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I piaceri viziosi
Titolo:I piaceri viziosi
Autore:Lev Nikolaevič Tolstoj
Lingua:Italiano
Lingua originale:Russo
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Pubblicato il:2014-01-11
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I LIQUORI ED IL TABACCO
I.
Qual'è la vera causa dell'enorme consumo che fanno gli uomini di tutte le specie di eccitanti e di narcotici, come il vino, l'acquavite, l'ascisc, l'oppio ed alcuni prodotti meno noti e meno in uso, come la morfina, l'etere, e parecchie altre sostanze analoghe? Qual'è l'origine di questa abitudine presa da quasi tutti gli uomini, e perchè mai questa abitudine si è sparsa con tanta rapidità e si mantiene con tanta tenacia fra le persone di tutte le classi e di tutte le posizioni, tanto fra i selvaggi quanto fra i popoli civili? A che dunque attribuire questo fatto indiscutibile che là dove il vino, l'acquavite, la birra sono sconosciuti, si consuma l'oppio, l'ascisc, ecc. mentre poi l'uso di fumare si può dire universale?
Donde mai può venire questo bisogno che provano gli uomini d'immergersi in uno stato di torpore e di ebbrezza? Domandate alla prima persona che vi capiterà d'incontrare: «Che cosa vi ha forzato ad assorbire, per la prima volta, della bibite alcooliche, e perchè, una volta incominciato, continuate a berne?» E vi si risponderà: «Bevo perchè mi piace e perchè tutti bevono.» E forse si aggiungerà: «Bevo anche per rianimarmi, per eccitarmi il cervello.»
Esiste poi un'altra categoria di persone che non si chiede neanche se è utile o nocivo il bere liquori spiritosi, e che dà per pretesto che il vino è buono per la salute, che fortifica il corpo, - in altri termini, la gente si fonda sopra un fatto, la cui falsità è stata riconosciuta da moltissimo tempo.
Fate la stessa domanda ad un fumatore. Chiedetegli che cosa gli ha suggerito l'idea di fumare per la prima volta e ciò che lo spinge a perseverare in questa abitudine. La risposta sarà presso a poco la stessa: «Per dissipare la melanconia. Inoltre, è un uso universalmente sparso: tutti fumano.»
Una risposta analoga, o quasi, ci sarebbe fatta, senza alcun dubbio, da tutti quelli che fumano l'oppio, l'ascisc, o che si fanno delle iniezioni di morfina: «Per dissipare idee tristi, per eccitare l'attività cerebrale,... e poi perchè, oramai, tutti lo fanno.»
Si potrebbero dare motivi simili, senza cadere nell'assurdo, per spiegare l'uso di girare i pollici l'uno intorno all'altro, o fischiare, o canticchiare canzonette, insomma divertirsi con qualcuno dei mille mezzi conosciuti, i quali non esigono nè sperpero di ricchezza naturale, nè dissipazione di grande attività umana, e che non son nocivi nè per quelli che se ne servono nè agli altri.
Invece, le abitudini di cui abbiamo parlato non hanno questi caratteri innocenti. Per produrre tabacco, vino, acquavite, ascisc od oppio in quantità sufficiente da bastare all'enorme consumo che se ne fa oggigiorno, bisogna consacrarci milioni e milioni di jugeri delle migliori terre, e ciò in mezzo a popolazioni che muoiono di fame; e milioni di essere umani (per esempio, in Inghilterra, l'ottava parte di tutta la popolazione) occupano tutta la loro vita ad estrarre prodotti narcotici.
E non basta: il consumo di questi prodotti è incontestabilmente nocivo al massimo grado, poichè ha per risultato dei mali che producono la perdita di un più gran numero di esseri umani che non le guerre più sanguinose e le epidemia più tremende.
E questi uomini lo sanno. Lo sanno così bene che non si può, neanche per un istante, credere ai loro argomenti quando dicono che hanno contratto questa cattiva abitudine solo per dissipare la melanconia e rianimarsi, o semplicemente perchè tutti fanno così.
Evidentemente ci dev'essere un'altra spiegazione di questo strano fenomeno. Incontriamo spesso, nella vita, dei genitori affettuosi che vogliono bene alla loro prole, che son pronti a fare qualunque sacrifizio pel suo benessere, e che, intanto, consacrano, per procurarsi dell'acquavite, del vino, della birra, dell'ascisc, del tabacco, delle somme di danaro che sarebbero assolutamente sufficienti, se non per nutrire i loro sventurati figli affamati, almeno per soddisfare ai loro bisogni più impellenti.
È dunque evidente che se l'uomo, posto dalle circostanze o dalla propria sua volontà nel bivio fra la necessità di sottomettere la sua famiglia (che pure gli è cara) a tutte le privazioni o ad astenersi dal consumo di narcotici ed eccitanti, sceglie il sacrifizio della propria famiglia, si è che vi è spinto da un motivo ben più possente che il semplice desiderio di cercare le delizie dell'ebbrezza o che il pensiero che quest'uso è sparso nel mondo intero.
Per quanto io possa essere competente, per esprimere la mia opinione a riguardo - i miei dritti a questa competenza consistono unicamente nella conoscenza teorica dell'opinione degli altri uomini che ho raccolta nei libri, e nell'osservazione che ho potuto fare sui miei simili, e, più particolarmente, su me stesso al tempo in cui bevevo ancora vino e fumavo tabacco, - formulerò questi motivi nel modo che segue:
Nel periodo della sua vita cosciente, l'uomo ha spesso l'occasione di distinguere in sè due esseri assolutamente distinti: l'uno, cieco e sensitivo; l'altro, veggente e pensante. Il primo mangia, beve, si riposa, dorme, si riproduce e si muove come una macchina a cui si sia dato corda per un certo tempo. Il secondo, invece, l'essere veggente e pensante, unito all'essere cieco e sensitivo, non agisce da sè: non fa che controllare ed apprezzare la condotta del compagno, aiutandolo attivamente quando lo approva, rimanendo passivo nel caso contrario.
Possiamo paragonare questo essere cosciente all'ago di una bussola di cui una punta indica il Nord e l'altra il Sud, e che è coperto, in tutta la sua estensione, da un corpo opaco; l'ago rimane invisibile fintantochè la rotta della nave è buona; ma comincia ad oscillare ed a diventare visibile allorchè la nave devia dal suo cammino.
Nell'istesso modo, l'essere pensante che si manifesta per mezzo di ciò che chiamiamo «coscienza» indica sempre dove si trovano il bene ed il male, ma non ce ne accorgiamo fin tanto che ci troviamo sulla buona strada. Ma appena abbiamo commessa un'azione contraria alla nostra coscienza, l'essere pensante appare e c'indica fino a che punto abbiamo deviato dalla buona via. Nell'istesso modo che il marinaio, appena accortosi che sbaglia strada, non continua la sua rotta se non quando ha rimesso la sua nave nella direzione indicata dalla bussola - se pure non ci tiene a smarrirsi volontariamente, - così l'uomo, avendo osservata la divergenza fra la propria coscienza e la sua attività sensitiva, non può continuare ad agire prima di aver messo d'accordo la sua attività e la sua coscienza, - a meno che voglia deliberatamente respingere la testimonianza della sua coscienza che condanna le sue cattive azioni.
Si può dire che tutto il genere umano segue l'una e l'altra di queste due direzioni: o si sottomette ai dettami della coscienza, oppure li rigetta e si abbandona ai suoi istinti volgari.
Alcuni uomini seguono la prima via, altri la seconda. C'è un solo ed unico mezzo di adottare il primo tenore di vita, ed è quello di sviluppare in sè le tendenze morali ed accrescere le proprie cognizioni. Vi sono, invece, due mezzi per giungere al secondo scopo: l'uno esterno, l'altro interno. Il primo consiste nel consacrarsi ad occupazioni che assorbono tutto il nostro essere e che impediscono alla voce della coscienza di giungere fino a noi; il secondo, nell'addormentare in noi questa coscienza.
Si sa che l'uomo ha due mezzi per non vedere l'oggetto che si trova davanti ai suoi occhi, cioè il fissare il proprio sguardo sopra altri oggetti più appariscenti, oppure il mettere un corpo opaco fra il proprio raggio visuale e l'oggetto che non vuole vedere. Nello stesso modo, può nascondere a sè stesso le manifestazioni della sua coscienza col portare tutta la sua attenzione su diverse occupazioni, affari o piaceri, oppure coll'ottenebrare volontariamente la stessa facoltà dell'attenzione.
Allorchè si tratta di persone che hanno un senso morale grossolano o rudimentale, bastano spesso semplici distrazioni esterne per impedire loro di vedere le indicazioni che la coscienza dà loro sull'irregolarità della loro vita. Ma per gli uomini d'un'organizzazione morale superiore, questi mezzi meccanici non sono sufficienti: non nascondono completamente il disaccordo che esiste fra la loro vita e le esigenze della loro coscienza, - e questa lotta turba l'armonia della loro esistenza.
Per dimenticar questo screzio e per perseverare nell'irregolarità della loro vita, ricorrono ad un mezzo interno più sicuro ed efficace: cercano di assopire la coscienza, e ci riescono avvelenando il cervello coll'aiuto di narcotici.
Supponiamo, per esempio, che la vita di un uomo non vada d'accordo colla sua coscienza e che quest'uomo non abbia abbastanza energia per ristabilire l'armonia fra l'una e l'altra; - d'altra parte, le distrazioni che dovrebbero impedire alla sua attenzione di fissarsi su questo screzio sono insufficienti per sè stesse, oppure sono diventate tali per lui. Allora quest'uomo che vuole continuare nella cattiva via, malgrado gli ammonimenti della sua coscienza, si decide ad avvelenare, ad addormentare, a paralizzare completamente - per un certo tempo - l'organo di cui si serve la coscienza per manifestarsi.
La spiegazione di questa abitudine, oggi sparsa pel mondo intero, di fumare e di ubbriacarsi, non ci vien dato nè da un'inclinazione naturale, nè dal piacere o dalla distrazione che procura, ma dalla necessità di dissimulare a sè stesso le manifestazioni della coscienza.
Un giorno, passeggiando in una strada, passai davanti ad alcuni cocchieri da nolo che conversavano fra di loro. Uno di essi fece ad un tratto un'osservazione che mi colpì: «Chi mai può dubitarne?» diss'egli; «costui avrebbe certamente avuto vergogna di agire a quel modo se non fosse stato ubbriaco.»
II.
Così, dunque, un uomo che non ha bevuto avrebbe avuto vergogna di fare ciò che un ubbriaco aveva fatto. Queste parole rivelano la causa vera che costringe gli uomini a ricorrere ai diversi narcotici od eccitanti. Gli uomini li usano con lo scopo di attutire, di stordire il rimordere della coscienza dopo aver commesso un'azione da essa condannata, o con lo scopo di provocare uno stato di spirito che li renda capaci di agire contrariamente alla propria coscienza.
La coscienza trattiene l'uomo dall'andare da donne pubbliche, dal rubare, dall'assassinare.
L'uomo ubbriaco, al contrario, non va soggetto a rimorsi di questa natura. Perciò chi vuol commettere una mala azione, deve incominciare collo stordirsi mediante l'ubbriachezza.
Mi ricordo di esser stato colpito dalla confessione d'un cuoco, che si giudicava per aver egli assassinato una vecchia signora, mia parente. Risultava dal proprio suo racconto sulle circostanze del delitto, che quando aveva preso il coltello ed era entrato nella camera della vittima, aveva sentito ad un tratto di essere incapace di commettere il delitto: «L'uomo sobrio ha rimorsi,» diceva. Era dunque tornato nella stanza da pranzo, e vi aveva bevuto, l'un dopo l'altro, due bicchieri d'acquavite che aveva avuto la cura di preparare anticipatamente. Fu solo allora, e non prima, che ebbe il coraggio di commettere il delitto... e che lo commise.
Nove delitti su dieci son commessi precisamente in condizioni analoghe: bere dapprima per prendere coraggio!
Di tutte le donne che soccombono alla seduzione, almeno la metà cede alla tentazione sotto l'influenza dei liquori. Quasi tutti i giovani che vanno nelle case di tolleranza, vi si recano pure sotto l'influenza del vino o dell'acquavite. Gli uomini conoscono pur troppo la facoltà dell'alcool di soffocare la voce della coscienza, e se ne servono a tale scopo.
Ma non è ancora tutto. Non solo gli uomini offuscano la propria intelligenza per far tacere la loro coscienza, ma intorbidano pure quella degli altri allorchè li vogliono indurre a commettere qualche azione cattiva. È perciò che si fanno bere soldati prima di mandarli al campo di battaglia. Al momento dell'assalto di Sebastopoli, tutti i solati francesi erano ubbriachi.
Non c'è mica bisogno di essere un grande osservatore per accorgersi che coloro i quali tengono in non cale le leggi della morale sono, più degli altri, proclivi ad abbandonarsi all'ubbriachezza sotto tutte le sue forme.
I briganti, i ladri, le prostitute non possono fare a meno di liquori forti.
Tutti sanno e son d'accordo nel confessare che il consumo dei prodotti spiritosi ha per iscopo di soffocare i rimorsi della coscienza.
Si sa pure e si è ugualmente d'accordo nel riconoscere che questi stessi prodotti uccidono infatti la voce della coscienza, e che l'uomo ubbriaco è capace di commettere certe azioni che respinge con orrore allorchè è astemio.
Tutti sono unanimi nel riconoscerlo, eppure - cosa strana! - nei casi in cui l'uso di questi prodotti eccitanti non conduce all'assassinio, al furto, alla brutalità, ecc. oppure non ha per iscopo di soffocare il rimorso, nessuno lo biasima, neanche allorchè lo si rinviene in persone la cui professione non ha nulla d'immorale e che non ne abusano, cioè bevono e fumano correttamente.
È riconosciuto che il consumo quotidiano, per un Russo, di un bicchierino di acquavite prima di pranzo e d'un bicchier di vino durante il pasto; di una porzione giornaliera di assenzio pel Francese e di porter per l'Inglese; di birra pel Tedesco e di una piccola dose d'oppio pel Cinese - senza parlare di una certa quantità di tabacco per tutti quanti - non ha altro scopo se non il piacere, che produce un'azione benefica sul corpo e che non ha influenza alcuna sulla coscienza.
È, inoltre, riconosciuto, che, se dopo quest'eccitamento periodico e limitato, non si produce alcun assassinio, o furto, od un grave delitto qualunque, ma soltanto qualche pazza scappata, qualche stravaganza, queste azioni sono volontarie e non già causate da quella debole ebbrezza. È convenuto altresì che se questi uomini non hanno commesso alcun crimine, non hanno bisogno di soffocare la loro coscienza, e che la vita vissuta da questi uomini che consumano regolarmente dei narcotici è eccellente sotto tutti i rapporti, nè potrebbe essere migliore se essi se ne astenessero. Insomma, è generalmente riconosciuto che l'uso dei narcotici non addormenta in alcun modo la coscienza.
Così, dunque, ognuno di noi sa per esperienza che lo stato del suo spirito si modifica dopo l'assorbimento dell'alcool o della nicotina, e che ciò di cui ognuno avrebbe vergogna, prima di quell'eccitamento, non lo turba più affatto dopo.
Ognuno sa pure che, dopo il rimorso più leggero, egli prova il bisogno di ricorrere ad un eccitante o ad un narcotico, e che, sotto la loro influenza, è difficilissimo di regolarsi; che il consumo costante di una quantità, piccola ma sempre la stessa, di questi eccitanti, produce esattamente la medesima azione fisiologica che l'assorbimento fortuito di una quantità grande, fatto in una volta sola.
D'altra parte, la gente che consuma con moderazione il vino ed il tabacco si persuade che non lo fa affatto con lo scopo di addormentare la propria coscienza, ma soltanto per gusto e per piacere.
Intanto basta riflettere con un po' di serietà, senza preconcetto e senza cercare a giustificare le proprie azioni, per giungere alla convinzione che, se la coscienza dell'uomo si annulla in seguito all'assorbimento di una gran dose di prodotti alcoolici o narcotici, il risultato dev'essere completamente identico quando egli li usa costantemente, benchè in proporzioni deboli, poichè gli eccitanti ed i narcotici producono la stessa azione fisiologica, la quale si manifesta dapprima con una troppo grande attività cerebrale e finisce coll'offuscare ed atrofizzare progressivamente il cervello. E ciò a prescindere dalla quantità, grande o piccola, che si assorbe.
Inoltre, se questi eccitanti e questi narcotici hanno la facoltà di addormentare la coscienza in ogni tempo, essi l'hanno sempre, e ad un grado eguale, sia che si compia sotto la loro azione, un omicidio, un furto od una violenza qualunque, sia che si pronunci solo una parola un po' troppo vivace, sia che si nutrisca qualche idea cattiva o qualche sentimento malvagio.
Infine, se questi narcotici e questi eccitanti, che offuscano il cervello, sono necessari ai briganti, agli assassini, ai ladri, alle prostitute di professione per soffocare la voce della loro coscienza, non sono meno necessari agli uomini di certe professioni, i quali, internamente, riprovano la professione che esercitano, per quanto i loro colleghi la considerano legale ed onorevole.
Insomma, non si può non vedere che l'abitudine degli eccitanti, presi a larghe od a piccole dosi, periodicamente od irregolarmente, nelle classi alte e nelle classi basse della società, proviene dalla necessità di addormentare la coscienza per non soffrire del disaccordo flagrante che esiste fra la vita moderna ed i dettami della coscienza.
III.
Questa è dunque la causa vera dell'uso così generale degli eccitanti che avvelenano il cervello, e, particolarmente, del tabacco, che è il narcotico più sparso e più pernicioso.
I fumatori affermano che il tabacco alleggerisce l'animo, rischiara il pensiero, che distrae e procura un piacere, e che non ha, come l'alcool, la proprietà di paralizzare la coscienza.
Ma basta considerare con cura le condizioni nelle quali il bisogno di fumare si sente più particolarmente per convincersi che l'assopimento del cervello, mediante la nicotina, spegne la coscienza nè più nè meno che l'alcool, e che il bisogno di questo eccitante è tanto più pressante per quanto aumenta il desiderio di far tacere la coscienza.
Se fosse vero che il tabacco non fa che procurare un piacere qualunque e schiarire le idee, non se ne proverebbe un bisogno appassionato, in certe date circostanze nettamente definite, e non vedremmo della gente assicurarci che preferirebbe esser priva di cibo anzichè di tabacco.
Il cuoco di cui ho parlato più su ha confessato innanzi al tribunale, che dopo essere entrato nella camera da letto della sua vittima e dopo averle tagliato la gola, quando l'aveva visto cadere indietro con un grido, mentre il sangue scorreva a rivi, era rimasto pietrificato al pensiero dell'atroce delitto che aveva commesso.
«Non ho avuto il coraggio di finirla!» esclamò allora; «son andato nel salotto, mi son seduto ed ho acceso una sigaretta.»
Ed è solo quando ebbe assopito il suo cervello mediante il fumo che, riunite tutte le sue forze, ritornò nella camera da letto e diede il colpo di grazia alla sua vittima.
È evidente che la sua passione per il tabacco, in quelle condizioni così speciali, era ispirata non già dal desiderio di schiarire le proprie idee o di procurarsi un piacere, ma dalla necessità di soffocare la voce che gl'impediva di terminare il delitto che aveva incominciato.
Tutti i fumatori possono, purchè lo vogliano, osservare lo stesso bisogno, nettamente espresso, di assopire le loro facoltà intellettuali in certi dati momenti critici della loro esistenza. In quanto a me, mi posso ricordare perfettamente - nel tempo in cui fumavo - dei momenti nei quali il bisogno del tabacco si faceva sentire in modo più intenso e tirannico: era sempre allorquando volevo dimenticare certe cose ed addormentare la mia facoltà di pensare. Talvolta, rimasto solo ed ozioso, avevo la coscienza che dovevo mettermi al lavoro, mentre il lavoro mi pareva penoso: allora accendevo una sigaretta e continuavo a rimanere ozioso.
