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Eh! La vita...
Titolo:Eh! La vita...
Autore:Luigi Capuana
Anno di pubblicazione:1913
Lingua:Italiano
Lingua originale:Italiano
Formati disponibili:
Pubblicato il:2013-05-27
:

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A MICHELE LA SPINA, fedele amico,
con immutata ammirazione e con intenso
affetto.

22 di Settembre 1913.


LUIGI CAPUANA



PASQUA SENZ'ALLELUJA

Nessuno se n'era mai accorto; ma quasi ogni notte Maria Ledda, dalla finestra, e Nino Sbrizza, dalla parte del vicolo, si comunicavano a bassa voce le loro pene di cuore.
Nino era geloso del figlio di mastro Paolo Barreca che, ogni domenica notte, conduceva i suonatori sotto i due balconi della casa di massaio Ledda e cantava, per lo meno, mezza dozzina di canzuni, una dietro l'altra, facendo sfoggio della bella voce di cui era orgoglioso.
C'erano volute tutte le preghiere e tutte le calde raccomandazioni di Maria per ottenere da Nino Sbrizza che lasciasse sbraitare il Barreca come gli pareva e piaceva. Non era sicuro di essere il preferito?
— Ma lui si vanta...
— Di che?
— Che tua sorella gli ha assicurato...
— Mia sorella non ha assicurato e non può assicurar niente a nessuno.
— Te n'ha parlato però!
— Mai! E se mi dicesse qualcosa, le risponderei: bada ai fatti tuoi.
— Pizzuto, che fa all'amore con tua sorella, è amico intimo di Barreca. Gli ha promesso: Ci penso io!
— Infatti!...
Lei si sporgeva dal davanzale della finestra; lui si rizzava sulla punta dei piedi, salito sopra un pezzo d'intaglio della casa in costruzione là di faccia; ma non si potevano toccare neppur la punta delle dita. Pel vicolo stretto, buio, passò un cane randagio, che die' due o tre abbai, e scappò a una pedata di Nino. Dopo breve pausa, la conversazione ricominciò:
— E tuo padre?
— È in collera con mia sorella, appunto per Pizzuto.
— Io ho in casa la lima sorda di mia madre che vuol darmi la figlia di Garozzo.
— Sposala!
— Lo so; non ti dispiacerebbe: sposeresti Barreca...
— C'è lui solo in questo mondo?
— Che cosa hai detto?
Parlavano così basso che talvolta le parole di lei arrivavano giù come un confuso mormorio, e quelle di Nino si dileguavano per l'aria quasi fossero un po' di fumo.
Maria si era ritirata improvvisamente e aveva chiuso la finestra. Egli attese mezz'ora, lusingandosi che lei ricomparisse. Accadeva spesso che un rumore interno dèsse un falso allarme. Ma quella volta Maria non si fece vedere neppure dietro i vetri, a picchiarvi su leggermente con la punta delle dita, per saluto. Cominciava a piovigginare.
La mattina dopo, Nino, appena uscito di casa, si trovò faccia a faccia con Pizzuto che pareva lo attendesse.
— Posso dirti una parola?
— Anche due.
— Tu vuoi sposare Maria Ledda.
— C'è qualcuno che non vuole?
— Precisamente, come dispiace a te che ci sia un altro...
— Ognuno per sé, Dio per tutti.
— Vorresti, forse... Perchè si dice: Fra due litiganti il terzo gode.
— Lo sai bene che il mio boccone non può toccarmelo nessuno.
— O dunque?
— Parlo per voialtri.
— Chi ha più forza vince.
— È quel che dico io. Bisognerebbe fare una scommessa, per finirla presto.
— Quasi noi fossimo padroni della volontà altrui!
— Dire alla ragazza: Mettici alla prova.
— Io, se tu non lo sai, ci sono alla prova da due anni. Barreca ha voglia di sgolarsi con le notturne! E se tu credi che la protezione della sorella, che è la tua zita1 possa far cambiar Maria di volontà, la sbagli grossa. Di' piuttosto al tuo amico che si metta il cuore in pace. E la finisca con le notturne2 se no, qualche domenica notte succederà uno sbaraglio. Sono sei mesi che tenta. Credevo che egli ignorasse che il posto è preso. Ora, però, che non posso più dubitare...
— Non ti scaldar tanto!
— Che diresti tu se io tentassi di guastarti il nido?
— Con me è un'altra cosa.
— È un'altra cosa anche con me. E facciamo conto che non ci siamo visti, se sei un uomo, e se hai stomaco.

Lo stesso giorno, Nino si presentò a mastro Tano il suonatore che accompagnava le notturne di Saro Barreca.
— Per tre, quattro nottate, di domenica...
— Impossibile. Sono impegnato.
— Vi pago il doppio. Non faticherete niente. Dovrete sparire; e càlia e vino quanto ne vorrete, voi e i vostri compagni.
— Che mi fate fare!
— Questa è la caparra.
Senza mastro Tano era impossibile di combinare una serenata. Il suo violino parlava: – Buona sera! Buona sera! – con la voce di un cristiano. E se, smesso il violino, egli prendeva a suonare lo zufolo di canna, altro che il flauto del farmacista Arcurio quando egli vi soffiava: Mira Norma, ai tuoi ginocchi.... e la gente si affollava davanti alla farmacia!
Saro Barreca, quella domenica, pareva pazzo. Andava di qua, di là, su e giù anche pei viali fuori Porta, domandando a chi incontrava: – Avete visto mastro Tano, il suonatore? – Nessuno lo aveva visto. Neppure la maestra, come chiamavano sua moglie, ne sapeva niente. E il secondo violino? E il contrabasso? Spariti tutti! Poteva immaginare che era un tiro fattogli da Nino Sbrizza?
E, la notte del lunedì Nino diceva a Maria:
— Sei dispiacente; non hai avuto la notturna.
— Vuol dire che ha capito.
— Gliel'ho fatta capire io. Che è?... Piangi?
Maria singhiozzava.
— Parla più forte. Non aver paura! Con questo vento....
Il vento urlava nel vicolo, scoteva i tetti delle case e le imposte, quasi volesse portar via tutto, giù, nella vallata. Nino stentava a tenersi ritto sul solito pezzo d'intaglio che gli serviva da piedistallo. Il vento, che spazzava il vicolo, spazzava via pure le parole della ragazza, un po' soffocate dai singhiozzi.
— Tuo padre?... Che vuole tuo padre?
— Gli hanno parlato...
— Che importa?... Se tu mi vuoi bene...
— Anche mia sorella...
— Chi le tocca il suo Pizzuto? Ah!... Tu dovresti darmi retta!... La notte del sabato santo.
— No! Questo no!...
— Sai? È tornata la gnà Vicenza. Suo figlio è morto. Verrà a trovarti. Con lei, possiamo fidarci, come prima...
Quella vecchietta, filatora di lino, era stata la loro confidente, la loro ambasciatrice. Da che se n'era andata a Grammichele, in casa del figlio, maritato colà, essi avevan dovuto adattarsi a quelle conversazioni notturne, tremando sempre di essere scoperti; spesso, come quella nottata, col vento che infuriava, non riuscendo a intendersi, e anche con la paura di buscarsi un malanno.
Alla notizia della visita della vecchietta, Maria ripetè:
— Questo, no! Questo, no! Ti saluto!...

Con la filatora Nino si sfogava:
— Non c'è altro verso. Se vuol farmi fare la buona Pasqua! Ora, con Saro Barreca guerra dichiarata. Un dispetto lui a me, due io a lui; botta e risposta! Finora ci ha avuto poco gusto. Dice che sta per indurre suo padre a far la richiesta a massaio Ledda.
— Dispone forse della volontà della figlia?
— Ah, gnà Vicenza! Voi sapete come sono le ragazze.
— Maria è buona, assennata...
— Niente; non c'è altro verso! Io poi dirò a suo padre: Fate come volete. Non è per la dote...
— È necessaria anche questa!
La gnà Vicenza si era ripresentata in casa di massaio Ledda col pretesto di chiedere lavoro, lino da filare; e aveva portato con sè la rocca con un grosso pennecchio e il fuso; c'era così bel sole su la terrazza! Maria e sua sorella andavano e venivano, per le faccende di casa. Maria ora indugiava a innaffiare i garofani e le viole a ciocche, e la gnà Vicenza, pur continuando a filare, quasi non badasse ad altro, le diceva:
— Fàllo contento. Non è giovane da abusarsi delle circostanze.
— Sua madre vuol dargli la figlia di Garozzo.
— Sua madre sarà felice del cambio... Mentre nessuno è in sospetto, nè tuo padre, nè tua sorella... Andresti via con S. Giovanni, santo glorioso, a suon di campanella benedetta...
Alludeva alla scommessa che correva tra i giovani massai per suonare, la notte di sabato santo, la campanella detta di San Giovanni e poi nella processione della Inchinata, la domenica di Pasqua. Saro Barreca aveva giurato: – Dovrò sonarla io! – E Nino Sbrizza, saputolo, aveva giurato: – Non la sonerai!
Maria era rimasta perplessa. Quella fuga, accompagnata dal suono della campana di san Giovanni, le aveva acceso l'immaginazione. La gnà Vicenza insisteva per la risposta.
— Gliela darò domani, alla benedizione delle Palme. Io, mia sorella e le nostre cugine saremo davanti al ballatoio del Sordo. Egli prenda di mira l'albero più vicino, per buttarlo giù quando sarà il momento e s'impossessi della palma benedetta. La gitti per aria, verso di noi. Io l'afferro, e se la bacio... vuol dire di sì!
— E se non riesci ad afferrarla?
— Mi bacio una mano. E vuol dire di sì. Se lui non butta per aria la palma benedetta, significa...
— Non significa nulla, con le zuffe che accadono. Palma o non palma, vado a farlo felice. La Madonna ti aiuti, figliuola mia!
E vedendo entrare Rica, la sorella di Maria, con un corbello di ulive nere salate da asciugare al sole, la gnà Vicenza disse:
— Per Pasqua ne voglio un pugno!
— Intanto, tenete.
La vecchia sporse il grembiule e Rica gliene versò due giumelle colme.
— E questa per me... – soggiunse Maria.

Il piano davanti alla chiesa rigurgitava di gente. Allato alla porta maggiore, chiusa perchè la cerimonia voleva così, il rozzo altare di pietra era parato a festa. Durante la nottata il piano aveva cambiato aspetto: un gran viale fiancheggiato da alberi improvvisati – lunghi pali di aloè confitti al suolo rivestiti di rami di querce e di olivo con in cima una piccola palma inargentata – si allungava, facendo gomito dalla via, fino alla porta maggiore della chiesa.
Le Ledda e le cugine erano tra la folla in attesa della processione. Nino Sbrizza, vestito di panno azzurro scuro, col berretto alla marinara, un garofano rosso all'occhiello e un sigaro in bocca passeggiava assieme con due amici lungo il viale, divorando con gli occhi Maria, che lo guardava a tratti, fuggevolmente, per non farsi scorgere dai curiosi. E mentre Nino scendeva da un lato del viale, Saro Barreca, vestito anche lui di panno azzurro scuro, col berretto alla marinara, con una rosa all'occhiello e il sigaro in bocca, veniva su dall'altro lato, fermandosi a ogni po' assieme con Pizzuto e un altro amico di rimpetto al posto dov'erano le Ledda e le cugine, cavando di tasca a riprese il fazzoletto di seta a vivaci colori, come per segnale convenuto, allo scopo di far arrabbiare Nino Sbrizza, che tornava indietro in quel punto.
Poi Sbrizza e i suoi amici si erano fermati presso uno degli alberi, quasi per prenderne anticipatamente possesso. Giacchè la processione, coi confrati e la banda musicale e i canonici che cantavano si avanzava, un fremito correva tra la gente, specie tra gli uomini che dovevano, al momento della benedizione, atterrare gli alberi e afferrare la palma benedetta attaccatavi in cima.
Fu un attimo. Parve che una ventata li scotesse e li abbattesse da una punta all'altra del viale. Nino Sbrizza, con due poderose spinte, aveva sradicato il palo di aloè e già stendeva la mano ad afferrare la palma argentata, quando Saro Barreca, con un salto, gli si precipitò addosso, strappò dall'albero la palma e trionfalmente, la lanciò per aria, verso il punto dove erano le Ledda. Cento braccia si tesero in alto per afferrarla ma una delle cugine Ledda fu la più lesta di tutti. La baciava, la dava a baciare come cosa benedetta. Quando toccò a Maria, però essa si baciò più volte la mano. E Nino Sbrizza, che stava per perdere il lume degli occhi per la soverchieria del Barreca, alla vista di quei baci alla mano, si frenò, diè un grande respiro di sodisfazione, e raccattò da terra il sigaro che gli era cascato nella breve lotta.
— Ah!... Era di sì! Non gli occorreva altro!
La gente si riversava in chiesa dalla porta maggiore spalancata tutt'a un tratto; e mentre la processione s'inoltrava per la navata di mezzo, un frate agitando le braccia, si sporgeva dal pulpito gridando:
— Benedictus qui venit in nomine Domini!
Ma il rumore della folla era tale che il predicatore pensò bene di smetter quasi sùbito.
Nino, addossato a una colonna, approfittando della gran confusione, faceva cenni, con gli occhi, a Maria, che volevano significare:
— Grazie! Grazie!
Maria, quasi atterrita dell'assenso dato, sorrideva tristemente.

Ora la lotta era presso il Parroco. La campanella di San Giovanni si concedeva al miglior offerente.
Il Parroco spiegava:
— Capisci, figliuolo mio. Tu rappresenteresti il più amato discepolo di Gesù Cristo, San Giovanni evangelista. Gesù è risuscitato. La Madonna e le Marie non lo hanno trovato nel sepolcro; lo cercano dappertutto dopo che l'Angelo ha detto a Maria Maddalena: – Non è qui! – E così san Giovanni va attorno per avere notizie del Signore risuscitato. 'Ntio! 'Ntio! 'Ntio! Il suono della campanella significa: – Lo avete visto? Lo avete incontrato? – per portar la notizia alla Madonna che piange il figliuolo morto crocifisso. 'Ntio! 'Ntio! 'Ntio! È come se tu fossi San Giovanni!... Dunque che daresti?
E il parroco notava il nome e l'offerta.
— Scriva – disse Saro Barreca: – Mezza salma di farro. E se ce ne vorrà di più, metterò di più. La campanella dev'essere mia.
— Eccola là! – rispose il Parroco. – Appoggiata al muro.
Il manico della campanella, incastrato in bilico su un grosso bastone colorato in rosso, era già ornato di rose finte; e lasciava pendere fino a terra il laccio che doveva permettere di fare quei rintocchi di rito: 'Ntio! 'Ntio! 'Ntio!
Saro volle provarsi.
— Bravo! – disse il Parroco. – Ma bisogna attendere fino a venerdì sera, per la certezza. Si tratta dell'interesse della chiesa; le offerte non servono per me ma per le spese del culto.
Nino Sbrizza volle arrivare proprio all'ultimo momento, e soverchiare tutti. Andò, di sera, in casa del Parroco per parlargli a quattr'occhi. Nella sagrestia c'era sempre gente, o il sagrestano; e Nino non voleva testimoni.
— Dica, vossignoria; io accetto la sua parola.
— Ma, figliuol mio...
— Niente! Pago sùbito, in contanti anche. Dica vossignoria!... E pago io pure la banda.
— Sogliono far cena a mezzanotte. Un montone al forno, e vino e càlia... Lo sai!
— Due montoni, se occorrono... E quel che vossignoria comanda!
Nino, con le braccia dietro la schiena, in piedi davanti al Parroco attendeva la risposta decisiva, che questi pareva cercasse nel breviario aperto sul tavolino per dire l'uffizio.
— E vossia farà la buona Pasqua col tacchino che riceverà sabato mattina...
— Oh, per me, nulla! Io non c'entro! Io non c'entro! – protestò il Parroco. – Per la chiesa, per la campanella... una salma di farro o il prezzo. Sei contento? Faccio una particolarità, per riguardo di tua madre che è una gran devota.
— E il tacchino... lo manderà mia madre. Le bacio la mano!
La gnà Vicenza, col pretesto delle funzioni religiose della settimana santa, stava attorno a Maria Ledda per riportare notizie, per battere il ferro, come lei diceva, mentre era caldo, perchè quella benedetta ragazza riguardo alla fuga, aveva un cuor d'asino e un cuor di leone, secondo i momenti e le piccole circostanze. E Nino le andava dietro da una chiesa all'altra, facendo le viste di visitare i santi Sepolcri. E più tardi, durante la processione del Cristo alla Colonna, si strizzava rabbiosamente le mani e si mordeva le labbra, per quella malombra di Saro Barreca, che, assieme con Pizzuto, ora seguiva, ora precedeva le Ledda. Poi Nino pensava che tra due giorni, Maria sarebbe scappata di casa con lui, e si rasserenava e faceva l'indifferente.
Quando Saro apprese che la campanella di Pasqua era toccata al suo rivale, andò a prendersela col Parroco, minacciando, bestemmiando nella sagrestia, quasi si trovasse in una taverna. Il Parroco ch'era un omone, lo aveva preso per le spalle e messo fuori dell'uscio, ripetendo:
— Nella mia chiesa faccio quel che mi pare!

