'anima tapina, -
ma un topo io non so manco cosa sia.
Io sono Uccello e, grazie a Dio che fece
il mondo tutto colla sua parola,
volo coll'ali mie. Viva chi vola! -
E tante cose aggiunse e tanto belle,
ch'ebbe la grazia di salvar la pelle.

Tre giorni dopo cade il martorello,
per suo destin fatale,
nell'ugne d'una Donnola, terribile
nemica degli uccelli in generale,
che col suo muso lungo in un momento,
pigliandolo, s'intende, per uccello,
l'avria mangiato senza complimento.

- T'inganni grosso, - a lei grida il cattivo, -
e dove son le penne
che forman degli uccelli il distintivo?
Son Topo, evviva i topi,
e morte al gatto, io grido, e a chi l'ha fatto -.
E la sua parte tanto ben sostenne,
che un'altra volta la scampò a buon patto.

Molti son che con quest'arte
han trovata la maniera
di tirar la sorte a sé.
A seconda della parte
hanno pronta una bandiera.
Oggi: Viva la Repubblica!
E dimani: Viva il Re.


VI - L'Uccello ferito

Ferito mortalmente in mezzo al core
imprecava un Uccello all'aspra sorte.
E diceva, inghiottendo il suo dolore:
- A noi noi stessi procacciam la morte!
ché non sarìa così presto e fatale,
se delle nostre penne
non rinforzasse il cacciator lo strale.
Razza crudele! ci consola in fondo
il veder questa gente altera e scaltra,
che, da che mondo è mondo,
una metà sempre distrugge l'altra -.


VII - La Cagna e la sua Compagna

Già presso a partorir era una cagna:
non sapendo ove mettere il fardello,
si pose a supplicare una compagna,
che volesse prestarle il suo casello.

In capo al tempo, torna la comare
e chiede il letto. Astuta la vicina,
or che i figli non sanno camminare,
le chiede in grazia un'altra quindicina.

Quando ancora tornò la bestia stolta,
disse l'amica, digrignando i denti:
- Cacciane via, se ardisci, questa volta, -
e mostra i figli suoi grossi e valenti.

Se presti ai birbi, lascia la speranza
di ripigliar il tuo per quanto faccia;
da' loro un dito sol di padronanza,
ne piglieranno subito tre braccia.


VIII - L'Aquila e lo Scarabeo

Compar Coniglio un giorno fuggiva pancia a terra
dall'Aquila terribile:
e vista sulla strada d'un Scarabeo la tana,
dentro vi si cacciò.
L'altra dietro gli serra
rapidissimamente, e sopra gli piombò.

- Regina degli uccelli, -
così pregò con supplici voci lo Scarabeo,
- per Dio, lascialo stare,
unisco anch'io le mie alle preghiere sue,
è un dolce mio compare,
lascialo stare o almeno pigliaci tutt'e due -.

Ma l'Aquila coll'ala al povero babbeo
un grande colpo schiocca,
poi preso il suo Coniglio, via se lo porta in bocca.
Allor giura vendetta l'offeso Scarabeo,
che subito dell'Aquila il caldo nido trova
e tutte le fracassa, mentr'ella è assente, l'ova.

Quando tornò la misera, e vide accanto all'uscio
le sue speranze in terra e non più salvo un guscio
de' suoi teneri figli,
gettando alto lamento,
invan cerca di stringere il reo dentro gli artigli
e pianti e grida inutili si perdono nel vento.

Madre deserta e afflitta visse la poveretta
un anno lungo. Al novo anno, del suo nemico
temendo la vendetta,
fabbrica il caro nido d'un grande albero in alto.
Ma vien lo Scarabeo, che ancor cova nel core
il vecchio suo rancore,
e un'altra volta all'ova fa far l'orrendo salto.

Questa seconda offesa suscita tanto affanno,
che quanto lungo è l'anno
l'eco di quelle selve non può chiudere l'occhio.
E quando nella nova
stagion ritorna il tempo di preparare l'ova,
di Giove al pio ginocchio
vola il celeste Uccello e colloca i piccini
presso il tonante Olimpico del trono sui gradini.

Da ciò vinto pur anco lo Scarabeo non è.
Ma vola e addosso al Nume un dì cader lasciò
un certo non so che... che ben tradur non so.
Giove, scotendo il lembo del gran mantello, ahimè!
senz'avvedersi, l'ova in terra rovesciò.

Strilla la forsennata madre e lasciar la corte
vuole del cielo e vivere
romita in un deserto. S'ingegna il padre Giove
d'intender di ciascuno il torto e la ragione,
ma visto ch'era fiato
divin quasi sprecato
tentar in fra que' due qualche conciliazione,
allora decretò:

che l'Aquila facesse solo d'inverno l'ova,
quando la coleottera razza a dormir discende
nei buchi, come fanno i ghiri e le marmotte.
Così, mentre il nemico sonnecchia nelle tende,
più non sarebber l'ova e la pazienza rotte.


IX - Il Leone e il Moscerino

- O tristo insetto, o fango della terra,
vanne lungi, - un Leon così dicea,
rivolto a un Moscherin, che rispondea
per vendicarsi e per sfidarlo a guerra:

- Pensi tu che il tuo titolo di re
possa indurre paura in un par mio,
che traggo un bue più grosso anche di te
a far come vogl'io? -.

E detto questo, soffia nella tromba,
piglia il campo, e soldato e insiem trombetta,
sopra il Leone piomba
e dapprima sul collo lo saetta.

L'occhio sanguigno, furibondo rugge,
balza punto il Leon da quello spillo,
rugge la selva, e spaventata fugge
ogni belva per colpa d'un assillo.

Quell'embrion di mosca, come dico,
le nari, il muso punge e gli occhi a caso:
la rabbia monta del Leone al naso,
e ride l'invisibile nemico.

Ride, vedendo che la bestia pazza
graffia, morde se stessa e l'aria spazza,
dimenando la coda, e si flagella
al furor che la testa gli crivella.

La grossa bestia a tanta maledetta
battaglia cade, mordendo la sabbia.
L'insetto, disfogata la sua rabbia,
come suonò la carica, strombetta
la vittoria per tutta la campagna.
Ma volle il suo destino
che desse in una ragna,
e vi lasciò la pelle il Moscherino.

Due cose sembra a me
che possa questa favola insegnare:
prima che il più terribile non è
il più grosso nemico, come pare.
E poi si può vedere
che molti, che si salvano dal mare,
affogan spesse volte in un bicchiere.


X - L'Asino carico di spugne e l'Asino carico di sale

Con gravità d'imperator romano
un asinaio, col suo scettro in mano,
guidava due corsier di Asineria;
l'uno di spugne carico, con chiasso
moveva i piè veloci:
l'altro, carco di sal, stentava il passo,
come se camminasse sulle noci.

E va per valli, e va per strade e monti,
le brave bestie arrivan finalmente
al guado d'un torrente,
che a piedi asciutti non si passa mai.

Il buon uom, che fa senza anche dei ponti,
salito in groppa a quello delle spugne,
com'era naturale,
caccia davanti l'asino del sale.

Questo, volendo far di propria testa,
dopo giri e rigiri entra in un gorgo
così fondo, che quasi mi ci resta.
Ma a furia di sgambetti, in quella piena
la bestia fece in modo,
che non sentì più peso sulla schiena.
Tutto il suo sale s'era sciolto in brodo.

Supponendo anche lui d'uscir d'affanno,
mastro spugnaio volle far lo stesso,
a guisa delle pecore
che ciò che l'una fa e l'altre fanno.

Entra nel fiume infino che gli giugne
l'acqua alle orecchie e vi bevvero in tre,
il mulattiero, l'asino e le spugne.
Ma queste spugne, ahimè!
fatte pel troppo ber troppo pesanti,
resero il bel servizio
di tirare la bestia in precipizio.

Bestia e padrone vi sarebber morti
e senza remissione,
se non li soccorrean anime buone.
A noi basta aver visto a nostra vera
istruzïon morale,
che se tutti fan tutto a una maniera,
si casca in fondo e ci si perde il sale.


XI - Il Leone e il Topo

Piccoli e grandi rendi ognun contento,
ché di tutti si ha d'uopo in questo mondo.
Di tale verità la prova è in fondo
delle seguenti favole,
ed anche in fondo a cento.

Un Topo disgraziato
cadde un dì nella zampa d'un Leone,
che volendo stavolta dimostrare,
d'esser quel re ch'egli è, lo lascia andare.

Un compenso trovò la buon'azione:
e per quanto è difficile il pensare
che d'un Topo bisogno abbia un Leone,
avvenne invece ciò che sentirete.

Uscendo un dì la belva
dalla sua selva, diede in una rete,
contro la qual non valgono i ruggiti.
Morta sarìa, se il Topo prontamente
non fosse accorso a trarnela d'impaccio;
ch'ei fe' tanto, menando intorno il dente,
che ruppe i nodi e sgrovigliò quel laccio.

Più d'ogni rabbia e d'ogni violenza,
il tempo vale e vale la pazienza.


XII - La Colomba e la Formica

L'altro caso è di bestie più minuscole.
La Colomba bevea nell'acque limpide
d'un ruscello, quand'ecco vi precipita
una Formica. Invan cerca la misera
di trarsi fuori da quel vasto oceano,
quando, tocca da gran misericordia,
la Colomba un fil d'erba le gettò,
che fu per la Formica un promontorio.
E così la meschina si salvò.

In quel mentre di là passa uno zotico
villano a piedi nudi, che di Venere
vedendo il sacro uccel, tosto d'ucciderlo
con una sua balestra meditò.

E già la mira, e nel suo cor già sembragli
d'averla bella e cotta nella pentola.
Ma in quel momento sul tallon la piccola
avveduta Formica il morsicò.

Mentre indietro a guardar egli volgeasi,
la Colomba ebbe tempo di fuggirsene.
E la cena così fuor della pentola
col piccione nell'aria svaporò.


XIII - L'Astrologo che casca nel pozzo

Un giorno un certo Astrologo andò a cascar nel fondo
d'un pozzo. - O bestia, - il popolo gli grida, - e se non vedi
dove tu metti i piedi
come vedrai le cose che stan fuori del mondo? -

Potrebbe quest'aneddoto servire di lezione,
senz'altra coda, a un numero stragrande di persone,
che dicono e fan credere in questo mondo incerto
di legger nel destino come in un libro aperto.
Cos'è questo Destino, che Omero e i grandi eroi
de' vecchi tempi suoi
diceano il Caso, e noi diciamo Provvidenza?

Se Caso, è sopra il Caso ridicola la Scienza.
Se invece è Iddio, che regge negli astri e nella luna,
perché dunque si accusa il caso o la fortuna?
Chi può scrutar nell'intimo pensier di Lui, che crea
le cose e che le muove dietro un'ascosa Idea?
Avrebbe Iddio descritto nei chiari astri del cielo
ciò che l'abisso involve nel tenebroso velo?
Od ama Egli con questi cabalistici segni
esercitar gl'ingegni
di chi scrive trattati di pazza astrologia?
O ciò ch'è inevitabile non vuole più che sia?
Si scioglie anche del bene
l'incanto, se da lungi il cuore lo previene,
e offende Iddio chi crede ch'Ei voglia anche i conforti
mutar in pianto e in lutto col rovesciar le sorti.
Giran le stelle e il sole e gira il firmamento,
l'ombra succede al dì senz'altro intendimento
che di versar sul mondo soavi influssi, e fare
felici le stagioni, e i campi germogliare.
Necessità governa, e in ciel son sempre quelle,
per variar di casi, la luna, il sol, le stelle.
O grandi ciarlatani,
che preparate ai principi gli oroscopi lontani,
o cabalisti, o furbi nuovi e di tutti i tempi,
finitela una volta di canzonar gli scempi.

Ed ora che mi sento un po' sfogato il gozzo,
ritorno a quell'astrologo che beve in fondo al pozzo:
l'immagine del quale, oltre ai saccenti pazzi,
figura certi tali che, stretti nei bisogni,
corrono dietro ai sogni,
invece di pensare a uscir dagli imbarazzi.


XIV - La Lepre e le Rane

Non sapendo una Lepre cosa fare
nella sua tana, per uscir di tedio
sulla sua sorte prese a meditare.
(Dormire o meditare è un gran rimedio.)

- O disgraziati sempre i timorosi!
- dicea fra sé quel povero animale, -
che da paura internamente rosi,
non c'è piacer che non finisca male.

Anche il boccon ti si conficca in gola,
vivi e dormi sospeso, in crucci, in pene:
ogni voce, ogni uccel che in l'aria vola,
ti fa gelare il sangue nelle vene.

"Corrèggiti", mi dice un barbassoro.
Ma si corregge il mal della paura?
Ho veduto fior d'uomini, anche loro
far talvolta una misera figura -

Trista, crucciata e di paura gialla,
così dicea... Quando a un tratto s'udiva
un fruscìo, che la fe', le gambe in spalla,
d'uno stagno scappar presso la riva.

Le Rane, al suo venir, saltan nel fosso,
e dentro al fango ciascuna si abbica.
- Oh! oh! - grida la Lepre, - e dunque posso
esser anch'io terribile nemica.

Hanno paura, un fulmine di guerra
mi credono, non son quel che già fui.
Ho capito, non c'è poltrone in terra,
che non trovi un poltrone più di lui -.


XV - Il Gallo e la Volpe

Sopra un ramo di pianta in sentinella
stava un Gallo maestro in furberia,
allor che, con un far da monachella,
una Volpe gli disse: - O sai, mio caro?
Noi siamo in pace adesso,
è venuta la pace universale.
Scendi dunque a ricevere l'amplesso,
in fretta vieni giù.
Perché devo recar questa novella
in cento luoghi e più.

Or liberi voi siete
d'andar senza paura ove volete,
e noi sarem per voi buone sorelle.
Sian fuochi ed allegrezze e buon umore:
to', scendi il bacio a prender dell'amore.

- Amica, - a lei così tosto rispose
l'altro matricolato, -
davver che mi commuovon queste cose,
e proprio te ne son molto obbligato.
Ma questo amplesso voglio che si faccia
in modo più solenne e più giulivo
mettendo a parte anche quel can di caccia,
che vien correndo a noi
e porta certo il ramuscel d'ulivo.
Mentre egli arriva, io scendo dalla pianta,
così la pace sembrerà più santa.

- Salùtalo! - soggiunse la beghina, -
ho troppa fretta e la mia strada è lunga:
a rivederci, a caso, domattina -.
E via per la campagna
colle pive nel sacco
in fretta e in furia leva le calcagna.

A tal vista sorrise il vecchio Gallo,
e cantò quella celebre sentenza:
che a farla ai furbi è doppia l'indulgenza.


XVI - Il Corvo che vuole imitare l'Aquila

Vedendo un Corvo l'Aquila, che audace
rapiva un agnelletto,
più debol, ma non men di lei vorace,
vuol tentare il medesimo colpetto.

Senza pensarci molto,
salta addosso a un magnifico montone,
un bocconcin da far gola agli Dèi
e ch'era riservato al sacrificio,
a lui gridando: - Il fatto mio tu sei.
Non so chi t'abbia fatto così bello,
ma non potrei trovar miglior boccone -.
E, come dissi, piomba sull'agnello.
Ma udite caso strano!
Quella gentile ovina creatura
pesava come un cacio parmigiano,
e aveva un pelo d'una tal natura,
così folto, diremo,
che la barba parea di Polifemo.

Quel pelo aggrovigliò del mio corbaccio
così bene gli sgraffi,
che non poté più trarsene d'impaccio.
Venne il pastor, lo prese, e il tristo augello
fu dato ai pastorelli per zimbello.

Aggiunge qui la solita morale
che l'esempio è un solletico fatale:
l'un nasce ladro e l'altro ladroncello,
né a tutti i prepotenti è ugual destino.
Dove passa la vespa, nel tranello
rimane il moscherino.


XVII - Il Pavone e Giunone

- Gran Dea, - (così si narra che un Pavone
dicesse, querelandosi, a Giunone), -
m'hai dato un canto ch'è una stonatura,
un canto vero orror della natura.

L'usignol, un così vile
uccellin, invece ha un canto,
che a sentirlo è un dolce incanto,
tanto è flebile e gentile -.

A lui Giunon, dei gangheri un po' fuori,
così rispose: - E può nutrir nel seno
gelosa invidia per un usignolo
una bestia che par l'arcobaleno?
Tanto ricca di luci e di colori,
che sol pavoneggiandosi, dispiega
una coda sì splendida, ch'è meno
d'un orefice bella la bottega?
Non c'è bestia, allo stringere del conto,
che ti possa in beltà stare a confronto.

Fecer gli Dèi le bestie di maniera,
che ognuna avesse qualche qualità:
è leggier il falcon, l'aquila fiera,
a chi gran corpo, a chi valor si dà,
se l'uno o l'altra gracchia,
il Corvo serve pel cattivo augurio,
e pel tempo cattivo la Cornacchia.
Tu fa' che a lamentarti più non t'oda,
o ti strappo le penne della coda -.


XVIII - La Gatta cambiata in Donna

C'era una volta un Uomo ed una Gatta,
una Gatta sì cara fra le care,
ch'ei ne provava una passione matta
a sentirla soltanto miagolare.

E pregò tanto il cielo, che il Destino
per contentare le sue strane voglie,
a forza d'incantesimo, un mattino
la fece donna e gliela diede in moglie.

Dir non vi posso in rima
i baci e le finezze e le carezze,
che fa questa sposina al malinconico
suo marito, più pazzo ancor di prima.
Essa lo bacia ed ei muore distrutto
nel ben della sua Gatta,
che crede donna in tutto e dappertutto.

Un giorno, sul più bello, ecco le pare
d'udire un topolino a rosicchiare...
Alzasi, guarda, ascolta,
le pare e non le par; ma un'altra volta
che il topo venne, e sotto la sembianza
di donna non conobbe ancor la Gatta,
questa, dall'indol tratta,
ad inseguirlo prese per la stanza.

Tale e tanta è la forza di natura,
che a un certo punto più non si ripiega:
invano poi di toglier si procura
la fragranza che il vaso abbia assorbita,
o alla stoffa di togliere la piega.
Càcciala fuori a colpi di bastone,
a colpi di staffile pur la caccia,
àrmati pur di forca e di balestra,
l'indole torna... e se le chiudi in faccia
la porta, tornerà dalla finestra.


XIX - Il Leone e l'Asino a caccia

Per celebrare il dì della sua festa,
il biondo imperator della foresta
fuori alla caccia andò.
Non a caccia di merli e d'usignoli,
ma di cervi, s'intende,
di bei cinghiali e grassi caprioli,
e l'Asino invitò.

Ha l'Asino una voce sì potente,
che a dieci miglia quasi la si sente;
onde il Leon pensò,
poi che la bestia avea sì buona musica,
di farsene suo pro'.

Copre il Messer di lauro e d'altre erbette,
e di ragghiar coverto gli commette,
e l'Asino ragghiò.
Quella voce, che subito risona
e nell'aria terribile rintuona,
le bestie spaventò.

Costoro, che non sono abituate
a sentir quella tromba che rimbomba,
dentro la selva fuggon spaventate,
e ad una ad una a seconda che tocca
dentro le zampe cascano
e del Leone in bocca.
Allor superbo l'Asino esclamò:
- Se potesti adunar tanto bottino,
ringraziami, vicino.
- È ver, - rispose il Re della foresta, -
mandasti ragghi proprio della festa,
anzi soggiungerò
che avrei potuto spaventarmi anch'io,
ma ti conosco e tema, grazie a Dio,
degli asini non ho -.

Volea la bestia sciocca replicare,
ma tanto non osò,
conoscendo l'umor del suo compare.
E fece bene, io penso,
se al carattere suo si rassegnò:
ché un asino spaccone è un controsenso.


XX - Il testamento interpretato da Esopo

Esopo, se di lui si conta il vero,
valea da sol per senno
quanto l'Areopago tutto intero,
anzi quanto l'Oracolo d'Apolline,
come si può vedere
da questa strana istoria,
che al mio lettor non deve dispiacere.

Un certo uomo di Grecia
a tre figliole fu padre infelice,
d'indole pazza e fra di lor diversa:
l'una avara, secondo che si dice,
civetta l'altra e l'altra ubbriacona.
Quando l'ultimo fiato il vecchio rese,
fra lor divise in eque parti il suo,
colle norme vigenti del paese.

Ma pose un codicillo al testamento
non troppo chiaro, ossia che poi dovesse
alla madre pagar tanto per cento
il dì che non avesse più ciascuna
la sua parte speciale di fortuna.

A tutti parve un caso sibillino.
Come pagar potevano quel giorno
che più non possedessero un quattrino?
Non men d'adesso, non pareva allora
un buon sistema di pagare i debiti,
quando si sente d'essere in malora.
Si porta al tribunal la questione,
si senton gli avvocati,
ma voltala e rivoltala, è sì buia
la cosa, che i dottori imbarazzati
gettan la toga per disperazione,
consigliando a ciascuna di dividere
il loro senza più.
Per la parte che poi spetta alla vedova
a mo' di transazione,
ecco ciò che da lor trovato fu:

"Convengano le parti
contribuire per un terzo al debito
pagabile secondo un dato termine,
oppur si stabilisca un'annua rendita,
dalla morte del padre decorribile,
da pagarsi alla madre in rate... eccetera".

Così ben stabilito,
si fecero tre lotti come segue:
primo lotto: di ville di campagna
e luoghi di cuccagna,
con chioschi ben guarniti e con cantine
piene di malvasia,
vasi, piatti, bicchieri, argenteria,
o, per dirla in un'ultima parola,
tutto ciò che può far gola alla gola.

Secondo lotto: case di città,
mobili ricchi d'or, superfluità,
cosucce rare di galanteria,
eunuchi, belle schiave abili e destre
in ricamar, in pettinar maestre.

E terzo lotto infine:
campi, vigne, cascine,
gente e bestie da tiro e da fatica.
E inutile ch'io dica
che, fatta questa bella divisione,
senza tentare il gioco della sorte,
secondo il gusto, ognuna delle tre
prende la parte che conviene a sé.

I dotti e gl'ignoranti
trovaron la sentenza ben pensata.
Ma Esopo dimostrò che tutti quanti
avean presa una mezza cantonata.
Se il morto fosse vivo, egli dicea,
questo popol, che passa per sì fino
e acuto di natura,
farebbe una ben misera figura.
Che mai non si eran viste tanto male
interpretate l'ultime intenzioni
d'un padre da un solenne tribunale.

Esopo, il gran gobbetto,
in base alle suddette divisioni,
ad ogni figlia volle, e per dispetto,
dare la parte all'indole contraria,
ossia fiaschi e cantine
e tazze alla civetta;
alla bevona i campi e le cascine,
e cappellini e cuffie
alla sorella della mano stretta;
dicendo il savio Frigio
che coll'usar quest'arte,
le donne erano spinte
per far danari o per trovar marito
a sbarazzarsi della loro parte.

Così di lor ciascuna,
venduta la sua parte di fortuna,
avria dovuto pel paterno scritto
pagare sul momento
la madre e far compiuto il testamento.

Stupiron tutti quanti
che un uomo tal avesse più talento
di tutti insieme i dotti e gl'ignoranti.


LIBRO TERZO


I - Il Mugnaio, suo Figlio e l'Asino

Abbiano i Greci antichi lode d'aver scoperto
pei primi dell'Apologo l'arte e il parlar coverto,
ma sia concesso ad altri, dopo di lor venuti,
di spigolar nei campi, che quelli hanno mietuti.
Di fantasia nel regno c'è qualche terra oscura,
ove i moderni possono correre l'avventura.
Su questo bel proposito un fatterello io so,
che al celebre Racanio Malerba un dì contò.

Questi del vecchio Orazio eredi abili e destri,
discepoli d'Apolline, a noi di stil maestri,
trovandosi una volta, soli, non so in qual parte,
in intimo colloquio di cuor, di mente e d'arte,
Racanio a dire uscì: - Malerba, o voi che tanto
viveste, e che del mondo sapete il tanto e il quanto,
avendo della vita disceso ogni gradino,
solvetemi un gran nodo intorno al mio destino.

Voi mi vedeste a nascere e avete sulle dita
quello ch'io valgo e i casi tutti della mia vita;
or ben, che ne pensate? ch'io debba rimanere
nel mio villaggio, ovvero cercar gioia e piacere
fra l'armi e fra le corti? Io so che a questo mondo
il male è unito al bene d'ogni destino in fondo.
La guerra è dolce al core
secondo il caso, ed aspro sembrar ci può l'amore.
Ma contentar bisogna la corte, i suoi, la gente... -.

- La gente? - qui interruppe Malerba, il vecchio onesto, -
sopra la gente voglio or raccontarvi questo:
Or non ricordo il libro, ma so d'averlo letto
che fuvvi già un mugnaio, padre d'un figlioletto
di mezz'età, sui quindici anni o su quell'intorno:
ma il padre era già vecchio. Andavan essi un giorno
a vendere al mercato un loro somarello,
e perché fosse fresco e a vendere più bello,
le quattro gambe in mazzo legate all'agnellino,
me lo portavan come si porta un palanchino.
La gente che incontravano, la cosa è naturale,
ridean di quella scena, di lor, dell'animale.
Gridando: Oh che burletta!... oh caso singolare!
Dei tre la più gran bestia non è quella che pare.
Il vecchio, persuaso dal dir di quei passanti,
drizza la bestia in piedi e se la caccia avanti,
per quanto se ne dolga l'asino in suo latino,
che preferia la parte fare dell'agnellino.
Monta il fanciul sull'asino e vanno oltre un pezzetto,
quand'ecco tre mercanti gridare con dispetto:
- È bello che tu vada sull'asino e che al passo
cammini un vecchierello? scendi, poltrone, abbasso.
- È giusto, - il buon mugnaio risponde a quei mercanti.
Scende il ragazzo, il vecchio monta al suo posto, e avanti.
Quand'ecco tre ragazze, volendo dir la loro,
- Guarda se c'è giustizia, - esclaman tutte in coro, -
se c'è pietà che zoppichi a piedi quel fanciullo,
e faccia invece l'asino sull'asino il citrullo,
superbo, trionfante in groppa all'animale,
come s'ei fosse il papa di Roma o un cardinale.
- Andate, altro che papa! Cogli anni miei, credete,
non c'è, care ragazze, nemmen da fare il prete, -
rispose il vecchio, e dette quattro facezie e rese,
credette avere il torto e in groppa il figlio prese.
Non fanno dieci passi, che sono al sicutera.
L'un dice: - E si può dare una peggior maniera?
Dov'è verso un fedele e vecchio servitore
la carità del prossimo, o gente senza cuore?
Se dura un po', dell'asino non resterà che il cuoio...
- Se dura un po', capisco che anch'io di rabbia muoio, -
ripicchia il vecchio. - Perdesi tempo, cervello e fiato
a contentar la gente, la serva ed il curato.
Vediamo tuttavia se c'è miglior consiglio -.
Così dicendo, saltano abbasso e padre e figlio
e lascian che la bestia, beata e trionfante,
da sola come un papa, cammini a lor davante.
- O cosa stravagante, che col buon senso cozza,
che l'uomo vada a piedi e l'asino in carrozza! -
Osserva un Tizio, e seguita: - Allor la più sicura,
amici, è d'impagliare la bestia addirittura,
se tanto a cuor vi sta d'un asino la pelle,
più che le scarpe... Ah! ah! sen vedono di belle...
"Se visita Brighella la Colombina cara,
va sulla mula", è vecchia la mia canzon, ma chiara.
O bel terzetto d'asini! -.
Allor disse il mugnaio: - Asino son ben io
ad ascoltar la gente. Ma giuro innanzi a Dio
che d'ora innanzi, voglia la gente oppur non voglia,
farò sempre benissimo a fare di mia voglia -.

- In quanto a voi, Racanio, - disse Malerba, - o Marte
seguiate, oppur di Venere comechessia la parte,
prendiate donna o mitria, di fuori od in città,
od altra dignità
a voi conceda il Principe, tenete fisso in mente
che ognor dei fatti vostri vorrà parlar la gente.


II - Le Membra e lo Stomaco

Del potere Regal (a cui quest'opera
devoto sottometto)
lo Stomaco mi sembra essere imagine,
se lo si guarda sotto un certo aspetto.
E invero se lo Stomaco
patisce, sen risente il corpo intero:
e lo dimostra vero
delle membra ribelli il vecchio apologo.

Non volendo servir sempre allo Stomaco,
prese le Membra un dì dal malumore,
giuraron di far sciopero,
e sull'esempio stesso del padrone
darsi alla bella vita del signore.

- Ser Stomaco, - dicean, - vive pacifico,
e a lavorar noi siamo bestie nate.
A lui, soltanto a lui, se c'è, il boccone,
a noi fatiche, pene, bastonate.
Oh provi un po', se in via straordinaria,
può rassegnarsi anch'egli a viver d'aria -.

Il far nulla è un mestier subito fatto;
ed ecco che le braccia si rallentano,
le mani più non stringono,
le gambe si abbandonano,
e in quanto a messer Stomaco,
s'ingegni, se vuol esser soddisfatto.

Ma le Membra, non men che se morissero,
un gran languor provaron tutto a un tratto.
Il sangue più non si riversa al core,
soffre e perde ogni parte ogni vigore.
Così vedono allora
che pur colui che prima parve inutile
al ben di tutti quanti anch'ei lavora.

Così la Regia Maestà ridona
alla social famiglia
ciò che alle membra sue sottragge e piglia.
Tutti per essa e tutti traggon d'essa
soccorso e vita a una maniera istessa.
Essa nutre l'artefice e il mercante,
paga il soldato, onora il magistrato,
e dello stato scende a tutte quante
le parti, e vita desta in ogni lato.

Alla plebe di Roma un dì Menenio
mostrava questa bella verità.
- Come? - gridava malcontento il popolo, -
al Senato il poter, gli onor, le cariche,
denari ed ogni illustre dignità,
e a noi già nudi e miseri
tributi, imposte, guerre e povertà? -
E già le mura dell'antica patria,
per altra terra sconsigliato e menno
avrebbe abbandonate:
ma con parole ornate il buon Menenio,
narrando questo suo famoso apologo,
la turba ricondusse a miglior senno.


III - Il Lupo pastore

Un Lupo, che traea poco vantaggio
dalle sue buone pecore vicine,
pensò d'adoperar arti volpine
e di vestirsi in altro personaggio.

Indossa d'un pastore il casaccone,
a mo' di verga piglia un bel bastone,
e perché nulla manchi alla bisogna,
si mette intorno al collo una zampogna.

Così poteva scriver sul cappello:
"Io son Bortolo, io sono il guardiano".
E rassomiglia a Bortolo, a pennello,
con quel cappel, con quel bastone in mano.

Bortolo, il vero Bortolo, frattanto
dormia tranquillo alla sua greggia accanto,
dormia l'armento, il bel mastin dormiva,
e dormiva sull'erba anche la piva.

Il Lupo malandrin, ecco, bel bello
s'accosta, e per poter spinger l'armento
verso la grotta e farne un gran macello,
ricorre ad un cattivo esperimento.

Ossia la bestia stupida e feroce
volle aggiungere agli abiti la voce;
ma un tal versaccio od ululo cacciò,
che le selve ed i sassi spaventò.

Pastor, pecore, cani, a tanto chiasso
si sveglian tutto a un tratto: e l'imbroglione,
dentro imbrogliato in fondo al casaccone,
né difendersi può, né dare un passo.

Non v'è furbo che sia furbo abbastanza
in ogni tempo e in ogni circostanza;
chi nasce Lupo ascolti la natura:
faccia il Lupo che è ancor la più sicura.


IV - Le Rane vogliono un re

Già sazie le Rane di stare in repubblica,
gracchiarono tanto, che Giove pensò
di dare allo stato la forma monarchica,
e un re tranquillissimo ad esse mandò.

Ma tanto fu il chiasso ch'ei fe' nel discendere,
che scappan le Rane in preda al terror.
Sott'acqua, nel fango, quegl'umidi sudditi
non osano mettere il muso di fuor.

Ma quel che un gigante dapprima credettero
apparve più tardi un re travicel.
Sentendo dell'acqua finito il subbuglio,
or questa, ora quella, le rane, bel bel,

due prima, poi quattro, tremando in principio,
poi dieci si accostano a sua Maestà.
Poi piglian coraggio, si fanno domestiche,
e c'è qualche ardita, che in groppa gli va.

Il re travicello, che adora i suoi comodi,
non parla, non si agita, pacifico in sé.
Allora i Ranocchi con Giove borbottano,
ché vogliono un re, che faccia da re.

Il re degli Dèi per tôrsi il fastidio,
- Prendete, - risponde, e manda la Gru,
che becca, che stuzzica, che infilza, che storpia:
resistere i sudditi non possono più.

Ma Giove, gridando, pon fine agli strepiti:
- Ognuno il governo che merita avrà.
Un re non voleste leale e pacifico
tenete la bestia che addosso vi sta -.


V - La Volpe e il Becco

La Volpe, che in materia furberia
è vecchia patentata,
andava un certo dì per una via
in compagnia d'un Becco, un animale
che avea più corna in testa che non sale.

Morti di sete, scendono per bere
in un pozzo, e ciascuno si ristora,
ma poi disse la Volpe: - Ora, messere,
ch'abbiam bevuto, il punto più difficile
è quello di andar fuora.
Mi par che tu dovresti alzare i piedi
ed appoggiar le corna accanto al muro,
sì ch'io possa aggrapparmi alla tua schiena
e uscir prima al sicuro.
Quindi anche te saprò cavar di pena.

- Per la mia barba! - disse il buon caprone, -
questo si chiama avere del talento.
Una macchina simile né in cento,
né in trecent'anni non avrei trovata
sì bene congegnata -.

Uscì la Volpe ed al grullo bestione,
rimasto in fondo, volle per zimbello
recitar la moral con un sermone:
- Abbi pazienza; non saresti in molle,
se avessi meno barba e più cervello.

Addio, bello, per me mi accuso fuori.
In quanto a te provvedici, se puoi,
io vo per un affare di premura -.

In tutti i casi tuoi
sempre alla fine di guardar procura.


VI - L'aquila, la Scrofa e la Gatta

Sulla cima d'un vecchio albero il nido
l'Aquila aveva. Ai piedi era una Scrofa
coi cari figli, ed una Gatta in mezzo.
Vivean da un pezzo le tre madri e i figli
in dolce accordo, allor che la maligna
Gatta con arte insidiosa: - Amica, -
disse un giorno che andò la sua vicina
del terzo piano a visitar, - non vedi
come col grifo eternamente scavi
le radici dell'albero laggiuso
la sozza bestiaccia? Ahi! morte a noi,
o almeno ai figli nostri (che è tutt'una
per il cor delle madri) essa prepara,
perché divelto andrà dalle radici
il tronco e condurrà nella rovina
i figli nostri, a lei tenero pasto.

La lor morte è sicura, e me felice
ancor nel mio dolore, ove men resti
di tanti un solo a raddolcirmi il pianto! -.
Ciò detto uscì, lasciando alto spavento
nella casa dell'Aquila. Discende
quindi la trista e va dove la Scrofa
fresca di parto si giacea coi figli.
- O mia buona comare, - in un orecchio
le susurra, - guardatevi, vi supplico,
d'uscir di casa, o l'Aquila sui figli
vostri, vi avverto, piomberà. Non dite
ch'io ve l'ho detto, o quella scellerata
farà sopra di me la sua vendetta -.

Poi ch'ebbe seminato astutamente
nell'altra casa l'odio ed il sospetto,
quatta la trista si rinchiude in casa.
Da quel giorno né l'Aquila il suo nido,
né la Scrofa la tana osano un solo
momento abbandonar, pronte, ostinate
alla difesa della cara prole;
o sia che questa all'altra una rovina
appresti, o quella un improvviso assalto.
Ahi sciocche entrambe! Sprovveduti i figli
del consueto cibo, a lor fu primo
carnefice la fame. Ad uno, ad uno
li videro morire a far più grasso
dei mici il desinar. Della suina
ed aquilina gente altro che l'ossa
più non rimase e poche penne al vento.

Non v'è mal che non sappia una maligna
lingua con velenosa arte produrre.
Di quanti danni scaturir dal vaso
di Pandora, per me la Furberia
tengo il più tristo, ed anche il meno indegno
che sempre l'abbia in grande obbrobrio il mondo.


VII - L'Ubriacone e la sua donna

Per rimedio o vergogna che gli dài,
l'uom dal suo lato debole
sempre cascar vedrai:
come dimostra l'opportuno esempio,
che alle parole mie non manca mai.

Un discepol di Bacco, per il vizio
di bere, era condotto in precipizio.
Salute, ingegno e soldi ed allegria
quell'uom avea distrutto,
come fanno color che a mezza via
hanno già speso tutto.

Un giorno che, ben molle di decotto,
tornava a casa traballando e cotto,
la sua donna lo prese e lo serrò
in fondo a un bugigattolo,
dov'egli in braccio al vin si addormentò.

Quando si risvegliò, vide... oh spettacolo!
intorno al letto luccicar le fiaccole,
e sopra il letto un gran lenzuolo funebre,
e accanto i cento attrezzi della morte,
ond'io non dico s'ei si spaventò.

Camuffata alla foggia d'una furia,
ecco s'avanza la gentil consorte,
adagio, come vanno le fantasime,
a servirgli una broda nera e sordida.
Ah! proprio egli credé
d'esser cascato in casa del diavolo.

- Oimè! - gridava, - oimè!
Son io morto davver? chi sei, fantasima?
- Io son la cuciniera dell'inferno,
e porto da mangiare
a quei che stanno in questo loco eterno -.

E il buon marito senza giudicare,
grazie al vin, se sian cose false o vere,
- Dimmi, - esclama, - e non porti anche da bere?


VIII - La Gotta e il Ragno

Quando il Ragno e la Gotta uscîr di mano
al diavolo, costui disse a costoro:
- L'uno e l'altra sarete al seme umano
un regaletto d'oro.
Andate allegramente e poi pensate
a sceglier casa. Ve ne son di belle,
magnifiche e dorate,
e ve ne son di brutte e rovinate.
Dica ciascun le preferenze sue,
o tiri una pagliuzza... eccone due -.

- Per me, - soggiunse il Ragno, - a queste o a quelle
m'adatto e non ci guardo -.
Ma la Gotta che in case di riguardo
osserva un gran via vai di dottoroni,
- No, no, - dice, - alla larga dai portoni -.
E va a piantar, come si dice, il chiodo
nel pollice d'un piede a un pover'uomo,
sperando a questo modo
di starsene sicura come in duomo,
senza fastidi e senza
dottori che le intimin la licenza.

Il Ragno intanto, scelta una cornice
di camera elegante,
la sua tela spiegò tutto felice.
Vi piglia mosche e d'altro non si cura,
come se avesse fatta investitura
di starvi vita natural durante.
Ma finita una tela, ecco una bella
scopa che la cancella;
rifatta, ecco di nuovo a sua disdetta
in alto quella scopa maledetta.

E dàlli e dàlli, fugge dalla ragna
perseguitata e rotta,
e corre a consolarsi colla Gotta,
che meglio non viveva alla campagna.
Anzi peggio vivea, ché il suo padrone
seco la porta al bosco, ai solchi, al campo.
Tagliar, spaccar, zappare, non c'è scampo
di riposare e dice un zibaldone
che Gotta scossa è assai presto rimossa.

- Cangiam, fratel? - Cangiamo! - E detto fatto,
ad abitar va il Ragno a la capanna,
dove scopa non c'è che dia lo sfratto,
e la Gotta pacifica si adagia
sul corpo ad un prelato eminentissimo
come se fosse un letto di bambagia.
In quanto a cataplasmi di speziali,
si sa che son dagli uomini inventati
per trarre in peggio i mali.
Dello scambio dei loro appartamenti
i due fratelli si trovâr contenti.


IX - Il Lupo e la Cicogna

I Lupi sono bestie che, si sa,
mangian sempre con grande avidità.
Un giorno uno di questi in compagnia,
per ghiottornia mangiando a più non posso,
gli cadde in gola un osso.

Con quell'affar confitto in mezzo all'ugola
che strozza la parola,
sarìa morto, se a trarglielo di gola,
una Cicogna pia
col becco non venìa.

Con colpo veramente da cerusico
il Lupo liberò.
Quindi la buona grazia
per sé gli dimandò.

- Tu scherzi, - disse il Lupo, - anzi ringrazia
i morti tuoi parenti,
se il collo t'ho lasciato uscir dai denti.
Vattene, o scellerata,
impara ad esser grata, e prega i santi
di non tornar agli occhi miei davanti -.


X - Il Leone e il Pittore

In un quadro era dipinto
un Leon enorme e forte,
preso e vinto
da un sol uomo e messo a morte.

Glorïavasi la gente
nel vedere un tanto ardire,
ma un Leon ch'era presente
prese a dire:

- Fantasia!
Tutto mio questo valore
io scommetto che saria,
se un Leon fosse il pittore -.


XI - La Volpe e l'Uva

Una Volpe, chi dice di Guascogna,
e chi di Normandia,
morta affamata, andando per la via,
in un bel tralcio d'uva s'incontrò,
così matura e bella in apparenza,
che damigella subito pensò
di farsene suo pro.

Ma dopo qualche salto,
visto che troppo era la vite in alto,
pensò di farne senza.
E disse: - È un'uva acerba, un pasto buono
per ghiri e per scoiattoli -.

Ciò che non posso aver, ecco ti dono.


XII - Il Cigno e il Cuoco

Nel cortil d'una grande fattoria
il bianco Cigno e il Papero
vivean coll'altre bestie in compagnia:
l'uno al piacer dell'occhio
e a fregio dei giardini destinato,
e l'altro - dico l'oca, - allo stufato.

Dentro i fossati del castel vedevansi
andar come sul corso,
tuffandosi, guazzando a fianco a fianco,
l'uno non men dell'altro agile e bianco.

Un giorno il Cuoco, avendo alzato il gomito
un poco più del solito,
a mezzo della gola
prese il Cigno, scambiandolo col Papero,
per metterlo tagliato in cazzeruola.

L'uccel, presso a morir, mosse la voce
e pianse un suo dolcissimo lamento.
Sorpreso il Cuoco - Oh ciel! - grida, - che sento?
Questo non è un uccello che si coce.
Non sia giammai ch'io tolga la parola
a chi parla in un modo che consola -.

Chi sa bene parlar, se casca male,
trova rimedio, e questa è la morale.


XIII - I Lupi e le Pecore

Dopo mill'anni di spietata guerra
Pecore e Lupi fecero la pace,
e fu un atto bellissimo fraterno:
perché se ai Lupi piace
qualche volta mangiar le pecorelle,
dei Lupi colla pelle
fanno i pastori gli abiti da inverno.

Quell'esser sempre in pena ed in paura
al pascolo, alla caccia, era un tormento,
mentre la pace adesso li assicura.
Dànno i Lupi in ostaggio i lupicini,
dàn le Pecore i cani. L'istrumento
col processo verbale
è redatto per via di commissari
nei modi regolari,
e questa fu la pace universale.

Non molto dopo, quelli,
ch'eran Lupi piccini, ecco diventano
Lupi grossi, di sangue e carne ingordi.
Un dì colto il momento
che i pastori parevan più balordi,
saltano addosso ai poveri fratelli,
a preferenza i più pasciuti e belli,
e li ammazzano tutti a tradimento.
Poi fuggono nei boschi ed ai lontani
parenti dato avviso,
anche i cani mi ammazzan detto fatto,
che riposavan sul firmato patto.
La strage fu sì lesta
che per morir nessuno alzò la testa.

Amici troppo buoni e confidenti,
è la pace una bella e santa cosa,
ma sol per chi ci crede.
Invece colla gente senza fede
meglio è la guerra ed il mostrare i denti.


XIV - Il Leone fatto vecchio

Dagli acciacchi e dagli anni assassinato,
un Leon, già terror della foresta,
un giorno fu assaltato
dai suoi sudditi stessi, resi audaci
dal vederlo ridotto in quello stato.

Il Cavallo gli tira nella testa
un calcio, il Lupo il morde, ed anche il Bue
usa le corna sue.
Triste, vecchio, il Leon, è inutil dire
se, accasciato dagli anni, trova il fiato
ancora di ruggire.

Rassegnato apparecchiasi alla morte,
senza tanti lamenti,
quando vede anche l'Asino venire
verso la grotta alla feroce impresa.
- Ah questo è troppo! - disse, - o ignobil bestia;
non è il morir così grande molestia,
come il soffrir d'un Asino l'offesa -.


XV - Filomela e Progne

Già fu un tempo che la Rondine
la sua casa abbandonò,
e la verde solitudine
della selva ricercò,
dove spiega dolce al vento
l'Usignol il suo concento.

- Filomela, - così chiamasi
l'Usignol in vecchio stile, -
della tua dolce sorella
ti ricordi, uccel gentile?
Guarda: son la Rondinella.

Son mill'anni che non vieni
a trovarmi, da quel dì,
ti sovvieni?
che lasciasti i lidi eolici
per venir sdegnosa qui.

Or che cosa intendi fare?
di restare a stancar l'aria
del tuo canto eternamente,
disdegnosa e solitaria?

Qui non passan che selvaggi
animali e rozza gente;
il deserto, i sassi, i faggi,
non son fatti per un'anima
così dolce e intelligente.

Il tuo canto, se ritorni,
o sorella, alla città,
come già nei lieti giorni
ogni cor stupir farà.

Mentre invece questo vivere
solitaria, negli affanni,
in quest'orrido soggiorno,
non può far che porre in mente
il selvaggio,
il nefando orrendo oltraggio,
che Tereo nel bosco un giorno
sul bel corpo ti recò.
Vieni adunque, son mill'anni
che quel tempo ormai passò.

- Progne, - disse l'Usignolo, -
se il motivo vuoi sentire
che nei boschi mi trattiene,
il motivo è questo solo:
che l'immagine degli uomini
non farebbe che inasprire
il dolore e la memoria
delle mie passate pene.


XVI - La Donna annegata

Se una donna cercasse d'affogare,
io disapprovo sempre quella gente
che dice: "Lascia fare,
le donne sono meno che niente".
Questo dispregio per il debol sesso
dirò, se mi è permesso,
un sentimento cinico mi pare,
ché a queste donne tanto disprezzate
le gioie noi dobbiam più delicate.
E ciò premesso,
udite il caso d'una donna sciocca
che si gettò a morir dei pesci in bocca.

Inteso il buon marito un caso tale,
volendo il caro corpo ripescare
per fargli il funerale,
in riva al fiume in aria disperata
chiedeva alle persone
notizie della sua donna annegata.

Qualcuno, che sentinne compassione,
di seguitar gli disse la corrente,
che il corpo avria trovato certamente.
Ma fuvvi anche un burlone
che disse: - È tempo perso:
avrà la donna per contradizione
il fiume risalito in senso inverso -.

Non era forse il tempo di scherzare,
ma l'uom avea ragione.
Chi nasce - e non soltanto il gentil sesso, -
con questo vizio radicato in l'ossa,
sempre contradirà fino alla fossa,
e forse anche più in là, se gli è permesso.


XVII - La Donnola nel granaio

Madamigella Donnola, fresca di malattia,
e fatta ancor di corpo più lungo e mingherlino,
in un vicin granaio un giorno penetrò
per un foro, che meglio diremo un forellino.
E qui tanto mangiò,
con tanta indiscrezione,
di lardo e d'ogni tenero boccone,
che grassa e bella in breve diventò.

Un dì, verso la fine di quella settimana,
udito dopo il pranzo un gran rumor di là,
volea fuggir, ma - Come? - esclama, - è cosa strana!
Non sono io forse un giorno passata per di qua?
Com'è che il buco a un tratto divenne così stretto? -
E dopo molti inutili
giri e rigiri, ovunque ch'ella vada
crede sempre d'aver sbagliato strada.

Un topo che la vede in imbarazzo e in pena,
le disse: - Ma non sai
che allora non avevi ancor la pancia piena?
Magra venisti, amica, e magra tornerai -.
Ciò che di te si dice, anima mia,
a molti altri conviene,
ma confonder le cose non conviene
per far gran pompa di filosofia.


XVIII - Il Gatto e il vecchio Topo

Mangialardo Secondo, l'Alessandro
di tutti i gatti, l'Attila dei Topi,
ho letto in un famoso favolista
che sol colla sua vista
metteva indosso tanta frenesia,
che a quattro miglia intorno
non v'era un Topo in tutta Sorceria.
Mangialardo, anzi Cerbero secondo,
volea di Topi ripulire il mondo.

Schiaccie, veleni e trappole
eran pei Topi un ninnolo,
una carezza a petto di costui.
Onde tappati stavano
dentro le tane i miseri,
il che garbava forse poco a lui.

Per eccitarli finse il maledetto
d'essere morto: e volta in giù la testa,
alla gronda tenendosi d'un tetto,
si sforzava di fare l'impiccato.

I Topi, i quali credon che pagato
egli abbia il fio per qualche ladreria
di formaggio o d'arrosto, al funerale
promettono di fare un carnevale.

Sporgono il muso, guardano all'insù,
poi scappan dentro, poi tornan di qua,
e poi chi qua, chi là,
escon, ch'è un pezzo che non mangian più.

Quando a un tratto il messer risuscitò
e sui più grassi rapido piombò.
- Questa è di guerra vecchia strategia, -
esclama, - e ne conosco di più belle,
per cui verrete tutti a casa mia -.

E disse il vero. Il nostro buon Moina
un'altra volta l'abito infarina,
e così bianco quatto s'accovaccia
a dar la caccia
dentro una madia aperta di cucina.

Escon quindi a mangiare i Rubatocchi
e dàn dentro la pania:
solo il più vecchio Topo della tana,
ch'anco la coda avea perduta in guerra,
vedendo quell'arnese infarinato,
disse fra sé: - Sarai forse farina,
ma fossi anche una pentola di gnocchi,
pazzo chi s'avvicina.
No, no, qui fiuto un nuovo accordellato
del general Moina -.