In altri momenti, mi ricordavo ad un tratto di avere un appuntamento per una certa ora, ma che il tempo era già passato e che quindi era troppo tardi per andarci. Siccome questa mancanza di esattezza mi era assai spiacevole, prendevo una sigaretta e sfogavo il mio dispetto nelle spire del fumo. Allorchè mi trovavo in uno stato di irritazione ed avevo offeso il mio interlocutore col tono delle mie parole, allora - malgrado la coscienza che aveva di dover cessare di parlare - continuavo e mi mettevo a fumare.
Quando giuocavo alle carte e perdevo più di quel che mi ero proposto, accendevo una sigaretta e proseguivo il giuoco. Ogni volta che mi mettevo in qualche posizione falsa, che commettevo o un errore od un'azione biasimevole, e che non volevo convenirne, ne facevo ricadere la colpa sugli altri, e mi mettevo a fumare.
Allorchè, scrivendo un romanzo od una novella, ero scontento di quel che avevo scritto e che avevo la coscienza che sarebbe stato meglio interrompere il lavoro incominciato, ma che d'altra parte, avevo il desiderio di terminarlo, prendevo una sigaretta e fumavo.
Quando discutevo su qualche quistione ed avevo la coscienza che il mio interlocutore ed io avevamo un punto di vista completamente differente e che, per conseguenza, non avremmo mai potuto trovarci d'accordo, allora, se avevo il desiderio di continuare a qualunque costo la discussione, accendevo una sigaretta e non smettevo di parlare.
La proprietà caratteristica che distingue il tabacco dagli altri narcotici, oltre la rapidità colla quale assopisce ed offusca lo spirito, è la facilità colla quale lo si può trasportare ed usare. L'assorbimento dell'oppio, dell'alcool, dell'ascisc è sempre più complicato: non vi si può ricorrere sempre e dovunque, mentre che si possono portare sigari o tabacco colla massima facilità e comodità.
Di più, il fumatore d'oppio e l'ubbriacone ispirano disgusto ed orrore, mentre il fumatore non presenta nulla di ributtante. Infine, il tabacco ha ancora un'altra proprietà che ne facilita l'uso. Mentre lo stordimento prodotto dall'ascisc, dall'alcool, dall'oppio si stende su tutte le impressioni e su tutte le azioni ricevute o commesse durante un lasso di tempo relativamente lungo, l'azione del tabacco può venir regolata secondo le necessità di ogni caso speciale. Desiderate, per esempio, commettere un'azione biasimevole? Fumate una sigaretta, addormentate la vostra intelligenza per quel tanto che ci vuole per fare ciò che riprovate, e, subito dopo, vi ritroverete fresco e ben disposto, e potrete parlare e pensare colla solita vostra chiarezza.
Supponiamo che siate soggetto ad una sensibilità morbosa e che sentiate troppo vivamente il rimorso di una colpa commessa; fumate una sigaretta, ed il rimorso che vi tormenta svanirà nel fumo del tabacco. Potrete poi occuparvi di qualche altra cosa e dimenticare ciò che è stato causa del vostro dispiacere. Ma se bisogna conchiudere per tutti i casi particolari nei quali i fumatori ricorrono al tabacco - non per soddisfare un'abitudine o per passatempo, ma come un mezzo di assopire la coscienza - non vediamo forse una stretta correlazione, ben delineata, fra il genere di vita degli uomini e la loro passione pel tabacco?
Quand'è che i giovani incominciano a fumare? Quasi sempre quando hanno perduto l'innocenza dell'infanzia. Perchè gli uomini, avvezzi al fumo, possono rinunciare a quest'abitudine allorchè giungono ad un più alto grado di sviluppo morale, mentre altri si rimettono a fumare appena si trovano in un ambiente inferiore che favorisce questo vizio?
Perchè quasi tutti i giuocatori sono pure gran fumatori? Perchè le donne che fanno una vita virtuosa, morale, non fumano quasi mai? Perchè le prostitute e le nevrotiche fumano tutte, senza eccezione? Certamente, l'abitudine è, in questi casi, un fattore che non si deve trascurare; ma, anche prendendolo in considerazione, dobbiamo pur sempre ammettere che esiste una certa correlazione chiaramente espressa, ben marcata, indiscutibile, fra l'uso del tabacco e la necessità di soffocare la coscienza, e che quest'uso produce di certo, senza dubbio alcuno, l'effetto voluto.
IV.
Fino a qual punto l'uso del tabacco può soffocare la voce della coscienza?
Non occorre cercare dati per risolvere la quistione nei casi eccezionali del delitto e del rimorso. Basta osservare l'attitudine di tutti i fumatori. Ogni fumatore, allorchè si abbandona alla sua passione, dimentica e disprezza le regole più elementari del galateo, di cui esige però l'osservanza negli altri e che lui stesso osserva in tutti gli altri casi, allorchè la sua coscienza non è completamente assopita dal tabacco.
Ogni persona di mediocre educazione considera come sconveniente e perfino indecente di turbare la tranquillità o la comodità degli altri, e, più ancora, di nuocere alla loro salute per soddisfare ad un piacere personale.
Nessuno, per esempio, si permetterebbe di gridare in una stanza dove ci siano altre persone, o di farvi entrare un'aria troppo fredda o infetta dal puzzo. Intanto, sopra mille fumatori, non se ne troverebbe forse neppur uno che si priverebbe dal riempire di fumo una camera dove si trovano donne e bambini. Se prima di accendere il suo sigaro o la sua spagnoletta, ne chiede il permesso alle persone presenti, tutti sanno che ne aspetta senza meno la risposta seguente: «Fate pure, ve ne prego!» Però, ognuno può figurarsi quanto debba essere sgradevole, per coloro che non fumano, il respirare un'aria impestata dall'odore del tabacco e dagli avanzi di sigari o di sigarette che si trovano nelle tazze e nelle sottocoppe, nei candelieri, nei piatti, od anche soltanto nelle ceneriere.
Anche supponendo che gli adulti che non fumano possano sopportare tutte queste incomodità, non si può far a meno di riconoscere che esse son nocive ai fanciulli, ai quali non si chiede mai il permesso di fumare. Eppure, persone onorevolissime e caritatevoli sotto tutti i rapporti non si fanno alcuno scrupolo di fumare in presenza dei bambini, a tavola, in stanze ristrette, e ciò senza sentirne il minimo rimorso.
Per giustificare questa abitudine, si adduce quasi sempre per pretesto - ed anch'io l'ho fatto in altri tempi - che il fumare aiuta il lavoro intellettuale.
Se ci limitiamo a calcolare la sola quantità materiale del lavoro prodotto, questa affermazione è giustificata. L'uomo che fuma e che, per conseguenza, ha cessato di misurare e di pesare i proprii pensieri, crede naturalmente che il suo cervello è pieno di idee. Però la verità è che queste idee non sono affatto divenute più numerose, ma semplicemente che egli ha perduto ogni impero su di esse.
L'uomo che lavora ha la coscienza dei due esseri distinti che sono in lui: quello che eseguisce l'opera e quello che la giudica. Quanto più il suo giudizio è severo, tanto più lentamente si farà il suo lavoro; ma, in compenso, tanto più sarà perfetto, e vice versa. Ma se il giudice si trova sotto l'influenza di un eccitante o di un narcotico, il totale del lavoro prodotto sarà certo più considerevole, ma inferiore come qualità.
«Se non fumo, non posso lavorare, non posso esporre le mie idee sopra un soggetto qualunque; oppure, se riesco ad incominciare, non posso poi continuare senza mettermi a fumare,» così ragionano ordinariamente gli uomini, e così facevo anch'io altre volte. Ma qual'è il significato vero di queste parole? Significano che non avete nulla da dire, oppure che le idee che cercate di esprimere non sono ancora mature nel vostro cervello: sono ancora allo stato embrionale, nascente, ed il sentimento critico che è in voi, allorchè non è ancora attutito dall'azione del tabacco, ve lo indica assai chiaramente. Perciò, se non foste fumatore, aspettereste pazientemente fino a che vi venisse l'immagine netta del soggetto che state trattando, oppure vi sforzereste, entrando arditamente in argomento, di assimilarvi completamente la quistione, pesando e discutendo le obbiezioni che nascerebbero nel vostro spirito, mentre state formulando i vostri pensieri sulla carta.
Ma, invece, prendete una sigaretta e vi mettete a fumare: il vostro senso critico si attutisce, si cancella, e l'ostacolo che v'impediva di lavorare sparisce. Ciò che vi sembrava insufficiente, mediocre, futile, fino a che il vostro cervello era ancora lucido, vi pare ora grande, notevole, perfetto; - ciò che vi colpiva per la sua incoerenza, vi sembra, ora, tutt'altro. Passato facilmente sulle obbiezioni, che, prima, vi fermavano, e continuate a scrivere, e constatate con gioia che potete scrivere con abbondanza e rapidità.
V.
Ma è mai possibile che un cambiamento così insignificante, quasi impercettibile, come il leggero rossore che l'animazione fa salire al viso dopo l'uso moderato del vino e del tabacco, possa condurre a risultati così serii? Senza dubbio, per l'uomo che fuma l'oppio, che mastica l'ascisc, che beve liquori con tale eccesso da cadere per terra quasi svenuto, le conseguenze possono, in fatti, essere gravissime; ma il caso è del tutto diverso per coloro che fanno un uso moderato di queste sostanze, e solo nella misura sufficiente per provocare un eccitamento piacevole.
Tale è la risposta che si fa di solito a questo proposito. Molti uomini credono che un'ebbrezza incipiente - che è un'eclisse parziale - non possa cagionare disordini gravi. Ma pensare questo è altrettanto assurdo quanto il figurarsi, per esempio, che il meccanismo di un orologio non si possa rompere che battendolo con forza contro una pietra, ma che esso rimarrà intatto se non s'introduce nella scatola interna che una schegge di legno o qualunque altro corpo estraneo.
Non bisogna perder di vista che il lavoro, che è il motore principale del perfezionamento della vita umana, consiste, non già nel moto delle braccia, delle gambe e della schiena, ma nelle modificazioni della coscienza. Prima che un uomo possa fare qualche cosa colle braccia e colle gambe, deve assolutamente compiersi una certa trasformazione nella sua coscienza, ed è da questa trasformazione che dipendono le azioni ulteriori dell'uomo. Ma queste trasformazioni sono quasi impercettibili.
Un pittore russo, Briulof, stava un giorno correggendo un disegno di un suo discepolo. Dette, quà e là, pochi tratti di matita, ma il risultato fu tale che l'allievo, meravigliato, esclamò:
- Avete appena toccato il mio disegno, eppure è completamente cambiato!
- L'arte non incomincia che lì dove tratti appena percettibili producono grandi mutamenti, rispose Briulof.
E queste parole sono giustissime, non solo per ciò che riguarda l'arte, ma per tutte le cose della vita umana.
Abbiamo il diritto di affermare che la vera vita incomincia lì dove appariscono i tratti appena percettibili, lì dove le modificazioni che si producono sono così infinitesimali che non sembrano neanche degne di attrarre la nostra attenzione.
Convien cercare la vera vita non lì dove si compiono i grandi cambiamenti esterni, allorchè i popoli si mettono in moto, s'incontrano e si combattono; bensì là dove si producono mutamenti appena visibili.
Prendete, per esempio, Raskolnikof, nel celebre romanzo di Dostoièvski: la sua vera vita non incomincia nel momento in cui ha ucciso la vecchia e la sorella di lei. Preparandosi ad uccidere la vecchia, e specialmente uccidendo la sorella di lei, egli non viveva in una maniera cosciente, ma agiva come un automa a cui si sia data la corda, facendo ciò che non poteva più non fare, e faceva scattare tutta la carica omicida che si era ammassata in lui in un lungo volger di tempo: la vecchia donna assassinata era stesa ai suoi piedi, l'altra si trovava a portata del suo braccio ed aveva la scure in mano!
La vera vita di Raskolnikof non incomincia nel momento in cui incontra la sorella della vecchia, ma in quello in cui non ha ancora ucciso nè l'una nè l'altra, allorchè non è ancora entrato in quell'appartamento con l'intenzione di commettere un delitto, allorchè la scure non è ancora fra le sue mani, allorchè il pensiero della vecchia usuraia non è ancora penetrato nella sua mente. La sua vera vita è cominciata nell'istante in cui, steso sul sofà, nella sua stanza, non pensava nè alla vecchia, nè a giudicare se fosse giusto oppur no di obbedire alla volontà d'un sol uomo e di far scomparire dalla faccia della terra un altro essere umano indegno di vivere; ma allorquando chiedeva a sè stesso se dovesse oppur no restar a Pietroburgo e se dovesse oppur no continuare ad accettare il danaro di sua madre, e, in generale, allorchè rifletteva a tante altre cose che non avevano relazione alcuna colla vecchia usuraia.
In tali condizioni, la maggior chiarezza di giudizio alla quale si possa giungere ha un'importanza massima per la soluzione giusta delle quistioni che possono nascere in un dato momento. Ed è in quel momento che l'assorbimento di un solo bicchiere di vino, il fumo di una sola sigaretta, possono impedire quella soluzione, ritardarla, soffocare la voce della coscienza, o, infine, risolvere la quistione col seguire gl'istinti più bassi della nostra natura, proprio come avvenne a Raskolnikof.
I cambiamenti importanti si producono nel mondo esterno sol quando l'uomo ha preso una decisione ed ha incominciato a realizzarla. Grandi edifizii possono venir distrutti, grandi tesori buttati al vento, esseri umani uccisi, ma nulla, nulla alla lettera, può esser fatto, se, prima, la coscienza dell'uomo non l'ha risoluto da qualche tempo.
Voglio che mi si capisca bene: ciò che sto dicendo ora non ha nulla di comune colla quistione del libero arbitrio e del determinismo. L'esame di questa quistione è completamente inutile qui, perchè non ha rapporto alcuno coll'oggetto principale del presente studio, ed anzi credo che esso sia completamente inutile in qualunque opera sensata.
Così dunque, lasciando da banda la quistione di sapere se l'uomo è, oppur no, libero di agire secondo la propria volontà, - mi pare, del resto, che il problema sia stato mal posto, - insisto, in questo caso particolare, sul fatto che, poichè l'attività umana si definisce con modificazioni della coscienza appena percettibili, ne viene per conseguenza - poco importa che accettiamo oppur no la teoria del libero arbitrio - che è impossibile di non attrarre l'attenzione sullo stato di spirito nel quale si compiono queste modificazioni, tale quale dobbiamo osservare quanto più scrupolosamente possiamo lo stato della bilancia sulla quale vogliamo pesare degli oggetti preziosi.
È nostro dovere, per quanto sta in noi, di circondarci e di circondare gli altri delle condizioni più favorevoli per la precisione e la chiarezza del pensiero, le quali sono così necessarii al buon andamento della nostra coscienza, e s'intende da sè che dovremmo far convergere tutti i nostri sforzi allo scopo di non ostacolare il buon andamento della nostra coscienza mediante l'assorbimento di narcotici.
In fatti, l'uomo è, nello stesso tempo, un animale ed un essere intellettuale.
La sua attività può essere provocata tanto coll'agire sulla sua natura morale quanto sulla sua natura animale. Non vi è alcun dubbio su questo fatto, ed ognuno se ne può convincere.
Ma spesso gli uomini provano il bisogno di dissimulare la verità a sè stessi. Si curano meno di stabilire la regolarità dell'andamento della propria coscienza che di convincersi dell'onestà e della proprietà dei loro atti, e per formarsi un tale convincimento ricorrono, spesso e volentieri, a mezzi che - lo sanno pur troppo - impediscono alla loro coscienza di funzionare regolarmente.
VI.
Così dunque gli uomini bevono e fumano, non solo perchè non hanno ancora trovato un passatempo migliore od un mezzo più efficace per «rifarsi,» e non solo perchè è un piacere, ma principalmente e prima di tutto per soffocare la voce della loro coscienza; - e se così è, quanto terribili ne debbono essere le conseguenze!
Infatti, immaginate un po' qual strano edifizio costruirebbero gli uomini se, per edificare le mura, rifiutassero di servirsi del piombino e della squadra, preferendo, al primo, una riga di piombo che si piega e si adatta a tutte le sinuosità della superficie, e, al secondo, un compasso che cede ad ogni movimento e che si applica egualmente bene ad un angolo acuto come ad un angolo ottuso?
Intanto, è proprio ciò che fanno coloro che si abbrutiscono coi liquori e col tabacco. Non è più la vita che dirige la coscienza: è la coscienza che si piega e che si modella sulla vita. Ecco quel che vediamo nell'esistenza degl'individui isolati, e lo stesso avviene nell'esistenza dell'umanità, che rappresenta l'insieme di tutte le vite isolate.
Per rendersi un conto esatto dei risultati prodotti dall'assopimento della coscienza, il lettore non ha che da ricordarsi dello stato del suo spirito nei periodi più importanti della sua vita. Si rammenterà allora che, in ognuno di quei periodi, si è trovato faccia a faccia con certi problemi morali che doveva risolvere in un senso od in un altro, e dalla soluzione de' quali doveva poi dipendere la felicità di tutta la sua vita.
A meno di applicarvi tutta l'attenzione voluta, è impossibile trovare la soluzione giusta di un problema così complicato, ma quest'attenzione profonda richiede uno sforzo. D'ordinario, qualunque lavoro presenta, nei suoi principî, un periodo abbastanza spiacevole e ci si presenta come penoso e noioso, tanto che la debolezza della nostra natura ci consiglia quasi sempre di abbandonarlo. Ma se il lavoro fisico è penoso, il lavoro intellettuale ci sembra esserlo ancora di più. Secondo l'osservazione di Lessing, gli uomini son soliti cessare di pensare appena che il processo del ragionamento diventa faticoso. Io aggiungo che è precisamente in quel momento che il lavoro diventa utile. L'uomo sente per istinto che i problemi morali che sorgono davanti a lui e che richiedono imperiosamente una soluzione immediata, quei problemi da sfinge ai quali bisogna rispondere a qualunque costo, non possono essere esaminati seriamente senza uno sforzo costante e perseverante, ed è proprio ciò che lo scoraggia e lo respinge. Allora, se fosse sprovvisto di mezzi adatti ad offuscare le sue facoltà intellettuali, gli sarebbe impossibile di cancellare le quistioni del giorno dalla sua memoria e dalla sua coscienza, e, per volontà o per forza, si troverebbe in condizioni tali da dover assolutamente dare una risposta e di non potere esimersene.
Ma ecco che si trova sotto mano un mezzo facile di ritardare la soluzione di queste quistioni urgenti ogni volta che gli si affacciano, - ed egli ne profitta. Ogni qual volta la vita gli chiede con insistenza una soluzione e lo punzecchia per ottenerla, egli ricorre ad un mezzo artificiale e si libera in tal modo dalla noia che ne prova. La sua coscienza non l'obbliga più a risolvere rapidamente i problemi della sua esistenza, e rimane senza questa soluzione fino a che abbia ricuperata la sua lucidità e che la sua coscienza gli abbia dato un nuovo assalto. La stessa cosa, poi, si ripete all'infinito per mesi, per anni, e spesso per tutta la vita, e l'uomo continua così a trovarsi sempre in faccia agli stessi problemi, senza fare mai un passo decisivo verso la loro soluzione.