In quei giorni, Maria Ledda sembrava una mosca senza capo. Si aggirava per la casa, cominciava una faccenda, smetteva, ne principiava un'altra, e rimaneva come incantata, con le braccia ciondoloni, guardando per aria.
— Che hai? – le domandava la sorella.
Rispondeva con una spallucciata; e se ne andava su la terrazza, quasi nelle stanze sentisse mancarsi il respiro. Ormai aveva detto di sì! Ma che sarebbe avvenuto dopo? Le pareva che non dovesse più rivedere la casa dove era nata e cresciuta; la sua cameretta imbiancata a calce, coi santi appiccicati al cappezzale, la candela della Candelora e la piletta di terraglia per l'acqua benedetta.
Nel vuoto del muro, riparato con una vecchia coltre, stavano appesi i vestiti, e giù, su una tavoletta, le scarpe, gli stivaletti, assieme con un cofanetto di paglia, a colori, ripieno di sete, di aghi, di scampoli, di fettucce, di cordelle, e tra essi, un paio di forbicine. La cassa, tinta di verde, a piè del letto, con la biancheria sua particolare, due scialli, uno nero e l'altro di seta gialliccia, per l'estate, fazzoletti, calze, nascondeva, sotto sotto, i regalucci di Nino, che non poteva mostrare ai parenti: due anelli e una collana di corallo.
Maria, tirava da parte la coltre e rimaneva a guardare i vestiti, rivoltati, appesi ai chiodi; apriva la cassa verde, metteva sossopra la biancheria, gli scialli, e tastava la carta dov'erano involtati gli anelli e la collana.
— Non ti prepari, per la visita ai santi Sepolcri e per la processione? C'è, di là, la gnà Vicenza che si accompagnerà con noi. Che stai a rimestare? – venne a dire Rica.
– Su, lagnusazza!3. Io che sono vecchia sono già pronta.
E la gnà Vicenza, entrata nella cameretta, appena si vide sola con Maria, la rimproverò:
— Dovresti, anzi, mostrarti più allegra degli altri giorni! Infine, non vai alla morte. Quel poveretto smania, non vede l'ora. Passerà due volte con la banda e la campanella; alla terza volta sarà solo, mentre gli altri mangeranno il montone al forno e si ubbriacheranno nella taverna di Scatà. Un vestito, due camicie, due paia di calze... Butterai l'involto dalla finestra... e scenderai le scale! Se non fosse pel buon fine.... Figurati, figliuola mia, se penso a dannarmi l'anima! Allegra! Coraggio!... Vuoi che ti pettini io?
— Farò più presto da me. – rispose Maria.
E aveva il pianto nella voce, e le lacrime che le gonfiavano gli occhi.
— Non farti scorgere!... Allegra!
Di là si sentiva la parola grave e lenta di massaio Ledda:
— Io devo tenere le maniglie della barella del Cristo alla Colonna. È devozione di famiglia: da padre in figlio. Voialtre spicciatevi.
Appunto quella sera Maria, che avrebbe voluto
vedere il padre alle maniglie della barella del Cristo alla Colonna, dovette voltarsi dall'altra parte, irritata dalla sfacciata insistenza con cui Saro Barreca la guardava, quasi avesse qualche diritto di perseguitarla in quel modo.
E mentre il Cristo, tutto piagato, legato da un cordone dorato alla colonna di argento, con le mani dietro la schiena, barcollava sulla barella, in mezzo alle torce accese davanti alla raggiera che lo circondava, la gnà Vicenza, stringendo una mano di Maria, pregava in modo che questa la udisse:
— Signore Gesù, aiutate le anime in pena che si rivolgono a voi! Date ad esse forza e coraggio per quel che devono fare; così, con la vostra divina grazia, potranno servirvi santamente in questa vita e glorificarvi, dopo morte, nell'altra!
* **
Nino era in grandi faccende per via della cena nella taverna di Scatà.
Dalle due di notte – allora si contava così – fino alla mezzanotte, la banda andava dietro a colui che sonava la campanella di San Giovanni, con gran rumore di tamburo, di gran cassa e di piatti. Poi fatto onore al montone al forno – pietanza tradizionale in quella occasione – veniva ripresa la passeggiata per le vie, dietro il 'Ntio! 'Ntio! della campanella, con rinforzo di passi doppi, allegramente stuonati e grida degli sfaccendati che li seguivano:
— Viva la Misericordia di Dio!
Nino voleva fare le cose alla grande.
Lo zi' Scatà, il tavernaio, in maniche di camicia con le mani incrociate sul pancione, proponeva:
— E se cuocessimo due fili di maccheroni?
— No, si andrebbe troppo per le lunghe.
— Anzi! Il sugo li fa scivolare giù per la gola meglio di ogni altra cosa.
— Vada pei maccheroni!
— Vino di Vittoria, arrivato fresco fresco!
— E senza battezzarlo, mi raccomando.
— Lo zi' Scatà è cristiano, ma il vino lo vuole turco...
— Per sè. Ma per gli altri?
— E càlia e fave arrostite a disposizione dei bevitori.
— Tutto pronto per la mezzanotte.
— Non è la prima volta, compare Nino... Io – scusate il consiglio – aggiungerei le cassatelle di ricotta col miele. Mia moglie, che è stata nel Monastero, le prepara meglio delle monache.
— Non mi dispiacciono, zi' Scatà!
Voleva farsi onore. Voleva che, ogni anno, si ricordassero della cena di Nino Sbrizza, quando scappò con Ledda, la notte del Sabato Santo. E mentre dava gli ordini, gli pareva che Maria fosse presente e l'approvasse, perchè la campanella di San Giovanni, e il montone al forno, e i maccheroni e le cassatelle di ricotta col miele, erano in onore di lei, una festa di amore!
Glielo ripetè la notte appresso:
— Una festa di amore per te!... Hai tutto pronto?
— Ah, Nino! Che mi fai fare!
— Ti sei pentita? Non mi vuoi bene?
— Ti avrei detto di no, come da principio. Penso a mio padre. Non mi perdonerà!
— Fra due mesi, saremo marito e moglie! Non devi pensare ad altro!
— Rica forse sospetta qualcosa. Mi ha detto: – Quella gnà Vicenza! Certe vecchie portano alla perdizione! – Per chi mi hai presa? – le risposi. – Poveretta! Vorrebbe un paio di scarpe vecchie!
— È la nostra provvidenza! Le regaleremo un vestito nuovo. Se lo merita. Hai capito bene? Passerò due volte colla campanella e la banda. Poi li lascerò a ubriacarsi da Scatà. Due soli 'Ntio! 'Ntio! da sentirsi appena; butterai il fagotto giù dalla finestra, io sarò davanti alla porta...
— Zitto!... Mi è parso...
Maria accostò l'imposta; Nino si addossò al muro. Nella fitta oscurità e nel silenzio egli sentiva il battito accelerato del cuore.
Maria riaperse lentamente l'imposta. Nino, con un salto, fu sul pezzo d'intaglio che gli serviva da piedistallo proprio sotto la finestra.
— Sii pronta, per carità!
— Sì, sì! Buona notte!
— Buona notte.
E Nino si avviò, zufolando, verso casa, strofinandosi le mani dall'allegrezza perchè quello era l'ultimo loro segreto colloquio notturno!

La festa dell'Inchinata, dalla notte del Sabato Santo alla mattina della Domenica di Pasqua, poteva dirsi una specie di rappresentazione, di Mistero Sacro, dove facevano da personaggi la campanella di San Giovanni, la Madonna avviluppata col manto di lustrino nero, e il Cristo risorto, col braccio destro levato in alto, il pennone tramato d'oro, attaccato all'asta, nel pugno sinistro.
Per ciò ogni anno don Giuseppe il sacrestano ripeteva le istruzioni a colui che doveva fare da San Giovanni, e ai quattro giovani massai che regalavano due tumoli di frumento ciascuno per portare a spalla la leggera barella della Madonna col manto.
— Nella nottata, è niente: 'Ntio! 'Ntio 'Ntio per le vie; ma, domenica mattina, quando vien la Madonna in cerca del Signore resuscitato e va ad attendere nella chiesetta di San Rocco, voi, figliuolo caro, dovete correre su e giù, tra le due ale di confratelli schierati in piazza; andare come uno sperduto che non sa più dove dar la testa; sempre più lesto, sempre più lesto, perchè vorreste consolare la Madonna: – Finalmente! L'ho trovato! – Intanto il Signore resuscitato vien portato nella Piazza, con la testa alta, con quegli occhi da spiritato che mettono paura... E appena voi lo vedete, un bell'inchino con la campanella e con tutta la persona e, addietro, di corsa. 'Ntio! 'Ntio! 'Ntio! Voialtri, con la barella della Madonna accorrerete alla notizia, a precipizio; io tiro il laccio che fa andar giù il manto e... tre volte avanti, tre volte indietro, tre inchini tra Madre e Figlio. Poi si fermano l'uno di faccia all'altro, fino a che non arriva il clero col Santissimo Sacramento, e non si avvia la processione, la Madonna innanzi, il Signore resuscitato dietro, e San Giovanni con la campanella: 'Ntio 'Ntio! 'Ntio! quasi per invitare a gridare: Viva! Viva!
Non c'era bisogno di queste istruzioni; ma don Giuseppe avrebbe creduto diminuita la sua autorità se non avesse riuniti nella sagrestia Nino Sbrizza e gli altri quattro giovani massai. Il suo zelo, però, non era proprio disinteressato. Nino infatti gli disse:
— Verrete a prendere un boccone assieme coi bandisti, da Scatà, domani notte.
E gli altri:
— Scusate, don Giuseppe. Bevete un bicchiere di vino alla nostra salute.
Don Giuseppe stese la mano e intascò, senza fiatare, quel pugno di soldi.
– Sissignore! Col camice da confratello!
E Nino, al lume del mozzicone di torcia accesa da don Giuseppe su un piccolo candelabro della sagrestia, indossava il camice e la mantellina rossa; ma sopra di esso infilava il giubbone di panno, foderato di lana verde, col cappuccio, per garantirsi dal freddo di quella nottata di marzo, che era proprio di quello che penetra fin il corno del bue!
Appena l'orologio della chiesa finì di sonare i cento colpi – din! don! – delle due ore di notte. Nino si mise alla testa della banda, tirando il laccio che pendeva dal manico della campanella infiorata: 'Ntio! 'Ntio! 'Ntio!
Si udiva per le vie il grande scalpitio degli scarponi dei contadini che seguivano la banda, e il picchiare dei loro bastoni sul selciato, quasi per battere la solfa, e, di tratto in tratto, le grida:
— Viva la Misericordia di Dio!
Maria aveva dovuto fingere di andare a letto dopo che la campanella era passata per la via, tornando indietro. Tendeva l'orecchio per convincersi che il padre e la sorella fossero nel primo sonno; e non osava di accendere il lume, di mettere i piedi a terra, con le sole calze, per non fare il minimo rumore. Nel gran silenzio della notte, le arrivava, ora sì, ora no, il lontano 'Ntio! 'Ntio! della campanella, la voce di Nino, le pareva, che si raccomandava: Tienti pronta; tra un'ora sarò costì!
Tra un'ora! Oh, per amore di lui si sarebbe buttata viva nel fuoco. Ma quella fuga diventava per lei qualcosa di peggio. Lei stessa aveva terrore che, all'ultimo momento, non le venissero meno la forza e il coraggio....
Ed ecco – mettevano i brividi, quasi lanciassero per l'aria un malaugurio – ecco i cento colpi dell'orologio – din! don! – che suonavano la mezzanotte dal campanile della Matrice. Arrivavano da lontano, fiochi, lenti... non finivano più. Tra mezz'ora, tra un quarto d'ora, Nino avrebbe lasciato gli altri nella taverna di Scatà... L'avrebbe condotta da una parente di lui, e sarebbe tornato a riprendere il giro con la campanella e la banda, fino all'alba, come se niente fosse stato!
Nella casa e nella via silenzio profondo.
Acceso il lume, preparò il fagottino, infilò le scarpe, si buttò addosso lo scialle, e si sedette accosto alla finestra socchiusa, soffocando i singhiozzi con un fazzoletto, col cuore in tumulto, trasalendo a ogni piccolo rumore.
Udì lievi passi sotto la finestra. Spense il lume, aprì metà dell'imposta, e tossì leggermente. Le fu risposto allo stesso modo.
— Tieni! Scendo!
Il fagotto non era caduto per terra. L'imposta fu socchiusa, il lume riacceso; e due minuti appresso per la via dove ancora non erano lampioni, nella fitta oscurità della notte, risuonarono i passi dei fuggitivi... Immediatamente, allo svolto della cantonata, un gran grido di donna che chiamava: Aiuto! Aiuto!
Poi niente.

Pietro Chitella, inteso Lasagna, si era precipitato nella taverna di Scatà come se fosse stato inseguito, pallido, con la voce strozzata nella gola:
— Hanno ammazzato... qualcuno!
— Dove?
— Lassù.... vicino a casa mia. Un grido: Aiuto! Aiuto!
— È il vino di Pasqua! Eh? – disse lo zi' Scatà che non voleva disturbata la festa.
Il brigadiere dei carabinieri però ordinò di preparare le lanterne e con due militi e parecchi della banda che volevano vedere il morto: – Torniamo sùbito! – si affrettarono dietro a Lasagna che ripeteva, senza andar oltre nella narrazione:
— Volevo accendere la pipa dopo di aver chiuso la porta... Erano tre, quattro alla svolta della cantonata... Andavano di fretta, si capiva dal rumore dei passi... E tutt'a un tratto: Aiuto! Aiuto!... Lasciai di accendere la pipa... Mi parve voce di donna!
Nino era rimasto inchiodato su la seggiola, sbalordito dal contrattempo.
— Quel Lasagna! È il vino di Pasqua!... Allegria, signori miei!...
Lo zi' Scatà andava da un punto all'altro della tavola per rianimare la festa; ma pure quelli che eran rimasti là si sentivano impressionati dalle parole di Lasagna.
— Anche voi, compare Nino. Dove volete andare?
Nino, che si era tolto la mantellina rossa e il camice da confratello, s'infilava in fretta in fretta il giubbone di panno, e scappava via, senza rispondere una parola, quasi uno gli avesse sussurrato all'orecchio... non capiva che cosa, ma una cosa trista assai!
E a mezza strada, incontrò il brigadiere e gli altri che tornavano addietro ridendo:
— Niente! Niente! Una ragazza rapita, pare. Sentiremo domani!
Lo avevano visto sparire nel buio, e lo attesero invano da Scatà. Don Giuseppe il sagrestano, all'ultimo, prese lui la campanella e uscì per le vie, seguìto dalla banda: 'Ntio! 'Ntio! 'Ntio!
Nino intanto, come un cane da fiuto, andava; gli pareva di seguire una traccia, dopo che aveva trovato aperta la porta di massaio Ledda e Maria non aveva risposto alla chiamata nel vicolo.
— Com'è stato? Com'è stato?
Si fermava, origliava, riprendeva a correre all'impazzata.
E l'alba lo trovò seduto a pie' di un ballatoio, in una straducola, coi gomiti su le ginocchia, con la testa tra le mani, quasi rantolando:
— Scellerata! Scellerata!

Due giorni dopo, Pizzuto si presentava al brigadiere:
— Creda, creda, signor brigadiere! È stato per caso. Chi ne sapeva niente? Io avevo detto a Saro Barreca: – Vuoi scommettere che Nino Sbrizza penserà di far assaggiare alla Ledda le cassatelle con la ricotta preparate da Scatà? – E andammo ad appostarci in fondo al vicolo, per mettergli paura e portargli via almeno le cassatelle... Fu così, signor brigadiere!... Chi ne sapeva niente? Ora, però, bisogna accomodare la faccenda. La picciotta dice ancora di no! Ma, capisce? Saro, che n'era innamorato pazzo... Capisce?... Non è giovane per nulla... Vedrà. Si aggiusterà ogni cosa. Venga con me. Intanto bisogna tener d'occhio Nino Sbrizza, che non vuol credere al caso e minaccia di ammazzare, di squartare!...
Dovette crederci, povero Nino, quando seppe che la sua Maria, non potendo sopportare l'orrenda fatalità e la violenza patita, si era conficcata nella gola un paio di forbici, ed era morta proprio mentre Pizzuto diceva al brigadiere:
— Venga! Si aggiusterà ogni cosa! Saro è pronto!....



IL SEGRETO DI DORA

Dovevano rivedersi dopo sette anni. E da parecchie notti tutti e due non chiudevano occhio, ossessionati dal ricordo della terribile scena che li aveva divisi: egli smaniante sul giaciglio del carcere che ora gli sembrava imbottito di spine; ella nella camera dove si era rifugiata, come una vedova, dopo di avere fin fatto sigillare e murare l'uscio della camera maritale, quasi non volesse lasciarsi mai vincere dalla tentazione di entrarvi.
Sette anni di carcere per lui, sette anni di austera solitudine per lei avevano ammortito, se non dissipato interamente, i sentimenti di odio e di sdegno da cui erano state travolte le loro giovani vite. E le esortazioni, i buoni uffici dei parenti e degli amici avevano finalmente ottenuto che il pentimento e il perdono iniziassero un'esistenza nuova per quelle due sventurate creature.
Soltanto, il padre di lui nè la mamma di lei non avevano potuto indurre la nuora e la figlia a far smurare l'uscio della camera maritale chiuso così da sette anni. Con inesplicabile risoluzione, ella avea voluto che quell'atto fosse compiuto sotto gli occhi del Giudice istruttore del processo, facendo notare in un verbale firmato dal magistrato e da quattro testimoni che tutto era rimasto nella camera come si trovava nel momento del delitto, sotto la sorveglianza delle guardie di questura.
— Non volete dunque dimenticare, figliuola mia? – Permettetemi di chiamarvi sempre così. – Non avete dunque perdonato? – le diceva il commendatore Loveni, invecchiato più dai dispiaceri che dagli anni.
— Sì.
— Perchè vuoi che rimanga ancora quel triste ricordo? – insisteva la signora Marozzi con le lacrime agli occhi. – Non hai dunque sinceramente perdonato?
— Sì! Sì!
— Perchè, intanto?...
— Perchè!
Dora Loveni rispondeva risolutamente così, senza spiegare la ragione che la faceva ostinare a non accondiscendere alle preghiere del suocero e della madre.
Parenti ed amici parlavano di dimenticare, di perdonare; la stessa cosa ripetevano da un mese a Gabriele Loveni, già sul punto di finir di scontare la pena a cui era stato condannato per omicidio.
— Dimenticare non si può; noi non siamo padroni della nostra memoria – aveva detto Dora alla madre. – Perdonare, sì... Anche quando non si ha bisogno di essere perdonate.
Ma la signora Marozzi, che in sette anni, neppure nei più dolorosi momenti, aveva potuto strappare alla figlia una sola parola di confessione o di difesa, ed era rimasta sotto il peso dell'angoscia dell'altero silenzio che ella non sapeva come interpretare, quel giorno, crollando la testa rispose:
— Tutti abbiamo bisogno di perdono, figliuola mia!
Parve che Dora volesse rispondere qualcosa.
Fece un breve gesto con le mani, un lampo di protesta le si accese negli occhi e, tutt'a un tratto, le si sbiancò estremamente l'ordinario pallore del viso, quel fine pallore di avorio che distingueva la sua bellezza anche ora, dopo sette anni di raccolto dolore che avrebbero fatto sfiorire qualunque altra giovane donna.
Rimase muta e chiusa. Soltanto, dopo alcuni minuti di silenzio, disse:
— Sarà domani, mamma! Ogni ora che passa diminuisce il mio coraggio. E per andargli incontro e non mostrargli che tu, suo padre, tutti gli amici ed io non abbiamo mentito, occorre che mi stordisca, che non pensi. Spesso noi presumiamo troppo delle nostre forze.
— Avete sofferto molto tutti e due!
— Abbiamo anche scontato, tu intendi dire; è vero?
— No, figlia mia! Io non giudico. Se tuo padre fosse vivo ripeterebbe...
— Lo ricordo: Non giudicate per non essere giudicati! Ma tu sei tale che nessuno oserebbe di pensar male di te anche vedendoti commettere un fallo. Sei stata, per l'intelligenza e pel cuore superiore a ogni sospetto... Come sono passati presto questi sette anni!
— Presto? Ah, figlia mia! Egli... non dirà mai così!
— Hai ragione, mamma!
— Nessuno sa del suo arrivo. Sarà qui con l'ultimo treno della notte. Suo padre e l'avvocato Nerucci sono partiti sin da ieri per riceverlo all'uscita dal carcere. È irriconoscibile, dicono.
— Tanto meglio, mamma! Troverà invecchiata anche me.
— È irriconoscibile perchè senza baffi e incanutito.
— Che sbaglio questa riconciliazione! Più si avvicina il momento del nostro incontro e più sento la resistenza dell'ostacolo che ci terrà divisi, l'uno estraneo all'altra. Ci sarà sempre... quel cadavere tra noi!
— I morti, figlia mia, perdonano meglio dei vivi.
— Si sente dunque assolto?... Lo ha detto?
— Ha scontato con gran dignità la sua pena. Mai un condannato si è tanto volontariamente segregato dal mondo! In sette anni non ha dato notizie di sè a nessuno, neppure a suo padre. Ha rifiutato lettere e visite, anche di suo padre. Soltanto da poche settimane in qua...
— Ha voluto assaporare meglio la sua condanna.
— Con che amarezza dici questo!
— Conosco il suo orgoglio.
Le parole delle due donne, pronunziate a bassa voce, si dileguavano nell'ombra della sera che aveva invaso il salotto. Madre e figlia parevano assorte nella contemplazione di quel lembo di cielo inquadrato nel vano d'una finestra, limpido, rapidamente cangiante dal puro smeraldo in una tinta smorta, quasi lattea, dove nuotavano due nuvolette ancora rosee degli ultimi riflessi del tramonto.
Parvero morire anch'esse e disperdersi come lievi ondate di fumo. E nella crescente oscurità del salotto si sentivano due respiri affannosi, di persone che avrebbero voluto piangere e si trattenevano a stento.
Dora si rizzò tutt'a un tratto da sedere. Si udì il secco scatto della chiavetta della luce elettrica, che brillò sùbito dall'alto del lampadario.
— Dora, – fece la signora Marozzi – nè allora... nè dopo io non ti ho mai interrogata. Il mio cuore di madre ha sofferto il lungo tormento di non volerti accusare e di non saperti assolvere, poichè tu ti sei chiusa nel più impenetrabile silenzio. Ma in questi momenti dai quali dipende la tua pace – non oso di dire la tua felicità – tu dovresti avere assoluta confidenza in colei che ti ha dato la vita, che ti ha nutrita col suo latte, che ti ha sempre ispirato i più nobili sentimenti con la parola e con l'esempio. Dora mia! Vorrei vederti davanti a lui a fronte alta, con l'orgoglio della donna che non ha peccato neppur col pensiero, o vederti – se è così – con l'umiltà di chi è stata vinta dalla prepotenza di una passione e non ha ingannato vigliaccamente, per calcolo... Tu non hai voluto essere, finora, orgogliosa o umile neppure con me.
— Cara mamma, una persona come te, che scrive libri dove scruta in ogni pagina il cuore della donna, dovrebbe sapere che noi non siamo per nessuno quel che veramente siamo, ma quel che appariamo a traverso certi atti che tradiscono e ingannano. È inutile difendersi.
— Non sempre è vero. Il cuore di una madre...
— Neppure il tuo, – la interruppe Dora – neppure la tua nobile intelligenza, nè la tua esperienza della vita son riusciti a penetrare la verità. C'è quella che ha creduto mio marito; c'è quella che potrei affermare io; c'è quella che risulta, per gli altri, dalla contradittoria testimonianza dei fatti.... Sono sette anni, mamma, che io trambascio sotto il peso di questo orrore: e oggi me ne sento oppressa più che mai. Quale sarà il nostro avvenire?
— La vita ha risorse e compensi che nessuno può prevedere.
— Forse, mamma!