Approvo anch'io del Topo veterano
il detto e la prudenza.
Va sicuro chi va con diffidenza.


LIBRO QUARTO


I - Il Leone innamorato
(Alla signorina di Sévigné)

Sévigné, tu che alle Grazie
d'ogni grazia sei modello,
tu che in cor ti vanti rigida
quanto splende il viso bello,
deh! concedimi attenzione
per il tempo d'una favola,
nella quale mostrerò
come amor vinse il Leone.

Io per pratica già so
che a parlar d'amor a te
non si va senza pericolo.
Dal provar Iddio ti salvi
quanto Amore sia terribile
indomabile padrone!
Ma l'amor messo in canzone,
che si umilia oggi al tuo piè,
più terribile non è.

In quel tempo che le bestie
ragionavan più d'adesso,
i Leoni pretendevano
con noi stringer società.
- Non ha forse, - essi dicevano, -
non ha forse il nostro sesso
intelletto e forza ed anima
come l'uomo, e una criniera
per di più che l'uom non ha? -

Un mattin di primavera
un Leone in una bella
pastorella s'incontrò,
tanto bella che al pastore
per isposa dimandò.

Dico il ver che il pover'omo
si aspettava forse un genero
più modesto e galantuomo:
ma poteva dir di no?
Ei temeva che la bestia
non andasse sulle furie:
o che, smessa la modestia,
non facesse uno sproposito
la fanciulla, a cui non era,
come avvien, punto antipatico
un amante ardito e forte
e con tanto di criniera.

Per venir dunque alle corte
disse il padre: - Anima mia,
la fanciulla è così timida,
che temer forse potria
delle dure tue carezze,
de' tuoi baci troppo ardenti.
Fatti prima rader l'unghia
e limare un poco i denti -.

Per non perder la dolcezza
d'un amor che cieco il rende,
l'animale innamorato
al consiglio acconsentì;
ma un leone disarmato
è un castello che si arrende.
Quattro cani ed un bastone
ammazzarono il Leone.

Sempre Amor, se fuoco prende,
tu vedrai finir così.


II - Il Pastore e il Mare

Un Pastor sen vivea felicemente
del suo gregge da un pezzo in riva al mare,
e s'anco non avea da scialacquare,
di quel poco vivea sicuramente.

Ma la vista di tanti bei tesori,
che ogni giorno sbarcavan sulla sponda,
tanto accese il suo cor, che a sé maggiori
fortune procacciar volle sull'onda.

Vende il bel gregge, e tolti i capitali,
in breve se li vide andare in fondo,
e chi prima parea padron del mondo,
tornò servo a guardar capre e maiali.

Se prima egli era un Tirsi, un Melibeo,
poco dopo restò Bartolomeo;
pur seppe tanto bene operar poi
che in pochi anni rifece i cenci suoi.

Rifatti i cenci, quando dalle sponde
di nuovo il mar col suo splendor l'alletta,
- Signor mar, - il Pastore gli risponde, -
tu vorresti il denar, ma aspetta, aspetta!

Questo racconto è fatto per mostrare
che un soldo in tasca ne val cento al vento,
l'ambizïon, terribil come il mare,
coglie l'uomo e la barca a tradimento.

Non ti fidar! per uno che si fida
alzano i mille disperate strida;
fortuna ti promette mari e monti,
ma come i venti i disastri son pronti.

III - La Mosca e la Formica

- Dio grande degli dèi! -
dicea la Mosca in odio alla Formica,
che ardiva in grado gareggiar con lei.
- E come mai può darsi
che un animal sì vile e sì minuscolo
alla figlia dell'aria osi eguagliarsi?

Io frequento i palagi e siedo a tavola
con Giove e bevo il sangue dell'altare,
mentre questa imbecille tisicuzza
in tre giorni non mangia una pagliuzza,
che fatica tre giorni a trasportare.
È forse a te concesso,
piccina, di sedere in testa ai re?
E di volar in seno del bel sesso
com'è concesso a me?

Io do spicco al candore naturale
delle belle donnine innamorate,
che non credono d'essere acconciate
senza almeno una mosca artificiale;
ma tu, sciocca, con tutti i tuoi granai
sempre una miserabile sarai -.

- Or che avete adoprato la linguetta, -
proruppe la pacifica formica,
- è ben che anch'io vi dica
che nei palagi siete maledetta:
che il sangue dell'altare
non è poi quel nèttare che pare;
che con egual discernimento e festa
dei re volate e dei somari in testa,
finché la troppa lunga seccatura
morte improvvisa spesso vi procura.

In quanto al dir che siete l'ornamento
delle belle donnine civettuole,
è un giuoco di parole,
ché poca gloria io vedo in verità,
se un po' di taffettà
a te somigli oppur somigli a me,
e merito non c'è
se della Mosca il nome gli si dà.

E non si chiaman mosche i parassiti
dei ricchi e dei conviti?
Dunque, amica, non far più la saccente,
e non parlar sì forte.
Mosche e Mosconi, razza maledetta,
non stanno nelle sale della Corte:
e questo sol vi aspetta
che al cader delle foglie
finite poi di gel, di fame e in doglie.

Tranquilla in casa mia
allora io men vivrò,
con pena e con fatica
per valli e per montagne non andrò,
ché la prudenza è di fortuna amica.
Vorrei che tu potessi in tal maniera
la falsa gloria scerner dalla vera.

Ma il tempo passa: il mio
magazzino non empio a ciarle inutili
e nemmen la dispensa. Or dunque addio -.


IV - Il Giardiniere e il Signore

Un uom già fu della campagna amante,
mezzo borghese e mezzo contadino,
che possedeva un orto ed un giardino
fiorito, verdeggiante,
recinto intorno da una siepe viva.

Colà dentro ogni sorta vi fioriva
d'insalate e bei fiori di mughetto,
e gelsomini e fresca erba cedrina,
per fare a Caterina
il giorno della festa un bel mazzetto.

Questa felicità
da una Lepre fu tanto disturbata,
che il nostro galantuomo una mattina
va dal Signor della città vicina
e racconta la cosa come sta.

- Questa bestia indiscreta
viene, - dice, - ogni dì mattina e sera,
si satolla di cavoli e di bieta,
ridendo delle trappole e dei ciottoli,
che perdon contra ad essa tutto il credito.
È un pezzo che la dura questa bega,
e quasi entro in sospetto
che sia folletto questa Lepre o strega.

- Anche fosse il diavol colla coda, -
dice il Baron, - lasciate fare a me,
che in due minuti o tre
ve la metto al dover. - Quando? - Dimani -.

E come disse, vien colla sua gente,
armi, cavalli e cani,
e, comandando in casa allegramente,
- Compar, - dice al padrone, -
i vostri polli sono grassi e teneri,
facciamo prima un po' di colazione.

Dov'è, dov'è la bella padroncina?
Carina, t'avvicina,
quando le nozze? ehi, galantuomo, a questo
giova pensarci e presto.
Mano alla borsa, un genero ci vuole -.
Il buon Signor con tenere parole
la ragazzina fa sedere accanto,
le carezza una mano
e poi pian piano
sale al braccio, le tocca il fazzoletto,
con altre cortesie, da cui procura
difendersi la bella con rispetto.
Il babbo tace e bolle dal dispetto.

Già brulica di gente la cucina,
si mangia, si tempesta.
- Questi sono prosciutti della festa! -
dice il Signor. - È vostra cortesia;
se vi piaccion, son vostri. - Grazie, amico,
mandateli, vi prego, a casa mia -.

Mangia il Signore e mangia una caterva
di cani e cacciatori e servitori,
tutti animali e gente
a cui non manca per fortuna un dente.

In casa del padrone chi comanda
è l'Eccellenza sua, che trinca, abbraccia
e mangia in fin che giunge
il momento d'uscir a dar la caccia.

Ora incomincian le dolenti note!
Di corni e trombe scoppia un chiasso tale,
che par quasi il giudizio universale.
Ah povero padron! ah sentieroli,
ah fresche insalatine!
Addio porri, cicorie, addio fagioli,
che fate la minestra così buona!
All'erba, ai fior la caccia non perdona.

La Lepre che rifugio
avea trovato all'ombra d'un gran cavolo,
cacciata, tempestata, da un pertugio
della siepe scappò come il diavolo.
Ma il pertugio divenne una caverna,
perché il Signor, che si diverte al ballo,
vuol che si esca di là tutti a cavallo.

- Gli spassi ecco dei Grandi! - a quella vista
esclama il pover'uomo. In un momento
fecero i cani ed i cavalli un danno,
che certo ugual non fanno
cento lepri in un anno o cinquecento.

O stati microscopici,
non cercate arbitrati ai più potenti,
ma gli strappi aggiustatevi da voi.
Se li chiamate prima nelle guerre
li vedrete restar poi per le terre.


V - L'Asino e il Cagnolino

Solo ai pochi che il Ciel ha in maggior cura
è dato il dolce dono di natura
d'esser cari e simpatici.
Contro il suo genio invan altri s'ingegna
di comparir amabile.
Un spaccalegna è sempre un spaccalegna.

Un Asino già fu, conta la favola,
che, pensando di rendersi simpatico,
disse un giorno fra sé:
"Il Cagnolin, perché piccino, è il frugolo
de' padroni, che in grembo se lo stringono,
e giusto ciò non è.

A lui bocconi prelibati e zucchero,
perché sa dar la zampa al suo padrone,
e per ogni smorfietta una carezza:
e a me, perché son bestia non avvezza
ai complimenti, sugo di bastone".

Così disse fra sé la grossa bestia,
e un dì che il suo padron sedeva a tavola,
alzò una brutta zampa, e colla musica
più soave che ciuco modulò,
al padroncin la guancia carezzò.

- Oh! oh! quale carezza! oh quale musica!
Olà, Martino, olà -.
Martino accorre e subito
ballar con altra solfa me lo fa.


VI - Battaglia di Topi e di Donnole

Se penetrar le Donnole
potesser nelle strette
casupole dei Topi,
vedreste quelle bestie in men d'un'ora
fare di lor polpette,
tanto è l'odio che sempre le divora.

Un anno che sul numero
poté contar de' suoi
re Topolon, l'esercito
spiegò dei Topi eroi.
Di contro anche le Donnole
spiegaron le bandiere,
e le schiere respingono le schiere.

Ondeggia la vittoria,
di sangue i campi scorrono,
ma alfin, narra l'istoria,
i Topi le toccarono.
In fuga vanno, scappano,
per quanto Psicarpace
e il gran Meridarpace e il forte, invitto
Artapace sostengano il conflitto.

Alfin bisognò cedere
soldati e generali:
ma se la minutaglia
e la minor canaglia
poté trovar ricovero
nei buchi, nelle fratte,
e ringraziar le stelle,
i pezzi grossi vi lasciâr la pelle.

E la ragion fu questa
che sui nemici per incuter tema,
o per segno di grado e dignità,
avea ciascuno in testa
qualche cimiero o piuma o diadema.

Se pei crepi passò la razzapaglia,
per quanto numerosa,
per le piume non fu la stessa cosa.

Non è picciol pericolo,
amici, aver la testa coronata,
e i troppi lunghi strascichi
tolsero a fior d'eroi la ritirata.
Qualunque evento accada,
state sicuri, o piccoli,
che avrete per scappar sempre una strada.


VII - La Scimia e il Delfino

Era fra i Greci usanza
e Cani e Scimie di condur sui mari
per gioco ai marinari.
Accadde che un navilio
un dì con questa bella comitiva
non lungi dalla riva
di Atene naufragò.

Tutti morti sarian, se in quel momento
un buon Delfino (il qual secondo Plinio
ha per gli uomini un certo sentimento)
non ne traeva alcuni in salvamento,
fra gli altri anche una Scimia
che in groppa gli saltò.

Ingannato il Delfin dalla sembianza,
accolse il Bertuccione
con tanta gravità, che in lontananza
parea veder l'imagine di Arione.

- Sei tu d'Atene? - il buon Delfin dimanda,
mentre al porto si avvia.
- D' Atene per servirti, - a lui la Scimia
risponde, e per far grossa la bugia:
- Son molto conosciuto alla città, -
soggiunge, - e conto assai
fra quelli della prima nobiltà:
posso raccomandarti ad un cugino
ch'è giudice di Stato.

- Ti son molto obbligato, -
risposele il Delfino,
- e allor, suppongo, ti sarà presente
anche il Pireo. - Cospetto, egli è dei prossimi
illustri miei parenti il più parente -.

Quel brutto bertuccione aveva il torto
di confondere un uomo con un porto.

Pazienza, ma conosco ancor dei musi,
forse di lui più belli,
che discorron di tutto ad occhi chiusi
e cambian le montagne in fiumicelli.

Quando il Delfin si accorse a qual bel tomo
avea prestato il dorso,
me lo tuffò nel mar e il suo soccorso
offerse a un galantuomo.


VIII - L'Uomo e l'Idolo di legno

Possedeva un pagano un Dio di legno,
un Dio di scorza dura,
che avea le orecchie solo per figura,
nel quale ei confidava, ed a tal segno
che gli costava un occhio della testa
a mantenerlo in festa.
Nessun Idol bocconi
mangiò più grassi e buoni,
che l'uom tra i fiori a renderlo propizio
offriva in sacrifizio.

Il Dio con tutto ciò non gli procura
fortune, eredità, soldi o regali,
se non di tanto in tanto temporali
sui campi lavorati,
che la borsa al tapino
ancor rende più stretta.
Pur tanta è del buon uomo la speranza,
che al Dio non mancò mai nella disdetta
la solita pietanza.

Stanco alfin d'aspettare il poverino,
un dì, preso un baston, spezza il suo Dio,
e oh! vista! n'esce un fiume di doppione,
di quelle d'oro che dimando anch'io.

- L'amor mio non valea dunque un quattrino! -
esclama l'uom devoto a quella vista.
- Va', rassomigli a quella gente trista,
che del cuor non intende la ragione,
ma vuol esser pigliata col bastone -.


IX - La Gazza vestita colle penne del Pavone

Si narra che una Gazza,
trovate un giorno d'un Pavon le penne,
con arte intorno a sé le accomodò.
A far mostra di sé quindi la pazza,
con aria di persona alta e solenne,
per il cortile e tra i Pavoni andò.

Ma conosciuta a un tratto, ecco la fischiano,
l'insultano, l'incalzan, la berteggiano,
la beccan, la spennacchian... Mezza morta
fra le sue pari allor scappa la misera,
che in faccia ora le chiudono la porta.

Oh quante son le Gazze come questa
al mondo che le altrui penne si vestono,
che de' plagiari formano la casta!
Potrei scaldarmi contro lor la testa,
ma ciò che ho detto basta.


X - Il Dromedario e i Bastoni galleggianti

Chi per il primo vide il Dromedario
scappò per lo spavento
da un animal così straordinario;
il secondo a guardarlo si fermò,
e il terzo, fatto un laccio, un bel momento
al collo della bestia lo gettò.

A forza d'abitudine
ciò che prima ti sembra orrido e strano
diventa mano mano
comune ed ordinario.
Come ancora dimostra la seguente
favola, che mi passa per la mente.

Vedendo alcune guardie della costa
galleggiar da lontano un non so che:
- Ell'è una nave, - dicon, - che si accosta,
ell'è, no, che non è... -.
Stanno a vedere e dopo alcuni istanti
la nave diventò barca, battello,
poi guscio, poi Bastoni galleggianti.

A noi capita spesso
di creder grandi cose alla lontana,
e quando son dappresso
non è che nebbia vana.


XI - La Rana e il Topo

Spesso chi crede d'uccellar altrui,
leggo in un libro vecchio, uccella i sui.
Vecchie parole, ma sentenza schietta,
degna che in voga ancora la si metta,
com'io procurerò con questa favola.

Un Topo grasso e bel, che in argomento
d'appetito e bocconi prelibati
non conoscea quaresima ed avvento,
asolava gli spiriti beati
d'una palude sul fiorito margine.

Una Rana si accosta e colla rauca
sua lingua dice: - O salve, messer Ratto,
qua qua venite a trovar me nell'umido
mio regno e resterete stupefatto -.
Il Topo curioso accettò subito.

Ella prima gli mostra gentilmente
le delizie del suo limpido bagno,
e tutte quante del paterno stagno
le cento rarità, le vie, la gente,
non che le leggi del governo acquatico.

Quante cose ei potrà narrare il giorno
che tra i nipoti suoi farà ritorno!
Il Topo, che nell'acqua è poco pratico,
prega affinché l'amica sia garbata
d'agevolargli un po' la traversata.

Trovato un piccol giunco, ecco che a mezzo
la Rana glielo stringe dei ginocchi,
poi, quando entrambi fûro andati un pezzo,
quella che tira pensa di sommergerlo
per farne ghiotto pasto a' suoi ranocchi.

Egli invoca il diritto delle genti,
chiama gli dèi, ma l'altra fa la sorda:
è la pietanza troppo grassa e ingorda,
perché la trista guardi a' suoi lamenti,
e a tira tira un bel pezzetto giocano.

Mentre dura nell'acqua la battaglia,
un Nibbio, che nell'aria fa la ronda,
vede quei cosi diguazzar nell'onda
e come un Nibbio subito si scaglia,
pigliando entrambi a mezzo del legacciolo.

Nell'aria ritornò l'uccel grifagno
lieto in suo cor del duplice guadagno,
e carne e pesce cucinò per cena.

L'insidia è spesso a chi la fa terribile,
e sull'ingannator torna la pena.


XII - Tributo che gli animali mandarono ad Alessandro

Correva ai tempi antichi una leggenda
famosa, ch'io non so proprio se meriti
d'esser contata; a voi per quel che possa
aver di sale, amici, io ve la vendo.

Strombazzato la Fama avea pel mondo
che Alessandro, figliuol almo di Giove,
nulla volea di ciò che vive in terra
lasciar libero più, ma tutte quante
render le cose al scettro suo soggette.
Quindi ordinato avea che quanti sono
popoli a quattro ed a due piè sul globo,
elefanti, serpenti, uomini e vermi,
e tutta intera dei canori augelli
la famiglia, prostrati a' suoi ginocchi,
giurasser tutti obbedienza e omaggio.

Va colle cento trombe, e gran spavento
diffonde la gran Dea fra gli animali
non avvezzi a servir che al capriccioso
e natural istinto. Or come mai
potranno a nuovo re piegare il collo?
Presto fuor delle tane a torme sbucano
e nel deserto in assemblea si adunano,
e dopo molta agitazione e chiacchiere
si vota di obbedire. Dell'omaggio
trascritta in cartapecora la formola,
alla Scimmia assegnâr la delicata
politica di svolgere gli articoli.
Quanto al tributo un vicin re, che molte
cave d'or possedea, diede i denari
fin che si volle. Indi si venne al modo
di trasportar il prezioso carico.
L'Asino e il Mulo offrirono la schiena
e a lor si aggiunse per aiuto in seguito
il Destriero e il Cammello. E vanno. Appresso
vien la Scimmia, l'illustre diplomatica.
E vanno un pezzo, allor che ad un crocicchio
incontran l'illustrissimo Leone,
(almen commendator) che dice: - O bravi,
ben trovati! viaggio anch'io, signori,
per quelle parti e vo a pagar la tassa:
anzi, fatemi grazia, ove non pesi
troppo, di prender questo mio fardello
un po' per uno infino alla città.
Così potrò più libero e più pronto
difendervi, se mai ne assalti alcuna
delle bande che infestan questi boschi -.

Ad un Leon non si usa dir di no.
Anzi vien ricevuto con rispetto,
e sollevato, e corteggiato; e vanno
superbi di servir a un'Eccellenza,
che alla barba di Giove e di suo figlio,
grasso e beato del suo bel far nulla,
vive sui fondi della cassa pubblica.

Arrivan finalmente a un praticello
tutto smaltato a variopinti fiori,
tra ruscelli scorrenti, ove le mandre
lieta fanno sul pascolo la vita,
tranquillo albergo di soavi aurette.
Quivi accusa il Leon non so qual foco
che gli brucia le viscere e, piangendo,
- Lasciate, - dice, - ch'io rimanga in questo
luogo tranquillo a risanar la febbre.
Andate voi, lasciatemi soltanto
per le occorrenze il mio denar -. Si tolgono,
si slegano i sacchetti e - O vista! - esclama
il Leon, che di giubilo saltella, -
ve', ve', quanti figlioli a me le doppie
han generato, e già, guardate, amici,
molti son grandicelli e poco meno
delle madri. Il prodotto è roba mia... -
E sì dicendo, tutto l'oro acciuffa.

La Scimmia e gli altri restano sì scossi,
che non osan fiatar. Indi ripresa
lemme lemme la strada, ad Alessandro
chiedon ragione. - Ad Alessandro? e come
avria potuto render lor giustizia?
È ben che il ladro mai non rubi al ladro,
dice il proverbio, e poi si sa da un pezzo:
Leon non mangia carne di Leone.


XIII - Il Cavallo che volle vendetta dal Cervo

Non sempre i cavalli portaron la briglia,
ma quando pascevasi l'umana famiglia
di ghiande, i cavalli si videro e gli asini
andar per le selve,
com'oggi le belve.

A quei tempi erano ignoti
tanti basti e tante selle,
e predelle e ferri e maglie
da battaglie.
E non c'era l'abbondanza
delle splendide carrozze
su cui vanno oggi le belle
alla danza,
alle feste, ed alle nozze.

Il Cavallo col Cervo ebbe contesa,
e non potendo vincerlo nel corso,
all'Uomo fa ricorso,
perché l'aiuti a vendicar l'offesa.

L'Uomo gli salta in groppa, e dato un freno
da rodere al protervo,
sì lo spronò, che finalmente il Cervo
nel corso venne meno.

Rivolto all'alleato:
- Grazie, - dice il Caval non troppo saggio, -
permetti ch'io ritorni ancora al prato,
albergo mio selvaggio -.

- Scusami, amico! - a lui l' altro rispose, -
ho fatta una scoperta,
che servir mi potresti in varie cose:
talché non ti conviene l'aria aperta.

Resta con me: la passerai non male
sprofondato in un morbido giaciglio -.
Comprese allora il povero animale
quanto pazzo era stato il suo consiglio.

Che giova il ventre pieno
senza la santa libertà? Già pronta
era la stalla e preparato il fieno,
e ancora adesso il suo peccato sconta.

Saggio chi sa dimenticar l'offesa.
È la vendetta un tristo godimento,
se tu la compri d'un piacere a spesa,
che degli altri piaceri è il condimento.


XIV - La Volpe e il Busto

I grandi, presi in blocco, son di solito
larve di commedianti,
che fanno effetto sol sugli ignoranti.
I ciuchi a lor s'inchinano,
perché capir non sanno
più in là di quel che vedono;
ma i furbi, che con più prudenza vanno,
dapprima non si fidano
se in ogni parte chiaro non ci vedono,
o come quell'antica Volpe fanno.

Un dì (narra la favola) innanzi a un colossale
busto d'un grande eroe la Volpe si fermò,
e subito esclamò:
- Testa stupenda e nobile opera di scalpello,
ma vuota di cervello -.

Di quanti miei signori anch'io direi l'eguale!


XV - Il Lupo, la Capra e la Capretta

Prima d'uscire al pascolo, la porta
col saliscendi al malguardato ovile
chiuse la Capra accorta,
e disse alla Capretta: - Anima mia,
la porta non aprire a chicchessia,
se non ti dice il motto:
canchero al Lupo e a quello che lo porta -.

Intese il Lupo che in un canto, chiotto,
sen stava ad ascoltare,
e si fissò quelle parole in mente.
Poi, certo che la bimba non avria
conosciuto il terribile compare,
corre all'uscio e con voce da priore:
- Canchero al Lupo, - esclama, - apri, mio core -.

Credea così d'entrar subitamente,
ma l'altra che spiò dal finestrino
risponde (degna figlia della Capra):
- Caro, se vuoi ch'io t'apra
dammi a vedere in prima lo zampino -.

Lo zampino del Lupo voi sapete
che non è poi la cosa
a vedersi più bella e più graziosa.
Vedendo il vecchio astuto
che mal serve la rete,
torna a casa così com'è venuto.

Non è mai la prudenza inopportuna,
due chiavi chiudon l'uscio meglio d'una.


XVI - Il Lupo, la Madre e il Bambino

Questo Lupo mi chiama alla memoria
un altro Lupo a cui toccò di peggio,
del qual dirò la genuina istoria:

Stava messer il Lupo alla vedetta
d'un casolar assai fuori di mano,
se mai la sorte, mentre ch'egli aspetta,
non avesse a mandargli sottomano
o un vitello di latte o una capretta,
o un pollo d'India, o qualche altro provento,
di cui ne passa sempre un reggimento.

Un dì che si annoiava, ode ad un tratto
una donna gridare a un suo Bambino:
- Aspetta, piangi ancor, se fai da matto
quel tal Lupo che mangia chiameremo -.
Messer il Lupo, precorrendo il fatto,
ringrazia il ciel del ghiotto bocconcino.
Ma tosto ella soggiunse: - Zitto, caro,
non pianger più, tesor, dormi, mio bello;
se venire oserà Lupo mannaro,
lo piglieremo e poi l'ammazzeremo -.

- Che cosa è questa? - allor Mangiamontoni
disse, - O che siamo Lupi da zimbello?
Se mi casca il marmocchio negli unghioni,
mentre che al bosco va per le nocciole,
vedrà se Lupi siam da donnicciuole! -
In questa un can, che andava vagabondo,
fiuta il Lupo, dà il segno, escono in venti,
con forche, spiedi, par la fin del mondo!
- O che vieni a far qui? - gridano in venti.
- Mi ha chiamato la donna e per lo scopo...
- Ah brutto muso! e avrò per i tuoi denti
partorito il mio Bimbo tenerello? -
Dàlli dàlli... e l'ammazzan come un topo.

Un villan gli troncò la testa e un piede
che comperò il signore del castello.
Qui confitta al portone ancor si vede
una vecchia iscrizion sopra un cartello:
O luv, fidève nen d'maman ch'a cria
a sua masnà, ma scapè subit via.


XVII - Parole di Socrate

Socrate fabbricava una casetta
e ognun voleva dire qualche cosa:
o ch'era troppo larga o troppo stretta,
ch'era bassa, una tana, una casupola
indegna di persona sì famosa.

- Per piccola che sia,
piacesse al ciel, - risponde quel sapiente, -
che fosse piena di sinceri amici -.
E fu bene risposto in fede mia!
Ognun si chiama amico, ma demente
è chi sopra un tal nome si riposa,
d'amico il nome è forse il più frequente,
ma la vera amicizia è rara cosa.


XVIII - Il Vecchio e i suoi Figliuoli

Nell'Unïon la Forza! - A questo alto concetto,
antico quanto Esopo,
per quanto io venga dopo, non voglio un filo aggiungere.
So che Fedro non esita a rincarar sovente
per ambizion la dose;
se allargo io qualche volta, non è di vane iperboli
amor, ma per dipingere soltanto delle cose
presenti il novo spirito e i vizi della gente.

Un uom, che i piedi avea già quasi nella fossa,
fatto di dardi un fascio, disse ai ragazzi suoi:
- Vediam chi questo fascio sa rompere di voi,
e ciò che insiem lo stringe vi spiegherò di poi -.

Prova il maggior e un altro, riprova anche il più forte
con gran sforzo di muscoli,
ma invano. D'una linea i dardi non si piegano.
Allor disse il Vecchietto vicin quasi alla morte:
- Da solo, o gente debole, saprò vincer la prova -.
Risero i Figli e alcuno
pensò ch'ei fosse matto:
ma poscia più non risero, quando il fascio disfatto,
il Vecchio prese a rompere i dardi ad uno ad uno.

- Tal è della concordia, - soggiunse, - la possanza! -
E il Ciel supplica e prega
il moribondo padre che in ogni circostanza
amor li stringa, amore, ch'ancor sì ben li lega.
E molt'altre parole aggiunte, ei disse: - Addio,
io vado ove mi aspetta co' miei parenti Iddio.
Ma spero che sarete sempre buoni fratelli... -.
E mentre piangon essi, versando un mar di lagrime
il vecchio in ciel sen va.

Sepolto il genitore, i tre figli raccolgono
la bella eredità,
bella, ma inviluppata da questioni e cause
con prossimi e vicini, e imbrogli in quantità.
Dapprima i tre fratelli, stando d'accordo, vinsero,
ma non duraro un pezzo.
Ché tosto l'avarizia, l'ambizïon, l'invidia
si misero di mezzo,
e liti e controversie scoppiaron tra di loro
a lor danno e disdoro.

Al chiasso ch'essi fanno, com'era naturale,
si svegliano i parenti e i vecchi creditori,
che ancora in tribunale
ripigliano le cause, rinnovan le procure,
trovan le cose oscure, assurde, inviluppate
o male giudicate.

I tre fratelli in lite fra lor e di contrari
pareri, il fianco aperto lasciano agli avversari,
e il senso a loro spese conobbero, ma tardi,
di questi disuniti e ben legati dardi.


XIX - L'Oracolo e l'Empio

Folle chi spera d'ingannare i Cieli!
I raggiri dell'uomo Iddio confonde;
tutto ciò che il tuo cor serra e nasconde,
tutto convien che all'occhio suo si sveli.

Un Pagan, che puzzava un po' d'eretico,
e credeva agli dèi
forse con beneficio d'inventario,
per ingannar l'Oracolo
andò un giorno d'Apollo al santuario.

- È vivo o morto ciò ch'io stringo in mano? -
disse il Pagano, per tirare in trappola
Apollo e per confondere i miracoli.
E in mano aveva un uccellin mal vivo,
pronto, secondo il caso,
a lasciarlo scappar, o piano piano
a soffocarlo. S'ingannò lo sciocco,
ché Apollo, il qual fiutò tosto il tranello,
- O vivo o morto, ti conosco, allocco, -
disse, - agli allocchi serba le tue trappole -.
E il corbello rimase ancor corbello.

È inutile ch'io aggiunga
che certi strattagemmi non si fanno
con chi ci vede ed ha la mano lunga.


XX - L 'Avaro e il Tesoro

Mal possiede colui che ben non usa
del suo denar, sappiatelo, o taccagni,
che i guadagni ammucchiate sui guadagni
e non avete un soldo all'occorrenza.
Chi trova differenza
tra un Giobbe, che languisce sul letame,
e gli avari che muoiono di fame?
Parlando d'un Avar, che un suo tesoro
nascose in terra, Esopo in una favola
ha detto cose d'oro.

Questo avaraccio sordido,
padrone no, ma schiavo egli dell'oro,
di nascere aspettava un'altra volta
il suo denar per spendere.
Teneva egli sepolta
sotto terra una pentola ripiena
di bei doppioni ed il suo cor con loro;
e giorno e notte andava, anima in pena,
sempre il pensier raccolto
al morto suo sepolto.
In strada, a letto, a tavola,
sempre temea che qualche temerario
osasse, oh Dio! toccarne il santuario.

Seguendo i passi dell'avaro un dì,
un certo beccamorto sospettò
dov'era il morto e lo diseppellì.
Quando venne il vecchione e ritrovò
vuoto il nido, per poco non morì.
Chi mi sa dire i gemiti
del nostro pover'uomo e chi le lagrime
e l'ira onde si lacera
le vesti a quell'orribile misfatto?
- Il mio tesor m'hanno rubato, ahimè! -
gridava il mentecatto.
- Il tuo tesor? - un passeggier chiedé.
- Il mio tesor ch'era sepolto qui
sotto una pietra. - Tempo ora non è
da seppellir il tuo tesor così.
È meglio il tuo denar, almen mi pare,
in casa conservare o non lontano,
se vuoi di volta in volta ad un bisogno
averlo sottomano.
- Di volta in volta, dici? ah buon Gesù!
Io non avrei mai più
toccato ciò che a stento
si raccoglie e sparisce in un momento.

- Allor, amico, a che servono i guai? -
il passeggier rispose a quell'ossesso,
- Se il tuo tesoro non lo tocchi mai,
mettici un sasso, e servirà lo stesso -.


XXI - L'Occhio del Padrone

Un Cervo entro una stalla a rifugiarsi
corse un giorno, ma i buoi
non volendo saper de' fatti suoi,
comandarono a lui d'allontanarsi.

- O amici, - disse il povero animale, -
non mi cacciate via:
io vi dirò, se non mi fate male,
dove potrete grassa prateria
ed erba ritrovar buona per voi -.
A quest'offerta si piegaro i buoi.

Il Cervo in un cantuccio rintanato
piglia coraggio e fiato,
e quando quasi sul finir del giorno
vennero i servi a portar erba e fieno,
e venne nientemeno
il sor soprintendente,
non che d'un Cervo, quella buona gente
non si accorse dell'ombra pur d'un corno.

Il lesto abitator della foresta
rende già grazie ai bovi,
e sospira il momento in cui non resta
persona in stalla per alzar le piante.
Ruminando un de' buoi - Va ben, va bene, -
gli dice, - ma se viene
l'uom dai cent'occhi, come sempre suole,
e guarda e cerca intorno,
scommettere non vo' sopra il tuo corno -.

Ed ecco entra il Padrone, entra ed adocchia,
chiama, rimbrotta i suoi.
- Ehi là, - dice, - quest'erba è troppo poca,
ehi qua, non c'è pe' buoi
letto più fresco? presto, alto, in cascina:
chi mi rovina le bestie? Olà,
c'è gran difficoltà
a toglier quattro ragnatele ai muri?
Brutti figuri, e questa roba? e questa? -

Così girando, ed adocchiando, a un tratto
uscir vede una testa
diversa dalle solite.
Dàlli, addosso, la povera
bestia è scoperta. I servi
con forche e spiedi accorrono
da ammazzare non un ma cento cervi.
Invan, trafitto, ei lacrima,
ucciso, trasportato e ben salato,
tornò più volte in tavola
piatto ai vicini molto prelibato.

Non vede ben che l'occhio del Padrone,
dice Fedro con stil molto elegante.
Per fare più completa la lezione,
aggiungeremo: e l'occhio dell'amante.


XXII - L'Allodola, i suoi figli e il Padrone del campo

Aiutati da te, dice un proverbio
ch'Esopo al tempo suo già mise in credito.

Entro le biade ancora verdi e tenere
il nido fan le allodole
nella bella stagion che si apre e pullula
la terra ai primi amori,
quando leoni e gelidi
mostri marini e allodolette sentono
a un modo i dolci ardori.

Avea veduto una di queste allodole
marzo ed april trascorrere,
senza gustar le tenerezze e i palpiti
che fan sì dolci al cor marzo ed aprile.
Pensò quindi non perdere
tempo più. Subito il nido appresta,
l'ova depone e cova e tragge i piccoli
dal guscio lesta lesta.

Poi che già bionde eran le spiche, in ansia
vivea la mamma Allodola
di veder colle falci il campo a mietere,
prima che i figli fosser grandi al volo.
E ognor li prega (ove le occorra i piccoli
lasciar e il nido solo)
perché l'orecchio
attenti porgano
quali discorsi tiene
il mietitor, quando nel campo viene.

Un giorno quelli ascoltano
che l'uom del campo ai figli suoi dicea:
- Bionda è la spica, or che si aspetta ancora?
Dite agli amici che le falci apprestino
e vengano con noi le biade a cogliere
dimani sull'aurora -.

Quando tornò l'Allodola,
trovò il suo caro nido in iscompiglio:
- O mamma, un gran periglio
ne sovrasta. Egli ha detto che verranno
diman gli amici suoi per dargli mano
a mieter questo grano.

- Lasciate ogni sospetto, -
a lor rispose la prudente Allodola, -
se questo solo ha detto,
non c'è ragione in ver d'essere in pena;
udremo poi quel che dirà, frattanto
mangiate allegramente, ecco la cena -.
Ed a' suoi figli accanto,
quindi si addormentò la saggia Allodola.

Già l'alba erasi desta e già pel solito
cibo la buona madre si allontana,
ma al campo non arrivano
i mietitori. A' figli suoi rivolto,
dice il Padron: - O che gli amici dormono
anche a quest'ora? la mi sembra strana.
Poiché gli amici sono al far sì lenti,
ite, ragazzi, e fate un nuovo invito
per domattina a casa dei parenti -.

Maggior spavento allor conturba i semplici
uccellini che: - O mamma, o mamma, - gridano, -
i suoi parenti, ha detto,
verran dimani allo spuntar del sole.
- Le solite parole
che non avranno effetto, -
dice la madre, e fu proprio così:
ché dei parenti non si vide l'ombra
allo spuntar del dì.
Pazzo colui che fuori delle maniche
non sa tirar le braccia
ma nell'aiuto altrui sempre confida!

- Andiam, figliuoli, - grida
il padre a' figli suoi, - per quanto faccia,
parente al mondo più fedel non c'è
di chi sa far da sé.
Noi prenderem dimani
le nostre falci e colle nostre mani
il raccolto faremo e finiremo -.
Udito questo: - Andiam, - disse l'Allodola, -
non c'è tempo da perdere,
queste parole son l'avviso estremo -.
E svolazzando i piccoli,
ognuno come può,
la tenera famiglia dell'Allodola
senza trombetta subito sloggiò.


LIBRO QUINTO


I - Il Boscaiolo e Mercurio
(Al signor C. D. B.)

All'opra mia, Signor, norma e misura
diedi il vostro gentil senso del bello,
a cui spiace dell'arte ambiziosa
i fronzoli e gl'inutili ornamenti.
La penso anch'io così. Guasta dell'arte,
per troppa voglia d'abbellir, la schietta
semplicità l'indocile poeta.
Anch'io discrete amo le Grazie. Esopo
apre la via per cui cerco a quel fine
alto seguirlo, ove egli tende, anch'io.
Se mai non tragge il mio lettor alcuna
dottrina o compiacenza, oh almen mi giovi
l'indole allegra, che allo scherzo mira,
e che conduce il vizio alla burletta.
Tal mi son io, se a me non diede il Cielo
omeri e braccia d'Ercole robuste.

Invidia e vanità sono i due gangheri,
su cui si aggira questa vita umana
e dove anch'io la favoletta impernio.
Vizio e virtù, l'un contro l'altra armato,
senno e stoltezza in bilico e contrasto,
ecco il gioco, onde spiegasi siccome
possa la rana invidiar del bove
la grandezza, e gonfiar fino alla morte,
e il lupo urlar contro l'agnello e in guerra
mover la mosca e l'umile formica.

Questa è l'opera mia, che si distende
ampia comedia in cento atti diversi,
e che per fondo ha l'universo intero.
Uomini, Dèi, lo stesso alto Tonante,
e gli animali e il portator di belle
ambasciate alle belle, almo Mercurio,
passano in volta, ognun pronto al mio cenno.
Ma non perciò, Signor, venni quest'oggi
innanzi a voi. Mi chiama altro argomento.

Un Boscaiol un dì smarrì la scure,
da cui traeva il suo boccon di pane,
e non avea da vendere neppure
i cenci suoi per vivere dimane,
onde piangendo supplica gli dèi,
- O mia scure, - gridando, - o dove sei?

O Giove, a me la rendi e mi darai,
signor del Cielo, una seconda vita! -
Nell'Olimpo risuonan questi guai
tal che Mercurio, l'alma intenerita,
- La scure - dice - che piangendo chiedi,
la sai tu riconoscer se la vedi? -

- Altro che! - quel risponde. - È questa forse? -
E gli porge una scure tutta d'oro.
- Non è questa -. Egli un' altra gliene porse
d'argento. - Non valea tanto tesoro -.
Mercurio allor ne trasse una di legno.
- Ah! questa è mia, la riconosco al segno.

Lieto sarei, se tu mi dassi questa -.
- E tu le avrai buon uomo, tutte e tre.
La tua fede è sì grande e tanto onesta,
che pagata vuol essere da me -.
- Quando è così, - risponde il poveretto, -
con tutto il cuore, o mio Signor, l'accetto -.

Quando si seppe il caso, in un momento
ogni altro Boscaiol perdé l'arnese,
quindi risuona il Ciel di un tal lamento
che Giove n'ha le orecchie un poco offese.
Scende Mercurio nuovamente a loro
e mostra a ciaschedun la scure d'oro.

Per non parere gente mammalucca,
dicon tutti: - Sì, sì, quella è la mia -.
Mercurio gliela dà, ma sulla zucca
a castigar la loro ladreria.
O furbi, è sempre buono di saperlo,
che il Padre eterno non è poi sì merlo.


II - Il Vaso di terra e il Vaso di ferro

Un Vaso di ferro a un altro di creta
un giorno chiedeva: - Viaggi, vicino?
- No, caro, la fragile natura mel vieta,
restare desidero accanto al camino.

Un picchio, uno spigolo, che a sorte mi tocchi,
può subito mettermi in quindici tocchi,
viaggi chi il corpo si sente più saldo,
qui dentro la cenere deh! lasciami al caldo -.

Il Vaso di ferro per fargli coraggio:
- Non darti pensiero, diletto vicino,
in ogni momento del nostro viaggio
avrai nel mio corpo usbergo e cuscino.

I colpi e gli spigoli conosco da un pezzo,
e vigile sempre a mettermi in mezzo,
né corpo, né punta di cosa un po' dura
non fia che ti rechi dolore o frattura -.

A queste parole il debol si attacca
al forte compagno, e vanno con Dio:
ma zoppica tu che zoppico anch'io,
un fianco si pesta, un altro si ammacca.

Non vanno mezz'ora che contro il più forte
ha rotte le costole il Vaso di terra.

Chi sta co' suoi pari, in pace ed in guerra,
del povero Vaso non corre la sorte.


III - Il Pesciolino e il Pescatore

Un pesciolin diventa un pesciatello,
e poi, la Dio mercé, se mangia e cresce,
è ver, diventa un pesce;
ma non dimostra aver troppo cervello
chi lascia il pesce piccolo
per pigliarlo di poi più grosso e bello.

Un Carpioncel meschino
nella rete incappò del Pescatore.
- Ogni poco fa numero, - in suo core
disse quell'uomo, e il butta nella cesta
per cominciar la festa.

- Sono così piccino e inconcludente, -
il pesciolin gridò, -
che in me non hai da consolare un dente.
Lasciami andar, quando sarò carpione,
nella tua rete, il giuro, tornerò.

Allora sì che avrò la proporzione
da far un buon contratto:
mentre occorron dugento pari miei
a riempire un piatto,
e tal piatto, che anch'io non mangerei -.

A lui rispose il furbo Pescatore:
- Insipido sì o no, nella padella,
pesce predicatore,
andrai stasera, e quasi mi lusingo
che sarà la tua predica più bella -.

Un ho vale di più di cento avrò,
l'uno almeno è sicuro e l'altro no.


IV - Le Orecchie della Lepre

Un animal cornuto
col corno offese un giorno il Re Leone,
che per levar fin anco l'occasione
sbandì tutte le bestie dal suo regno
ch'han sulla fronte qualche aguzzo segno.

E cervi e becchi e buoi, capre e capretti
a far fagotto furono costretti
ed a cercar paese più sicuro.
Vedendo anche la Lepre degli orecchi
l'ombra allungarsi aguzza sopra il muro,
temé che qualche inquisitor, per poco
pigliandole per corna,
non le facesse un maledetto gioco.
- Addio, Grillo, - esclamò, - cambio dintorni
per cagion, tu lo sai, di questi corni -.

- Corni questi? - rispose il Grillo astuto.
Per quel che vedo anch'io
son orecchie, amor mio, delle più belle
che sian uscite dalla man di Dio.

- Corni od orecchi, se ad alcuno il ruzzo
o l'interesse torna
di dire che son corna,
n'avessi sulla fronte
meno ancora di quelle ch'ha lo struzzo,
saranno corna, corna da bisonte.
Che giova il protestare? ti si piglia
e ti si porta dritta alla Bastiglia -.


V - La Volpe dalla coda mozza

Una Volpe più furba del diavolo,
che sentiva di volpe lunge un miglio,
famosa mangiatrice
di galline e terror d'ogni coniglio,
un giorno restò presa in una trappola.

Poté fuggir, ma nel fuggir la coda
restò tra i ferri in pegno.
Piena di rabbia quindi e di disdegno,
non volendo esser sola in quella moda,
un dì nell'assemblea
delle Volpi esponeva questa idea:

- Che mai si fa di questa roba inutile
che spazza il sozzo fango della via?
Non sarebbe più bello e assai più comodo
addirittura di tagliarla via?

- Magnifica proposta! -
soggiunse qualcheduna ivi presente, -
voltatevi di là, madama, e subito
avrete la risposta -.

A questo dir scoppiò di risa un tale
fracasso generale,
che seguitò la coda
a rimaner di moda.


VI - La Vecchia padrona e le due Serve

Una Vecchia stizzosa come un cane
al suo servizio mantenea due schiave,
tanto leste al filare e tanto brave,
che avrian rubato anche alle Parche il pane.

La Vecchia avara la giornata intera
le faceva filar, sempre filare,
sempre col fuso in man dall'alba a sera,
anche il tempo cred'io del desinare.

Quando sull'alba in punto il suo galletto
salutava il gran Febo luminoso,
la Vecchia sgambettava fuor del letto
in un giubbone lacero e tignoso.

Accendeva una lampa e senza indugio
si dirizzava verso lo stambugio,
dove in braccio del Sonno abbandonate
dormivan le due donne disgraziate.

L'una si stira e ricomincia i guai,
l'altra, schiudendo un occhio, il consueto
augurio manda a quel gallo indiscreto
che canta sempre e che non crepa mai.

Per mantenere forse la parola,
un bel giorno il galletto si trovò
nel sangue con un ferro nella gola.
Ma l'assassinio il male peggiorò.

Ché per timor che passi troppo l'ora,
come se fosse da un folletto invasa,
la Vecchia molto prima dell'aurora
si sente tramestare per la casa.

Così le donne per amor di pace
dalla padella cadder nella brace.


VII - Il Satiro e il Passeggero

Senza tappeto, tavola e divano,
in fondo a una selvatica
grotta si trasse un Satiro
a desinar colla scodella in mano.

Accanto i figli e la diletta moglie
sul musco anche sedevano
e lieti masticavano.
Semplicità l'appetito non toglie.

Colto dall'acqua come il Ciel la manda,
un Passegger ospizio
cercò nell'antro, e subito
fu invitato a gustar della vivanda.

La cortesia tornò molto gradita
all'uom, che freddo ed umido,
per riscaldarsi l'unghie
col fiato si soffiò sopra le dita.

E quando fu servito il desinare,
ancor sopra ci soffia.
Meravigliato il Satiro
gli dimandò: - Che giova ora il soffiare?

- Soffiando, come ho fatto, scaldo in pria
le dita, e quindi soffio
per raffreddar il liquido -.
Disse il Satiro allor: - Caro, va' via,
a me sembra una cosa assai barocca,
e tolga il Ciel ch'io voglia
dormir con un che soffia
il caldo e il freddo dalla stessa bocca -.


VIII - Il Cavallo e il Lupo

Un Lupo nella dolce primavera
quando i prati la mite aura rinnova
ed escon gli animali alla pastura,
un Lupo, dico, andando alla ventura,
in mezzo a un praticello
vide un Cavallo abbandonato e bello.

- Buon pro, - disse fra sé, -
a chi saprà servirselo per cena.
Se invece di caval fosse montone,
sarebbe quel boccone
che più conviene a me,
che piglierei d'un salto e senza pena.

Ma qui, - soggiunge il ghiotto, -
ci vuol malizia -. E a passi misurati
vien innanzi e si spaccia a lui per dotto
discepolo d'Ippocrate,
che sa guarire i mali più invecchiati
col semplice decotto
dell'erbe ch'ei conosce ad una ad una
(sia detto senza alcuna vanteria)
come se fosse nato in spezieria.

- Quando un Cavallo va così slegato,
- gli dice, - in mezzo al prato,
in medicina questo è un gran segnale
ch'egli si sente male.
Se don Poledro vuole ch'io lo visiti,
prometto di guarirlo
gratis, s'intende, e senza obbligazione.

- Se vuoi saper, - risposegli il Cavallo, -
ci ho una pustema grossa sotto un piede -.
E il medico burlone:
- Ahimè, son mali seri
e che richiedon qualche operazione
un po' pericolosa.
Ma non importa, credi all'arte mia,
io so la chirurgia
e servo dei cavalli cavalieri -.

E mentre il furbacchiotto si avvicina
per stringere il malato,
questi che odora il fiato
all'animal sapiente,
gli stiaffa in viso un calcio sì potente,
che il naso manda in broda
e i denti e le mascelle gli dischioda.

Il Lupo nel partir disse in suo core:
- Fornaio, fa' il fornaio,
ognun il suo mestier faccia pel quale
dal Cielo è destinato -.
Un Lupo nato ad esser macellaio
sarà sempre un gran povero speziale .


IX - Il Contadino e i suoi Figli

Lavorate, faticate,
un tesoro
immancabile è il lavoro.

Un ricco Contadino, ridotto al lumicino,
chiamò d'intorno i Figli e a lor così parlò:

- Il vostro poderetto
mai non vendete, o figli, perché di certo io so
che v'è sotto nascosto un gran tesor... Zappatelo,
scavatelo, frugatelo,
e troverete ciò che vi prometto -.

Quando fu morto il padre, per gola del tesoro
corrono i figli e zappano,
scavan di qua di là la terra in ogni lato.
E avvenne proprio quello che disse il padre loro;
ché, il campo lavorato e dissodato,
trasser sì gran raccolto in fin dell'anno,
che quasi dove metterlo non sanno.

Ben fu il padre saggio astrologo
nel mostrare che il lavoro
da sé solo è un gran tesoro.


X - La Montagna che partorisce

Una Montagna presso a partorire
di tali strida l'aria riempiva
che la gente, che udiva da lontano,
diceva: - Il fantolino
una città sarà come Milano -.
E nacque in quella vece un topolino.