Ed intanto il progresso della vita umana consiste appunto nel risolvere i problemi morali. L'uomo non lo comprende: procede come colui che, avendo perduto una perla in un ruscello e volendo risparmiarsi la pena di bagnarsi nell'acqua fredda, intorbida a bella posta l'acqua per non vedere la perla, e ricomincia a farlo ogni volta che l'acqua torna ad essere limpida. L'uomo che ricorre a mezzi artificiali per assopire le sue facoltà resta spesso immobile durante tutta la sua vita. Rimane allo stesso punto, e vede il mondo attraverso alla nebbia d'un concetto contradittorio della vita, ammesso una volta per sempre. Appena un barlume apparisce davanti al suo spirito, egli retrocede fino al muro dietro al quale si è già trincerato una volta, nello stesso modo, dieci, quindici, vent'anni prima, e nel quale non può aprire una breccia, perchè continua, con testardaggine, ad assopire il suo pensiero, che, solo, potrebbe dargli il mezzo di superare l'ostacolo.
Ognuno di noi ha la possibilità di controllare da sè stesso la verità di questa immagine e su sè stesso e su gli altri. Che evochi davanti gli occhi della sua anima i principali avvenimenti della propria sua vita durante il periodo in cui era dedito ai liquori ed al tabacco, e che esamini con attenzione lo stesso periodo negli altri. Scorgerà allora nettamente la linea di demarcazione caratteristica che separa i bevitori ed i fumatori da coloro che non fumano nè bevono, poichè più l'uomo usa i narcotici e gli eccitanti e più si abbrutisce e si atrofizza dal punto di vista intellettuale e morale.
VII.
I mali causati dall'oppio e dall'ascisc - così spesso descritti - sono davvero terribili... Terribili son pure le conseguenze dell'alcoolismo che noi tutti siamo in grado di osservare tutti i giorni sui beoni inveterati. Ma assai più terribili, senza alcun paragone, per la società intera, sono gli effetti dell'assorbimento moderato delle bevande spiritose e del tabacco, abitudine alla quale la gran maggioranza degli uomini, specialmente nella classe così detta colta, si abbandonano, perchè la credono inocua.
Queste conseguenze non possono a meno di essere terribili se poniamo mente, il chè è impossibile negare, che le classi dirigenti - uomini politici, amministratori, dotti, artisti - si trovano, per causa di quest'abitudine, in uno stato anormale di spirito, o - per chiamarlo col suo nome vero - in uno stato di ubbriachezza.
È generalmente ammesso che un uomo che assorbe ogni giorno, prima di ogni pasto, - come lo fanno tutti quelli che appartengono alle nostre classi ricche - una leggera dose di bevande alcooliche, si trovi, il giorno seguente, durante le ore di lavoro, in uno stato di spirito perfettamente normale. È questo un grave errore! L'uomo che, il giorno prima, ha bevuto una bottiglia di vino, un bicchiere d'acquavite, due tazze di birre, si trova, il giorno seguente, in quello stato d'indebolimento che segue sempre un'ebbrezza. È dunque mentalmente oppresso e depresso, e questa sensazione si accresce ancora allorchè fuma.
Un individuo che beve e fuma moderatamente, ogni giorno, ha bisogno - affinchè il suo cervello torni allo stato normale - almeno di una settimana, e, probabilmente, più di una settimana di astinenza completa. Ora, non esiste nè fumatore nè bevitore che si astenga volontariamente durante un periodo di tempo così prolungato.
Ne vien per conseguenza che tutto ciò che si fa su questa terra, tanto da quelli il cui destino è di guidare e d'istruire gli altri, che da quelli che son guidati ed istruiti, è fatto sotto l'influenza dell'ubbriachezza1.
Spero che non si prenderanno queste mie parole per uno scherzo ed un'esagerazione. Infatti, le stravaganze, ed in particolar modo l'incoscienza e la follia, nascono comunemente in un ambiente in cui l'intemperanza è un'abitudine inveterata.
È mai concepibile che persone che non sono ubbriache possano occuparsi di eseguire tante cose straordinarie che pur si fanno nel mondo.... a cominciare dalla Torre Eiffel ed a finire dal servizio militare? È affatto inconcepibile! Senza che se ne senta il minimo bisogno - senza che esista neppure un'apparenza di bisogno - si forma una società, si sottoscrive un capitale considerevole; degli uomini si mettono al lavoro per fare progetti e calcoli; milioni di giornate di lavoro e milioni di kilogrammi di ferro sono impiegati per la costruzione di una torre; - quando essa è terminata, milioni di persone considerano come un dovere di salire fino alla sua cima, di rimanervi pochi istanti, di scenderne strisciando o scivolando, ed il solo effetto prodotto sullo spirito degli uomini da questa torre e dalla frequenza delle ascensioni che vi si fanno, è il desiderio e la decisione d'innalzare, in altri siti, delle torri ancora più alte.
VIII.
Passiamo ad un altro esempio. Tutti gli Stati dell'Europa si sono occupati e si occupano anche ora attivamente, da trenta anni e più, d'inventare e di perfezionare le armi da guerra.
Insegnano con cura la scienza dell'omicidio organizzato a tutti i giovani che hanno raggiunto l'età virile. Sanno bene che le invasioni dei barbari non son più possibili, e che questi preparativi di guerra son diretti da nazioni cristiane, civili, contro altre nazioni cristiane, civili. Tutti sentono che quello è uno stato di cose assurdo, nefasto, rovinoso, immorale, empio, ed intanto si persiste nel continuare i preparativi con lo scopo di uccidersi a vicenda. Gli uni inventano combinazioni politiche, conchiudono alleanze, discutono la questione per sapere chi sgozzerà e chi sarà sgozzato; altri dirigono i lavori di coloro che si occupano a tenere tutto pronto pel massacro; altri, infine, si rassegnano, contro la loro volontà, contro la loro coscienza, contro la loro ragione, a questi preparativi di omicidio. Uomini che avessero la mente lucida potrebbe mai agire a questo modo?
Soltanto degli alcoolici, degli ebbri, possono fare cose simili, possono continuare a vivere in mezzo alla lotta perpetua, tremenda, irreconciliabile, fra la vita e la coscienza, lotta nella quale, non solo sotto questo rapporto, ma anche sotto tutti gli altri, gli uomini passano tutta la loro esistenza.
Mai - ne son convinto - mai, ad alcun altro periodo della storia, l'umanità ha condotto un'esistenza, in cui le ammonizioni della coscienza e le azioni degli uomini fossero, quanto adesso, in contradizione più evidente.
Sembra che, ai giorni nostri, la razza umana sia legata a qualche cosa che la trattiene, che ne impedisce i progressi. Sembra che esisti qualche causa misteriosa che le ostacoli di giungere alla perfezione alla quale ha il diritto di pretendere per la sua coscienza. Una delle cause principali di questo stato di cose sta nell'uso, oramai tanto comune, delle bibite alcooliche e del tabacco, che intormentiscono il sistema nervoso.
La guarigione da questa terribile malattia dell'umanità segnerà un'èra nuova nell'esistenza della nostra razza, e quest'èra non può tardare a venire. Il male è già riconosciuto, anche oggigiorno, quando la maggior parte degli uomini si trovano sotto l'influenza dei veleni che stimulano il cervello e dei narcotici che lo addormentano. La massa del popolo incomincia a risentire i terribili malanni prodotti da quei veleni e cerca di reagire. Questo cambiamento impercettibile nella coscienza dovrà inevitabilmente aver per conseguenza la liberazione dell'umanità che si sottrarrà all'influenza di quei veleni.
Questa emancipazione dell'umanità le aprirà gli occhi. Allora darà maggior ascolto ai moniti della sua coscienza, e metterà la sua vita d'accordo con gli ordini che ne riceverà.
Questo processo sembra essere già incominciato nelle classi sociali superiori, dopo che tutte le classi inferiori sono state infette dal male.
L'UBBRIACHEZZA
nelle Classi dirigenti
I.
Cosa c'è al mondo di più brutto che le feste nei villaggi? In nessun'altra occasione si vede in modo più evidente la laidezza e la brutalità della vita popolare.
Ecco uomini che vivono sobrii tutta la settimana, benchè abbiano un cibo sufficiente; che lavorano con assiduità e fra i quali regnano la concordia e l'amicizia.
Settimane e mesi passano così, ed ecco che, ad un tratto, questa vita regolare si trova bruscamente interrotta senza che se ne sappia esattamente il perchè. In un certo giorno, stabilito anticipatamente, tutti cessano di lavorare, e, fin dal mezzogiorno, si mettono a mangiare ottimi piatti di diverse specie, a bere un'enorme quantità di birra e di acquavite. E tutti ne bevono: i vecchi obbligano i giovani, e perfino i bambini, a bere. Tutti si scambiano felicitazioni, si baciano, si abbracciano, gridano, cantano, ora si commuovono, ora si esaltano e si disputano. Ognuno parla e nessuno ascolta. S'inalzano grida, discussioni, e talvolta risse. Verso sera, ci sono uomini che camminano barcollando, che cadono e s'addormentano sul posto. Altri sono ricondotti alle loro case da coloro che possono ancora reggersi in piedi. Infine alcuni si rotolano per terra, nelle vie, e riempiono l'aria di esalazioni alcooliche.
Il giorno seguente tutta questa gente si sveglia ammalata, e, rientrando a poco a poco nel solito suo stato, riprende man mano le sue occupazioni, fino a che si presenti qualche nuova occasione di far baldoria.
Di che si tratta? Perchè tutto ciò? Perchè è festa!... la festa di un santo qualunque, S. Pietro o S. Paolo, poco importa.
Ma perchè festeggiare S. Paolo o S. Pietro? Nessuno lo sa. Si sa solo che è la festa di un santo, e che bisogna divertirsi... Ed ecco tutto. E si aspetta questa occasione con un'impazienza resa più acuta dal penoso e faticoso lavoro di tutti i giorni.
Sì, è questa una delle manifestazioni più spiccate della brutalità dei popolani. Il vino ed il piacere li tentano talmente che non possono rifiutarvisi. E ciascuno di essi è pronto ad ubbriacarsi come un porco.
*
**
Sì, il popolano è brutale. Ma, tutti gli anni, i giornali russi pubblicano il seguente avviso:
«Il banchetto degli antichi studenti dell'Imperiale Università di Mosca avrà luogo il giorno 12 gennaio, anniversario della sua fondazione, alle 5 di sera in tale o tal'altra trattoria. I biglietti sono vendibili a 6 rubli a testa, in tale o tal'altro sito.»
E questo banchetto non è il solo. Ve ne sono molti altri, tanto a Mosca ed a Pietroburgo quanto in quasi tutte le città di provincia, poichè il 12 gennaio è l'anniversario della nostra più antica Università: è dunque la festa del progresso e della civiltà, ed il fior fiore della parte intellettuale della società russa si associa a questa solennità.
Sembrerebbe che uomini posti ai due estremi della scala sociale, cioè dei contadini, dei popolani rozzi ed ignoranti e gli uomini più istruiti della Russia - dei mugik che festeggiano S. Pietro o S. Paolo e gli uomini dotti che solennizzano la festa dell'intelligenza - dovessero comportarsi in un modo diametralmente opposto.
Ma, invece, spesso accade che la festa degli uomini più istruiti dell'Impero non differisca menomamente, nella sua forma esterna, da quella dei mugik.
I contadini ed i popolani non si curano gran fatto del significato della festa di S. Pietro o di S. Paolo: per loro è semplicemente un pretesto per mangiar bene e bere meglio. Gli uomini istruiti approfittano anch'essi del giorno di S. Taziana (che capita appunto ai 12 gennaio) per bere e mangiare senza preoccuparsi menomamente del motivo che li ha riuniti.
I popolani ed i contadini mangiano della zuppa di grano nero, della verdura, dei piedi di porco in gelatina; gli uomini dotti, delle ragoste, del filetto di manzo, del formaggio, ecc. ecc. Gli operai ed i mugik bevono dell'acquavite e del kvas, qualche volta della birra, e gli uomini dotti ogni specie di liquori, della fine champagne, dei vini dolci od aspri, amari o zuccherati, bianchi o rossi, ecc.
La spesa di ogni popolano varia dai 20 kopek, ad un rublo, quella dell'uomo istruito da 6 a 20 rubli.
I mugik manifestano i loro sentimenti di amicizia e di devozione per i loro vicini e cantano canzoni popolari. Gli uomini dotti parlano della loro affezione e del loro attaccamento all'alma mater e colle bocche ancora piene cantano delle indecenze in lingua latina. I mugik si rotolano nel fango delle vie, e gli uomini istruiti sul velluto dei loro canapè. Sono le mogli ed i figli dei mugik che li riconducono o li portano a casa. Gli uomini istruiti vi son ricondotti da camerieri serii, che, in fondo, si burlano di loro.
II.
E ciò è davvero spaventevole. È spaventevole che uomini che pensano, che son giunti al più alto grado dell'istruzione, che hanno studiato nelle Università, non sappiano celebrare una festa intellettuale che col mangiare, bere, fumare, sbraitare, ubbriacarsi per ore intere! È spaventevole che uomini di età matura, maestri ed istruttori della gioventù, contribuiscano al suo avvelenamento per mezzo dell'alcool, ad un avvelenamento che - simile al mercurio - lascia per sempre delle traccie nell'organismo.
Centinaia e centinaia di giovani si sono ubbriacati per la prima volta a questa festa dell'intelligenza, e si sono perduti per sempre. Ma ciò che è ancora più spaventevole, è che gli uomini che agiscono in questo modo hanno il ben dell'intelletto talmente offuscato dalla vanità che non possono più distinguere il bene dal male e non sanno più cosa sia morale ed immorale. Questi uomini si sono talmente persuasi che la posizione in cui si trovano è quella di privilegiati della civiltà e dell'istruzione e che questa posizione assolve tutte le loro debolezze, che non sono più capaci di vedere la trave che hanno nell'occhio. Questi uomini che si abbandonano a ciò che non si può chiamare altrimenti che l'«ubbriachezza abbietta» si glorificano da sè stessi e compiangono il popolo ignorante.
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Tutte le madri soffrono alla sola idea che il loro figlio possa ubbriacarsi. Nessun capo di fabbrica o principale di negozio vuole avere un ubbriacone al suo servizio.
Ogni uomo onesto arrossisce allorchè si ricorda di essersi ubbriacato. Insomma, tutti sanno che l'ubbriachezza è un vizio degradante.
E, intanto, vediamo delle persone istruite ubbriacarsi col convincimento non solo di non aver nulla da rimproverarsi, ma che, inoltre, prendono piacere a narrare le follie e le stravaganze da essi commesse allorchè erano ebbri.
Si è giunto a questo risultato che, tutti gli anni, degli uomini maturi e dei giovani - questi incoraggiati da quelli - si abbandonano ad un'orgia ributtante, in nome della scienza, dell'istruzione e della civiltà, e che nessuno ne è stupito. E ciò non impedisce loro, allorchè escono da quella sbornia, di mostrarsi assai superbi dei loro nobili sentimenti e della loro superiorità intellettuale, di condannare l'immoralità dei loro simili, e, più particolarmente, del popolo ignorante e brutale.
Il contadino, l'operaio, si considera colpevole allorchè si è ubbriacato, e ne domanda scusa a tutti. A dispetto di una debolezza transitoria, ha pur sempre la coscienza del bene e del male. Ma questa facoltà incomincia a scomparire nella nostra società...
E sia pure! Avete oramai preso l'abitudine di comportarvi così e non potete più correggervi. Ebbene, continuate pure giacchè non potete fare altrimenti... Ma sappiate che è altrettanto vergognoso, altrettanto vile di agire a questo modo il giorno del 12 gennaio che in qualunque altro giorno dell'anno. E sapendo questo, abbandonatevi almeno ai vostri vizi di nascosto a tutti gli occhi, e non già, come fate adesso, apertamente e solennemente, pervertendo e demoralizzando i giovani - «i vostri giovani fratelli,» come li chiamate.
Non turbate le giovani menti con la dottrina che esiste una morale al di fuori dell'astinenza. Tutti sanno - e voi lo sapete meglio degli altri - che la prima delle virtù civili è di fuggire il vizio, che ogni eccesso è nocivo e condannabile, e, più di ogni altro, quello del bere, perchè uccide la coscienza.
Perciò, prima di parlare di nobili sentimenti e di azioni sublimi, dovete liberarvi dall'ubbriachezza, poichè questioni di alta importanza non debbono essere trattate in un deplorevole stato d'incoscienza. Non ingannate nè i vostri simili, nè voi stessi, e, sopratutto, non ingannate i giovani.
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Sapete benissimo che non c'è nulla di più grande nè di più importante della purezza dell'anima e del corpo che vengono, l'uno e l'altra, contaminati dall'ubbriachezza. Sapete pure che la vostra retorica vuota, coll'eterna vostra alma mater, non commuove più nessuno, neppure voi stessi, allorchè non siete che a metà brilli, e che non avete nulla da dare ai giovani in cambio dell'innocenza e della purezza che perdono nel prender parte alle vostre orgie.
Sappiate dunque che com'era vergognoso per Noè, com'è vergognoso per i mugik, così è egualmente vergognoso per ognuno di voi, non solo di bere a punto tale da emettere grida incoscienti, di salire sulla tavola e fare altre stravaganze di tal genere, ma è anche vergognoso di servirsi del pretesto di una festa intellettuale per mangiare o bere smodatamente.
Non demoralizzate e non pervertite neppure col vostro esempio i servi che vi circondano. Quelle centinaia di persone che vi servono a tavola e che poi vi riconducono a casa quando non potete più camminare colle vostre gambe, sono uomini come voi, uomini per i quali le quistioni vitali del bene e del male esistono come esistono per tutti noi.
È una gran fortuna che tutti questi servi, cocchieri, portinai, contadini, non vi prendono sul serio, non vi credono quello che voi vi vantate di essere, vale a dire i rappresentanti della civiltà, Se no sarebbero completamente spoetizzati ed anche disgustati di questa civiltà.
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È lecito farsi questa domanda: Cosa produce più effetto sul popolo, la civiltà che gli si porge mediante i corsi ed i musei pubblici, oppure la brutalità che si mantiene viva mediante lo spettacolo delle solennità celebrate dagli uomini più istruiti della Russia? Per me, credo che se si abolissero tutti i corsi e se si chiudessero tutti i musei, e che, nel medesimo tempo, si sopprimessero questa specie di banchetti e di feste, e che se le cuoche, le cameriere, i cocchieri ed i portinai parlassero di ciò che gli uomini istruiti tacciono in queste loro solennità, dove regnano l'abuso del mangiare e l'ubbriachezza, se sapessero star allegri senza acquavite, la civiltà non ci perderebbe nulla, ma, anzi, ci guadagnerebbe qualche cosa.
Sarebbe tempo di comprendere che non si spande la civiltà soltanto con corsi e conferenze, con la lettura e con la parola, ma specialmente coll'esempio, che è la migliore delle propagande, e che la civiltà che non è basata sulla vita morale non è stata mai e non sarà mai una civiltà vera, bensì la continuazione - sott'altra forma - della brutalità e dell'immoralità.
Della relazione fra i due sessi
I.
Ho ricevuto e continuo a ricevere tutti i giorni numerose lettere da persone a me ignote che mi chiedono di esporre con sincerità ed in modo semplice le mie idee personali sul soggetto da me trattato nel mio romanzo La Sonata a Kreutzer.
Cercherò di rispondere come meglio posso a queste domande.
In primo luogo, credo che si vorrà ammettere in generale che non mi allontano dalla verità allorchè dico che molte persone condannano il modo col quale i giovani si comportano colle donne, modo che è incompatibile colla stretta morale, ma, che, da un'altra parte, esse assolvono questo modo di comportarsi mettendo la condotta immorale e dissoluta dei giovani sul conto di pretesi bisogni fisici. Partendo da questo punto di vista, i genitori ed i legislatori chiudono gli occhi su questa condotta, e, spesso, anche l'incoraggiano, ma hanno torto, e torto marcio!
Non si può ammettere il principio che il benessere degli uni esiga l'infelicità degli altri. Dobbiamo rigettare una dottrina così perniciosa nella sua essenza, senza preoccuparci delle basi più o meno solide sulle quali la società l'ha edificata e della protezione che essa le concede.