— C'è stato un momento – continuò il Direttore del carcere – che ho avuto gravi apprensioni per lui. Il suo mutismo dei primi mesi, la sua decisa avversione a ogni lavoro manuale mi facevano supporre un'interna azione della coscienza che avrebbe potuto produrre qualche fatale esplosione: la pazzia o il suicidio, che è un atto di vera pazzia. Lo facevo sorvegliare notte e giorno. Noi abbiamo tante responsabilità. Spesso ci assale l'impreveduto, ma pochi sanno la lotta che sosteniamo per non lasciarci sorprendere. Un giorno egli chiese un'udienza. Fui contento di trovarmi faccia a faccia con uno che non era un condannato volgare.
— Non volle difendersi – disse l'avvocato Nerucci. – Altri che han fatto peggio di lui sono stati assolti.
La colpa è di voialtri avvocati – replicò il Direttore, sorridendo. – Avevo avuto soltanto una volta l'occasione di vederlo. Sono passati parecchi anni, ma ricordo benissimo l'impressione che mi produsse la persona di suo figlio – si rivolse al commendatore Loveni accasciato su la poltrona accanto all'avvocato – quantunque indossasse la tetra casacca carceraria. Parlò dimessamente; si lagnò della continua sorveglianza a cui si vedeva sottoposto. Glie ne spiegai la necessità. – Senta, – mi disse – sono un galantuomo e un gentiluomo, benchè qui porti al braccio il numero di un condannato che ha ucciso. Le do la mia parola d'onore: non medito niente per sottrarmi alla pena che devo scontare. So di averla meritata davanti agli occhi della Giustizia se non a quelli della mia coscienza. – La vita di un uomo è cosa sacra – risposi. – Anche l'onore dovrebbe esser sacro; ma è inutile discutere. Io la prego di sottrarmi a una sorveglianza che m'irrita mio malgrado. Ripeto: le do la mia parola d'onore che sarò il più rassegnato dei suoi ospiti, il più tranquillo. Voglio esser dimenticato da tutti e dimenticare. – Il regolamento le permette.... – Non voglio usufruire di nessun benefizio del regolamento – mi interruppe. – Lei non può obbligarmi a scrivere, a ricevere lettere e visite. Voglio essere lasciato in pace. Non sono più Gabriele Loveni; ma il numero 614. Quando verrà il momento, se verrà... – Ecco: è arrivato. Suo figlio sarà qui tra pochi minuti. Non lo vedrà vestito da condannato.
Gabriele si fermò, esitante, su la soglia e girò rapidamente lo sguardo attorno come in cerca di qualcuno che si attendeva di trovar là; poi, quasi barcollante, si precipitò tra le braccia del padre.
— E... lei? – domandò, dopo di aver abbracciato anche l'avvocato.
— Era troppo agitata, troppo commossa da poter affrontare lo scomodo di questo viaggio – si affrettò a rispondere il commendatore Loveni.
— Mi sono state consegnate ieri tutte le lettere indirizzatemi durante i sette anni della mia pena... Non ne ho trovato neppur una di... lei!... È giusto!
Vita nuova! Vita nuova! – esclamò l'avvocato Nerucci. – Il passato non deve più esistere tra voi due.
— La scienza non ha saputo trovar niente per far dimenticare!
La sua voce era divenuta roca, la sua lingua un po' impacciata, quasi il lungo, volontario silenzio l'avesse alquanto irrigidita.
— È sempre... bella? – domandò al padre.
— Anche la sua vita è stata una segregazione. Sì, ancora bella, austeramente bella, figlio mio.
Parve scosso da un brivido; e rapidamente si accomiatò dal Direttore. Scendendo le scale, di tratto in tratto si fermava, si voltava indietro.
— Non si vive sette anni fuori della società senza sentire una specie di ribrezzo nel momento di rientrarvi.
— Via! Bando ai tristi pensieri! – gli rispose l'avvocato. – Vede com'è indulgente il sole? Si vela in questo momento per non offenderle gli occhi.
Infatti Gabriele Loveni batteva rapidamente le palpebre sotto la falda del cappello di feltro grigio abbassata nel percorrere il breve tratto per montare in carrozza.
L'avvocato osservava che sette anni di vita carceraria avevano lasciato un'indefinibile impronta nell'aspetto, nei movimenti e nel gesto del suo cliente, rimasto muto, assorto lungo il tragitto dal carcere alla stazione, e durante le tre ore passate in un angolo del «buffet» aspettando l'arrivo del treno che doveva portarli via. Il Commendatore, assaggiando appena le pietanze, guardava suo figlio con l'ansia di chi teme un pericolo e vorrebbe sviarlo, ora, con la sodisfazione di aver raggiunto lo scopo per cui aveva desiderato ancora di vivere in questi ultimi anni.
Gabriele Loveni, lasciata spegnere fra le labbra la sigaretta avidamente cominciata a fumare, pareva smarrito dietro l'inseguimento di un fantasma fuggente.
Si udì il fischio del treno che arrivava.

Dora indovinò sùbito, dal primo sguardo di suo marito, che astio e livore repressi fermentavano nel cuore di quell'uomo non ostante la replicata domanda:
— Mi hai perdonato? Mi hai perdonato?
— Altrimenti non sarei qui! – ella rispose, fissandolo.
La prese per una mano, accarezzandogliela, premendola tra le sue, fredde come il ghiaccio, stringendola forte.
— Mi fai male!
Dora dovè ritirarla quasi con uno strappo.
Li avevano lasciati soli intanto che di là preparavano la tavola per la cena. Si erano immaginati che quei due, dopo sette anni, avessero molte intime cose da dirsi a quattr'occhi. Invece pareva che le parole gli si arrestassero in fondo alla gola, e si mutassero talvolta in un sommesso gorgoglìo, allorchè Gabriele si fermava in quell'andare da un punto all'altro del salotto con cui tentava di vincere la evidente sua esaltazione.
— Parla! Che vuoi dirmi? Sono disposta ad ascoltare tutto.
Egli faceva cenno con la mano: Niente! Niente!
E quando la signora Marozzi e l'avvocato Nerucci vennero a chiamarli, furono maravigliati di trovarli seduti, lei in un angolo del canapè, lui su una seggiola accanto al tavolino nel centro del salotto come due che avessero esaurito quel che dovevano dirsi.
Attraversando il corridoio che conduceva alla sala da pranzo, Gabriele si era fermato davanti a l'uscio della camera maritale tastando con una mano la muratura, facendo il gesto di buttarla giù; ed era passato oltre.
A tavola si mostrò inattesamente gaio, con strane intermittenze di ironici sorrisi, affermando che certe pietanze del carcere, quelle più comuni, avevano un sapore speciale, un profumo speciale che il palato, per l'assuefazione, ritiene e comunica per qualche tempo ai cibi di fuori; lo aveva sentito dire da parecchi recidivi che lo avevano sperimentato.
All'ultimo cominciò a divagare, tra un sorso e l'altro di caffè, aspirando deliziosamente una sigaretta.
— Avvocato, ricorda il dramma del Calderon «La vida es sueño»? Niente di più vero. Sogno futile, insipido spesso; bello, soave talvolta; atroce e terribile, più incubo che sogno... ordinariamente.
— No, no! Protesto! – rispose l'avvocato!
— Dora, dillo tu: che sogno è la vita?
— Non è sogno, pur troppo! – gli rispose sua moglie.
— Lei, mamma, dirà che è una novella, una fiaba non sempre degna di essere trascritta, è vero?
La signora Marozzi si rivolse al commendatore Loveni:
— Il miglior giudice è lei.
— Discutere è dubitare. La vita, cara signora, per un vecchio come me, è quasi un ricordo e un rimpianto.
Gabriele accesa un'altra sigaretta e, sorbito l'ultimo sorso di caffè, stiè un momento ritto su la persona, con gli occhi socchiusi, poi fece un cenno all'avvocato lo trasse in un angolo e gli parlò sottovoce.
— Sì, domani – egli rispose. – Stranezza di signora; non sono mai riuscito a spiegarmela. La sua giustificazione, suppongo.
Il viso di Loveni si oscurò, parve acquistare una durezza che l'assenza dei baffi e della barba rendeva più notevole.
— Ha bisogno di riposo; vada sùbito a letto – suggerì l'avvocato.

Abbattuta la muratura, e fatto osservare al marito che i sigilli erano intatti, Dora aveva aperto l'uscio ed era entrata nella stanza maritale per spalancare la finestra e far dissipare il tanfo di rinchiuso.
Gabriele rimaneva fuori torcendosi le mani, mordendosi le labbra davanti allo spettacolo di quella camera un po' in disordine, con una seggiola ancora rovesciata, i cocci della boccetta e dei vasetti del lavamano sparsi sul tappeto, una tenda dell'uscio strappata e pendente a metà dall'asta che la reggeva. Tutto gli faceva rivivere il terribile momento in cui, perduta la testa alla vista di quell'uomo che, datogli uno spintone, tentava di scappare, lo aveva rincorso pel corridoio e per le scale, sparandogli dietro parecchi colpi di rivoltella, uno dei quali gli aveva fracassato il cranio, giù al portone, dove lo aveva raggiunto.
E di fuori, quasi un ostacolo gl'impedisse di entrare, egli guardava, con occhi stralunati, Dora che apriva le cassette interne di un armadio e ne traeva alcuni pacchetti di lettere, depositandoli sul letto là vicino, assieme con tre scatolini di pelle scura.
Balzò dentro con un salto, mise il paletto all'uscio e si precipitò su uno dei pacchi di lettere, sciogliendone il nastro con mani convulse.
— Senti – gli disse Dora. – Tu stai per apprendere un segreto che non ci appartiene e che noi dobbiamo conservare religiosamente. Giurami!... Io l'ho conservato a costo del mio onore.... Giurami!... Giura!
Egli non l'ascoltava; apriva febbrilmente quelle lettere, dava ad esse un'occhiata, fissava Dora un istante, e riprendeva a leggere, mandando fuori, di tratto in tratto, ringhi e ghigni sarcastici, gettando per aria i fogli quasi provasse un'amara delusione o vi scorgesse un puerile tentativo d'inganno.
— Giura! – ella insisteva. – Non vuol dire che ora sia morta: anzi!
— Morta! Morta! – ringhiava lui, lanciando alla moglie terribili occhiate.
— Prima della loro penosissima rottura – riprese Dora – io era stata fida depositaria di queste lettere compromettenti. Quell'uomo voleva riaverle, chi sa perchè, e quel giorno osò di trascinarmi per un braccio qui dove egli sapeva che fossero gelosamente conservate, cercando di riaverle con la violenza... Leggi leggi le ultime, queste qui...
Egli non osava di credere ai suoi occhi. Quel nome di donna ripetuto tante volte, in ogni lettera, appassionatamente, non era di sua moglie.
— Chi, chi scriveva? – egli urlò. Io veggo! Io indovino! Io sento!...
E fiutava le lettere brancicandole.
— C'è il profumo del tuo corpo! C'è il fluido del tuo spirito, sì, sì, non m'inganno... Non mi sono addestrato sette anni inutilmente per acquistare la veggenza che non inganna!
Dora indietreggiava, indietreggiava a quel lento avanzarsi di belva che sta per slanciarsi. Con gli occhi sbarrati, le braccia protese, le mani aperte e le dita curve come grinfie, pareva ch'egli provasse la feroce voluttà di atterrire la vittima al punto di assalirla.
— Gabriele! Gabriele!
A così acutissimo grido di angoscia, nella turbata intelligenza di lui accadde dunque una scossa, una sosta, quasi nella tenebra che la occupava in quel momento scoppiasse tutt'a un tratto un lampo di luce?
Egli si fermò, portò le mani alla fronte, stiè pochi istanti come in ascolto; la tensione di tutti i nervi che gli aveva alterata l'espressione della fisonomia e concitata tutta la persona, si rilassava lentamente, e l'infelice cascava bocconi da quella parte sul letto, gorgogliando inintelligibili parole.
Dora stava per precipitarsi verso l'uscio e gridare al soccorso, ma quelle lettere sparse là, aperte, brancicate, non avrebbero, in quella circostanza, fatto conoscere un segreto custodito finora con tanti sacrifici? E si diè frettolosamente a raccoglierle, a calcarle alla rinfusa, nelle cassette assieme coi tre scatolini contenenti tre piccoli gioielli... Poi, invece di gridare: soccorso! si chinò su lui con gesto materno, di immensa pietà, e, chiamandolo sommessamente a nome, lo baciava sui capelli umidi di sudorino ghiaccio.
Egli si lasciò prendere per una mano e condurre verso il canapè all'angolo della camera. Guardava attorno, trasognato, quasi non riconoscesse il luogo dove si trovava nè la persona che gli stava davanti, in piedi, un po' china verso di lui, e sorridente con visibile sforzo tra le lacrime che cominciavano a rigarle le gote.
— Qui!... Qui!... – balbettò. – Sette anni... fisso qui!... Un terribile chiodo!... Notte e giorno!
— Zitto! Sii tranquillo! Non t'agitare!
— Sì... – egli riprese. – Era dunque quella... Marina Falchi colei che tradiva? È morta?
— È morta, sì, la mia amica. Per ciò il suo segreto dev'esserci maggiormente sacro! Ora distruggeremo ogni cosa. Ho voluto conservarle per te quelle lettere; per giustificarmi soltanto davanti a te....
— Può essere? Può essere? Ed hai aspettato sette anni!
— Ho sofferto quanto te!... Oh Dio! Dubiti ancora?
— Non si strappa facilmente un chiodo infisso qui... da sette anni!... Notte e giorno!
Girava attorno la sguardo smarrito, parlava quasi rivolgesse le parole a se stesso. Poi si raccolse in cupo silenzio, chiuse gli occhi, reclinò il capo sul petto, e Dora, sedendoglisi cautamente a lato, ascoltava con ansia il profondo respiro di lui già vinto dal sonno.

Nessuno in famiglia, neppure la madre di lei, seppe quel che era accaduto in quella appartata camera maritale.
Dora passò due terribili giorni, dissimulando a tutti l'angoscia del dubbio che la straziava. Suo marito, a intervalli, ricadeva in uno stato di eccitazione mentale molto vicino alla pazzia. Poi, quasi destandosi da una specie di dormiveglia, di stupore, ripeteva desolatamente:
— Sto male!... Sto male! Non guarirò più!... Povera Dora!
— Se tu permettessi di consultare il nostro dottore!...
— No!... Non voglio la compassione di nessuno, neppure di un dottore!
— Ma già tu ti allarmi per una lieve depressione nervosa.
— Stavo meglio... colà... in carcere. Colà... avevo almeno la certezza!
— Quale certezza?
— Vedi?... Ancora non so abbracciarti... nè baciarti come una volta... Ho paura di trovare su le tue labbra le traccie... Perchè ho ucciso dunque? Perchè sono stato condannato?
— Gabriele!
Bastò questo dolce richiamo per farlo rientrare sùbito in sè, per calmarlo in quell'angolo di canapè dove egli, da due giorni, passava le ore fumando continuamente, con un mucchio di libri nuovi su una seggiola, dei quali scorreva soltanto qualche pagina con paurosa repugnanza. Aveva trovato in uno di essi: – Noi non sappiamo niente della realtà delle cose. Siamo vittime dell'apparenza.
E n'era rimasto sconvolto.
Il terzo giorno Dora lo trovò sdraiato sul canapè con le mani strette alla fronte, quasi per comprimere un gran dolor di testa. Teneva chiusi gli occhi.
— Sei tu, Dora?
— Che hai?
— Dora! Dora! Quel segreto mi uccide.... Che m'importa di colei?... Tanto peggio per la morta!
— Perchè dici così, Gabriele?
— Perchè tu ed io siamo vittime dell'apparenza. Non dev'essere! Non voglio che sia così!
— Ormai!...
— Non dev'essere così!... Non voglio che sia così!... Quel segreto mi uccide!
Si era fermato ad ascoltare. Dalla via saliva un rumore confuso di evviva misto al suono della banda cittadina che soffiava quasi rabbiosamente l'inno reale.
— Tanto peggio per la morta!
E prima ch'ella potesse impedirglielo, Gabriele era corso all'armadio, aveva afferrato il mucchio delle lettere ancora aperte e sgualcite come vi erano state calcate in fretta e furia quella mattina, e, stringendosele al petto con tutte e due le mani, le versava sul marmo della finestra, di lato, per poter spalancare metà della vetrata e buttar giù tra la folla che passava plaudente per la via il segreto che lo uccideva.
— Non devo saperlo io solo che tu sei innocente! Devono saperlo anche gli altri...
E si opponeva agli sforzi di Dora; le strappava di mano quei fogli ch'ella tentava di sottrarre, e li sparpagliava fuori, per l'aria, ripetendo:
— Tanto peggio per la morta! Tanto peggio per la morta!
E aveva negli occhi la feroce gioia di un folle.