Pensando a questa favola
così falsa di fuori e vera in fondo,
mi raffiguro certi poetonzoli
che prometton cantare il finimondo
e Giove e il tuono e i fulmini e i Titani.
E d'una cosa sì straordinaria
non ti resta allo stringer delle mani...
che cosa? - un poco d'aria.


XI - La Fortuna e il Ragazzo

Tornando dalla scuola un ragazzino,
si pose a sonnecchiar soavemente
sopra l'orlo d'un pozzo assai profondo.
Ogni cosa ai ragazzi è un buon cuscino.
Se un vecchio fosse stato sì imprudente,
o un padre di famiglia,
scommetto che sarìa cascato in fondo.
Fortuna volle che la dea Fortuna
passasse a lui vicino,
e assai cortesemente lo svegliò.
- Mio caro, - disse, - ascolta,
non esser sì imprudente un'altra volta,
perché sempre vicina non sarò.
Se tu cadi la colpa mia non è,
ma la gente la piglia poi con me -.

Avea ragion da vendere
la buona dea volubile,
che al mondo d'ogni male
è fatta responsabile.
Sempre gli sciocchi pensano
di scaricar la colpa dei malanni,
tirando la Fortuna per i panni.
Sia l'uomo dritto o storto,
sempre Fortuna ha il torto.


XII - I Medici

Dottor Nero e dottor Rosa
d'un malato accanto al letto
fra di loro disputavano:
- Malattia pericolosa, -
l'un dicea. - Faccenda seria!
Il malato
per mio conto è già spacciato.

- Al contrario, dottor Nero, -
dicea l'altro, - ed io prometto
di tirarlo fuor del letto -.

Tra due Medici in contrasto
ne' giudizi e nella cura,
il malato, poveretto,
pagò il debito a Natura.

- Non l'ho detto, non l'ho detto? -
esclamava dottor Nero, -
il malato a' miei pronostici
ha creduto più che a voi.

- Grazie tante, - trionfante
disse l'altro, - ma il malato,
se creduto avesse a noi,
non sarebbe mai crepato.


XIII - La Gallina dalle uova d'Oro

Della seguente favola il costrutto
è fatto per coloro
che, per troppo voler, perdono tutto.

Aveva un certo tale una Gallina,
che faceva ogni giorno un ovo d'oro.
Credendo che la bestia peregrina
chiudesse in grembo qualche gran tesoro,
l'uccise, e aperto il fianco,
la sua Gallina simile trovò
a tutte l'altre che fan l'ovo bianco,
così il suo danno ei stesso procacciò.

Convien questa lezione
a molta gente senza discrezione.
Non son gli esempi rari
di quei che, per la gola dei denari,
della fortuna al gioco
perdono il molto e il poco.


XIV - Il Mulo che porta reliquie

Nel portar certe reliquie
un muletto lusingavasi
che per lui gl'incensi fossero
e le lunghe litanie,
onde spesso riverente
per le piazze, per le vie,
salutavalo la gente.

Ma trovò chi finalmente
gli levò dal cor l'inganno:
- Non per te gl'incensi e i cantici,
bestia sciocca,
dal buon popolo si fanno,
ma per ciò che in spalla porti.
Rendi dunque alle reliquie
quest'onor che non ti tocca -.

Alla croce, al grado, al titolo,
illustrissimi cretini,
non a voi sono gli inchini.


XV - Il Cervo e la Vite

All'ombra d'una vite alta e frondosa,
come crescon sovente
nei caldi climi, un Cervo, spinto in caccia,
timido si accovaccia.
E nella selva delle foglie spesse
poté salvar la pelle sua preziosa.

I cacciatori chiaman dalla traccia
i mesti cani, ma la bestia ingrata
non si mette a brucar la sua benevola
benefattrice come un'insalata?

E mal per lui! ché allo stormir ritornano
i cani, e addosso, piglia,
del suo sangue la vite ei fe' vermiglia.
Invan piange la bestia,
invan pietà dai cacciatori supplica;
della sua carne ebbe ciascun un tondo
ed i cani ne furon consolati.
Esempio a quanti ingrati son nel mondo.


XVI - Il Serpente e la Lima

Vicino a un oriolaio
abitava, raccontano, un serpente
(incomodo vicino certamente),
che in bottega un bel dì dalla finestra
per desinare entrò.
Ma non trovando nulla,
né cacio né minestra,
a rodere una lima cominciò.

- Che cosa credi, o bestia, ora di fare? -
disse la Lima a lui tranquillamente,
- una lima di ferro rosicchiare?
O piccolo animal senza cervello,
prima che tu di me mangi un granello,
dovrai sul ferro consumare il dente.
Il tempo sol potrammi consumare -.

Questa è scritta per voi, spiriti gretti,
che, buoni a nulla, a mordere vi date
l'opere belle e gli uomini più eletti.
Mordete, poco è il danno
che i vostri denti fanno.
La virtù per l'invidia rosicchiante
è ferro duro, è bronzo, è diamante.


XVII - La Lepre e la Pernice

Delle disgrazie altrui fa' di non rider mai,
perché chi t'assicura
che sempre fortunato nel mondo esser potrai?

Ciò ben dimostra in varie
sue favolette Esopo,
e questa ancor ch'io recito
mira diritta a non diverso scopo.

Vivea la Lepre nello stesso campo
colla Pernice i giorni suoi beati,
quando un branco di cani scatenati
costrinser quella a chiedere uno scampo
nella sua tana oscura.
I Cani (ed alla testa era Grifone)
restaron colla voglia del boccone.
Ma il Lappa, un della scorta, un forte e baldo
cane levrier, filosofando a naso,
gli parve della preda
sentir l'alito caldo,
e fuori me la caccia dalla tana.
Molosso, andando a caso,
la trova, e dando a credere,
da cane che non ama dir bugia,
che gita sia lontana,
il tempo non le lascia
di dir Gesummaria.

- Che val, bestia minchiona,
d'aver la gamba buona? -
le dice la Pernice,
scherzandola... quand'ecco
i cani addosso accorrono
e la celia le mozzano nel becco.
Sull'ali confidava la meschina,
ma non avea ben fatto i conti suoi
col falco dalla zampa malandrina.


XVIII - L'Aquila e il Gufo

L'Aquila e il Gufo un dì, fatta la pace
e scambiato l'amplesso,
l'una giurò, parola di regina,
e giurò l'altro in fe' di barbagianni,
che non avriano a' danni e alla rovina
de' figli loro congiurato mai.

- Conosci i figli miei? - chiese l'uccello
caro a Minerva. - Io no.

- Or temo, se distinguerli non sai,
che tu ne faccia un dì tristo macello.
Voi grandi, per quel poco che ne so,
come gli dèi lassù,
non state a calcolare il meno e il più,
ma fate dei mortali
quel conto che si fa degli stivali.
Oh sì, povero a me
se me li mangi! ... - Amico, orbe', se vuoi
che non tocchi una penna a' figli tuoi,
me li presenti o fammene il ritratto.

- Davver? subito fatto.
Sono uccellini belli e graziosini,
che non hanno gli eguali infra gli uccelli.
Se tu li vedi, esclami: "Ecco son quelli".
In mente ben rimarca
questi segnali e fa' che per tuo mezzo
non entri in casa mia la trista Parca -.

Non molto tempo andò
che il barbagianni babbo diventò,
e un dì ch'egli era fuori per la spesa
l'Aquila venne, e visto in un oscuro
crepaccio d'una grotta, ovver d'un muro
(preciso ancor nol so),
certi uccellacci di sembianza offesa,
goffi, rognosi e cupi e rauchi al canto,
- Questi non son del nostro amico i figli, -
esclama, - e bene io posso
mangiarmeli -. Sì disse, e la grifagna,
che non è ne' suoi pasti pitagorica,
se li rosicchia tutti fino all'osso.

Quando il Gufo tornò dalla campagna,
e non trovò di tutti
i figli suoi che l'unghie e i becchi asciutti,
le grida disperate al cielo alzò,
e contro l'assassin lo sdegno e i fulmini
dei numi supplicò.

Ma fuvvi chi gli disse: - O barbagianni,
te stesso accusa autor de' tuoi malanni,
o il senso natural, che sempre vuole
chi ne somiglia render belli e amabili.
Meglio per te, se per amor de' tuoi,
non avessi gonfiate le parole.


XIX - Il Leone che va alla guerra

Volendo Re Leon scendere in guerra,
dirama un bando a tutti gli animali,
che vengan da ogni parte della terra
ciascun nelle sue fogge naturali.

L'elefante, oltre al combattere,
a portar l'artiglieria
e i foraggi è valentissimo.
Gran maestra in strategia
è la volpe, e sa la scimia
il nemico gabellar,
salta l'orso ed è terribile
le fortezze ad assaltar.

Volevano i ministri mandar via
gli asini sciocchi e i timidi lepratti,
ma non volle il Leone a tutti i patti.

- L'asino, - disse, - a fare da trombetta
ha una voce più forte della mia,
e la lepre sarà nostra staffetta -.

Il Leon capì, da saggio,
che si può cavar vantaggio
da qualunque attività.
Nulla è inutile a chi sa.


XX - L'Orso e i due Compari

Ad un vicin mercato due Compari,
a corto di denari,
vendettero d'un grande Orso la pelle,
d'un Orso, ben inteso,
che non aveano ucciso ancor né preso.

A sentirli, degli orsi era il campione,
e la pelle soltanto una fortuna
da foderar non una,
ma due zimarre contro il più ribelle
freddo della stagione.

Prometton che in due dì saranno pronti
la pelle a consegnar, non altrimenti
che la pelle trattassero d'un fico.
E senza fare i conti
coll'Orso, vanno in traccia dell'amico.

Vanno, ed ecco che subito si affaccia
la belva che galoppa e mostra i denti.
Contratto addio! non è quello il momento
di far affari colla bestïaccia,
ma di scappar... e scappan come il vento.

L'uno svelto s'arrampica su un albero,
l'altro si butta in terra colla faccia,
e fa il morto, non fiata, avendo udito
che l'orso con chi puzza di cadavere
di rado si è mostrato inferocito.

- Puzza da morto, andiamo, -
disse l'Orso e nel bosco si rintana.
Un degli amici scende allor dal ramo
e coll'altro di cuore si congratula
che ancor la sia passata così piana.

- E non t'ha della pelle anche discorso
quando il muso all'orecchio avvicinò?
- No, no, ma disse, se non ho frainteso,
che non bisogna vendere dell'orso
la pelle mai prima d'averlo preso.


XXI - L'Asino vestito della pelle del Leone

Un Asino, sebben asino tondo,
vestito della pelle del Leone,
il terror divenuto era del mondo.

Ma gli sbucò un orecchio e bastò questo
per svergognar quell'animal poltrone;
mastro bastone poi faceva il resto.

Vedendo che Martino,
il mugnaio, menava al suo molino
i leoni, stupì naturalmente
per via tutta la gente.

C'è in Francia e c'è in Italia dei messeri,
che tornan questo apologo di moda.
Lusso e sfoggio e di servi una gran coda
tengon luogo dei meriti sinceri.


LIBRO SESTO


I - Il Pastore e il Leone

Le favole non son soltanto favole,
ma quasi una moral sono ristretta.
Coloro che s'annoiano alla predica
ascoltan di buon cuor la barzelletta.

Contare per contar è cosa semplice,
ma al ben mirano quei, che in tutti i tempi
coltivaron quest'arte antica e classica
di raccontar aneddoti ed esempi.

Questi in poche parole il succo stringono
e diritti camminano allo scopo.
Fedro parve succinto ai vecchi critici,
ma ancor di lui più lesto è il vecchio Esopo.

Che dirò di quel Babria sì laconico,
che strinse in quattro versi i suoi racconti?
Se ciò sia bene o mal vedano i critici,
contentiamoci intanto dei confronti.

Al qual intento conterò del Frigio
la nota favoletta del Pastore,
e con qualche ricamo sottilissimo
quella che Babria fe' sul Cacciatore.

Ritrovando ogni momento
qualche vuoto nell'armento,
un pastore sospettò
che vi fosse un lupo infame,
e un gran laccio nello strame
per pigliarlo collocò.

Quindi esclama: - A te il più bello,
o gran padre degli dèi,
e de' miei
il più candido vitello
sull'altare io sgozzerò,
se mi fai che il reo quadrupede
resti preso nel tranello -.

Non avea quest'orazione
terminata, che un leone
grosso e forte
dalla grotta ecco sbucò.
Col pallore della morte
il pastor perdé la bussola
e il suo voto allor cangiò:

- Padre Giove, padre Giove,
se un vitello poco fa
t'ho promesso,
ti prometto adesso un bove -.

Voglion dir queste parole
che il mortale mai non sa,
ciò che vuole e che non vuole.


Il - Il Leone e il Cacciatore

Un certo tal, gran cacciator e appunto
gran vantator (racconta il vecchio Babria)
avea perduto un suo diletto cane.
Dubitando ch'ei fosse ito diritto
nella pancia a un leon, volea vendetta.
Un giorno chiese ad un pastor: - E dove
sen sta la mala bestia? io vo' la coda
mozzarle. - Abita là sulla montagna, -
disse il pastor. - Ahimè! lo so pur troppo,
ché a patto solo di grassi tributi
posso al mio gregge assicurar la pace -.
Il Cacciator si volta. - Eccola lì
la mala bestia... - Oh Ciel! - scappa, Giovanni,
- O Giove, - ei grida, - a me mostra una porta
dov'io possa salvare almen la pelle -.

Alla lontana molti hanno coraggio
di sfidare i pericoli, che poi
scappan le gambe in spalla al buon momento.
Coraggioso è colui che regge a prova
e colla man tocca il cimento e vince.


III - Il Sole e il Vento

In autunno si sa che pazzo è il tempo,
ora piove, ora è bello, or splende il sole,
or distende la bella Iride il lembo
del suo vestito, avviso a chi viaggia
di portarsi per strada un buon mantello.
Balzana nominarono gli antichi
una stagion siffatta, in cui mai troppe
le previdenze son del pellegrino.

Un di questi era uscito un giorno appunto
ben riparato contro ogni incostanza
della stagione, in un doppio tabarro
di buona stoffa, allor che disse il Vento
al Sole: - Ecco, costui, per quel ch'io veggo,
ha provvisto assai ben contro gli eventi,
ma non pensò ch'io so gonfiar le guance
e con tanto soffiar impeto e forza,
che strappo anche i bottoni; o vuoi ch'io provi
a togliergli di dosso e con un colpo
al diavolo mandar quel suo tabarro?
Vuoi vedere? così potremo un poco
al bel volo godercela fra noi -.

Senza tante parole a lui rispose
il Sole: - Anzi fra noi facciam scommessa
a chi prima saprà scoprir le spalle
del galantuomo. A te, comincia primo,
ch'io mi lascio soffiar anche sul viso -.

Bastò il dirlo che il vento in un momento
tien la scommessa e s'empie e si rigonfia,
come un pallon, di nebbie e di vapori,
e soffia e fischia e zufola e tempesta,
innanzi polveroso va superbo,
e comignoli schianta e manda a picco
più d'una nave in mar per il capriccio
d'un ferraiol, ahimè!
Presto sul corpo
il suo mantel si strinse il viandante,
sì che il vento non entri. Invan s'insinua
questo dentro le pieghe e sotto il bavero,
ché l'uom prudente ancor più stretto attagliasi
il panno al dosso, e fu tempo perduto.
Trascorso il tempo suo, cedette il Vento
il gioco al Sol, che dissipa in un tratto
le nebbie e mostra il suo faccion lucente,
e tanto scalda al galantuom la schiena,
che sudato alla fin questi si tolse
il palandrano. Fu potente il Sole,
facendo men di ciò ch'ei puote; indizio
che la dolcezza vince ogni furore.


IV - Giove e l'Affittaiolo

Volendo Giove d'una masseria
fare l'affitto, in terra
mandò Mercurio a stendere i contratti.
Concorse molta gente
inutilmente,
ché dopo un mar di ciarle, o perché poco
sembri il vantaggio a petto della spesa,
o per cento incertezze intorno ai patti,
quasi fallìa l'impresa.

Un tale finalmente
un'offerta azzardò poco prudente,
di prendere, cioè,
la fattoria per sé
a queste condizioni,
che Giove gli lasciasse facoltà
di fare a suo capriccio le stagioni.
Volesse caldo, vento, umido o secco?
Bastasse aprir la bocca e in un momento
ecco la pioggia ed ecco
il caldo, il secco, il temporale, il vento.

Giove disse di sì. Quindi firmato
il suo capitolato,
il nostro galantuom padron de' campi
fa il doppio Pescator di Chiaravalle.
Inaffia, soffia, tuona, accende i lampi,
e muove la stagione
dell'aria anche padrone.

Di questo suo lunario
straordinario
non ebbero i vicini alcun vantaggio,
non più che i più lontani
americani.
E tuttavia concesse
a lor feconda messe il Gran Tonante,
e vendemmia magnifica, abbondante.

Vedendo il nostro affittaiol che a stenti
ricava invece il frutto dei denari,
prova a mutar il corso agli elementi,
almanaccando nuovi calendari.
Ma un'altra volta fu maggiore il danno,
mentre i vicini ancora,
che lasciarono a posto le stagioni,
i frutti raddoppiarono dell'anno.

Allora il pover'uomo ginocchioni
si volse a Giove, un nume di buon cuore,
che non fa come i soliti padroni;
e venne alla sentenza
che sa i bisogni nostri
assai meglio di noi la Provvidenza.


V - Il Galletto, il Gatto e il Topolino

Un Topolino ingenuo,
che nulla ancora conoscea del mondo,
un giorno fu lì lì
per essere pigliato, e il brutto rischio
raccontava alla mamma sua così:

- Non ero ancora andato
oltre i monti, che fan cerchio allo Stato,
e camminavo lesto, alacre, come
un giovin topo che vuol farsi un nome,
quando a un tratto scopersi, o mamma mia,
due diversi animali sulla via.

L'un di questi parea dolce, grazioso,
ma l'altro turbolento,
fiero, agitato, iroso,
aveva in testa un elmo rosso e vivo,
e tratto tratto apria
sul fianco un certo braccio, ond'egli spicca
nell'aria il vol. Lo strano spauracchio
voce ha feroce e stridula
e a guisa di pennacchio
spiega una coda variopinta e ricca -.

Voleva il Topolin parlar d'un gallo,
ma fece una pittura così strana,
che non si fa d'un'orca o d'un sciacallo,
né di qualunque bestia americana.

- Vedessi, mamma, egli si batte i fianchi
colle due braccia e strilla e fa un fracasso
che pare satanasso.
Anch'io, che, grazie al ciel, non fo per dire,
non manco d'ardimento,
provai tanto spavento
che a buon conto ho pensato di fuggire.
Ma son quasi pentito,
ché avrei voluto stringere amicizia
con quell'altro animal tanto pulito.

Questo ha un pel di velluto, sulla moda
del nostro pelo, variegato e liscio,
ha morbida, magnifica la coda,
e un occhio così mite e sì lucente
da innamorar la gente.
Io credo che fra i topi egli sarìa
capace d'ispirare simpatia...
Di più, che cosa vuoi?
Ha perfino le orecchie come noi.
Se non era quell'altra bestiaccia
a ricacciarmi indietro,
subito gli correvo nelle braccia.

- Male per te, figliuol, - disse la madre, -
l'animal grazioso e benigno
sotto apparenza ipocrita
è un nemico terribile e maligno;
mentre l'altro, di cui tanta paura
racconti, è un animal inconcludente,
che un giorno o l'altro, quasi son sicura,
vedrò sopra il mio piatto.
Ma il Gatto, questo Gatto
che t'è sembrato così bello e mite,
fa dei topi polpette saporite.
Mentre vivrai, ritieni
che da topo non è troppo prudente
dall'apparenza il giudicar la gente.


VI - La Volpe, la Scimmia e gli Animali

Quando morì Sua Maestà Leone,
che lo scettro tenea degli animali,
costoro nei comizi generali
trassero dall'astuccio di cartone
la regale corona, che in un antro
era ben custodita da un dragone.

Prova e riprova, in tutta l'assemblea
non c'era testa eguale
all'orbita di quel cerchio regale.
Chi l'aveva più grossa e chi più stretta
e chi di corna armata anche l'avea.

Volle provare anch'essa per burletta
la Scimmia a incoronarsi, e fece smorfie
da far morir del ridere,
quando passò col suo bel corpo snello
nella corona come in un anello.

Questo trattenimento
agli animali parve tanto bello,
che la elessero a capo sul momento.
Ciascun a lei, siccome a sua regina,
ecco s'inchina e presta il giuramento.
Sol diverso, per quanto finga omaggio,
fu della Volpe astuta il sentimento.

Venne costei, ma fatto un complimento,
- Conosco, - poi soggiunse, - o Maestà,
un nascondiglio con un gran tesoro,
che spetta (e sono io sola che lo sa)
per dritto alla regale potestà -.

Udito questo, la bertuccia vola,
ministra di finanze, ove la gola
la tira di quell'or che sta nascosto.
Né vuol ad altri il posto
cedere per timor d'esser truffata;
ivi c'era una trappola e la sciocca
restò così pigliata.

Allor la Volpe una facezia scocca
a nome dell'intero parlamento:
- Come volevi governar lo stato,
o bestia, se ti manca anche il talento
di governar te stessa? -.
La Scimmia fu dimessa,
e da quel giorno venne dimostrato
che non è d'ogni sorta di persone
il ben portar corone.


VII - Il Mulo orgoglioso della sua genealogia

Sovente piccavasi il Mulo d'un vescovo
di sua nobiltà;
e sempre la mula sua madre illustrissima
citava con boria,
che stata era qui, che stata era là,
che degna ei diceva d'andar nella storia.
Il Mulo la paga disdegna d'un medico
mirando più in su.
Ma quando poi vecchio fu tratto alla macina,
gli vennero in mente
le orecchie dell'asino, che padre gli fu.

Non arriva inutilmente
il malanno, se la gente
persuade, ed agli sciocchi
apre gli occhi.


VIII - Il Vecchio e l'Asino

Stando sull'asino, vedendo un Vecchio
un prato pieno d'un'erba tenera,
lasciò che l'Asino
entrasse e pascolasse.
E l'Asino saltando e ruzzolando
e sgambettando,
mangiò dell'erba fino a crepapancia.
Ma sul più bello
ecco il padrone del campicello.
Allor spronandolo colle calcagna
per la campagna,
comanda il Vecchio: - Andiam, fuggiamo.

- Perché fuggire? - dice la bestia.
- O c'è pericolo
ch'abbia a portar in groppa un doppio basto?
- Non dico questo. - E allora
alla buon'ora
lascia ch'io lo finisca questo pasto.

Il padrone è un nemico certamente.
Ma è cosa indifferente,
tel dice in buon volgare un asinello,
servir a questo o a quello.


IX - Il Cervo che si specchia nell'acqua

D'una fonte nel liquido cristallo,
con suo dolore ed ira
esclama un Cervo, mentre si rimira:
- Quale contrasto, oh vedi,
fra la mia testa e i piedi!
Mentre le corna i bei rami dispiegano
come una selva, ahimè!
i piedi sono asciutti come legni,
per quel ch'io veggo, e non degni di me -.

Un can, mentr'ei si duole,
uscendo a un tratto, tronca le parole.
Il Cervo presto, via,
nei boschi per un pezzo si fuggìa.
Se non che noia e danno
le belle corna a un bel fuggir gli fanno,
inutil benefizio
che in testa gli regala il Cielo ogni anno,
e che de' piedi intralciano il servizio.

Questo Cervo, che si specchia
alla fonte, ti fa prova
di non poche genti insane,
che disprezzan ciò che giova
per amor di cose vane.


X - La Lepre e la Testuggine

Se a tempo non arrivi, a che ti giova il correre?
È ciò che ben dimostra quella scommessa strana,
che fecero fra loro la Lepre e la Testuggine.
- Vediam, - gridò costei, - chi di noi arriva prima
di quella strada in cima.
- Di noi? - disse la Lepre dai piè veloci. - O mia
buona comare, credimi, che questa è una pazzia.
Stasera quattro grani prova a pigliar d'elleboro;
però se lo scommettere ti piace, scommettiamo -.

Non parmi necessario
di dir qual fosse il premio e chi sia stato il giudice.
In quattro salti e in meno io sono persuaso
che giungere potrìa la Lepre oltre la mèta,
se corre come correre suol fare, quando vuole
lasciar i levrieri con tre spanne di naso.
Ma vuol pigliarla comoda,
avendo tutto il tempo, almen così suppone,
di mangiare un boccone,
di fare un sonnellino e di fiutar il vento.
Intanto la Testuggine
col suo pesante e lento
passo senatoriale
non perde tempo e va.

La Lepre ch'ha la boria
di creder troppo facile per lei quella vittoria,
indugia apposta, e chiacchiera,
riposa qua e colà,
più volte siede a tavola,
e del partir, del giungere, nessun pensier si dà.
Sol quando ella si accorse che nonna la Testuggine
era lì lì per vincere,
ratta partì qual lampo,
ma furon sforzi inutili,
ché vinse la Testuggine per qualche spanna il campo.
- Ebben, mia donna Elleboro,
chi superò la prova? -
questa gridò, - che giova
allora d'esser lepre?
Or pensa, o mia comare,
se avevi anche una casa sul dosso da portare!


XI - L'Asino e i suoi Padroni

D'un ortolano l'Asino soleva
della sua sorte sempre lamentarsi,
perché doveva alzarsi - egli diceva, -
ogni mattina prima dell'aurora,
e spesso prima ancora
che si risvegli il gallo... e ciò perché?
- La gran ragion qual è
che mi rompon il sonno mio beato?
Son quattro erbaggi e un cavolo
che reco sul mercato -.

Così dicea la malcontenta bestia,
finché per torla un poco di molestia
la Sorte prova a dargli altro signore,
mettendolo al servizio
d'un certo conciatore.
Ma fu malaugurato il benefizio,
perché l'odor e il peso delle pelli
fece parere i cavoli
e gli erbaggi a portar molto più comodi.

- Ah! - grida allor la bestia sciagurata, -
m'era ben dato prima facilmente
senza spendere niente
una foglia carpire d'insalata
col volgere soltanto della testa.
Or non mi resta, tolto ogni provento,
che pigliar bastonate ogni momento -.

La Sorte, buona ancora a contentarlo,
e per finire il guaio,
appresso a un carbonaio
pensò di collocarlo;

ma l'Asino non meno si lamenta.
Allor fuori di sé
la Sorte disse: - Questa bestia grulla
mi dà da fare più di cento re.
Crede d'esser la sola malcontenta
e ch'io non abbia proprio da far nulla -.

La Sorte avea ragione.
Della fortuna sua ciascun si duole,
e d'ogni condizione
sempre la peggio è quella che ci tocca.
Se anche volesse Iddio la gente sciocca
accontentar, credete voi che questa
cesserebbe con pianti e con parole
di rompergli la testa?


XII - Il Sole e le Rane

Celebrando un tiranno i suoi sponsali,
beveva e allegro schiamazzava il popolo,
affogando nel fiasco i vecchi mali.
Esopo sol, si narra,
allora dimostrò con una favola
ch'era sciocca la gente a far gazzarra.

Volendo il Sole, ei disse, or non so quando,
pensare a prender moglie,
un grido miserando
nel regno delle Rane si levò.
- Chi può sottrarci al danno, -
dicean le Rane, - alla cattiva Sorte,
se de' figlioli al Sole nasceranno?
Se brucia tanto un Sole,
che non splende nemmeno ogni mattina,
figuratevi voi mezza dozzina!
L'unico bel guadagno
sarà che moriranno
le canne e i giunchi e seccherà lo stagno.
Addio, ranocchi! svaporato il mondo,
sarem ridotte dello Stige in fondo -.

Mi pare, a mio buon senso naturale,
che per ranocchi non parlasser male.


XIII - Il Contadino e il Serpente

Un Contadin, un uomo di buon cuore,
quanto poco prudente,
andando un giorno pe' suoi campi in vòlta
vide in terra un Serpente
sopra la neve steso assiderato,
che non avea più fiato.

Il Contadin lo prese in grembo e senza
pensar la conseguenza
d'un atto di sì stolta carità,
innanzi al fuoco adagio lo distende
e riaver lo fa.
Il gelato animale ancor non sente
il tiepore, che già l'anima snoda,
ma colla vita ritornò il serpente.
Move la testa, soffia, alza la coda,
e ingrato, senza cuore,
s'inarca e già sta per spiccare il salto
contro l'amico suo benefattore.

- O brutta bestia, senza gratitudine, -
gridò quel galantuomo, - aspetta me -.
E feroce di collera com'è,
dà mano ad un'accetta
e zic zac l'affetta presto presto
in tre porzion, la coda, il capo e il resto.
Guizza e cerca il Serpente
di ricucir le membra - inutilmente.

È bella cosa il far la carità,
ma il farla bene è una faccenda seria.
Quanto agl'ingrati sempre si vedrà
che tutti finiran nella miseria.


XIV - Il Leone malato e la Volpe

Ammalato, rintanato,
il gran re degli animali
comandò che a tutti i sudditi
questo editto
fosse scritto e proclamato:
che mandasse ognuno in visita
all'infermo un deputato,
promettendo salvaguardia
per l'insolita occasione
dalle zanne e dagli artigli,
in parola di Leone.

Mentre sfilan l'altre bestie
in solenne comitato
a far visita ufficiale
al magnifico animale,
troppo poco persuasa
una Volpe stette in casa.
E si dice che dicesse:
- Se guardate l'orme impresse
nella polvere, vedrete
che nessuno
torna indietro. Ad uno ad uno
vanno tutti nella rete.

Grazie tante, Maestà,
della grazia che ci fa.
Nella reggia ben si vede
come puossi porre il piede:
non così
come poi s'esca di lì.


XV - L'Uccellatore, il Falco e l'Allodola

Una legge universale
sopra il mondo regge, ed è:
Tu rispetta altrui, se vuoi
che rispettin gli altri te.
Se i perversi fanno il male,
ciò non scusa i falli tuoi.

Tratta allo specchio, una meschina Allodola
venìa dove un Villan facea zimbello
agli uccellini, allor che un Falco librasi,
sull'ali, ed ecco rapido per l'aere
precipitando piomba
su lei, che canta all'orlo della tomba.

La poverina avea sfuggito appena
il perfido tranello
che si sentì ghermir dal tristo uccello.
La legge universal ora vedrete!
Ché mentre a spennacchiarla ei l'unghie mena
rimase ei stesso preso entro la rete.

- Lasciami andare, - nella sua disdetta
disse quel tristo uccello al Contadino, -
mal non t'ho fatto, abbi pietà di me.
- E questa poveretta
che male ha fatto a te?


XVI - Il Cavallo e l'Asino

Il suo fardel di guai
lascia chi muore a quel che resta: ebbene
aiutarci l'un l'altro ci conviene.

Un Asino fea scorta ad un Cavallo,
ch'era alquanto egoista di natura,
e mentre l'un crepava sotto il peso
del suo grosso fardello,
non avea l'altro che la bardatura.

- Aiutami, fratello, -
disse l'Asino, - o qui casco disteso
prima ancora di giungere alla mèta.
La preghiera non è troppo indiscreta,
perché metà per uno
non fa mal a nessuno -.
Il Cavallo, del cul fatta trombetta,
che non vuole a rispondere si affretta.

E l'Asino morì, povera bestia!
Il Superbo comprese il suo gran torto,
quand'ebbe la molestia
di portare egli solo, insieme al carico,
la pelle anche del morto.


XVII - Il Cane, la sua Preda e l'Ombra

Ognun quaggiù s'inganna,
e in ogni tempo è il numero infinito
di chi corre e s'affanna
e crede l'ombre di toccar col dito.

Per questi vale di quel Can la favola,
che della preda nel ruscel l'imagine
vista riflessa, il pezzo abbandonò
ch'aveva in bocca, e in l'acqua si tuffò.
Ma invece di pigliarne
doppia porzione, quasi vi restò,
e perdette coll'ombra anche la carne.


XVIII - Il Barocciaio

Al Fetonte d'un gran carro di fieno
un dì cadde il baroccio in una forra.
Intorno non v'è gente che il soccorra
e il luogo è un non ameno
deserto in mezzo ad una prateria
nella bassa provincia di Pavia.
Si dice che il destino
in quelle parti manda
chi non ha sul suo libro prediletto.
Ti scampi Iddio da quella brutta landa!

Tornando ancora al mio Fetonte, io dico,
che caduto in quel fango che l'impegola,
grida, bestemmia, batte senza regola,
or fa forza alle rote ed ora al carro,
e fatto quasi ossesso,
picchia i muli, la terra e fin se stesso
quel carrettier bizzarro.

Finalmente egli invoca il dio famoso,
noto al mondo per tante ardue fatiche
eseguite nel tempo favoloso.
- Ercole, - grida, - aiutami, se puoi,
trammi da questo fondo,
se è ver che in braccio hai sollevato il mondo -.

Intanto voce fu per lui udita,
che da una folta nuvola diceva:
- Ercole vuol che l'uomo che l'invita
muova le braccia anch'esso per il primo.
Guarda dunque ove prima sia l'intoppo,
togli i ciottoli e il fango che v'è troppo
presso le ruote, e da' forza alla leva.
Animo, spiana qua, togli di là,
aiutati che il Ciel ti aiuterà.

- Hai tu fatto? - Ecco fatto, Ercole santo.
- Or sono a te, prendi la frusta in mano.
- Ecco la frusta, oh vedi, caso strano!
Che è ciò? il mio carro, o Dio, corre da sé...
Deo gratias! Grazie a te.

- Se il tuo baroccio va, -
rispose ancor la voce dalla nuvola, -
la forza è nel proverbio:
aiutati che il Ciel t'aiuterà.


XIX - Il Ciarlatano

Sempre il mondo fu pien di vendifrottole,
che van spacciando le più strane iperboli.
L'uno sul palco bravar osa il diavolo,
e l'un ti stampa sopra un cartellone
ch'egli ti dà dei punti a Cicerone.
Un di costor solea dare ad intendere
di possedere l'arte assai difficile
di render dotti i più massicci zotici.
- O contadino o tanghero ignorante,
in breve tempo io ve lo cambio in Dante.

- Signori sì, - dicea, - datemi un asino,
un asino ferrato ed io più classico
vel do di quanti sono all'Accademia -.
Udito questo, un re di buon umore
mandò a cercar del grande professore.

E gli disse: - Dottore eccellentissimo,
ho nelle stalle un asinel d'Arcadia,
che voglio addottrinar nella retorica.
- Benissimo, - risposegli il giullare, -
Vostra Altezza non ha che a comandare -.

Il re gli fa pagare uno stipendio,
a patto che in dieci anni su una cattedra
ei mettesse la bestia atta a discutere.
Che se mancasse all'obbligo annunciato,
sarebbe in luogo pubblico impiccato.

E sarebbe impiccato in luogo pubblico
spacciatamente e senza cerimonie
con appesa alla schiena la retorica,
ch'ei va vendendo come roba onesta,
e con orecchie d'asin sulla testa.

Un cortigian, ridendo: - In man del giudice, -
gli disse, - ti vedremo a tempo debito.
E dev'esser stupendo lo spettacolo
d'un uom sì dotto e di cotanto peso
che danza al vento ad una corda appeso.

Quando sarai nell'oratorio, un tenero
discorso in bello stil cerca di stendere
coll'arte bella delle tue metafore,
classico testo che potrà servire
ai falsi Ciceroni in avvenire.

- Dieci anni? eh, eh!... prima che scada il termine,
saremo morti il re, l'asino od io, -
rispose il ciarlatano e con giudizio. -
Per quanto non ci manchi il ben di Dio,
e si mangi e si beva di gran gusto,
su tre, in dieci anni, morir uno è giusto.


XX - La Discordia

La dea Discordia si tirò lo sdegno
dei Numi tutti per cagion di un pomo.
Discacciata dal ciel, scese nel regno
dell'animal che prende il nome d'Uomo,
dove fu tosto a braccia aperte accolta
in un con suo fratel Che-sì-che-no,
e con suo padre Roba-data-e-tolta.

Scelse il nostro emisfer per sua dimora,
ché l'altro, giù, agli antipodi,
è così rozzo ancora,
che la gente vi nasce e si marita
senza imbrogli di preti e di notari,
che son della Discordia i segretari.

La Fama messaggiera a lei si presta
per mandarla ove il caso la richiede,
e la Discordia lesta,
destando incendio dove son scintille,
va per città, per ville,
ed alla Pace rapida precede.

Alfin la Fama, che si sente stanca
di cercar questa pazza irrequïeta,
che va di qua e di là senza una mèta,
per poterla trovare all'occorrenza
le consigliò di eleggere
in qualche luogo stabil residenza,
dove potrebbe sulla tarda notte
mandarla ad alloggiare
chi volesse un momento respirare.

In casa d'Imeneo,
vale a dire di gente maritata
(non v'eran chiostri femminili allora),
fu Discordia per sorte ricovrata,
e vi rimane ancora.


XXI - La Vedovella

Non si perde un marito senza pianto
e senza grande schianto di sospiri.
Ma dopo alcuni giri
di sol, col tempo la tristezza vola
e ancor la vedovella si consola.
Dopo un anno la vedova di ieri
non ha di triste che i vestiti neri,
e se prima facea fuggir la gente
col volto sconsolato,
dopo attira più d'uno innamorato.

Il morto giace e il vivo si dà pace,
e per quanto si dica che vi sia
dolor senza conforto,
la credo una bugia.
Aver di ciò potrai prova sincera
in questa favoletta che par vera.

A giovin sposa e bella
rapito era il marito dalla morte.
Accanto al letto la fedel consorte,
sentendosi mancare ogni coraggio,
gridava: - Aspetta che ti seguo anch'io...
Con te voglio morir, tesoro mio... -.
Ma il marito fe' solo il gran vïaggio.

Il padre, uomo prudente,
lasciò del pianto scorrere il torrente,
poi disse: - O figlia, il pianto ora che giova?
Che importa al morto se tu affoghi il lume
de' begli occhi di pianto in un gran fiume,
mentre vi son dei vivi a questo mondo,
che potrebbero ancor, non dico subito,
ma in tempo più giocondo
cambiar la sorte? Anzi conosco un tale,
bel giovine, ben fatto, assai migliore
del fu tuo sposo...
- Oh ciel! Oh quale orrore! -
interruppe la bella. - In un convento
chiudetemi ove possa le mie pene
raddolcire e dell'animo il tormento -.
Tacque il buon padre e vede che conviene
lasciar che digerisca il suo dolore.

Dopo un mese di pianti e di afflizione,
essa prende a mutar qualche gingillo,
o un nastro od uno spillo
al capo, al petto, infin che il suo dolore
in attesa di nuovi cicisbei
divenne una galante occupazione.

A piccionaia tornano gli amori,
risa e sollazzi e danze, a poco a poco,
tornano ancora in gioco:
di Giovinezza nella lieta fonte
si tuffa e terge ogni mattin la fronte.
Vedendola di sé tanto sicura,
del morto il padre non ha più paura.

Un dì, mentr'ei tacea dell'argomento,
- E dunque? - ella esclamò, -
dov'è, se mi è permesso,
quel bel marito che tu m'hai promesso?


Epilogo

Poniam all'opra un margine. Le cose
troppo lunghe finiscono in serpenti.
Più che la penna consumar sul tema,
è bello il fiore cogliere dell'arte.
Mi si conceda adunque un piccol fiato
sì ch'io possa accudir ad altre imprese,
ove mi chiama Amor, che di mia vita
è gentile tiranno. Altri mi chiama
a cantar la dolcissima di Psiche
e mestissima storia e vi consento,
sperando che nel suo fuoco divino
a novi canti l'animo s'infiammi.
Felice ancor mi chiamerò, se questa
fia l'estrema fatica, a cui soggetto
mi tien di Psiche il prediletto sposo.


LIBRO SETTIMO


Alla Signora di Montespan

È la Favola un dono degli Dèi,
o se mortale fu quei che pel primo
il bel dono trovò, ben d'un altare
egli è degno e dovrìan tutti i mortali
a tanto saggio offrir culto divino.

La Favola davver è un dolce incanto,
per cui l'anima attenta è fatta schiava
del tenue fil, che col racconto i cuori
a piacimento e l'intelletto move.

O voi, non meno affascinante, Olimpia,
se mai la Musa mia sedette a caso
qualche volta alla mensa dei celesti,
prego, allietate d'uno sguardo il canto,
in cui lieto lo spirito trastulla
del vostro amico. Ove a' miei versi ottenga
la protezion dei vostri occhi gentili,
non più l'insulto temerò del Tempo,
d'ogni altra cosa struggitor perverso.

Solo da voi dovrà qualunque in Francia
tiene la penna attender vita e lume.
Da voi, se un raggio ne' miei versi brilla,
solo deriva, che maestra e guida
a rigo a rigo seguitate il canto
del povero poeta. E quale al mondo
può gareggiar con voi nella dottrina
delle cose più belle e più gentili?

Parole e sguardi in voi sono una grazia,
e ben vorrìa, se non spingesse un altro
e lungo tema, in voi fissar la Musa
sempre lo sguardo; ma non manca a voi
chi più bene di me l'allòr vi cinga.

A me basta che il nome oggi d'Olimpia
protegga il mio volume, onde sicuro
vada pel mondo e dalla bieca invidia
si salvi. Un libro, a cui concesso è il guardo
d'Olimpia, è degno che lo legga il mondo.

Non per me questo imploro alto favore,
ma pel ben della Favola, che vanta,
come sapete, crediti infiniti
da noi. Se la Bugia m'ottien la grazia
di piacervi, o gentil, un alto tempio
innalzerò devoto alla Bugia...
Ma forse meglio adoprerò l'ingegno
se sol per voi fabbricherò miei templi.


I - Gli Animali malati di peste

Un male
terribile, fatale,
che il Ciel forse inventò
per castigar le colpe della terra,
un mal pien di spavento
capace, se va bene,
d'empire i cimiteri in un momento,
la Peste insomma - dirla pur conviene -
faceva agli animali tanta guerra,
che morivan colpiti a cento a cento.

Nessuno ormai volea
curarsi d'una vita orrida troppo;
ogni cibo facea fastidio e groppo,
e lupi e volpi ciaschedun vivea
le mani e i piedi in mano;
fuggian le tortorelle per dispetto,
fuggia l'Amor lontano
e fuggia coll'Amor ogni diletto.

Allor tenne il Leone un gran consiglio,
e disse: - Amici miei,
poiché davanti al Ciel tutti siam rei
di colpe, ed è perciò che ne castiga,
per toglierci di briga, ecco, direi
che quei che ha più peccato
nella sua vita, sia sacrificato.

Il suo sangue (e la storia ci dimostra
che più volte giovò l'espedïente)
forse otterrà la guarigione nostra.
Facciamo orsù l'esame di coscienza
fratelli, e confessiam senza indulgenza
i fatti nostri. Già per parte mia
confesso che provai ghiottoneria
di molti agnelli, poveri innocenti,
e che mi venne fatto per errore
di mangiar qualche volta anche il pastore.

Io son pronto a scontar colle mie vene
le colpe mie, se farlo oggi conviene,
ma prima ciaschedun con altrettanta
sincerità confessi, onde il più reo
colla sua vita paghi il giubileo.

- Sire, - disse la Volpe, - un sì buon re
al mondo come voi forse non c'è.
Che scrupoli son questi, Maestà,
per quattro canagliucce di montoni?
Non vedo che vi possa esser peccato
a mangiar questa razza di minchioni.

No, no, signor, anzi fu un grande onore
a ognun d'essi il sentirsi rosicchiato
dai vostri denti. In quanto a quel pastore,
meritava di peggio in verità,
visto ch'egli osa il titolo di re
vantar sopra le bestie, e non gli va -.

A questo dir scoppiâr grandi gli applausi
tra i cortigiani. In quanto ai Tigri, agli Orsi
e agli altri illustri poi non si cercò
il pel nell'ovo e i minimi trascorsi,
dal più ringhioso all'ultimo dei cani
per poco non sembrarono al capitolo
dei santi a cui si può baciar le mani.

S'avanza in fine a confessarsi l'Asino
contrito in cor, e confessando il vero,
narra che un giorno, andando
nel fresco praticel d'un monistero,
o fosse tentazione del demonio,
o fame o gola di quell'erba tenera,
brucò dell'erba (e fu cosa rubata
per essere sincero),
ma ne prese soltanto una boccata.

Udito ciò, gridarono anatèma
quei santi padri al povero Asinello.
Un Lupo, intinto di teologia,
sorto a parlar sul tema,
mostrò che la cagion della moria
venìa da questo tristo spelacchiato,
che per il suo malfare
bisognava che almen fosse impiccato.

Mangiar dell'erba altrui...! ma si può dare
azione più nefanda?
La morte era una pena troppo blanda
per espiar sì orribile misfatto.
E come disse il giudice fu fatto.

Della giustizia quando siede al banco,
sempre il potente come giglio è bianco,
ma se a seder si pone
il poveraccio, è un sacco di carbone.


II - Il mal maritato

Se la bellezza andasse ognor congiunta
colla bontà del cor, prometto a Dio
che prendo moglie domattina anch'io.
Ma il bello e il buono, ahimè! fanno divorzio
sovente e tanto rare
sono l'anime belle in care forme,
che meglio è tralasciare.

Di quanti veggo matrimoni, alcuno
non è che mi concilii con Imene,
anzi di quattro quarti almen degli uomini
che stendono le braccia alle catene,
di non pentito non trovai veruno.
E per non dir di tutti
dirò solo di un tal che la gelosa
donna avara, crucciosa e tormentosa,
s'ei volle uscir da orribili tormenti,
dovette rimandare a' suoi parenti.

Nulla poteva contentar costei,
nulla era bello e mai degno di lei.
A letto ci si andava troppo presto,
e troppo tardi si scendeva poi.
O bianco o nero che faceste voi,
o bigio, era la stessa cantilena
mattina e sera. I servi arrovellavano
e lo sposo n'avea la zucca piena.

A sentirla, davver era un tormento.
- Lui non pensa, non fa, non guarda a nulla.
Lui corre, lui sonnecchia,
lui questo, lui codesto ogni momento... -
Infin che il pover'uomo,
quando n'ebbe ben ben rotta l'orecchia,
la rimandò in campagna presso i suoi
a far la ninfa in mezzo all'oche e ai buoi.

Dopo un bel pezzo a casa la ripiglia,
sperando che le sian passati i grilli:
- Ebben, mia dolce Filli,
v'è piaciuta dei campi l'innocenza
e il soggiorno seren della famiglia?
- Ah non parlarne! È cosa, -
ella risponde, - indegna, vergognosa,
veder la gente oziosa, inetta e senza
premura per la casa e per gli armenti.
Questi servi non sono più indolenti.
E perché volli un po' farmi sentire
non ti dico il furore e l'odio e l'ire.

- O cara mia, - riprese allor lo sposo, -
se il vostro umor è sempre agro e rabbioso,
che nol posson soffrire anche i bifolchi
quando un momento tornano dai solchi,
come regger potranno tutto il giorno
i vostri servi che vi stanno intorno?
E come non ne avrà le calze rotte
quel povero marito
che voi volete insieme anche la notte?
Tornate a casa vostra: e se pentito
vi chiamerò per mio tristo destino,
possa morire e avere nell'inferno
due donne come voi sempre vicino
in mio castigo eterno.


III - Il Topo eremita

Racconta una leggenda orïentale
che un certo Topo, sazio ormai del mondo,
d'un formaggio d'Olanda a far la vita
di buon romita si ritrasse in fondo,
lontano dal mondano carnevale.

Ivi era solitudine perfetta
per tutto il giro del formaggio, e il Topo
coi piè, coi denti seppe tanto fare
che poco tempo dopo
ebbe la sua cucina e una celletta,
ove grasso divenne. Iddio protegge
qual si consacra volentieri a lui.

Un dì, quindi si legge,
arrivaron non so quai pellegrini
di popoli vicini
a dimandârgli un poco d'elemosina.
Narraron come fossero in viaggio
a cercar del soccorso oltre i confini:
che stretta era Rattopoli d'assedio
dal popolo di Gattico,
e che partiti in fretta alla sfuggita
non avean quasi da campar la vita.
Dasse qualcosa e sol per qualche giorno,
finché giunto il soccorso preveduto,
in patria avrian potuto far ritorno.

- Amici miei, - rispose il solitario, -
le cose di quaggiù non mi riguardano.
Che posso far se non dire un rosario,
perché vi aiuti il Ciel come desidero? -
E così detto, il santo
chiuse la porta... e riverisco tanto.


IV - L'Airone

L'Airon dal lungo collo e dal più lungo becco,
che sta su gambe lunghe, a spasso iva nel secco
d'un torrentello e a riva;
come nei giorni belli erano l'acque chiare
e i miei dolci carpioni vedevansi a guizzare
coi lucci in comitiva.

Venian tanto dappresso, che avria potuto al solo
mover del becco, e come se li pigliasse a volo,
mangiarseli in buon'ora.
Ma volle invece attendere d'aver più fame. Assai
egli era in ciò metodico e non usava mai
mangiare fuori d'ora.

Tornato pien di fame più tardi sulla sponda,
non vide altro che tinche a diguazzar nell'onda
e fece il disgustato,
così come dicesse: Di tinche son già sazio.
Egli era come il topo, di cui racconta Orazio,
d'un gusto delicato.

- Di tinche a me? - diceva. - Un così rozzo pasto
non piglia un Airone per farsi il sangue guasto -.
Vedendo poi dei ghiozzi
- Nemmen per questi, - aggiunse, - s'incommoda un par mio
a spalancare il becco, e non pretenda Iddio
ch'io questa roba ingozzi -.

Ma ben dovette aprirlo per minor prezzo, allora
che pesci non si videro nell'acqua della gora.
La fame non si placa
col fumo e dir non basta: Io sono un Airone.
Aggiunge alfin la favola che parvegli un boccone
squisito una lumaca.