Invece, bisogna assolutamente riconoscere che gli uomini debbono essere riconosciuti responsabili delle proprie azioni e che questa responsabilità non deve più cadere sulla donna. La donna, così spesso vittima dell'egoismo dell'uomo, non deve più a lungo portare sola il peso di una colpa commessa con un complice. Ne vien per conseguenza che il dovere dei celibi che non vogliono condurre una vita infame è di serbare, con tutte le donne che incontrano in società, la stessa riserva che osservano verso la propria loro madre o sorella.
È perciò loro dovere di adottare un genere di vita più razionale, dal quale debbono essere esclusi gli abusi del cibo e dei liquori, ed incluso, invece, il lavoro fisico.
Per lavoro fisico, non voglio intendere nè la ginnastica nè la scherma, insomma nessuno di quei esercizi o sport tanto in onore oggigiorno perchè costituiscono uno svago alla moda. Dicendo «lavoro fisico», voglio parlare del vero lavoro che occupa e che stanca. È inutile cercare pruove per dimostrare che la sobrietà è non solo possibile, ma che è, sopra tutto, assai meno nociva degli eccessi. Ognuno di noi potrebbe citare una quantità di esempi a tale riguardo.
È questo il mio primo argomento!
In secondo luogo, per una folla di ragioni che è inutile enumerare qui, - poichè constato soltanto un fatto - l'infedeltà coniugale è divenuta assai più frequente di quel che non fosse in altri tempi, ed è pure considerata come assai meno riprovevole dacchè parecchi romanzieri d'ingegno ne hanno calorosamente difesa la causa. Ed è un torto.
L'origine del male è doppia. Proviene prima di tutto dall'istinto naturale, poi dal fatto che si dà a questo istinto una parte assai più importante di quella che merita. Dato questo stato di cose, non si può rimediare al male che coll'introdurre un cambiamento nel modo di vedere attualmente in voga su ciò che si chiama «innamorarsi,» e specialmente su ciò che implica questa parola.
Bisogna dare agli uomini ed alle donne un'educazione nella quale l'influenza ed i buoni esempi della famiglia siano predominanti, e creare nella pubblica opinione una corrente di idee sane affine di far praticare quell'astinenza che la morale e la religione ci raccomandano egualmente e di far considerare le passioni bestiali come nemici che si debbano vincere e non già come amici che si debbano incoraggiare.
È questo il mio secondo argomento!
Un'altra conseguenza del falso concetto dell'amore moderno e delle cause che l'hanno introdotto nella società attuale, è che la nascita dei figli ha perduto il suo primo significato e che il matrimonio perde progressivamente il suo carattere familiare.
L'applicazione pratica di queste dottrine nuoce non solo alla salute ed al vigore fisico della donna, ma - ciò che è peggio - alla sua salute ed alla sua forza morale.
Questo stato di cose è dunque assolutamente riprovevole. Il solo rimedio che vi si possa portare consiste in una riserva che, apprezzata al suo giusto valore, è uno degli elementi essenziali della dignità e dell'onore, e che è obbligatoria tanto dopo il matrimonio quanto prima.
È questo il mio terzo argomento!
Trovo egualmente mal fatto che i fanciulli (i quali nella nostra società attuale sono un ostacolo ai godimenti, una specie di penoso accidente, oppure, quando il loro numero è inferiore al massimo che si vorrebbe raggiungere, semplicemente un godimento di un'altra specie) siano educati non già in vista del problema che avranno un giorno da risolvere, ma esclusivamente nella preoccupazione del piacere che procurano ai loro genitori. In generale, i bambini vengono allevati come tanti animaletti, essendo la cura principale dei genitori non già di avvezzarli ai lavori degni dell'uomo e della donna, ma di accrescere la loro statura, di renderli graziosi e di far loro acquistare un'aria elegante. Perciò si rimpinzano di cibi e di ghiottonerie, si vestono come bambole, si colmano di divertimenti e di distrazioni, e si pensa pochissimo a farli lavorare. Ed i bambini delle classi inferiori differiscono dagli altri solo su quest'ultimo punto; ed ancora, li si fa lavorare per necessità e non già per dovere. Nei fanciulli troppo ben nutriti, come negli animali a cui si dà una alimentazione troppo abbondante, la sensualità si sviluppa troppo presto, il che è contrario alle leggi della natura.
Vestirsi con eleganza, fare e ricevere visite durante il giorno, leggere, suonare, giuocare, ballare, cenare durante la notte, in una parola, seguire tutte le abitudini e tutti i traviamenti della vita moderna, come ce li rappresentano i disegni che si trovano sulle scatole di dolci e sui ventagli, come ce li descrivono le novelle, i romanzi, le commedie, le poesie, ecc. ecc. tutto ciò contribuisce a trasformare questa sensualità in un fuoco ardente e riesce al risultato che le passioni e le malattie sessuali sono allo stato normale nell'adolescenza e spesso anche nell'età matura.
È forse questo l'ideale della vita?
Mi pare che sarebbe oramai tempo che questo stato di cose finisca.
I figli degli uomini non debbono essere cresciuti come i nati delle bestie, e tutte le pene che costa l'educazione di un fanciullo potrebbero avere uno scopo più nobile di quello di produrre una bambola ben vestita.
L'importanza falsa ed esagerata che concediamo all'amore ad agli stati psicologici che l'accompagnano (e che noi idealizziamo) fa sì che gli uomini e le donne vi consacrano la miglior parte della loro energia durante il più gran periodo della loro vita, quello più pieno di promesse, di tal modo che si trovano presto esausti ed incapaci di azione o di qualunque altro sentimento.
La colpa di tutto questo male spetta in gran parte ai romanzieri ed ai poeti che danno ai casi amorosi un'importanza più grande di quella che meritano e che, idealizzando i peggiori traviamenti, seducono le nature più delicate e più impressionabili. La società moderna tende verso questo scopo e si sforza di raggiungerlo perchè il suo concetto della vita è altrettanto volgare quanto quello dell'uomo di una cultura primitiva.
Quest'ultimo, è ben vero, ricerca più particolarmente i piaceri dello stomaco; ma, in fondo, la differenza non è essenziale: tanto l'uno quanto l'altro si lasciano guidare dall'istinto.
Ed è appunto questo istinto volgare e tirannico che l'uomo civilizzato deve uccidere in sè come una bestia malefica. La sola mèta degna del pensiero, degli sforzi e dei lavori dell'uomo è il progresso. I servigi da rendere all'umanità, alla patria, alla scienza, all'arte - senza parlare della religione - sono molto al dissopra del campo dei godimenti personali ed egoistici. Ne vien per conseguenza che il matrimonio, dal punto di vista cristiano, non è un elemento di progresso; bensì di regresso e di decadenza. L'amore, con tutto quello che lo precede e lo segue - malgrado tutti i nostri sforzi per provare il contrario in prosa ed in versi - non procura mai e non può mai procurare i mezzi di raggiungere una mèta degna dell'uomo; è, invece, un ostacolo a questa mèta.
È questo il mio quinto argomento!
II.
Ma, allora, che ne diverrebbe della razza umana?
«Se ammettiamo che il celibato è preferibile e che è più nobile che il matrimonio, la razza umana non tarderebbe certo a scomparire dalla faccia della terra. Se, quindi, la conclusione logica di questo ragionamento è l'estinzione della razza umana, tutto quanto il ragionamento è evidentemente falso.»
A ciò risponderò che l'argomento non è mio e che non l'ho inventato io. È lo stesso Cristo, diciannove secoli fa, che ha dichiarato che il celibato era preferibile al matrimonio.
Questa tesi è così chiaramente esposta e spiegata nel Vangelo che sarebbe impossibile esporla e spiegarla meglio. Più tardi essa è stata ancora svolta nel catechismo e professata dalla cattedra.
Ecco quel che dice il Vangelo:
«Colui che è già ammogliato al momento in cui scopre la verità deve rassegnarsi a vivere con colei che è stata la sua campagna fino a quel giorno, vale a dire che non deve cambiar moglie, ma deve vivere più castamente di prima» (S. Matteo, XIX, 8, 12). «Che colui che è solo resti celibe e continui a vivere castamente.» (S. Matteo, XIX, 10, 12). «Che l'uno e l'altro, nelle loro ardenti aspirazioni verso una castità perfetta, si rendono colpevoli d'un peccato se considerano una donna come uno strumento di piacere.» (S. Matteo, XIX, 28, 29).
Queste sono le verità proclamate da Cristo. E la storia della razza umana testimonia in loro favore. La coscienza e la ragione le confermano egualmente.
La storia ci mostra l'umanità che cammina sempre, che è sempre spinta avanti, dall'alba dei secoli fino all'epoca attuale, che va sempre progredendo e che, dalla poligamia e dalla poliandria, passa alla monogamia, e dalla monogamia caratterizzata dall'incontinenza alla continenza nel matrimonio.
La nostra coscienza conferma questa verità inducendoci ad apprezzare la castità come un'altissima virtù tanto in noi stessi come negli altri.
La ragione ci dimostra che la continenza è l'unica soluzione, che non sia in disaccordo coi sentimenti umani, del problema provocato dall'eccesso della popolazione.
Riflettendoci bene, ci troviamo in presenza di un fatto assai straordinario.
Vedete un po': si lasciano propagarsi le teorie maltusiane, si favorisce la prostituzione, ogni anno si lasciano morire di fame e di miseria migliaia di bambini, la guerra fa, ogni tanto, una carneficina legale di milioni di esseri umani, gli Stati fanno sforzi inauditi per accrescere e perfezionare gli strumenti di distruzione, l'obbiettivo e lo scopo necessari della sua esistenza essendo di far ammazzare degli uomini. Ebbene! tutte queste cose si fanno legalmente sotto i nostri occhi: ce ne accorgiamo appena, non le troviamo affatto pericolose per l'umanità. Ma che uno solo osi dimostrare la necessità di frenare le proprie passioni, ed ecco che si grida che la razza umana è in pericolo!
Quando un uomo vi chiede la strada, ci sono due mezzi per indicargliela: descrivergli ogni circostanza della via da percorrere, oppure indicargli semplicemente la direzione generale verso uno dei punti cardinali, ed orientarlo per mezzo del sole o delle stelle la cui posizione è invariabile.
Il primo di questi metodi è quello delle religioni efimere, colle loro prescrizioni e colle loro istruzioni particolareggiate.
Il secondo è quello del sentimento interno, che ognuno porta in sè, della verità eterna ed immutabile. Nel primo caso, certe azioni vi sono prescritte, certe altre vi sono proibite; nel secondo, vi è indicata la sola linea di condotta. Benchè riconoscessimo che la mèta è impossibile a raggiungere, pur tuttavia il sentimento interno, la coscienza, ci dice che è la sola vera, la sola che dobbiamo seguire, la sola a cui dobbiamo conformare tutte le azioni della nostra vita.
«Osservate religiosamente il giorno del Sabbato; compite il rito della circoncisione; astenetevi dai liquori spiritosi; non rubate; date un decimo dei vostri beni ai poveri; non commettete adulterio; fate il segno della croce; ricevete il sacramento della comunione, ecc. ecc.» Tali sono i precetti formali del Buddismo, del Giudaismo, del Maomettismo, dell'Ecclesiasticismo, chiamato anche Cristianesimo.
«Ama Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima tua: ama il tuo prossimo come te stesso; fa agli altri ciò che vorresti che essi facessero a te; ama i tuoi nemici.» Tale è la dottrina di Cristo. Non vi comanda positivamente alcun'azione materiale, vi mostra soltanto quell'ideale imperituro che ciascuno di noi ritrova nella propria coscienza, nel momento in cui esso gli è rivelato.
Per colui che vuol seguire questa dottrina alla lettera, il rigoroso adempimento della legge lo fa giungere alla perfezione, ma arresta in lui qualunque altra aspirazione. Non gli resta altro da fare che da ringraziare Iddio per aver seguito la sua legge. È, infatti, giunto alla cima suprema e non vede più, davanti a sè, alcuna altra altezza verso la quale potrebbe rivolgere i suoi passi. Per colui che professa la dottrina di Cristo, l'ascensione di una cima non è che un incitamento ad ascenderne un'altra, e così di seguito, innalzandosi sempre più ed avvicinandosi all'inaccessibile ideale.
Il vero cristiano rimane sempre nell'attitudine del pubblicano: ha sempre il doloroso sentimento della propria indegnità, va sempre avanti, con impazienza, scorgendo davanti a sè una lunga via il cui percorso infinito lo separa dalla mèta.
L'uomo che accetta la legge alla lettera e che ne compie rigorosamente ogni formola può essere paragonato ad una persona che si mantiene nella sfera luminosa di una lampada fissa sopra un punto immutabile, - la luce gli manca appena vuole oltrepassare quella sfera.
Invece, colui che obbedisce all'impulso del sentimento intimo è simile all'uomo che porta una lanterna attaccata ad una lunga pertica; i raggi luminosi lo precedono dovunque, dissipano le tenebre e guidano i suoi passi; lo conducono incessantemente verso nuovi orizzonti che gli rivelano la sua coscienza.
La castità ed il celibato, dicesi, non possono essere le virtù ideali dell'umanità, perchè avrebbero per rapida conseguenza la estinzione della razza umana, mentre l'umanità non può avere per mèta la propria sua distruzione. A questa obbiezione si può rispondere che è vero quel solo ideale, il quale, essendo inaccessibile, ammette un'infinità di gradazioni, a misura che uno se ne avvicina.
Tal'è l'ideale cristiano che è la fondazione del Regno di Dio: l'unione, nell'amore fraterno, di tutte le creature che vivono sulla terra. Il concetto di questo ideale è inconciliabile colla pratica della vita perchè richiede uno sforzo continuo verso un ideale inaccessibile, che sa di non poter raggiungere.
III.
Supponiamo anche che la castità perfetta, questo ideale cristiano, si realizzi, - che accadrebbe allora? Ci si troverebbe semplicemente d'accordo con la religione, uno dei dogmi della quale vuole che il mondo abbia una fine, e colla scienza perchè c'insegna che il sole perde gradualmente del suo calore, il che, col tempo, condurrà alla estinzione della razza umana.
Se noialtri Cristiani vediamo una contradizione fra la nostra coscienza e la realtà, si è perchè non comprendiamo la dottrina di Cristo che ci mostra un ideale inaccessibile ed immutabile, e che rimpiazziamo questo ideale con prescrizioni ecclesiastiche, che si chiamano a torto cristiane. È ciò che avviene pel servizio divino, per l'apostolato, il potere, i sacramenti, ecc.
In quanto poi al matrimonio, non solo non è stato istituito da Cristo, ma è stato invece disapprovato da lui. Leggete voi stessi: «E tutti coloro che hanno abbandonato le loro case, i loro fratelli, le loro sorelle, il padre, la madre, la moglie, i figli, la patria, per amor mio, saranno ricompensati al centuplo e godranno della vita eterna.» (S. Matteo, XIX, 29; S. Matteo, X, 29, 30; S. Luca, XVIII, 29, 30.) Ha soltanto imposto agli ammogliati ed ai celibi l'obbligo di cercare di giungere alla perfezione e di praticare la castità nel matrimonio e fuori del matrimonio.
La Chiesa, nello stabilire - contrariamente all'insegnamento di Cristo - il matrimonio come istituzione cristiana, vale a dire imponendo certe formole dopo le quali l'amore carnale non è più un peccato, ma anzi una relazione perfettamente lecita, non ha creato un'istituzione solida, ed ha, nello stesso tempo, tolto all'umanità l'ideale stabilito da Cristo, - quell'ideale che doveva servirle di guida.
Questa istituzione ha avuto per risultato di far perdere all'umanità il suo ideale primitivo, prima ancora che conoscesse l'ideale nuovo.
Ha perduto il vero ideale stabilito da Cristo e non ha preso che il lato esterno del dogma relativo al matrimonio, il quale non riposa su alcun fondamento ed al quale gli uomini non credono realmente e sinceramente.
Questo ci dà una spiegazione soddisfacente del fatto che, a prima vista, pare essere un'anomalia: che il principio della vita di famiglia ed il fondamento sul quale esso posa (la vita coniugale) sono più fermamente radicati presso quei popoli che posseggono prescrizioni religiose chiare e minuziose per ciò che riguarda le pratiche esterne, come, per esempio, presso gli Ebrei ed i Maomettani.
Non ci può essere istituzione cristiana del matrimonio, come non ci può essere liturgia cristiana (S. Matteo, VI, 5, 12; S. Giovanni, IV, 21), come non ci possono essere predicatori cristiani, padri della Chiesa (S. Matteo, XIII, 8, 10) eserciti cristiani, tribunali cristiani, Stati cristiani.
Tal'è la dottrina che fu ammessa ed insegnata dai veri Cristiani dei primi secoli.
L'ideale cristiano non è il matrimonio, ma l'amore di Dio e del prossimo. Quindi, pel vero Cristiano, non solo le relazioni carnali nel matrimonio non costituiscono uno stato lecito, felice e regolare - come sostengono la società e la Chiesa - ma invece costituiscono sempre una caduta, una debolezza, un peccato. Non ci può esistere matrimonio cristiano. Cristo non ha preso moglie. Non ha istituito il matrimonio. I suoi discepoli non si sono ammogliati.
Ma se non ci può essere matrimonio cristiano, esiste però qualche cosa come un punto di vista cristiano del matrimonio.
Questo punto di vista potrebbe essere formulato nel modo seguente: un Cristiano (ed adoperando questo termine non intendo mica alludere a coloro che si dicono Cristiani sol perchè sono stati battezzati e perchè prendono la comunione una volta l'anno, bensì a coloro la cui vita si modella e si regola sulle dottrine di Cristo) un Cristiano - dico - non può considerare i rapporti sessuali che come una derogazione dallo insegnamento di Cristo, che come un vero peccato. S. Matteo (V, 28) lo dice chiaramente, e la cerimonia chiamata «matrimonio cristiano» non distrugge minimamente le sue affermazioni. Quindi, un vero Cristiano non desidererà mai il matrimonio, ma lo eviterà sempre.
Se si troverà penetrato dalla luce di questa verità se non quando è già ammogliato o liberamente unito ad una donna, deve rimanere con sua moglie (e la moglie con suo marito, se è lei che è Cristiana), ma debbono entrambi tendere tutti i loro sforzi verso la castità, sostituendo alle relazioni carnali dei rapporti puramente fraterni. Tal'è il punto di vista veramente cristiano del matrimonio; e non ce ne può essere altro per l'uomo che vuol vivere secondo i precetti di Cristo.
IV.
Le idee che emetto quì, come già nella Sonata a Kreutzer, sembreranno vaghe, strane, e fors'anche contradittorie, a moltissime persone. Esse sono certamente in contradizione, non già le une colle altre, ma con l'insieme della vita che meniamo. Involontariamente sorge questa domanda: «Da che parte si trova la verità? Dal lato delle idee che mi sembrano vere e ben fondate, oppure nella vita vissuta dagli altri e da me stesso?»
Anch'io ho avuto questo dubbio allorchè stavo scrivendo la Sonata a Kreutzer. Non prevedevo affatto che la legge rigorosa dell'associazione delle idee mi avrebbe condotto lì dove son giunto. Sulle prime, le mie proprie conclusioni mi hanno spaventato e sono stato sul punto di respingerle, ma mi è stato giocoforza ascoltare la voce della mia ragione e della mia coscienza. Perciò, per quanto strane possano parere le mie teorie a moltissima gente, per quanto siano incontestabilmente contrarie al nostro modo di vivere, per quanto possano essere inconciliabili con quello che ho pensato e detto fin qui, non ho potuto far a meno di accettarle.
«L'uomo è debole,» mi si dirà; «non bisogna imporgli un còmpito superiore alle sue forze.»
È come se si dicesse: «La mia mano è debole ed inabile, non posso tracciare una linea retta, vale a dire una linea che sia la via più corta per andare da un punto all'altro. Affine di rendere il mio còmpito più agevole, cercherò di tracciare una linea curva o spezzata.»