SANGUEDOLCE

— E vi chiamate Sanguedolce! – esclamò il Pretore.
— Per colpa di mio nonno – rispose il vecchio contadino così rimproverato. – Ora però voglio diventare Sangueamaro, eccellenza.
— Lasciate stare l'eccellenza; non sono ministro.
— È un galantuomo, un uomo di giustizia.
— Non tutti la pensano come voi in questo paese.
— Paesaccio, eccellenza! Che mi consiglia dunque?...
— Niente. Vi domando. Insistete nella querela?
— Se la ritirassi, penserebbero che ho avuto paura; ed io non ho paura di nessuno, neppure del diavolo. Di Gesù Cristo soltanto, che non son degno di nominarlo; di lui soltanto ho paura!
— Gesù Cristo ha detto: perdonate ai vostri nemici.
— Quando lo disse? Ai suoi tempi. Oggi il mondo è cangiato.
— Insomma, insistete?
— Insisto, eccellenza, sì!
— Vi saluto.
Sanguedolce portò una mano al mento, abbassò il capo e stette un momento a riflettere.
— In caso... – poi disse, esitante, – chi paga le spese?
— Le pago io – rispose il Pretore ridendo.
— Che c'entra voscenza?... Non ci mancherebbe altro!
— Per levar di mezzo ogni difficoltà. Il matrimonio di vostro nipote... Bravo giovine! Gli voglio bene...
— Non me ne parli, signor Pretore! Non deve farsi; e non si farà finchè campo io. Mio nipote è più che un figlio per me; e appunto per questo... E se quella stregaccia della matrigna della ragazza...
— Che interesse può avere? Non è sua figlia.
— L'interesse di levarsela di casa. La dia a chi vuole; a mio nipote no. Vedremo chi la vince. Io intanto la mando in galera.
— Bisogna prima sapere...
— Come? Può vomitarmi addosso tanti vituperi e passarsela liscia?
— Dar querela ad una donna, via!
— Ha la lingua lunga, troppo lunga!
— Dovreste ammirarla. Per matrigna, è un'eccezione.
— Apparentemente, eccellenza! Troppo zelo, eccellenza! Ci dev'essere qualcosa sotto... E poichè mio nipote è cieco dalla passione, voglio aver quattro paia d'occhi io, se pure bastano!.... Ma prima la mando in galera la stregaccia! Con quei testimoni...
— Testimoni! Lo sapete come usa qui; con un par di lire c'è gente che giurerebbe....
— Ormai si sa chi sono i falsi testimoni di mestiere: Faccia-di-morto, Ciaula, Nino Pricocu, Virtuoazza... Ma dunque uno non può più aver fatta giustizia? Deve farsela con le proprie mani?
— E vi chiamate Sanguedolce! – tornò ad esclamare il Pretore.
Voleva fare il cattivo, ma era proprio Sanguedolce. E per ciò nessuno sapeva spiegarsi la sua violenta opposizione al matrimonio del nipote con la figlia di Lagnusazzu. Bella, giovanissima, con discreta dote, massaia, di quelle che sanno far tutto: filare, tessere, cucinare, impastare il pane, tutto, insomma, come oggi se ne trovan poche, perchè fin le figlie di zappatori vogliono parere signorine – così gli dicevano conoscenti ed amici – dove poteva trovarla una meglio di Tana La Mira? Sarebbe stato un'infamia dire: – la figlia di Lagnusazzu – che poi era infingardo unicamente se si trattava di fare un po' di bene al prossimo; per questo ingrassava da sembrare una botte.
Sanguedolce, appena qualcuno cominciava a parlargli del matrimonio del nipote, lo guardava in viso con certi occhi da fulminarlo, se fosse stato possibile; poi, secondo le persone, o rispondeva una parolaccia o faceva una furiosa voltata di spalle, o pure, per esempio: – col notaio Mancuso, col canonico Spano, col cavaliere Dipietro – supplicava a mani giunte:
— Mi lascino stare, per carità! Credono che sia un capriccio? Un dispetto? So io perchè! So io perchè! Mi lascino stare!
Infatti da qualche tempo in qua, soltanto il canonico Spano si permetteva di dirgli con quella sua voce lemme lemme:
— Lo facciamo, sì o no, questo matrimonio? Venite a confessarvi; è un pezzo che non vi accostate al santo tribunale della penitenza.
— Voglio mettere insieme un bel mucchio di peccati e scaricarmene tutt'a una volta... Ma di quella cosa non ne parliamo, signor canonico!
E, finalmente, neppur lui gli disse più niente.
Ma, ecco, una mattina – era domenica e Sanguedolce si preparava ad uscir di casa per andare a sentir la messa – -ecco Luciano, il nipote, che entra in camera di lui, gli si pianta davanti rispettoso ma risoluto, con le sopracciglia aggrottate e le labbra aride che quasi gli impedivano di formar le parole.
— Che c'è? – domandò Sanguedolce.
— C'è, zio, che io chiedo di sapere per qual ragione vi opponete al mio matrimonio con Tana La Mira. Voglio mettermi il cuore in pace. Per me.... o lei, o lei! Devo perdervi di rispetto? Siete stato il mio secondo padre.
— Che ti figuri? Che io mi impaurisca di cotest'aria minacciosa?
— Ma che v'ha fatto quella povera figlia? Perchè ce l'avete con lei?
— Non l'ho con nessuno. Dico di no, e no dev'essere. Se fosse vivo tuo padre, e fosse lui a dir di no che faresti?
— Mio padre certamente mi spiegherebbe: No... per questo e per questo. E sarebbe finita. Almeno saprei!
Ringrazia Dio che tuo padre non sia vivo!...
— Vo a domandarglielo nell'altro mondo, nell'inferno o nel paradiso, dov'è.
— Sai la via?
— La so, zio!
Sanguedolce non potè ridere a questa strana risposta del nipote; ma fece la sua solita spallucciata pur vedendolo andar via gesticolando con le mani nei capelli come un disperato.
Durante la messa, però, invece di recitare il rosario, tenne la corona avvolta attorno a una mano e si mise a parlare internamente, rivolto al gran crocifisso dell'altare dove il prete celebrava:
— Dovete pensarci voi, Gesù crocifisso! Levategliela voi di mente! Non deve accadere! Non deve accadere! Libera nos domine! Io mi opporrò finchè potrò... Dovete pensarci voi, Gesù crocifisso! Non ve l'ha detto il mio povero fratello? Non ve l'ha confessato anche... lei, quando sono arrivati al vostro cospetto per essere giudicati?... Già, voi, Signore, che vedevate, che sapevate tutto ve li siete chiamati in cielo tutti e due... E volete lasciarmi addosso questo peso? Pensateci voi, Gesù crocifisso!
E restò là a guardare il Crocifisso tutto piagato, tutto insanguinato, con la testa coronata di spine abbandonata su la spalla destra, quasi attendesse da esso una parola, un cenno di risposta, che lo assicurasse: Ci penserò io!
Si scosse tutt'a un tratto, maravigliato di non essersi accorto che la messa era terminata e che il sagrestano aveva già spento i ceri dell'altare.
Ah! Fu certo un'ispirazione di Gesù crocifisso quella che lo spinse ad entrare nella stalla dalla porta interna! Diè un urlo alla vista del nipote che penzolava dalla corda legata a un trave, dando gli ultimi tratti agitando le gambe e le braccia. Montare su lo sgabello rovesciato per terra, cavar di tasca il coltello, tagliar la fune e cascar giù assieme col disgraziato fu l'affar di un momento.
— Chi mi diè la forza di liberarmi del suo peso – raccontava Sanguedolce, poco dopo, alla gente accorsa ai suoi gridi – e di slegargli il nodo della corda attorno al collo?
Non osava di rimproverare il nipote che, steso sul letto, respirava ancora affannosamente. Poi, quando lo vide in piedi, con le lagrime agli occhi pel dispetto di essere stato salvato, gli disse soltanto:
— Non dubitare. Vado ora stesso da Lagnusazzu e torno sùbito con la risposta.
E andò difilato, quasi di corsa.
— È vero? – gli domandò Lagnusazzu.
— Verissimo. Voi... che ne dite?
Gli tremava la voce, aveva gli occhi smarriti.
— Per me...
— Acconsentite dunque?... Con la coscienza tranquilla?
— Se Tana dice di sì...
— Lo sapete bene che dice di sì!... Parlo per voi.
— Io?... Li benedico con tutte e due le mani. E anche sua matrigna... E se volete far presto, tanto piacere.
— Dice che siete voi che non volete – intervenne la seconda moglie di Lagnusazzu.
— Giacchè vostro marito... ha la coscienza tranquilla!...
— Ma che discorso è questo? – fece Lagnusazzu – spiegatevi...
— Niente. Lo avete visto: è mancato poco che mio nipote non si ammazzasse. Vuol dire... che c'è la volontà di Dio!
E portò la lieta risposta.
Da quel giorno in poi però Sanguedolce parve diventato un altro. Aveva detto al nipote:
— Non voglio mescolarmi di niente; fa' tu, a modo tuo, disponi tu. Tu sei padrone del tuo e del mio. Da oggi in poi, per questi ultimi pochi mesi, non voglio più essere tutore. Alle faccende di campagna baderò io. Tu fa lo zitu4.
Luciano era così felice che non si accorgeva della grande amarezza che c'era nelle parole e nel tono della voce di suo zio. Non si accorgeva dell'aria trasognata del povero vecchio, che gesticolava e borbottava senza far capire che cosa gli passasse pel capo; e pareva che cascasse dalle nuvole se qualcuno gli domandava:
— Che avete, zi' Sanguedolce?
— Che volete che abbia? La vecchiaia che trascino.
Infatti pareva invecchiato tutt'a una volta. Prima, aveva il motto allegro, la barzelletta pronta. Durante la mietitura o l'abbachiatura delle olive, durante la vendemmia, zi' Sanguedolce rallegrava gli uomini e le raccoglitrici con certe sue storielle maliziose che facevano sbellicar dalle risa. Ora, o stava muto, con gli occhi fissi, sbalorditi, quasi vedesse chi sa che brutte cose, o scoteva il capo e borbottava parole inintelligibili di risposta a qualcuno che lo interrogasse non visto.
Si cominciò a spargere la voce che a zi' Sanguedolce avesse dato di volta il cervello. Il canonico Spano, incontrato Luciano gli disse:
— Tu hai la testa alla zita, e non ti curi di tuo zio. È venuto da me questa mattina. Mi ha fatto pietà. – Che abbiamo, compare Sanguedolce? Non vi dispiaccia se vi chiamo così. – Abbiamo... che quando c'è la volontà di Dio è inutile opporsi; avviene quel che deve avvenire... È vero, signor canonico? – Certamente, compare. – Anche nelle cose storte, è vero, signor canonico? – Non sono storte, se Dio le permette; sembrano storte a noi. – Sarà!... Sarà!... Ma io dico che sono storte. Stiamo a vedere, fino all'ultimo... Ci penserà lui a rimediare... Ero venuto per confessarmi. Stiamo a vedere! – A vedere che cosa? – Parlava come se le parole gli uscissero di bocca senza che egli comprendesse quel che diceva. Mi ha fatto pietà.
— Che posso farci, signor canonico? È l'età, forse... E poi ce l'ha con me per via del mio matrimonio. Perchè? Mi ci perdo. Ho fin sospettato... Quando si è vecchi... Avrebbe voluto sposarla lui?
Il canonico lo fissò, colpito.
— Tutto può darsi... Mi ha fatto pena, ti dico!
Vedendo che lo zio non gli accennava più alle nozze imminenti, Luciano, quasi per provarlo, gli annunziava:
— Oggi siamo stati al Municipio per la richiesta.
— Quando c'è la volontà di Dio!...
— Oggi se n'è detto in chiesa la seconda volta.
— Quando c'è la volontà di Dio!...
Rispondeva con una specie di ringhio, alzando le spalle.
— Ah, zio! Mi fate il malaugurio! – gli disse Luciano col pianto nella gola. – Ci sposiamo domani!
Quella sera, tardi, il canonico Spano che diceva in camera l'uffizio – ed era in maniche di camicia con lo zucchetto in testa, dal gran scirocco – vide arrivare lo zi' Sanguedolce, torbido in viso, che gli si buttò in ginocchio dal lato del seggiolone a bracciuoli.
— Voglio confessarmi!
— Tanta fretta?
— Confiteo Dio onnipotente...
— Chiudete almeno quell'uscio.
— Non importa. Dunque... sigillo di confessione. Prima fu mio fratello che mi disse: – Questo figlio mi è cascato dal cielo! – Non ne sapeva niente, poveretto!... Voleva fare, voleva dire.... Ammazzare, squartare.... Fu prudente; e il dolore gli fece groppo allo stomaco: ne morì.
— Lasciamo andare – lo interruppe il canonico. – Veniamo ai vostri peccati.
— Poi – continuò Sanguedolce, con la voce che gli tremava – fu lei, sua moglie, due mesi dopo, in punto di morte: – Badate, cognato! Luciano è figlio di... Lagnusazzu. Badate, cognato!... Peccato grande! L'ho scontato. – Ecco perchè!... Ecco perchè!...
E scattò in piedi, guardandosi attorno, atterrito che qualcuno avesse potuto udirlo.
— Non c'è più, dunque, Gesù Cristo lassù? No, non c'è più?
— Non bestemmiate!
Il canonico non sapeva che credere. Quel pazzo diceva la verità o ripeteva una orrenda fissazione? Tentò di calmarlo, di convincerlo che s'ingannava. Ma Sanguedolce rispose soltanto:
— Glielo dica lei, nella messa, a Gesù Cristo. Che ci fa dunque là, in croce, su l'altare?
— Non bestemmiate!
Il vecchio era scappato via, barcollante, senza neppur salutarlo.
— Che misera cosa è la nostra mente! – esclamò il canonico Spano, rinvenendo dallo stupore.
E riaperse il breviario.

Gli sposi, i parenti e il corteo degli amici, in attesa che il parroco uscisse di sagrestia, si comunicarono sottovoce, maravigliati:
— C'è zi' Sanguedolce! C'è zi' Sanguedolce!
Lo avevano scoperto, rannicchiato dietro una colonna.
Luciano, commosso, andò a prenderlo per una mano, dicendogli:
— Grazie, zio!
Gli amici lo circondarono, Lagnusazzu, col pancione sporgente dalla giacca nuova di panno blu, lo invitò a sedersi accanto a lui, ripetendogli: – Bravo! Bravo! – sodisfattissimo.
Sanguedolce agitava lentamente la testa, senza dire una sola parola, come se avesse un meccanismo nel collo.
E si lasciò condurre a braccetto in casa della sposa.
Tutti mangiavano dolci, càlia5, bevevano vino di Vittoria, facevano brindisi: lui, zitto, con gli sguardi fissi su gli sposi quasi ne sorvegliasse ogni movimento. Quando però vide Luciano che, abbracciata la sposa stava per baciarla al cospetto di tutti, scattò come una belva e si lanciò su la giovine, urlando: No! No! È sacrilegio!... Dio non vuole!
Nella gran confusione, credettero che Tana fosse svenuta dallo spavento... Un fiotto di sangue le usciva dalla gola squarciata.
Sanguedolce aveva buttato via il coltello e gridava a Lagnusazzu:
— Infame! Tu lo sapevi, tu lo sapevi, tu lo sapevi!... Fratello e sorella! E li hai fatti sposare!
E sùbito si batteva violentemente con una mano su la bocca, imprecando a se stesso:
— Ah! Doveva cascarmi la lingua, doveva!



RINNOVAMENTO

In certi giorni di quel marzo nebbioso e piovoso, Leone Leoni, chiuso nella modesta stanza della casa rustica dove abitava da anni, si sentiva più facilmente spinto verso quello che egli soleva chiamare il luminoso paese dei sogni.
Nessuno dei suoi compagni di scapataggini avrebbe ora riconosciuto in quell'uomo grigio di capelli, con prolissa barba quasi bianca, un po' curvo, il bel giovane vestito sempre secondo l'ultima foggia di Parigi o di Londra e che aveva fatto parlare tanto di sè per le sue stravaganze, pei suoi eccessi di ogni sorta in fatto di giuoco e di donne.
Ricordando, però, il suo sogno a occhi aperti cominciava immancabilmente dalla terribile settimana in cui, per l'improvvisa morte del padre, tutto gli era crollato attorno, fin l'amore della madre che lo accusava di aver cagionato con la sua cattiva condotta la disgrazia del marito e la distruzione del patrimonio di famiglia disperso in mano degli strozzini.
Sua madre era partita pel paese nativo due giorni avanti che la loro casa fosse stata invasa dagli uscieri, dagli avidi compratori dei mobili messi all'asta, e non aveva voluto neppure rivedere il figlio prima di andar via.
Così ora, ripensando, egli si vedeva camminare, camminare come un sonnambulo lungo un polveroso stradale, tra i campi verdi di seminati, senza sapere verso qual luogo fosse diretto, nè che intendesse di andare a farvi. Non aveva un soldo in tasca e non mangiava dal giorno avanti.
La notte si era riposato sul ciglione dello stradale, attutendo i crampi dello stomaco masticando foglie di erbe selvatiche strappate là attorno; e, all'alba, aveva ripreso a camminare, a camminare, infilando una strada traversa, tra le colline, stordito più che mai dal colpo di quei gravissimi avvenimenti contro i quali non sapeva che opporre all'infuori del suicidio.
Per far questo non gli mancava il coraggio; lo tratteneva intanto una vaga coscienza di non meritare la liberazione che, almeno apparentemente, salda tutto con una palla di rivoltella o con qualunque facile mezzo che tronchi la vita.
Era cascato a terra, estenuato dalla insolita fatica e dalla fame, in pieno meriggio, vicino a una casa di contadini...
E dopo tanti anni – venticinque! – il ricordo assumeva ancora sembianza di sogno, quasi neppure il sapersi già maestro elementare, stimato e voluto bene nonostante la sua vita appartatissima in quel ridente paesetto nascosto tra le colline, quasi neppur questo riuscisse talvolta a convincerlo che proprio si trattasse di avvenimento reale.
E allora, coi gomiti appoggiati sul piano del tavolino, e la testa tra le mani, si lasciava trascinare dalla immaginazione verso quegli inizi della sua nuova esistenza, quando, rifocillato dal cibo apprestatogli dai due vecchi contadini, marito e moglie, accorsi a sollevarlo da terra e a trasportarlo sul letto, e, più, ristorato da parecchie ore di sonno, si destava salutato da un signore non più giovane, accompagnato da quattro ragazzi che lo chiamavano babbo, già informato dal mezzadro di quanto era accaduto.
Venticinque anni addietro! E gli sembrava caso di ieri, tanto ogni minuto particolare gli si era fissato nella memoria.
Quel signore, Sindaco del paesetto vicino, aveva avuto la delicatezza di interrogarlo da solo, profferendogli la sua opera se potesse giovargli. Leone Leoni era scoppiato in un gran pianto, e non gli aveva nascosto niente, come a un confessore.
— Vorrei rinnovarmi!... Vorrei redimermi!...
Egli stesso si era maravigliato di queste parole uscitegli dalle labbra in quel momento di profonda commozione.
Fortunatamente si era incontrato in una brava persona, in un vero galantuomo che lo aveva soccorso e gli aveva offerto il posto di maestro elementare di quarta classe, vacante per la recentissima morte del titolare.
— Ma io non ho il diploma! – aveva risposto.
— L'otterrà. Le faciliterò le pratiche. Se però avesse altro di meglio...
— Niente! Voglio rinnovarmi! Voglio redimermi!
Aveva poi appreso per lunga esperienza quanti e quali sforzi di volontà son necessari per riuscire in questo intento.
Dapprima, l'occupazione della scuola elementare ottenuta; la solitudine da cui era circondato nella casetta rustica concessagli gratuitamente dal Sindaco per alloggio; lo svago, in certe ore della giornata e durante i giovedì e le domeniche, di coltivare a orto il terreno attorno alla casetta, lo avevano distratto da ogni rimpianto della concitatissima vita di piaceri troncata dal disastro economico della sua famiglia. Per venerazione della memoria del padre, non voleva neppur ricordarsi che questi vi aveva contribuito in gran parte con la disordinata amministrazione e parecchie speculazioni sbagliate.
Provava la dolce sensazione di un bagno fresco che gli accarezzasse la persona, che lo mondasse da ogni cattivo contagio rimastogli attaccato alla pelle; dolce sensazione che gli si insinuava intimamente nel cuore, nello spirito, con gran maraviglia di lui che non si sospettava capace di tanta rassegnazione.
— Si annoierà, si stancherà di questa sua vita eremitica! – gli diceva il Sindaco ogni volta che lo incontrava.
— Anzi, mi sento fortificare – egli rispondeva orgogliosamente. – Ha visto che lattughe, che baccelli, che carciofi riesco a produrre? Mi son permesso di mandargliene piccoli saggi.
— Grazie! Ma tutto questo non può bastarle. Sia, scusi, meno orso.... – insisteva il brav'uomo.
— Ho poi le altre pianticine umane da coltivare: i miei scolari. Non ho tempo di annoiarmi.

Non era vero.
Di tratto in tratto, lo assaliva una raffica del non lontano passato. Il cuore gli sobbalzava, i suoi sensi si ribellavano; figure di donne amate un po' o semplicemente possedute gli passavano davanti agli occhi invitandolo, irridendolo anche e compassionandolo con languide occhiate, con pietosi sorrisi.
E allora egli saltava giù dal letto anche nella nottata, e, al lume di luna o nella penombra notturna, tentava di sfuggire all'improvvisa ossessione zappando, sarchiando, innaffiando le erbe dell'orto, con un accanimento di lavoro che riusciva a calmarlo; e la mattina si trovava estasiato di fronte allo spettacolo dell'aurora e del sole nascente mai, mai goduto in città durante quella vita di stravizi con gli amici e le facili amiche, che ora dovevano crederlo morto o lontano, assai lontano e forse, anzi certo, più non si ricordavano di lui. E riprendeva, assaporandola meglio, la vita quasi eremitica rimproveratagli affettuosamente dal Sindaco: casa e scuola; scuola e orto, notando con triste compiacimento che tra i baffi – ancora non si era lasciato crescere la barba – e tra i capelli, verso le tempie, già fossero apparsi parecchi peli bianchi, precoci indizi di vecchiezza; e non aveva oltrepassato i trent'anni!
Da qualche tempo però le raffiche del passato, come egli le chiamava, si erano fatte più frequenti, più insistenti; duravano intere settimane, riprendendolo appunto quand'egli credeva di aver domato dentro di sè l'uomo vecchio e si rallegrava della vittoria.
— Voglio rinnovarmi! Voglio redimermi!
Aveva perdurato in questa risoluzione con ostinatezza forse eccessiva, con mezzi un po' rudi, un po' bruschi; e per ciò vedeva con un senso di terrore la probabilità che dovesse, alla fine, tutt'a un tratto, perdere il beneficio dei grandi sforzi fatti, delle lotte sostenute, se ogni volta usciva moralmente estenuato da queste inattese prove di tentazioni e poco rassicurato per l'avvenire.
— Venga, segga qui, prenda una bibita – gli aveva detto il Sindaco, vedendolo passare frettoloso davanti ai tavolini del Caffè allineati sul marciapiedi.
Aveva accettato; e stava per accomiatarsi quando gli era parso di provare non sapeva bene se un violento abbaglio o se un urto che lo faceva ricadere su la seggiola. Gli era passata poco distante... – No! Non poteva essere! – Ma il Sindaco, sorridendo, gli diceva:
— Ecco la merce che noi mandiamo, rozza, in città e che ci vien restituita – fortunatamente per poco – così trasformata! Era un'operaia; ora è... una bella, già matura mondana; si dice così? È la prima volta che torna in paese.
Non era stata, dunque, un'allucinazione?
Se ne convinse poco dopo, quando la carrozza, ripassando, si fermò davanti al Caffè, e la bellissima ed elegantissima donna, che vi era quasi sdraiata sui cuscini, ordinò una bibita.
L'assaggiò appena. E il Sindaco disse, sottovoce, a Leoni:
— È stato un pretesto per farsi ammirare.
Leoni, turbatissimo, si domandava:
— Mi ha riconosciuto anche lei?
Non uscì di casa in quei tre giorni di vacanze per la festa del Patrono, evitando così il pericolo di essere incontrato e di vedersi imprudentemente fermato. Si stupiva di non desiderare di avvicinarla. Era stata la sola ragazza a cui egli aveva voluto realmente bene, e che gli aveva voluto davvero bene, senza secondi fini, con la ingenuità di chi si dà a un uomo per la prima volta. Ed egli l'aveva indegnamente abbandonata, dalla paura di attaccarsi troppo a lei e finire con sposarla, come era accaduto a un suo amico e con una donna immeritevole affatto di questo onore.