V - La Ragazza

Una Ragazza un poco superbiosa
volea marito a patto
ch'ei fosse bello e giovane e ben fatto,
non freddo, non geloso
(notate bene questa circostanza),
che non fosse scipito e avesse poi
oltre i denari un gran di nobiltà.
Gran Dio! come si fa, ditelo voi,
a trovar queste mele sopra un ramo?

Eppur a contentar le sue pretese
la Sorte fu cortese
di mandarle partiti onesti e buoni.
Ma lei: - Che, che... si celia? figurarsi
se mi devo pigliar questi straccioni!
Il fastidio non val d'incomodarsi...
Tutta gente pezzente, inconcludente,
che mi ripugna e che mi fa pietà.

L'un spirito non ha, l'altro non ha
quel non so che di garbo e di finezza... -.
E sprezza l'uno e sprezza
quell'altro per il naso...
Non c'è cosa sì bella e sì preziosa,
che possa contentar la schifiltosa.

Dopo i partiti buoni
si presentaron sposi più modesti;
ma quella ancor: - Oh sì, ch'io voglio a questi
adesso l'uscio aprir di casa mia,
chi pensan ch'io mi sia?
Una donna in fastidio di me stessa,
che di pianger la notte mai non cessa
per la malinconia
di dormir sola in letto? -.

E superba così del suo dispetto,
vede passar intanto il suo bel tempo,
e diradar la schiera degli amanti.
Un anno passa, un altro viene avanti,
oggi muore un sorriso, e muore un gioco,
diman sloggia l'amore,
ed entra a poco a poco
in casa col rimorso anche il dolore.

Cadono i vezzi e spiace
quel volto ch'essa cerca inutilmente
di rendere leggiadro
con cipria e con belletto,
fin ch'ella cede inesorabilmente
al Tempo, delle belle il più gran ladro.

Se oggi mi crolla un muro,
di rifarlo dimani ancor procuro,
ma né in parte rifar posso, né in tutto,
un bel volto che il tempo abbia distrutto.
Madonna schifiltosa, che allo specchio
più tardi si consiglia,
cangia parere e - Piglia, -
dice, - un marito. - Piglialo, -
susurra in un orecchio
un certo desiderio,
che parla anche alle donne schifiltose;
ed ebbe in cortesia,
al destin rassegnata delle cose,
di trovare un babbeo comechessia.


VI - I desideri

Nel Mogòl c'è dei folletti
abilissimi valletti,
che alla casa e all'orto attendono,
ma bisogna aver rispetto
o scompiglia chi le tocca
le faccende del folletto.

Un di questi folletti in illo tempore
coltivava il giardin d'un galantuomo
in riva al Gange, e svelto, lieto, amabile,
non aveva pensier da quello in fuori
de' suoi padroni e dei suoi cari fiori.

Gli zeffiri, che sono coi folletti
buoni compagni, il campo rinfrescavano,
e il nostro giardiniere,
lavorando con mano attenta ed agile,
accoglievali sempre con piacere.

I folletti si sa che son volubili,
ma questo alla sua casa si attaccò
con tanto amor, che stuzzicò l'invidia:
e tanto i suoi fratelli congiurarono,
che il Capo di partir gli comandò.

O sia questa una legge di repubblica,
o sia che così volle il presidente,
o per capriccio o per ragion politica,
il fatto sta che in fondo alla Norvegia
fu traslocato perentoriamente.

In quel freddo paese gli assegnarono
una casa sepolta entro la neve.
Così provvede spesso la repubblica,
e così fu che in forza del congedo
il nostro Indou divenne Samoiedo.

Ma prima di partir volle lo spirito
parlar co' suoi padroni,
e disse lor: - Partire mi costringono
e non vado a cercarne le ragioni;
però nel breve tempo a me concesso
ancora m'è permesso
di soddisfar tre vostri desideri,
e il faccio volentieri.
Chiedete ciò che in l'animo vi frulla,
un bel desiderar non costa nulla -.

I suoi padroni cercan l'Abbondanza,
e l'Abbondanza versa il cornucopia.
Piovon marenghi, gli scrigni ne crepano,
le biade da' granai quasi traboccano,
e luogo non c'è più per la Speranza.

E conta e conta e scrivi sui registri,
ahi! non c'è tempo per tirare il fiato,
quindi i ladri si svegliano e congiurano,
quindi i signori chiedono gl'imprestiti,
piovon le tasse... O voto sciagurato!

Quella povera gente disperata,
anzi quasi malata di fortuna,
- Basta! basta! - pregando alfine esclama, -
o poveretti, o povertà beata,
o gran virtù, che il troppo mai non chiama.

O pia Mediocrità, torna e discaccia
quest'Abbondanza che avvelena l'ore;
ite, o tesori, e tu vieni, ritorna
del buon umore amica e del buon core! -
A questo dir Mediocrità si affaccia.

Le fan largo, con lei la pace stringono,
né chiedono di più. Ride il folletto
di lor come di quei che sempre sognano
fantasmi, e il bene perdono più schietto.
Sul punto di pigliar da lor licenza,
pegno di sua bontà, lasciava loro,
amabile tesoro, la Sapienza.


VII - La Corte del Leone

Volendo un dì conoscere
Sua grande leonina Maestà
a qual razza di sudditi
gli è dato comandar, ordine dà
a tutti i suoi ministri
di bandire ai quattro angoli del regno
un grand'editto col regal suo segno.

Dicea l'editto che durante un mese
il re farebbe gran corte plenaria
con feste e luminaria
e danze della celebre, divina,
famosa Marmottina,
perché così il paese
prendesse in qualche modo conoscenza
di sua potenza e sua magnificenza.

Quindi apriva la Reggia... ah quale Reggia!
dite una beccaria
con tal puzzo di morti e di moria,
da far crollare il naso della gente.
L'Orso arricciò con tale smorfia il suo,
che il re, fuori di sé per quell'azione,
lo manda all'altro mondo immantinente
a far smorfie alle corna di Plutone.

La Scimmia allor, esperta nel mestiero
di dar l'incenso, non trovò severo
troppo il castigo, anzi lodò la zampa
e la bile magnanima del re.
In quanto all'antro e al puzzo, giudicò
che al mondo fior non c'è,
che Colonia profumi non trovò,
per quanto fini e rari,
di quel carnaio più dolci alle nari.

Il troppo e il troppo poco in modo eguale
spiacque al Leon, in ciò pari a Caligola,
che non volea veder piangere e ridere.
Ivi c'era la Volpe, e a lei volgendosi,
chiese il re con un far confidenziale:
- E tu che senti? dillo schiettamente -.

La Volpe ch'era pronta ad ogni caso,
mostrandosi d'avere il raffreddore,
volle uscire dal rotto della cuffia
col dire: - Non ho naso! -.

Non dev'essere troppo adulatore
né troppo schietto deve mai parere
chi desidera ai Grandi di piacere.
È meglio che tu impari
a dir né sì, né no, forse... magari!


VIII - Gli Avvoltoi e i Piccioni

Nacque contesa fra gli uccelli un giorno
per invidia di Marte, a cui sorrise
i sereni turbar campi dell'aria.
Non parlo io già dei teneri uccellini
che riconduce a noi marzo od aprile,
e che nelle ombre dei boschetti ameni
coll'esempio e col canto a noi maestri
sono d'amor. Nemmen parlo di quelli
che la Madre d'Amor aggioga al carro,
ma canto gli Avvoltoi, torbido popolo,
dal becco adunco e dagli unghiuti artigli,
che per cagion di un cane, si racconta,
fecer la terra del lor sangue rossa.

S'io volessi narrar ad uno ad uno
di quella guerra gli accidenti e i casi,
chi voce mi darìa? molti perirono
dei capi e tanti eroi morser la polvere
che Prometeo sperò dall'alto Caucaso
che fosse per finir la lunga pena.
Bello e triste a veder era la lotta
delle due parti e il numero dei morti
e il valor e l'inganno e la sicura
arte di guerra, onde cercâr le schiere
di farsi danno e che infinite all'Orco
generose travolse alme d'eroi.

A mille a mille dal sereno giorno
piovean gli spirti in quel rinchiuso e nero
regno dell'ombre, in fin che di pietade
si strinse il cor a un popolo vicino,
popol gentil dal collo iridescente
e dai teneri affetti. A metter pace
uscirono i Colombi messaggieri,
e sì ben adoprarono, che i patti
firmaron gli Avvoltoi dai becchi adunchi.
Ahimè! la pace ritornò di danno
ai Colombi pacifici, che stretti
dal comune nemico, a cento a cento
perîr nell'unghie e in becco agli Avvoltoi.
Infelici e imprudenti, a cui dei tristi
piacque aggiustare le selvagge imprese!

Dividi i tristi ed avrà pace il mondo,
o vedrai, se concordia li assicura,
credilo a me, sempre soffrirne i buoni.


IX - La Carrozza e la Mosca

Per una strada lunga, erta, sassosa
e tortuosa, esposta a pieno sole,
sei robusti cavalli ivano a stento,
tirando una Carrozza. La pietosa
gente era scesa, vecchi, donne e frati:
e i cavalli sudati
e trafelati
eran lì lì per cedere,
quando arriva una Mosca, che volando,
punzecchiando, e di qua, di là ronzando,
pensa che tocchi a lei spinger la macchina.
Posa al timone, sulla punta siede
del naso al carrozzier e, quando vede
che la macchina o bene o mal cammina,
si ringalluzza tutta la sciocchina.

Va e viene e si riscalda colla boria
d'un capitan di vaglia,
allor che muove in mezzo a una battaglia
i dispersi soldati alla vittoria.

- E non vi pare indegno, -
pensava quella stolta bestiola, -
che a spingere sia sola,
mentre legge il frataccio in pace santa
il breviario e questa donna canta?
Forse che col cantar si tira il legno? -

Intanto che l'insetto ronza queste
note moleste, il legno arrivò su.
E la Mosca: - Buon Dio, ci siamo alfine
su queste alte colline.
Ehi, signori cavalli, ringraziatemi,
la strada ora va in piano,
non vi rincresca a dar la buonamano -.

Così fanno quei certi faccendoni,
che nelle imprese sembran necessari,
e guastano gli affari - in ogni cosa,
gente importuna, inutile e noiosa.


X - Pierina e il Secchiolino del latte

Pierina una mattina col secchiolino in testa
ritto sul cerchio, a vendere il latte se ne va.
Succinta la gonnella per essere più lesta,
e con scarpette basse cammina alla città.
Allegra, canticchiando, facendo i conti in mente,
pensa che può dal latte ritrar qualche denaro
e sei dozzine d'ova comprare agevolmente.
L'ova di poi si covano ed ecco a poco a poco
un bel pollaio in corte che non le costa caro.

La volpe con Pierina avrà cattivo giuoco:
ben ingrassate infine
si vendon le galline.
Col piccol capitale,
si compera un maiale,
che tenero in principio
a furia di cruschello
diventa un porco bello.
Raccolto un altro gruzzolo,
con questo - visto il prezzo che fanno sul mercato -
si compera un vitello,
anzi una vacca, e sembrale vedere già sul prato
saltare questa e quello.

A tanto ben di Dio
saltando essa di gioia, il secchiolin cascò...
Vitello e vacca ed ova e porco bello, addio!
La sua fortuna in terra dispersa contemplò.
Tornata a casa, vede ch'è solo per miracolo
se l'uomo non la batte;
da questo fatto origine ebbe l'antica istoria
del secchiolin del latte.

Non c'è nessun che in aria non fabbrichi un castello;
o don Chisciotti, o Pirri, o saggi, o mentecatti,
ciascun sogna vegliando, e siam tutti distratti
dai sogni che riempiono di nuvole il cervello,
tutto par pronto e facile, l'amor, l'onor, la gloria;
e subito mi gonfio di pazza vanagloria,
e già mi sembra d'essere, o papa, o prence, o re,
già vedo tutto il popolo prostrato innanzi a me,
ma proprio mentre io siedo de' miei gran sogni in cima,
cade il castello, e resto il Bertoldin di prima.


XI - Il Curato e il Morto

Un morto lemme lemme al camposanto
andava in una comoda carrozza,
vestito d'una rozza
camicia, che in antico dialetto
si chiama cataletto,
veste d'estate e veste anche d'inverno,
che i morti non si tolgono in eterno.

Al carro andava accanto
il prete a seppellir quel cristïano
col breviario in mano,
e recitava come d'ordinario,
o un pezzo di rosario
o versetti di salmi in proporzione,
s'intende, del salario.

Don Abbondio seguia, quasi il covasse,
coll'occhio il suo bel morto
perché non gli scappasse,
e rifaceva intanto
i suoi conti, dicendo: - In soldi tanto
e tanto in cera e in piccoli proventi:
c'è da comprare un mezzo bariletto
di quel di malvasia,
ma vo' che sia
buono e il miglior che dànno queste vigne.

C'è da fare un grembiale anche a Perpetua,
e a quelle nipotine
pettegoline, ed anche... -.
Ma un sasso in questo mentre al cataletto
fe' traballar le panche,
si piegò il catafalco e cadde sotto
con tanta violenza,
che n'ha Sua Riverenza il capo rotto.
Il morto tirò seco il poveretto,
e per la lunga via
fece al curato buona compagnia.

Se lo guardi in ogni lato,
questo nostro viver corto
è la storia del curato,
che fa i conti sopra il morto.


XII - Chi corre dietro alla Fortuna e chi l'aspetta in letto

Ognun si affanna a correre sull'orme
della Fortuna, inutilmente. In luogo
esser vorrei dove la turba passa
di questi irrequïeti cortigiani,
che la Diva volubile del caso
di terra in terra inseguono e sul punto
d'afferrarne la chioma, ecco, si scioglie
dalle mani il fantasma agile e sfuma.

Povera gente! io la compiango. I matti
chiedon pietà, non ira. - E perché dunque, -
dicon costor, - se altri ha potuto un giorno
lasciar la zappa ed i piantati cavoli,
e sul trono salir di Santa Chiesa,
non io potrò lo stesso? e non son io
forse da tanto? - Anzi tu sei, - rispondo, -
più degno ancor, ma la virtù non vale,
se la cieca Fortuna anche non giova.

E quando pur tu diventassi il papa
di Santa Chiesa, amico, e ti lusinghi
che valga la tïara il bel riposo
che tu perdi per via? dolce riposo,
che fu prezioso dono anche agli Dèi,
e che mal si accompagna alla fortuna?
O ciechi, il tanto affaticar che giova?
Fortuna e dormi, e se Fortuna è donna,
quantunque dea, verrà ben da se stessa,
come vuole il suo sesso, a ricercarti -.

Furon due buoni amici in un villaggio,
che possedevan qualche terra al sole.
L'uno sempre in sospiri ed in corruccio
colla Fortuna, un dì fe' la proposta
al suo compagno di lasciar il borgo
natio, dove nessun nasce profeta,
e di cercar lontan nuove avventure.

- Va' pur, - disse costui, - se la ti gira,
per me sto a casa mia comodo e cheto
e non cerco altro ciel, altro emisfero.
Qui spero di dormir fino a quel giorno
che ti vedrò tornato; or dunque addio -.

Parte l'amico ambizïoso (forse
più avaro ancor), e va per monti e valli,
infin che arriva ove la dea bizzarra
facea suoi giochi, più che altrove, in Corte.

Ivi stette un buon pezzo il cortigiano
attento all'ore più propizie, pronto
al mattutin omaggio, pronto all'ora
della mensa regale, ed alla sera;
ma non gli cadde in bocca una nocciòla.

- Che significa ciò? - disse. - Quest'aria
non è per me. Cerchiam altro paese.
Ben veggo la Fortuna innanzi e indietro
correr le sale e aprir la porta a questo,
ed ora a quello, e a me la capricciosa
non guarda in viso. Aver troppe superbe
idee pel capo nuoce ai cortigiani
abitatori delle illustri sale.

Signori e Corte, io vi saluto, addio.
A voi lascio inseguir questo fantasma
che fa di luminello, e poi che sento
che Fortuna ha divoti santuari
verso Calcutta, in pio pellegrinaggio
andrò laggiù -. Ciò detto, ecco s'imbarca
e solca il mar.
Oh! ben ebbe di bronzo
il petto, ed ebbe adamantino usbergo,
colui che primo osò sfidar l'abisso
e le mobili vie dell'Oceàno.

Al nostro pellegrin tornò la dolce
memoria del natìo suo paesello,
quando fra venti, e scogli e fra ladroni,
nella gran solitudine dell'acque
danzar vicino a sé vide la Morte.

Giunto a Calcutta, ascolta che Fortuna
era andata al Giappone ed ei vi corre,
e corre tanto che a portarlo i mari
erano stanchi. Ancor tutto il vantaggio
ch'ei ne trasse fu quel che in un proverbio
selvaggio è detto: "O di natura esperto,
statti a ca' tua". Pel nostro vagabondo
non fu di grazie Jeddo generosa
più di Calcutta, ed ei ne venne al conto
che il mondo non valea del suo tranquillo
villaggio la casetta. E torna e piange
di conforto a veder la vecchia casa
e - Beato, - ripete, - o veramente
beato l'uom, che del suo nido all'ombra
i desideri suoi frena e corregge.


XIII - I due Galli

Vivean due Galli in armonia, quand'ecco
arriva una gallina.
Addio pace! ciascun aguzza il becco.
O Amor, Amor, per te fûr visti i fiumi
d'Ilio d'umano sangue andar vermigli
al sangue misto dei celesti Numi!

Fra i nostri Galli un pezzo
durò la guerra. Alto rumor ne suona
nel paese e ne parla ogni persona.
Accorron tutti quei che volentieri
fan pompa agli spettacoli,
e fu mercede al vincitor più d'una
dalle lucide penne Elena bella.

Il vinto sparve e il duol che l'arrovella
nascose e pianse i suoi perduti amori.
Col diritto il rival de' vincitori
gli toglie l'idol suo, che in pieno giorno
superbo mena intorno,
sfidando la gelosa ira e il coraggio
del debellato amante,
che intanto l'arme aguzza
e l'ali al volo esercita, ed aspetta
segretamente il dì della vendetta.

E non molto aspettò. Lo stesso dì
che altero il vincitor a far galloria
cantava in cima al tetto la vittoria,
un feroce avvoltoio che l'udì
addosso a lui piombò,
e addio gloria! con l'unghie lo finì.

La Fortuna fa spesso agl'insolenti
di questi tiri e insegna
a diffidar dei fortunati eventi.


XIV - Ingratitudine e ingiustizia degli uomini verso la Fortuna

Vincendola sui venti, nei più remoti mari,
un certo Mercatante fece de' buoni affari;
né secche mai, né scogli gli chiesero i pedaggi
e i dazi della merce ne' suoi lunghi viaggi,
fin ch'egli sol tra cento compagni ebbe il conforto
di giunger colla nave felicemente in porto.

Del mar, anzi di Stige gli altri nell'onda bruna
precipitar; lui solo condusse la Fortuna
a riveder la patria, e qui gli fe' trovare
soci ed agenti onesti, perle a trovarsi rare.
Quindi gli fece vendere, per finir bene i conti,
lo zucchero, il tabacco, a lauti prezzi e pronti,
le droghe, la cannella e in poche settimane
il fondo delle stoffe e delle porcellane.

La moda e la pazzia, le mani colme d'oro,
a far più grosso vennero il già ricco tesoro,
tal che in bottega e in casa non si sapea contare
che a due scudi per volta. Nulla di singolare
se fra cavalli e cani e servi e fra carrozze,
paresse di quaresima sempre un festin di nozze.

Un degli amici un giorno gli chiese la ragione
a tavola di tutta questa benedizione.
- D'onde la traggi? - D'onde? dal mio talento, o caro,
dall'arte di sapere usare il mio denaro
a tempo e luogo giusto. Con vanto lo confesso,
la mia Fortuna, amico, non devo che a me stesso -.

Così, tratto dal dolce, fece i suoi conti male:
in nuovi giochi e in rischi, perdette un capitale.
Si aggiunse l'imprudenza che un grosso bastimento,
mal noleggiato, al primo colpo perì del vento,
e un altro mal provvisto di buone armi e d'armati
cadde senza difesa in mano dei pirati,
e infine che la merce d'un terzo giunto in porto,
rimase per un pezzo denaro mezzo morto.

A questo ancor si aggiunse l'inganno degli agenti,
lo sfarzo, le baldorie e l'altre spese ingenti
del fabbricar... Capite che messo su una strada
che sdrucciola bisogna che chi tentenna cada.
Vedendolo ridotto in un meschin arnese:
- E ciò d'onde deriva? - l'amico suo gli chiese.
- D'onde? - rispose. - Ahimè! dalla Fortuna trista -.
E l'altro: - Miserabile, prego che Dio t'assista,
e ti conceda il Cielo il dono del coraggio,
che se non sei più ricco, almen ti renda saggio.


XV - L'Indovina

La nominanza è spesso sulle dita
del caso e vien dal caso anche la gloria,
questa è l'antica istoria
di tutti i tempi, ove raggiri e cabale
e pregiudizi reggono la vita.

Non c'è rimedio, il meno è la giustizia
a questo mondo, e a guisa di torrente
scorron le cose irreparabilmente.

Una donna facea la pitonessa
a Parigi e la gente affascinata
correva per qualunque buccicata
a consultare la sacerdotessa.

Chi perdeva uno spillo od un amante,
chi voleva sbrigarsi d'un eterno
marito, una gelosa ed altre tante
e tanti, o chi volea strappare un terno,

andavan dalla celebre Indovina
ad invocar le magiche parole,
ed essa con un'arte sopraffina
di dire a ciaschedun ciò ch'egli vuole,

con segni indiavolati e petulanza,
travestendo la zotica ignoranza,
seppe alfine ottenere il gran miracolo
di passar fra la gente per oracolo.

Sebbene quest'oracolo la bocca
aprisse in cima a un povero solaio,
pure attirava tanta gente sciocca,
che misurò i denari collo staio.

Il marito divenne cavaliere,
si cangiò casa, si fe' l'arte in grande,
ma in mezzo ai candelabri, alle specchiere,
la maga barattò le noci in ghiande.

Un'altra donna intanto, che innocente
è di magia, venuta in quell'oscura
soffitta, vede accorrere la gente
a farsi dir la solita ventura.

Donne, fanciulle e conti e servi e serve,
era un continuo andare e ritornare.
Invan la donna cerca protestare
ch'essa non fa la strega, a nulla serve

ogni protesta, e il dir di non volere.
Bisogna profetar, fare gl'incanti,
e pigliar più denari col mestiere
che un avvocato non ne piglia tanti.

Aiutava, dirò, la messa in scena,
un manico di scopa e quattro storte
sedie, e quell'aria di miseria piena,
che puzzava di sabato e di morte.

L'altra donna ben presto vide il guaio
di non aver salvata l'apparenza:
la fede era rimasta sul solaio.
È l'insegna che fa la concorrenza.


XVI - Il Gatto, la Donnola e il Coniglio

Un bel mattino donna Donnoletta,
colto il momento, nella casa entrò
d'un giovane Coniglio.
E mentre ch'egli è fuori a far l'amore
nella rugiada, in mezzo al timo in fiore,
le masserizie sue vi collocò.

Quando il Coniglio ebbe mangiato ed ebbe
saltato e rosicchiato,
a casa sua tornò.
Ma proprio in quel momento
ch'entrava nell'oscuro appartamento,
alla finestra l'altra si affacciò.

- Santa ospitalità! che vedo io qui? -
disse il Coniglio fermo sulla porta.
- O signora Faina prepotente,
faccia il piacer d'uscirne immantinente,
o chiamo tutti i Topi del paese
che la faran sgombrar ed a sue spese.

- Che? la terra - risposegli madama
dal naso aguzzo, - è di chi se la piglia.
E proprio non consiglio per sì poco
d'una guerra tentar l'incerto gioco.
E poi per qual ragione
soltanto suo proclama
un luogo ove si arrampica
pel primo anche il padrone?
Qual legge, qual diritto,
e su qual carta è scritto
che questa tana sia
di Pietro, di Martin quondam Iseppe,
o piuttosto di Gianni od anche mia? -

Gian Coniglio rispose che anche l'uso
è buona legge e che per questo ei crede
d'aver diritto. Il nonno suo Belmuso
lasciò la casa al padre suo Belpiede,
dal quale venne al figlio,
ch'è lui, Giovan Coniglio.

- Se del primo occupante tu ritieni -
la Donnola rispose, -
giusta la legge, vieni
e interroghiam Mammone,
ch'è giudice sicuro in queste cose -.

Era questi un gatton grasso e bonario,
un sant'uomo di gatto,
tutto pel, tutto gozzo e tutto lardo,
e che facea la vita
beata di pacifico eremita.

Buon giudice del resto in ogni sorta
di casi... Vanno, picchiano alla porta,
deo gratias... - Miei figliuoli, -
dice padre Leccardo, -
venite pure avanti,
perché sapete, gli anni
m'han fatto sordo, oltre agli altri malanni -.

Vanno i due litiganti,
senza nessun sospetto,
al suo santo cospetto.
Quando il padre Leccardo, il santo scaltro,
li vide bene a tiro,
aprendo le due zampe, all'uno e all'altro
aggiustò le partite in un sospiro.

Così capita spesso
a certi staterelli, che giustizia
chiedon a un diplomatico congresso.


XVII - La Testa e la Coda del Serpente

Testa e Coda di serpente
son terribili alla gente,
e in quel regno, dove filano
le tre Parche il nostro stame,
hanno nome tristo e infame.
Per ragioni di decoro
scoppiò un giorno fra di loro
una lite velenosa.

Lamentavasi la Coda
che la Testa in ogni cosa
stesse in testa:
mentre a lei, non men di questa
dignitosa,
alla proterva
fosse imposto come serva
d'obbedire silenziosa.

- E non sono anch'io creata
d'egual sangue? - prese a dire. -
O ch'io sempre debba in l'erba
strisciar umile e servire
la superba?

Se facesse un giorno Iddio
ch'io potessi andare avanti,
tutti quanti
ben vedrebbero che anch'io
andar so per conto mio -.

Nella grande sua bontà
spesso il Cielo anche si giova
di chi logica non ha.
Volle adunque a lei concedere
una volta questa prova,
e la Coda cieca e stolta,
che non vede in pieno giorno
più ch'io vegga in fondo al forno,
contro i muri, andando in volta,
contro i sassi e sotto i piedi,
trasse seco alla rovina
la meschina col cervello.
Sciagurati quegli stati
che la pigliano a modello.


XVIII - Un Animale nella Luna

Di qui viene un filosofo e proclama
che l'uom de' Sensi suoi fatto è zimbello,
di là ne viene un altro e per sé giura
che buon giudice è il Senso. Ebben, io dico
che sta nel ver Filosofia che prova
e l'una cosa e l'altra, ove s'intenda
con discrezion. Se gli uomini nel Senso
ciecamente s'affidano, è comun
fonte d'errori; ma rimosso il velo,
che al Senso fa la lontananza e l'aria
in cui nuotan le cose, e i cento screzi
che la macchina umana e gli apparati
soffron nel tempo, ancor il Senso estimo
che sia netto e fedel specchio del vero.
Saggia fu la natura il dì che queste
cose ordinò nel mondo e un giorno io spero
manifestarne l'intime ragioni.

Quel Sol che vedi di quaggiù, non largo
più di tre spanne, ove potessi in alto,
nella sua sede giudicarlo, immenso,
sterminato diresti occhio del mondo.
Il mio pensier lo immagina, se il giro
colla man ne misuro e lo distendo
per l'infinita via che lo divide
dall'umil Terra. Il contadin lo crede
schiacciato scudo, ma il pensier del saggio
l'arrotonda, lo ferma in mezzo al Cielo
e in giro a lui fa camminar la Terra.
Tutti i miei Sensi io nego e so ritrarne
contro la stessa illusïon de' Sensi
il ver che v'è nascosto, anche se l'occhio
vede color diverso, anche se il suono
tardi arriva all'orecchio che l'accoglie.
È il mio pensier, è la ragion maestra,
che drizza del baston l'angol riflesso
nell'onda chiara, e da ragion guidati,
non sgarrano gli sguardi, e più non sogni
capo di donna della Luna in grembo:
(favola assurda!) male macchie e i nèi
che Cinzia ne' sereni pleniluni
mostra, tu pensi esser montagne, dossi,
che gettan ombre e fan vedere al volgo
uomini spesso e bovi ed elefanti.

In Albïon, or non è molto, un dotto
astronomo, puntando il telescopio,
ben credette veder non so qual mostro
nel bel disco lunar. Io non vi dico
le meraviglie e il grido della gente.
Parve presagio di sicura guerra,
e qual presagio! Accorre anche il monarca
che suol da re proteggere i sublimi
studi, e col suo regal occhio scoperse
il mostro... Ebben, che vi credete, amici?
Fra due lenti rinchiuso un topolino
era sola cagion di tanta guerra.

O popolo beato, a cui null'altra
cagion turba la pace, e te beato,
o buon popol di Francia, il dì che a questi
studi soltanto sacrerai l'ingegno!
Marte ha di palme seminato i campi
e dietro al gran Luigi è la Vittoria
fedele amante. Temono i nemici,
e noi cerchiamo il bel rumor dell'armi,
onde liete saranno anche le Muse
e superba l'Istoria... Ahi! ma la pace
fia sempre a noi dolente desiderio,
non riposo giammai. Carlo, il sovrano
signor inglese, poiché molto in guerra
di valore brillò, cerca comporre
diuturne contese e coll'olivo
benedire la pace. O date incenso
al benigno sovrano! e v'è missione
di re più degna e di tal re? d'Augusto
non fu l'impresa placida più bella
che le geste di Cesare famose?
O veramente popolo beato,
quando verrà questa diletta pace
a ricondur tra noi dell'arti il regno?


LIBRO OTTAVO


I - La Morte e il Moribondo

Impreveduta mai piomba la Morte
in capo al Saggio. In ogni tempo a guardia
veglia l'occhio di lui. Pronto è il fardello
a partire, ogni giorno, ogni momento
pel fatal malinconico viaggio.

Ogni tempo del Tempo è un'ora buona
al pagar la scadenza. Infimi e grandi,
soggiaccion tutti al gran tributo, e spesso
nelle culle regali aprono e a un punto
chiudon per sempre le pupille al sole
principi e re.
Che val splendor di trono,
beltà che vale e giovinezza e casta
virtù, di fronte all'impudica mano
della Morte che sradica e distrugge?
Giorno verrà che l'Universo intero
il mesto accrescerà regno di morte.

Nella sua grande, universal rovina,
se tanto è nota questa brutta Morte
e tanto è antica, or come mai per tanti
così tacita arriva ed improvvisa?

Un moribondo, che cent'anni almeno
avea vissuto, a bisticciarsi prese
colla Morte e chiamavala indiscreta,
che lo facea partire a spron battuto
senza il tempo di far un codicillo,
senz'avvertirlo... - È giusto ch'un sen vada
a piedi scalzi? aspetta almanco un poco.

Mia moglie vuol tenermi compagnia,
e deggio a un nipotin far qualche lieve
assegno; o aspetta almen, Morte, ch'io possa
rabberciare quest'angolo di casa...
Ih! che bisogno c'è per la partenza
di tôrre il fiato alla povera gente?

- Non ti sorprendo io già, - disse la Morte, -
e a torto, Vecchio, tu di me ti lagni.
Non conti forse i tuoi cent'anni? e quanti
sono in Parigi e in Francia, anzi nel mondo,
ch'hanno toccato un numero sì bello?
Tu mi rimbrotti che non t'abbia a tempo
avvisato e che compiere ti resta
qualche faccenda. Che so io di casa,
di nipote, di moglie, e testamento?
Ma non furono forse avvisi a tempo
e il tremolare delle gambe e il monco
fiato e la mente annuvolata e stanca?

Poco appetito, orecchia sorda e noia
fin del sole che splende e si diffonde,
come se il sol per te sprecasse i raggi,
voglia di nulla o desiderio insano
di ciò che non ti tocca, e molti morti
degli amici tuoi stessi, e moribondi,
e malati e infiniti accatarrati,
non eran segni, o Vecchio, della Morte?
Presto adunque e si lascino le ciarle,
andiam, che poco importa alla repubblica
che tu faccia o non faccia il testamento -.

Avea ragion la Morte. A creder mio
esser pronto dovrebbe ogni buon vecchio
a far di questa vita il suo fardello,
come quando un si toglie dal convito
e col cartoccio in man l'ospite inchina.

Di quanti giorni può tardar la fine,
Vecchio, de' giorni tuoi? Vedi superbi,
e come a danza andar lieti alla Morte
i giovani soldati, e ad una morte

non men fatal per quanto inclita e bella.
Ma inutilmente io so che ti rimbrotto,
né spero di trar mai frutto veruno
dalle mie ciarle. È sempre il più restìo
a morir chi alla Morte più somiglia.


II - Il Ciabattino e il Banchiere

Da mane a sera allegro un Ciabattino
cantarellava, ch'era un gusto matto
a vederlo, a sentir. Un canarino
non canta meglio, e il core soddisfatto,
era il re de' sapienti il Ciabattino.

Il suo vicin di contro, un epulone
grande Banchiere ed imbottito d'oro,
di cantar non avea mai la ragione,
e poco anche dormiva sul mattino,
quando già canticchiava il Ciabattino.

Il nabab non facea che deplorare
e querelarsi in collera col fato,
che il sonno non è fatto di tal stoffa
che si possa comprare sul mercato,
come si compra il bere ed il mangiare.

Al suo palagio un dì, fatto venire
l'aggiustascarpe: - O mio compar Crispino, -
gli domandò, - non mi sapreste dire
quanto voi guadagnate in capo all'anno?
- In capo all'anno? - disse il Ciabattino.

- Affededdina! - aggiunse indi ridendo, -
non son contar su questo calendario;
io cucio i giorni miei per ordinario
uno per uno, un pane e un bicchierino
quando ce n'è, - rispose il Ciabattino.

- Ebben, ditemi almen quanto per dì
tirate dal lavor. - Cara Eccellenza,
or meno, or più, ed or così così,
tanto si vive e si vivrebbe meglio
se non ci fosse qualche intermittenza.

Ma il male è delle feste che son troppe,
in cui tu devi andar disoccupato,
l'una fa buio all'altra; e un altro guaio
in quanto ai santi, egli è che il sor curato
ne trova sempre un nuovo sul solaio -.

Rise il Banchier della bontà dell'uomo,
e credendo di metterlo sul trono:
- Prendete, - disse, - cento scudi, e ai vostri
bisogni provvedete, io ve li dono,
custoditeli bene, o galantuomo -.

Cento scudi! credette il Ciabattino
di possedere una montagna d'oro.
Torna a casa e in un angolo del muro
seppellì la sua pace col tesoro.
Da quel dì più non canta il Ciabattino.

Da quel dì che nasconde in casa il seme
di tutti i mali, o dolci sonni, addio!
Sempre in agguato, sempre i ladri ei teme
la notte, il dì. Se un topo udir gli pare,
è il suo tesor che viene a rosicchiare.

Ritorna alfine da sua Signoria,
che un dì solea svegliar presso al mattino,
e: - I cento scudi le restituisco,
lei mi torni il mio sonno e l'allegria, -
dice, e s'inchina il nostro Ciabattino.


III - Il Leone, il Lupo e la Volpe

Fatto vecchio, decrepito ed asmatico,
gottoso ed arrembato,
un Leone cercava il gran rimedio
di migliorare il suo malfermo stato.

È fare un torto ai grandi il dire o il credere
che v'abbia cosa a lor forse impossibile;
ed anche questa volta al primo annunzio,
da tutti i quattro punti dello Stato
ecco arrivare i medici,
empirici, specifici,
flebotomi, anatomici,
a consultarsi intorno all'ammalato.

I cortigiani vanno tutti in visita,
tranne la Volpe, che si tenne comoda
nella sua tana. Intanto al capezzale
del grande Infermo, il Lupo, un degli assidui
al corteggiar, si giova del momento
per dirne tutto il male
che può inventare un Lupo di talento.

Avria voluto il re che la meschina
nella sua tana fosse affumicata,
ma la volle sentir, e una mattina
la Volpe già avvisata
presentasi, s'inchina,
e: - Sire, - dice, - è ingiusto il sostenere
che per disprezzo abbia tardato un dì
a fare il mio dovere.

Se non venni cogli altri al primo omaggio,
egli è che ho fatto un pio pellegrinaggio
per implorar da Quei che sol la dà
ogni salute a Vostra Maestà.

Strada facendo, a molti dotti medici
ho parlato di voi, del gran languore
che mai non cessa, e m'hanno detto i pratici
che viene da mancanza di calore,
effetto dell'età.

Ma si potrìa provare un buon rimedio,
squartando un Lupo vivo - il vero io narro, -
e poi la pelle ancor fumante, subito
mettersi indosso a guisa di tabarro -.

Piacque il consiglio al re,
che il conte Lupo tosto uccider fe',
a colazione prima lo mangiò
e nella pelle poi s'imbacuccò.

Signori cortigiani, io dico a voi
che in danno altrui di migliorar la sorte
cercate, seminando ed odii e guai:
dai pari vostri il mal si rende poi
a quattro doppi. In Corte
non si perdona mai.


IV - La virtù delle Favole
(Al signor De Barillon, ambasciatore)

E può dunque alle mie povere fiabe
abbassarsi d'un alto ambasciatore
lo sguardo ed il favor? e tanto ardito
sarò di dedicar queste sottili
e care inezie a un Uom affaccendato
in tutt'altre faccende, a cui non piace
il perder tempo alle buffe contese
di cani e gatti e donnole e leoni,
che invan talvolta assumono l'aspetto
di grandi eroi?... no, no, più che di questo,
leggiate o men, a voi, Signore, importa
d'impedir che d'armati si riversi
sulla patria un torrente e che la pace
tra il re di Francia e l'Albïon vicina
mai non si franga. Un tal pensier mi cruccia
e invoco pace al gran Luigi, pace
a quest'Ercole invitto, affaticato
contro l'Idra che sempre rinnovella,
perché le tagli la sua spada il capo.

Se vostr'arte potrà colla parola
molcere i cuori e distornare il colpo,
a voi consacrerò de' miei montoni
(non picciol sacrificio a un abitante
dei gioghi di Parnasso) un'ecatombe.
Vogliate intanto accogliere con pio
sguardo l'omaggio de' miei versi e il voto
che a voi, Signor, dall'animo sollevo.
Alla vostra modestia ogni altro elogio,
che fin l'invidia vi tributa, è vano
incenso, il so, né verbo io più ci metto.

Fuvvi in Atene (popolo vanesio
quant'altri mai) valente un oratore,
che vedendo il paese in grandi ambasce,
alla Tribuna un dì, forte dell'arte
che tiranneggia l'animo del volgo,
disse cose stupende e generose
sul comune pericolo. La gente,
distratta il lasciò dir fin che gli piacque:
cercava l'Orator con nuove e calde
immagini attizzar l'alme più spente,
anche i morti evocò, gridò, tuonò,
nessun si scosse e fur parole al vento.

Il popol, animal dal capo aereo,
invecchiato oramai da quarant'anni
in cotesti mezzucci di ringhiera,
di qua, di là guardava, alla baracca
de' burattini, e l'Orator... si sfiati.

Allor pensa costui cambiar registro
e disse: - Udite, amici, un fatterello
udite. Un giorno andavano per via
con Cerere una Rondine e un'Anguilla,
quando giunsero a un fiume. Entra l'Anguilla
nell'acqua e passa; vola poi la Rondine
sull'acqua e passa... - E Cerere? - d'un fiato
gridò tutta la piazza. - Ah mammalucchi! -
rispose l'Orator, - e tanto a cuore
vi sta questa scipita favoletta?

E non vi punge, o scempi, l'ignominia
che Filippo il Macedone coll'armi
porta alla patria vostra? - A queste voci
finalmente si aprirono gli orecchi
della gente, e poté con piccol gioco
trarre a sé l'Orator gli animi tutti.

Tutti siamo anche noi popol d'Atene,
ed io stesso, che predico, pel primo.
Se tu mi vieni a raccontar l'istoria
dell'Augellin bel verde, oh ch'io divento
matto dal gusto. Il mondo forse è vecchio,
ma si diverte ancora e bamboleggia
alle belle storielle d'una volta.


V - L'Uomo e la Pulce

Spesso il buon Dio con voti stanchiamo e con preghiere
noiose ed anche indegne d'un uomo d'intelletto,
come se Dio dovesse su noi sempre tenere
lo sguardo, e fosse in Cielo degli uomini il valletto.
Passò quel tempo, Enea, che usavano le mani
menar gli Dèi per conto dei Greci e dei Troiani.

Una pulce morsicò
sulla gamba un bighellone
e scappò.

- Corri, Alcide, corri e libera
da quest'Idra, - egli gridò, -
da quest'Idra l'universo,
mostro orribile e perverso
della tiepida stagione.
Anche tu,
padre Giove, e che ci fai
fra le nuvole lassù? -

Dagli Dèi la mazza e il fulmine
supplicava per cagione
d'una Pulce il bighellone.


VI - La Donna e il Segreto

È difficile a chi porta le gonne
il custodire un gran segreto in petto;
quantunque sotto un simile rispetto,
ci sian uomini peggio delle donne.

Un marito per mettere alla prova
la sua donna, una notte a dire uscì:
- Nel ventre par che tutto mi si muova,
provo un dolor che non provai fin qui.

Ho fatto un ovo. - Un ovo, o Dio bambino!
- Ecco, vedilo qui tiepido ancora,
guardati ben dal dirlo. Ogni vicino
mi chiamerebbe gallinetta allora -.

La donna, nuova al caso, con spavento,
per tutti i santi di tacer giurò.
Ma non durò poi molto il giuramento,
ché appena in Oriente il sol spuntò,

scesa dal letto va da una comare
e: - Amica, - dice, - amica, un caso novo,
ma zitta, non mi fate bastonare,
sapete? mio marito ha fatto un ovo.

- Un ovo? - Signorsì, tre volte tanto
i soliti, ma zitto in carità.
- Gesummaria! - Tacete. - Dal mio canto
non fiato, ve lo giuro, andate là -.

Quando partì la femmina dell'ovo,
l'amica che a cantar nel ventre sente
il gran segreto, al solito ritrovo
cammina a sparpagliarlo fra la gente.

Ma in vece d'uno, nel contar la storia,
disse che l'uomo n'avea fatti tre,
e un'altra ancor più corta di memoria,
in gran segreto quattro gliene dié.

Il segreto era quello del magnano,
tutti parlavan dell'avvenimento,
e l'ovo crebbe sì di mano in mano,
che in capo al dì n'aveva fatti cento.


VII - Il Cane che porta il pranzo al suo Padrone

Mal resiste il cuore al dardo
d'un bel guardo, ed alla vista
d'un sacchetto di denaro
troppo raro
è trovare chi resista.

Soleva un Can portare in una cesta
al collo il pranzo del suo buon Padrone.
Per quanto temperante a suo dispetto
ei sapesse resistere al boccone,
non era un santo padre, poveretto,
e nel suo pelo, dite, o gente onesta,
se non vi tenterebbe un buon pranzetto...
Strano davvero che s'insegni ai cani,
ciò che non sanno fare i cristiani.

Andando questo Cane un dì col pranzo,
s'incontra in un mastino prepotente
che pretende la sua razion di manzo.
Ma fece i conti senza l'oste. Il cesto
colloca in terra il nostro Cane onesto
e si prepara ad una lotta ardente.

Ne nasce un gran fracasso, e chiama il chiasso
molti altri cani che andavano a spasso.
Erano cani vagabondi, avvezzi
ad ogni calcio, ad ogni ladreria.
Il nostro Can, vedendo ch'eran pronti
a sbranarlo quei mostri in cento pezzi,
e che il manzo era fritto in fin dei conti,
da saggio disse a quella comitiva:

- Amici, andiamo adagio; un po' per uno,
dice il proverbio, fa male a nessuno -.

E presa la sua parte, lasciò il cesto
agli altri cani che addentâr il resto.
In quattro colpi fu tabula rasa.
Chi stette peggio fu il Padron di casa.

O città grandi, o piccole città,
che mettete il denaro della gente
in mani, Dio lo sa,
quanto leste a giocar d'agilità:
censori, appaltatori e fornitori,
comincia il più valente,
e ruban tutti di dentro e di fuori.
Se alcun men disonesto e men briccone
vuol salvarsi e minaccia di parlare,
gli mostran ch'è un minchione.
Al consiglio anche lui quindi si arrende,
acqua in bocca, rubare fa rubare,
e più degli altri prende.


VIII - Il Buffone e i Pesci

Per quanto il mondo se li tenga in prezzo
per me i buffoni è razza che disprezzo;
difficil arte è di far rider bene,
ma chi continuo la facezia scocca
è gente sciocca e agli sciocchi conviene.

In casa si pranzava d'un banchiere
e c'era anche un Buffone di mestiere,
che, visti certi Pesci un po' lontani,
e non osando stendere le mani,
sapete ciò ch'ei fa?
Accosta un piccol piatto di sardelle,
e grandi cose a loro susurrò,
poi l'orecchio al piattello avvicinò,
per ascoltar non so quali novelle.
A questa novità
la gente allor restò,
e dimandò:
- Che dice ora, che fa? -.

Rispose: - Ho chiesto a questi Pesciolini
notizie d'un compar ito ai confini
ultimi d'India il Gange ad esplorare,
e che vuolsi finito in fondo al mare.
Ma i Pesciolini dicono che nati
non erano in quel tempo, ond'io, se posso,
prego qualcun dei signori invitati
a favorirmi un pesce un po' più grosso -.

A questa allegra spiritosità
rise tutta la bella società;
al Buffon fu servito uno storione
salato, e così vecchio che la storia
certamente sapea tutta a memoria,
di quanti in trecent'anni ad uno ad uno
eran scesi nel regno di Nettuno.


IX - Il Topo e l'Ostrica

Un Topo contadin grillincervello,
della sua vita malcontento e sazio,
lasciò cavoli e rape, ed un più bello
luogo cercando e più libero spazio,
non era ancor dal buco ito due miglia,
che va di meraviglia in meraviglia.

Di qua l'Alpi e di là v'è l'Appennino,
ogni mucchio di terra è una montagna,
e dopo un altro giorno di cammino,
arriva dove in mare il sol si bagna.
Qui vedendo dell'Ostriche, credette
sulle prime che fossero barchette.

- O che bel mondo! - esclama, - o babbo mio,
che non uscisti mai dalla tua tana!
Il mare ed il deserto ho visto anch'io
cogli occhi, e non per giuoco di morgana,
che fa veder le cose entro uno specchio
siccome ho letto sopra un libro vecchio -.

Il Topo, rosicchiando in libreria,
se non era un grandissimo sapiente,
qualche nozione di geografia
gli si era pure appiccicata al dente:
vide dunque quell'Ostriche e credette
sulle prime che fossero barchette.

Fra le quali, o lettor, ve n'era alcuna
che al dolce soffio respirando, apriva
le labbra, bella e bianca e grassa e d'una
così ghiotta e mirabile attrattiva,
che il Topo disse: - Se non mangio questa,
che cosa di mangiare più mi resta? -.

E subito si fece un grosso conto,
e quando il nicchio un poco si avvicina,
il Topo allunga lo zampino pronto,
ma sul più bello l'Ostrica barbina
il guscio abbassa e pria ch'ei tragga il collo
come dentro a una trappola serrollo.

Dimostra questa istoria in primo loco,
che chi non ha del mondo conoscenza
va facilmente in estasi per poco,
e facilmente crede all'apparenza;
poi si rivolge a quei matricolati
che credon di suonare, e son suonati.


X - L'Orso e il Giardiniere

Un Orsacchiotto assai mal pettinato,
selvatico cresceva in fondo a un bosco,
solo, nascosto, sempre torvo e fosco,
in collera col fato.

Novel Bellerofonte, l'umor nero
s'univa a una tremenda ipocondria,
perché solo la buona compagnia
tien ilare il pensiero.

Un bel parlar non vale un bel tacere,
sta scritto, ma bisogna discrezione,
ed in quel bosco un uomo, un can barbone
non si facea vedere.

Per quant'Orso, e per quanto Orso testardo,
passava giorni orribilmente bui.
Non lontan s'annoiava in un con lui
un vecchierel gagliardo,

che amava un suo giardin, i fiori, il sole,
prete di Flora e prete di Pomona,
ma non vedea passare una persona
da far quattro parole.

Le piante e i fior non parlano al di fuori
di questo libro che per voi trascrivo.
Desiderando un dì vedere un vivo
lasciò le piante e i fiori.

E sul mattin, battendo la campagna,
andava in cerca d'una comitiva,
quando incontrò quell'Orso che veniva
torvo dalla montagna.

L'Orso teneva in mezzo del cammino:
che far? come scappar? e da qual parte?
Il vecchierel si ricordò dell'arte
che piace ad Arlecchino,

e fingendo un coraggio di leone:
- Buon passeggio, - gli dice. - Schiavo tuo, -
l'Orso risponde in tono tutto suo, -
vedo che stai benone.

- Sì, grazie a Dio, signor commendatore,
se vuol accomodarsi in casa mia,
ho latte, cacio, noci, ed offriria
di più con tutto il cuore...

Capisco, non è roba forse adatta
a lor signori, tuttavia se vuole... -
L'Orso accetta, si siede e in due parole
è l'amicizia fatta.

Sono i sciocchi che ciarlano, ma l'Orso
è saggio prudentissimo. Non teme
il vecchierello di mangiar insieme,
di far qualche discorso,

senza togliere il tempo alle faccende.
L'Orso in compenso, forte cacciatore,
uccide lepri, e docil servitore
caccia dal volto, prende

sopra il vecchio che dorme quell'alato
parassita, che noi mosca diciamo,
tenendo nelle zampe un grosso ramo,
fedel come un soldato.

Un dì che il vecchio in l'ora consueta
dormiva, ecco una mosca più stizzosa
che sul naso più volte gli si posa,
e l'Orso s'inquïeta.