Invece, più debole è la mia mano, e più ho bisogno di un modello perfetto.
Purchè riconosciate la castità come un ideale, purchè consideriate la caduta fatta in comune come un atto di matrimonio indissolubile per sempre, vedrete nettamente che i precetti di Cristo sono non solo sufficienti per illuminarvi, per guidarvi nella vita, ma sono pure i più pratici ed i soli possibili.
L'ideale cristiano è oggigiorno accessibile alla umanità appunto perchè l'uomo ha già traversato il periodo della religione puramente simbolica e che la sola dottrina cristiana dà delle regole pratiche che l'umanità può seguire. Ma si deve serbare questo ideale in tutta la sua purezza ed unirci fortemente la propria fede.
Così, fintanto che, nell'arte di navigare, non si è trattato che di costeggiare le rive, si è potuto raccomandare al viaggiatore di seguire coll'occhio quella tale collina, quella tale torre o qualunque altro punto da lontano visibile; ma oggi è venuto il tempo in cui il navigatore può oramai scostarsi dalle rive e spingersi in alto mare, - e per farlo può essere guidato solo dagli astri o dalla bussola!
Ed abbiamo in nostro potere mezzi identici per raggiungere l'ideale che c'indica la dottrina cristiana.
V.
Fra le molte lettere che ho ricevute da diverse persone a proposito della Sonata a Kreutzer e delle pagine che precedono, se ne trovano parecchie che dimostrano che io non sono il solo che abbia coscienza della necessità di cambiare veduta sui rapporti fra i due sessi. Questa opinione è condivisa da moltissime persone serie, la cui voce è soffocata da quella degli uomini dalla mente piccina che compongono le masse, le quali difendono con ostinazione ed arroganza quell'ordine di cose che stuzzica le loro passioni.
Fra queste lettere, ne ho ricevuta una, in data del 7 ottobre 1895, accompagnata da un opuscolo intitolato Diana, di cui essa fa menzione:
Ecco la copia di questa lettera:
Nuova-York, 7 ott. 1890
«Abbiamo il piacere di mandarvi un opuscolo intitolato «Diana, saggio psico-fisiologico sui rapporti sessuali fra coniugi2.
«Dacchè la vostra opera «La Sonata a Kreutzer» è stata pubblicata in America, molte persone dicono che Diana spiega, rende possibile e realizza le teorie del Tolstoi. Vi mandiamo dunque l'opuscolo affinchè possiate giudicare da voi stesso.
«Pregando Iddio che i voti del vostro cuore possano essere esauditi, siamo
i vostri devotissimi
Burns-Go.»
«Vi saremo grati se vorrete mandarci un cenno di ricevuta.»
Prima di quella lettera, ne avevo ricevuta dalla Francia un'altra, insieme ad un opuscolo della signora Angèle Françoise.
Nella sua lettera, la signora Angèle m'informava dell'esistenza di due società il cui scopo è d'incoraggiare la purezza dal punto di vista della vita sessuale, - l'una stabilita in Inghilterra, l'altra in Francia ed intitolata Société d'amour pur.
Nell'articolo della signora Angèle, trovo espressi gli stessi pensieri che in Diana, però con meno chiarezza e precisione e con un'impronta di misticismo.
Le idee espresse in questo ultimo opuscolo, benchè non fondate sulla dottrina cristiana, ma piuttosto sulla pagana, platonica, son così nuove ed interessanti, e provano con tale un'evidenza il non senso del libertinaggio che esiste tanto nella vita del giovine celibe quanto in quella dell'ammogliato, che son tentato di farle conoscere al lettore.
VI.
L'idea fondamentale di questo opuscolo, che porta per epigrafe «I due sposi non faranno che un corpo solo,» è la seguente:
La diversità nell'organizzazione dell'uomo e della donna esiste non solo dal punto di vista fisiologico, ma anche dal punto di vista morale delle facoltà che si chiamano «virili» nell'uomo, e «muliebri» nella donna.
L'attrazione fra i due sessi non è prodotta dal solo bisogno fisico, ma dal contrasto fra le facoltà virili dell'uomo e le facoltà muliebri della donna. Ognuno dei sessi tende a completarsi coll'altro, ed ecco perchè l'attrazione è non solo fisica, ma anche morale.
Entrambi son spinti da una necessità che ha la stessa causa; e l'unione fisica e la comunanza morale sono talmente dipendenti l'una dall'altra che la soddisfazione dell'una indebolisce inevitabilmente l'altra. Più il desiderio fisico è soddisfatto, più l'attrazione morale diminuisce od anche scompariste completamente, e viceversa.
L'attrazione dei sessi è dunque duplice: tanto può prendere un carattere morale elevatissimo quanto manifestarsi sotto forma della brutalità più grossolana.
Ci sono, naturalmente, molte gradazioni fra questi due estremi. La quistione di sapere a quale di queste gradazioni deve fermarsi l'attrazione dei sessi si risolve secondo l'epoca ed il luogo in cui è considerato come più o meno legittimo, desiderabile e necessario.
Un fatto evidente, che prova quanto le relazioni fra i due sessi dipendono dal concetto che l'uomo si fa di ciò che è buono, desiderabile e necessario, è quell'uso tipico secondo il quale i fidanzati, nella Piccola Russia, passano, per parecchi anni, delle notti intere colle loro fidanzate senza toccarle.
La piena soddisfazione per le persone isolate che si uniscono fra di loro raggiunge quella gradazione che esse giudicano conveniente. Ma, indipendentemente dai diversi giudizi, esiste un certo grado che deve dare a tutti in generale un godimento superiore a tutti gli altri. Ebbene, qual genere di comunanza deve dare un godimento maggiore e più completo? È quello che riveste piuttosto un carattere morale oppure quello che rimane semplicemente fisico?
La risposta a questo quesito è chiarissima e facilissima, benchè sia in opposizione colle idee generalmente adottate a tal proposito dalla nostra società. Consiste nel fatto che quanto più è eccitato il desiderio e tanto meno è soddisfatto. Invece, quanto più è stretta la comunanza morale, tanto meno vengon provocati nuovi desideri e tanto più è completo il godimento. Quanto più l'uomo si abbandona alla prima e tanto più le sue forze vitali si distruggono, - quanto più si avvicina alla seconda e tanto più la disposizione generale dell'animo è calma, allegra ed energica.
L'unione dell'uomo e della donna «in un corpo solo» sotto forma di matrimonio è considerata dall'autore come una condizione allo sviluppo superiore dell'uomo. Per lui, il matrimonio è una condizione normale e desiderabile per tutti gli adulti, ma afferma che può non consistere unicamente in una comunanza fisica, ed essere invece soltanto una comunanza spirituale.
Secondo l'ambiente, le circostanze ed i temperamenti, il matrimonio, per alcuni, si accosta più alla comunanza spirituale che a quella fisica, per altri succede il contrario; ma è fuor di dubbio che sono i primi che godono di maggiori soddisfazioni.
Pur ammettendo che il bisogno sessuale possa avere per risultato tanto la comunanza spirituale - l'amore - quanto l'unione fisica - la procreazione - e che dipende dalla volontà dei coniugi di attenersi alla prima od alla seconda di queste manifestazioni, l'autore conchiude naturalmente col dire che l'astinenza è non solo possibile, ma che egli la considera come la condizione naturale e necessaria dell'igiene sessuale, tanto nel matrimonio quanto fuori dei legami matrimoniali.
E l'autore sostiene la sua teoria con una gran quantità di esempi e di dati fisiologici sul procedere dei rapporti sessuali, la loro azione sull'organismo e la possibilità della loro direzione cosciente verso l'una o l'altra delle due vie: l'amore o la riproduzione.
L'autore cita queste parole di Herbert Spencer:
«Se qualche legge contribuirà alla felicità del genere umano, la natura umana vi si sottometterà necessariamente, e questa sottomissione sarà una gioia per l'umanità.»
Ed è per questo, dice l'autore, che non dobbiamo lasciarci guidare ciecamente dagli usi e costumi bell'e stabiliti e dalle condizioni nelle quali viviamo attualmente, ma dobbiamo invece aspirare con tutte le nostre forze allo stato superiore che l'uomo possa raggiungere.
VII.
Insomma, l'idea fondamentale di Diana è che le relazioni fra i sessi possono manifestarsi in due modi: colla procreazione e coll'amore.
In un'unione dove l'intenzione ben decisa è di non aver figli, la facoltà sessuale deve essere sempre diretta verso l'amor puro. Il carattere che prenderebbe questa facoltà dipende dall'intelligenza e dall'abitudine. Tutti gli sforzi debbono dunque essere diretti in questo senso, ed allorchè l'abitudine sarà stata presa, gli uomini saranno liberati da una quantità di mali e troveranno il loro bisogno sessuale pienamente soddisfatto.
Alla fine del volume si trova una lettera degna di attenzione, diretta ai genitori ed agli educatori e firmata Elisa Burns. Benchè vi si parli di cose che sono generalmente considerate come indecenti - giacchè vi si dice pane al pane - questa lettera potrebbe avere un'influenza così benefica sull'infelice gioventù attuale che tanto soffre delle conseguenze di eccessi di ogni specie, che sarebbe un vero benefizio il farla conoscere agli uomini adulti che sciupano inutilmente la miglior parte delle loro forze o compromettono la loro felicità, e specialmente ai giovani, sia che vivano nelle loro famiglie, sia che vengano rinchiusi nei collegi e nei convitti.
Fine dei «piaceri viziosi»
I due pellegrini
I.
Jefim Faràssitsc Scèvelef ed Eliseo Bdorof, vecchi contadini e vecchi amici, si erano promesso scambievolmente di andare a Gerusalemme e di pregare sulla tomba di Nostro Signore.
Jefim era agiato, serio; non beveva acquavite, non fumava, non prendeva tabacco ed in vita sua non aveva mai detto parole sconce, comportandosi sempre da uomo d'illibati costumi e di carattere esemplare.
Aveva adempiuto, in qualità di starosta, due periodi di quelle funzioni e ne era uscito senza macchia.
La sua numerosa famiglia, fra cui due figli ammogliati con molta prole, viveva tutta sotto lo stesso tetto.
Di aspetto imponente, dritto come un soldato, quasi settuagenario, aveva la barba lunga, bellissima, ed i capelli leggermente brizzolati.
Eliseo era un vecchietto, nè ricco, nè povero. Durante la sua gioventù era andato ramingo in qualità di falegname, e, nella tarda età, si era fatto casalingo per dedicarsi all'apicoltura.
Uno dei suoi figliuoli era all'estero in cerca di fortuna; l'altro era rimasto col padre.
Eliseo aveva lo spirito sereno ed il cuore eccellente. Beveva il suo bicchierino di acquavite, prendeva tabacco ed amava le gaie canzoni; era però una persona pacifica: di buon accordo con tutti i suoi vicini, ed affezionatissimo alla famiglia.
Di media statura, Eliseo aveva la carnagione molto bruna, la barba crespa e scura, ed il cranio completamente sprovvisto di capelli, appunto come il suo santo patrono, il profeta Eliseo.
Era già molto tempo che i due vecchi avevano divisato di andare uniti in pellegrinaggio, ma Faràssitsc non si era trovato mai libero, perchè impegnato continuamente in qualche nuovo affare. Non appena si era disbrigato di uno, che un altro gli capitava sulle braccia; ora era una domanda di matrimonio per la nipote, ora aspettava il figlio minore che tornava dall'aver fatto il soldato, oppure sorgeva la necessità di costruire qualche nuovo locale...
Un bel giorno di festa, i due vecchi s'incontrarono, e sedettero, l'uno a fianco dell'altro, sopra una trave.
- Come va la salute, batiùscka?... Quando ci decideremo a mandare in effetto il nostro voto? disse Eliseo.
Jefim corrugò le sopracciglia.
- Dobbiamo pazientare ancora un poco, rispose. L'annata è un po' pesante. Mi ero prefisso di finire la costruzione della nuova casa e di non spendervi che poco più di un centinaio di rubli, mentre ne ho speso oltre trecento, e non è neppure finita. Vedo che ne avrò per tutta la primavera. Ma, appena giunta l'estate, checchè accada, ci metteremo in viaggio.
- Secondo me, osservò Eliseo, non dovremmo rimandare ad altra epoca ciò che abbiamo stabilito di fare: la primavera è la stagione più propizia pei viaggi.
- La stagione è buona, è vero, ma i lavori sono cominciati. Come faccio a lasciare in tronco la mia costruzione!
- E non c'è tuo figlio per continuare i lavori?
- Sì; ma come li manderà avanti? Non posso fare assegnamento sul primogenito, perchè si ubbriaca.
- Senti, bàtiuska, quando saremo morti i nostri figli sapranno bene vivere senza di noi. Tuo figlio deve pure far da sè una buona volta.
- Hai ragione, ma io non sono tranquillo che quando si lavora sotto la mia sorveglianza.
- Eh! caro fratello, non puoi certo pensare di condurre a termine ogni lavoro. E l'apologo che ti narrerò te lo dimostrerà. In una delle ultime feste, le mie donne pulivano e ripulivano la casa senza venirne a capo: c'era sempre qualcosa da lucidare o da lavare. Allora la figlia maggiore della mia nuora, una testina sventata, esclamò: «Sia lodato Iddio che la festa si avvicina senza aspettare noi, altrimenti, con tutto il nostro zelo, questa pulizia non avrebbe termine!»
Queste parole fecero riflettere Farassitsc.
- Questa costruzione mi costa già assai, disse dopo aver taciuto qualche tempo; e non s'intraprende mica a mani vuote un viaggio in paese lontano. Cento rubli non sono un'inezia.
Eliseo si pose a ridere.
- Queste tue parole sono un peccato, bàtiuscka, osservò egli cordialmente. Sei dieci volte più ricco di me, che sono un povero diavolo, e mi parli di denaro. Io non ho denaro, ma dimmi quando dobbiamo partire, e ne saprò trovare.
Farassitsc sorrise a sua volta maliziosamente....
- E che, disse egli scherzando, eccoti divenuto milionario ad un tratto! Dove andrai a scavare la somma che ti occorre?
- Prima di tutto, frugando bene, finirò per trovare qualcosa in casa; se ciò non basta, cederò una decina di alveari al mio vicino, che me li chiede da un pezzo.
- Con l'annata buona in vista, puoi avertene a pentire...
- Pentirmi di che? No, bàtiuscka, non mi sono mai pentito di altro che dei soli peccati commessi, e nulla mi è più prezioso dell'anima mia.
- Hai ragione anche in questo; ma è cosa penosa il partire, quando, in casa, le faccende non vanno come dovrebbero.
- Ma è anche più doloroso di trascurare l'anima! Abbiamo fatto un voto, e dico che è tempo di metterci in via...
II.
Jefim, dopo aver riflettuto a lungo, finalmente convinto dalle giuste osservazioni dell'amico, andò l'indomani a casa sua.
- Ebbene, bàtiuscka; sono pronto: tu mi hai illuminato. Dio è padrone della vita e della morte. Partiamo ora che siamo ancora forti e robusti.
E in capo ad una settimana, i due vecchi amici si misero in viaggio.
Jefim Farassitsc prese con sè 190 rubli, lasciandone altri 200 alla moglie.
Anche Eliseo aveva accomodato le sue faccende; aveva venduto dieci alveari al vicino, al quale aveva formalmente promesso di fornire api quanto possono riempire dieci alveari. In base a questo contratto, il vicino gli aveva sborsato 70 rubli. Gli altri 30 mancanti, egli li aveva raggranellati in casa, chiedendo a tutti un piccolo sacrificio: sua moglie gli aveva dato quel poco che aveva economizzato e serbato per un caso di morte, la nuora gli aveva dato tutto quello che possedeva.
Jefim Farassitsc affidò la cura della casa al figlio maggiore; gli fece lunghe ed accurate raccomandazioni, sia per l'affitto della gente che doveva falciare il grano, sia per i luoghi dove portare il lettame, dove innalzare la casa, come fare il tetto e così di seguito.
Eliseo raccomandò alla moglie di serbare le giovani api degli alveari venduti, perchè il vicino non avesse a soffrire. In quanto all'andamento della casa, non le fece nessuna raccomandazione.
- Ti regolerai secondo le circostanze, le disse. Padrona di te stessa, agisci come meglio credi.
Dopo ciò, i due vecchi fecero i loro preparativi di viaggio.
Quelli di casa si occuparono a cuocere delle focacce col miele, a cucire delle valigie, a tagliare delle strisce di tela per i piedi, ed a comprare degli stivali nuovi.
Il momento della separazione giunse alla fine.
I congiunti accompagnarono i pellegrini fino a campagna inoltrata, dove furono scambiati gli ultimi addii; poi i due vecchi si spinsero coraggiosamente verso i paesi lontani.
Eliseo si allontanò dal villaggio natìo bravamente, col cuore leggero, lasciandosi alle spalle tutte le piccole noie, tutte le preoccupazioni. Tutto il suo pensiero era rivolto al caro compagno, verso il quale desiderava mostrarsi amabile e servizievole, per tornarsene poi a casa, dopo aver raggiunto il pio scopo prefisso.
E proseguiva il suo cammino con le labbra sorridenti, mentre recitava mentalmente una preghiera, o qualche passo della «Vita dei Santi». E se incontrava qualche viandante, o si fermava a pernottare, egli si studiava di essere molto cordiale ed alla mano, non facendo che dei discorsi grati a Dio.
Una sola cosa Eliseo non poteva vincere su sè stesso: si era proposto di abbandonare il vizio di prendere tabacco, ed aveva espressamente «dimenticato» a casa la tabacchiera di faggio. Ma era cosa più facile a dirsi che a farsi. Strada facendo, un viandante gli aveva offerto una presa. Eliseo aveva cercato di vincere la tentazione, ma poi aveva soggiaciuto, ed aveva riprincipiato a prendere tabacco, tenendosi un poco indietro per non scandalizzare il suo compagno di viaggio.
Anche Jefim Farassitsc andava allegramente verso il santo scopo, - fedele e risoluto, senza turbamenti di coscienza, senza inutili parole; ma il suo cuore non si accorgeva di questo allegro e facile cammino verso il cielo. Il pensiero della casa era costante ed assorbente.
Aveva il figlio dimenticato oppur no di riordinare questo o quello, e l'aveva egli fatto bene? Quando, strada facendo, vedeva piantare delle patate e trasportare del concime, si sentiva subito tormentato dall'idea che suo figlio non avesse capito bene le sue raccomandazioni. Questi pensieri non gli davano requie, ed avrebbe preferito di tornarsene indietro per assicurarsi personalmente che tutto andava pel suo verso, e per prendere parte ai lavori.
III.
Quando i due vecchi giunsero nella Piccola Russia, camminavano già da cinque settimane e le loro calzature erano consumate. Dacchè avevano lasciato il loro villaggio, avevano sempre pagato col loro denaro sia pel cibo che pel dormire; ma giunti fra i Piccoli Russiani si trovarono fra contadini che rivaleggiarono tra loro per offrire gratuita ospitalità nelle loro capanne. Davano loro da bere, da mangiare e da dormire senza accettare alcun compenso, e, non contenti di questo, empivano le bisaccie dei pellegrini di pane, introducendovi anche qualche focaccia.
I due vecchi amici fecero così altre cento verst.
Avevano lasciato dietro a loro un'altra provincia, quando giunsero in una ragione sterile. È bensì vero che erano sempre accolti cordialmente, che non si domandava loro nulla pel dormire, ma non era lo stesso pel cibo, nè per le provviste di viaggio. Erano continue lagnanze sulla scarsezza del pane, ed era qualche volta dubbio il poterne avere anche pagandolo bene.
- Non abbiamo raccolto nulla l'anno passato, diceva il popolo. - Più d'uno, che viveva nell'abbondanza, è rimasto senza risorse ed ha dovuto vendere tutto; altri, che non avevano che il necessario, sono in una squallida miseria, ed emigrano, o vanno mendicando di porta in porta, non potendo sopportare la desolazione del loro focolare. Quest'inverno sono stati ridotti a mangiare radici che scavavano nei campi.