Si era rassicurato. Le feste pel santo Patrono terminavano appunto quella sera, ed egli stava affacciato alla finestra fumando una sigaretta per godersi i fochi di artifizio che tra poco sarebbero stati sparati in cima alla collina del paesetto tutto punteggiato di lumi.
Trasalì vedendo inoltrare quella figura di donna, avvolta in uno scialle nero, che si era fermata un istante allo svolto del breve viale davanti alla casa, come per riconoscere il posto; e si protese fuori del davanzale ansiosamente.
— Leone! Leone! Sono io, Giulia! Vieni ad aprire la porta. Non mi ha visto nessuno!
Ella gli era saltata si collo; e vedendolo rimanere freddo, inerte, disse:
— Oh, non dubitare! È un bacio d'amicizia... Nient'altro.
E seguitò:
— Chi si aspettava d'incontrarti qui? Dopo la disgrazia, nessuno ha più saputo notizie di te. Anch'io ti ho creduto in America a far fortuna. Stai bene. Sei un po' ingrassato, con qualche pelo bianco! Povero Leone!... Maestro elementare! Ti ammiro.... Tutti ti vogliono bene nel paese.... Sì! Sì! Il mondo va preso come viene. Ti ho riconosciuto sùbito, sai? E dovetti fare uno sforzo per contenermi. Ti avrei compromesso. Vedi? Sono venuta di notte, dopo di essermi bene informata, e con questo travestimento.... altrimenti sarebbe stato uno scandalo. Qui quasi tutte mi invidiano, e quasi tutte fanno le viste di non conoscermi, anche le donne peggiori di me!
Egli rimaneva in piedi di faccia a lei, commosso, balbettando appena:
— Grazie! Grazie!... Quanto sei buona!
— Come ti trovo male alloggiato! Neppure una poltrona! Neppure un piccolo tappeto! Neppure uno straccio di tenda! Questa è una cella da frate! Tu forse ignori quel che si fantastica di te, della tua vita segregata. Oh, tante cose buone! Dicono che il tuo è l'orto dei poveri; che tu fai l'ortolano per essi. E dicono che sei orso, orso, orso! Tu! sembra impossibile... Mah! Tutto accade al mondo. Ti saresti mai immaginato di incontrarmi quasi ricca e divenuta un po' avara? Che gran piacere questa visita! Anche pel modo. Chi sa quando ci rivedremo un'altra volta? Io ho paura di morire ora che sono arrivata... dove sono arrivata. Vorrei invecchiare, venire a ritirarmi quassù. Mi rimane soltanto la nonna; ha ottantasei anni, e sembra che ne abbia addosso soltanto cinquanta! Dice: – Sei nel peccato!... Ma è la volontà di Dio! – E mi consiglia: – Fa molta carità, molta carità, figlia mia! – E tu non mi dici niente? Ti è dispiaciuta la mia visita? Spero di no.
Egli stava ad ascoltarla con un gran senso di tenerezza non come antica amante, ma come una affettuosa sorella venuta a consolarne la solitudine! Infatti nessun rimprovero del suo gran torto! Nessun accenno al passato! Così dagli occhi, dalle labbra, da tutto quel corpo, ancora tanto mirabile, non si sprigionava la minima vibrazione di sensualità, ma uno splendore di bellezza che imponeva ammirazione e rispetto. Inconsapevolmente – se ne accorse dopo – l'idea che ora ella era ricca e lui povero servì a farlo rimanere quasi gelido, davanti a quella viva evocazione di un passato che, nei giorni di raffica, tornava a sconvolgerlo atrocemente e minacciava di disperdere l'opera di rinnovazione e di redenzione a bastanza inoltrata.
— Parlami di te – ella soggiunse.
Leone fece un gesto che significava: Non mette conto!
Allora Giulia riprese lo scialle buttato, entrando, su una seggiola.
— Vado via.... Ecco i fochi!
Si affacciarono alla finestra. I razzi solcavano la oscurità; le bombe si sgranavano in pioggia di scintille d'oro, in getti di globuli di mille colori, quasi pietre preziose dalle mani di una fata e che sparivano sùbito sgranate. E lo spettacolo continuava incalzando.
— Ecco la vita! – esclamò Giulia con voce commossa. – Vado via. Non voglio che qualcuno mi veda. Ti nocerei molto, e ne avrei rimorso. Addio... Ah! Dimenticavo di dirti che giorni fa ho veduto tua madre. So che ogni relazione è rotta tra voi. Una madre dovrebbe perdonare; è vero?... Addio!
Addio! – balbettò Leoni su la soglia della porta: e a Giulia parve che quella parola le arrivasse da gran distanza.
Egli si era affrettato troppo a rallegrarsi della sua forza di resistenza! Il giorno appresso e per parecchi giorni di sèguito la raffica imperversò violentissima nel suo cuore e nella sua mente. Ne uscì quasi malato.
Un mese dopo fu stupìto di veder fermare davanti a la sua casetta un gran carro di quelli che fanno il servizio dei trasporti a domicilio. La spedizione era ordinata a nome di sua madre, Ersilia Leoni; ma egli indovinò sùbito il gentile sotterfugio di Giulia.
— Come ti trovi male alloggiato! – gli aveva detto quella sera.
E mandava ad arredargli un po' la nuda cella: un canapè, due poltrone, quattro seggiole, una bella scrivania, un calamaio di bronzo, ornato da un amorino che, sdraiato, pareva si specchiasse in una fonte, un tappeto per la tavola da pranzo, due grandi tappeti pel pavimento, un elegante portafiori giapponese.
Si sentì turbato dal sospetto che Giulia tentasse di riprendere possesso di lui. Ma la lettera giuntagli per posta lo stesso giorno, così umile, così piena di scuse, invocante perdono dell'invio, gli fece venire le lacrime agli occhi.
Ringraziandola, con lunga risposta diretta al falso indirizzo indicatogli per evitare le indiscrezioni dell'ufficio postale, – altra delicatezza di Giulia! – egli le dichiarò:
— Basta, ti prego. – Non accetterei altro.
E non gli giunse altro; neppure una lettera di quando in quando, come ne aveva espresso il desiderio. Giulia aveva, dunque, mal interpretato il divieto: – Basta, ti prego: non accetterei altro!
Se ne afflisse per un pezzo.

Erano passati... quant'anni? Egli non li contava più. Si lasciava invecchiare: – Ormai! Ormai! – Lo ripeteva spesso, quasi non si trattasse di lui; e per ciò ebbe una forte scossa apprendendo che sua madre era morta perdonandogli e lasciandogli la discreta eredità in cartelle di rendita ricevuta da un parente poco prima.
— Ci abbandonerà? – gli domandò il Sindaco. – Che disgrazia per le nostre Scuole!
— Sarebbe da parte mia il colmo dell'ingratitudine – rispose Leoni. – E poi, a che pro?
Rompendo in questa occasione il volontario esilio, egli andò in città, irriconoscibile per la folta barba e i capelli brizzolati, dai pochi amici superstiti e non dispersi pel mondo. Quando ebbe ridotto le cartelle in biglietti di banca, la sua prima spesa fu quella di comprare un ricchissimo servizio da toletta in argento finemente cesellato, da regalare a Giulia: in ogni pezzo aveva fatto incidere le parole In memoriam. Glielo spedì a Bellagio, sul lago di Como, dove ella era andata a villeggiare.
Un fonografo, una macchina da proiezioni, altri arnesi per la scuola; un volume di fiabe, rilegato, da dare in dono a tutti gli scolari della sua classe, per ricordo; un magnifico album da fotografie pel Sindaco perpetuo, come egli stesso compiacentemente si chiamava; molti libri nuovi per sè... E così aveva già speso qualche migliaio di lire. Se non tornava sùbito al paesetto divenuto sua seconda patria, chi sa che altre spese pazze avrebbe fatte!
Il denaro non guadagnato con fatica ci fa diventare sciuponi – rispose al Sindaco che lo ringraziava dell'album e dei doni alla Scuola.
Si sentì preso da gran febbre di far più bene che poteva.
E una sera si presentava al vecchio Parroco e gli consegnava mille lire pei poveri. Il prete, che lo conosceva soltanto di vista, ne fu profondamente maravigliato. Aveva promesso di non dir niente a nessuno; ma gli era parso di commettere una cattiva azione non confidando ai beneficati da che mani provenivano quei soccorsi.
Anche il Medico condotto fu pregato:
— Si ricordi di me pei suoi malati che hanno maggior bisogno di medicine e di alimenti. Mi farà una grazia!
Leone Leoni ora sentiva un solo rammarico.
— Un giorno o l'altro, le cinquantamila lire dell'eredità sarebbero esaurite!
E mentre egli, era incanutito, un po' curvo, continuava la sua vita di isolamento, più ortolano e più orso che mai, in paese non c'era famiglia, farmacia, negozio, caffè dove non si parlasse di lui.
I suoi più caldi ammiratori, oltre il Sindaco, erano il vecchio Parroco e il Medico condotto. Il Parroco concludeva sempre:
— È un santo all'antica!
— Ma non viene mai in chiesa, non si confessa! – gli obbiettava qualcuno.
E il Parroco dolcemente:
— Fa qualcosa di meglio: pratica il bene!



DON MIGNATTA

Andava attorno da mattina a sera per tutte le viuzze del paesetto, lentamente, come uno che non ha fretta, fermandosi a discorrere con le donne che filavano al sole, picchiando con discrezione a un uscio, entrando in qualche casa con un melato «Deo gratia» prima di varcare la soglia della porta trovata aperta: e tutti sapevano perchè quello spilungone magro, nero come il pepe, con pochi capelli che gli coprivano appena la nuca si aggirasse per le vie, vero fantasma di malaugurio. Per questo gli avevano appiccicato il soprannome di «Don Mignatta»; andava qua e là a succhiar il sangue della povera gente, peggio di una mignatta, tanto alla settimana, tanto a ogni quindici giorni, tanto a ogni mese! Ed era il termine più lungo che egli solesse accordare.
Vedendogli cavar di tasca il portafoglio unto e bisunto, pieno zeppo di pezzetti di carta che sembravano ricette, le povere donne, specialmente, si sentivano venire i brividi. Egli cercava, brontolando, il nome scritto in testa al quadretto di carta, che a furia d'essere passato e ripassato umettando l'indice per facilitare l'operazione, portava agli angoli giallastri le impronte del polpastrello; un sudiciume! E appena lo aveva trovato, esclamava, con un sospirone:
— Eccoci qua!
Voleva mostrarsi scrupoloso, rifare i conti, dar ragione fin dell'ultimo centesimo esatto la settimana scorsa, quindici giorni fa, un mese addietro; era suo dovere; e cominciava a masticare, a spazientirsi se vedeva che gli altri non facevano il loro dovere come lui, cavando fuori i soldi, le lire di quei miseri interessi che non bastavano a pagargli le scarpe logorate «tessendo» le vie del paese, poichè era inutile attendere che i debitori si scomodassero un po' andando da lui!
Pestava i piedi, si metteva a piagnucolare, s'irrigidiva su la seggiola: – Non mi muovo di qui! Soldi devono essere!... O vendo l'anello, o gli orecchini, o la crocetta, o la spilla! – Non dava nulla senza pegno, e i pegni li valutava lui, a modo suo. E quando aveva detto: tanto! non lo smoveva nessuno.
Stava in casa fino alle dieci, anche per sorvegliare la stracciona orba di un occhio che gli faceva i servigi ripulendogli le stanze, preparandogli il desinare. Le persone costrette a ricorrere da lui sapevano di trovarlo in casa fino a quell'ora.
— Per prendere, vengono; per restituire, non trovano mai la via! E devo far lo svegliarino, l'esattore, il servitor loro!
Dicevano che era «manesco» con le donne, nel senso di intraprendente. Ma non era vero. Per lui, gli affari innanzi tutto. Non gli dispiaceva però che lo credessero audace. Si mostrava tale quando andavano da lui tre o quattro donne a una volta, quasi avessero paura a presentarsi sole. Diceva delle barzellette, delle porcheriole, secondo le persone; rideva lui il primo, faceva ridere: intanto non perdeva di vista gli oggetti da valutare, li pesava con la bilancetta, prendendo delicatamente tra due dita uno, due chicchi di grano per l'esattezza del peso.
Se si trovava però da solo a solo con la bella moglie di qualche operaio o contadino, rimaneva serio, teneva gli occhi bassi, per paura di sentirsi trascinato a fare qualche sciocchezza: non si sapeva mai! E lui sciocchezze che potessero costargli quattrini non voleva farne, perchè, diceva, le donne non ci rimettono niente e i quattrini buttati via per esse non ritornano più in tasca.
Erano insinuanti quelle malefiche bestie! Si mettevano a piangere, gli si buttavano ai piedi se egli resisteva, soltanto, s'intende, quando non era ben sicuro della puntualità dei pagamenti settimanali, o quindicinali, o raramente mensili.
Coi contadini, con gli operai invece si mostrava di una brutalità che voleva sembrare affettuosa.
— Avete voluto ammogliarvi? Peggio per voi... Via! Via! Per sfamare la famiglia! Andate a contarlo a qualch'altro!... Di che si tratta? D'una veste di vostra moglie per Pasqua? D'uno scialle per le feste della Madonna? E vi fate infinocchiare! Già, io parlo contro il mio interesse. Che me ne importa se v'indebitate? Anzi! Purchè siate puntuali... C'è il pegno! Sicuro! Se non facessi così, potrei andare a chiedere l'elemosina di porta in porta, con la malafede del giorno d'oggi.
A qualcuno diceva anche:
— Lo so; mi chiamate Don Mignatta! Ma dovete ringraziar Dio che don Mignatta esista. Don Provvidenza dovreste chiamarmi!... Ah!... Sì, è vero?
Nonostante i pegni coi quali avrebbe potuto pagarsi il triplo di quel che aveva prestato, a ogni nuova operazione provava sempre, dopo tanti anni, la sensazione di una piccola stretta al cuore nel contare il denaro, quasi non dovesse rivederlo più. E si rimproverava: Ti fai la jettatura da te stesso!
Si metteva però di buon umore tutte le volte che veniva da lui quel nanetto con due gobbe, una davanti e l'altra di dietro, ma tutto lisciato, tutto agghindato, con aria spavalda, da conquistatore di donne, quasi fosse convinto che le donne non avessero occhi.
Per don Mignatta il cavalier Giunta era proprio un portafortuna. Lo accoglieva a braccia aperte, se lo faceva sedere vicino:
— Caro cavaliere, in che posso servirla? Ai suoi comandi.
— Ecco qui: al solito!
E il cavaliere si toglieva dal panciotto la catena con l'orologio d'oro, e li deponeva su la scrivania – come segnale e non altro – fingeva di scusarsi. Don Mignatta, che intanto aveva cavato dal cassetto una scatola per riporvi orologio e catena:
— Guardi: è la sua. La tengo a posta da parte.
Ogni volta, accompagnando il cavaliere fino all'uscio, don Mignatta faceva in modo di palpargli la gobba di dietro, pel buon influsso. Quella mattina appunto don Mignatta si era rallegrato di vederlo arrivare nel momento in cui non sapeva decidersi ad accettare une proposta di prestito più rilevante delle ordinarie sue operazioni.
— Il cavaliere! – aveva esclamato dentro di sè. – L'affare andrà bene!
E perchè andasse benissimo eccesse nel palpargli la gobba; fu quasi sgarbato. Il cavaliere, che aveva capito, s'indignò, come se quello gli avesse detto: Siete un gran gobbaccio!
— Dovrei insegnarvi l'educazione e spaccarvi la testa con questo qui! – brandiva l'esile bastoncino. – Prendete! Rendetemi catena e orologio! Non ho più bisogno del vostro sporco denaro!
Gli aveva buttato su la scrivania tre biglietti di banca da dieci lire e aveva steso la mano alla scatola dove erano stati conservati catena e orologio.
— Ma perchè?... Ma perchè? Che si è figurato? – balbettava don Mignatta, mentre il cavaliere rimetteva all'occhiello del panciotto la catena e l'orologio nel taschino. – Ma scusi, perchè? – insisteva accompagnandolo fino all'uscio, tentando di fermarlo e sfiorandogli involontariamente la gobba con la punta delle dita della mano sinistra, per ultimo scongiuro.
Il cavaliere era andato via a testa alta tra le due gobbe, senza voltarsi addietro. E a don Mignatta era parso che la sua buona fortuna fosse sparita con lui.