Poi perde la pazienza, ed un mattone
afferrato, s'appressa, il pugno chiuso,
dov'è la mosca, e plaf proprio sul muso
la schiaccia del padrone.

Così l'Orso mostrò che un cacciatore
non è sempre il miglior ragionatore,
e che peggiore d'un leal nemico
è un ignorante amico.

XI - I due Amici

Due buoni Amici c'erano al Chilì
simbol dell'amicizia più cortese.
I buoni amici sono in quel paese
come quelli del nostro o giù di lì.

Una notte, traendo essi profitto
dell'assenza del sol, dormivan sodo.
Allor che trabuffato
un s'alza e corre dritto
a risvegliar l'amico addormentato.

Dormivan tutti in quella casa. Al chiasso
balzano i servi e corrono coi lumi,
anche il padron discende
e accorre coi denari e colla spada.

- Che c'è? quale fracasso?
Sei tu, fratello, che ti pigli spasso,
invece di dormir come costumi?
Che cosa capitò?
Hai tu perduto al gioco il tuo denaro?
La borsa ecco ti do.
T'han fatto qualche ingiuria sulla strada?
Andiam, ecco la spada.
Vuoi tu dormire in buona compagnia?
Questa mia schiava, pigliati, o mio caro.

- No, - disse il buon amico, - alcun bisogno
non ho di tutto ciò,
ma solo vengo, perché ho fatto un sogno
che assai mi spaventò.
Tu m'eri apparso colla faccia scura
e corsi a te pensando a una sciagura -.

Sai dirmi qual dei due, lettor discreto,
amasse l'altro d'un amor più bello?
È l'amico un dolcissimo fratello
che vi cerca nel core il duol segreto.

Senza farvi arrossire ode il bisogno
che vi tormenta. Il susurrar del vento,
un'ombra è segno, o un fuggitivo sogno,
per chi vuol bene, di sinistro evento.


XII - Il Porco, la Capra e il Montone

Una Capra, un Monton e un Porco grasso,
sopra un sol carro andavano alla fiera,
e, se la storia è vera,
non andavano, sembra, per ispasso,
né sembra che il padrone anche volesse
condurli al teatrin dei burattini,
ma venderli e pigliare dei quattrini.

Il sor Porcello non faceva intanto
che gridar sulla strada, ed eran strilli
da rendere balordo
un uomo sordo.
- O che ti pelan vivo? -
dissero i suoi compagni più tranquilli.
- E c'è bisogno di strillar sì tanto?

- Zitto là, - poi soggiunse il cavallante, -
tu ne stordisci, stattene quieto,
hai l'esempio di questi a te davante
che insegnarti dovrebber la maniera
di viver bene e d'essere discreto.

Non vedi questo povero Montone
che non apre la bocca? questi è un saggio.
- Saggio non è, - rispose don Porcello, -
ma ditelo un minchione,
che se non ha di piangere il coraggio,
è perché di conoscer non gli è dato
ciò che l'aspetta appena sul mercato.

S'ei lo sapesse, strillerìa, scommetto,
con quanto gli è rimasto fiato in gola,
e con lui griderebbe in do di petto
anche l'altra che ha persa la parola.
Ma l'uno e l'altra crede
che lana e latte a vendere al mercato
vada il padrone e sono in buona fede.

Può darsi che ciascun non abbia torto,
ma in quanto a me, che valgo in quanto morto,
non ho motivo alcuno di sperare.
Lasciatemi gridare e la mia casa
e la mia bella patria salutare -.

Sor Porcello parlò come un giornale,
ma nulla gli giovò, ché nulla vale
contro il destin che non si cangia mai,
il far lamenti e guai.

Da ciò potrà vedere l'uom prudente
che chi men sa, ben spesso è il più sapiente.


XIII - Tirsi e Amaranto
(Alla signorina De Sillery)

Se il Boccaccio mi tolse un giorno al dolce
Esopo mio, novella ecco mi toglie
ad entrambi una Musa assai gentile,
che alla fonte natia mi riconduce.
Come dire di no, quando divina
è la musa e di tal beltà vestita,
che sui cuori sovrana alza lo scettro?
Or sappia il mondo che a cantar mi tragge
ancora messer Lupo e monna Volpe
l'unica Sillery, vaga donzella,
a cui tutti si prostrano devoti.
Chi dice Sillery nulla gli resta
d'aggiungere di poi che non sia vano.
Essa si duol che a lei sfugga il segreto
spirto de' miei Racconti (a dolce sguardo
è ben che ignudo il ver non apparisca)
onde ancor canterò, ma sol per essa,
ciò che davanti a lei senza commento
possa tornar più volte e senza offesa.

Vengano prima i miei pastori e poi
ben io saprò sulla modesta lira
di capri e lupi concertar le voci.

Tirsi diceva ad Amaranto un giorno:
- Conosco un mal, mia cara, un mal sì dolce,
che vince ogni altro ben sopra la terra
ne' suoi misteriosi incanti. Or vieni,
se di Tirsi non hai dubbio e paura,
e lascia che conoscere ti faccia
questo mal, questo bene. E non son io
il più fedele e il più sincero amico
di quanti hanno per te malato il cuore? -.

Disse Amaranto: - E qual nome gli fanno
a questo mal che dici?
- Amor.
- Amore?
È un bel nome davver. E a quali segni
presentirlo potrei, qual è il tormento?

- Son pene al cui confronto anche i più grandi
passatempi dei re, stupidi giochi
diventan. Tu vaneggi in una blanda
estasi in mezzo ai boschi. Il ruscelletto
luccica sempre in una vaga imagine
tremolante che a te non rassomiglia
e t'insegue dovunque ove tu fugga;
per ogni cosa è cieca la pupilla
fuor di quella parvenza. Il nome, il nome
d'un pastorel, la voce sua, l'idea,
d'una fiamma improvvisa il volto accende.

Sospiri, se di lui pensi, e non sai
perché sospiri, ma per lui sospiri,
incontrarlo vorresti e in un lo temi.

- E questo mal? - allor disse Amaranto; -
o mio buon Tirsi, è un pezzo ch'io lo provo -.

Tirsi sperò d'essere giunto in porto,
e corse a lei, che subito soggiunse:
- Io lo conosco, è il mal che sento in core
per Clidamante-.
Ahi disgraziato Tirsi!
ché di vergogna non moristi e d'ira?
Molti son come lui semplici e stolti,
che, giocando alla sorte, ahi! troppo tardi
s'avvedono di fare il giuoco altrui.


XIV - Esequie alla Leonessa

Il giorno che morì la principessa,
o Leonessa, accorsero i dolenti
a far al re quei mesti complimenti,
che sono sul dolor buonamisura
nei giorni di sciagura.

Fissato il luogo e il dì, volle il Leone
che i suoi ministri attenti
sorvegliasser la lunga processione.
Grande il concorso fu. Dentro la grotta
che serve al re Leon di cattedrale,
ogni animale, ognun a modo suo
piange d'intorno al re.
E questi, è natural, piange per tre.

È la Corte una casa così fatta
dove la gente è trista, è buona, è matta,
a seconda che il re vuole o non vuole.
Gente camaleontica che fa
la scimmia ad una grande Maestà,
mille corpi e una man che fa, che detta,
come se l'uom (lo dicono i filosofi)
non fosse che una vera macchinetta.

Tornando a noi, dirò che a quel gran duolo
il Cervo solo non pigliò gran parte.
La morta, a nominarla come viva,
la moglie ed un figliuolo
avevagli strozzato, e se nutriva
ruggine in petto il Cervo derelitto,
era nel suo diritto.

Ma non mancò chi corse poi dal principe
a dir che il Cervo s'era fatto gioco
perfin del funerale.
La collera d'un principe è fatale,
e molto più d'un re come il Leone,
lo ha detto Salomone;
ma quel Cervo leggeva così poco...

- Brutta bestia dei boschi, - disse il re, -
ed osi sghignazzare innanzi a me,
mentre si piange e mentre siamo in chiesa?
Non io l'insulto tuo vendicherò,
ma dai lupi sbranare ti farò
a placar l'ombra pia da un vile offesa.

- Prego, ascoltate, o Sire, -
il Cervo prese mestamente a dire, -
passato è il tempo ormai
di piangere e far guai,
ché la regal Consorte
cinta di fior, dal regno della Morte
or or mi apparve e bella,
in sua gentil favella e dolce riso:
"Io son beata", disse, "e vo tra i santi
a discorrere santa in paradiso.
Dunque i sospiri cessino ed i pianti.
Mi conforta il dolore universale
e il pianto del mio re,
ma dico a te che a un'anima beata
è festa il funerale" -.
Udito ciò, la Corte ad una voce
- Miracolo! - gridava. - Apoteòsi! -
E il Cervo invece di essere squartato
di cavalier si meritò la croce.

Se voi lodate ed incensate i grandi,
se prima vi parevan schizzinosi,
diventan tosto morbidi e graziosi:
per quanto grosse le sballate loro
digeriran le vostre bombe d'oro.


XV - Il Topo e l'Elefante

La vanità, ch'è tutto un mal francese,
fa ch'ogni sciocco e stupido borghese,
un grand'uomo si creda in quel paese.

Vani son gli Spagnoli e tuttavia,
per quanto grande il lor difetto sia,
è più che scipitezza una pazzia.

L'esempio che vi conto vi dimostra
la boria nostra, la qual su per giù
non vale men di un'altra e non di più.

Un Topolin piccino
vide un grosso Elefante gigantesco,
e rise di quel grande baldacchino
pesante ed arabesco,
con tre piani di sopra e una sultana
seduta in mezzo di beltà sovrana,
con cani e gatti e pappagalli suoi,
e con tutta una casa che in viaggio
andava ad un lontan pellegrinaggio.

Rideva il Topolin perché la gente
stesse a guardar quel coso stravagante,
più che animale, macchina ambulante.

- Bel merito, - dicea, - d'esser sì grosso,
come se il bello fosse in un colosso...
O gente sciocca, ov'è la meraviglia
che ai ragazzetti fa levar le ciglia?
Così piccino come son, un grano
non valgo men di questo pastricciano -.

E stava per aggiungere di più
il Topo vanerello.
Quand'ecco sul più bello
un gatto salta giù
e fric... in un istante
mostrò che un Topo è men che un Elefante.


XVI - L'Oroscopo

Il tuo destin per quella stessa via
per cui lo fuggi a te corre d'incontro.

Un padre di sì caldo e intenso affetto
amava un suo figliuol unico in terra,
che sulla sorte sua quanti indovini
e sonnambuli vanno per la via,
facea cantar.
Uno di questi un giorno
annuncia che doveva il giovinetto
fino ai vent'anni andar molto guardingo
dall'incontrar leoni, oltre il qual tempo
potrebbe di sua vita andar sicuro.
Il buon padre, per far che mai pericolo
di tal sorta facesse al suo diletto
eterno danno, in un palagio il figlio
tosto rinchiuse e proibì che il piede
ei mettesse di fuori. A far men tristo
di quel lucente carcere il soggiorno,
entro il palazzo era un giardin e molti
vi accorrevan fanciulli, e in giochi e in salti
e in spassi ed in chiassosa compagnia
allegramente egli vivea rinchiuso.

Sol la caccia gli fu con odio e tetro
color descritta, come cosa indegna
d'uomo gentil. Che importa? Ha mai parola
trasformato dell'indole il metallo?
Onde avvenne che il giovine alle sagge
avvertenze sentia balzar nel petto
un desiderio di battaglia, e sempre
voglioso, irrequieto, e in preda a un caldo
sogno, volea discendere nei campi
a combatter le fiere. E più fremea
quanto sentia più stringer le catene;
ma l'Oroscopo a lui stava davanti
colle fiere parole.
Era il palagio
di belle statue adorno e di pitture,
che ritraevan cacciatori e cacce,
ed animali e alpestri paesaggi,
onde più s'accendea l'anima al mesto
giovincello. Dipinto era un leone
fra l'altre belve, a cui rivolto un giorno:

- O mostro, - disse, - o mio fatal nemico
per cui viver mi tocca oscuro e vile
in queste mura... - E sì dicendo, acceso
d'ira improvvisa, sul leon dipinto
si scaglia, e sfonda la dipinta tela...
Ahimè! nel muro era un acuto chiodo
dal dipinto velato, e tal fu il colpo
che a mezzo il petto il garzoncel trafisse,
ch'ei cadde in terra del suo sangue intriso.
Invan fu chiesto ad Esculapio il balsamo
che le ferite tenero rinchiude,
il caro capo abbandonò per sempre,
e morì per le stesse arti trafitto,
che salvarlo dovean dal suo destino.


XVII - L'Asino e il Cane

L'Asinello, che in fondo è un animale
di buon cuore, una volta s'impuntò
e contro ad ogni legge naturale
a un amico un servigio rifiutò.

Il caso avvenne un dì che a capo basso,
senza pensare a nulla, in compagnia
del Cane e del padrone se ne gìa
per la sua nota strada passo passo.

Un certo istante, giunto ad un pratello,
si ferma tutto a un tratto l'Asinello,
e mentre il suo padron dorme e riposa,
di quell'erba ei mangiò fresca e gustosa.

Non c'eran cardi, ma ne fece senza,
non sempre si può aver ciò che si vuole,
e per quanto gli piacciano, pazienza,
non ogni giorno in ciel risplende il sole.

Il Cane, che moria di fame intanto,
disse al compagno suo: - Caro Modesto,
fammi un piacer, abbassati quel tanto
che possa anch'io pescar in fondo al cesto.

E possa in fondo al cesto anch'io pescare
il mio piccol boccon pel desinare -.
Ma fece il sordo quella bestia sciocca,
senza cessare di menar la bocca.

Torna il Cane a pregar: - E forse credi
che ti scappi quest'erba sotto i piedi? -.
E l'Asin duro: - Aspetta, o buon Barbone,
che si svegli fra poco il tuo padrone -.

In questa esce da un bosco e mostra il dente
il Lupo, un altro che non ha pranzato.
- Aiuto! - grida l'Asin spaventato,
ma questa volta è il Can che non ci sente.

- Non gridar, - gli risponde, - non far caso,
il tuo padron si sveglia presto presto,
che se il Lupo ti morde, e tu, Modesto,
dàgli un calcio frattanto sopra il naso.

T'han ferrato per questo e ti spaventa?
Un colpo buono in terra lo stramazza -.
Ma in queste ciarle il Lupo i fianchi addenta
dell'Asin e coi morsi me l'ammazza.

È saggio avviso e scaltro
che l'uno aiuti l'altro.


XVIII - Il Bascià e il Mercante

Col segreto favor d'un gran Bascià,
in orïente un greco Mercatante
faceva affari d'oro, e poi che costa
cara d'un alto protettor la grazia,
pagava il protettor non da mercante
ma da bascià... Ma paga e paga e paga,
a lungo andar questo pagar rincrebbe
al nostro greco, e sen dolea, dicendo
di non poterne più, quando tre turchi
s'offriron di concedergli favore
a meno prezzo, in tre, che non spendesse
prima per uno. Il greco accetta.
Intanto
si conobbe la cosa e ognuno dicea
che avrìa dovuto il gran Bascià vendetta
trarne, mandando i suoi vassalli in cielo
a portare un messaggio a Maometto.

- Se tu nol fai, - dicea qualcun de' suoi, -
ti preverranno per paura i tristi,
e per quanto tu chiuda anche i cancelli
del tuo palagio, con sottil veleno
a protegger ti mandano in turbante
i falsi mercatanti in paradiso -.

Ma il Turco a questo dir, novo Alessandro,
non diede retta e con sereno spirto
trova un bel giorno il suo Mercante in casa,
siede alla mensa ed in diversi e schietti
discorsi entrando, gli mostrò che nulla
diffidenza era in lui. Quindi gli disse:

- Amico, io so che tu mi lasci e alcuni
voglion ch'io tragga orribili paure,
ma tu sei troppo galantuomo, amico,
e la faccia non hai d'uom che il suo tempo
passi a mescer veleni, ond'io men rido
delle chiacchiere altrui. Pace! e se brami
sul conto di codesti a te novelli
amici udir quel ch'io ne penso, ascolta
senz'andar per noiose querimonie
una fiaba che a lor calza a pennello.

C'era una volta un Cane ed un Pastore,
e c'era anche un armento.
Dicea la gente: "A che ti serve un cane
sì grosso, che per solito alimento
ti mangia ad ogni pasto un grosso pane?
Sarai più saggio
se lo vendi al signore del villaggio.

Un paio o tre
di piccoli mastini costan meno
a un uomo come te,
e fan la guardia più che non la faccia
da sola questa grossa bestiaccia".
Il buon Pastor credé,
e tre mezzani
mastini prese e risparmiò dei pani.
Ma se il grosso mangiava almen per tre,
era tre volte a mordere più forte,
quando per sorte
con general spavento
venìano i lupi a minacciar l'armento,
mentre quell'altre bestie assai men care
erano tre a scappare.

- Se tu sei saggio, fidati di me, -
soggiunse il buon Bascià, -
o proverai di questa favoletta
la triste verità -.

La qual dimostra ancora
come convenga ai piccoli paesi
appoggiarsi a un monarca di gran prezzo,
che non ai cento re d'un soldo al pezzo.


XIX - I vantaggi del Sapere

Un uomo ricco, un asinaccio ritto,
soleva dire a un suo vicin stracciato
(e stracciato vuol dire letterato)
che il ricco sol di vivere ha diritto.

- Al ricco deve fare di cappello, -
ei ripeteva, - ogni fedel corbello,
non sol, ma è giusto che gli faccia onore
il dotto, il pensatore e il professore.

Costor con tutto il leggere che fanno
non hanno spesso pane da mangiare,
e portan certe vesti così rare
che fan sempre parer d'estate l'anno.

Stanno in alto in stanzucce accanto al tetto
coll'ombra sua ciascuno per valletto.
Povera gente e poveri gli stati,
che fanno i conti addosso ai disperati!

Utile invece è chi vi spende e spande
del suo liberamente, in lusso, in feste,
che mantien l'artigian e che lo veste
col suo denar e colle imprese in grande.

È il ricco che le lettere sostenta
e paga chi coi libri lo tormenta
e con omaggi e dediche sì strane,
che son meno noiose le campane -.

Così dicea quel grosso babbuasso.
Ben si sentì il poeta sulle prime
gran voglia di risponder per le rime,
ma la giustizia viene di suo passo.

Venne, dico, la guerra, e la vendetta
fu più crudele d'ogni satiretta.
A ferro e a fuoco è messa la città,
l'uno scappa di qua, l'altro di là.

Sol disprezzo il babbeo millantatore
nell'esilio trovò, mentre il poeta
ricevette accoglienza onesta e lieta.
State zitti, il saper ha il suo valore.


XX - Giove e i Fulmini

Giove un dì dall'alto scanno,
i peccati rimirando,
che dagli uomini si fanno,
- Fino a quando, - prese a dire, -
questa razza soffrirò?
D'altra gente riempire
men noiosa il mondo io vo' -.

E a Mercurio: - Va', precipitati
all'inferno,
e la più feroce tirane
delle Furie e fa' che tutta
questa gente sia distrutta
in eterno -.
Ma il comando non finì
che il buon padre si pentì.

Prenci e re, mi raccomando,
voi che siete Numi in terra,
del furore tra il baleno
e il discender delle botte
deh! lasciate in mezzo almeno
l'intervallo d'una notte.

Va quel dio che ha l'ali ai piedi
e la lingua lusinghiera,
e discende ove Tisìfone
con Megera,
con Aletto
fanno il ghetto.

Sorge Aletto, e con perverso
giuramento, si propone
di tirare l'universo
nella casa di Plutone.

Padre Giove, il giuramento
della Furia cancellò
e nel buio la ricaccia.
Quindi fa l'esperimento
di scagliare una saetta
per minaccia
dell'olimpica vendetta.

Dalla man di un Dio sì buono,
padre giusto dei viventi,
con frastuono
passa il fulmine
sopra il capo delle genti,
e va a rompersi lontano
sopra l'erta
d'una rupe alta e deserta.
Un buon babbo pesta piano.

Sulla via dell'indulgenza
prese l'uomo confidenza
e fe' peggio ancor di prima.
Il padrone delle nuvole
altre lima
più terribili saette,
ma gli dèi lo persuadono
l'ira sua pigliando a gabbo,
di star pago al suo mestiero
di buon babbo.

Venne innanzi allor Vulcano
e a far fulmini dié mano
di diversa qualità.
I migliori, intendo quei
che non dànno mai perdono,
dal lor trono
ce li scagliano gli dèi:
quei che fanno inutil prove
e si pèrdono qua e là
sono i fulmini di Giove.


XXI - Il Falcone e il Cappone

Amici andiamo adagio
a credere alla voce del malvagio,
ma facciam come l'Asin di Giampietro
che più lo spingi e più si tira indietro.

Un grasso cittadin di Monticello,
che faceva il mestiere di Cappone,
al tribunal un dì venne citato
del suo padrone.
- Qui, qui, qui, qui... - gridavagli la gente,
spingendolo bel bello,
ma il brianzol, maestro in furberia,
scappava via
e lasciava gridare inutilmente.

- Servo vostro! - dicea, - non mi si piglia
in queste grosse trappole, no, no -.
Nessun si meraviglia
se non hanno i capponi confidenza
cogli uomini. È l'istinto, ben si sa,
ed è l'esperienza
che diffidar li fa.
Il nostro brianzol indovinò
che doveva al diman esser la gloria
del banchetto e davver ne facea senza.

Mentr'ei fuggia, sentì che da un palchetto
gli diceva un Falcone ammaestrato:
- O sciocco, ed hai sì corto l'intelletto,
che non intendi che si perde il fiato
a chiamarti? E v'è gente più citrulla
di questa razza d'uccellacci stupidi
che non capisce nulla?
Io sì, riguarda qui,
cacciar, volar io so,
partir, tornare, io sì,
e dovunque si vuol rapido vo.
Il tuo padron ascolta
che ti attende sull'uscio, anima stolta.

- Attenda fin ch'ei vuol, - disse il Cappone, -
conosco già la bella novità
che da contar egli ha.
Da lui poco lontano
caro quell'uomo col coltello in mano!
A questo dolce e amabile zimbello
vola, mio dotto uccello,
se ti piace. Per me scappo e ti chiedo,
in carità, non ridere
se alle voci gentili ancor non credo
che mi faranno stridere.
Se vedessi anche tu cotti allo spiedo
tanti falconi
quant'io vedo capponi o appesi al muro,
non rideresti, amico, di sicuro.


XXII - Il Gatto e il Topo

Un certo Gatto gran rubaformaggio
e un Topo rodicorda assai stimato,
un'orrida Civetta
e la dal lungo corpo Donnoletta,
nel buco spesso usavan d'un selvaggio
abete rosicchiato.
quattro bestie di cui l'una non era
per nulla all'altra eguale,
ma in quanto a far il male
anime triste tutte a una maniera.

E tanto vanno e vengono che un giorno
l'uomo tese una rete tutt'intorno,
e adesso sentirete:
esce il Gatto al mattin, siccome suole,
pria del levar del sole
a caccia, ma non vede ahimè! la rete...
Vi resta e non gli resta
che di gridar, se vuol salvar la testa.

Accorre il Topo e il suo mortal nemico
preso nel laccio vede,
e s'ei fu lieto ognuno me lo crede.
Il Gatto piagnoloso: - O amico, amico, -
dicea frattanto, - è noto
quanto tu fosti verso noi devoto,
aiutami a scappar da questi nodi
in cui venni a cader, tu che lo puoi.
Ed è giustizia, se ricordi i modi
che sempre usai fra cento pari tuoi
verso di te, che caro ognor mi sei
come quest'occhi miei.

Non me ne pento io già, fratello mio,
ma ognor ringrazio il ciel nell'orazioni.
E appunto stamattina
nel fosco uscìa per far le devozioni,
che ogni buon gatto fa quando è cresciuto
nel santo amor di Dio,
e il maledetto fil non ho veduto!
Nelle tue mani io metto la mia vita,
sciogli i nodi e procurami un'uscita.
- Qual compenso mi dài? - l' altro gli chiese.
- Prometto teco eterna l'alleanza,
e nelle zampe mie pronte difese
contro i nemici in ogni circostanza.
Sarò la tua vendetta
contro la Donnoletta e la Civetta
che voglion la tua morte...

- Basta così, - rispose
il Topo, - credo poco a queste cose.
Sarìa tre volte matto
quel topo che affidasse la sua sorte
all'onestà del gatto -.

E ciò detto partì. Presso la tana,
guardando alla lontana,
vede in agguato la sinistra Donnola.
Va sulla pianta e mentre ancor si arrampica
sul tronco in alto la Civetta vede...
Or come fare? scivola
di quell'abete al piede
e in mezzo a tre pericoli
sceglie il minore. Rosicchiando un nodo
e un altro della rete e un terzo e il resto,
all'impostore procurava il modo
di scappar dalla morte allegro e lesto,
ma guai se in quel momento
non giungeva opportun l'uom della rete
che li facea scappare come il vento.

Non molto tempo dopo
il Gatto trova il Topo,
che stava a una distanza rispettosa.
- Fratel, o vieni, abbracciami, -
con una voce tenera e amorosa
gli disse, - e non guardare un alleato
con quel far diffidente e disgustato.
A te, dopo il buon Dio,
devo la vita, lo conosco anch'io -.

Rispose il Topo: - Grazie, n'ho piacere,
ma non è scritto sopra alcun trattato
che un gatto abbia il dovere
d'esser per gratitudine obbligato.
Del carattere tuo chi mi assicura?
Un gatto è sempre gatto per natura.


XXIII - Il Torrente e il Fiume

Un torrentaccio rapido e sonante,
precipitando al basso,
empìa del suo fracasso
le rive e la campagna circostante.

Fuggìan le genti dalla furibonda
velocità dell'onda,
quand'ecco un tal che dai ladri fuggiva
fermossi sulla riva.

Come passar? esita un po', ma visto
che i ladri corron sempre per di qua,
tentò, passò... Per il rumor che fa
il torrentaccio non è poi sì tristo.

Anzi è sì buono, che il furor dell'onda
i ladri non fermò.
L'altro a correre ancor, fin che alla sponda
d'un bel fiume arrivò.

Questo era proprio un fiume maestoso,
sereno come un bel sogno d'estate,
non rupi a picco, ingrate,
ma un passo limpidissimo, sabbioso.

Col suo cavallo il buon viaggiatore
fugge i ladri, ma il guado è traditore:
beve il cavallo, beve il cavaliere,
e in fondo a Stige vanno entrambi a bere.

E vanno entrambi a bere in Acheronte
e in acque più lontane.
Fin che abbaia giammai ti morde il cane,
è l'acqua cheta che corrode il ponte.


XXIV - L'Educazione

Cesare e Leccardon, cani fratelli,
da una razza venivano di cani
famosi, arditi, valorosi e belli.

Ma caduti per caso nelle mani
di due padroni, l'uno alla foresta
passava i giorni in esercizi sani,

l'altro, che invece tutto il giorno resta
in cucina a mangiar, si sconcia tanto,
che quasi stenta a sollevar la testa.

Leccardone il chiamavano pertanto
(e il nome fu da un guattero trovato),
che sul nome degli avi prese il vanto.

L'altro cane fu Cesare chiamato,
e fu davver coi cervi e coi cinghiali
per entro ai boschi un Cesare dannato.

Per mantener nei figli pregi eguali,
il padrone gli scelse anche una sposa
che per bellezza non avea rivali.

Leccardon si contenta d'ogni cosa
che passa per la strada, e ne deriva
una razza di cani vergognosa,

che le fatiche volentieri schiva,
e si consuma a far girar gli spiedi,
razza villana, che non par che viva.

Non sempre i figli san posar i piedi
sopra l'orme dei padri, ma si oppone
pigrizia, casi e tempi... onde tu vedi

Cesare che diventa Leccardone.


XXV - I due Cani e l'Asino morto

I vizi son fra lor buoni fratelli,
e quando uno si siede
nel nostro cor, si vede
che siedono anche quelli
che van con lor per via,
a meno che la trista compagnia
per ira non si pigli pei capelli.

Non così le virtù. Raro si mira
dei grandi affetti in un sol uom lo zelo
temperato con nobile armonia.
L'uno è valente, sì, ma pronto all'ira,
l'altro è saggio, ma l'anima è di gelo.
Fin tra le bestie spesso
vedi accader lo stesso.
Il più fido animal che mai ci sia,
il cane io dico, mostrasi talvolta
anch'esso bestia stolta

e piena d'un'ingorda ghiottornia.

Due Cani in lontananza un giorno videro
in mezzo al fiume galleggiare un Asino,
che, sospinto dal vento, se ne giva
discostandosi sempre dalla riva.

- Amico, - disse l'un, - che l'occhio hai limpido
e più acuto del mio, guarda sul liquido
specchio dell'onda. È un bove od un cavallo? -
E l'altro: - È un buon boccone senza fallo.

Ma pigliarlo, barbin, questo è il difficile!
Lunga è la tratta e incontro il vento soffia.
Non ti senti riarso e sitibondo?
Proviamo a ber quest'acqua fino in fondo,

finché in secco vedremo della bestia
(superba provvigion) il corpo ghiotto -.
Bevono i Cani e bevi e bevi... bevvero
tanto che punf... scoppiarono di botto.

Tal è l'uomo. Se in lui fissa è l'idea,
non c'è cosa impossibile e fallace.
Castelli in aria crea,
e per amor di vane ombre e di gloria
in desideri perde la sua pace.

- Oh potessi riempire di ducati
questi miei scrigni! O s'io sapessi almeno
la chimica, la storia,
la medicina, l'arabo, l'armeno!
O arrotondar potessi questi Stati! -

Questo è bevere il mar. Ai sovrumani
concetti d'uno spirto vanerello
non bastan quattro corpi ed otto mani.
Se non si resta a mezzo sul più bello,
a compier ciò che logico non è
non bastan quattro vite di Noè.


XXVI - Democrito e gli Abderiti

Sempre in uggia mi fu l'ingiusto e scempio
e temerario giudicar del volgo,
che sol da sé piglia misura e legge
e le cose di false ombre confonde.
Ben ne fece a' suoi dì l'esperimento
d'Epicuro il maestro, a cui non valse
l'alto saper. Pei piccoli saccenti
della città, Democrito non parve
che un pazzerello... O dèi, quando s'è visto
alcun profeta in mezzo a' suoi? Ma pazzi
eran questi Abderiti il dì che un messo
mandarono ad Ippocrate, chiedendo
con lettere a quel medico divino,
che venisse a guarir del dotto amico
il malato cervel. - Vieni e vedrai -
dicean gli stolti - vaneggiar la mente
di sì grand'uomo dalla nebbia involta
dei libri, che saria certo men danno
s'ei non sapesse decifrar dei libri
manco i cartoni. Udrai com'egli sogna
di un infinito numero di mondi,
ch'ei forse vede d'altri pazzerelli
come lui popolati. E ancor discorre
d'atomi erranti, poveri fantasmi
del suo cervel che danza, e senza il piede
metter fuori dell'uscio, egli pretende
i cieli misurar, descriver fondo
a tutto l'universo e non conosce
il poveretto il mal che lo consuma.
Una volta ei sapea nelle contese
conciliar le discordie, oggi in se stesso
rinchiuso parla sempre ruminando.
Vieni, o divino medico, o non resta
altra speranza -.

Ippocrate alla gente
non crede troppo, ma a trovar si avvia
l'illustre infermo. Ora vedrete quali
incontri giochi spesso la fortuna!
Voglio dire che Ippocrate sorprese
il dotto pazzerel curvo ed intento
all'ombra fresca e d'un ruscello in riva
a ricercar per entro ai laberinti
d'un cervello ove sede abbia ragione,
e dove amor, negli uomini e nei bruti.

Molti grossi volumi accatastati
erano in terra, e in suo pensier rapito,
Democrito non vide il suo diletto
amico che venìa. Brevi i saluti
furono e i complimenti, e si capisce,
ché il perder tempo a chi più sa più spiace.
Messi in disparte i frivoli argomenti,
cominciaron i due grandi maestri
a cercar le cagioni alte del Bene,
sull'uom sillogizzando e sullo spirito,
parlando cose che il tacere è bello,
sì com'era il parlar colà dov'era.

Giudice cieco qui ti mostra il fatto
il volgare giudizio. E scarsa io presto
fede a quella sentenza che proclama
voce di Dio del popolo la voce.


XXVII - Il Cacciatore e il Lupo

Sacra fame dell'oro, avido mostro,
che il ben di Dio con torvi occhi divori,
fino a quando dovrò co' miei flagelli,
trista avarizia, a te levar le berze?
Sordo sempre sarà l'uomo al consiglio
del saggio e non dirà: Questo mi basta
pel mio bisogno, allegri ora viviamo?
Amico, guarda come il tempo vola,
godi, o più tardi intonerò, ma indarno,
quest'inno mio che val tutto un poema.

- Goder? Io voglio ben. - Quando? - Dimani.
- Ah poveretto! e se ti coglie in via
coll'irte unghie la morte? Or dunque godi
e leggi, amico, quello che racconta
del Cacciator la favola e del Lupo -.

Aveva un Cacciator stesa coll'arco
una damma, quand'ecco un capriolo
viene a passar. In compagnia sull'erba
coll'altra bestia cadde moribondo.
Bella preda, per Giove, un capriolo
e una damma, da pagar non uno,
ma dieci cacciatori! Il caso volle
ch'uscisse anche un cinghial grosso e superbo,
contro il quale inviò sì ben lo strale
il Cacciator, che quasi terzo all'Orco
lo sospinse. Tre volte alla feroce
belva cercò di rompere la Parca
colle forbici il fil, quando trafitto
il feroce animal sul suol piombò.
C'era d'andar contenti almen tre volte,
a creder mio, del triplice bottino;
ma tutto è poco a riempir la pancia
dell'uom ghiottone, e così volle il cielo
castigare costui. Mentr'ei s'appresta
a finire la belva sanguinante,
vista lontano svolazzar sull'erba
una bella pernice, a lei la punta
volse dell'arme, allor che strette in fascio
il mal morto cinghial l'ultime forze,
affronta il Cacciator, lo morde e lacera,
e vendicato muor su morto corpo.

Questa per voi ghiottoni. Udite or voi,
lerci avari, la vostra.

Un certo Lupo
venne a passar, e visto il miserando
spettacolo di morte: - O benedetta
la Fortuna, - esclamò, - degna che un Lupo
le innalzi un tempio. Quattro morti a un colpo!
S'è visto mai di più? ma non bisogna
abusarne, ché rara è la fortuna
(dicon sempre gli avari) e faccio il conto
d'averne almeno per un mese.

O belli,
ed uno, e due, tre morti, quattro morti,
son quattro settimane ben provviste,
s'io so contar. Comincerò dimani,
o meglio fra due giorni, e intanto all'arco
rosicchierò la corda. Ell'è di nervo
schietto, s'io posso giudicar col naso -.
Così dicendo, l'unghie ecco distende
all'arco, che scattò, lo stral partì,
e cadde il Lupo con quell'osso in gola.

- Godetevi la vita e non vi tocchi
per gola ed avarizia un'egual sorte, -
disse il Lupo e fe' chiòsa alla morale.


LIBRO NONO


I - Il Depositario infedele

Vostra mercè, della Memoria o figlie,
delle bestie cantai l'umili imprese,
né potean procurarmi una più grande
fortuna di più grandi eroi le gesta.
Colle stesse parole onde gli dèi
parlan nel ciel, il Lupo entro il mio libro
sermoneggia col Can che gli risponde.
Nascon diversi eroi. L'uno è solenne
e l'altro è pazzo: ma tra saggi e pazzi
è Follia che trionfa. Ancor io metto
sulla scena e ne traggo un denso coro,
fior di bricconi, ingannatori astuti
e prepotenti e ingrati bighelloni,
sciocchi e striscioni e, se volessi, a mille
i bugiardi di cui trabocca il mondo.

- Ogni uom puzza d'ipocrita! - Un sapiente
l'ha detto. - E ver? - S'egli parlar intese
della feccia del popolo, potrei
crederlo un poco e allor saria minore
e sopportabil danno; ma che tutti
grandi e piccini sian bugiardi, a stento
l'inghiotto. O forse è un bugiardone Esopo,
è Omero un bugiardon? Nel dolce inganno
de' sogni loro non risponde il bello
stile dell'arte onde s'infiora il vero?
E l'uno e l'altro su tal libro il falso
non hanno scritto, che dovrebbe eterno
durare e ancor di più, se non assurdo
è il dirlo? A tutti non è dato il dono
di sì belle bugie, ma posson tutti
frodar coll'arte di quel tal... Sapete
la bella istoria? - Orben, statemi attenti:

Pria di partir pe' suoi lunghi viaggi,
un Mercante di Persia a un suo vicino
un cento confidò libbre di ferro.
Partì, tornò, poi del suo ferro chiese
al compare.
- Che ferro? - egli rispose.
- Ahimè! fratello, per un forellino
del granaio (e ne ho fatta aspra rampogna
a' miei servi) sen venne un picciol topo,
che rosicchiò tutto il tuo ferro... tutto -.

A questo gran miracolo il Mercante
resta di sasso, tuttavia procura
di credere e sen va. Tre giorni dopo
ei fa rapire al suo vicino il figlio.
Lo nasconde ed il padre a un gran banchetto
invita; ma costui piange e lo prega
di piangere con lui, dicendo: - Amico,
d'un caro figlio iva superbo e tutto
il mio cor era in lui; mi fu rapito,
più non è gioia sul mio tetto, oh piangi,
piangi, fratel, l'orribile sciagura! -.

Disse il Mercante: - Sul tramonto io vidi
ieri un orrido gufo, che ghermito
il figlio tuo, traendolo pel cielo,
d'un castellaccio fra le vecchie mura
se lo portò.
- Possibile? - interruppe
il mesto padre. - E come può d'un gufo
l'artiglio sollevar d'un corpo umano
il grave pondo? in questo caso il bimbo
strappato all'uccellaccio avria le penne.

- Come avvenga non so: ma questo io dico
che l'ho veduto e con quest'occhi miei.
Mi meraviglio che tu possa in dubbio
metter le mie parole. E chi ti prova
che non possa rapir l'ugna del gufo
d'un fanciulletto il tenerello corpo
in un paese dove un topolino
mangia da solo (e non ne crepa) un cento
pesi di ferro? -
Allor comprese il padre
la velata morale e al mercatante
rese il ferro ed al sen strinse il fanciullo.

Non altrimenti il lungo alterco avvenne
fra due viaggiatori.

Un di costoro,
fabbricator d'iperboli, ogni cosa
vedea per microscopio, il qual giganti
fa comparir la pulce e il moscerino.
A sentirlo, l'Europa era percorsa
da centomila spaventosi mostri,
come vanno di Libia e Senegallo
per i deserti.

- Udite, - un dì narrava, -
ho fin veduto ne' viaggi miei,
un cavolo maggior di questa casa.
- Ed io, - soggiunse l'altro, - una caldaia
più grande anche del duomo.
- Ih, fanfaluche!
- Fabbricata l'avean, - l'altro conchiuse, -
per far bollire i cavoli famosi
di cui tu parli, amico -.

Entrambi furono
spiritosi costor, l'uno col gufo
e l'altro colla pentola. Se gonfio
è l'assurdo, è stoltezza opporre a sciocche
ciarle sodi argomenti. Invece ingrossa,
gonfia anche tu la vuota ampolla, e ridi.


II - I due Piccioni

Da un pezzo insiem vivevano
due teneri Colombi innamorati,
quando l'un d'essi un dì, forse già sazio
della sua casa o dal desìo trafitto
di vedere paesi inesplorati,
volle partir.
- Fratello, - all'infedele
disse l'altro, il dolor delle sue pene
premendo in cor, - fratello, a chi vuol bene
l'assenza è un mal crudele.
A te forse non pare
così crudel? oh almen potesse il danno
e d'un lungo viaggio il lungo affanno
il tuo grande coraggio sgomentare!
Aspetta almeno che il tornar di Zefiro
april rinnovi. Ascolta, ascolta il torvo
grido che manda il corvo.
Dal dì che tu sarai lunge e sul mare,
falchi soltanto ed orridi
sparvieri io sognerò: te in pena, in pianto
sempre vedrò, senza pan, senza tetto,
e non potrò, diletto, esserti accanto -.

A queste voci che nel cor gli scendono
stette il Colombo in forse,
ma poi sì forte è il desiderio e tanta
ribellion nell'anima gli corse,
che disse: - Orsù, non piangere
che presto tornerò. Bastan tre giorni
al desiderio di veder le belle
contrade dei dintorni.
Di mie venture poi minutamente
ti conterò, fratello, le novelle,
e romperan la noia
del soggiornar. Colui che non si muove
non ha mai da contare cose nuove,
mentre udendo le mie strane avventure,
ti sembrerà di viaggiar tu pure -.

Quindi, piangendo, si scambiar l'addio.
Parte il viaggiator, ma fuori appena
non è che l'uragano si scatena
dal ciel sul pellegrino.
Vola e cerca un ricovero il tapino
a un tronco solitario
che male lo raccoglie
tra le battute foglie.

Quando torna il seren, prende coraggio,
asciuga come può l'umide penne
e mettesi in viaggio.
E va, finché non giunge a un campicello
ove un piccione messo per zimbello
lieto saltella. Un gran desìo lo piglia
d'esser con lui, discende,
v'era un laccio nascosto e vi s'impiglia.
Fortuna o il ciel l'aiuta. Il vecchio laccio
i colpi e le strappate non sostenne,
onde col danno di non molte penne
ei poté facilmente uscir d'impaccio.
E mentre ei fugge, simile a un forzato
che nella fuga si trascina al piede
la sua catena, ecco a sinistra scendere
un avvoltoio, che a ghermirlo l'unghie
ferocemente rota.
E sarebbe per lui certo finita
la storia della vita,
se dall'alto del ciel non fosse un'aquila
coll'ali aperte uscita.

Mentre i due ladri vengono alle prese,
il piccion l'ali sue rapido stese
in altra parte e si appiattò sicuro
dietro un antico muro.
Ma un fanciulletto, ancora in quell'età
che non sente pietà,
con un colpo di fromba lo sorprese
e mezza fracassò l'ala al meschino.
Imprecando alla sua curiosità
e al suo crudel destino,
zoppicando del piè, l'ala trafitta,
col suo compagno amato
mezzo ammazzato torna alla soffitta
il mesto pellegrino.

Innamorati, o cari innamorati,
se vi piglia desìo di cose ignote,
non andate a cercar spiagge remote,
ma in voi cercate ciò che vi consoli.
Potete tra voi soli
essere l'un per l'altro il più giocondo
e il più vario spettacolo del mondo.
Il vostro amore vale l'universo
e il resto è tempo perso.
Anch'io talvolta amai; ma la superba
dimora del Gran Re, l'Olimpo, il mare,
il dolce bosco non valeano e l'erba
che di lei mi faceano innamorare.
Ed ella pastorella
d'amor giovine e bella
de' suoi passi fiorìa,
de' suoi guardi schiarìa l'erba ed i fiori.
Io primo fra i pastori
al figliuol di Citera il giuramento
prestai contento e sotto la bandiera
militai del figliuolo di Citera.
Ahimè! passâr quei tempi e non vedrò
tornar l'aprile della vita mia.
Come resister può
l'alma inquieta a tanti
e così dolci incanti?
Oh se il mio vecchio cuore
bruciasse ancora dell'antico ardore!
Non sentirò più mai d'una magìa
il filo che mi arresta?
Passò d'amor, passò d'amor la festa?


III - La Scimmia e il Leopardo

In due tende con grandi cartelloni
alla fiera faceano affari d'oro
la Scimmia e il Leopardo.
- Eccomi a loro, -
dicea costui. - Signori, io son quel celebre
artista, di cui parla tutto il mondo:
e la mia pelle
gaietta, maculata sopra e sotto
a nodi ed a rotelle,
sì piacque al re, che alla mia morte, ha detto,
vuol farne uno stupendo manicotto -.

La gente accorre, ammira,
fa la bestia sul volgo un certo effetto,
ma guardata una volta,
ognuno si ritira.

Nell'altra tenda intanto anche la Scimmia
annuncia i suoi miracoli.
- Entrin, signori, e vedano che smorfie!
Il mio vicin non ha
la grande varietà
che nel pel ricamato a geroglifi.
Ma la Scimmia, signori, ha nello spirito
l'arte che ridere
la gente fa.
Bertuccina nipote di Bertuccia,
rival di Scaramuccia,
Scimmia Cesarea,
in barca arriva, in carrozzino, a piè,
per far piacere
e per rispondere
a chi l'interroga.

Ella nel cerchio
entra e si snoda
e balla e parla e ascolta e ride e canta,
non per quaranta
né per cinquanta
soldi o per cento,
ma per la misera
moneta di un baiocco, e a chi par caro
alla porta si rende il suo denaro -.

Avea ragion la Scimmia. E che m'importa
se alcun è ricco e stupido
nell'abito che porta?
Di belle idee tu fa' che sia lo spirito
adorno, e fra le genti avrai fortuna.
Non basta aver un abito bizzarro
come molti signori, che somigliano
al Leopardo e ch'hanno
tutto il talento appiccicato al panno
e agli orli del tabarro.


IV - La Ghianda e la Zucca

Domineddio fa ben quel ch'Egli fa.
E se tu vuoi le prove
di questa verità,
senza andare a cercarle per il mondo,
potrai trovarle d'una zucca in fondo.

Un contadin che vede
la Zucca tonda e gonfia
con piccioletto il piede,
- Che mai pensò nel fabbricarla Iddio? -
disse in suo cor. - Poffare! a parer mio
avrei la Zucca ai rami almen sospesa
di questa grossa quercia o di quel faggio.
Tal albero, tal frutto, è più da saggio.

Gran peccato, Taddeo, grande peccato
che tu non ci sia stato
a dar qualche misura
a Colui di cui predica il Curato!
E non è forse strano,
per dirne un'altra, che sull'alta quercia
invece nasca una piccola Ghianda
non più grossa dell'unghia della mano?

Il Creator, io credo, era distratto
e prese un qui pro quo,
quando le zucche ha fatto,
e alle querce le ghiande regalò -.

Non potendo risolvere il quesito
Taddeo, che sa che col rifletter troppo
si può perdere il sonno e l'appetito,
sotto una quercia a riposar andò,
e qui si addormentò.

Ma si dié proprio il caso
che una Ghianda cadessegli sul naso
che tosto lo svegliò.
Alza la testa, e vista ancor la Ghianda
fra i peli della barba, ei la ritiene
come un segno che Dio dal ciel gli manda.
E grattandosi dice: - Mammalucca!
Sarei conciato bene
se fosse stata Zucca -.

E recitando quindi un laus deo
a Quei che il sol creò,
il buon Taddeo
a mangiar la polenta ritornò.


V - Lo Scolaro, il Pedante e il Padrone dell'orto

Un Ragazzaccio allievo di collegio,
vo' dir due volte peste,
citrullo per cagione dell'età
e per il privilegio
ch'hanno i pedanti di guastar le teste,
rubava con discreta abilità
a un povero vicino
i prodotti più belli del giardino.

In primavera risplendea dei doni
di Flora più superbi il campicello,
e Pomona serbavagli i più buoni
frutti d'autunno, dando agli altri il resto.
Ebbene il ladroncello
rovina e ruba i primaticci e schianta
i rami della pianta,
distruggendo coi fiori la speranza.
Allor corre il padrone e irato canta
al maestro una buona rimostranza.

Che fa costui? Volendo che l'esempio
fosse d'avvertimento
anche agli altri bricconi, ne raccoglie
nell'orto circa un cento,
e citando Virgilio e Cicerone,
sfodera tutto il vecchio zibaldone
della sua scienza logica morale,
e tanto predicò quel don Fagiuolo,
ch'ebbero i cento la comodità
di saccheggiare in cento luoghi il brolo.

Non c'è nulla che più mi faccia nausea
d'una sapienza insipida ed oziosa,
che blatera e non sa nemmen perché.
Non conosco una bestia più noiosa
d'uno scolaro (e ne conosco tante)
se pur non è il pedante.
Li tenga Iddio sempre lontan da me.


VI - Lo Scultore e la Statua di Giove

- Lapide, o vaso, o statua, -
uno scultor diceva allo scalpello, -
traggi da questo bello
blocco di marmo candido.

Lapide o vaso...? All'opera immortale
sia tema il dio, che stringe in man la folgore
agli uomini fatale;
ecco che il ciglio ei muove,
temete, o vivi, l'apparir di Giove -.

Sì ben trasse l'artefice
l'immagine del Nume che l'accende,
che ognuno che la mira
esclama: - Essa respira! -.
E tanta meraviglia egli ne prende,
che quasi esterrefatto
teme di ciò che ha fatto.

Come costui per opra di scalpello
non men provò sgomento
il poeta quel dì che in suo cervello
previde lo spavento
e l'odio e degli dèi l'amor, lo zelo
da lui creati e collocati in cielo.

Temer per un nonnulla
è dei poeti e non è men dei semplici
fanciulli, sempre in ansia ed in affanno
che s'infranga il gioiel che li trastulla.

È fantasia che il cor tragge all'inganno,
onde le tante favole
che per il mondo vanno.

Di qui nacque degli idoli
il culto, a cui si strinsero
siccome a cose salde i ciechi popoli.
E ciò mi spiega, o Pigmalion, siccome
tu divenissi adorator di quella,
che uscì dalla tua man Venere bella.

Ciascun i sogni suoi
di colorir procura,
per la menzogna si diventa eroi
e il vero fa paura.


VII - Il Topo cambiato in Ragazza

Un Bramino, che vide un topolino
cader dall'ugne di un grifagno augello,
lo raccolse pietoso. Io lo confesso
l'avrei lasciato stare,
ma forse il mondo è bello,
perché non è dappertutto lo stesso.
In quei paesi là
si prova, per esempio, verso i topi
quel sentimento quasi di pietà,
che si sente da noi per un fratello.
Credon che, morto un re, sen vada l'anima
in qualche scarafaggio o in altra bestia
che più piaccia alla sorte,
donde trasse Pitagora la pia
leggenda della sua filosofia.