Una volta, i due vecchi avevano passato la notte in un piccolo villaggio, dove avevano avuto la fortuna di comperare quindici libbre di pane fresco, ed erano partiti l'indomani, molto per tempo, per fare un buon tratto di strada prima del meriggio.
Fecero così un dieci verst e giunsero ad un fiumicello presso il quale sedettero per riposare; poi mangiarono del pane bagnato nell'acqua e cambiarono le scarpe.
Avendo Eliseo cavata di tasca la tabacchiera, Jefim Farassitsc scosse il capo, scandalizzato:
- E che, fratello, esclamò egli, ti dài ancora a questa colpevole abbominazione?
- Ahimè! rispose Eliseo, facendo l'atto di chi è sopraffatto; non posso resistere alla tentazione!
Messisi di nuovo in cammino, fecero altre dieci verst e giunsero ad un gran borgo, attraversato dalla via maestra.
Il caldo era soffocante. Eliseo, stanco, ansante ed assetato, avrebbe voluto fermarsi; ma Jefim, che era un intrepido camminatore, non voleva perdere tempo.
- La sete mi divora, disse Eliseo.
- Va a spegnerla; io non ho sete.
Eliseo si fermò.
- Non mi aspettare, disse egli umilmente; entrerò un momento nella capanna che sta laggiù per bere a sazietà; e ti raggiungerò subito, dopo essermi rinfrescato e rinvigorito.
- Sta bene, rispose Jefim Farassitsc, il quale proseguì la sua strada, mentre Eliseo moveva verso la capanna.
Era questa di stoppia e creta, mal costruita, nera al basso e più chiara verso la cima, col tetto mezzo sfondato.
Eliseo vi penetrò dal cortile, dove trovò un uomo che giaceva su d'un mucchio di terra; era scarno e malato, senza barba, e con la camicia messa nei calzoni, all'uso dei Piccoli Russiani. Forse egli si era buttato là in cerca di ombra; poi il sole l'aveva invaso coi suoi raggi cocenti, ed egli vi era rimasto spossato, cogli occhi aperti. Eliseo lo chiamò, chiedendogli da bere; ma l'uomo non si mosse.
«O è ammalato, o non ha il cuore compassionevole,» pensò Eliseo, dirigendosi verso la porta. Un coro di urli di bambini, provenienti dall'interno della casa, colpì il suo orecchio.
Appoggiò la mano sul saliscendi e picchiò.
- Olà, di casa!
Nessuno rispose. Allora, battendo col bastone, gridò:
- Fratelli battezzati!
Sempre nulla.
- Servi di Dio!
Peggio che mai. Stava sul punto di allontanarsi da quella porta inospitale, quando udì dietro ad essa dei suoni lamentevoli, come gemiti dolorosi.
Eliseo si decise ad entrare nella capanna. Vi fosse accaduta qualche sventura?
IV.
Aperta la porta, Eliseo penetrò in uno stretto andito. La porta della camera era soltanto accostata. L'aprì e si trovò in una camera abbastanza vasta, avente a sinistra il focolare; e di fronte all'ingresso, al posto d'onore, in un angolo, c'era un tavolo sormontato dalle sante immagini. Sulla panca che stava presso la tavola, c'era una vecchia, con la sola camicia, che aveva il capo nudo appoggiato sulle braccia posate in croce. Un bambino col corpo gonfio, ma così magro e trasparente che pareva di cera, stava seduto vicino alla vecchia e la tirava dalla manica, gridando lamentevolmente e chiedendo certamente qualcosa.
Eliseo rimase pietrificato sul limitare di quella stanza, oppresso dall'atmosfera puzzolente che vi dominava.
Poi si fece innanzi e scorse una donna che giaceva dietro la stufa, con la faccia voltata a terra, rantolando fiocamente, e agitando alternativamente le gambe.
Il forte puzzo proveniva da quella disgraziata che si torceva, che forse era ammalata assai e che nessuno soccorreva.
La vecchia rialzò finalmente la testa e vide il visitatore.
- Che vieni a far qui, straniero? chiese essa di cattivo umore; che vuoi da noi? Noi non abbiamo assolutamente nulla...
Immaginando la spaventevole miseria di quegli infelici, Eliseo si avvicinò alla vecchia.
- Serva di Dio, disse egli; sono venuto qui per chiedervi da bere.
- Non abbiamo nessuno che ci porti dell'acqua. Non abbiamo nulla, proprio nulla da darti. Va per la tua strada.
- Non c'è dunque nessun sano, qui in casa, che curi l'ammalata? chiese ancora Eliseo.
- Ti dico che non abbiamo nessuno; il nostro uomo muore là fuori, mentre noi pure moriamo qui.
Il ragazzetto, che aveva tizzito alla vista dello straniero, riprese a piagnucolare ed a lamentarsi, continuando a tirare la manica della vecchia.
- Oh! nonnina cara, dammi del pane, anche un boccone solo! chiedeva con una voce da spezzare il cuore.
Eliseo stava per fare un'altra domanda alla vecchia, quando il contadino entrò barcollando, tenendosi al muro; volle sedere sulla panca, ma, perduto l'equilibrio, cadde pesantemente a terra. Non tentando neppure di rialzarsi, volle parlare, non riuscendo che a produrre dei suoni inarticolati spesso interrotti per riprendere il fiato.
- La malattia, mormorò, ci ha sorpreso nella carestia; e quello là muore dalla fame, disse poi piangendo, e mostrando col dito il bambino.
Eliseo si tolse di dosso, vivamente, la bisaccia, si rimboccò le maniche, e posta la bisaccia sulla panca, l'aprì. Ne tolse una pagnotta ed un coltello, col quale tagliò un grosso pezzo di pane che porse al contadino. Ma questi rifiutò, accennando il bambino.
- Pensa soltanto ai bambini!
Eliseo diede il pane al ragazzetto che piangeva. Il piccino, intuendo la cosa, si allungò, afferrò il pezzo di pane con le due manine e si mise a divorarlo con una specie di frenesia.
In quel momento, una bambina uscì di sotto alla panca della stufa e si trascinò vicino ad Eliseo, il quale le diede pure un pezzo di pane. Poi, ne tagliò per la vecchia e pel contadino. La donna ricevette la sua porzione, ringraziando, e si pose a mangiare avidamente.
- Se ci fosse dell'acqua, disse, sarebbe una benedizione. La mia gola è arsa. Volevo andarne ad attingere per noi, non so più se ieri od oggi. Sono riuscita a tirarla, ma non a portarla fin qui; l'acqua si è sparsa per terra ed io sono caduta nella polvere, d'onde mi sono rialzata a stento per trascinarmi fin qui. La corda è rimasta lì, se nessuno l'ha portata via.
Eliseo s'informò dalla vecchia del sito dov'era il pozzo; e trovatolo, vi attinse dell'acqua, che ristorò quegli infelici.
I bambini mangiarono ancora del pane bagnato nell'acqua.
La donna ammalata, fuori dei sensi, continuava a gemere ed a buttarsi da destra a sinistra.
Eliseo si affrettò ad andare al villaggio, dove comprò del miglio, del sale, della farina, del burro ed una piccola scure.
Tornato con questi diversi oggetti, spaccò della legna minuta ed accese il fuoco nella stufa; poi preparò una buona zuppa che ristorò quella povera gente.
V.
Il contadino mangiò pure un poco, la vecchia dimostrò un gran piacere a quel pasto, e i due piccoli, dopo aver accuratamente vuotato la loro scodella, si addormentarono dolcemente, tenendosi abbracciati.
Allora il contadino e la vecchia raccontarono in qual modo era sopravvenuta quella sventura.
- Anche prima di quest'anno, in cui i nostri campi non ci hanno dato raccolta, non vivevamo agiati; in autunno fummo costretti a dar fondo ai nostri risparmi, a vendere tutto. Quando non ci rimase più nulla, andammo a chiedere soccorso ai vicini o dalle persone caritatevoli. Da principio davano volentieri, ma poi le porte restarono chiuse senza pietà. Gli stessi ricchi erano caduti in miseria. Non potevamo comprare più nulla a credenza, perchè avevamo dei debiti, sia di farina che di pane. Non mi fu dato di trovar lavoro in alcun luogo, benchè mi dessi molto da fare, disse il contadino. Non c'era più lavoro, perchè molti si offrivano per un pò di pane. La vecchia e la piccina andavano a chiedere l'elemosina lontano da casa, e spesso invano, perchè la carestia aveva fatto strage in tutte le case. Pur tuttavia, trascinavamo questa misera vita, sperando di lottare fino al nuovo raccolto. Venuta la primavera, le elemosine cessarono completamente per dar posto alla terribile malattia che ci ha rovinati, e che ci ha fatto soffrire atrocemente. Su un giorno in cui mangiavamo appena, ce n'erano due di completo digiuno. Cominciammo a nutrirci di erba. Sia in causa di questa, o di altra ragione, mia moglie fu colta da questa orribile malattia che non le permette di alzarsi di letto, togliendo le forze pure a me; e non avevamo nessuno che ci aiutasse a liberarci da tanta miseria.
- Io sola, riprese la vecchia, continuavo a combattere contro l'avversa fortuna, perdendo le mie forze, senza nutrimento, senza speranza. Diventai invalida; anche la piccina si ridusse come un'ombra: tremava e sbatteva i denti. Volevo mandarla in casa di certi amici, ma essa non volle e si nascose in un angolo, non desiderando uscirne. Una nostra vicina è venuta qui, per andarsene subito dopo aver constatato che eravamo in preda alla malattia ed alla fame. Suo marito se n'è andato, abbandonando lei ed i figli in una orribile miseria. E quando siete entrato, avevamo perduto ogni speranza, non aspettavamo altro che la morte.
Udendo quel racconto così straziante, Eliseo smise l'idea di raggiungere subito il suo compagno, e decise di passare la notte in quella capanna.
Il giorno seguente, egli si alzò per tempo, mettendosi subito all'opera, come se fosse stato il padrone di casa.
Stemperò la pasta con la vecchia ed accese la stufa. Poi, presa con sè la piccina, andò dai vicini, cercando di raccogliere subito il necessario. Alla domanda di che abbisognasse quella povera gente, rispondeva:
- Mancano di tutto, hanno consumato tutte le loro risorse. In casa non c'è più nulla, e le persone non hanno neppure il vestito.
Eliseo andava di casa in casa senza stancarsi, raccogliendo quello che poteva, sia spontaneamente, sia comprando col suo denaro.
Così passarono tre giornate. Il bambino cominciava a riprendere un pò di colore, sgambettando sul banco, appendendosi ad Eliseo, carezzevolmente.
La bambina, ridivenuta forte ed allegra, aiutava coraggiosamente nell'assetto domestico. Tanto lei quanto il fratellino correvano sempre dietro ad Eliseo, tendendogli le braccine e chiamandolo «zietto!»
La vecchia aveva ricuperato le sue gambe. Il contadino andava per la casa tenendosi ai muri. La moglie sola restava coricata; ma, al terzo giorno, tornò in sè e chiese da mangiare. «Oh, mio Dio, pensò Eliseo, come è passato il tempo! Ora debbo andarmene.»
VI.
Il quarto giorno era festivo. Eliseo pensò: «Passerò anche questa giornata con i miei ospiti ai quali comprerò un regaluccio, e stasera mi metterò in cammino...»
Eliseo tornò al villaggio, dove comprò del latte, della farina e della sugna, e, giunto a casa, cucinò aiutato dalla vecchia. Poi andò a messa, e quando ne tornò, sedette a tavola con quei poveretti. Anche la donna era in piedi, provandosi a muoversi per la casa.
Il contadino si era fatto la barba con cura e si era messo una camicia pulita, che la vecchia aveva lavata, ed era andato nel vicino villaggio a trovare un ricco contadino per domandargli aiuto e per sollecitare la sua carità. Gli aveva impegnato la terra e la falciatura, ed ora si era recato da lui per chiedergli lo svincolo della terra e della falciatura fino al prossimo raccolto.
Quando tornò alla sera, era così abbattuto e sconfortato che si pose a piangere amaramente. Il ricco contadino non aveva avuto pietà di lui e gli aveva chiesto aspramente il denaro.
Eliseo fu ripreso dall'angoscia:
«Come farà a vivere questa povera gente? Gli altri vanno già a falciare, ed essi non hanno nulla. Il grano, che quest'anno promette molto, è quasi maturo, ma essi non hanno nulla da raccogliere; e sarebbe vano di cercare d'impietosire il ricco coltivatore. Se io li abbandonassi oggi, ricadrebbero domani nella più squallida miseria...
Ed Eliseo si fermò anche quella notte, preoccupato per l'avvenire di quei disgraziati.
Egli cercò nel cortile un angolo per accomodarsi un giaciglio, fece le sue orazioni, si coricò, ma il sonno tardava a venire; egli desiderava di rimettersi in viaggio, tanto più che aveva speso ormai troppo tempo e denaro; ma, dall'altro lato, quella povera gente gli faceva un'immensa pietà.
«Non puoi certo venire in aiuto a tutte le miserie, diceva egli a sè stesso. Volevi solo dividere con loro un pezzo di pane, ed ora si tratta di svincolare la falciatura ed il campo. Poi ci vorrà una vacca per la donna e pei bambini, ed un cavallo pel contadino. Ti sei lasciato trascinare tropp'oltre, fratello Eliseo Kusmitsc!»
Eliseo si alzò, spiegò il caftan che aveva arrotolato sotto il suo capo, ne tolse la tabacchiera da cui prese un pizzico di tabacco per chiarire le sue idee; ma, per quanto pensasse, non trovò nulla di buono.
Doveva ripartire, ed intanto quei poveretti si desolavano della sua partenza. Non sapeva più da che parte voltarsi. Finì per ripiegare il caftan e farsene un guanciale.
Rimase così parecchie ore senza poter chiuder occhio. Quando i galli cantarono, egli si assopì. Poi si riscosse come se qualcuno lo avesse risvegliato... Intanto, sogna di esser vestito e pronto alla partenza colla sua bisaccia e col suo bastone, e sul punto di varcare la soglia: ma la porta, semiaperta, gl'impedisce il passo, fermandolo dalla sua bisaccia e dai legacci delle sue calzature. Mentre si sforza di svincolarsi, si accorge che non è la porta che lo impedisce, ma la bambina che si appende a lui e gli grida:
- O zio, zietto, dammi ancora del pane!
Poi si guarda i piedi e scorge il bambino che lo tien fermo dai legacci delle scarpe.
Il contadino e la vecchia lo guardano dalla finestra...
Eliseo si svegliò e si disse ad alta voce:
- Voglio riscattare il campo e la falciatura e comprare un cavallo pel contadino ed una vacca per la vecchia e per i bambini. Devo fare così, perchè altrimenti cercherei invano Gesù Cristo, anche al di là dei mari, e lo perderei nell'anima. Bisogna che io aiuti questa gente...
Dopo essersi deciso, si addormentò profondamente e si riposò fino al mattino.
Si alzò per tempo ed andò dal ricco contadino: riscattò il campo di segale e diede il denaro per la falciatura.
Comperò anche una falce che portò nella capanna, perchè l'altra era stata venduta nella miseria.
Mandò il contadino a falciare ed egli stesso andò correndo pel villaggio in cerca di quello che voleva; trovò da un oste un cavalluccio vigoroso ed una vettura a poco prezzo.
Accordatisi sul prezzo, Eliseo cercò di procurarsi una vacca.
Mentre andava sulla strada maestra, raggiunse due giovanette del paese che andavano a passo lento, discorrendo allegramente.
Eliseo udì che parlavano di lui.
Una di esse diceva all'altra:
- In principio, non sapevano che uomo fosse, e credevano che fosse uno dei soliti pellegrini. Egli li ha riscattato in tutto. Ed io stessa l'ho visto oggi che contrattava un cavallo ed una carretta coll'oste. Vi è, dunque, al mondo, gente simile? Spicciamoci, andiamo a vederlo...
Eliseo capì che lo lodavano e si affrettò a comprare una vacca. Poi tornò dall'oste, al quale pagò la carretta ed il cavallo, e si diresse verso la capanna con le sue nuove compere.
Quando fu alla porta di casa, si fermò e scese di vettura.
Il contadino e le donne sgranavano gli occhi dalla sorpresa. Ben venne a loro il pensiero che il cavallo fosso stato comprato per loro, ma non osavano credervi.
Il contadino corse ad aprire la porta.
- Che ti salta in capo, zietto? Perchè hai comprato questo cavallo?
- L'ho comprato perchè costava poco. Bada che abbia del foraggio fresco nella cassetta della carretta per la notte.
Il contadino staccò il cavallo, falciò un fascio di erba e la mise nella cassetta.
Poi tutti andarono a dormire.
Eliseo stabilì il suo giaciglio sulla via, prendendo con sè anche la bisaccia da viaggio. Quando fu sicuro che tutti dormivano profondamente, egli si alzò, fece i suoi bagagli, si mise gli stivali, buttò il suo caftan sulle spalle e si pose in cammino, in cerca del fratello Jèfim Faràssitsc.
VII.
Aveva già percorso cinque verst quando cominciò a far giorno. Egli si pose sotto un albero, aprì la sua bisaccia e contò il denaro che gli rimaneva. Erano, in tutto, 17 rubli e 20 kopek.
- Oh Dio! diss'egli sorridendo con tristezza, questa sommetta non mi basta per imbarcarmi e andare al di là del mare. Se mi mettessi a mendicare per amore di Cristo, mi amareggerei l'anima e commetterei parecchi peccati. Babbo Farassitsc giungerà da solo a Gerusalemme e metterà un cero anche per me. Il Signore è misericordioso e avrà pazienza fino al giorno in cui potrò compiere il mio voto di pellegrinaggio.
Ed Eliseo, cambiata direzione, riprese la via di casa sua.
Fece però un lungo giro, per evitare di esser visto dalle persone del villaggio. E con meravigliosa rapidità rifece il lungo cammino.
All'andata, spesso si trascinava penosamente dietro a Jefim; al ritorno, Dio gli dava una forza così meravigliosa che non provava stanchezza alcuna. Percorreva, scherzando, vaste regioni, agitando allegramente il suo bastone di pellegrino, facendo sessanta verst al giorno.
E sempre camminando, arrivò a casa. Il grano era già stato mietuto e conservato.
I suoi lo accolsero con la gioia più schietta. Poi fioccarono le domande: «Perchè aveva abbandonato il suo compagno, perchè non era andato più lontano, perchè era tornato così presto?»
Eliseo non dava mai risposte molto precise:
- È segno che Dio non ha voluto; mi sono fermato in causa del mio denaro e perchè ero lontano dal mio amico. Se non ho proseguito il mio viaggio, mi sieno perdonati i miei peccati per amore di Cristo.
E diede alla moglie la piccola somma di denaro che gli restava, poi s'informò degli affari di casa. Tutto andava di bene in meglio, le cose stavano in perfetto ordine, nessuna negligenza in casa, dove tutti vivevano nel miglior accordo.
I parenti di Farassitsc seppero nello stesso giorno il ritorno di Eliseo e si affrettarono ad accorrere per chiedere notizie dell'assente:
Eliseo disse a loro le cose già dette ai suoi:
- Il vostro parente andava di buon passo; tre giorni dopo S. Pietro, noi ci separammo; io contavo raggiungerlo, ma mi accaddero delle avventure che me lo impedirono, il mio denaro si consumava a vista d'occhio, tanto che, stimando non poter proseguire il lungo viaggio, decisi tornarmene a casa.
Tutti erano sorpresi. Com'era possibile che un uomo così saggio avesse agito da pazzo? Essere partito in pellegrinaggio, fermarsi a metà strada, per tornare indietro, dopo aver sperperato quel danaro così prezioso! - Se ne parlò un poco, poi non vi si pensò più.