— E gli imbecilli dicono che non è vero! – pensava don Mignatta scotendo compassionevolmente la testa!
Maggior prova di questa che da quel giorno in poi gliene erano accadute tante, una peggio dell'altra?
Tardi si accorse che la più grande disdetta se la era preparata con le sue stesse mani, la mattina che venne a casa sua la bella moglie di Zùccaro, erbivendolo e rivenditore di formaggio al minuto.
Era la prima volta che comare Grazia Zùccaro, ricorreva a lui. Di nascosto del marito, dichiarò sùbito.
— Male! Male! – la rimproverò don Mignatta sorridendo, mangiandosela cogli occhi.
— Glielo dirò dopo. Cinquanta lire. Lascio in pegno questi orecchini.
E se li cavò con quelle belle mani bianche, delicate, che sembravano mani di principessa al povero don Mignatta, quantunque egli non avesse mai visto mani di principessa di nessuna sorta.
— Belli! – egli fece, osservandoli. – Regalo di nozze, eh?
Tutt'a un tratto, irriflessivamente, aperse il gancio di uno degli orecchini e, con un po' di tremito nella voce, disse:
— No: devono stare al lor posto! Permettete; voglio rimetterveli io.
Ella lo guardò stupìta, e lo lasciò fare.
— È pratico, si vede. E così...?
— Queste son le cinquanta lire; me le riporterete a comodo vostro.
— Che dirà mio marito? Non le accetto.
— Se non sa nulla!
— Sa. Ho detto: di nascosto di mio marito, perchè – capisce – un bottegaio come lui... È vero che i quattrini possono mancare al re che li stampa. Gli è andato per aria un affare...
— Accettatele senz'altro. Fate onore al vostro nome. Non vi potevano chiamar meglio: Grazia! E Zùccaro per giunta!...
E siccome ella stendeva la mano, esitante, per riprendere il biglietto da cinquanta lire, don Mignatta soggiunse: – A vostro comodo!
Ci mancò poco che non si chinasse per darle un bacio sui capelli.
O ch'era impazzito tutt'a un tratto? Se ne maravigliò durante una settimana. Se la vedeva davanti, seduta là, con le mani da principessa che sganciavano gli orecchini, bianca e rosea, delicata, che era un peccato mortale fosse moglie di un erbivendolo e rivenditor di formaggio al minuto! Pensava anche alle cinquanta lire che tardavano a tornare a casa, quantunque in quei giorni Zùccaro, vedendolo passare davanti alla bottega, lo avesse salutato in maniera significativa, quasi per rassicurarlo: Non dubiti: le riavrà!
Infatti, all'ottavo giorno, don Mignatta diventò fin spiritoso all'arrivo della donna:
— Ecco la Grazia che mi porta lo zucchero! Troppa fretta!
— Ora viene mio marito – rispose quella mettendosi a sedere.
Don Mignatta si sentì buttare addosso un catino d'acqua fredda. Per darsi un contegno, spiegò il biglietto guardandolo contro luce.
— È di quelli falsi – disse comare Grazia, un po' piccata di quest'atto di diffidenza. – Non ne abbiamo altri.
E diè in una bella risata che parve illuminasse quella brutta stanzaccia.
Entrò il marito:
— Deve scusarmi. Io non avrei mai osato, quantunque non ci fosse stato niente di male. Uno domanda: Acconsentite a questo e questo? E l'altro può rispondere: Sì! No! E amici più di prima. Ma questa qui – le donne, quando si mettono in testa una cosa, picchia, ripicchia, non ci lasciano in pace! – questa qui: Io ne parlerei a don... Calogero – ci corse poco che non gli scappasse detto don Mignatta! – Lui può favorirci, se vuole; senza suo interesse, s'intende... È stato così gentile, figurati! Non ha voluto neppure il pegno!
Don Mignatta spalancava gli occhi e gli orecchi sentendo che c'entrava lui...
— Se posso... con le mani e coi piedi, come suol dirsi!
Allora parlò la donna, coi gesti, con gli occhi, col sorriso delle belle labbra tumide e voluttuose, modulando la voce come un gorgheggio, incalzando di mano in mano che don Mignatta, da rigido mentre parlava il marito, era già arrivato a scotere lievemente la testa approvando.
— Ah! Se vossia mi dà questa sodisfazione!
E a don Mignatta parve che, così parlando, gli promettesse tutte le gioie del paradiso.
E fu davvero una bella sodisfazione per comare Grazia lo stare dietro il bancone della merceria rilevata dalle mani di mastro Ignazio Cerasa, con gli scaffali ripuliti a nuovo, rifornita di merci di ogni genere, con le vetrine mobili ai lati della porta, dove stavano esposte tante belle cosette che facevano fermare la gente e servivano di richiamo.
Don Mignatta era socio, ma nessuno, da principio, lo sospettava. Zùccaro non aveva smesso, per ora, la bottega di erbivendolo e di rivenditore di formaggio a minuto. La merceria era pochi metri più in là, nel centro della Piazza: e don Mignatta che vi passava lunghe ore seduto a covare con gli occhi la bella merciaia, cominciava a seccarsi di vederlo comparire, di tratto in tratto, in maniche di camicia, o sbracciato con addosso il puzzo dei cavoli, delle lattughe, delle cipolle e degli agli rimestati, con le mani che sitavano di pecorino o di piacentino col pepe!
E, tra la ressa degli avventori e la presenza di lui, erano già passati parecchi mesi senza che don Mignatta trovasse un momento opportuno per rammentare alla merciaia le parole che gli erano parse come una promessa.
— Se vossia mi dà questa sodisfazione!...
Sì, ogni sera facevano i conti di cassa: gli affari andavano benone; poi Zùccaro ritirava le vetrine mobili, chiudeva la merceria. – Buona sera! Buona sera! – e marito e moglie andavano via!
Intanto don Mignatta trascurava i suoi piccoli affari, i più fruttuosi. Faceva un giretto per le vie, picchiava all'uscio di una debitrice morosa, entrava – Deo gratia! – in una casa dove trovava la porta aperta; ma pareva si stancasse sùbito di «tessere» vicoli e vicoletti; e andava a prendere il suo posto davanti al bancone dal lato della lucida bilancia di rame; e talvolta aiutava comare Grazia a pesare lo zucchero, il caffè, a fare il cartoccio con la carta straccia azzurra. Gli avventori cominciarono a diffidare di quella mano d'intruso. Qualcuno ebbe a dirgli:
— E voi che c'entrate?
— C'entro.... giacchè c'entro!
Veniva a far spesa anche il cavalier Giunta, con le due gobbe una davanti e l'altra di dietro, lisciato, agghindato più che mai, con la consueta sua aria spavalda: non si degnava di salutare don Mignatta, e mentre la maestra – ora la chiamavano anche così perchè moglie di mastro Zùccaro – gli pesava un quarto di zucchero o un quarto di caffè, il cavaliere le diceva tante cosine amabili, impertinenti, che la facevano ridere, e la divertivano, a quel che pareva, se indugiava tanto nel fare i pacchetti e legarli; e gli dava la mano, poichè il cavaliere le porgeva la sua.
— Grazie! A rivederla!
E il cavaliere andava via a testa alta fra le due gobbe, soddisfatto, senza salutare don Mignatta che gli borbottava dietro:
— Gobbaccio maleducato! Non dovreste dargli l'onore di stendergli la mano....
— I gobbi portano fortuna! – rispondeva la merciaia.
Ed era quasi dargli una pugnalata, tanto don Mignatta ora odiava il cavaliere.
Un giorno che don Mignatta non si trovava là, il cavaliere disse alla bella merciaia:
— Come non la scacciate via quella malombra? Vi porterà sfortuna. Sapete che si dice in paese? Che è innamorato di voi, che vi fa la corte... perchè vi ha prestato i quattrini per rilevare la bottega dalle mani di maestro Ignazio Cerasa.
— Lui? Grazie a Dio, non abbiamo bisogno di nessuno – ella protestò vivacemente. – È quell'infamaccio di Cerasa che sparge queste voci, per invidia!...
Invece era lui che, da gobbo malizioso, aveva capito prima degli altri la compartecipazione di don Mignatta nella merceria di Zùccaro, e voleva guastargli le uova nel paniere a quel marcio usuraio. Non immaginava, oh no! che la merciaia fosse capace... No! No! Ma quello si lusingava... E poi con le donne non c'è da scommetterci sopra. Perciò ripetè, dopo, le stesse parole al marito:
— Sapete che si dice in paese?
— E voi, cavaliere, ci credete? – rispose Zùccaro, accigliato.
— Io?... Ve la prendete con me?
Il gobbo ebbe paura, e non fiatò più, con nessuno.
Zùccaro, il giorno appresso, si presentò in casa di don Mignatta, con faccia burbera, e occhi aggrottati.
— Facciamo i conti!
— Quali conti?... Perchè?
— E trovatevi un'altra bottega da andarvi e sedere; nella mia, fateci il crocione.
— Anche questo?... Perchè?
— Ottocentosessanta lire. Ve le restituirò a cinquanta lire al mese.
— E gli interessi? – balbettò don Mignatta.
— E lo zucchero, e il caffè, e le altre cose che avete prese nella merceria non contano niente?
— Ma i danari li ho messi fuori io!... Devo sorvegliare io la bottega... quel che entra, quel che esce...
— Cinquanta lire al mese... e non fiatate più!
— Vostra moglie però...
— Zitto! – lo interruppe Zùccaro. – Non siete degno neppur di nominarla. Che vi eravate messo in testa?... Che vi eravate messo in testa?...
Don Mignatta si era sentito salire tutto il sangue al cervello. E vedendo che Zùccaro gli agitava, minacciosamente, i pugni sul viso, fu preso da tale terrore, che cominciò a indietreggiare vacillando, annaspando con le braccia, balbettando:
— Sì! Sì!... Cinquanta lire al mese!... E gli.... interessi?.... Eh? Eh? Eh?
— Don Calogero! Oh Dio! – esclamò Zùccaro, spaventato alla sua volta. – Don Calogero!
Lo mise a sedere su la seggiola a braccioli davanti a la scrivania, scotendolo per farlo rinvenire.
C'era mancato poco che don Mignatta non fosse andato improvvisamente a succhiare il sangue dei poveri dell'altro mondo, se questo accade anche colà.
Invece, riavendosi, cominciò lui a minacciare:
— La bottega è mia!... È sangue mio! C'è la giustizia per farvelo ricordare.
— Vi ho detto: cinquanta lire al mese, perchè sono persona onesta. Potrei rispondervi: Chi vi ha visto prima d'oggi? Avete forse carte? Ci sono testimoni?
— Ah! Vi abusate della mia buona fede!
— E voi... che vi eravate messo in testa, voi? Dovrei gridare in piazza: – Ecco cinquanta lire di quel ladro di don Mignatta! – E spartirle tra i poveretti che avete strozzati... Non temete: ve le porterò, puntualmente, a ogni primo di mese. E se durante questo tempo... – la vita e la morte sono nelle mani di Dio – vi farò dire tante messe con quel che rimarrò a darvi.... se pure vi gioveranno!
— Grazie! Grazie!... Fate bene a questo mondo; ve lo rendono così!... Ma ride bene chi ride l'ultimo. Voglio essere io! Domani mi pianterò davanti alla bottega...
— Provateci!
— Non ho paura di nessuno!... Che vi figurate?
Rosso in viso, quasi con la schiuma alla bocca, sembrava diventato più don Mignatta del solito.



AL SANTUARIO

Visto che la signora Gina era uscita su la terrazza, Andrea Collini accese un'altra sigaretta e la seguì lasciando Rosselli in preda di Tonghi – povero Rosselli!... – Ma se lo meritava quel martirio; pareva quasi contento di sorbirsi la interminabile chiacchierata, perchè, se si sapeva quando Tonghi cominciava, non si sapeva mai quando avrebbe finito.
La signora Gina, coi gomiti appoggiati su un pilastretto e il mento tra le palme, guardava quella falce lunare che si elevava lentamente su le colline, sparendo e riapparendo tra la nuvolaglia che ingombrava il cielo.
— A che pensa? – le domandò Collini.
— A niente. Mi godo questa tiepida serata.
— Ma dunque... vuol proprio farmi impazzire?
— La prego... non ricominci!
— Non ricomincio perchè non cesso un istante. Come sarei felice di compensarla di tutte le delusioni della sua vita!
— Presume troppo! E poi, chi le ha detto che io abbia avuto delusioni?
— Si vede! Tonghi è un brav'uomo, ma intollerabile, asfissiante, anche per coloro che lo avvicinano a intervalli; figuriamoci quale dev'essere per lei che ha avuto la sventura!...
— È una sua sciocca supposizione.
— All'occhio di chi vuol bene non sfugge niente!
— Certi occhi travedono, secondo il proprio interesse. La prego; non mi costringa a ricorrere a mezzi che mi repugnano... Glielo dico per l'ultima volta.
— Da quasi un anno sto in adorazione davanti a lei...
— È troppo ostinato.
— Come tutti coloro che amano davvero... Non mi spinga a commettere qualche pazzia!
— Non so in che modo potrei impedirglielo.
— Con l'avere pietà di me!... Con l'amarmi un po'!
— E lei... finge di essere amico di mio marito!
— È l'unico mezzo per avvicinarla. Me lo rimprovera?
— Se io dovessi tradire mio marito, la prima cosa che farei sarebbe di abbandonare la sua casa.
— Ah! Che grande felicità!
— Non si lusinghi! Questo non avverrà mai. Io mi sento mortificatissima della sua insistenza. Come devo farglielo intendere?
— Dovrei strapparmi il cuore per dimenticarla!...
Si sentì il rumore dei passi di Rosselli e del marito che venivano anch'essi nella terrazza.
— Ve lo immaginate – disse la signora Tonghi, ridendo – un Collini... poeta? Pare che sia un po' turco; gli piace più la mezza luna che non la luna piena.
— L'ho sempre detto che Collini è imbecille! – esclamò il signor Tonghi. – Non te l'avere a male, caro mio!
— Hai ragione – rispose Collini, aggrottando le sopracciglia.
E buttò via la sigaretta che gli si era spenta tra le dita.
Due volte al mese, Tonghi invitava a desinare i due amici Collini e Rosselli che, per l'identica ragione, si mostravano condiscendenti alle stranezze di lui; con la sola differenza che Collini era l'innamorato respinto della signora Tonghi, mentre Rosselli godeva tutte le grazie di essa, senza che nessuno mai avesse avuto il minimo sospetto della loro intimissima relazione.
Avevano adottato un modus vivendi da ingannare chiunque. La signora Gina non pronunciava il nome di Rosselli senza aggiungervi: – Quell'antipatico di!... – oppure: – Quell'opprimente di!... – E Rosselli, parlando di lei con Collini e con altri amici, diceva spesso: – Quella leziosa! o: quella pretenzionosa della Tonghi! – E non aggiungeva mai: signora, quasi fosse di troppo.
Così era accaduto che Collini aveva spesso creduto suo dovere di prendere le difese di lei.
— Leziosa? Ma se è di una semplicità straordinaria!
— Voluta, ricercata; per questo mi dà ai nervi. E poi, quell'aria di rassegnata, di vittima!... Oh! certamente Tonghi con le sue manie, con le sue meticolosità di ordine e di pulizia, non è tale da render felice una donna; ma, d'altra parte, vedersi davanti, da mattina a sera, quel viso da funerale, deve essere così nell'intimità; – noi vediamo la rappresentazione, la parata – è cosa da far perdere la pazienza anche a un santo.
— Viso da funerale? Io non ho visto un viso più sorridente, più lieto!
— Sorridente con quella specie di ghigno che le contrae le labbra?
— Vuol dire che i nostri occhi vedono diversamente. Sei invidiabile. Per me, invece...
E Collini, una sera, uscendo di casa Tonghi dopo il solito desinare, credendo di confidarsi con uno che non avrebbe mai potuto essere un rivale, gli aveva rivelato le sue pene di cuore.
— Povero Collini! Ti compiango. Quella donna è un pezzo di ghiaccio.
— Spero di scioglierlo, un giorno o l'altro...
— Amor che a nullo amato amar perdona! Cose che si dicono in versi, perchè in prosa, con rispetto di Dante, farebbero ridere i polli. Lascia andare! Mancano belle e compiacenti donne in questo mondo? E poi, te lo avverto, Tonghi non è un marito comodo.
— Mi amazzerebbe?
— Ammazzerebbe pure lei anche pel solo sospetto.
— Lei, no! Lei, no!
Si vedeva che Collini era innamorato davvero, se protestava a quel modo, quasi ci fosse proprio pericolo che il geloso marito arrivasse a quell'estremo.

Se avesse saputo come ridevano di lui i due amanti, nella cameretta fuori mano, dove si rifugiavano due volte la settimana!
Ridevano, ma spesso non erano tranquilli, specialmente lei. Aveva tristi presentimenti, senza saper spiegarsene la ragione.
— Ho dovuto fingere un forte malessere, consultare il nostro dottore... Sembra ripreso da un impeto di brutale passione... Cosa insolita. Ho dovuto quasi lottare per resistergli... Oh, tu non puoi immaginare come mi repugna di essere sua!
Egli diventava pallido, si stirava le mani, minacciante.
— Sua, mai più! Mai più!
La serrava fortemente tra le braccia, la copriva di baci, quasi per difenderla. Lei gli si abbandonava sul petto, singhiozzante:
— Ha parlato anche di un viaggio in Svizzera!
— Ah, se tu volessi!
— Uno scandalo, no! Per mia madre. Ne morrebbe!
— E forse il nostro amore perderebbe la sua più grande attrattiva, uscendo dal mistero che ora lo circonda!
— Non dire così. Anche al cospetto del cielo e della terra!... Soltanto per mia madre!
— Perchè vuol condurti via? È impossibile che io viva, anche per qualche mese, lontano da te.
— Resisterò... Mi ammalerò... più gravemente. E così dicendo sorrideva.
Allora, a poco a poco, il cielo delle loro anime si schiariva, assumeva una limpidezza raggiante di sole; e tutti e due dimenticavano il mondo, come se quella camera, quell'appartamentino (a cui si accedeva da due vie e sembrava fatto apposta per eludere i sospetti della gente) rimanesse così lontano lontano da dar l'illusione che essi fossero i soli esseri viventi in un'isola, in un continente, in un pianeta sperduto nello spazio.
E quando la piccola soneria dell'orologio, mezzo soffocata da un drappo per attutirne lo squillo, li destava dal dolcissimo sogno, ella spesso ripeteva:
— Sì, sì, basta! Si può morire di felicità!
— Sarebbe il più bel morire! – rispondeva Rosselli!
— Vivere dobbiamo. Per morire c'è sempre tempo!
E lei gli faceva un inchino:
Addio... antipatico! Addio... opprimente!
Addio... leziosa! Addio... pretenziosona!
Si staccavano a stento.
Era stato un colpo improvviso, e le loro due giovinezze si eran esaltate sempre più in quel mistero che le circondava.
Ella gli aveva detto parecchie volte:
— Non ho rimorsi. L'ho sposato per amore, ed egli ha fatto di tutto per stancarmi, per allontanarmi da sè. Non credo ci sia mai stato al mondo, o che ci sia, un tiranno peggiore di lui; tiranno dalle piccole cose, dalle inutili manie, dalle continue, irritanti esigenze che ti tolgono il respiro. Sin dalle prime settimane. Non posso ricordare senza fremere il nostro viaggio di nozze: venti giorni... un'eternità! Continuamente: – Ma Gina! Ma Gina! – quasi lo spostare un oggetto, il trascurare il riporne uno dove, secondo lui, era indispensabile riporlo... fosse stato un delitto! Da principio ridevo, rimettevo l'oggetto al suo posto, eseguivo allegramente la manovra da lui voluta... Ma che? Dovevo ridurmi un meccanismo pronto ai suoi stupidi voleri? Mi sentii chiudere il cuore. Una irritazione sorda; poi odio a dirittura! Andavo a piangere in casa di mia madre. La cara e buona mamma non sapeva dirmi altro: – Fa' la volontà di Dio! – Era Dio forse lui? Dio sei stato tu, tu la luce, l'amore la vita! Ah, se non fosse per la mamma!... Non ho rimorsi. Sono orgogliosa di quel che faccio. Se occorresse, glielo griderei in viso!
Lui tentava di rabbonirla, d'impedirle di commettere un'imprudenza, nei giorni in cui ella arrivava nel loro rifugio più irritata del solito. Ormai aveva voluto staccarsi completamente dal marito; non sapeva più vincere la repugnanza ch'egli le ispirava. E in questo Rosselli era d'accordo con lei: tremava al solo pensiero di saperla alla mercè della violenza di colui che l'aveva in potestà sua, protetto dalle leggi umana e divina. La vera legge umana era il loro amore; la vera legge divina il loro amore, sempre, il loro amore! Non era anche troppo sacrificio il mentire davanti a lui, davanti alla società? Non era un miracolo di amore il non essersi mai traditi un solo istante?
Per un nonnulla, al suo solito, Tonghi aveva fatto una gran scenata con la moglie. Essa, già pronta per andar fuori, non aveva risposto una sola parola, terminando di aggiustarsi la veletta davanti allo specchio, quasi suo marito non parlasse con lei.
Egli aveva interpetrato quel silenzio a modo suo, come un'acquiescenza alla sua sfuriata, abituato a credere di aver sempre ragione. Si era accorto da un pezzo, che qualcosa era venuto meno tra loro, ma pensava che, pur troppo, doveva esser così nel matrimonio. Non gli passava pel capo che fosse colpa del suo strambo carattere se quel qualcosa era avvenuto. Sofisticava intorno a tutto, riteneva che, per esempio, il lasciare un volume su una seggiola invece che sul tavolino dov'egli l'aveva posato, o nello scaffale dov'era stato collocato, fosse una storditezza imperdonabile da scompigliare tutto l'ordine della casa; non sapeva persuadersi che con l'interminabile trovar da ridire su ogni piccola cosa, con l'esagerazione degli sfoghi, che diventavano spesso escandescenze, egli era l'artefice della sua e dell'altrui infelicità; no, non gli passava pel capo. Fortunatamente il suo orgoglio non gli permetteva di dubitare che sua moglie potesse tentar di cercare altrove quelle dolcezze, quella tranquillità che ormai non trovava più in famiglia.
— Va a dir male di me da sua madre!
Il suo più nero sospetto era questo.
Perciò accolse con un scettico sorriso la rivelazione di Collini che quella mattina, a bruciapelo, venne a dirgli:
Tua moglie ha un amante!
Collini si era lasciato cascare su una seggiola, quasi lo sforzo per quest'accusa avesse esaurito le sue forze.
— Che interesse hai tu di farmi tale rivelazione?... – disse Tonghi. E soggiunse sùbito: – Di calunniare mia moglie?
— Sono un miserabile! – esclamò Collini. – Che interesse? La ho amata inutilmente un anno, più. Credevo che mi resistesse per dignità di donna onesta. Ma ora che ho scoperto.... Nè io, nè lui!
— Se tu mentisci!...
E Tonghi gli si slanciò addosso, mettendogli le mani alla gola.
— Nè io, nè lui! – replicò Collini. – So che commetto un'infamia....
— Chi, lui?
— Rosselli! È stato un caso... Potrai sorprenderli quando vorrai.
— Se tu mentisci!... Va' via! Sei un gran vigliacco; mi fai schifo! Non comparirmi più dinanzi! E non ti sfugga con altri una sola sillaba di quel che sei venuto a dirmi. Al mio onore penserò io, provvederò io. Va' via!
Collini, atterrito, si era mosso per uscire; ma Egidio Tonghi lo fermò per un braccio.
— Prima, dimmi tutto!
Gli era parso che un profondo abisso gli si fosse spalancato davanti e ch'egli stesse per precipitarvi.
Che fare? Sorprenderli? Ucciderli?... Andar in carcere per loro?
Si aggirava in casa come una belva nella sua gabbia di ferro, pensando che in quel momento essi erano là, nel loro nido, felici, senza sospetto!...
Si fermò tutt'a un tratto davanti a una stampa che rappresentava il Santuario dell'Immacolata in cima alla rupe di Raceno. Un'idea diabolica gli balenò nel cervello, e rimase assorto, quasi vedesse già compiuto quello che fantasticava da un'ora.
Per questo potè dominarsi vedendo rientrare con qualche ritardo sua moglie.
— La mamma sta poco bene... – ella disse, per scusarsi.
— Niente di grave, spero.
— Oh! Niente di grave.