Convinto in quest'idea volle il Bramino
che un mago gli trovasse un incantesimo
che sapesse mandar l'anima sciolta
del topolino in quel corpo medesimo,
che aveva posseduto un'altra volta.
E il mago, flicche e flocche,
ecco tosto cavarmi una donzella
di quindici anni, sì graziosa e bella,
che certo ancor avria
per lei commesso più d'una pazzia
quel figliuolo di Priamo, che molto
fece parlar la gente
per causa d'un bel volto.

A tal vista il Bramino fuor di sé:
- Amor, comanda, apri la bocca, chiedi,
scegli, gioiel grazioso,
e forse al mondo c'è
chi non ambisca d'essere tuo sposo?

- Poiché tu lo concedi, -
disse la bella, - io scelgo il più potente -.
Il Bramino si prostra riverente
e: - O Sol, - esclama, - o re della Natura,
fa' ch'io t'abbracci, o genero lucente.

- No, - disse il Sol, - è più potente ancora
codesto Nugolone,
che mi toglie colei che m'innamora.

- O Nugolone, o prediletto amante! -
grida il Bramino al nugolo vagante.

- No, - disse il Nugolon, - su me comanda
il Vento che mi spinge in ogni banda.

- O Vento, o immenso Borea,
poiché potente sei,
mentre che passi vola in grembo a lei -.

Accorre il Vento e presto se ne lagna,
ché incontra sulla strada una Montagna.

E il monte alla proposta
questa rimbalza subita risposta:

- Se questa bella io sposo,
d'offender temo il topolin geloso,
un animal potente
che mi potrebbe traforar col dente - .

A sentir chiamare il topo
si riscosse la donzella,
e la bella poco dopo
per suo sposo lo pigliò.
Voi gridate: - Un topo? oibò! -
Fa l'amore, sissignori,
questi scherzi traditori.

L'acqua sente del monte onde deriva,
vuol dimostrar la favola, ma forse
co' sofismi arzigogola sul tema.
Certo uno sposo assai miglior del Sole
è facile trovar, ma similmente
da una pulce dirai vinto un gigante
perché morso da lei?
Su questo passo
vinto è il Topo dal Gatto, e vinto il Gatto
dal Cane, e il Can dal Lupo, e via di corsa
avria potuto il favolista antico
per questo immenso circolo salire
ancora al Sole e renderlo marito.
Poiché ci siamo, ragioniam di questa
strana dottrina che Metempsicòsi
chiamano i dotti.
Il mio Bramin vi pare
ch'abbia provato il trasmigrar dell'anima
col suo strano incantesimo? Non credo,
e in lui ritorco l'argomento istesso.
Questa dottrina vuol che l'Uomo e il Topo
e il Can e il Gatto attingano la vita
a una fonte comune; or dunque eguale
è l'onda di codesta umana vita.
Sol che, operando in varie membra, in alto
l'uno si eleva col valor dell'ali
e l'altro sibilando in terra striscia.

Tutto pesato e bilanciato, io dico
che l'anima dei topi e delle belle
son diverse fra lor. Ognun riviene
a quel destin che sta scolpito in cielo,
e non val Belzebù, magìa non vale
che possa al tuo destin torcere il corso.


VIII - Il Matto che vende la Sapienza

A discrezion non metterti dei matti,
un consiglio più bello non si dà,
e per quanto tu veda i mentecatti,
gli stolidi, gli scempi
goder presso le corti autorità,
non sono buoni esempi.

Un Matto iva gridando per i vicoli
ch'ei vendeva per poco la Sapienza
e ciascuno correa per farne compera.
Ei dopo aver provato la pazienza
d'ognun di lor con infinite smorfie,
dava loro uno schiaffo e per il prezzo
un filo lungo più d'un braccio e mezzo.

Se alcun mostrava stizza e meraviglia,
gli regalava il resto del carlino.
Altri più saggi invece preferivano
rider di sé, del filo e del meschino,
e mogi e cresimati se ne andavano,
ché a cercar la ragion nell'opinione
dei matti perdi il tempo e la ragione.

È il caso che ragiona e parla ed opera
nei cervelli balzani. E tuttavia
un di questi burlati, che nei simboli
crede, e suppon che un senso anche ci sia
nello schiaffo e nel fil di quello stolido,
va in cerca di un filosofo men pazzo,
perché, se può, lo tragga d'imbarazzo.

- Son geroglifi, - a lui dice il filosofo, -
che nascondono un saggio avvertimento,
e questi schiaffi e questo fil dimostrano
che in fondo il matto è un matto di talento.
Tra i savi e i matti ei vuole che lo spazio
corra di questo fil, o avranno i savi
certe carezze ahimè! poco soavi.


IX - L'Ostrica e i due Litiganti

Due pellegrini un dì videro un'Ostrica
sulla sabbia del mar, e ognun coll'indice
segnandola e coll'occhio trangugiandola,
nacque fra lor la zuffa
a chi prima l'acciuffa,
perché volea ciascun dei contendenti
mangiarla anche coi denti.

L'uno si abbassa e tenta di raccoglierla,
ma l'altro: - Amico, - grida, sospingendolo, -
a chi tocca vediam prima, di grazia.
Io sono del parere
che chi prima l'ha vista in riva al mare
la debba anche godere,
e si contenti l'altro di guardare.

- Sia pur, - rispose l'altro, - se al giudizio
credi dell'occhio, ogni diritto è mio,
che vedo, grazie a Dio,
come non vede un'aquila lontano -.
E l'altro: - Ho l'occhio sano
sia lode al cielo anch'io.
E pria di te quest'Ostrica ho veduto.
- Se tu l'hai vista prima,
prima di te l'ho conosciuta al fiuto -.

Intanto che contrastan sulla riva,
ecco Azzeccagarbugli in tempo arriva,
che nominato giudice,
prende in esame l'Ostrica,
la sguscia e te l'inghiotte
innanzi ai testimoni, e buona notte.

Quindi a' quei due rivolto,
che lo stanno a guardar stupidi in volto:
- Il tribunal senz'altra spesa e senza
appello, - dice, - ha scritta la sentenza:
prenda un guscio ciascun e lieto vada
ciascun per la sua strada -.

Se guardi quel che costano i piati,
e quanto ben la gente se ne giovi,
vedrai che vincon sempre gli avvocati,
ai litiganti non riman che l'osso,
il danno e l'uscio addosso.


X - Il Lupo e il Cane magro

Ebbe un bel predicare il pesciolino,
ebbe un bel dir che non valea la spesa
dell'olio... predicò nel padellino.

Già dimostrai quanto sia sciocca impresa
lasciare il poco che tu stringi in mano
per la speranza di più grossa presa.

Fe' bene il pescator, ma non insano
diremo il predicar del pesciatello,
che per la vita predicava invano.

Già in questo libro ho scritto il fatterello,
al quale aggiungo ancor qualche colore
per farlo, s'è possibile, più bello.

Un Lupo non mostrò del pescatore
il giudizio, quel dì che prese un Cane
e si lasciò da lui toccare il cuore.

- Vedi, - dicea la bestia entro le scane, -
hai preso una sì misera porzione,
che a condirlo con me perdi il tuo pane.

Lasciami andar. Fra poco il mio padrone
ha un festino di nozze e tu lo sai
che a suo dispetto, in simile occasione,

un cane ingrassa o non ingrassa mai;
lasciami andar e dopo qualche mese
prometto che il tuo conto troverai -.

Il Lupo bestia per farina prese
le sue parole e lo lasciò scappare.
Passato il tempo al palazzo si rese

per prendere il suo Can, ma fu un affare
difficil, ché il suo Can dietro al cancello
gli cominciò da lungi ad abbaiare:

- Amico, vengo teco. Il chiavistello
sta per aprir adesso il guardiano,
aspetta un poco che veniam bel bello -.

Il guardïan era un cagnaccio strano
noto ai Lupi per cane molto spiccio,
bello forse a veder, ma da lontano.

Il nostro Lupo si cavò d'impiccio,
dicendo: - Io qui farò meglio davvero,
se alle gambe mi affido e se mi spiccio -.

Non avendo cervel, quel Lupo nero
mostrò che aveva buone gambe almeno,
e poi che non sapeva il suo mestiero,

alla larga scappò come un baleno.


XI - Nulla di troppo

Non c'è chi sappia al mondo con misura
viver, per quanto io vedo.
Provvidenza un cert'ordine procura
in ogni cosa, ma nel mal, nel bene,
pochi sanno operar come conviene.

Le spiche troppo in fiore,
prezioso don di Cerere,
i gambi steriliscono
succhiandone l'umore,
e germogliando il verde
inutile, si perde
del frutto il bell'onore.

Non fa minor tormento
il troppo delle foglie
di cui si adorna l'albero;
e ben Iddio ne toglie
il troppo, se permette
il guasto dell'armento.

Le pecore talora
fanno soverchio danno,
ma Dio rimedia al male,
mandando un animale
tre o quattro volte all'anno
che alcuna ne divora.

Se tutte non le mangiano,
non è che i lupi osservino
i giorni di digiuno.
Ma Dio commette agli uomini
di castigarne alcuno.

E l'uom del suo potere
abusa in guerra e in pace,
ché in mezzo agli animali
in ogni suo volere
è l'uomo il più vorace.

In ciò siamo colpevoli
grandi e piccini a un modo.
"Nulla di troppo!..." è un chiodo
che tutti ribadiscono,
ma tutti a un modo istesso
siam degni di processo.


XII - La Candela

Dall'Olimpo, soggiorno almo e giocondo,
venner le pecchie ad abitar nel mondo,
e prima ritrovâr dolce ricetto
sui gioghi dell'Imetto,
ove stillâr quanti nel sen dei fiori
van spargendo gli zefiri tesori.

L'uomo imparò dalle costrutte celle
a spremere l'ambrosia, onde le belle
figlie del ciel riempiono i soavi
elaborati favi.
E poi che da mangiar più nulla c'era,
fece candele colla bianca cera.

Una di queste intese dire un giorno
che diventa il matton cotto nel forno
così duro e tenace,
che può vincer del tempo il dente edace,
e come il pazzo Empédocle provò,
nella fornace anch'essa si gettò.

Questa candela nella sua follia
mostrò di non saper filosofia.
Ciascun ha un modo suo di stare al mondo,
l'uno galleggia e l'altro cade in fondo.
Empédocle di cera e non men stolta,
fu dalla brace subito disciolta.


XIII - Giove e il Navigante

Se l'uom memoria avesse
di tutte le promesse
che nei perigli estremi al Cielo fa,
avrian gli dèi regali in quantità.
Ma, superato il male,
è corta la memoria del mortale.
- Giove, - si dice, - è un creditor cortese,
che non manda l'uscier in fin del mese -.
Sarà, ma se talor lampeggia e tuona,
vedrai che non canzona.

Un navigante in mezzo alla bufera
al Vincitor promise dei giganti,
pur non avendo nella stalla un bove,
un'ecatombe intera.
Egualmente potea cento elefanti
prometter quel burlone al padre Giove.

Quand'ebbe posto il piede sulla riva,
bruciò quattr'ossa al naso del gran dio
e il fumo dedicò che ne saliva.
- O babbo Giove, - disse, - eccoti il mio
voto adempiuto, è fumo
questo di bove e porta il pio profumo,
che soltanto tu chiedi a un buon divoto.
Noi siamo in pace e soddisfatto è il voto -.

E Giove finse un poco
di ridere, ma dopo qualche giorno
per rispondere al gioco con un gioco,
gli manda un sogno a dirgli che non molto
lontan da lui stava un tesor sepolto.

Accorre il ghiotto mancator di fede
come corre alla fonte l'assetato,
ma invece di un tesor dei ladri vede,
che lo pigliano in mezzo e dispogliato
lo lascian mezzo ignudo.
Ei non avendo indosso che uno scudo,
per salvarsi promise a ognun di loro
cento scudi di un certo suo tesoro.

E disse il luogo ove giacea riposto,
ma i ladri che nol credono sincero:
- Basta, - dicono, - a casa del demonio
porta i tuoi scudi e impara a dire il vero -.
E sconciamente l'ammazzâr sul posto.


XIV - Il Gatto e la Volpe

La Volpe e il Gatto andavano
come i frati minor vanno per via
a un certo santuario.
Raccolti, il collo torto e col rosario
in man si rifacevan del viaggio,
rubacchiando per via polli e formaggio
con una insuperabil maestrìa.

I nostri santi pellegrini onesti
per far la strada meno lunga e uggiosa
disputavan fra lor di qualche cosa.
La disputa è un tabacco che tien desti.
Mormoravan del prossimo,
e in fin la Volpe venne fuori a un tratto
a dir rivolta al Gatto:

- O tu che d'esser quel che sei ti vanti,
che sei tu accanto a me?
Io d'artifici ne conosco tanti,
anzi n'ho la bisaccia tutta piena...
- Ed io, - rispose il Gatto, - appena appena
un ne conosco e non la cedo a te -.

Gran lite indi scoppiò
sul sì, sul no,
su ciò che ognuno può e che non può,
quando ad un tratto un abbaiar di bracchi
fe' le ragioni collocar nei sacchi.

- Fra gli artifizi lascio al tuo cervello
di scegliere il più bello:
per me, - soggiunse messer Gatto svelto, -
è un pezzo che l'ho scelto -.
E mentre l'altra il suo talento vanta,
si arrampica sui rami d'una pianta.

Fuggì la Volpe in cento giri e in cento,
or dentro i campi, or fuori,
scompigliando le tracce ogni momento
e stancando coi cani i cacciatori.
Di qua, di là, di su, di giù li mena
sempre in sospetto e in pena,
dai spiedi, e dagli alani
inseguita e dal foco,
infin che due velocissimi cani,
strozzandola, finîr il lungo gioco.

Chi dispone di troppi espedienti
perde il suo tempo in vani esperimenti.
In tutte le occasioni
ne basta un solo, pur che sia de' buoni.


XV - Il Marito, la Moglie e il Ladro

Un marito era pazzo innamorato,
innamorato, intendo, di sua moglie,
ma si credeva un uomo disperato
e sfortunato in tutte le sue voglie,
ché sempre ad ogni dolce tenerezza
la moglie rispondea colla freddezza.

Mai d'uno sguardo e mai d'una parola,
mai d'un sorriso rispondea la bella
e mai con ciò che gli uomini consola.
Onde il marito si credea da quella
mal tollerato e a stento compatito,
ed io lo compatisco... era marito!

Non la prendeva ei già col matrimonio,
anzi ne ringraziava ognor gli dèi,
ma coll'amor l'avea, tristo demonio
che turba anche la pace agli Imenei,
amor che non invecchia, anzi è peggiore
nel matrimonio che non sia di fuore.

La donna era sì fatta e di tal gelo,
che non avea mai stretto in caldo amplesso
colui che a fianco aveale posto il cielo.
E di ciò ei ne piangea fra se stesso
una notte, quand'ecco fu interrotto
da un ladro che tentava aprir di sotto.

Per paura del ladro (e Dio vel dica
se fu grande spavento) entro le braccia
la fredda sposa ahimè! troppo pudica,
del marito, tremando, ecco si caccia:
lieto costui lasciò che il suo buon ladro
la sua casa mettesse anche a soqquadro.

- O ladro, e che tu sia sempre lodato! -
dicea piangendo, - ché se tu non eri,
davver io non avrei giammai provato
questo grande piacere dei piaceri -.
Il ladro (gente spiccia e di man schietta)
fece la casa del più bello netta.

Traggo da questa istoria la morale
che la paura d'ogni sentimento
è il più potente ed ha una forza tale
che sull'amor la vince e sul talento,
ma vinta dall'amor mi si assicura
fu qualche volta anch'essa la paura.

Si narra che in Ispagna fu un patrizio,
che per poter la sua donna abbracciare,
dié fuoco al suo palazzo e a precipizio
dalle fiamme colei corse a salvare.
Fu tratto di gran cor, se non è fola,
e degno inver d'un'anima spagnola.


XVI - Il Tesoro e i due Uomini

Un povero diavolo,
che credito e speranza non avea,
e che a voltarlo come Sant'Andrea
non gli traevi dalle tasche un pavolo,
fu preso dall'idea
d'impiccarsi e finir la vita infame.
Se non era la corda, era la fame,
e questa è una tal morte poco acconcia
a chi non è ghiottone
d'inghiottire la morte ad oncia ad oncia.

Pel suo bisogno rispondeva a modo
il muro d'un cadente ballatoio,
dove porta la corda e con un chiodo
cerca attaccarla e farne uno scorsoio.
Ma al primo colpo dato all'apparecchio
si ruppe il muro vecchio
e scaturì dal foro
un bel tesoro.

Lascia la corda il nostro pover'uomo,
piglia il denaro e se lo porta via,
senza guardar se fa la somma tonda,
o se al bisogno suo giusta risponda.
Appena il galantuomo
sen fu partito, sul luogo venìa
il padrone, che invece del tesoro
non vi trovò che il foro.

- Oh il mio denar, come potrò senz'esso
vivere io mai? che attendo?
perché, perché qui tosto non mi appendo?
Se avessi solo un braccio
di corda, io ben vorrei farmene un laccio -.

Era pronta la corda a cui non manca
che l'uomo, e il nostro avar senza processo
vi si appiccò contento in conclusione
che della corda già nel muro appesa
non tocchi a lui la spesa.
Corda e tesor trovarono un padrone.

Avar non vive mai
senza corrucci e guai,
la terra, i ladri godon la fortuna,
e gli eredi, di ciò ch'egli raduna.

Che poi direm della fortuna strana
che gioca e si diverte
a far certe scoperte
e più gode se più si mostra vana?

Questa volubil dea
ebbe una pazza idea
di vedere qualcun in quel momento
pender da un chiodo, e fu colui che meno
avea ragioni di dar calci al vento.


XVII - La Scimmia e il Gatto

Una Scimmia ed un Gatto, Bernarda e Topolone,
vivean d'accordo in casa d'un unico padrone,
amici intorno a un piatto.
La Scimmia era pel Gatto e questo per lei fatto,
entrambi sprezzatori degli uomini e che fanno
consistere l'ingegno nel macchinar del danno.
Se alcun del vicinato
vedevasi rubato,
era Bernarda od era quel Topolon maliardo,
che più che ai topi l'occhio fisso tenea sul lardo.

Un giorno innanzi al foco stavano i due che ho detto,
intanto che cocevano certe castagne grosse:
e intanto che cocevano, pensavano un colpetto
se mai possibil fosse
di rosicchiarle... Il caso davver era attraente
di unire al lor vantaggio il danno della gente.
A Topolon Bernarda disse: - Fratel, bisogna
che tu faccia un bel colpo quest'oggi. È una vergogna
non assaggiar sì belle castagne e t'assicuro
che se a pigliar castagne io fossi nata, giuro,
che le farei saltare -.
Non se lo fe' ripetere il ladro suo compare
e colla zampa un poco
la cenere dal foco
rimossa, allunga l'unghie con arte delicata,
ed una e due ne tira, poi tre castagne in fretta,
che Bernarda rosicchia senz'essergli obbligata.
Ma sul più bello, zitto! arriva una servetta,
si scappa e Topolone
pare che non trovasse troppa consolazione.

Più grande non la provano quei piccoli signori,
che per smania d'onori
vanno a mangiarsi il fegato nelle province, e il Re
tien tutto il buon per sé.


XVIII - Il Nibbio e l'Usignolo

Dopo che un Nibbio, ladro patentato,
ebbe assai schiamazzato ed eccitato
dei ragazzi lo stuolo,
mise gli artigli in corpo a un Usignolo.

Questo araldo gentil di primavera
della sua vita a lui chiedea perdono,
dicendo: - E che ti giova, anima fiera,
mangiar un animal ch'è tutto suono?

Se attendi un poco, a te cantar saprò
la storia e il forte amore di Tereo...
- Tereo? che roba è ciò? forse un cibreo
che piace ai Nibbi? - il Nibbio dimandò.

- Tereo, - così l'Usignol cantarella, -
fu un re del qual ebbi a sentir gli ardori,
ed io ne canto una canzon sì bella,
che ovunque ha fatto palpitare i cuori.

- È cosa, - disse il Nibbio, - che consola
sentir a pancia vuota un'arietta.
- Ai re non spiacque la mia storia. - Aspetta
di contarla a' tuoi re questa tua fola.

Io me ne rido e sto al proverbio vecchio,
che dice: pancia vuota non ha orecchio.


XIX - Il Pastore e l'Armento

- Oh Dio, non passa dì che la mascella
del lupo fra le mille
non mi rapisca qualche pecorella.
Erano mille, ahimè! non son più mille,
e ancora m'ha rapito quel rabbioso
il Ricciolin, un pecorin grazioso.

Ricciolin, che per il prato
mi seguìa come un cagnòlo,
Ricciolin, che colle buone
fin al polo
ben mi avrebbe accompagnato,
Ricciolin, che la canzone
conoscea del suo padrone
e seguiva
lieto il suono della piva,
ah terribile destino!
dove sei, buon Ricciolino? -

Così Taddeo con funebre lamento
piangeva celebrando la memoria
di Ricciolin, la gioia dell'armento,
di poema degnissimo e di storia.

Quindi il gregge adunò, capri e montoni
e tutti fino agli ultimi agnelletti,
e disse lor di camminar più stretti,
se volevan salvarsi dagli unghioni.

Le pecore promisero in parola
di popolo di star dentro il confine,
strette serrate per non far la fine
che fece quella onesta bestiola.

E diceano: - Il tuo destino,
Ricciolino,
noi sapremo vendicar,
e l'ingorda
faccia lorda castigar -.

Lieto Taddeo delle promesse, crede
che sian cose di fede;
ma quando un'altra notte ancor sbucò
di mezzo all'aer cupo
la mala bestia, l'armento scappò.
E l'ombra era d'un lupo.


LIBRO DECIMO


I - I due Topi, la Volpe e l'Uovo
(Sermone alla signora de La Sablière)

A me facil saría tesser di lodi
un serto al vostro nome, Iride bella,
se voi di lodi e di profano incenso
non foste disdegnosa, in ciò lontana
dall'altre belle, cui giammai non sazia
cibo quotidian di freschi onori.

Non vidi io mai le donne al dolce suono
delle lodi cullate addormentarsi,
né le biasmo perciò. Ben le somiglio
invece ai prenci della terra e ai Numi.
Quel nettare, che ognor fu dai poeti
lodato e che la tazza empie di Giove
e del quale s'inebriano i potenti
dèi della terra, è questa a voi non grata
lode, o gentil, e così grata altrui.

Altre gioie compensano la vostra
ambizïon, e son colloqui e dolci
amicizie ed incontri e cento e cento
argomenti graziosi, in cui si piace
il vostro spirto, al profan volgo ignoti.
Scherzi, dottrina, fantasie, nonnulla,
tutto scende opportuno e fa smaltato
come un prato di Flora il parlar vostro,
in ciò simile all'ape industriosa,
che si riposa sui diversi fiori
ed egualmente trae da tutti il miele.

Non vi spiaccia se anch'io, dietro l'esempio,
vado meschiando alle innocenti fiabe
un rigo di sottil filosofia
oggi di moda, molto ardita e piena
di una nuova attrattiva. O forse un suono
ne venne al vostro orecchio ?
È la profonda
dottrina che a una macchina riduce
la vita umana e che d'arbitrio sfronda
e di giudizio gli uomini, e non lascia
che un corpo vuoto senza affetto e cuore.
Tal sen vive e con passo egual, ma cieco,
e senza scopo l'oriol cammina,
di ruota in ruota, fin che squilla l'ora
come vuole il congegno. A ciò la Scienza
lo spirito del mondo oggi riduce.
E come l'oriol, dicono i saggi,
l'animal si commuove e va diritto
ove lo spinge l'impression del senso,
non per libero arbitrio, ohibò, ma tratto
dalla necessità dura e impassibile,
che senza voglia pei diversi stati
dell'amor lo trascina e dell'affanno,
della tristezza, del piacer, dei forti
dolori e per le varie altre vicende,
che affetti chiama la volgar sentenza.

Ma voi, gentil, fra l'oriolo e il vostro
cuore assai ben distinguere sapete,
e non vi allaccia dei moderni sofi
la facile dottrina. A noi maestro
è il divino Cartesio, a cui gli antichi
siccome a Nume avrian sacrata un'ara;
Cartesio, che fra gli uomini e i celesti
siede nel mezzo, come stanno in mezzo
tra gli uomini e gli allocchi altri sublimi
e grossi ingegni. A voi così ragiona
quest'alto mio maestro e mio autore:

"Soltanto l'uom fra tutti gli animali,
che dalla mano uscirono di Dio,
pensa e sa di pensar". Abbiano i bruti
immagini e pensier, ma non avranno
l'arte che piega sul pensiero istesso
e sugli oggetti del pensiero il raggio.
Ma Cartesio dirà con viso aperto
che tutto è spento del pensier il lume
negli animali e conveniam con esso,
sebben non manchin numerosi esempi
a provare il contrario. E non vediamo
nei boschi il vecchio cervo, a cui sul capo
cresce per gli anni altissima la selva,
quando ferve la caccia e suona il bosco
d'urla e di corni e va sbandato il gregge,
spingere in bocca agli anelanti cani
un giovine cerbiatto, onde sviata
sia la caccia da sé? Vedi malizia
per salvare la pelle! E i mille giri,
i salti, i sotterfugi, e non son dessi
strattagemmi di guerra e non indegni
d'un grande capitano e di fortuna
più glorïosa? ahimè, viene la morte
ed è lo strazio delle palpitanti
carni agli eroi l'estremo funerale.
Così, se vede i piccoli in periglio,
la pernice e coll'ali tenerelle
impotenti a fuggir, finge pietosa
d'esser ferita e trascinando l'ala
sul suol, attira i cani e i cacciatori,
sviandoli, finché dei figlioletti
sia salva la famiglia. Indi ad un tratto
spiccando il vol, addio... ride e saluta
l'uom che col guardo inutilmente spia.

Nella region del polo gli abitanti
selvatici, ignoranti
vivono ancor coi modi rozzi e semplici
dei tempi primitivi.
Ma gli animali, che dimoran ivi,
son ingegnosi, e sanno
con argini frenar l'acque correnti
e collegar le rive dei torrenti.
Questi edifici, in cui si alterna il legno
a strati di cemento,
ponno all'acqua resistere ed al vento.
Ogni castor col natural ingegno
ivi si presta alla comune impresa,
i vecchi ed i maestri
attenti all'opra e i giovini più destri
all'opra, alla difesa.
In paragon di questo anfibio senno
di Platon la repubblica
famosa è al viver bene un picciol cenno.
Le case alte e palustri
questi animali industri
elevano l'inverno, e ponti fanno
coll'arte lor, che gli uomini non hanno.
Non sanno inver quei rozzi Samoiedi
che traversare a nuoto
dove per l'acqua non si passa a piedi.

Ma a rimirar l'industria ed il lavoro
di queste bestie ah! non si può, no, credere
che manchi dello spirito al castoro.
Ma c'è di più, Signora, e ciò ch'io conto
l'udii narrar da un re,
da un re del Nord, figliuol della Vittoria
di cui forse non c'è
baluardo maggior contro il pagano
indomito ottomano:
Sobieschi io dico, onor della Polonia,
e parola di re degna è di storia.

Vivon certi animali, egli mi disse,
da vecchio tempo in sanguinose risse
sempre fra lor, che della guerra il foco
da padre in figlio insiem col sangue ispirano.
Sono bestie volpine
che della guerra il gioco
conoscono sì bene e la faccenda,
che non ne sanno gli uomini altrettanto,
per quanto abbiano il vanto
(e specie al tempo nostro) e l'arti fine
di saper ben uccidersi a vicenda.

Avanguardie, spïoni, sentinelle,
imboscate conoscono ed insidie
e tutte quante della strategia
le più maligne e furbe maccatelle,
arte infernale e ria
che degli eroi fu madre
e fia creduta figlia del demonio.
Di queste bestie a celebrar le squadre
non basterebbe se tornasse Omero
dall'Acheronte nero.

Oh! s'ei tornasse e seco anche tornasse
Cartesio, d'Epicuro alto rivale,
a contemplar queste vicende e i giochi,
che dietro al solo istinto naturale
sa compier l'animale! "A noi dimostra
l'esperienza nostra e la natura
che la memoria al corpo si collega,
e questa in ogni caso il bruto impiega
per norma e per misura."

Iride bella, se a cercar vi piace,
voi troverete che il pensier discopre
spesso come in rinchiuso magazzino
altri pensieri in mente accumulati,
e che un oggetto, ove discenda e tocchi
un'idea, l'altre tutte ecco si svegliano
e balzano da sé senza il bisogno
che le guidi il pensier. Questo è l'Istinto,
ma l'uomo ha pure Volontà che impera.
Io parlo, io rido, io muovo ambo le gambe,
io sento in me lo Spirito che regge
e che del corpo apre i congegni e chiude,
sento un poter dal corpo mio distinto
che se stesso comprende, anzi comprende
più sé che non la macchina mortale
alla quale comando arbitro e duce.
Or se voi mi chiedete, Iride bella,
come sia, non lo so. Vedo l'ordigno
obbedire a una man, ma non ritrovo
la man che muove il sole e l'altre stelle.
Forse uno spirto angelico si sposa
a queste immense moli ed è lo spirto
stesso onde vive e palpita e si muove
il mortale quaggiù, misteriosa
forza mal nota anche a Cartesio (in questo
campo siam tutti ciechi) e solamente
palese all'uomo, se la cerca in Dio.

A me basta, Signora,
saper che questo Spirito
in corpo agli animali non dimora.
È l'uom il singolare
e sacro altare in tutto l'universo.
Sta ben, ma di converso
ha tanta l'animal vitalità
che l'albero non ha.

Andavano due Topi per il pranzo,
quando trovano un ovo sulla via.
Un ovo basta ai topi
che non potrebber divorare un manzo,
e pieni d'appetito e d'allegria
stanno per rosicchiar ciascuno l'ovo
dalla sua parte, quando
arriva un terzo incomodo, la Volpe.
Come salvar e riparar nel covo
quell'ovo benedetto?
Farne un pacchetto, prenderlo, portarlo,
girarlo, trascinarlo?
Sta bene, è presto detto,
ma poi vi aspetto a farlo.

Che fanno i Topi? Mentre ancor la trista
feroce camorrista era lontana,
per guadagnar la tana
l'un d'essi sulla schiena si sdraiò,
e l'ovo strinse in un soave amplesso,
e dopo un po' d'affanno
per la coda il secondo lo tirò.
Or voi ditemi adesso
che queste bestie spirito non hanno.

Ed hanno forse più coscienza e senno
i fanciulli ne' lor anni più belli?
O non vediam che pensano e non sanno
pur di pensar?
Ond'io sarei condotto
a immaginar nei bruti (ove non possa
supporre una ragion) più che un istinto.
Per me, distillerei qualche sottile
sostanza, assai difficile, Signora,
a concepirsi dalla mente umana,
un'essenza di mònadi, un estratto
di luce pura, un non so che più vivo,
più rapido del foco.
Se dal tronco
nasce la fiamma, e non potrìa la fiamma
chiarificata ancor dare un'idea
dell'anima immortal? E non si vede
splender l'or tra le viscere del piombo?
Con questa essenza io renderei la bestia
atta molto a sentir e un poco ancora
a giudicar, ma non di più, né sempre
questo giudizio in lei, come dimostra
la più dotta bertuccia, è a fil di piombo.

All'Uomo, all'Uomo solo io la potente
forza darei che da ragion deriva,
due volte assai preziosa ove la guardi
sotto duplice aspetto.
Èvvi nell'Uomo
un'anima comune a tutti quanti
sian pazzi o savi, sian fanciulli o vecchi,
tutti animali graziosi e benigni
che con tal nome son ospiti in terra.

Ed èvvi una seconda anima santa
nata a crear l'angelica farfalla,
un divino tesor che Dio dispensa
con parsimonia e che ci porta in cielo
tra le sfere rotanti. Entra e si snoda
senz'angustie quest'anima nei corpi,
e per quanto principio abbia nel tempo,
eterna vive, e non mi sembra assurdo.
Fin che questa del ciel candida figlia
danza nel corpo tenerello, è lume
che poco spande di sua luce intorno;
ma quando è la ragion forte al giudizio,
entra questo divin raggio di mente
per l'universo e la materia penetra,
che sempre involgerà l'altra più rude
anima sensual serva a natura.


II - L'Uomo e la Biscia

Un Uom vide una Biscia
e disse: - Un beneficio, s'io l'uccido,
farò di certo a tutto l'universo -.
E l'animal perverso
(dico la biscia, e prego non confondere
coll'uom, che è molto facile)
è preso, dentro un sacco rinserrato
e colpevole o meno, io non decido,
a morte condannato.
Per dargli tuttavia qualche ragione
l'Uomo gli sfoderò questo sermone:

- O simbol degli ingrati, è verso i tristi
stoltezza la pietà.
Or muori, e il tuo velen più non contristi
la mesta umanità -.
A questo dir in sua voce dolente
risposegli il serpente:
- Ohimè! se tu condanni quanti sono
al mondo ingrati, a chi darai perdono?
A te, fratel, tu stesso
colle parole tue muovi il processo,
ond'io ritorco in te quegli argomenti
che tu per gli altri inventi.
I giorni miei distruggere tu puoi,
perché così conviene
solo al tuo bene ed ai capricci tuoi.
L'uomo comanda e regge
"e libito fa licito in sua legge".
Ma lascia ch'io dichiari coll'estreme
parole mie, che il serpente non è,
ma ben è l'uomo degli ingrati il re -.
L'altro rimase come l'uom che teme
a questo dire, e quindi a lei rispose:
- Sono ragioni insipide e noiose
che potrei tagliar corto, e tuttavia
rinuncio al mio diritto e vo' che sia
nell'affare alcun giudice invitato -.
E il rettile: - Accettato -.

Una giovenca vien chiamata in mezzo,
ascolta, poi risponde:
- La Biscia n'ha ben donde
se si lamenta, è chiara come il sole.
Quando ho veduto il prezzo
io de' servigi miei, da cui l'uom suole
trarre ogni giorno il vitto?
Sempre per lui, tutto per lui, non mai
per me, pei figli miei qualche profitto.
Col latte e coi vitelli
egli ingrassò, si riempì la mano,
io lo mantenni sano
contro i danni del tempo alle mie pene
ei deve, se poté
vivere sempre allegramente e bene,
ed ora, ed ora, ahimè,
perché son vecchia, senza un fil di fieno
mi lascia in un cantuccio. Oh dato almeno
mi fosse di brucar quattro fogliette
nel prato! no, mi tiene
legata alle catene.
L'avrei creduto verso me più pio,
se stato fosse un anima di serpe.
Ho detto quel che penso e chiaro, addio -.

Poco contento l'Uom della sentenza,
allor disse alla Biscia:
- E credi a questa scema,
a una vecchia bisbetica che trema
nel cervello? Sentiamo un poco il bue.
- Sentiamo pure le ragioni sue, -
a lui rispose l'animal che striscia.

Sen viene il bove lento e dopo un lento
e lungo ruminar apre la bocca,
e dice che da molti anni gli tocca
d'ogni fatica il ruvido tormento,
eterna litania di tutti i mali,
sempre a tirar costretto
ciò che Cerere all'uom, agli animali
offre ne' campi suoi.
Qual era il premio riserbato ai buoi?
Botte a bizzeffe e assai poco rispetto,
finché vecchi e scannati sull'altare
andavan del lor sangue ad implorare,
a titol quasi d'onorificenza,
pei peccati dell'uomo l'indulgenza.

- O noioso, va' via, declamatore! -
ancor grida il padrone, -
e credi forse colle parolone
farti del tuo signor l'accusatore?
Non ti conosco, stupido, ma questo
albero qui presente
dica da tronco onesto
quel che pensa di me sinceramente -.

Ma l'albero chiamato a dire il vero
fu ancora più severo.
Egli era contro il caldo e contro il vento
e contro l'uragano un buon ombrello.
Egli era de' giardini l'ornamento
e nei campi non sol d'ombre cortese,
ma ancor di frutti saporito e bello.
Ebben, per sua mercede un rozzo arnese
ecco l'abbatte al suolo!
Invan all'uomo è l'albero gentile
di fior nel dolce aprile,
invano a lui di pomi empie il cestello.

Invan d'estate le sue foglie ei spiega
e nell'inverno allegra il focherello.
- De' miei difetti mi corregga pure
l'uomo, ma non adoperi la scure,
e non tronchi la vita a cui mi serba
natura, colla sua mano superba -.

Irato l'Uomo ch'altri lo confonda
volle la lite vincere per forza,
e disse: - Sciocco me, che ascolto queste
fanfaluche moleste! -.
Nella vendetta il suo corruccio smorza,
battendo il sacco contro ad una grotta,
infin che il serpe ebbe la testa rotta.


III - La Testuggine e le Anatre

Una certa Testuggine un po' stolta
nella sua tana stanca ormai di vivere
desiderò d'uscire e andare in volta.

Più bello sempre pare e più giocondo
il paese degli altri, e non c'è storpio
che non ami girare per il mondo.

Il suo pensier a certe Anatre un giorno
ell'aperse, che offrirono il servizio,
secondo i patti, di portarla intorno.

- Ti condurrem - dicevano, - attraverso
all'aria immensa fin... fin in America,
regni e gente vedrai, mondo diverso.

E de' costumi tu farai tesoro
come già fece Ulisse, - (io meraviglio
che citassero Ulisse anche costoro).

Accolse la Testuggine bonaria
il progetto, indi trovano una macchina
per trasportar la pellegrina in aria.

E fu tutta la macchina un bastone
ch'ella in bocca si piglia e stringe, e subito
per ogni punta un'Anatra si pone.

A veder la Testuggine che vola
colla sua casa in spalla in mezzo agli angeli,
resta la gente senza la parola.

Poi - Miracolo! - grida, - olà, correte
la regina a veder delle testuggini
che vola... è dessa? - Sì, non mi vedete? -

dice la stolta e lascia andare il legno.
Avrebbe fatto meglio i denti a stringere
e a non perder quell'unico sostegno.

Per ambizion volle parlare, e giù
a piè de' riguardanti ancora estatici
rovinò, si spezzò, non fiatò più.

Ciarla, curiosità, vanità pazza,
e stupida albagia, stoltezza, eccetera,
son figlie tutte d'una stessa razza.


IV - I Pesci e lo Smergo

Non v'era stagno in tutto il vicinato
in cui lo Smergo a lungo non avesse
col suo becco pescato.
Pescaie e chiuse a lui facean la spesa
della cucina allegramente bene,
ma quando nelle vene
per vecchiezza gelò nell'animale
il sangue, l'andò male.
Ogni smergo si serve da se stesso
e il nostro, mezzo cieco per l'età,
che non vedea le cose troppo chiare
e reti non aveva per pescare,
si trovò presto in gran difficoltà.

Il bisognin dottore in strategia
insegna all'uccellaccio
una maniera per uscir d'impaccio.
Rivolgendosi a un gambero vicino:
- Amico, - gli parlò, - non ti rincresca
a dire a questi Pesci che il padrone
vuol fare una gran pesca
e che segnato è l'ultimo destino -.

Lesto si muove il gambero
e porta l'ambasciata,
onde turbato il popolo
dei Pesci si raduna e manda a chiedere
a messere lo Smergo ove ha pescato
la terribil notizia.
Chi l'ha portata? quali son le prove?
E se non è fandonia
come salvarsi e dove?

- Bisogna cangiar luogo, ecco il rimedio.
- Sta ben, ma in qual maniera?
- Se credete, vi porto a una scogliera
dove abito di solito,
luogo sicuro che non sa che Dio
che esista al mondo ed io.
Colla sua man vi fece la Natura
un golfo ove non passa un'ombra umana.
Dei pesci la repubblica
in quella spiaggia inospite e lontana
potrà viver sicura -.

Ad uno ad un lo Smergo
i suoi Pesci portò,
e nel rinchiuso albergo,
ove il luogo è disteso e l'acqua limpida,
da buon padre i suoi figli imprigionò.
Ad un ad un li pesca allegramente
e insegna a loro spese
che non bisogna credere
a chi mangia la gente.

Se non era lo Smergo, si assicura
che altri n'avrebber fatta una frittura:
e per i Pesci il caso è indifferente.


V - L'Avaro e il suo Compare

Per l'ignoranza grassa ch'è compagna
dell'avarizia, un pidocchioso Avaro,
non sapendo ove mettere il denaro
che ogni giorno sul vivere sparagna,
di nasconderlo pensa in un cantone,
dicendone a un compare la ragione:

- La roba tenta, e se io la tengo presso,
questo denar potrebbe finir male.
Goderlo è un rovinare il capitale
ed io divento il ladro di me stesso.
- Il ladro? - gli rispose il suo Compare. -
Godere, amico mio, non è rubare.

Mi fa pietà vederti in quest'affanno,
e se un saggio consiglio ancor l'intendi,
il bene vale in quanto tu lo spendi,
o non è che un inutile malanno.
Vuoi dunque accumular per un'età
che non sei certo ancora se verrà? -

E seguitava a dir quell'uom sincero
che l'oro perde il suo valor, se chiede
tanta fatica e in quei che lo provvede
e in quei che lo conserva nel forziero.
Ma il nostro Avar non cede, e in compagnia
del suo Compare tacito si avvia

ad una vigna un po' di là remota,
dove il fardel depongono prezioso.
Passato un mese il nostro pidocchioso
torna e non trova che la tana vuota,
e, immaginando subito l'artiglio,
cerca il compagno suo del buon consiglio.

E: - Amico, - dice, - andiam, andiamo presto
a quel luogo laggiù. Ci ho molte lire
ancora ch'io vorrei porre a dormire
coll'altre. - Va benone -. E il ladro onesto
a riporre il tesor corre e propone
di prender dopo il tutto e la frazione.

Ma questa volta il gonzo fu più fino,
ché si tenne con sé tutto il denaro
per goderlo e cessò d'essere avaro.
Come restasse il ladro poverino
innanzi al buco è inutil ch'io lo dica.
Rubare ai ladri non si fa fatica.


VI - Il Lupo e i Pastori

Un giorno un Lupo pien d'umanità
(se alcun ve n'ha)
crudele sì, ma per necessità,
fece una riflessione assai severa
sul suo brutto carattere di fiera.

- Ognun, - diss'egli, - ognuno mi vuol male,
e cani e cacciatori e villanzoni
congiuran contro un povero animale
e innalzan orazioni
a Giove che lo cacci dalla terra,
come si sa che ha fatto in Inghilterra.

Mettono il pelo e la mia vita a prezzo,
e non c'è signorotto di campagna
che non bandisca il lupo con disprezzo,
ne bimbo c'è che strilli un poco o piagna
a cui la mamma non ricordi il cupo
nome del lupo.

E tutto ciò per qualche asin tignoso,
per qualche agnello mezzo incancrenito,
per qualche can rabbioso,
che non aguzzan manco l'appetito.
Ebbene d'ora innanzi e carne ed ossa
di vivi fo solenne giuramento
di non mangiare, ma insalate e strame
ed erbe sole, o possa
prima morir di fame -.

Mentre egli giura vede dei pastori
che stan mangiando un povero agnellino
cotto allo spiedo. - Ah! Ah!
Questi bravi signori,
che parlan della mia crudelità,
sanno gustare il ghiotto bocconcino!
Ben s'impinzan la pancia essi ed i cani,
ed io che sono il lupo
starò digiuno e avrò rispetti umani?

No, per tutti gli dèi! Sarei corbello
a farmene un riguardo,
ben venga dunque in bocca
agnellin, agnelletto, agnella e agnello
e quanti son di questa gente sciocca:
sian essi crudi o cotti non ci guardo -.

Avea ragione il Lupo. È stravaganza
pretendere che, mentre l'uom ghiottone
e cena e pranza
mangiando gli animali, i poveretti
abbiano a lesinare sul boccone.

Vogliam serbare a loro
soltanto a loro dell'età dell'oro
i cibi duri e schietti?
Non han stoviglie e spiedi ed istrumenti?
Ma il lupo non ha torto ed alla vita
non si rassegna ancor dell'eremita,
se può mostrare i denti.


VII - Il Ragno e la Rondine

- O Giove, che dal tuo cervel traesti
per un nuovo miracol di Lucina
la dea Minerva, mia rivale antica, -
così diceva il Ragno una mattina, -
per una volta, o Giove, ascolta i mesti
miei gridi contro una fatal nemica.

La Rondinella, - aggiunse l'insolente, -
per l'aria svolazzando, agile toglie
quant'io raduno in casa e sulle soglie.
Squarcia le reti che pazientemente
e forti io tesso e che sariano piene,
ma sul più bel la ladroncella viene.

Ella mi ruba le mie mosche, mie
ben posso dirlo, e sperpera il bottino -.
Così le sue cantava litanie
quel Ragno, che fu già gran tappezziere,
e che dai tempi tristi e dal destino
era ridotto a quel brutto mestiere.

La Rondinella al suo mestiere intenta
non bada all'insettaccio e mosche piglia
per sé, per la sua piccola famiglia,
e con gioia crudele ne alimenta
i ghiottoncelli, che con grido incerto
salutano la mamma a becco aperto.

O poveretto Ragno disperato,
inutil tessitor, che far gli resta?
Ridotto tutto gambe e tutto testa
un dì, che alla sua tela era attaccato,
la Rondinella nella rete entrò
e col Ragno la casa via portò.

Il padre Giove volle ed ha disposto
che sian due grandi tavole nel mondo.
Alla prima vi accorre e piglia posto
il forte, l'avveduto, e chi sa fare,
all'altra vanno i deboli a mangiare
quello che gli altri lasciano sul tondo.


VIII - La Pernice e i Galli

In mezzo a una tribù di turbolenti
Galli incivili, rozzi, e violenti,
sempre in lite fra lor, una Pernice
vivea poco felice.

L'essere donna in mezzo a cavalieri
pronti all'amor, un po' di civiltà
le faceva sperar, oltre ai doveri
ed ai riguardi d'ospitalità.

Ma questa razza bellicosa e spesso
in furia, non avea pel gentil sesso
il culto e le maniere,
che si usan colle dame forestiere.

Anzi avvenia che spesso la meschina
uscisse spennacchiata da costor;
ma vedendo che quasi ogni mattina
si spennacchiavan anche fra di lor,

si consolò, dicendo che il peccato
non era più di lor che di natura:
Giove non ha creato
tutta la gente sopra una misura.

Questo loro carattere infelice
più che d'odio era degno di perdon:
v'è natura di gallo e di pernice
ed essi i più colpevoli non son.

Ma più merita pena l'Uom che piglia
una pernice, indi ne rompe l'ali
e la rinchiude in mezzo a una famiglia
di torbidi animali.


IX - Il Cane dalle orecchie mozze

- Che ho fatto, oh ciel, che ho fatto
per meritarmi quest'orrendo oltraggio?
E come avrò il coraggio
di comparir dimani
così conciato in faccia agli altri cani?
Uomo, non re, terror degli animali,
oh se provassi questi orrendi mali! -
Così dicea Muflàr, giovine alano,
mentre il padron colla feroce mano,
senza ascoltar i gridi di protesta,
mozzavagli le orecchie sulla testa.

Muflàr credé di perdere l'onore,
e invece no,
ché il Cane a lungo andar ci guadagnò.
Essendo egli una bestia litichina
e stuzzichina,
avria presto provato che in parecchie
circostanze ad un cane prepotente
è un danno troppo lunghe aver le orecchie,
che troppa larga presa offrono al dente
e alle nemiche offese.
Can che morde ha le orecchie in mal arnese.

Questa è legge di guerra. I punti deboli
arma, difendi, e il mio Muflàr imita
che porta anche un collare.
Così guarnito e non avendo orecchie
noiose da portare,
se viene il lupo e tenta divorarlo,
non sa dove pigliarlo.


X - Il Pastore e il Re

A due maligni spiriti il mortale
offre l'incenso e mette in lor balìa
la vita e il cor, onde Ragion si parte
da casa nostra. Vuoi saperne il nome?
Ambizïon, Amor, ecco i diavoli
che fan del viver nostro aspro governo.
Quella, potente più d'Amor, distende
ampio il dominio, e dell'Amor fin anco,
come vo' dimostrar, usurpa il trono.

Narra una storia del buon tempo antico
e non di questo, in cui viviam, men bello,
che fu già un Re, che visto in mezzo a un prato
allegramente pascolar un gregge
e sano e bello e grazie alle indefesse
cure del suo Pastor molto fiorente:
- Amico, - disse a lui, - per arte e studio
d'esser pastore d'uomini sei degno.
Lascia dunque l'armento e vieni e reggi,
ministro di giustizia, uomini e stati -.

E detto fatto, ecco il Pastor seduto
colla bilancia in man. D'uomini al mondo
non conoscea che un piccolo eremita,
e il suo saper non iva oltre alle pecore,
ai lupi, ai cani; ma il buon senso in lui
era maestro, e col buon senso, amici,
vien tutto il resto. Così fu. D'impaccio
ben si togliea, quand'ecco l'eremita
gli venne innanzi a predicar: - Fratello,
fratel, che veggo io mai? sogno o son desto?
Tu grande, tu ministro? ahi poveretto!
Non fidarti dei re. Varia fortuna
è l'umor dei potenti; ah! troppo cara
si paga poi, ché a voli repentini
sogliono i precipizi esser vicini -.