Anche Eliseo aveva dimenticato. Si era rimesso attivamente al suo lavoro quotidiano, occupandosi col figlio della provvista di legna per l'inverno, aiutando le donne a battere il grano, rifacendo il tetto del fienile e preparando gli alveari per lo sverno. Diede i dieci alveari con le giovani api al vicino. Sua moglie avrebbe voluto mischiarvi alcune che avevano cessato di raccogliere miele, ma Eliseo, che conosceva quali erano buone e quali cattive, volle dargli le migliori che aveva ed anche alcune in più. Dopo aver sistemato tutto, mandò suo figlio a fare le compere necessarie e si preparò ad intrecciare delle calzature di paglia per l'inverno, ed a fabbricare delle casette per le api.
VIII.
Mentre Eliseo si fermava con gli ammalati ed affamati della capanna, Jefim Farassitsc aveva atteso il suo compagno per una intera giornata. Aveva camminato un poco, poi si era fermato per fare un sonnellino; ma, al suo destarsi, non aveva riveduto l'amico.
I suoi occhi non discernevano più nulla a furia di guardare. Già il sole era sparito dietro le cime degli alberi, ma Eliseo non si faceva vedere.
«Chissà che non mi abbia sorpassato,» pensò egli; «può essere passato in carrozza, raccolto da qualcuno, senza guardare dal mio lato, mentre io dormivo. Ma no... avrebbe dovuto vedermi. Quando si è nelle steppe, lo sguardo spazia molto lontano. Devo forse tornare indietro, quando egli si affretta innanzi a me? Ci sperderemo completamente, e le cose andranno alla peggio. È meglio proseguire; forse ci ritroveremo alla nottata.»
Jefim giunse ad un piccolo villaggio; pregò la guardia notturna di voler indicare la sua abitazione, caso mai si fosse presentato un vecchio.
Ma Eliseo non si vide.
Jefim andò innanzi, informandosi dovunque se avessero visto un vecchio calvo; ma tutti gli risposero negativamente.
Jefim continuava a pellegrinare solo, non sapendo cosa pensare.
«Noi finiremo col ritrovarci in qualche parte,» pensava egli; «forse ad Odessa, od anche sulla nave.» E non se ne preoccupò più.
Incontrò per via un pellegrino della sètta dei «senza preti» antica sètta della chiesa greca. Questo pellegrino, in cappuccio e stola, con lunghi capelli disciolti sulle spalle, era stato sul monte Athos, e tornava in pellegrinaggio a Gerusalemme. Si erano incontrati all'ora di coricarsi, avevano attaccato discorso, ed avevano finito coll'accompagnarsi pel viaggio.
Giunsero ad Odessa, dove attesero la nave per tre giorni. Un gran numero di pellegrini aspettavano pure l'imbarco.
Jefim tornò a cercare Eliseo, ma nessuno lo aveva visto.
Il pellegrino della sètta dissidente insegnò a Jefim il modo di fare la traversata senza spendere un soldo, ma Jefim Farassitsc non volle ascoltare quei consigli.
- Preferisco pagare col mio denaro, disse; l'ho portato per questo.
Pagò quaranta rubli per l'andata ed il ritorno, e comprò del pane e delle arringhe pel suo viaggio marittimo.
Quando tutti furono a bordo, si levò l'ancora, e la nave si spinse sulle onde azzurre.
Tutto andò bene durante il giorno; ma, verso sera, s'innalzò un vento furioso e la pioggia cadde a torrenti.
La nave cominciò a dondolarsi, mentre grosse onde spazzavano la coperta.
I passeggieri andavano ansiosamente da un lato all'altro cercando un rifugio, mentre le donne cacciavano urli di spavento.
Benchè non lasciasse scorgere la sua inquietudine, Jefim non era affatto tranquillo. Rimase in coperta quel giorno ed il seguente, in compagnia di quattro vecchi, i quali stavano silenziosi, sorvegliando i loro averi. Il terzo giorno, il vento cessò e si ristabilì la calma. Il quinto, si entrò nel porto di Costantinopoli. Alcuni pellegrini vi si fecero sbarcare per andare a contemplare lo splendido tempio della saggezza divina, cioè la moschea di Santa Sofia, occupata ora dai Turchi.
Farassitsc preferì restare a bordo. Dopo essere rimasta quarantotto ore nel porto di Costantinopoli, la nave si diresse di nuovo verso l'alto mare.
Dopo aver toccato Smirne ed Alessandria, la nave entrò nel porto di Giaffa.
Tutti i pellegrini scesero a terra per andare a Gerusalemme che dista circa 70 verst.
Anche nel momento dello sbarco, vi furono delle forti emozioni in causa di alcuni paurosi, i quali non volevano entrare nelle barche che, in verità, parevano gusci di noce. Due uomini fecero un bagno involontario, ma intanto tutti toccarono terra sani e salvi. Ormai si sentivano in Terra Santa.
Tutti i pellegrini si avviarono uniti e giunsero a Gerusalemme quattro giorni dopo.
Fuori le mura, c'è un albergo russo; essi vi andarono e vi presero alloggio. Fecero registrare i passaporti, e dopo aver pranzato, andarono a visitare i Luoghi Santi.
L'entrata alla tomba del Salvatore non era ancora aperta. Allora andarono a sentire la messa nel convento del Patriarca, e posero dei ceri innanzi alle sacre immagini.
Poi contemplarono dal di fuori la «Risurrezione» che fa parte del tempio in cui si trova la tomba di Gesù Cristo. Il tempio, ora, è così sovraccarico di costruzioni, che non si può vederlo più. Nella prima giornata, visitarono la cella di Maria l'Egiziaca, dov'essa si convertì. Ivi pure, offrirono dei ceri e recitarono una preghiera. Avrebbero anche desiderato di udire la messa cantata al sepolcro di Cristo, ma vi giunsero troppo tardi. Così andarono, invece, nel monastero di Abramo, dove videro il giardino di Saveka, ed il posto dove egli voleva compiere il suo sacrificio. Poi visitarono il posto in cui Gesù apparve alla Maddalena e la chiesa di Giacobbe.
Il dissidente faceva loro da cicerone, indicando il posto dove mettere i ceri o pagare del denaro. Poi tornarono all'albergo.
Nel momento di coricarsi, il dissidente si accorse di aver perduto tutto il suo denaro. Voltò e rivoltò la giacca, ma inutilmente.
Disse di esser stato derubato di venticinque rubli e di moneta spicciola.
Si lagnò per molto tempo, poi finalmente si coricò.
IX.
Jefim non poteva addormentarsi; era tormentato da un sospetto: In che modo gli avrebbero preso il suo denaro, quando non ne aveva?
«Non ha mai sborsato cosa alcuna ed in nessun luogo. È vero che mi ha sempre detto quando dovevo pagare, ma egli non ha mai dato nulla, benchè si fosse fatto imprestare un rublo da me!»
Benchè la cosa non fosse chiara, Jefim ebbe rimorso di aver pensato male del suo compagno, e cercò di non pensarvi più.
Ma, per quanto facesse, lo stesso sospetto si affacciava sempre alla sua mente.
«Per certo, egli non doveva avere denaro, e dice così per buttar polvere negli occhi,» pensava Jefim.
L'indomani mattina tutti si alzarono presto per andare a messa nel tempio della Risurrezione, alla tomba del Signore. Il dissidente stava sempre alle costole di Jefim.
Una folla di gente di tutte le nazioni penetrò nel tempio, in compagnia di Jefim. Di fronte al corpo di guardia turca, egli vide il posto in cui il Redentore fu deposto dalla croce e unto di aromi; in quel posto, nove lampadari di enormi dimensioni spandono torrenti di luce.
Jefim vi mise un cero.
Poi, il dissidente gli fece salire alcuni gradini a destra e lo condusse al posto del Golgota, là dove fu alzata la croce di Cristo; Jefim vi rimase alcuni momenti in profonda adorazione.
Dopo, gli fecero vedere il solco nel terreno dove il terremoto aveva spalancate le tombe dei santi, facendoli risorgere; poi, più lontano, il posto in cui i piedi e le mani del Salvatore erano state inchiodate alla croce, ed infine la tomba di Adamo.
Giunsero alla pietra su cui Cristo si era seduto mentre gli mettevano la corona di spine, ed alla colonna alla quale era stato legato, mentre lo flagellavano.
Jefim vide pure una pietra con due impronte, e gli dissero che erano quelle di Nostro Signore.
Volevano mostrargli ancora molti altri luoghi santi, ma la folla lo trascinava, portandolo verso la grotta dove si trova il sepolcro di Gesù. Finiva, in quel punto, una funzione religiosa di credenza straniera ed incominciava la messa ortodossa.
Jefim andò con gli altri verso la grotta, cercando di allontanarsi dal dissidente, dominato sempre dal crudele sospetto; ma quell'uomo indiscreto non lo lasciava mai e lo seguì fino alla tomba del Salvatore.
Vollero avvicinarvisi, ma furono preceduti da altri. C'era tanta calca che non si poteva nè avanzare, nè retrocedere. Jefim, che si trovava nel mezzo, guardava innanzi a sè, borbottando le sue preghiere, mentre si tastava le tasche per sorvegliare il suo denaro.
X.
Jefim stava là, pregando tranquillamente, con gli occhi fissi sulla tomba di Cristo, illuminata, in quel momento, da trentasette lampade, quando, oh! meraviglia! vede, dritto sotto le lampade, e innanzi a tutti, un vecchio in caftan da contadino e col cranio interamente calvo come quello di Eliseo Bdorof.
«Pare proprio lui,» pensa egli; «eppure è impossibile che sia lui. Come sarebbe giunto prima di me? La nave che ci ha preceduto, è partita una settimana prima. È certo che egli non può essere giunto prima a Odessa, e non può essere stato con noi sulla nave. Ho esaminato accuratamente tutti i pellegrini.»
Mentre Jefim rifletteva, il vecchio aveva cominciato le sue preghiere; si curvò profondamente tre volte: la prima volta, innanzi a lui, davanti a Dio, poi da due lati, verso la massa degli ortodossi. E mentre il vecchio volgeva il capo a destra, Jefim lo riconobbe subito. Bontà divina! era il vecchio Bdorof in carne ed ossa, con la barba oscura, biancheggiante sulle guancie, i sopraccigli, gli occhi, il naso ed il viso che conosceva così bene. Non c'era più da dubitare, era Eliseo Bdorof!
Una viva gioia rischiarò la faccia del vecchio, nel ritrovare il fratello; fu però stupito, non sapendo spiegarsi la precedenza di Eliseo.
«Bene, bene, vecchio camerata,» mormorò egli; «eccoti qui, hai saputo trovare una buona guida. Ma all'uscita, saprò riafferrarti, vecchio mio, e abbandonerò il dissidente. Da ora innanzi farò il mio pellegrinaggio con te, Eliseo, e tu mi sarai di guida ai luoghi sacri.»
Jefim non perdeva di vista l'amico.
Finita la messa, la folla si mosse, pigiandosi, per abbracciare la croce. In quella spinta brutale, Jefim si trovò allontanato e ripreso dall'angoscia di essere derubato. Appoggiò la mano contro la tasca e lottando con tutte le forze, riuscì a trovarsi fuori del tempio. Messosi vicino alla porta, cercò ansiosamente Eliseo, ma benchè aspettasse molto tempo, passando in rivista tutti quelli che ne uscivano, non potè scorgere l'amico.
Stanco e sconfortato, andò per tutti gli alberghi, chiedendo di lui, ma dovette tornarsene senza aver trovato alcuno.
Il dissidente era sparito lo stesso giorno, portando con sè il rublo; e Jefim restava solo.
Il giorno dopo, Jefim tornò alla tomba di Nostro Signore con certi vecchi che aveva conosciuti a bordo. Cercò di spingersi avanti, ma fu respinto ai lati; si appoggiò ad una colonna e cominciò a pregare.
Poi guardò attorno a sè, e scorse nuovamente il vecchio Eliseo, dritto sotto le lampade, innanzi alla tomba del Signore, nel luogo più sacro, con le braccia aperte e simile ad un prete benedicente innanzi all'altare.
Eliseo aveva la testa nuda circondata da un'aureola luminosa.
«Quest'oggi, poi, non ti lascerò andar via!» si disse Jefim. E combattè nuovamente per andar innanzi. Quando si fermò per riprendere fiato, si guardò attorno, ma Eliseo era sparito. Certamente, era già andato via.
Il terzo giorno, Jefim tornò a messa e scorse di nuovo Eliseo vicinissimo al Santissimo Luogo, in piedi, alla presenza di tutti. Aveva le braccia tese e guardava in alto come se contemplasse qualcosa al disopra di lui.
Ed una strana luce illuminava la testa calva del vecchio.
«Ora basta!» pensò rabbiosamente Jefim; «quest'oggi non mi scapperai! Monterò la guardia alla porta e questa volta c'incontreremo senza meno!»
Jefim uscì, aspettando che tutti passassero innanzi a lui. Ma Eliseo non era con loro.
Jefim rimase sei settimane a Gerusalemme e visitò tutti i Santi Luoghi, vide Betlemme, Betania, il fiume Giordano, ed alla tomba del Signore fece imprimere una croce sulla camicia nuova che lo avrebbe rivestito per la eterna dimora; prese anche un bicchiere d'acqua del Giordano, un poco di terra santa, ed una quantità di ceri benedetti; dispensò molto denaro per oggetti sacri; riserbandosi quel tanto che gli era strettamente necessario per tornare a casa.
Poi andò a Giaffa, s'imbarcò ad Odessa e tornò a piedi al suo caro villaggio.
XI.
Jefim dovette traversare solo soletto le vaste pianure. Più si avvicinava a casa, e più forte era la preoccupazione antica: come si erano sbrigati, quei di casa, senza di lui?
«In un anno passa molta acqua sotto il ponte,» pensava egli. «Ci vuole una vita intera per fondare una casa, e pochissimo tempo per distruggerla.»
E il figlio, come aveva saputo menar avanti la azienda domestica? Com'era stata la primavera, come il bestiame aveva passato l'inverno, come era stata costruita la nuova casa?..
Jefim traversò nuovamente il paese in cui, l'anno precedente, aveva perduto Eliseo.
La popolazione non era più riconoscibile. Là, dove l'anno prima c'era desolazione e miseria, regnava ora un completo benessere.
I campi avevano dato un copioso raccolto, e la popolazione, trovandosi nell'abbondanza, aveva dimenticato le passate sofferenze.
Una sera, Jefim si trovò vicino al sito in cui Eliseo era rimasto l'anno precedente.
Era appena entrato nel villaggio, quando una vispa fanciulletta in camicia bianca, sbucando dietro alla casetta, corse incontro a lui:
- Zio, zietto! vieni dunque in casa nostra!
Jefim voleva continuare la sua strada, ma la fanciulla si attaccò ai suoi vestiti e lo trascinò verso casa, ridendo.
Sulla soglia apparve una donna con un bambino, ed anch'essa gli fece cenno di avvicinarsi.
- Entra in casa nostra, bàtiuscka, cenerai con noi e passerai la notte qui, al coperto.
Jefim cedette all'amichevole invito.
«Ecco un'occasione per informarmi di Eliseo, se non m'inganno, questa è precisamente la casa in cui egli è entrato per dissetarsi.»
Jefim entrò nella capanna, e la donna lo aiutò a sbarazzarsi della bisaccia, gli presentò dell'acqua per lavarsi, e gli offrì il posto d'onore a tavola. Poi andò a prendere del latte, dei pasticcini, della zuppa di miglio, e pose tutto sulla tavola.
Farassitsc ringraziò vivamente la donna per quella cordiale accoglienza.
Ma essa scosse il capo come se volesse protestare.
- È dovere nostro, disse, di accogliere amichevolmente i pellegrini, poichè da uno di essi abbiamo imparato a conoscere la vera vita. Noi passavamo i nostri giorni incuranti di Dio ed immersi nel peccato. Allora Dio ci punì così fieramente che non aspettavamo altro che la morte. E tanta era la nostra miseria che non avevamo neppure un bricciolo di pane, ed agonizzavamo distesi a terra. Aspettavamo la morte, ma Dio ci mandò un salvatore, un vecchio amabile come te e che ti rassomigliava. Era mezzogiorno. Egli entrò e chiese dell'acqua; ma quando vide lo stato in cui eravamo, ebbe tanta pietà di noi che non potè ripartire. Ci diede da mangiare e da bere, ci confortò, riscattò i nostri averi dalle grinfie dell'ebreo, comprò una carretta, un cavallo ed una vacca e ce li regalò.
In quel mentre, una vecchia entrò nella camera ed interruppe colei che parlava:
- Non sappiamo, in verità, se fosse un uomo od un angelo di Dio. Ci colmò di beneficii, poi partì senza dire una parola, e non sappiamo neppure per chi dobbiamo pregare Iddio. Io era là, aspettando la morte, quando vidi entrare un vecchietto calvo, e chiedermi dell'acqua. Io, povera peccatrice, mormorai: «Che viene a fare qui questo mendicante?» Ma quando il sant'uomo vide la nostra miseria, si tolse la bisaccia di dosso, la posò qui e l'aprì...
Allora la bambina volle dire anche lei la sua parola:
- No, disse essa, non fece così; prima aveva posato la bisaccia a terra, in mezzo alla stanza, e poi l'ha presa di nuovo e l'ha messa sulla panca.
E le due donne fecero a gara per ricordare i suoi gesti, le sue parole, mostrando il posto dove sedeva in mezzo a loro, dove dormiva.
Il contadino tornò a casa, verso sera, sulla carretta trascinata dal cavalluccio lasciato da Eliseo, ed anche lui non lesinò gli elogi sull'uomo mandato loro da Dio, e sul bene ricevuto.
- Se non fosse venuto, noi saremmo morti tutti nel peccato, maledicendo Iddio e gli uomini. Egli ci ha rimesso sulla buona via; e, per amor suo, abbiamo riconosciuto la sapienza di Dio e creduto negli uomini di buon cuore. Possa il buon Dio benedirlo e dare il regno dei Cieli all'anima sua. Prima vivevamo pari alle bestie; egli ci ha fatto uomini.
Dopo che le brave persone ebbero riconfortato Jefim facendolo mangiare e bere, gli offrirono il letto migliore e poi si coricarono.
Jefim non poteva addormentarsi; il vecchio Eliseo, quale lo aveva veduto tre volte a Gerusalemme, e sempre al posto più eminente, non si toglieva dal suo pensiero.
«Ora capisco in qual modo mi ha preceduto!» pensava egli. «Che il mio sacrificio sia stato gradito oppur no, è cosa molto dubbia, mentre il suo è stato certamente accetto a Dio.»
L'indomani egli ripartì, dopo aver preso commiato dai suoi ospiti che lo avevano provveduto di pasticcini freschi.
XII.
Jefim era stato all'estero un anno intero, per modo che la nuova primavera era già inoltrata quando egli fu vicino al suo villaggio.
Una sera, giunse a casa. Il figlio non ci era: era all'osteria. Quando rientrò barcollando, era completamente ubbriaco. Jefim gli fece molte domande, e seppe che l'allegro bevitore aveva rovinata la casa in assenza del genitore. L'acquavite aveva assorbito il denaro, e gli affari erano stati completamente trascurati...
Farassitsc, montato in collera, rimproverò quello snaturato. Ma, anzichè pentirsi, costui rispose insolentemente:
- Avresti dovuto rimanere a casa tua invece di andar girovagando pel mondo. Tu te ne vai viaggiando allegramente, portando con te tutto il denaro, e poi vieni a chiederne a me.
Non potendo contenersi, Jefim schiaffeggiò suo figlio.
L'indomani mattina, Jefim andando dallo starosta per consegnargli il suo passaporto, passò innanzi alla casa di Eliseo.
La vecchia moglie di costui, occupata sulla scala, lo salutò amichevolmente.