Il vecchio frate, custode del Santuario, li aveva ammoniti:
— Non s'inoltrino troppo avanti da quella parte. L'altezza dà la vertigine.
— Non siamo bambini – aveva risposto Egidio Tonghi.
Pochi scalini e poi una piccola spianata semicircolare, senza nessun riparo, aperta sul gran vuoto della ristretta vallata dove la roccia scendeva a picco.
— Avremmo dovuto far colazione qui – disse la signora Gina – invece che nel refettorio dell'eremo.
S'inoltrava cautamente, dopo aver preso il braccio di Rosselli.
— Sarà buono a trattenermi se mi prenderà la vertigine?
— Le verrò dietro, in ogni caso.
— Oh! Così cavalleresco!
Era felice di poter passare una giornata intera assieme con lui, sotto gli occhi del marito.
Tonghi, risalito gli scalini, aveva tirato fuori dalla tasca la rivoltella, e con gli occhi quasi fuori dell'orbita, iniettati di sangue, con voce roca, imperiosa, gridò alla moglie e all'amico:
— Buttatevi giù! Vi ho condotti qui apposta.... Buttatevi, o vi ammazzo!
I due amanti improvvisamente impalliditi, capirono che non si trattava di un'allucinazione, di uno scherzo di cattivo genere, di una minaccia da burla, e si voltarono stringendosi, disperatamente, l'uno all'altro.
— Buttatevi!... O vi ammazzo!... Il turpe inganno è finito!
Inganno?
— Zitta!
Inganno? – riprese la signora Gina non dando retta a Rosselli che le stringeva forte il braccio.
— Ma è stato unicamente...
— Zitta! Zitta!
— ... per mia madre!... Sì, ci butteremo giù, felici di morire insieme, al tuo cospetto, in un abbraccio e in un bacio supremo!...
— Sputandoti in viso il nostro odio, il nostro disprezzo! – soggiunse Rosselli.
Non c'era via di scampo; si sentivano presi; qualunque loro movimento in quel ristrettissimo spazio voleva dire la morte. E colui, brandendo l'arma, minacciava, ripetendo:
— Buttatevi! Buttatevi!
Senonchè la sua voce più non era imperiosa, sicura. Di fronte a quel deciso contegno, davanti a quell'altera proclamazione del loro amore e alla gioia di morire insieme si sentiva sfuggire la piena sodisfazione della vendetta; e quando li vide, avvinghiarsi in un abbraccio e incollare in un violento bacio le loro labbra, chiudendo gli occhi, indietreggiando, indietreggiando lentamente, quasi per assaporare in quel modo la dolcezza della morte imminente, Egidio Tonghi buttò la rivoltella e, senza sapere quel che facesse, emise un rauco grido:
— No! No! Fermatevi!
Troppo tardi!

Il vecchio frate, vistolo ricomparire solo, domandò:
— E gli altri due?
— Sono scesi giù; risaliranno dall'altra parte. Li attendo qui.
E si sedè sul banco di pietra davanti a la chiesetta, borbottando:
— Han fatto il salto! Io non volevo.... Risaliranno dall'altra parte... Li attendo qui!
Egidio Tonghi era impazzito.



I SOLILOQUI DI BICCI

Peccato che Bicci non fosse meno ignorante di quel che era! Con quella sua vivacissima immaginazione per cui un qualunque indizio si sviluppava rapidamente, diventava fatto concreto da commuoverlo, da rallegrarlo, da farlo disperare, quasi si fosse trattato di una innegabile realtà, con quella sua vivissima immaginazione, egli avrebbe potuto diventare un novelliere, un romanziere di prim'ordine.
Che gli mancava? Un po' d'italiano, un po' di grammatica, un po' di stile, forse un po' di... Ma no! Ma, no! Non gli mancava altro; e per ciò le sue novelle, i suoi romanzi rimanevano inediti, riserbati soltanto a lui che li rimuginava e non sapeva apprezzarli. Infatti, quando aveva vissuto – bisogna dire così – un'avventura che era proprio una novella o un romanzo, – e in questo caso si trattava di settimane di fantasticamento, – Bicci, invece di rallegrarsi con se stesso, invece di ammirarsi, si buttava in viso una violenta serie di ingiuriosi epiteti: – Stupido!... Imbecille!... Cretino!... Bestia!... Bestione!... – i quali però, da lì a qualche giorno, non gli impedivano di ricominciare daccapo.
Ed era la sua fortuna; perchè così non gli accadeva mai di annoiarsi. La sua vita passava in continui soliloqui.
Da due giorni ora stava sotto l'ossessione di una lettera di suo zio Tommaso Bicci.
— Viene per far testamento!... E perchè me lo annunzia? Vuol trovare un notaio onesto, come se i notai portassero l'etichetta: Guardatevi dalle contraffazioni! I notai sono tutti onesti fino al momento in cui i depositi dei clienti non li tentano di diventare l'opposto. Ma allora scappano, e non occorre informarsi della loro moralità negli affari... Già, mio zio è stato sempre un omo... un omo... come dire? – un po'.... forse più di un po', di cervello balzano. È andato ad esiliarsi in campagna; chi sa perchè? Per economia, no di certo. Le grasse rendite se le gode fino all'ultimo centesimo, e spesso gli accade di dover fare qualche piccolo debito, una, due cambialette a tre, a sei mesi... tanto – assicurava una volta, ridendo – per provare l'emozione di mettere la propria firma su quella striscia di carta filigranata, e poi l'altra emozione più forte, dell'imminente scadenza e del pericolo del protesto. Bisogna provare tutto a questo mondo. Eh sì! La teorica è bella per chi può permettersi di cavarsi certi capricci, tutti i capricci, come è facile a lui che, regolarmente, ogni sei mesi... Ah! Dev'essere una gran delizia, tagliare i cuponi della rendita e intascare i quattrini con l'unico scomodo di presentarsi due volte all'anno al cassiere della Banca d'Italia!...
Ed ora vuol fare testamento! Se non avesse intenzione... Infine, io sono il suo più stretto parente. Ebbene.... Non capisco perchè far beccare al Notaio, al Ricevitore del Registro, allo Stato, per la tassa di successione, parecchie centinaia di lire, che potrebbero esser risparmiate a beneficio dell'erede, o degli eredi.... Quali? I parenti di terzo grado?... Vorrei vedere che c'entrassero anche loro. Che! Che! Altrimenti lo zio Tommaso non mi avrebbe annunziato: Vengo pel mio testamento!
Com'è stupido il codice riguardo ai testamenti! Se ne possono fare due, dieci, venti, uno diverso dall'altro; ed è soltanto l'ultimo quello che ha valore! Invece, testamenti e donazioni avrebbero dovuto essere tutt'una cosa. – Pensateci bene prima di far testamento; ma una volta fatto «quo scripse, scripse», come diceva quello. – Invece, uno sa, per esempio: Mio zio mi ha steso nel suo testamento; e, pur augurandogli cent'anni di vita – cento sono troppi: infatti non si avverano quasi mai – pensa, ripensa, fantastica, fa mille castelli in aria intorno a quell'eredità... E poi, quando lo zio se n'è andato all'altro mondo, scappa fuori un testamento che nessuno si aspettava! Oh, il codice è stupido! Significa che chi l'ha fatto non aveva nessun parente e nessuna eredità da attendersi, altrimenti ci avrebbe pensato due volte prima di permettersi la balordaggine...
— Tu parli da grullo, caro mio! E se l'ultimo testamento è il meglio? Se corregge uno sbaglio, una cantonata presa nel primo?
Sarà! Sarà! Ma io preferirei che mio zio, ora, mi dicesse: Tu porti il mio nome, sei destinato a continuare la lunga generazione dei Bicci autentici; gli innumerevoli Bicci sparsi pel mondo non contano niente... Ed ecco qui, da mano a mano, senza testamento, senza neppure un rigo di ricevuta – a che scopo la ricevuta? – prendi; queste sono le cartelle di rendita che dovresti ereditare alla mia morte. E siccome non si sa mai quando nè come si muore, e ci potrebbero essere degli indiscreti da frugare prima di te nei miei cassetti... Prendi! Comincia a godertele fin da ora!
Figuriamoci se mio zio Tommaso Bicci potrebbe indursi a un atto così semplice, diretto, con quel suo cervello balzano che non gli ha permesso di ricordarsi di me in tant'anni, neanche per cavarsi la curiosità di sapere se ero vivo, morto, scapolo, ammogliato, ricco, povero, galantuomo, farabutto, quasi il figlio di suo fratello non fosse mai esistito! Ora, tutt'a un tratto: – Vengo per fare testamento. Trovami un notaio onesto!
L'ho qui vicino, accanto al portone, uno studio notarile molto accreditato, a giudicare dalla folla dei clienti che entrano ed escono durante la giornata. Studio, perchè? A meno che la denominazione «studio» non voglia significare: Luogo dove si studia il miglior modo d'imbrogliare la gente. Conosco il notaio, vecchietto rubizzo, soltanto per saluto ogni volta che esco di casa, e lui arriva, alla stessa ora, regolarmente. – Buon giorno, signor notaio! – Buon giorno, signooor.... – Non c'è verso che mai si ricordi del mio nome. – Condurrò mio zio da lui.
Il guaio è che io non so dissimulare; tutto mi si legge sul viso come in un libro stampato. Ed ecco Marco Tanzi:
— Bicci... che c'è di nuovo? Ti sorridono gli occhi.
Posso rispondergli: – C'è il testamento dello zio in mio favore? Mi direbbe sùbito: – Bravo! Ora prenderai moglie! – Io, zitto. E lui: – Senti: se è vero che hai messo gli occhi addosso alla signorina Viola... – Sempre lo stesso discorso! A furia di ripetermelo, mi ha fatto davvero metter gli occhi addosso alla signorina Viola. Chi ci aveva mai pensato? Sì, la guardavo, dicevo, qualche volta, come tutti: – È carina, e pare che abbia una discreta dote. – Potrebbe darsi dunque che il suo sospetto provenga da ciò. Prima, mi domandavo: – Ma a lui che glien'importa? Faccio quel che mi pare e piace e non devo render conto delle mie azioni a nessuno. – Dopo, ho capito: la signorina Viola e la sua dote fanno gola a lui. E per questo l'insistenza di Marco m'irrita, m'indispone. Il bello è che la signorina se ne sta a casa sua, tranquilla, ignara di me e di Tanzi, forse col cuore interessato di qualcuno che nè io nè Tanzi sospettiamo, perchè all'ultimo accade così: tra due litiganti, il terzo gode. – Hai delle pretese? – dico io. – Fatti avanti! – Tu devi lasciarmi libero il posto! – Io non lascio libero niente: chi è più forte vince! – Se si trattasse di farla a pugni, il più forte sarebbe lui, che è un omaccione; ma ha un cuore di coniglio... È impertinente però; mi mette con le spalle al muro: devo dargli una lezione. Vedete? Un galantuomo si trova così nel rischio di ammazzare o di farsi ammazzare! Giacchè io non posso ingollarmi in santa pace le provocazioni di Marco Tanzi. E voglio dargli la prova che, se mi ci metto seriamente, riesco meglio di qualche altro, di lui sopratutti. Se la sente? E vada a presentarsi al signor Viola: – Vi chiedo la mano di vostra figlia! – Gli riderà in viso il signor Viola. Ma già, prima dovrebbe presentarsi alla signorina Ernesta. È inutile far la richiesta al babbo, se non si ha la certezza anticipata del consenso della figlia.
È il mio piano. Non già che io sia innamorato della signorina. Mi piace; è carina; dicono anche che sia istruita; via, si sa, istruzione da donne! Ha frequentato le stesse scuole che ho frequentato io. Sono istruito io? Tanzi, forse, ne sa più di me? Ingegno naturale si richiede; ma è un'altra questione. Carina, dunque, è innegabile. L'amore... ci vuol poco a farlo nascere. Uno si mette in testa una signorina, ci pensa, ci ripensa; la guarda, torna a guardarla, e, certe volte, – dicono quelli che sono stati innamorati – si ha appena il tempo di riflettere che già la signorina ha preso possesso del cuore. Finora, a me, non mi è accaduto. E, in verità, mi seccherebbe se dovessi trovarmi, che è, che non è, una signorina installata nel cuore, senza sapere come ci sia entrata. Per la signorina Viola, è un altro paio di maniche. Porta aperta. Ben venuta! Passi! Passi!... Per dispetto di Marco Tanzi. Quando uno c'è tirato pei capelli... e, sì: un duello, piuttosto che patire una soperchieria! Ernesta me ne sarà grata, ne sarà orgogliosa... – No! no! Non esporre la vita per me! – Lacrime, abbracci... E io, con bel gesto: – Devo dargli una lezione! – Tutto questo, s'intende, dopo dell'arrivo dello zio, e dopo che il testamento sarà in mano del notaio. Voglio andare a colpo sicuro.
Ah, quello zio! Se la è goduta la vita!... Quando si dice: gli stravizi della giovinezza! Ecco là il signor Tommaso Bicci, che ne ha fatto di tutti i colori, in Italia e fuori d'Italia, nel Vecchio e nel Nuovo Mondo... – è stato anche in America, a far quattrini, pare. – Dovrebbe essere un carcame, una rovina... Invece, a settant'anni, sembra quasi un giovanotto... Si tinge molto bene; non s'indovina, bisogna saperlo. Quando si dice gli stravizi! Erano fabbricati meglio i nostri parenti di un secolo fa! Solidi, solidissimi. Non lo vedo da un pezzo; ma non sarà mutato, fisicamente. Moralmente, sì. – Vengo per far testamento. – È un'idea triste quella del testamento, e può significare un atto di prudenza, di preveggenza, e, anche, un presentimento di prossima fine.
Non sarà male intanto far qualche approccio verso la signorina Viola. La incontro spesso con la sua mamma. Vanno pei negozi ogni giorno; sempre con pacchi, pacchetti, pacchettini in mano: spendono troppo. – Eh, cara! Noi non possiamo continuare questo genere di vita! – Che vita? – Capisci che le nostre risorse... – E la mia dote? – Non buttarmela in faccia la tua dote. – Devo dunque privarmi... – Privarti di niente! Quel che è necessario. Il superfluo...
Ma fate intendere a una donna, a una moglie, che c'è al mondo anche il superfluo! Per la moglie il superfluo non esiste. Tutto è necessario, anzi, urgente. Devo continuare a bisticciarmi con Ernesta? Eppure, quando eravamo fidanzati sembrava così buona, così condiscendente, così remissiva! Incredibili, le donne! Come se dentro ognuna di esse ce ne fossero due, tre, una l'opposto dall'altra, che scattano fuori secondo le circostanze. Combattete con tutte e tre, se vi riesce!... E se non era per fare un dispetto a Marco Tanzi...!
Già, ne ragiono come se la cosa fosse bella e conclusa!... Al solito mio!... Mi sono arrabbiato, ho la bocca amara, quasi avessi davvero leticato con mia moglie... che non ho! Tutto dipende dal testamento dello zio: dipende che Tanzi non mi annoi più col dire: La signorina Viola qua, la signorina Viola là... O che non ci sono altre signorine a questo mondo? Troppe! Troppe! Dicono che ogni maschio potrebbe sposarne almeno tre in una volta... e rimarrebbero ancora delle zittellone da collocare.
In ogni modo, bisogna preparare il terreno: non lasciarsi cogliere alla sprovvista. Ma quel Tanzi! Se sapesse che è stato lui, proprio lui, a buttarmi tra le braccia della signorina Viola! Tra le braccia per modo di dire; perchè, devo confessarlo, la signorina Viola è divenuta ormai il mio sogno ad occhi aperti, e credo che, da qualche settimana in qua se non sono diventato il suo sogno anch'io, poco deve mancarci. Si tratta di occhiate, di sguardi insistenti. Certe volte mi sembra che ella si domandi: – Ma che vuole da me costui che mi guarda a quel modo? – Via signorina!... Finge di non aver capito? Se fosse vero, il fatto non farebbe onore alla sua intelligenza... – Certe volte, al contrario, sembra che lei mi risponda: – Ma parli al babbo! Che aspetta?
Un momento, signorina. Lasci che arrivi lo zio Tommaso, tra giorni. – Vengo per far testamento; cercami un notaio onesto. – Se la cosa non riguardasse me, perchè tutta questa premura di annunziarmi l'intenzione di far testamento? Mancano notai al suo paese? È vero: lui abita in campagna; ma potrebbe risparmiarsi il viaggio fino a qui; alla sua età è sempre uno scomodo anche viaggiare in prima classe o in sliping-car. Dunque c'è una nascosta ragione che lo fa muovere, che lo spinge a preavvisarmi: – Vengo per fare testamento; trovami un notaio onesto. – Per me, signorina, tutti i notai sono onesti, se devono ricevere un testamento in mio favore. Che onestà occorre per questo? Si detta il testamento davanti ai testimoni, si legge, si firma, e tutto è finito. È olografo? Si consegna in busta chiusa con cinque o più suggelli... Busta? No; un foglio di carta bollata. Mi sono informato bene.... Testatore, testimoni, notaio firmano l'involucro... e tutto è finito. Solamente, in questo caso, non si sa quel che il testatore ha scritto. È seccante. Chi sa che diamine ha combinato?
È una stupidaggine supporre che lo zio Tommaso voglia farsi beffa di me. Gli ho mai chiesto qualche cosa? Ho sempre detto soltanto, tra me e me, e non può essergli giunto all'orecchio: – Quel maiale dello zio Tommaso! – Esclamazione scherzosa, che lo avrebbe fatto sorridere se avesse potuto udirla. Per fortuna quel che si pensa rimane dentro di noi, e la parola può dire una cosa e l'altra parola, quella che ci parla sottovoce nella testa, dire, nello stesso momento, precisamente l'opposto.
Così, ora, se Marco Tanzi, quel gran seccatore, mi domanderà... – Figurati! – gli risponderò. Io penso alla signorina Viola come alla figlia del Gran Turco! – E intanto avrò lavorato sott'acqua, avrò fatta la mia brava dichiarazione, poi la mia solenne richiesta al babbo, e una mattina... Peggio di uno schiaffo! Peggio di un pugno su la bocca dello stomaco! E Tanzi dovrà star zitto, se non vorrà far ridere la gente. Non c'è persona più ridicola di un pretendente che si vede levato, per modo di dire, il boccone di bocca, e rimane a bocca aperta! Eh? Eh? -
Quasi una settimana di soliloqui, interrotti, ripresi, alla passeggiata, a colazione, a desinare in quel cantuccio appartato della trattoria dove faceva pensione, e nella camera mobiliata a un terzo piano, ch'egli si compiaceva di chiamare il suo nido; la mattina lavandosi, pettinandosi, spazzolando il vestito prima di avviarsi all'ufficio; la sera, fumando la pipa affacciato alla finestra, preparandosi ad andare a letto, e, infine, a letto, al buio, rivoltandosi da un fianco all'altro perchè si addormentava con qualche difficoltà, con tanti soliloqui da smaltire.
— E lo zio Tommaso che fa? Si è pentito? Non si degna neppure di avvisarmi che ha rimesso il viaggio a un altro giorno, a un'altra settimana, a un altro mese! Intanto...
Intanto, quell'acqua cheta di Marco Tanzi, zitto zitto, senza che Bicci si accorgesse di niente, aveva lavorato, lavorato: era entrato nelle grazie della signorina Viola, aveva fatto la richiesta al suo babbo che, non scorgendo nulla di meglio in vista, non si era fatto pregare molto. Le nozze erano già stabilite alla chetichella, quando un indiscreto disse al Bicci:
— Tanzi sposa la signorina Viola!
Diciamolo sinceramente in sua lode: Bicci fu ammirabile. Nonostante lo schiaffo, nonostante il pugno su la bocca dello stomaco, che questa volta toccarono a lui, si sforzò di sorridere e rispose:
— Me ne rallegro!... Sono una coppia bene assortita!
Non appena fu solo si sfogò:
— Stupido! Imbecille! Cretino! Ben ti stia! Bestia! Bestione!
Ci volle una settimana, prima di darsi pace e di ricominciare daccapo... un'altra novella, un altro romanzo....
Peccato! E dire che con un po' d'italiano, un po' di grammatica, un po' di stile, pochino, egli sarebbe potuto diventare un novelliere, un romanziere di prim'ordine!