Sorrise il buon Pastor. E l'eremita,
seguitando la predica, soggiunse:
- Non credere all'inganno che seduce,
ma credi a me, fratello. Adulazione
già ti guasta il cervello, e mi ricordi
colui che visto assiderato in terra
un serpente, credendolo un frustino,
poi che perduto avea da tempo il suo,
lo raccolse e ne rese grazie al cielo.
Ma un passeggier gli disse: "O Dio, gettate
lungi da voi quell'animal perverso:
è un serpente". "È un frustino." "Io vi ripeto
ch'egli è un serpente, e che m'importa il fiato
sprecar per voi? volete il bel tesoro
custodir, miserabile?" "Sicuro,
il mio frustino non valea due soldi
e questo è nuovo. È invidia che in voi canta."
Ma il testardo pagò ben presto il fio,
che il feroce animal, sciolte le membra,
al suo padrone morsicò con tanta
ira la man, ch'ei ne perdette i giorni.
Fratello, guarda che non torni in peggio
la tua semplicità. - Quali malanni
peggiori della morte? - E l'eremita:
- Quali? vedrai, ma sarà tardi. Addio -.

Non molto dopo ecco comincia il principe,
da segreti eccitato odi e da invidie,
del cuore a dubitar non che del merito
di questo in prima celebrato giudice.
Nascon raggiri, cabale si ordiscono,
muovon accuse e già di lui si mormora
che di ricchezze confiscate ha colmo
un suo palagio e che rinchiuso a dieci
chiavi egli tien un gran tesor di gemme
dentro uno scrigno.
Allora il mio Pastore
apre lo scrigno di sua man e, oh vista!
Come scornati innanzi a lui rimasero
maligni e accusatori! Entro la cassa
erano i vecchi cenci del buon uomo,
un cappello, una giubba, un cesto, un curvo
bastone e, credo, un'umile zampogna.

- Dolce tesor, - ei disse, - o cari oggetti,
che non tiraste mai della menzogna
e dell'invidia i fulmini, venite.
Usciam da questo splendido palagio
come si esce da un sogno. A me perdono
date, o mio Sire, se dal cor trabocca
la mia parola, ma, venendo in Corte,
già questo giorno avea previsto e l'ora
in cui sarei caduto, e se la merita
la nostra vanità; ma quanti al mondo
non hanno un picciol grano nel cervello
di stolta vanità? Palagio, addio.


XI - I Pesci e il Pastore

Con voci e con accordi
che avrian commossi i sordi,
Tirsi l'amore della sua diletta
unica Annetta
in riva a un fiumicel, almo soggiorno
d'ogni auretta gentil, cantava un giorno.

Annetta intanto in riva al fiumicello
gettava l'amo ai pesci, ma costoro
sen ivano bel bello
pei fatti loro.
Credette a torto il bravo Pastorello
col suon, che avria commosso anche i leoni,
di muovere i carpioni.

Cantava il Pastorello: - O pesciolini
dell'onda cittadini,
uscite dalla liquida e profonda
grotta ove stan le Naiadi,
a contemplar sull'onda
un viso assai più bello, -
cantava il Pastorello.

- Se voi verrete,
non vi terrà costei dentro una rete,
ma in lieto acquaio assai graziosamente
vi nutrirà costei.
Che se a qualcun la sorte
portasse anche la morte,
o soave morire in man di lei,
o morte ch'io dimando inutilmente! -

Non men che muti sono sordi i Pesci,
che fanno il nesci a questo eccitamento.
Ebbe un bel predicar Tirsi, la predica
se la portava il vento.
Allor tende la rete e in un momento
piena la vede
e pone i Pesci della bella al piede.

O voi, pastori d'uomini
e non di pecorelle,
che vi credete muovere la mente
diversa della gente
colle parole belle,
voi consumate il fiato inutilmente.
Assai meglio farete
a usar la forza e a tendere la rete.


XII - I due Pappagalli, il Re e suo Figlio

Due Pappagalli, padre e figlio, a tavola
ogni giorno sedevano d'un Re,
e figlio e padre, i principi, li amavano
d'un amore che al mondo ugual non c'è.

I due padri legati in amicizia
vecchia si compiacevan di veder
i figli, che malgrado l'età frivola,
vivevan sempre insieme con piacer.

Nutriti insieme, a scuola insieme andavano,
e per l'uccel non era un poco onor
avere per compagno un tanto principe
figliuolo d'un cotanto imperator.

Il ragazzin per natural suo spirito
amava gli uccelletti, ed un gentil
passerino formava la delizia
del suo divertimento giovanil.

Per gelosia tra il Pappagallo e il passero
una seria tenzone un dì scoppiò,
e picchia e becca, il meschinel più debole
ad ingrassar la terra presto andò.

Onde adirato e per vendetta il Principe
il Pappagallo uccise: un gran rumor
si sparse per la reggia, infin che il vecchio
Pappagallo anche lui n'ebbe sentor.

Chi mi sa dir le strida orrende e i gemiti
onde il povero padre invoca il ciel?
Ma invano ei piange; in fondo a Stige il giovine
già navigava al suo destin crudel.

Ma tanto infonde nel paterno spirito
odio e furor, che il vecchio, colto il dì,
salta agli occhi e pich pach accieca il Principe
col becco... e sopra un albero fuggì.

Per suo rifugio scelse un pino altissimo,
dove accanto agli dèi l'aspro sapor
gustò della vendetta, ove del principe
padre non può raggiungerlo il furor.

Per attirarlo, con mansuetudine.
- Amico, vieni, - gli favella il Re, -
dimentichiam, che ormai non vale il piangere
ed io non sono in collera con te.

Per quanto fitta in cor senta l'ingiuria,
è il figlio mio che il tuo forse assalì,
ahimè! forse è il destin inesorabile
che il fatto nel suo libro stabilì.

Era scritto che l'un la vita perdere
dovesse e l'altro il pio raggio del sol.
Torna, amico, ritorna entro la gabbia,
l'un l'altro confortiamoci nel duol -.

E il vecchio Pappagallo a lui: - Mio principe, -
rispose, - dopo quel che capitò,
a queste belle ciarle potria credere
un pazzo forse, un pappagallo no.

O sia destin, o sia, come dimostrano,
provvidenza, che tiene il mondo in man,
è scritto ch'io finisca i giorni miseri
su questo pino o forse più lontan

in qualche selva ignota e solitaria
ove non vegga quell'oggetto più,
che a te d'odio sarà stimol continuo,
e a me cagion di tanto duol già fu.

Io so che la vendetta è nel carattere
lassù dei numi ed è quaggiù dei re,
che vivono da numi, e s'anche credere
volessi e riposar sulla tua fe',

non che tornar, starò meno in pericolo
lontan dagli occhi tuoi, dalla tua man.
Come contro all'amore, è un gran rimedio
anche per l'odio starsene lontan.


XIII - La Leonessa e l'Orsa

Un cacciator avea tolto alla mamma
Leonessa il suo piccolo leone,
e la povera bestia iva mugghiando,
empiendo l'aria e il bosco
di compassione.
Non la pace notturna e l'aer fosco,
non i notturni incanti
potean frenare gli ululati e i pianti.

N'aveva il sonno rotto ogni animale,
finché l'Orsa gridò: - Buona comare,
scusate, o che vi pare
che anch'essi non avessero parenti
quei poveri innocenti,
che son passati sotto i vostri denti?

- Li avevano. - Sta bene, è naturale,
ma non hanno strillato pei lor morti
come voi fate a romperci la testa.
Tacete e che il diavolo vi porti.
- Me sciagurata! io no, non tacerò,
perduto il leoncello, un'assai mesta
vecchiezza trascinare ora dovrò.
- Chi vi condanna? - Il mio crudel destino -.
Sempre il destino accusa
chi vuole a' mali suoi dare una scusa.

O miseri mortali,
che avete un mar di lagrime
per tutti i vostri mali,
guardate indietro, ad Ècuba pensate,
e il cielo ringraziate.


XIV - I due Avventurieri e il Talismano

Alcide, il forte eroe, Alcide che rivali
non ebbe mai fra gli uomini e men fra gli animali,
mostrò co' suoi sudori
che dell'onor la strada non è sparsa di fiori.

E lo provò quell'arabo, che con un Talismano
iva a cercar fortuna in un paese strano,
un dì che in compagnia
d'un camerata giunse a capo d'una via.

Sopra un pilastro scritto diceva ivi un cartello:
"Signor avventuriere, se passi oltre il ruscello,
potrai tosto vedere
ciò che non vide mai nessun avventuriere.

Un elefante in sasso scolpito giace al suolo,
piglialo in braccio e portalo con un impeto solo
in vetta di quel monte,
che par sfidare il cielo colla superba fronte".

De' due Avventurieri colui ch'era più saggio
di scendere nell'acqua non si sentì coraggio,
gli parve stravagante
questo passare e prendere in collo un elefante.

L'acqua era fonda e rapida. - E quando anche arrivassi
a stringer l'elefante, - dicea, - per pochi passi,
portarlo poi d'un fiato
in cima di quel monte mi par fiato sprecato.

Se grosso è l'elefante e non di carta o quale
si mette sui bastoni, non c'è nessun mortale
capace di far tanto,
e poi della fatica quale il costrutto e il vanto?

Scommetto che qui sotto c'è di parola un gioco,
o qualche tristo intrigo e me ne fido poco.
Se curïoso sei,
ti lascio l'elefante e vo pei fatti miei -.

Questi partì. Con animo più forte e men prudente
l'altro nell'acqua slanciasi e passa oltre il torrente,
combatte, vince, va
là dove l'elefante, com'era scritto, sta.

Sel piglia sulle braccia, al monte ecco si avvia,
cammina ove una valle dal culmine si aprìa;
un grido alto gettò
la bestia, e una città di subito spuntò.

Ed ecco armato accorrere il popolo. Risuona
la valle. Egli non fugge: s'avanza, non perdona,
e a vendere si appresta
a chi la vuol comprare assai cara la testa.

Pensate ora se attonito restasse, quando intese
che scelto era dal popolo monarca del paese.
Per quanto sia mestiere
da cane, pur si arrese il forte alle preghiere.

Non finse egli siccome si narra di fra Sisto
che, nominato papa: - Ahi, - disse, - affare tristo
essere papa e re! -
ma lieto il serto cinse che il popolo gli diè.

Una fortuna cieca cieco ardimento vuole,
ed è più saggio spesso non far troppe parole,
non indugiar, ma in faccia
guardare ed affrontare il mal che ci minaccia.


XV - I Conigli
(Sermone al signor Duca de La Rochefoucauld)

In molti casi, quando l'Uomo io veggio
comportarsi da bestia ed anche peggio,
io dico dentro me:
- Dei sudditi non è migliore il re.

Forse ha voluto infondere Natura
in ogni creatura
un elemento rozzo, in cui lo spirito
rinchiuso in material e dura scorza,
attinge la sua forza -.

Nel momento propizio, ossia nell'ora
che il sol coi raggi d'oro fa ritorno
nell'umido soggiorno,
ovvero allor che svegliasi l'aurora
e sbadiglia la notte in braccio al giorno,
d'un bel boschetto sull'estremo lembo
e d'una pianta in vetta
novello Giove, delle foglie in grembo,
lancio a qualche Coniglio una saetta.

Allo scoppiar del fulmine
i Conigli adunati alla pastura
alzan gli orecchi e l'occhio vivo girano
per tutta la pianura,
poi lascian l'erba e fuggono dal fresco
timo odoroso che profuma il desco.

Tutta la banda fugge e per paura
nella città sotterra
ricovera e si serra:
se non che poco dura
il timor della morte ed il sospetto,
e vedi poi da cento luoghi in giro
ad un ad un tornare anche al banchetto
allegri come prima e ancora a tiro.

Così nelle disgrazie
anche gli uomini fanno.
Appena il porto toccano
ed escono d'affanno
ancora si abbandonano
al vento, all'uragano,
veri conigli, ed a fortuna in mano.

Vediamo, amico, un altro assai più semplice
incontro, intendo i Cani,
che sono per gli umani un buon esempio.

Se un Can per una strada
nuova si perde, vedi la masnada
degli altri cani tutti del dintorno
urlar, gridar e morderlo
e accompagnarlo fuori del paese
con questa bella musica cortese.
Nei cani è gola, è invidia;
ma veggo che anche agli uomini sovente
un buon affare, un'ambizion di gloria,
siccome ai cani fa aguzzare il dente.
E non fan magistrati e cortigiani
e deputati e gente pronta a tutto
cose tali che indegne son dei cani?

E tutti, se vogliam esser sinceri,
al nostro concorrente
non caveremmo gli occhi volentieri?
Lo stesso puoi ripetere
d'ogni donna galante e dei poeti.
Malanno a chi vien ultimo!
Anche se il ventre è pieno e soddisfatto,
si vuol essere in pochi intorno al piatto.

Amico mio, di cento e di duecento
esempi ancor potrei
confortar questo bel ragionamento,
ma l'opere più corte
son le più belle, e coi modelli miei
gran maestri dell'arte io cerco andare,
che in ogni scritto vogliono
che resti qualche cosa da pensare.

Tronco adunque il discorso, in cui se alcuna
verità collocai, la deggio a Voi,
del quale è la grandezza al mondo nota
e al qual la più modesta
lode fa di pudor tinger la gota.
Voi non volete che il bel nome in questa
leggenda io scriva o che l'invochi almeno
contro i danni del tempo ed il veleno
degl'invidiosi critici:
ma il nome vostro va immortale e grande
non sol di Francia fra i più chiari eroi,
ma bello anche si spande
per tutto l'universo.
Or sappia il mondo che mi vien da Voi
il tema a cui s'ispira oggi il mio verso.


XVI - Il Mercante, il Nobile, il Pastore e il Principe

Un Mercatante, un Nobile signore,
un Principe, un Pastore,
esploratori di novelli mondi,
sospinti dal furor dell'Oceàno,
raminghi, ignudi, come Belisario
eran ridotti a stendere la mano.

Assai lungo saria
il dir come ciascun nella miseria
precipitasse per diversa via.
Quella sventura che li fa fratelli
li condusse a tener tra lor consiglio
d'una fontana sull'erboso ciglio.

Il Principe narrò la lunga istoria
dei grandi decaduti.
- Che importa la memoria, -
disse il Pastor, - di quelli
che son già morti e chiusi negli avelli?
Per noi si tratta di mangiar, signore,
e il piangere, per quel che ho sempre udito,
non toglie l'appetito.
Andiamo, lavoriamo. Chi lavora
sta sano e va lontano -.

Non vi stupisca, se costui rincora
i suoi compagni. Forse che alle sole
teste dei re dal cielo si conceda
di ragionar men male? no, un villano
infin non è una pecora,
ovvero è molto men che non si creda.

Il suo consiglio parve veramente
a tutti gli altri naufraghi eccellente.
Il Mercante valente in aritmetica
soggiunse allor: - Di conti a un tanto al mese
darò lezioni e caverò le spese.
- Ed io nella politica, - esclamò
il Principe, - la gente instruirò.
- Ed io, - concluse il Nobile, -
lezioni d'alta araldica darò -.

Pensate voi che voglia hanno in America,
là verso Patagonia,
di queste vanitose rarità!
Onde il Pastore a dire ancor riprese:
- Sta ben, ma trenta giorni ha ciascun mese
e spesso n'ha trentuno;
intanto chi un boccone mi darà
per rompere il digiuno?

Voi mi offrite una splendida speranza
molto lontana e brontola frattanto
il ventre che non pranza.
Chi mi procura intanto per dimane
anzi per oggi il pane?
Questo importa anzitutto e in questo affare
la vostra scienza è debole, mi pare -.

Per supplir colla mano a quel che manca,
dentro al bosco il Pastore un giorno intero
e un altro non si stanca
di raccogliere legna, e in pagamento
ne trasse il necessario
per sostentar la vita del momento.
Senza di lui, nemmeno i suoi compagni
avrian potuto vendere
ai popoli lontani il lor talento.

Per vivere quaggiù non val la pena
d'essere dotti, ma per te procura
allegra volontà di man, di schiena,
il primo aiuto che ti dà natura.


LIBRO DECIMOPRIMO


I - Il Leone

Il sultano Leopardo, in illo tempore,
a furia di confische,
aveva molti cervi e molti buoi
ed infinite pecore
radunati nei boschi e parchi suoi.

Un dì sente che nato era un Leone
nella vicina selva.
Per fare i complimenti d'occasione
un suo visir chiamò
navigato nell'arti diplomatiche,
e a lui vecchio Volpone
così, dicon, parlò:

- Tu temi, amico, il lioncel qui accanto,
ma morto il padre suo, confesso il vero
ch'io non lo temo tanto.
Anzi dirò che il povero orfanello
mi fa quasi pietà,
ché in mezzo ai tanti imbrogli dell'impero,
non che nuocere agli altri avrà di grazia
se a tempo ai fatti suoi provvederà -.

Visir Volpone un po' scosse la testa,
poi disse: - Mio padrone,
confesso il ver, non ho la compassione,
per simili orfanelli, che tu senti:
ma dico che bisogna o comprar questa razza
nemica, o meglio ancor, se credi,
prima che forti metta l'unghie e i denti,
levarsela dai piedi.

E dico ancor che giova il farlo presto,
perché, se il mio pronostico non sbaglia,
questo Leon terribile in battaglia
sarà il più forte eroe de' pari suoi.
L'amicizia tu comprane, se vuoi,
o se non vuoi, provvedi
a toglierlo dai piedi -.

Così il visir, ma fu fiato sprecato.
Il Sultano dormì sul suo pericolo
e dormirono i suoi, bestie e non bestie,
finché il Leon fu grosso diventato.
Un giorno a un tratto romba
nell'aria un suon di tocsin, e rimbomba
un grido di spavento.
Si consulta il visir. - Ecco il momento, -
risponde, - che vi avea pronosticato.
Non c'è rimedio, invano
da cento parti e cento
corrono a voi. Qual più gente possiede
colui è più da' suoi nemici avvolto
che tutti voglion essere pagati
e si pagan di pecore e castrati.
Fate la pace col Leon, che tutti
vince in valor gl'inutili alleati
che vivono di noi.
Coraggio, forza, astuta vigilanza
ecco gli aiuti suoi.
A lui gettate subito un boccone,
e se non basta un quarto di montone,
datene due, date del grasso bue,
scegliendo il più pasciuto dell'armento,
così con uno ne salvate cento -.

Offese il sentimento nazionale
un tal consiglio e intanto
soffriron poco o tanto
tutti gli stati e guadagnò nessuno.
Tutti fûr vinti e comandò quell'uno
ch'essi temean terribile animale.

Se voi lasciate crescere il potente,
fatelo amico - e questa è la morale.


II - Gli Dèi vogliono istruire un figlio di Giove
(Al signor duca del Maine)

Di nulla sente amor la fanciullezza,
ma dié sublimi prove
dell'alma sua divina
nell'amor, nel piacer, nella dolcezza,
un figliolin di Giove.

In lui l'amor e insieme la ragione
precorrevano il tempo, il tempo, ahimè!
che ha l'ali preste e porta ogni stagione
fin troppo presto a me.

Flora, la bella dea dagli occhi belli,
e dalle grazie care,
a lui l'arte d'amare
ecco gl'insegna e non tralascia nulla.
Pianti, sospiri e tenerezze e dolce
soavità che il cor agita e molce
tutto insegnò l'amabile fanciulla,
e tutto apprese il giovincel divino,
a cui diede il destino
e mente e cor e nobili costumi,
che i figliuoli non han degli altri numi.

Costui sì bene dell'amor la scienza
trattò, che avresti detto
ch'era in lui questïon d'esperienza,
tanto pareva nell'amor perfetto.
Ma Giove, a cui sta a core
dare al fanciullo un po' d'educazione,
fa raccoglier gli Dèi e: - Amici, è vero, -
dice, - che il mondo intero
ho guidato fin qui solo padrone,
ma per questo figliol, ch'è sangue mio,
io voglio ch'ogni dio,
poiché il bambin è del mio sangue nato,
m'aiuti a farlo dotto e scozzonato.

Per meritar la stima de' suoi pari
bisogna ch'egli impari, o finga, in tutto
d'essere bene instrutto -.

Appena Giove ebbe finito, un grande
schiamazzare per l'etere si spande.
- A me l'onor, - subito grida Marte, -
d'insegnargli dell'armi il gioco e l'arte,
per cui tanti mortali e invitti eroi
seggono ancor fra noi.
- A lui sarò maestro di chitàra, -
soggiunse il biondo ed erudito Apollo.
Quel dio, che tiene d'un leone al collo
la pelle, aggiunse: - Alla tua prole cara
io forte insegnerò
come domar si può
le sue passioni e vincere
le più feroci ambasce
e l'idra che rinasce
sempre nel cor. Vedrà
che per sentier insolito,
per infinite asprezze
e non fra le carezze
alla virtù si va -.

Sorse Cupido: - Ed io, -
disse d'amore il dio, -
tutto gl'insegnerò, che tutto apprende
ardente cor ch'ha di piacer desio.


III - Il Castaldo, il Cane e la Volpe

Si narra che una Volpe delle fini
solesse venir spesso per rubare
dentro il cortile d'una fattoria.
(Lupi e Volpi non son cari vicini
e accanto a casa loro, in fede mia,
andrei malvolentieri a fabbricare.)

Venìa la Volpe, ma con suo dispetto
ai polli non potea fare il colpetto.
Tra il pericolo posta e la gran fame
di dentro si rodeva.
- Il padrone, - diceva, - il vecchio infame
dell'arti che ogni notte invento ed uso,
e delle mie fatiche
seguita sempre a ridermi sul muso.
E mentre io corro e fuggo
e di fame mi struggo,
egli cangia i capponi e le pollastre
in soldi buoni e in piastre.
Mentr'ei ne tiene una fila impiccata,
io vecchia giubilata
salto di gioia e ballo
se acciuffo un vecchio gallo.
Perché dunque chiamasti, o sommo Giove,
la figlia tua di volpe alla missione?
Ah! giuro per Plutone
e per il ciel che ci vedremo altrove -.

Questo premendo in cor odio tremendo,
mentre va di papaveri spargendo
Morfeo l'umida notte,
mentre il padron dormia,
e dormivano in casa i servi, il cane,
polli, galli, capponi in compagnia,
nessun s'accorse - e fu non poco errore -
che aperta era la porta per di fuore.

La Volpe gira tanto, che alla fine
trova la breccia aperta.
Entra e ti fa tal strage di galline,
che tutta a sangue va
la povera città.
Allo spuntar del sol
oscene salme gli accorrenti videro
ed ossa e carni palpitanti al suol.

A tanto orror poco mancò che il Sole
non tuffasse i cavalli in fondo al mare.
Oh avessi le parole
di colui che d'Apol l'ira descrisse,
quando tutto l'esercito trafisse
dei Greci e fe' volare le saette
di fatal morbo infette,
onde uccise le schiere a cento a cento
in una notte il divo arco d'argento!

Tal intorno alla tenda
fe' di pecore e buoi la strage orrenda
il furibondo Aiace,
credendo vendicar sugli animali
l'ingiurie dei rivali
che negate gli avean l'armi di Achille.
Questa Volpe di lui non meno audace
abbatte, uccide, piglia
e i miseri scompiglia.

Quando venne il padron, secondo il solito
prese a gridar coi servi e poi col Cane:
- O bestia maledetta, o bestia stupida,
buona a mangiar del pane,
perché non abbaiar, non dare un segno?

- Se voi, signori miei, - dice la bestia, -
padrone e servitori, a cui conviene,
invece di dormir come di solito
vi foste tolta un poco la molestia
di chiuder l'uscio bene,
avreste fatto meglio. A me che importa
(che senza guadagnar ci perdo il sonno)
se chiusa oppure aperta sia la porta? -

Questo discorso tutto a fil di logica
avrebbe fatto onore
non solo a un can, ma a un dotto professore.
Ma siccome non era infin che un cane,
in mezzo lo pigliarono
e finiva il meschin di mangiar pane.

Io parlo a te, buon padre di famiglia
(onor che non t'invidio),
guarda cogli occhi tuoi
ciò che salvar tu vuoi.
Non credere che mentre dormi in letto
altri chiuda per te l'uscio e l'armadio.
Se proprio la tua casa ti sta a petto,
chiudi gli occhi per l'ultimo e procura
di non fare mai nulla per procura.


IV - Il sogno d'un abitante del Mogòl

Un tale nel Mogòl, narra la storia,
fe' un sogno e vide in cielo un gran bascià
beato in braccio dell'eterno gaudio.

Poi si cangiò la scena e un po' più in là
vide in mezzo alle fiamme un vecchio monaco
dannato, che facea proprio pietà.

Gli parvero due casi un poco insoliti
e strani, a men che il giudice Minosse
non avesse stavolta preso un gambero.

Tanta fu la sorpresa, che si scosse:
e pensando sul sogno, ad un astrologo
chiese se aveva un senso e quale fosse.

L'astrologo rispose: - La mia pratica
mi dice che c'è un senso anche qui sotto.
I sogni son del ciel spesso gli oracoli.

In vita questo gran bascià corrotto
cercava spesso la pia solitudine:
e allora questo monaco bigotto

andava a fargli una gran corte, ed eccoti,
amico, la ragione
per cui giace dannato in perdizione -.

Se osassi un motto aggiungere a questa favoletta,
vorrei di solitudine spiegare i dolci incanti.
Essa a' suoi cari amanti
offre una guida amabile, pronta, sincera e schietta
e beni che fioriscono a' piedi lor davanti.

O dolce solitudine, o luoghi ov'io trovai
dolci e segreti amori,
potessi ancor lontano dal mondo e dai rumori
goder l'ombre ed i freschi soggiorni e i chiusi asili
dei boschi, senza guai!
Quando verranno ancora le muse mie gentili
lontano da cittadi, lontano dalle corti,
ad indicarmi in cielo i nomi delle belle
e vagolanti stelle,
da cui sul capo agli uomini si ordiscono le sorti?

Che se nato a risolvere non son gli alti quesiti,
oh almeno qui m'inviti
lo specchio dei torrenti,
e sui fioriti margini
alzi i soavi accenti!

Di fili d'or le Parche non tesseran la trama
della mia vita e all'ombra non dormirò di fino
e ricco baldacchino,
ma non minor è il prezzo di queste alme delizie
per chi tesor non brama.

Beata solitudine, sola beatitudine,
qui voglio alla mia Parca
far sacrifici, e quando comanderà la Sorte
ch'io scenda di Caronte nella sdruscita barca,
me d'ogni affanno sciolto
nudo accorrà, ma libero
il regno della morte.


V - Il Leone, la Scimmia e i due Asini

Poi che l'arti di regno e la morale,
onde meglio dei popoli si regge
la sorte, vuol conoscere il Leone,
fa chiamare al cospetto suo regale
un Bertuccion, maestro in diplomatica,
che tosto prende a dire:
- Innanzi tutto, per regnar, o Sire,
con onestà, conviene
sempre posporre il proprio all'altrui bene
ed ascoltar del popol l'opinione,
frenando il gioco e il foco
di quell'amor di sé, che d'ogni male
è il padre naturale.

Non chiedo io già che vostra Maestà
rinunci al suo valore,
cosa assurda o che almeno non si fa
in pochi giorni e in ore;
ma ben è forza moderar se stessi
e non offrire in sé
nulla d'ingiusto, nulla di ridicolo
e che non sia da re -.

Al re, che dimandò di queste cose
qualche parlante esempio,
il Bertuccion rispose:
- Ridicola si mostra
quella gente che tutti gli altri sprezza
e sé soltanto apprezza.
(E pecca spesso in ciò la razza nostra.)

L'amor di sé, mentre solleva al settimo
ciel la nostra persona,
agli altri non perdona.
Ond'io traggo che al mondo
certi talenti in fondo
all'arte si riducono
di saper darla a bere.
Il tuo sapere
per quest'arte difficile
a poco giova,
ma son gli sciocchi e gli asini
che fan la miglior prova.

Di due Asini scempi e babbuassi
seguendo l'altro giorno dietro i passi,
udii che s'incensavano fra loro.
Diceva l'un: "Signore, non vi pare
ingiusto, sciocco e indegno del decoro
che ad asini si deve,
questo rider di noi, questo sparlare
che fa l'uomo di noi? Non c'è persona
per quanto bestia, stolida, scioccona
a cui l'uomo dell'asino non dia
il nome con pochissimo rispetto.
Quest'animal si stima il più perfetto
di tutto il mondo e con superbia chiama
ragliar il nostro ridere e ragliare
il nostro bel parlare.

Bella superbia! e forse non sorpassa
il ragghiamento il cicalar che fanno
tanti avvocati e rètori?
Non ti curar di lor ma guarda e passa.
Andiam d'accordo, amico. Oh! s'io vi ascolto
della vostra armonia divento pazzo,
e Filomela al paragon (che tanto
famosa va nel canto)
è una mezza corista da strapazzo.
Ma voi, ma voi per questi orecchi fini
vincete Niccolini".

A questi elogi l'asino fratello:
"Signor", risponde, "voi non siete meno
di me valente e bello".
E questi due, grattandosi a vicenda,
più valenti credendosi e più scaltri,
passeggiando su e giù per la città,
disprezzavano il merito degli altri.

Conosco molti ancora e non fra gli asini,
ma fra le più distinte intelligenze,
che non contenti d'essere Eccellenze
vorrebber diventare Maestà.
E ne direi di più, Sire Leone,
ma spero nella vostra discrezione.

Questi sono gli esempi più ridicoli
che voi mi avete chiesto.
In quanto a quel che degl'ingiusti tocca
si andrebbe per le lunghe ed acqua in bocca -.

Il nostro Bertuccione molto istrutto
capì tosto che questo
era a toccar un tasto delicato.
Il prence era un leone
ed ei non era sciocco dopo tutto.


VI - Il Lupo e la Volpe

Pel vecchio Esopo, sola
la Volpe è mariola
e d'ogni furberia grande maestra.

Per conto mio non vale
men ogni altro animale
(compreso il Lupo) in furberia, per poco
che sia la vita in gioco.
Ma questa volta ancor tra l'uno e l'altra
la Volpe fu più scaltra.

Una Volpe una sera vide in fondo
d'un pozzo il bianco cerchio della luna,
e la pigliò per un formaggio tondo.

Eran sospese al pozzo per fortuna
due secchie, che scendevano a vicenda,
e la Volpe, sedendo in fondo ad una,

vi si lasciò calar; ma la faccenda
divenne brutta, quando giunta in fondo,
dell'illusione le cascò la benda.

Perché come salir nel chiaro mondo,
se non venìa qualche altro che credesse
per appetito quel formaggio tondo,

e che nell'altra secchia discendesse?
Due giorni stette dentro al buco nero
senza che un nero cane la vedesse.

Il tempo, che fa sempre il suo mestiero,
andava intanto trasformando il volto
di quell'astro d'argento lusinghiero.

Pensate or voi se l'animal sepolto
dovea soffrir di fame e di dispetto
in bocca a un pozzo e in una secchia colto.

Quando venne a passar, forse costretto
dalla gran fame, il Lupo, e si fermò
a contemplar quel luccicante oggetto,

la Volpe: - O camerata, - a lui gridò, -
vedi tu questa cosa un po' lucente?
È un formaggio che Fauno fabbricò:

un formaggio divino ed eccellente
fatto col latte d'Io, vacca famosa:
e Giove, quando fosse un po' soffrente,

se mangiasse un pochin di questa cosa,
sarebbe in un momento risanato,
tanto è squisita e tanto è appetitosa.

Io stessa n'ho uno spicchio rosicchiato,
lo vedi, ma ne resta, se lo prendi,
ancora un bel boccone prelibato.

Ho lasciata una secchia: orvia, discendi -.
E il Lupo, che credette al Suo buon cuore,
discese e col suo peso, tu comprendi,
che la Volpe dal pozzo trasse fuore.
Non ridiam, ché sovente a noi succede
di mangiar del formaggio anche peggiore.

Che facilmente l'uom di buona fede
da ciò che lo lusinga o lo spaventa
si lascia affascinar e spesso crede

nel dïavolo stesso che lo tenta.


VII - Il Contadino del Danubio

Un buon consiglio ch'ha la barba grigia
è di non giudicar sull'apparenza.
Del pipistrello già contai la favola
per meglio dimostrar questa sentenza;
ma posso anche citare Esopo e Socrate,
gente conosciutissima, mi pare,
e insieme raccontare
ciò che da Marco Aurelio si descrive
d'un rustico villan che del Danubio
viveva sulle rive.

Ispida e folta la gran barba scende,
e il pel, che tutto prende il collo e il torso,
lo rassomiglia a un orso mal leccato.
Sotto un ciglio più nero del carbone
losco lo sguardo; il naso sgangherato,
le labbra enfiate e addosso un zimarrone
di pel di capra e giunchi alla cintura...
Ecco dell'uom la nobile figura.

Questo superbo arnese
mandaron deputato
alcune cittadelle del paese
che l'Istro bagna, per alzar la voce
contro l'ingorda, atroce
avarizia fiscale dei Romani,
che in ogni parte ormai mettean le mani.
Viene e comincia l'orso
a fare il suo discorso:

- Romani e voi, padri coscritti, udite.
Invoco ai detti miei
propizi prima gl'immortali dèi,
perché non esca dal mio cor un segno
che sia di me, che sia di voi men degno.
Se non parlano i Numi in fondo al core,
ingiustizia vi parla, odio, furore.
E noi sappiamo, ahi miseri! che senza
le sante leggi ogni virtù non vale,
ché sui delitti nostri è la potenza
degl'inimici fabbricata e scende,
istrumento del ciel, Roma fatale,
che coll'avida man tutto ci prende.

Ma vi pigli, o Romani, alto sgomento
che non venga per Roma anche il momento
in cui rovesci il ciel sul vincitore
di tanti vinti il pianto ed il dolore!
Non temete che il ciel ritorca queste,
che voi stringete, per punir funeste
armi sui petti vostri,
e per la man di schiavi vi dimostri
la sua vendetta e l'ira?
Perché siam fatti servi?
Qual forza o qual destino
vi fa tanto protervi?
Perché sull'universo solo a voi
dato è un poter che non è dato a noi?
I nostri campi in pace
noi sempre coltivammo e l'arte e i cari
affetti pria che un popolo rapace
ci togliesse ai tranquilli focolari.
Se i popoli germani,
come da voi s'insegna,
a depredar stendessero le mani,
avrian sul mondo stesa la potenza
della tedesca insegna,
e l'armi anch'essi, come voi, ma senza
ferocia e avidità.
Dei proconsoli vostri al cielo grida
ormai la crudeltà,
che i sacri altari e gl'Immortali sfida.
Mercé vostra, gli dèi non altro mirano
che stragi ed ignominie
e feroci rapine e sprezzo e scempio
di lor, dei templi loro.
Nulla basta a placar questa dell'oro
romana fame, non la terra e l'aspro
degli uomini lavoro.
Oh cessi alfin questo flagel! togliete
questi avidi ladroni,
che già troppo sfruttar dei nostri buoni
popoli i campi, o noi lasciam le mura
delle città, lasciamo
i campi tutti e sui monti fuggiamo
e nelle dense selve
tra men feroci belve,
stanchi di procrear figli, che Roma
uccide, vende, doma.
Presto di vita privi
anche i nostri vedrem figli mal vivi,
ché spinge noi la vostra mano impronta
a far seguire anche il delitto all'onta.
Richiamate i carnefici, o Romani,
che sol dei vizi e di mollezza il culto
diffondono tra i popoli germani,
o voi vedrete scotere la soma
questa gente mal doma e dar spettacolo
sol di rapine onde famosa è Roma.

Invan giustizia con argento ed oro
e con preziose porpore
invocammo più volte da costoro.
Che in mille avvolgimenti
delle leggi si perde anche il decoro.
Che se la voce mia chiara ed aperta
a molti fia savor di forte agrume,
a me togliete il lume
del giorno e fine alla pietosa sorte
ponete colla morte -.

Ciò detto, egli si prostra
in terra e stanno attoniti i Romani,
pensando il cor magnanimo ed il fiero
parlar dell'uom selvatico e sincero,
che tanta forza ed eloquenza mostra.
Sola vendetta e di Romani degna
fu di patrizio a lui data l'insegna,
poi, scelti nuovi magistrati, esempio
agli oratori nostri, dal senato
fu il bel discorso scritto e celebrato.
Ma questa natural arte nel colto
popol di Roma non rimase molto.


VIII - Il Vecchio e i tre Giovinetti

- Piantar, ad ottant'anni
piantar, non è da matto?
Pazienza se una fabbrica,
buon vecchio, avessi fatto.
Ma qual vantaggio o frutto
speri ritrar da questo
lavor senza costrutto? -
Così dicean tre giovani
a un vecchierello onesto.

- Campassi anche la vita
dei vecchi patriarchi,
d'un avvenir t'incarchi
lontano e che giammai
pur troppo non vedrai.
Sgombra dal cor gl'inutili
pensieri, - aggiunser poi, -
questo conviene a noi.

- A voi tanto conviene
come conviene a me, -
rispose il vecchio, - e regola
sicura ancor non c'è.
Di noi chi vedrà l'ultimo
la volta ampia del cielo?
Le vecchie Parche ridono
di me come di quanti
son giovani e prestanti.
La vita è un vaso fragile,
che dura fin che dura,
ed alla vostra età
chi, amici, vi assicura
dell'ora che verrà?

Il fabbricar richiede
tempo e poi dura poco.
Io pianto, e a lieto gioco
di questo tiglio al piede
verranno i figli un dì
de' figli miei. Provvede
il saggio nell'altrui
il suo piacer così.

Quello che provo è un vero
piacer che da quest'albero
io già raccolgo, e spero
di cogliere dimani
ancor colle mie mani.
Nessuna meraviglia
se poi vedessi ancora
tornar sul vostro tumulo
più d'una bella aurora -.

Il vecchierel sapiente
ahimè! non s'ingannò.
Dei tre valenti giovani,
tornando dall'America,
il primo si annegò.
L'altro, non meno ardente
d'onor, per la sua patria
pugnando, entro la mischia
d'un colpo al suol restò.
Salito in cima a un albero,
incespicando il terzo,
il capo fracassò.

Li pianse il vecchio e scrivere
fece per pia memoria
sul desolato tumulo
questa morale istoria.


IX - I Topi e il Gufo

Non bisogna creder mai
di contar cose sublimi
alla gente.
Come vuoi che ognuno estimi
egualmente
tutto ciò che tu dirai?

Una prova assai sincera
noi l'abbiamo in questa istoria,
che sembrar può inverosimile
ed è vera.

Abbattevano un pin, vecchio palazzo,
asil oscuro e tristo
a quell'uccel che d'Atropo
è messaggier sinistro.

E dal suo vecchio tronco rosicchiato
dal tempo, insiem a molti altri inquilini,
grassi, rotondi uscirono,
ma coi piè mozzi, alcuni topolini.

Il maledetto Gufo avea col becco
mutilate le bestie e le nutria
di gran, di pan, di briciole,
in casa con squisita cortesia.

La brutta bestia in altre circostanze
avea veduto i topi prigionieri,
se appena lo potevano,
dalla prigion scappare volentieri.

Onde trovò il rimedio,
man man che ne pigliava sulla via,
di romperne le gambe e poi con comodo
mangiarli e così via.

Non si voleva prendere l'affanno
di mangiarli in un giorno, ed anzi il caso,
oltr'essere impossibile,
poteva alla salute esser di danno.

Dié segno dunque d'una previdenza,
che non si dà l'eguale, sto per dire,
neppure in mezzo agli uomini.
Pei topi fu una mezza provvidenza:
ché li serviva a tavola
con tanta carità, che a un cartesiano,
per cui tutto non è che un meccanismo,
dovea parer quel Gufo un poco strano.

Se non era ragion che consigliavalo
ad ingrassar quei topi nella stia
e a romperne le gambe,
non so più la ragion che cosa sia.

Ei pensava così: - Poiché mangiarli
non posso in una volta ed essi scappano,
pel pranzo di dimani
bisogna ben ch'io pensi a conservarli.

Però togliendo ai topolini i piedi,
o saggio Gufo, al caso tuo provvedi -.
Dite voi se Aristotele ed i sui
ragionavano meglio di costui.


Epilogo

Alla riva così d'un'onda pura
la Musa nel linguaggio degli dèi
tradusse ciò, che gli animali miei
innanzi al cielo esprimono
colla rozza favella di natura.
Interprete di popoli diversi
io li feci parlar, come si vedono
sulla scena gli attori, entro i miei versi.
Non c'è cosa nel mondo e in ogni sfera
che non ragioni nella sua maniera.
E se vi par che parlino le cose
più ch'io non sappia interpretar col canto,
almen dato mi sia
questo modesto vanto
d'aver sgombrata la novella via.
All'opra altri potran con abil mano
e delle Muse col favor gentile,
con nuovi modi, ch'ho tentato invano,
aggiungere splendor ed alto stile.
Ma ben altri argomenti intanto a voi
costringono la mente:
che mentre questa mia Musa innocente
traversa l'acque in piccioletta barca,
Luigi il gran Monarca
pon fine all'ardue imprese
che già stancaro i più famosi eroi.
Se queste canterà Musa più forte,
il Tempo e insieme vincerà la Morte.


LIBRO DECIMOSECONDO


I - I compagni di Ulisse
(Al signor duca di Borgogna)

O dei Numi immortali unico oggetto
e cura e amor, a me date ch'io possa
i vostri altari, o Principe, quest'oggi
di qualche profumar nobile incenso.
È un poco tardi e a me scendono gli anni
ahimè! già troppi, onde il mio spirto giace
languido e stanco, mentre in voi ribolle
e cresce e grida giovinezza e vola
come avesse cent'ali.
Il grand'Eroe,
dal qual traeste qualità sì belle,
non arde men, quando lo chiama il suono
della bellica tromba, e a lunghi passi
andrebbe solo a stringer la vittoria
entro la man, ove non fosse un dio
(il gran Luigi, io dico, avolo vostro)
che il trattenesse. Vincitor del Reno
in un breve girar di soli il mondo
lo vide, quando fulmine di guerra
scese con arte, che sarebbe ardita
oggi, e fu bella al minacciar dei mali.
Ma basta, Signor mio. Riso ed Amore,
che in casa vostra sono i tutelari
geni e vi seguon sempre ombre fedeli,
non aman le noiose litanie.
Altri Dèi favorevoli governano
le cose vostre, io dico la Ragione
ed il Buonsenso con sicuro impero.
Se voi li consultate, a voi diranno
qual senso ascoso si rimpiatti in fondo
di quel racconto, in cui detto è dei Greci
che, pazzi ed imprudenti, entro condotti
alle vane lusinghe, in sozze e cieche
bestie cangiaron l'immortal natura.

Dopo dieci anni di sofferti affanni
i compagni d'Ulisse in preda al vento
ivan perduti e di lor sorte incerti;
quando approdâr ove sua corte tiene
con lusinghieri inganni
Circe, figlia del Sol. In un momento
per opra di velen dolce e sottile
a lor guastò le vene
e tolse il lume di ragion. Ed ecco
non molto tempo dopo,
a qual spuntan le corna, a quale il becco,
chi diventa elefante, orso o leone,
e chi ridotto in picciola misura
ti piglia la figura
d'una talpa, d'un rettile, d'un topo.

Soltanto Ulisse, al qual diede natura
astuto accorgimento,
sfuggì della malvagia al tradimento.
E poi che unisce a saggio accorgimento
alto valore e nobile figura,
a veleno opponendo altro veleno,
trasse la maga in quel soave ardore
che sforza a favellar voci d'amore.
Nessuna dea, si dice, può nascondere
la fiamma ch'ha nel core.

Ulisse prese la parola al volo
e comperò il riscatto facilmente
di tutta la sua gente.
- Vorran essi tornar, - dicea la diva, -
alla sembianza loro primitiva?
Per me poco lo credo,
ma di farlo, se credi, lo concedo -.

Subito Ulisse vola
dove sen stanno come porci in brago
i suoi compagni e dice: - Ogni veleno
ha il suo rimedio e questo io tengo in mano.
Di voi, se alcuno è vago
di ripigliar l'antico volto umano,
parli, ché ridonata è la parola .
Parla il Leon, credendo di ruggire:
- Per me non son sì matto,
e rinunciar non voglio ad ogni patto
ai beni che acquistai nel divenire
Leon con ugne e denti,
che fan tanta paura ai prepotenti.
Oggi son re; ma se si cangia il fato,
e torno ancora cittadino d'Itaca,
il re ritorna un umile soldato -.

Ulisse allora si rivolge all'Orso
e: - Amico, - esclama, - o amico poveretto,
quanto mutato d'animo e d'aspetto!
- Qual male? - all'uomo saggio
rispondeva il buon Orso in suo linguaggio.
- Per orso son ben fatto,
né devi giudicar che il bello sia
soltanto in una forma e in armonia
col tuo giudizio ovver col tuo ritratto.
Che se non credi ancora,
dimandalo a quest'orsa che mi adora.
Se ti dispiace, va',
lascia ch'io goda in pace
il mio far nulla e la mia libertà.
È bello quel che piace -.

Ulisse, il greco principe, si volta
al Lupo e, prevenendo la risposta:
- Fratello, - dice, - ah! quanto al cor mi costa
che tu sia così tristo doventato.
Tu fosti valentuomo un'altra volta
pronto a salvar gli armenti,
ed ora, Lupo cieco ed arrabbiato,
le pecore spaventi,
e di tue stragi fai pianger la bella
gentile pastorella.

- E ciò che importa a me, padrone Ulisse? -
il tristo Lupo disse. .
- E tu chi sei, che a me parli d'amore
e sensi di pietà?
Senza di me non vedo forse gli uomini
mangiar montoni e pecore
e nei villaggi spargere il dolore?
Uomo posso tornar, ma non umano,
per la mia fe', s'io miro
come in fraterne stragi l'uom deliro
insanguina la mano,
e Lupo di se stesso anche diviene.
Tutto sommato adunque il male e il bene,
visto, considerato
che scellerato vale scellerato,
e che d'essere Lupo ancor conviene,
non voglio cangiar stato -.

A quanti Ulisse fece la proposta
non ebbe altra risposta.
Grandi e piccini tutti preferivano
la libertà, l'aperta
aria dei boschi e il far quel che più pare
alla gloria difficile ed incerta
delle belle virtù.
E mentre si credean dai ceppi liberi,
cadevan di se stessi in servitù.

Avrei voluto, o Principe, un felice
argomento inventar, nel qual commisto
fosse l'utile al dolce: ma vi è noto,
Signore, come forma non si accorda
molte fiate all'intenzion dell'arte.
Ben venga Ulisse co' compagni suoi,
io dissi alfin, di cui l'esempio è vivo
ancor nel mondo; questi stolti (e sono
molti i seguaci) avran nell'alto e santo
sdegno del vostro cor giusto castigo.


II - Il Gatto e i due Passeri
(Al signor duca di Borgogna)

Fin dalla prima infanzia
un Gatto e un Passerino
all'ombra degli stessi Dèi penati
vivean, l'un nella gabbia,
e in un canestro l'altro a lui vicino.

Le mie due care bestie
facean spesse baruffe
col becco l'una e l'altra colla morbida
zampa. Non eran zuffe
tremende, no, che il tenero gattino
non armava d'artigli lo zampino.

Spesso con colpo secco
il Passero col becco
dai ferri gli rispose,
ma il Gatto compativalo.
Tra vecchi amici è sempre buono ed utile
non inasprir le cose.
Eran cresciuti insieme
in lunga consuetudine,
e più che in lotte estreme
finian le lotte in giochi ed in facezie.
Un giorno arriva a un tratto
un Passero a trovar il Passerino,
e ruppe l'armonia che il giusto Gatto
avea col suo vicino.
Mi spiego. Tra i due passeri seguia
ben presto una discordia:
e Mangiatopi disse: - In fede mia,
ad insultar costui vien l'amicizia.
Non voglio che un estraneo
venga a strozzar il mio vecchio vicino.
No, pei gatti immortali! - e frammischiatosi,
fece del tristo uccello un bocconcino.

Ma intanto ch'ei rosicchia
il forestiero uccello,
- Perbacco! - dice in cor, - un fegatello
scommetto che non è di questi passeri
più molle ed eccellente -.
E questa riflession naturalmente
indusse il Gatto scaltro
a rosicchiar in pace anche quell'altro.

Qual morale si può da questo fatto
tirar, lettori miei? Senza morale
la favola è un boccone senza sale.
Non è difficil spremerne l'estratto,
ma non vorrei sbagliare.
A voi lascio, Signor, l'indovinare.
Son giochi adatti al vostro genio; è stanca
la Musa e quello spirito le manca
che brilla in voi, Signore;
con lei son stanche tutte l'altre suore.


III - L'Avaro e la Scimmia

Un certo Avar (e sai che la passione
porta al furor) amava il mucchio grosso.
E ver che s'io non posso
usarlo, anche un tesor è inconcludente
e meno che niente,
ma quell'Avar specchiavasi nell'oro,
ne' suoi ducati, nelle sue doppione,
che del mare deserto su una riva
in un sicuro luogo custodiva.

Ben difeso dai ladri, ivi il vecchietto
s'inebriava d'un piacer, che a me
può mettere dispetto,
e a lui pareva invece un paradiso.
Solo, chiuso, dagli uomini diviso,
ei tutto il tempo suo solea passare
a contare, a contare, a ricontare.
Ma per quanto pigliasse immenso gusto,
non sapea dir perché,
il conto non venivagli mai giusto.

Stavolta la ragion era una Scimmia
più saggia, a senso mio, del suo padrone,
che, mentre egli era fuori, divertivasi
a gettare nel mar delle doppione,
che il vecchio, chiuso l'uscio a doppia toppa,
lasciava sulla tavola,
e ciò facea la somma sempre zoppa.

S'io confronto il piacer che questa bestia
provava nel gettare il suo denaro,
con quello dell'avaro,
non so qual sia più bello e più di spirito.
La gente anzi dimostra simpatia
(lasciamo star se è cosa ragionevole)
a chi più butta via.

Un dì che si sentiva Bertuccina
di far qualche dispetto,
prese un ducato nuovo dal sacchetto,
e quindi una sterlina
e quindi ancora delle piastre belle,
e con queste rotelle,
che fanno tanto correre i mortali,
giocava alle piastrelle.