- Buongiorno, compare, disse essa sorridendo dolcemente. Sei stato sempre bene durante il tuo lungo pellegrinaggio?
Farassitsc si fermò.
- Dio sia lodato e benedetto! rispose egli; la salute è stata sempre buona, ma ho perduto per via il tuo vecchio, ed ora ho saputo che è tornato qui da molto tempo.
Il chiaccherare per la vecchia era la maggiore sua gioia, perciò si affrettò a rispondere:
- Sì, egli è a casa, e da molto tempo. Credo che tornasse il giorno dell'Assunzione. Che allegria quando lo vedemmo. Era troppo triste la casa, senza di lui. Il lavoro delle sue mani non vale certo quello di una volta, ma la sua testa vale tant'oro ed egli fa la nostra consolazione. Il nostro giovinotto era come pazzo dalla gioia. «Senza il padre,» dice egli, «mi pareva di non scorgere la luce del giorno. Ci accorgevamo della sua assenza in tutto, e restavamo lì, afflitti, contando i giorni e le ore che ci dividevano da lui.»
- Dimmi dunque, màtiuscka, è egli in casa a quest'ora?
- Sì, caro amico, si trova nel giardino delle api occupato a far rientrare le tardive. Dio ha messo tale vigore nelle api, che il mio vecchio non ricorda l'uguale. Intanto, noi peccatori, non abbiamo meritato che Dio ci benedicesse così. Entra un poco, amico; chi sa che occhi farà il nostro vecchio!
Jefim traversò il vestibolo, poi il cortiletto, per andare nel giardino di Eliseo, il quale stava in piedi sotto un pioppo, senza cappello protettore, senza guanti, nel suo vecchio caftan, con le braccia tese, guardando in alto, mentre una luce strana rischiarava la sua testa calva, come in Terra Santa, presso la tomba del Salvatore. Al disopra del suo capo, come a Gerusalemme, i raggi del sole dardeggiavano mille piccole fiammelle, attraverso lo scarso fogliame, mentre molte api dalle alucce d'oro ronzavano allegramente attorno al suo capo senza offenderlo, formando come una corona d'oro.
Farassitsc si fermò colpito da stupore.
Allora la moglie di Eliseo chiamò il marito:
- Guarda, dunque, il tuo amico è tornato!
Eliseo si voltò ed un viva gioia illuminò il suo sguardo; mosse rapidamente verso il vecchio amico, allontanando dolcemente le api che s'impigliavano nella sua barba:
- Buongiorno, cugino, buongiorno, caro!... Tutto è andato bene?
Jefim rispose:
- I piedi hanno camminato bene. Ho portato per te una bottiglia dell'acqua del Giordano.
Fine dei «Due Pellegrini.»
Il primo distillatore
Un giorno, un povero contadino andò digiuno a lavorare il suo campicello, portando con sè una crosta di pane. Dopo aver rivoltato l'aratro, depose la crosta di pane sotto un cespuglio, e vi mise sopra il suo caftan, per nasconderla alla rapacità altrui.
Quando il cavallo fu stanco ed ebbe bisogno di riposo, il mugik sentì la necessità di mettersi qualcosa sotto i denti. Avendo staccato l'animale dall'aratro, lo lasciò pascolare, e si diresse verso il cespuglio per desinare: alza il caftan, vi guarda sotto, ma per quanto cercasse, frugasse, per quanto scuotesse il suo caftan, non potè trovare la crosta di pane.
«È strano,» pensa egli, assai sorpreso; «nessuno è venuto, ma intanto mi hanno preso la mia crosta.»
Il ladro era un diavoletto, il quale, mentre il mugik spingeva il vomere, si era impadronito della crosta, e si era poi nascosto dietro il cespuglio per vedere il mugik andare in collera ed invocare il diavolo.
Ma, sebbene malcontento, il mugik disse:
- Non morrò di fame per questo! Quegli che me l'ha presa doveva avere più fame di me; la mangi pure e gli faccia buon pro!
Poi andò al pozzo, bevve a lunghi sorsi, si riposò un momento, attaccò nuovamente il cavallo all'aratro e si rimise al lavoro.
Furioso di non esser riuscito a far commettere un peccato al mugik, il diavoletto andò a trovare il diavolo-capo e gli chiese consiglio. Gli raccontò di aver sottratto la crosta di pane al mugik, il quale, invece di andare in collera e di bestemmiare, si era limitato a dire: «Che quegli che me l'ha presa, la mangi e gli faccia buon pro.»
Questo fatto fece andare in bestia il diavolo-capo che disse:
- La colpa è tutta tua: tu non hai saputo fare ed il mugik si è burlato di te. Se ci lasciamo menare per il naso dai mugik e dalle loro mogli, la vita diventerà impossibile per noi. Ma ciò non sarà mai. Torna dunque dal mugik: se desideri mangiare quella crosta di pane, devi guadagnartela. Ti concedo tre anni per spuntarla col mugik; se non vi riesci fin'allora, ti butterò nell'acqua benedetta.
Questa minaccia spaventò il diavoletto. Corse al campo del mugik e si mise a riflettere al modo di raggiungere il suo intento. Dopo averci pensato lungamente, gli parve di aver trovato.
Trasformatosi in brav'uomo, si pose al servizio del mugik, al quale consigliò di seminare il grano nei terreni paludosi, prevedendo un'estate secca ed arida. Il mugik seguì il consiglio del suo servo e seminò il grano nei terreni paludosi.
Tutti gli altri mugik ebbero il loro grano bruciato dal sole, mentre egli, invece, ebbe uno splendido raccolto; tanto splendido che potè aspettare senza impazienza il nuovo raccolto, e gliene rimase anche dell'altro.
Al momento della semina, il servo consigliò al padrone di seminare in quell'anno sulle alture.
Infatti, quell'anno, le pioggie furono abbondanti.
In tutti gli altri siti, il grano andò a terra, le spighe marcirono e non maturarono; il mugik, invece, raccolse sulle alture un grano duro e sano, e tanto ne fece, che non sapeva più dove riporlo.
Il suo servo gl'insegnò allora il modo di distillare l'acquavite dal grano. Egli stesso ne bevve e ne fece bere agli altri.
Dopo di che il diavoletto andò di nuovo dal suo capo, e lo assicurò di aver guadagnato la sua crosta di pane.
Ma il diavolo-capo, curioso di assicurarsene personalmente, andò a trovare il mugik. Lo trovò che stava per offrire dell'acquavite ai personaggi importanti che aveva invitato. Mentre la moglie stessa del mugik girava intorno al tavolo per mescere l'acquavite, urtò in un angolo e rovesciò un bicchiere pieno.
Il mugik andò su tutte le furie.
- Guardate un po' quell'imbecille indiavolata! disse. Crede forse che l'acquavite sia della liscivia che la butta così a terra?
Il diavoletto urtò il gomito del diavolo-capo, e gli disse:
- Guarda! scommetto ch'egli rimpiangerebbe, ora, la sua crosta di pane.
Avendo sfogato la sua ira contro la moglie, il mugik prese la bottiglia e servì i suoi invitati. Mentre stavano bevendo, un povero mugik, non aspettato, si fece innanzi, salutò la compagnia e andò a sedersi in un angolo. Egli vedeva bere gli altri e si struggeva dalla voglia di bere un po' di quell'acquavite che avrebbe rinvigorito il suo povero corpo: e restava là, ad inghiottire la sua saliva, senza che il padrone di casa pensasse ad offrirgliene un poco.
- Ce ne vorrebbe, per offrirne a tutti! grugnì egli.
Il diavolo-capo non stava in sè dalla gioia.
- E questo non è tutto, gli disse il diavoletto, trionfante. Aspetta ancora un po' e ne vedrai delle altre.
Quando ebbero vuotato i loro bicchieri, i ricchi mugik ed il loro ospite si dissero un sacco di adulazioni; s'incensavano scambievolmente, con parole dolci come il miele.
Il diavolo-capo non perdeva una sillaba dei loro discorsi, e non potè far a meno di dimostrare al diavoletto la propria soddisfazione.
- Se questa bibita, gli disse, li rende tutti così ipocriti da ingannarsi reciprocamente, noi li abbiamo finalmente in nostro potere.
- Aspetta ancora, rispose il diavoletto. Se ne bevono un altro bicchierino, da volpi quali paiono ora, che fanno le graziose scuotendo la coda per ingannarsi l'una con l'altra, li vedrai di un tratto diventare cattivi come lupi.
Infatti il padrone di casa mesce dell'altra acquavite, e, dalle parole tutto miele, passano alle più grossolane ingiurie. Vanno in collera, si bisticciano, si battono, si rompono il naso. E quando il padrone di casa vuole metter pace, lo tempestano di legnate.
Questa scena fa andare in visibilio il diavolo-capo.
- Così va bene! proprio bene!.. mormora.
- Aspetta che abbiano bevuto un altro bicchierino, gli dice il diavoletto. Ora sono arrabbiati come lupi, ma al terzo bicchiere sembreranno dei veri maiali.
I mugik ingoiarono un terzo bicchierino, che ebbe il potere di annientarli. Mugolando, gridando, parlando tutti insieme, senza sapere cosa dicessero e senza darsi ascolto, essi se ne andarono, chi a destra, chi a sinistra, alcuni soli, altri a due, a tre, e rotolarono a terra.
In quanto al padrone di casa, il quale era uscito per accompagnare i suoi ospiti, scivolò in una pozza d'acqua, e rimase là, imbrattato e gonfio, grugnendo come un porco.
Il diavolo-capo si fregava le mani dalla gioia.
- Puoi vantarti di aver inventato una bibita veramente meravigliosa! disse al diavoletto. Ti sei guadagnato la tua crosta di pane. Ed ora dimmi di che cosa è composta questa bibita. Io credo che avrai mescolato, per fabbricarla, del sangue di volpe, che ha suggerito ai mugik la furberia delle volpi; del sangue di lupo, che li ha reso cattivi come lupi; e del sangue di porco, che li ha ridotti in porci.
- Niente affatto, rispose il diavoletto. Non ho fatto nulla di tutto questo. Io mi sono limitato a far crescere troppo grano nel campo del mugik. Il sangue delle bestie esisteva già in lui; ma non poteva manifestarsi sin che il grano era insufficiente a sfamarlo. Era il tempo in cui non lamentò la sparizione della sua crosta. Quando il grano venne in troppa abbondanza, il mugik cercò i mezzi di utilizzare il soverchio. Allora gli suggerii la maniera di distillare l'acquavite. E quando, per suo godimento, egli trasformò i doni di Dio in acquavite, e ne bevve, il sangue della volpe, del lupo, del porco, ch'era in lui, produsse il suo effetto. Ed ora, sempre che berrà dell'acquavite, si farà simile alle bestie.
Dopo essersi nuovamente congratulato col diavoletto, il diavolo-capo gli diede la crosta di pane e lo promosse ad un grado superiore.
PARABOLE
I. - Il contadino e le oche.
Un povero contadino, non avendo più pane, prese la determinazione di andare a domandare qualche cosa al suo padrone, e, desideroso di non presentarsi a mani vuote, prese seco l'unica oca che possedesse e che aveva fatto arrostire.
Il padrone accettò l'oca, e disse al contadino:
- Grazie per quest'oca; ma mi trovo ora nell'imbarazzo per dividerla. Ho una moglie, due figli, due figlie; - come contentare tutti?
- La dividerò io stesso, disse il contadino.
E, prendendo un coltello, staccò prima la testa, e disse al padrone, presentandogliela:
- Tu sei il capo della casa; a te spetta la testa.
Tagliò poscia la parte di dietro dell'oca, e l'offrì alla padrona, dicendo:
- Il tuo dovere è di star seduta vicino al focolare: prendi dunque questa parte.
Poi staccò le due zampe che diede ai due maschi.
- Voi siete i piedi, disse, camminerete sulle tracce di vostro padre.
Passando alle due ali, le dette alle due fanciulle, dicendo:
- A voi le ali, perchè presto volerete via, lontano dalla casa paterna.
E mostrando il resto della bestia, aggiunse:
- E questo spetta a me.
Il padrone sorrise, gli fece dare del pane e gli regalò una somma di denaro.
Un ricco contadino del vicinato venne a sapere che il povero contadino aveva ricevuto dal padrone, in cambio di una meschina oca, del denaro e del pane. Prese subito cinque oche, le fece arrostire, e le portò al padrone.
Costui gli disse:
- Ti ringrazio per le tue oche, amico. Ma non so proprio come fare. Mia moglie, i miei due figli, le due mie figlie ed io, siamo in sei; e come dividere cinque oche fra sei persone?
Il contadino ricco si mise a riflettere, ma non gli riuscì di trovare il mezzo, tanto che il padrone fu costretto a mandare a chiamare l'altro contadino, e d'incaricarlo della divisione.
Il povero contadino, avendo preso una delle oche, l'offrì al padrone ed alla padrona e disse loro:
- Con quest'oca sarete in tre.
Presentò la seconda oca ai figli, dicendo:
- Con quest'oca sarete in tre.
Poi dando la terza alle due fanciulle, disse ancora:
- Con quest'altra, anche voi sarete in tre.
Poi appropriandosi le due ultime oche, conchiuse:
- Anche noi saremo in tre.
Il padrone sorrise, e regalandogli una nuova somma di denaro, rimandò a mani vuote il contadino ricco.
II. - Le pesche.
Il contadino Tihon Kusmic, di ritorno dalla città, chiamò i figli:
- Vedete, disse, il bel regalo che vi manda lo zio Efim.
E, davanti ai figli accorsi, il padre aprì l'involto che aveva portato.
- Oh! che belle mele! gridò Vania, bambinello di sei anni. Vedi dunque, mamma, come son rosse!
- Non sono mele, disse Serghei, il maggiore. Guarda la pelle, com'è vellutata!
- Sono pesche, disse il padre. Non ne avete ancora vedute. È lo zio Efim che le ha coltivate nella sua stufa. «Questo frutto,» ha detto, «ha bisogno di gran calore, e non può crescere, da noi, che nelle stufe.»
Il terzo figlio di Tihon, Volòdia, prese la parola.
- Cos'è la stufa? domandò.
- È una gran casa con le mura e il tetto a vetri, rispose il padre. Lo zio Efim mi ha spiegato che le stufe si costruiscono a vetri per lasciar passare i raggi del sole e riscaldare le piante. In inverno, poi, si accende nella stufa del fuoco che vi mantiene sempre un calore eguale.... Prendi la più grande delle pesche, moglie; e le altre quattro sono per voi, bambini.
La stessa sera, il padre disse ai figli:
- Come avete trovato le nuove frutta?
- Ho trovato la mia pesca così succosa, così gustosa, che ne ho conservato il nocciolo per piantarlo in un vaso, disse il maggiore. Forse ne uscirà un bell'albero.
- Credo che diverrai un giorno un buon giardiniere, rispose il padre. Ti proponi già di far crescere alberi!
- Io, disse il piccolo Vania, la mia pesca mi è sembrata così buona, che ho pregato la mamma di darmi ancora la metà della sua. Ma ho buttato il nocciolo.
- Sei ancora troppo piccolo, disse il padre.
- Il nocciolo che Vania ha buttato, prese a dire Vassilli, il secondogenito, l'ho raccolto e l'ho rotto fra due pietre, perchè era durissimo. Ci ho trovato dentro una mandorla, che aveva quasi il gusto della noce, ma che era molto amara. Ed ho venduto la mia pesca per dieci soldi: è quel che poteva valere.
Il padre scosse la testa e disse:
- Cominci troppo presto a trafficare. Hai dunque voglia di farti negoziante? E tu, non hai nulla da dire, Volodia? Perchè resti così muto? domandò Tihon al terzo figlio. Era buona la tua pesca?
- Non lo so, rispose Volodia.
- Come non lo sai? riprese Tihon. Non l'hai mangiata?
- L'ho portata a Gregorio, rispose Volodia. Gregorio è ammalato. Mentre gli raccontavo ciò che ci hai detto delle frutta di zio Efim, egli guardava la mia pesca con certi occhi!... Allora gliel'ho data; ma siccome non voleva prenderla, l'ho messa vicino a lui e me ne son fuggito.
Tihon Kusmic posò la mano sulla testa del fanciullo, dicendo:
- Ti sarà resa.
III. - Il contadino e i cetriuoli.
Una sera un contadino s'introdusse di soppiatto nell'orto d'un ricco coltivatore per rubargli qualche legume.
Vide una quantità di bei cetriuoli, e mentre si guardava intorno per essere certo di non essere veduto da alcuno, incominciò a pensare.
- Ecco, riempirò un sacco di questi cetriuoli, li porterò al mercato, e li venderò. Col denaro ricavato, comprerò una gallinella. La gallina mi farà delle uova, le coverà e farà schiudere dei pulcini. Nutrirò i pulcini, e quando si saranno fatti grandicelli, li venderò in città, dove li pagano bene. Allora comprerò un porcellino di latte, - una piccola troia, che dopo un po' di tempo mi darà dei porcelli. Li venderò, ed acquisterò una giovane giumenta. Questa giumenta mi darà dei puledri; li alleverò e poi andrò a venderli. Comprerò una casetta e pianterò anch'io un orto. In quest'orto seminerò dei cetriuoli. Ma non mi lascerò rubare, veh! Farò buona guardia giorno e notte. Pagherò dei sorveglianti che metterò vicino ai miei cetriuoli, ed ogni tanto andrò a vedere se fanno bene il loro dovere, e griderò loro:
- Eh! olà!! aprite bene gli occhi!!! Non vi addormentate!!!!
In fatti, gridò tanto forte che i lavoratori dell'ortolano lo intesero: accorsero, e, vedendo uno straniero nel recinto del loro padrone, lo caricarono di bastonate.

Audiolibri di:Lev Nikolaevič Tolstoj
Amore e dovere
Raccolta di aforismi
Audiolibro della raccolta di aforismi "Amore e dovere" di Lev Nikolaevič Tolstoj.
Denaro falso
Audiolibro del racconto "Denaro falso" di Lev Nikolaevič Tolstoj.
I piaceri viziosi
Audiolibro della raccolta "I piaceri viziosi" di Lev Nikolaevič Tolstoj.
Personaggi e concetti creati da Lev Nikolaevič Tolstoj:
Beleckij (Personaggio, dal libro I cosacchi e altri racconti)
Eroška (Personaggio, dal libro I cosacchi e altri racconti)
Lukaška (Personaggio, dal libro I cosacchi e altri racconti)
Marj'anka (o Mar'jana) (Personaggio, dal libro I cosacchi e altri racconti)
Usten'ka (Personaggio, dal libro I cosacchi e altri racconti)
Olenin (Personaggio, dal libro I cosacchi e altri racconti)
Il'ja Vasil'eviè (Personaggio, dal libro I cosacchi e altri racconti)
Citazioni di Lev Nikolaevič Tolstoj:
Dicono che la musica abbia per effetto d...
Chi non s’è mai trovato in mezzo al mare...
Il talento è la capacità di prestare un’...
Le famiglie felici si rassomigliano tutt...
Everyone thinks of changing the world, b...
Tutte le famiglie felici sono simili tra...
Tutta la varietà, tutto il fascino, tutt...
Himmlisch ist's, wenn ich bezwungen Mei...
La ragione all'uomo è data perché si lib...
Nel tempo infinito, nell'infinità della...
I libri catalogati di Lev Nikolaevič Tolstoj:
Amore e dovere (1921)
Anna Karenina (Анна Каренина) (1877)
Confessione (Исповедь) (1882)
Denaro falso (Фальшивый купон) (1911)
Guerra e pace (Война и миръ) (1865-69)
I cosacchi e altri racconti (Казаки) (1863)
I diari
I piaceri viziosi
I racconti di Sebastopoli (Севастопольские рассказы) (1856)
In morte di Ivan Il’ic (Смерть Ивана Ильича) (1886)
Resurrezione (Воскресение) (1899)

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