È tanto il gusto e tanta
la sua rapidità,
che il mucchio a poco a poco se ne va.
Quando a un tratto il padron fe' risonare
la chiave nella toppa
e pose fine al gioco singolare.

Madonna Bertuccina molto destra
avria fatto volar dalla finestra
tutto l'argento fino e tutto l'oro,
gettandolo nel mar che tutto inghiotte,
e che di barche rotte fa tesoro.
Io nutro la speranza
e prego il ciel che meglio me li spendano
certi nostri ministri di finanza.


IV - Le due Capre

Quand'han mangiato, tratte da uno spirito
di libertà, le Capre ecco si sbandano
qua e là su per le bricche più deserte
in cerca di fortuna.
In luoghi senza strade e su per l'erte
rocce e su balze aeree,
che a vederle ti metton raccapriccio,
vanno queste signore ad una ad una
senza paura a spasso per capriccio.

Due Capre dal piedin sottile e candido,
ciascuna per suo conto, in luoghi andavano
tranquilli ed isolati dalla gente,
quando il caso le fece viso a viso
incontrarsi sul ponte d'un torrente
fatto d'un'asse sì meschina e stretta,
che a stento vi passava, io son d'avviso,
non che due grosse capre, una capretta.

Aggiungete che l'onda rapidissima
e assai profonda alle cornute amazzoni
dovette un poco far tremare il petto.
E tuttavia comincia una di qua,
e poi l'altra di là
a fare un passo su quel tronco stretto,
nessuna indietro torna
fin che quasi si toccan con le corna.

Così Luigi il Grande immaginatevi
che con Filippo quarto re di Spagna
s'incontrò un dì nell'isola,
che della Conferenza il nome prese.
Le nostre avventuriere già si toccano,
naso a naso, già vengono alle prese,
per non ceder nessuna, in mezzo al ponte,
entrambe fiere, insofferenti, impronte.

Ciascuna avea la gloria
di contare nel quadro di famiglia,
l'una la capra celebre
di cui, narra l'istoria,
fece un don Polifemo a Galatea,
l'altra quella che a Giove fe' di balia,
non men nota, Amaltea.

Con questi precedenti, anzi che cedere,
nell'acqua tutte e due precipitarono.
Avvien che spesso accada
questo accidente a chi della fortuna
cammina sulla strada.

Il Gatto e il Topo
(Al signor duca di Borgogna che aveva chiesto a La Fontaine una favola)

Per obbedir al giovinetto principe,
al qual propizio invoco oggi il Destino,
io devo intitolar questa mia favola
il Gatto e il Topolino.

Che devo dir? dipingerò di femmina
crudele il lusinghier dolce ritratto,
che con un cor si gioca, come vedesi
col Topolino il Gatto?

O pingerò della fortuna instabile
gl'inganni, da cui tratto è il poverino,
siccome tratto a perdizion di solito
dal Gatto è il Topolino?

O canterò d'un re, che vince e domina
della Fortuna anche il capriccio matto,
che ne arresta la ruota e allegro ridesi
de' suoi nemici come fa per celia
del Topolino il Gatto?

Ahimè! per questa strada io perdo il bandolo
e giro come ruota di molino,
se delle ciarle mie si ride il principe,
egli il Gatto sarà della mia favola
che burla il Topolino.


V - Il vecchio Gatto e il Topolino

Un Topolino senza esperienza,
caduto nelle zampe a un vecchio Gatto,
ne implora la clemenza
e crede di commuover Mangiaratto.

- Pietà, lasciami vivere,
un topolin sì piccolo
non può recar offesa
alla casa e al padron esser di spesa.
D'un chicco io vivo al moderato prezzo
e d'una noce m'arrotondo tanto
che quasi crepo in mezzo.
Son magro, aspetta almeno
a darmi a' figli tuoi
quando sarò più pieno -.

Così pregava il povero animale,
ma l'altro: - Caro, addio,
ti pare naturale
un tal discorso fatto a un pari mio?
Saresti men balordo
se la contassi a un sordo.
Gatto e vecchio giammai non la perdonano.
Muori dunque e discendi a raccontarla
questa tua bella ciarla
alle tre filatrici del diavolo.
I figli miei ci penseran da sé,
intanto io penso a me -.
Se vuoi che una moral adesso stringa,
è questa: - Giovinezza si lusinga
e spera d'ottener sempre pietà,
ma la vecchiezza viscere non ha.


VI - Il Cervo malato

Nel paese dei cervi un ricco Cervo
cadde malato. Accorrono gli amici
al mesto capezzale
a visitarlo e voglion sollevarlo,
o almeno consolarlo.
- Ma, cari amici, - esclama l'animale,
che già si secca della cortesia, -
cessi il pianto e lasciate ch'io men vada,
come van tutti, anch'io per la mia strada -.

Ma niente affatto. Quella processione
non si partì dal letto,
se non ebbe compiuta la missione
di togliere il respiro al poveretto.
E quand'ebbe compiuto il suo dovere,
andò, ma volle bere
prima alla fonte e pascolar nel prato
del povero malato,
e bevi e mangia, ed erba mangia e strame,
non lasciarono al Cervo che la via,
o digiunar, oppur morir di fame.

Così fanno a questi lumi
anche i medici e coloro
che ti curan la coscienza
e ti costano un tesoro.
O che tempi, o che costumi!
Ma che far? ci vuol pazienza.


VII - L'Anitra, il Cespuglio e il Pipistrello

Un'Anitra, un Cespuglio e un Pipistrello,
non trovando fortuna nel paese,
fanno una lega ed a comuni spese
vanno in cerca d'un sito un po' più bello.

Con agenti e commessi una gran banca
aprirono e un'azienda, in cui non manca
un registro, una penna, un calamaio.
Ma sul più buon scoppiò subito un guaio.

Tirato in stretti gorghi il capitale
e in un mar pien di scogli, in un momento
precipitò nel baratro infernale,
che dal volgo si chiama fallimento.

Ma il mio terzetto non strillò. Sapienza
è invece d'ogni straccio di mercante,
quando perde, di far sempre sembiante
che guadagna e salvare l'apparenza.

Ma questa volta il tonfo è così grande,
che la voce in un subito si spande:
senza denari, credito e soccorso,
eran ridotti a far ballare l'orso.

Con sbirri, e carte, e citazioni intorno,
con creditori indocili, indiscreti,
un momento non erano quieti
dallo spuntare al tramontar del giorno.

E congiuravan per trovar appigli
di non pagar; ma inutilmente, credi,
il Cespuglio cacciavasi fra i piedi
della gente per chiedere consigli;

tormentato dai birri iva anche lui
il Pipistrel negli angoli più bui,
e l'Anitra tuffavasi nel mare
la mercanzia perduta a ricercare.

Conosco debitori, che non sono
Pipistrelli, non Anitre e Cespugli,
ma nobiloni, i quali han questo dono
d'uscir per la scaletta dei garbugli.


VIII - Lite dei Cani e dei Gatti, dei Gatti e dei Topi

Sempre nell'universo la Discordia
regnò sovrana in tutti quanti i tempi,
come a mille dimostrano gli esempi.

L'aria, l'acqua, la terra, il foco stridono
sempre fra lor, ed oltre agli elementi,
non si fanno la guerra anche i viventi?

Ho sempre e in tutti gli ordini veduto
la gente a questa dea pagar tributo.

Con decreti solenni e indiscutibili
tra i molti Cani d'una casa e i Gatti
fu messa un po' di pace, a questi patti:

che chi mancasse agli ordini e alle regole
dei pasti e delle varie occupazioni
provasse della frusta le ragioni.

In un momento le bestie ribelli
divennero cugini, anzi fratelli.

Quest'amicizia così dolce e armonica
valea per gli altri più che le parole,
ma non durò più che la neve al sole.

Per cagione d'un piatto, od anche dicono
per un osso concesso a un prediletto,
scoppiò di nuovo la tempesta in ghetto.

(Qualcuno parla di parzialità
verso una cagna incinta... e chi lo sa?)

Comunque avvenne, questa babilonia
mise sossopra, a chiasso ed a rovina
il granaio, la sala e la cucina.

Si radunano i Cani e si lamentano
i Gatti, perché dicon che si fanno
violazioni tutte a loro danno.

Ribeccan gli avvocati e infin si vuole
vedere del decreto le parole.

Vanno dunque a cercar la cartapecora
che stava in un cantuccio sotterrata,
ma i topi se l'avevano mangiata.

Onde nuovo fracasso e nuove smanie
dei Gatti contro il popolo sorcino,
che vide decretato il suo destino.

I vecchi Gatti astuti, dalle buone
gambe, la casa tutta ripulirono.
Chi guadagnò stavolta fu il padrone.

Tornando al tema io dico che natura
ha stabilito ch'ogni creatura
abbia il suo contrapposto, e inutil è
di queste leggi il chiedere un perché.
Iddio fa ben ciò ch'egli fa, ciò basti,
umane genti, a vostra salvazione.
Il perder tempo sulle parolone
e a decifrar difficili contrasti
è cosa che vi stanca
e fa la barba bianca.


IX - Il Lupo e la Volpe
(Al signor duca di Borgogna)

Come avvien che del suo stato
non vi sia nessun contento?
Dal soldato spesso sento
invidiato
chi vorrebbe esser soldato.

Che una Volpe cerchi e voglia
far da lupo è naturale,
ma chi sa che non esista
qualche Lupo originale,
che in suo cor non trovi bello
il mestiere dell'agnello?

Fanciulletto questa cosa
hai narrato in bella prosa,
o gentil principe mio.
Oggi indarno provo anch'io,
vecchio bianco, all'argomento
far coi versi un ornamento.

Ardua impresa a quei che esprime
coll'impaccio delle rime
dare il garbo e dar quel sale
che tu versi naturale.

Pastor semplice qual sono
sulle canne io canto e suono,
e sebben non sia profeta,
il dover però m'incombe
in tua gloria un dì poeta
di dar fiato anche alle trombe.

Scritto è in ciel, e scritto è il vero,
che del principe cortese
le famose e grandi imprese
desteran più d'un Omero.
Il tuo core non c'incolpi,
se, lasciando i grandi eroi,
nel frattempo cantiam noi
lupi e volpi.

Disse al Lupo una Volpe: - O buon amico,
per il mio desinar non ho di solito
che qualche gallinetta o qualche antico
gallaccio miserabile
che a guardarlo ti toglie l'appetito.
In questo affar tu sei meglio servito,
e mentre intorno alle cascine io ronzo,
più libero tu vai pei boschi a zonzo.
Insegnami il mestier, Lupo mio bello,
e fa' ch'io sia la prima di mia gente
ad assaggiar la carne d'un agnello.
Vedrai che ti sarò riconoscente.

- Va ben, - rispose il Lupo, - è giusto morto
un lupo mio fratello,
andiamo e vestirai del vecchio morto
il ruvido mantello -.
E vanno, e dice il Lupo: - A te, mia cara,
a far la nuova parte adesso impara,
se vuoi sfuggire al fino accorgimento
dei cani dell'armento -.

La Volpe, tolta la sua pelle nuova,
ripete del maestro la lezione,
stenta in principio, ma prova e riprova,
impara il suo mestier a perfezione.
Quand'ecco arriva un gregge. Entra il novello
Lupo e vi sparge subito il terrore,
come Patròclo il dì, quando lo vide
entro l'armi vestito del Pelide
il popolo troiano, e vecchie e nuore
e madri tutte corsero a gridare
ai piedi dell'altare.

Così credette il popolo belante
veder cinquanta lupi in quell'istante.
Cani, pastori e pecore
fuggon lasciando un agnellino in pegno
che il falso lupo non pigliava a sdegno.
Se non che sul più buono,
udito un gallo a far chicchiricchì,
la Volpe pianta lì
la lezione, la pecora e il maestro,
e corre dietro di natura all'estro.

Che vale contraffare di natura
l'ingegno ed il formarsi un'illusione?
La vita all'artificio poco dura
e scatta sulla prima tentazione.

Da te, mio giovin principe,
ho preso l'argomento,
ho preso il sentimento e tal e quale
dialogo e morale.


X - La Gambaressa e sua Figlia

Io vedo spesso i saggi che fanno come i gàmberi:
quando toccar desiderano i più sicuri il porto,
camminano a ritroso. Così verso un contrario
punto coi remi tendono talvolta i marinari,
mirando a un altro, e intanto ingannan gli avversari.

Potrei questo mio tema con gran volo di penna
a qualche riferirlo nostro conquistatore,
che scioglie d'una lega a cento capi il bandolo
coll'arte sua segreta. Ancora non accenna,
e già fulmineo scende Luigi vincitore.

Invan cercano i popoli entro al suo cor di leggere.
Chi legge del Destino nel libro? è tempo perso.
Fatal trabocca il fiume e cento iddii son deboli
incontro a Giove. Io dico (e poi vengo alla favola)
che Luigi e il Destino conducon l'universo.

La Gambaressa un giorno alla figliola
dicea: - Come cammini? tu vai storta.
- E tu? - rispose la figliola accorta, -
come cammini? io sono alla tua scola.
Andar dritta non oso
dove tutti camminano a ritroso -.

Avea ragion, mi pare,
che l'esempio di casa tanto vale
nel ben, come nel male,
e fa gli stolti e fa gli uomini onesti
(ma più forse di quelli che di questi).

Del voltare le spalle or torno al tema:
e in certi casi, dico, è un buon sistema
che giova nel mestier anche di Marte,
purché si faccia a tempo e con buon'arte.


XI - L'Aquila e la Gazza

Dall'aria la regina, io dico l'Aquila,
in compagnia di monna Berta un giorno
(sì diverse fra lor di vesti e d'anima)
volavan d'un bel prato verde intorno.

Giunte in un luogo alquanto solitario,
la Gazza ebbe timor; ma la Signora,
che si sentiva per quel giorno sazia,
con parole amorose la rincora.

Poi dice: - Se il buon Dio dentro le nuvole
s'annoia a contemplar le stelle e il sole,
anch'io posso annoiarmi che son l'Aquila
sua serva... Orsù, scambiam quattro parole.

Discorriamo, rompiam questa tetraggine,
sorella mia, con qualche fatterello -.
E volentier ciarlò Gazza pettegola,
qua e là mettendo il becco, in questo, in quello.

Quel tal ciarlon di cui racconta Orazio,
che il bene e il mal dicea d'ogni persona,
non sapeva che cosa fosse chiacchiera
di fronte a questa Gazza cicalona.

Ella ch'è buona spia, tosto s'incarica
di riferir le grandi novità,
ascoltando, girando, e quindi all'Aquila
ridirà tutto ciò ch'ella saprà.

Ma l'Aquila, che già freme di collera,
- Addio, - grida, - ciarlona, resta qui:
non voglio alla mia corte una pettegola -;
e con piacer dell'altra sen partì.

Seder presso gli dèi non è sì facile,
come si crede, e costa immenso affanno.
Ciarloni, spie, persone a fondo doppio
a stento il posto lor vi troveranno.


XII - Il Re, il Nibbio e il Cacciatore
(Al principe di Conti)

Poiché son buoni, buoni desiderano
gli dèi che siano in terra i re.
Non perdonare, ma sol di fulmini
andar superbi santo non è.

Questa è legge per voi, Principe, in cui
non nasce quasi che già vinto muore
ogni corruccio. In ciò più che il Pelide
voi siete grande, il qual fu meno eroe
quel dì che schiava rese l'alma all'ira.
Di questo nome è sol degno colui,
che come già nell'aurea età, di mille
benefici beata empie la terra.
Pochi nascono grandi in questa nostra
umile etade, ed è sol grato il mondo
del mal che i grandi agli uomini non fanno.
Non che seguir questi comuni esempi,
per mille generosi atti, o Signore,
avrete più d'un tempio ove d'Apollo
del vostro nome suonerà la cetra.
Poi che sarete un secolo rimasto
nell'amplesso d'Imene in mezzo a noi
(né vuole oltre i cent'anni il desiderio
rimanere quaggiù) entro il palagio
andrete ove vi attendono gli dèi.
Imene intanto co' suoi dolci affetti
compone a voi corona ed alla sposa,
qual meritate, e qual possono i tempi
concedere quaggiù. Meno non vuole
l'alta bellezza di colei ch'è vostra,
né meno il valor vostro, onde nei primi
anni, senza rival, vi colma il cielo.
Nel suo spirto regale essa congiunge
e perfeziona ogni celeste incanto,
quel ch'è degno d'amor e in un di stima.
Ma per non dispiegar oggi ai profani
l'intime gioie, qui m'arresto e passo
a rimar quel che fece un uccellaccio.

Da vecchio tempo possessore un Nibbio
del suo bel nido, in mano
un giorno cadde a un Cacciator. Costui
presentasi al Sovrano
e pensa fargli un don degno di lui.
Ma l'uccellaccio, giunto innanzi al re
(se pure il fatto apocrifo non è),
sul naso gli saltò
coll'unghie e lo graffiò.

- Che! che! graffiar sua Maestà? Che caso!
Non aveva ei corona e scettro in mano? -
Che fa lo scettro e la corona? il naso
d'un re val quello d'ogni cristïano.
Corre, grida la gente
e si agita la corte,
ma impassibile il Re si mostra e forte.
Che strilli un re vi par forse decente?

Sopra quel naso lo sfacciato uccello
come nel proprio nido si accovaccia;
invan grida il padron e col zimbello
cerca attirarlo e invano lo minaccia.
Ridendosi di lui, dell'altra gente,
avresti quasi detto
che s'era persuaso
il Nibbio maledetto
di passar la sua notte dolcemente
su quella sacra maestà di naso.

Quando alfin si risolse e prese il volo,
- Lasciatelo partir, - disse il Sovrano, -
e parta anche costui, ma senza duolo.
Ognun fa come può, da nibbio in nibbio
e da villan villano.
Non resta dunque a me
che d'operar da re -.

Ammirano ministri e cortigiani
quella bontà che imitan così poco.
Quanti sono anche i re di questi tempi
ch'aman seguire i generosi esempi?
Il Cacciator partì, lieto che in gioco
finisca la faccenda, ed impararono
uccello e pastricciano
ch'è bene gl'illustrissimi
padroni riverirli da lontano.
Del resto io riconosco
ch'eran felici, se cresciuti liberi
non conoscean che gli uomini del bosco.

Nacque Pilpay che questa istoria scrisse,
sul Gange e sempre in quel paese visse
ove dell'animal sacra è la vita.
Nessun mortal, nessun osa dei re
spargerne il sangue e dicono il perché:
forse lo spirto egli è di qualche principe
che seme ad Ilio fu di grandi eroi,
ciò ch'egli fu non può diventar poi?
Secondo quel che predica Pitagora,
in un cogli animali cangiam noi,
oggi scorpioni od uomini
diman pesci o volatili
che solcan l'aria... e creda chi vuol credere.

Del Nibbio, o falsa o vera
che sia la bella favola,
la contan pure in quest'altra maniera.
Un falconier che preso aveva in caccia
un Nibbio (uccel difficile a pigliare),
al re ne fece dono,
come si fa colle cose che sono
più peregrine e rare.
Prender un nibbio vivo
è il non plus ultra per un falconiere,
e capita di rado di vedere.

Pien di smania e di zelo il Cacciatore
come non fu giammai
si mette in mezzo ai cortigiani e spera
trovar la maniera
di far la sua fortuna collo strano
uccello sulla mano.
Ma l'animal selvaggio, che non è
abituato agli usi del paese,
cogli artigli di ferro il naso prese
del suo padron e il viso gli graffiò.
- Ahi! ahi! - questi gridò.
Ridono i cortigiani e ride il re.

Il riso fa buon sangue e dico il vero
che non avria ceduta la mia parte
nemmen per un impero.
Che un papa sappia ridere
in fede mia non giuro,
ma un re col viso oscuro,
che storcere la bocca mai non sa,
mi fa proprio pietà.

Piacer dei Numi è il ridere,
e in mezzo al grave affanno,
che gli affari del mondo in ciel gli dànno,
ride il buon Giove e ridono
con lui tutti gli dèi che intorno stanno.
Così quel dì che zoppetto zoppino
venne col fiasco in mano
il dio Vulcano,
si sfasciò dalle risa, a quel che narrano,
papà Giove divino.

Lasciamo questa storia
e se gli dèi fecero bene o male:
e invece, della favola
tiriamo una morale:
ed è che fra i viventi
il numero maggior fu sempre ed è
dei falconieri sciocchi, che dei re
pietosi ed indulgenti.

XIII - La Volpe, le Mosche e il Riccio

Sulle piaghe e sul sangue una ferita
Volpe, dei boschi vecchia abitatrice,
fuggendo, si traea quel parassita,
che in linguaggio volgar mosca si dice.

Ed accusava col destin gli dèi,
che a quella fin volesser condannarla...
È dura, che una Volpe come lei
dovessero le Mosche anche mangiarla!

- A sciami ecco si gettano, - dicea, -
su me, che son dei boschi la padrona,
e Dio la coda inutilmente crea,
se di cacciarle adesso non son buona.

È dunque questa coda inutil peso?
Oh! maledica il ciel questo importuno
animal, che ti succhia il corpo offeso
e dovrebbe succhiare un po' per uno -.

Rispose al malinconico lamento
un nuovo personaggio, il Riccio, il quale
d'infilzare si offriva a cento a cento
le Mosche colla punta dello strale:

- Poveretta, così libero te
da queste bestie che non han pietà...
- No, no, se tu lo fai, povera me! -
gridò la Volpe, - lascia, in carità...

lascia che mangin queste che son piene;
se le cacci dal corpo mio piagato,
un altro sciame subito ne viene
più feroce che ancor non ha mangiato -.

Aristotele aggiunse un po' di frangia
a questa fiaba e disse per morale
che il mondo è pien di gente che ci mangia,
cortigiani, avvocati e gente tale,
che nel paese nostro mangian meno
solo quando ciascuno ha il ventre pieno.


XIV - L'Amore e la Follia

Amor è un gran mistero:
mistero i dardi, la faretra, il foco,
e dell'infanzia sua mal noto è il vero.
Non io pretendo adesso
in pochi versi movergli il processo
e spiegar questa scienza, che, confesso,
vuol tempo per chi sa ben decifrarla.
Ma voglio colla solita mia ciarla
narrar soltanto come il cieco iddio
perdesse gli occhi e il mal che ne seguì,
un mal, che a parer mio
potrebbe essere un ben... Ma in questo affare
agli amanti rimetto il giudicare.

Amor giuocava un giorno in compagnia
della Follia.
Aveva il fanciullino in quell'età
aperti gli occhi ch'ora più non ha.
Nata una fiera disputa,
voleva Amor portarla innanzi ai Numi,
ma la Follia, perduta la pazienza,
gli die tal colpo che gli spense i lumi.

Venere, donna e madre, a quella vista
alza le strida e stordisce gli Dèi.
Giove dal cielo e Nemesi
e tutti insieme accorrono con lei
i giudici d'inferno.
La madre piange e narra della trista
l'orrenda azione,
e come il suo bambin non possa, ahi! moversi
senza bastone.

Non c'è pena sì grande,
che corrisponda ad opre sì nefande;
ma poi che riparata esser dovea
l'ingiuria, visto il caso, il danno, il male,
e visto l'interesse generale,
la corte mise fuori questa grida:
- Sempre Follia faccia all'Amor di guida!


XV - Il Corvo, la Gazzella, la Testuggine e il Topo
(Alla signora de La Sablière)

Bello io volevo un Tempio a voi, Signora, in queste
mie carte dedicare,
un Tempio su quell'arte divina fabbricare
che vince il tempo, al vostro bel nome assicurato.
Avrei scritto sull'arco: "Palazzo dedicato
ad Iride celeste".
Iride, non già quella
ch'è di Giunone ancella:
Giove e Giunone a questa saranno, sto per dire,
superbi di servire.
Avrei fatto nel mezzo tra raggi luminosi,
e tra gli dèi d'Olimpo, la vostra Apoteosi.

Dipinti andrìan dei fasti di vostra vita i muri,
segni non già d'oscuri e cupi avvenimenti
ai popoli presenti.
Ma in fondo al Tempio immagino nei dolci tratti il viso,
il guardo, il bel sorriso,
e quella che innamora
bell'arte di piacere che pur se stessa ignora.

A questo altar verrebbero, al solo cenno mio,
mortali, grandi eroi,
ed anche forse un dio.
Sì, ciò che il mondo adora
s'inchinerebbe a voi.

Il Topo, la Testuggine, il Corvo, la Gazzella
vivean insiem d'accordo in bella compagnia.
Un certo angolo oscuro asilo a lor offria
lontano dagli sguardi dell'uomo esploratore;
ma fruga l'uomo in fondo
del ciel, del mar, del mondo,
e nulla sfugge all'occhio indagatore.

Gazzella in bocca a un cane (strumento maledetto
che serve al gran diletto dell'uomo cacciatore)
un dì quasi cadea,
ma così ben fuggì che la sua traccia
perdette il can da caccia.

All'ora della cena disse agli amici il Topo:
- Gazzella ci dimentica, dov'è?
Noi siam soltanto tre.
- O Corvo, avessi l'ali, - soggiunse la Testuggine, -
e subito vorrei
volar, cercar di lei,
se mai cattiva stella
(il cor è un triste astrologo)
nuoce alla bestia dalla gamba snella -.
Il Corvo apre le penne e vola come il vento
e giunge in quel momento
che proprio la Gazzella poveretta
invano dibattevasi in una rete stretta.
Ai suoi compagni subito rivola
il Corvo e in vane chiacchiere
non perde il tempo, in come, in quando, in quamquam,
come farebbe un professor di scuola.

Ma tien tosto consiglio, e in esso vien trattato
che i due che son più lesti
si rechino sul luogo che fu da lui segnato,
e l'altra a casa resti
a custodir la porta. Testuggine è sì lunga
a camminar che ha tempo di morire
la poverina, innanzi ch'ella giunga.

E vanno il Corvo e il Topo là dove la compagna
Capretta di montagna sen giace prigioniera.
Invece d'obbedire
sen volle anche la stupida Testuggine partire
e muove alla sua povera maniera,
colla sua gamba corta
e con quel guscio che sul gobbo porta.

Va Rodicordicelle (il nome è di diritto)
i lacci a rosicchiare della gabbia.
Addio, Gazzella! Quando il cacciator rediva,
il Topo scompariva in una macchia,
il Corvo sopra un albero fuggiva,
Gazzella iva in un bosco ov'è più fitto...
e il cacciator disfoga la sua rabbia
sulla lenta Testuggine che arriva.

- Tu pagherai per tutti, - gridò quell'uomo a modo, -
e della magra zuppa farai squisito il brodo -.
Ciò detto, in un suo sacco la ripone.
Ma il Corvo che sull'albero faceva da spione,
vola nel bosco in fretta
e chiama la Capretta
che uscì per un istante,
e fingendosi un poco zoppicante,
attrasse l'uomo a sé,
che per meglio inseguirla, in terra getta
il sacco e quel che c'è.
Rode la cordicella ancora e disviluppa
il Topo il sacco, e libera la sua minor sorella,
e lungo restò il brodo della zuppa.


XVI - La Foresta e il Boscaiolo

Avendo un Boscaiol rotto o perduto
il legno che fa manico alla scure,
non così presto v'ebbe provveduto,
che la Foresta
non facesse frattanto un po' di festa.

A lei quindi volgendosi, umilmente
la prega di voler lasciarsi un unico
ramo strappare molto dolcemente,
per poter fare un manico alla scure.
Promise pure
che sarebbe partito a cercar pane
in terre più lontane,
lasciando intatte l'alte querce e cheti
i venerandi abeti.

L'innocente Foresta all'uomo indegno
guarnì di nuovo legno
il luccicante acciaro,
ma il beneficio suo pagò ben caro.
Perché colui la sfronda e la dispoglia,
non dando ai rami teneri perdono.
Geme la selva del suo stesso dono.

Così fa il mondo e i suoi seguaci fanno,
che volgon spesso in danno
di quelli che lo fanno il benefizio.
Stanco son di parlarne e vado via,
ma tuttavia
qual uomo al mondo c'è che non si duoli,
vedendo i dolci rami in terra sparsi?

E se non piangi di che pianger suoli?
Invano io grido e chiamo alcun che m'oda:
abuso, ingratitudine
saran sempre di moda.


XVII - La Volpe, il Lupo e il Cavallo

Una giovine Volpe, ma di quelle
che son maestre in ogni furberia,
la prima volta che incontrò per via
il Cavallo, esclamò verso un novizio
Lupo: - Vedessi, oh grande meraviglia!
Un grazioso animale ben formato
vieni a veder che pascola nel prato -.

E il Lupo: - Scusa, amica,
è più forte di noi? tu mi dovresti
a buon conto dipingerne il ritratto.
- Sol ch'io fossi pittor te l'avrei fatto,
per non tardare a te questo piacere,
ma vieni e lo potrai tosto vedere.
Chi sa che anche non sia
un buon boccon che il cielo ne riserba? -

E vanno, e in mezzo all'erba
trovan la bestia.
Un poco stette in dubbio
quando il Caval li vide,
se rimaner od infilar la via,
ché di tal gente non avea diletto.
Ma vien la Volpe e dice: - In cortesia,
il tuo nome qual è? con tuo rispetto
noi siamo servi tuoi.

- Il mio nome? - risponde lor con arte
il mio Cavallo, furbo la sua parte, -
il calzolaio l'ha voluto scrivere
sulla mia suola, e se sapete leggere... -
Ma la Volpe si scusa: - Ahimè! di poveri
parenti son la povera figliuola,

e l'uscio non toccai mai d'una scuola.
Io leggere non so,
ma c'è qui messer Lupo, che di nobile
famiglia scende e legge senz'occhiali,
e questo pregherò -.

Lusingato il buon Lupo a udir cotali
elogi, al piede il muso avvicinò.
Ahi trista vanità!
Pronto il Cavallo un tal calcio gli sferra,
che sanguinoso in terra
coi denti rotti voltolar lo fa.

La Volpe esclama: - Ora bisogna credere,
fratello, a ciò che m'hanno predicato
e che sul muso questo t'ha stampato -.
Il saggio, la sentenza così grida,
di ciò che non conosce non si fida.


XVIII - La Volpe e i Tacchini

Contro i frequenti assalti
d'una Volpe ai Tacchini era una pianta
fortezza inespugnabile.
La perfida sprecava i suoi bei salti,
che sempre in sentinella eran le bestie
contro le insidie. Ond'ella si rodea.
- Costor, - dicea, - si vogliono burlare,
ma per gli dèi! scommetto che una volta
o un'altra saprò ben farla pagare -.

E mantenne il suo dir. Splendea la luna
lucida a favorir l'accampamento
del tacchinesco esercito.
E la Volpe, maestra in argomento
d'assediar città,
ricorse al vecchio sacco delle astuzie.
Salta di qua, di là,
balla sui piè, fa il morto, fa il risorto,
con tanta abilità,
che nessun Arlecchin meglio non sa.
Spiega la coda al bel lume d'argento
ed i Tacchini in guardia sulla pianta
con cento lazzi incanta.

Ma il tener l'occhio fisso e sempre teso
in un oggetto fa che del nemico
si confonda la vista entro una nebbia
quasi di sonno; e tratto dal suo peso
qualcun già casca addormentato e stanco.
A lui la Volpe il fianco
addenta e il porta, nella sua dispensa.
Poi casca un altro, un terzo, e mezzo infine
l'esercito nell'ugne sue volpine.

La paura del mal è l'occasione
che tira qualche volta in perdizione.


XIX - Lo Scimmiotto

Un Scimmiotto di Parigi
prese moglie; ma il carattere
bestial del bestïone
fe' morir la buona scimmia
sotto i colpi del bastone.

Mentre i figli al triste fato
della madre versan lagrime,
il marito innalza grida
che diresti ch'egli rida.
E già cotto innamorato
d'altre scimmie
un'eguale cortesia
lor prepara di bastone,
mentre affoga la passione
dentro i fiaschi all'osteria.

O sia scimmia o sia scrittore
(e quest'ultimo è peggiore)
Dio ti salvi dalla greggia
della gente che scimmieggia.

XX - Il Filosofo di Scizia

Per far la vita sua men lunga e trista
un rigido Filosofo di Scizia
correa la Grecia, quando venne un giorno
d'un vecchierello all'umile soggiorno.

Degno di grande riverenza in vista
pareva il vecchierel di cui Virgilio
narra, felice come i re, beato
come gli dèi nel suo povero stato.

Egli sen stava colla ronca in mano
nel suo giardin e agli alberi gl'inutili
rami toglieva e la crescente chioma,
felice più che adesso il papa a Roma.

Toglieva, recideva il troppo e il vano,
di qua, di là, sicuro: onde il Filosofo
gli chiese: - Perché strazi la natura?
- Perché, - disse, - mi paghi con usura -.

Sembrava al pellegrin poco da saggio
questo tagliar, quest'oltraggiar la vergine
natura colla falce. Basta il danno
che il Tempo fa colla gran falce ogni anno.

- Nessun, - rispose il vecchio, - reco oltraggio
rimovendo il superfluo, ma gli sterili
rami togliendo, fo che i sani arbusti
fioriscano più fertili e robusti -.

Lo Scita torna a' suoi luoghi infelici
piglia la falce e taglia... ma corbezzoli!
In lungo e in largo taglia e pare ossesso:
poi vuol che il suo vicin faccia lo stesso.

Ma colle foglie tolse le radici
e i rami schietti e fa il suo campo squallido,
abbattendo così senza ragione,
senza osservar né luna, né stagione.

Vedi in costui l'immagine di tanti
ed indiscreti stoici, che l'anima,
per volerla sfrondar dal sentimento,
fanno morir d'aridità, di stento.

Chi la passione al cor toglie e gl'incanti,
col male tronca il ben e i dolci stimoli.
Gridiam, gridiam contro un'iniqua schiera
che ci porta la notte innanzi sera.


XXI - L'Elefante e la Scimmia di Giove

Aveva l'Elefante contro il Rinoceronte
gran lite a chi toccasse gli onori del comando,
e già stavano in campo armati fronte a fronte
per definir l'ingrata grande querela, quando
si disse che una Scimmia dal ciel era arrivata
col caduceo, di Giove ministra, in ambasciata.

Smorfietta era il suo nome, e l'Elefante, il quale
credea che quella visita non fosse che un onore
da Giove tributato all'alto suo regale
poter, mosse a ricevere tosto l'ambasciatore.
Ma fu un incontro tiepido, anzi capì che punto
rumor della gran lite nel ciel era ancor giunto.

Si tratti d'una mosca ovver d'un elefante
poco ai celesti importa. Onde la bestia degna,
per avviar la storia, fattasi un poco avante
- Il nostro buon Cugino, - disse, - che in cielo regna
e gli altri Numi avranno presto il divertimento
di contemplar dall'alto un gran combattimento.

- Quale combattimento? - disse la Scimmia attenta.
E l'altro: - Non udiste lassù della gran guerra
che Elefantide al regno Rinoceresco intenta,
che sono due nazioni di prim'ordine in terra?
- Sarà, - disse la Scimmia, - ma di codeste cure
gli dèi lassù nel cielo non si occupan neppure -.

Sorpreso e vergognoso l'altro riprese: - E allora
perché tu sei discesa oggi fra noi, signora?
- Di tutto Iddio la cura nel cielo si riserba,
e venni oggi a dividere un fuscellino d'erba
fra due formiche. Intanto non sanno gli Immortali,
ovvero non si curano dei fatti vostri ancora.
Piccoli e grandi agli occhi dei Numi sono eguali.


XXII - Un Pazzo e un Saggio

Coi sassi un Pazzerello un dì seguia
un Saggio per la via,
che a lui rivolto, disse: - È bello il gioco,
ma tu lavori troppo e pigli poco.
Prendi uno scudo, to'...
(per quanto io posso, amico mio, ti do):
meglio i tuoi conti invece tu farai,
se i sassi tirerai
a quell'uomo laggiù, guarda, che passa
che ha molti scudi in cassa -.

Il Pazzo, del denar tratto alla gola,
prova a fare con lui la sassaiola,
ma questa volta altre monete suonano.
Servi e staffieri accorrono,
lo piglian, lo bastonano.

Mai non manca un buffone
nella casa dei principi, che faccia
alle tue spalle ridere il padrone.
Se tu sputare in faccia
non osi, aizza il can contro un potente,
che sappia bastonare il maldicente.


XXIII - La Volpe Inglese
(Alla signora Harvey)

Col buon senso s'accorda in voi buon cuore,
Signora, ed altre belle qualità,
come sarebbe a dir, la nobiltà

del sentire e l'ingegno e il lieto umore,
non che l'arte ingegnosa
d'intendere ogni cosa e dolcemente
commovere la gente.
Nella fortuna lieta e nella misera
sempre leale amica,
per quanto io canti e dica - il panegirico
sempre è minor di voi, cui meglio piace
breve la lode o il labbro che si tace.

Taccio, ma in tenue rima,
lasciate che l'onor, la gloria esprima
di quella terra che nel cor vi sta,
dico Albïon, ove la gente è grave
ne' pensamenti e forte d'onestà,
che delle cose suol guardare in fondo,
e tiene in man la chiave
d'ogni saper nel mondo.

Né questo io dico già per far la corte.
Non son gli inglesi acuti
d'ogni argomento a penetrar le porte?
Perfino i cani in quel paese là
sono più fini e astuti,
perfin le volpi, come sto per dire,
dimostrano una rara abilità.

Una maligna Volpe d'Inghilterra,
per trarsi da un pericolo imprevisto,
ricorse a un stratagemma non mai visto.
Ridotta quasi agli ultimi,
inseguita da cani di buon naso,
ai piedi di un patibolo
un dì giungea per caso,
ove altre volpi e gufi e tassi e cento
animali di tristo sentimento
in aria grave
esempio al passeggier pendean da un trave.

La Volpe, stanca e rotta, si distese
in mezzo ai morti, come fece Annibale
allor che inutil rese
la caccia dell'esercito romano,
e, vecchia volpe, uscì loro di mano.
I Cani della muta giunti al campo,
dove la Volpe finge l'impiccata,
di tale abbaiamento empion le nuvole
che il padrone rispose alla chiamata.
E fattili tacer guarda e non vede
la bestia e non sospetta il tradimento.
Della forca si arresta intanto al piede
perché dei cani il grande abbaiamento
non accenna più in là, dove stan questi
buoni impiccati onesti.

- L'avrà qualche villan ricoverata, -
dice, - ma tornerà. Non sempre è bene
quello che ben per una volta avviene -.
Un altro giorno ancor perseguitata
torna la Volpe all'artifizio vecchio
di salir su quell'orrido apparecchio
e di far come prima l'impiccata.
Ahimè! scoperta e còlta
ci lasciò le calzette questa volta.

Quel bravo cacciatore certamente
non avrebbe trovato un così fino
e pronto espedïente.
Agli inglesi non manca già lo spirito,
tutt'altro, ma non fanno
quel conto del destino
che salva spesso da un estremo danno.

Or torno a voi, Signora, e non mi chiama
desio di nuove e graziose fole;
adulazion la cetra mia non ama
né cerco io già con lusinghieri accenti
andar famoso tra straniere genti.
Un re del vostro amore non indegno
dicea che un piccol segno
d'amor vale un volume di parole.

Udite adunque di una stanca musa
l'estreme voci ch'ella innalza a voi,
di sua pochezza timida e confusa.
Pago sarò se de' favori suoi
l'onorerà con voi,
diva d'amor, l'amabile Mancini,
che muta d'Albïon le fredde nebbie
di Cipro nei giardini.


XXIV - Il Sole e le Rane

Le rauche degli stagni abitatrici
al Sol d'ogni soccorso e protezione
andavan debitrici.
Né povertà, né guerra, né disastri,
mercé questo gran re di tutti gli astri,
turbavan degli stagni la nazione.
Queste Rane (chiamandole alla fine
col nome lor non reca disonore),
quest'umide regine
osaron contro il Sol levar le ciglia
e maledire al lor benefattore.

Imprudenza, superbia, ingratitudine,
e quanti mali aduna
dentro i cuori leggieri la fortuna,
fecer tanto gridar questa insolente
razza, che il sonno ne perdé la gente.

Sollevar esse credevano
ogni buona creatura
col gracchiar, col rauco stridere
contro l'occhio di natura.
Chi credeva alle parole,
sgocciolar dovea del Sole
la candela e in un momento
spuntar schiere a cento a cento.
E se un cenno, un piccol passo
ei faceva a quei rumori,
era un correre
di gracchianti ambasciatori,
spaventati
degli stagni per gli Stati.
A sentirle in conclusione
iva il mondo in gran sconquasso
per tre rane cicalone.

Non sperar mai di vedere
che le rane un giorno imparino
l'arte bella di tacere.
Ma se il Sole un dì si mette
sui puntigli, poverette!


XXV - La lega dei Topi

D'un certo Gatto un Sorcio avea paura
che sempre lo spiava sulla via.
Che fare? volle andar per la sicura
e consultò un vicin molto potente
che aveva una topesca signoria
in luogo ben difeso,
e si vantava che di gatto il dente
né zampa mai di gatta
a lui l'avesse fatta.

- Caro fratel, per quanto io voglia o faccia, -
rispose il fanfarone, -
da sol non posso cacciar via la bestia,
che sempre ti minaccia.
Aduniamoci invece ed al birbone
un tiro potrem fare.
Ti pare o non ti pare? -
Il Sorcio fa una grande riverenza,
salta quell'altro tosto in diligenza,
e corre dove sa che si radunano
molti Topi in consiglio entro un armadio
a mangiar, schiamazzando, d'un cortese
lor ospite alle spese.

Arriva, il petto ansante e col polmone
in bocca. - Ebben che c'è? - dice un collega.
E il Topo in due parole a loro spiega
la grande questione
ond'ei si mosse e che lo fa parlare.
È tempo di finirla e castigare
messer Moina, che da un pezzo in qua
il suo peggior non ha.
Questo Gatto, il diavolo dei gatti,
se non avrà più sorci, è naturale
che senza pepe metterci, né sale,
mangia dei Topi. - È ver, su, su, corriamo,
andiamo, combattiamo! -
Invan le spose piangono, la terra
risuona d'un fragor alto di guerra.

Ciascun provvede ai casi del viaggio
e mette dentro al sacco per foraggio
un pezzo di formaggio.
Parea che a danza e non a morte andasse
ciascun di loro, e lieto suona il canto.
Il bravo Gatto intanto,
che già teneva il Sorcio per la testa,
a fargli preparavasi la festa.
Per liberarlo i Topi ecco si avanzano.
Senza lasciar di stringerlo
nei denti, il Gatto rugge...
fa un piccol passo... e l'esercito fugge.
Nei buchi si rimpiattano
per timore di peggio e stanno in guardia,
quando alcuno esce fuori sulla via,
che il Gatto non ci sia.


XXVI - Dafni e Alcimaduri
(Alla signora de la Mésangère)

O figliuola gentil d'una gentile
madre, per cui son teneri e devoti
oggi ancor mille cori (e qui non conto
i rispettosi amici e quei che in petto
celan la fiamma d'un segreto amore),
tra l'una e l'altra voglio far che un poco
di questo incenso, ch'io raccolgo in cima
del Parnaso, oggi salga condiviso.
Un segreto io posseggo, il qual ne rende
gradito il fumo. Io vi dirò... che cosa?
Dir tutto è troppo quel che canta in core,
e, già per gli anni affievolita e stanca,
è forza ch'io riduca oggi la voce
a pochi temi e su modesta lira.

Io dunque loderò solo del vostro
core la tenerezza e le soavi
grazie e gli affetti e i nobili pensieri,
di cui non vi saria nel mondo esempio
tranne che in voi, se non vivesse quella
che di grazia vi fu madre e maestra.
Voi procurate di salvar sì belle
rose dai troppi spini, il dì che Amore
a voi dirà con voce più gentile
queste ch'io canto flebili parole,
Amor, che acerbo sa punir chi sordo
alle parole sue chiude l'orecchio.

Alcimaduri vaga pastorella,
crudel, non men che bella,
Amor disprezza ed i potenti strali,
e fiera e forte e per le balze snella,
per boschi e prati come avesse l'ali
dietro il capriccio va,
diversa in ogni cosa
dall'altre e più sdegnosa
tranne in quella beltà
che più crudel la fa.
Tutto è piacente in lei, fin quello sdegno
ond'è superba... Or che saria se alcuno
di lei trovasse degno?
Dafni, giovin pastor, nobile e baldo,
che il cor si sente caldo,
invan sospira un guardo, invan impetra
una parola da quel cor di pietra.
Onde pensa morir. Un giorno il passo
ferma alla porta dell'amato bene,
e al vento confidando l'aspre pene,
chiede e sospira invano
ch'apra la porta la pietosa mano.

Alcimaduri fra le sue compagne
celebrava il bel dì della sua festa,
al fior di sua bellezza sulla testa
cingendo i freschi fior delle campagne.
- Oh! potessi morir, dolce tesoro, -
grida il meschin, - davanti a questa porta!
Ma invano questo estremo bene imploro,
da chi ricusa ogni altro ben gentile
e me riguarda come cosa vile.

Me morto, il padre mio, com'ha promesso
al moribondo amante,
ti porterà del mio picciol possesso
i frutti ch'io sacrava ai santi dèi,
e ad essi aggiungo gli agnelletti miei,
e lo stesso mio can... Del tuo sembiante
vorran gli amici un bel tempio adornare,
ove di freschi fiori
rivestiran l'altare.

Di questo tempio al basso
al passeggier dirà l'umil mio sasso:
"Dafni morto d'amor. Ti ferma e piagni
la sciagurata sorte.
Alcimaduri me condusse a morte" -.

A queste voci tenere si spense
dalla Parca sospinto e dal dolore
il giovine pastore.
Ella invece danzante, ilare, e in festa
esce e nemmen si arresta
a sparger d'una lagrima la terra
che tanto amor rinserra!
E mentre danza e ride
alla statua d'Amor ilare intorno,
questa si rompe in mezzo
e col suo peso la fanciulla uccide.
Voce dal cielo intanto si diffonde,
a cui l'eco risponde:
- Amate, amate, la crudele è morta -.

Rabbrividì di Dafni il nudo spirito
di Stige all'atra porta
quando apparir la vide,
e stupefatto alle parole infide
stette il Regno infernale
quand'ella favellò... stette il pastore
rapito come Aiace alle lusinghe
del furbo Ulisse e quale
Didone innanzi al grande traditore.


XXVII - Il Giudice, l'Ospitaliero e il Solitario

Tre santi, tutti e tre caldi e zelanti
di lor salute eterna, per diverse
vie camminando ad una mèta stessa
(poi che tutte le vie menano a Roma),
in tre diversi modi al ben dell'alma
provvedeva ciascun.
L'un visto i triboli
e l'angherie vedute che trascinano
seco i processi e quel che vi guadagnano
i legulei, pensò di farsi giudice
gratis, amore Dei... senza specifiche.
E destino fatal, sembra, degli uomini
che mezza vita, o per tre quarti, o tutta
passin fra loro in velenosa lite.
Onde il nostro, buon uomo e conciliante,
volle quasi guarir la razza umana
da questa smania.
L'altro invece (e il lodo)
preferì gli ospitali. Il dar soccorso
ai mali è carità ch'io molto apprezzo
sopra l'altre virtù. Fu sempre il mondo
pien di dolori e piaghe, e il nostro pio
ebbe molto da far senza la molta
pazienza. - O Dio! - borbottano i malati
impazienti, crucciosi, noiosi.
Come se all'uno sì, all'altro no
facesse preferenze, e questo e quello...
Ma codeste tristezze erano un nulla
in paragon de' guai, degli imbarazzi
in cui si dibattea l'uom della legge.
Nessun n'era contento e la sentenza
irritavali tutti, anzi accusavanlo
di tenere due pesi e due misure
e una falsa bilancia...
Un giorno il nostro
sant'avvocato corre in cerca e trova
all'ospital il santo degli infermi,
e coll'alma trafitta e titubante
per dover disertar contro gli assalti
il campo, in fondo a un solitario bosco
vanno il pianto a versar delle lor pene.

Entro un'orrida grotta ivi ed accanto
a un limpido ruscello, ove non scende
raggio di sole e dove il vento tace,
trovano il terzo santo e a lui consiglio
richieggon per la vita.
- Egli bisogna, -
risponde l'eremita, - in sé soltanto
attingere consiglio. E chi conosce
i nostri mali meglio che noi stessi?
Conoscere se stessi è il gran precetto
che a noi comanda il Padre onnipotente.
Qui nella pace e non fra il mondo insano
se stessi è dato di trovar. Se l'onda
agitate, l'immagine si turba
di chi si specchia, e la poltiglia è densa
nube che appanna del cristallo i raggi.
Fratelli miei, lasciate che riposi
l'anima vostra. Nel silenzio verde
del deserto l'immagine perduta
troverete di voi -.
Tacque e seguito
fu il suo consiglio salutare e pio.

Non dico io già che debbansi le cure
fuggir del mondo. Poi che il mondo è pieno
di liti, di malanni e vi si muore,
occorrono i dottori e gli avvocati,
di cui penuria non avrà giammai
la terra. È bello, è buon dietro gli onori
e sui guadagni correre, ma quanto
in queste cure, ahimè, l'uomo si oblìa!

O voi, nelle faccende affaccendati
o magistrati, o principi, o ministri
voi tra mille accidenti avvolti e stretti,
voi cui sferza il dolor, guasta fortuna,
quando di voi, quando d'altrui coscienza
v'è concessa? se un poco si raccoglie
è dall'adulazion rotto il pensiero.

Questa bella morale al lungo tema
ponga termine alfin, e possan quelli
che questo tempo chiameranno antico
trarne succo vital. Ai prenci, ai dotti
la raccomando. Una miglior sentenza
dove trovar da porre in fondo al libro?

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