L'INCONSOLABILE

La morte di Emma Flores era stata vivamente compianta anche da coloro che conoscevano soltanto di vista la giovane signora, sposa appena da diciotto mesi a colui che le aveva dato il suo nome, le sue ricchezze, il suo cuore, preferendola tra tante con gran dispetto delle rivali.
Tutti avevano ricordato in questa luttuosa occasione l'apparizione quasi luminosa di lei, uscendo dalla chiesa dove era stato celebrato il matrimonio religioso, tanta ineffabile gioia le vibrava dagli occhi, tanta lietezza di sorriso le infiorava la bella bocca, così profondo senso di felicità animava l'agile, slanciata persona che si appoggiava al braccio dell'elegantissimo sposo con soave gesto di abbandono e di possesso.
Al loro ritorno dal viaggio di nozze a traverso mezza Europa, parecchi – specialmente i più intimi – poterono notare qualcosa che pareva stendesse una lieve nebbia di tristezza attorno alla giovane coppia.
I maliziosi non si perdettero in vaghe supposizioni. – Si sono imprudentemente stancati. Hanno avuto troppa fretta. Basta guardarla in viso; i sintomi sono evidentissimi. Avremo tra poco l'annuncio del così detto felice evento...
Sembrava un po' preoccupato anche lui, quasi la prossima paternità l'obbligasse ad assumere un'aria alquanto severa, per mostrare che ormai la frivolezza della sua vita di scapolo aveva dovuto cedere il posto a cure e intendimenti più elevati e più seri.
Per un pezzo parve che la gente non trovasse altro di meglio da fare che occuparsi dei fatti dei giovani sposi, quantunque essi evitassero di dare in pascolo alla curiosità degli sfaccendati l'intimità della loro vita.
A poco a poco, infatti, i Flores si erano ritirati dal prender parte a feste, a ricevimenti, a spettacoli; viaggiavano da città in città, o passavano lunghi mesi in una loro villa sempre soli.
— Sono giovani, sono innamorati; lasciamoli fare. Si annoieranno finalmente!
— La delusione della maternità forse entra per qualche cosa in questo loro contegno...
— Eh, via! hanno tanto tempo davanti a loro!
— Un po' di posa, per rendersi più interessanti!
— Non ne hanno bisogno, confessiamolo!
— Ed io posso dirvi che la sposina è gravemente malata!
A queste parole del dottore Tarozzi, in casa della contessa 22" title="Leggi informazioni sul libro">Starani, le signore gli si erano affollate intorno.
— Di che male, dottore?
— Non tradisco un segreto di professione.
— E quand'anche? Non si tratta di peccati....
— D'un male strano, inesplicabile, che sfida tutte le indagini della scienza.
— Hanno fatto dei consulti?
— Parecchi. Ripeto: io non tradisco un segreto di professione. Me ne han parlato i colleghi come di un caso nuovo. Un rapido deperimento....
— Tisi, dunque!
— No. La malata non avverte nessun sintomo, all'infuori di una depressione di forze che, talvolta – e qui consiste la stranezza! – sembra le produca un senso di sodisfazione, quasi di gioia. – Egli n'è desolato, e intanto deve fingere di esser tranquillo, conducendo attorno, in rapide corse, da una provincia all'altra, quella che può, in un momento, spirargli improvvisamente tra le braccia.
— Spirargli?... E lei non si accorge del suo stato?
— Almeno non lo dimostra.
— Che tormento dev'essere per tutti e due!
Lisa Bretti, che era stata compagna di collegio con Emma, cercò di vederla appena seppe che i Flores erano tornati in città, ma non fu ricevuta. E poche mattine dopo si sparse fulminea la notizia: La Flores è morta! All'improvviso!
— Erano troppo felici! Non poteva durare a lungo!
Tutta la compassione si riversò sul superstite. Signore e signorine parvero prese da un grande impeto di carità per confortare il giovane vedovo, che sembrava l'immagine del dolore più concentrato e più profondo anche dopo un anno e più di strettissimo lutto.
Intimi amici avevan dovuto fargli forza per strapparlo dalla solitudine in cui si era chiuso.
— Caro mio – gli aveva detto Beraldi – bisogna darsi una ragione di tutto. Se a ogni perdita di persona cara la gente dovesse seguire il tuo esempio, in pochissimo tempo il mondo si ridurrebbe peggio dell'antica Tebaide.
— Ah! tu non puoi intendere....
— Intendo benissimo, anzi. Il tuo è un caso eccezionale, lo so. Ma, infine, tutti i casi sono eccezionali per chi n'è colpito. E sai che cosa diceva poco fa una signora amica della cara estinta e tua, parlando della tua sparizione? Diceva: Vuol dire che non è sicuro di sè. Ha paura di mostrarsi consolato troppo presto, o di consolarsi davvero con un nuovo matrimonio.
— Questo è impossibile. Ormai, mi sopravvivo!
— E va bene; ma fare il morto anticipatamente, scusa, mi sembra un eccesso.

La rientrata d'Icilio Flores nella vita sociale fu uno dei più notevoli avvenimenti della cronaca mondana.
Era rimasto il bell'uomo impeccabilmente elegante di una volta, con qualcosa di più che proveniva dalla bionda barba lasciata crescere dopo la disgrazia, quantunque tagliata su l'ultimo modello e accuratamente pettinata; dal lieve pallore della pelle del viso e da un'aria di concentrata tristezza nello sguardo che sembrava rivelasse la profonda, irrimediabile desolazione del cuore.
Nessuno osava di accennare alla povera morta; ma lui la ricordava a ogni po', in questa o quella occasione:
Emma diceva... Emma faceva... Emma pensava....
Sempre qualcosa di caro, di gentile, di pietoso: e nella voce gli tremava una commozione così viva, quasi non fossero ormai passati due anni dal giorno della disgrazia; e le palpebre si agitavano, come ad impedire che le lacrime sgorgassero per quel dolore che sembrava appena di ieri e assumeva, nel ricordo, il valore di ineffabile consolazione.
Quando la gente si accorse che il vedovo cominciava a sentire il fascino della grazia e dello spirito della signora Lizarri, stette ad osservare con vivo interesse tutte le fasi di questo avvenimento che si svolgeva nei ricevimenti della baronessa 22" title="Leggi informazioni sul libro">Starani, in casa dei Rossi, in casa Bretti, dove, su per giù, si incontravano sempre le stesse persone, e dove la Lizarri era lietamente accolta per la vivacità dei suoi modi, nonostante certe spregiudicatezze che la sua sincerità le faceva perdonare fin dalle invidiose; parecchie.
— Sì, – ella gli disse una sera in casa Rossi, sul punto di andar via – sì, io ho una piccola corte di amiche e di amici, di amici sopratutto. Bisogna intrattenersela attorno, per non accorgersi d'invecchiare.
— Invecchiare? Coi vostri venticinque...?
— Trent'anni; non mi addossi un'ipocrisia che abborro. Ma so anche allontanare i miei cortigiani e rimaner sola per godermi la conversazione di un amico che mi par degno di essere distinto così. Domani l'altro, per esempio, io sarei tutta per voi, se non vi dispiacesse di essere per qualche ora tutto per me. Capisco; chiedo troppo. Ma se vi affermassi che lo chiedo più per voi che per me, dovreste credermi.
Soltanto Lisa Bretti, la compagna di Emma Flores, disse a un'amica che la signora Lizarri era invadente.
— È vero, – rispose maliziosamente l'amica. Tanto il marito lei lo ha, quantunque sia quasi come se non lo avesse.
— È vero – rispose non meno maliziosamente l'altra.
Lisa aveva avuto la malaccortezza di far scorgere che avrebbe volentieri occupato il posto dell'estinta nella vita del vedovo, e perchè l'ingegnere Lizarri, pei suoi affari, viveva così lontano dalla moglie, da essersene cercata – si sapeva da tutti – una provvisoria, come la moglie pensava a rifarsi – dicevano le male lingue – delle lunghe assenze di lui.
Icilio Flores, entrando nel salotto della signora Lizarri, si accorse che tutto era abilmente preparato per impressionarlo. Una soave penombra invadeva la stanza; l'aria era greve di preziosi profumi, e non emananti soltanto dai molti fiori freschi, profusi nei vasi e sparsi anche per terra.
Una nuova ondata di sottile profumo parve spandersi attorno appena la signora Lizarri si mostrò tra le tende di un uscio, facendo una graziosa mossa di maraviglia.
— Siete venuto davvero? Ero così incredula, che mi son lasciata sorprendere in una toeletta quasi indecente.... Non ho voluto farvi attendere per farmi bella, alla meglio, in fretta.... Vi ringrazio.
Flores le baciò, inchinandosi, la mano.
Era tutt'altro che indecente lo splendido kimono che dava alla bella persona il fascino artistico dell'esoticità.
— Siete venuto davvero? – ripetè con lieve punta d'ironia nella voce. – Giacchè ora voi sembrate assente anche quando siete presente col corpo. In questo momento ci sono forse io davanti ai vostri occhi? Mi guardate, ma non mi vedete; devo dire così, se l'intimità con cui ho avuto la cattiva idea di ricevervi vi fa rimanere muto, quasi rannicchiato su quell'angolo di divano, in atteggiamento di difesa.... Oh! non dubitate; nessuno vuole assalirvi: io meno di tutte, che non sono vostra amica recente. Non ho dimenticato – mi supponete un'ingrata? – che nei bei tempi della nostra libertà mi faceste l'onore di un tantino di corte: di un tantino, devo dire, perchè voi siete stato sempre un po' prezioso; vi è parso di accordare troppo, quando accordavate appena appena qualcosa. Esagero?
— Il mio gran difetto è la timidezza.
— Si dice che parecchie donne vi abbiano trovato tutt'altro che timido. Avete avuto un'amante ufficiale per la quale facevate delle pazzie.... Non vi biasimo.
— Non mi fate ricordare, vi prego, cose che mi fanno arrossire!
— Volete esser compianto? Vi comprendo; certi casi della vita turbano da cima a fondo un'esistenza; ma la giovinezza non c'è per niente. Si fa un po' di sosta e si ricomincia, più insistentemente, più trionfalmente. Voi siete in questo caso. Non dovrei dirvelo io; posso sembrare interessata....
— Ah! – rispose Flores – Voi dovreste capire quel che è mancato tutt'a un tratto al mio cuore.
— È inutile rimpiangere il perduto. Non si può riavere. Si può però, si deve sostituire, con qualcosa che appunto avrà il grande pregio di esser diverso, e talvolta – può darsi – anche meglio.
— Se pensassi questo, mi parrebbe di compiere un atto di vigliacca profanazione.
— Eh, via, caro Flores!
— Non lo nego: posso dimenticare per qualche momento; specialmente quando odo parole e veggo sguardi di viva pietà che sembra mi ridestino alla vita, come le parole e gli sguardi di cui vorrei saper ringraziarvi quanto meritate....
— Non mentite. Le mie parole, i miei sguardi vi lasciano abbastanza freddo; ed è bene. Ora voi siete più pericoloso di una volta. Sono stata imprudente, invitandovi a venire a trovarmi, promettendovi di essere tutta per voi.... No, no; non aggiungete finzioni a finzioni.... No; lasciate stare queste povere mani. Che volete farmi credere...? Tutt'a un tratto?... Oh! Dovevo prevederlo.... Come siamo sciocche noi donne!
Lo vide rizzar da sedere, balbettando:
— Scusate!... Perdonate!... Ho abusato della vostra cortesia.... Addio.... No; a rivederci!
— Sbagliate uscio.... Di lì si va nella mia camera da letto. A rivederci!
La signora Lizarri non si mosse, e diè in una risata dietro a Flores, che pareva avesse fretta di scappare, risata di sdegnosa ironia e di mortificante delusione.
Come mai, intanto, nei ritrovi, egli affettava di nuovo le arroganti maniere del conquistatore, tanto da far credere che volesse sùbito rifarsi del po' di tempo perduto? Tanto da sembrare che ora intendesse anche di smettere quella squisita apparenza di riserbo col cui fascino aveva soggiogato il cuore della poverina morta di eccessi di amore per lui, come tutti tenevano per certissimo?
Erano simulati o sinceri queste interruzioni, quei pentimenti che sembravano di sorprenderlo di tratto in tratto, quando più appariva sul punto di ricordarsi che la giovinezza reclamava i suoi diritti e che al culto di un affetto indimenticabile e di un immenso dolore non era ragionevole nè giusto sacrificare il presente e l'avvenire, più quello che questo?
Ciò turbava profondamente Lisa Bretti, che in certi giorni credeva di aver raggiunto il colmo delle sue speranze, e che le vedeva all'improvviso abbattute, quasi il fantasma della morta insorgesse per riprendere possesso dell'anima e del corpo del marito con gelosa violenza.
Allora Icilio Flores sembrava ritornare ai giorni più desolati del suo lutto, e abbandonarsi alla sopraffazione di esso con una specie di rabbiosa voluttà.
Ne era maravigliata anche la signora Lizarri, che si spiegava con uno di questi improvvisi assalti di malata sentimentalità la scena di quella visita così stranamente interrotta. Si erano riveduti dopo più volte, e Flores aveva avuto l'audacia o la sfrontatezza – ella non sapeva quale delle due – di dirle che le sue parole confortevoli di quel giorno gli tornavano a ogni po' alla memoria e gli facevano bene quasi sentisse davvero ripeterle dalla gentile sua bocca.
— Peccato – aveva audacemente e sfrontatamente soggiunto – che io non possa formarmi in casa mia l'illusione di un'immagine, di un profumo da farmi credere alla apparizione, a un passaggio della vostra persona colà!
Un'ammenda? Un invito? Anche la signora Lizarri aveva perduto con quell'uomo la sicura padronanza del suo animo equilibrato.... E sorridendo e con l'aria di chi accetta una sfida, rispose:
— Se non è che questo!
Egli non se l'attendeva. In quel fosco pomeriggio di aprile, con quella pioggiolina che veniva giù fitta, uguale e metteva tanta tristezza, Icilio Flores sussultò sentendo annunziare dal cameriere la visita di una signora, e rimase interdetto vedendo la Lizarri, sfolgorante di eleganza, in piedi, quasi fosse lei che riceveva nel suo salotto.
— Vi ho portato la mia immagine e il mio profumo – disse, stendendogli la mano. – Non potrete dire che non sono generosa con voi, per quanto tutto ciò valga poco.
La prese per tutte e due le mani, baciandogliele ripetutamente; e invitandola a sedere, soggiunse:
— Ecco la Primavera da me!
— Lasciate stare la poesia, Flores! Una primavera che arriva con l'uggia del cattivo tempo, senza un sorriso di azzurro, senza un raggio di sole... e forse in un momento inopportuno....
— No, credetemi!
— Vi veggo star in orecchio, impacciato....
— Ho gente... di affari... nel mio studio; ma possono attendere.
— Io non ho fretta; a meno che la mia presenza non vi disturbi....
— Che dite mai?
— Sarò indiscreta intanto: ammirerò il vostro appartamento fin dove è lecito... penetrare.
— Stimatevi in casa vostra... Oh! Non potevo prevedere; mi sbrigherò presto....
Dapprima la signora immaginò di aver disturbato un'avventura; e, tra lieta e indispettita, si inoltrò, sperando di sorprendere un indizio; decisa a qualunque crudele vendetta.... Niente! In una stanzina un armadietto a muro la tentò; esitò un momento, stese la mano alla chiave, la ritirò; poi si risolse; la curiosità ne potè più di qualunque sentimento di delicatezza....
Oh! Oh!... Un vero ripostiglio farmaceutico; boccette, boccettine, in gran parte vuote; barattoli di ogni specie, programmi, fascicoli....
Credendo che si trattasse di articoli di toelette, sorrise della vanità maschile, e volle scoprire i misteri cosmetici di Icilio Flores... Spalancò gli occhi dallo stupore e buttò via con ribrezzo le due boccette, i barattoli dei quali aveva voluto leggere l'etichetta.... Poi un riso irrefrenabile la vinse, un riso che la faceva quasi contorcere, e insieme col riso un senso di pietà che non poteva però sopraffare la gaia impressione della scoperta.
Dimenticò di chiudere l'armadietto, e tornando in salotto non potè fare a meno di fermarsi, fortemente commossa, davanti al ritratto di Emma Flores.
— Povera creatura! Che atroce disinganno dev'essere stato! E n'è morta!... N'è morta!....
— Andate via? – esclamò Flores, riapparendo.
— Questo ritratto mi fa capire che nessuna donna potrà mai consolarvi.... Per certi tremendi dolori non ci sono.... farmaci di sorta alcuna. Voi rimarreste sempre l'Inconsolabile! Dovete rassegnarvi....
E c'era tanta velata perfida ironia nella voce di lei, e tale equivoco sorriso su le labbra, che il disgraziato trovando, poco dopo, aperto lo sportello di quell'armadietto, ne ebbe, per un momento, così profondo senso di avvilimento da pensare al suicidio.
— Ma è possibile che la scienza.... finalmente?...
Questo filo di speranza, come tutte le vane speranze, resistette a ogni delusione. E Icilio Flores morì, a sessant'anni, «Inconsolabile», qual'era vissuto.



L'ULTIMA LU2230" title="Leggi informazioni sul libro">SINGA

— E dopo tutto, che doveva importargli se suo fratello si rovinava? Gli dispiaceva per quella buona donna di sua cognata, per la ragazza buona quanto la mamma, bellina, istruita, che avrebbe potuto fare un magnifico matrimonio – magnifico era l'aggettivo prediletto di don Vito Li Pani – se suo padre non avesse sciupato anche metà della dote della moglie pel maledetto viziaccio del gioco. Tressetti, primiera, zecchinetta; cento lire oggi, duecento, trecento domani... quando non si trattava di qualche migliaio. E bisognava trovarle sùbito, se non le aveva in casa, perchè – dicono – i debiti di gioco devono essere pagati nelle ventiquattr'ore; quasi, mettiamo, quarantott'ore dopo, perdessero la loro qualità di debiti di onore! Ed ora, ecco che quell'imbecille ammattiva con le cabale pel Gioco del Lotto! E ogni settimana presentava al botteghino una gran filza di giocate per questa o quella ruota, per tutte le ruote, da tener occupato lo scrivano una buona mezz'ora, con dispetto degli altri giocatori che avevano fretta più di lui!
Sissignore, suo fratello don Pietro Li Pani si era ridotto a questo: di contare su un terno, su una quaderna, su una cinquina; e non si avvedeva che ogni settimana buttava via trenta, quaranta lire, con le quali avrebbe potuto provvedere alle piccole spese giornaliere, e non far tribolare la moglie e la figlia che soffrivano in silenzio perchè egli diventava di giorno in giorno più intrattabile.
Non era stato un modello di dolcezza neanche prima; ne sapeva qualcosa sua moglie, donna Michela – la prudenza e la bontà in persona – che aveva dovuto chiudere un occhio o tutti e due su certe marachelle del marito: e questi se n'era abusato.
Poi la passione del giuoco lo aveva preso tutto. La povera moglie si era lusingata che sarebbe passata anch'essa, com'era già passata la pazzia per le donne. Si era ingannata.
Don Pietro aveva avuto la disgrazia di una serie di vincite che gli avevano fatto perdere la testa.
In quelle sere tornava a casa col portafoglio ricolmo di biglietti di banca, con le tasche piene di monete di argento e di soldoni; e si metteva a contarli in un angolo della tavola apparecchiata per la cena, disponendoli a gruppi, in bell'ordine per impressionare l'immaginazione della moglie e della figlia. Poi cavava fuori il taccuino dove segnava le vincite, faceva l'addizione con le somme precedenti e soggiungeva:
— Centosessanta lire da questo, cinquanta da quello, trentacinque da quell'altro....
Erano i crediti su la parola.
— Serviranno per domani sera!
Dall'aria con cui tornava a casa, le due donne capivano se don Pietro aveva vinto o no.
Aveva vinto sera per sera, in quel mese, ed entrava zufolando un motivetto di valzer. Fatta la rassegna della vincita, si metteva a cenare con grande appetito, raccontando le vicende della serata, quasi si trattasse di battaglie campali; e prima di rizzarsi da tavola, appena accesa la pipa, prendeva due o tre pezzi da cinque lire, una monetina d'oro da dieci, e diceva alla moglie e alla figlia:
— Questi per te; questa per te. Metteteli da parte o spendeteli come vi piace.
Parve che la fortuna si fosse stancata, tutt'a un tratto, di farlo vincere e stravincere. Per mesi e mesi di sèguito, don Pietro tornò a casa muto, col viso smorto.
Cavava fuori il taccuino, ma per risommare i quattrini perduti sulla parola; tanto a questo, tanto a quello!... E una mattina disse alle due donne:
— Per qualche giorno.... Mi avete detto che non le avete ancora spese.... A te, Matilde, pagherò anche gli interessi.
Si sforzava di ridere accarezzando il mento alla figlia.
Moglie e figlia attesero per un pezzo quelle dugentosettantacinque lire, e non ne riparlarono più, dopo che don Pietro era andato su tutte le furie l'ultima volta che Matilde per ischerzo, gli aveva detto:
— Almeno gli interessi, papà!
Ah, se avessero saputo quante altre centinaia e centinaia di lire erano volate dietro a quelle da due anni in qua! E le cambiali scontate presso uno strozzino, rinnovate con interessi su gli interessi! E le iscrizioni ipotecarie su i fondi di Cancello e di Margarone per due prestiti spariti anch'essi nei gorghi della zecchinetta!
Ne seppero qualcosa la mattina che don Vito Li Pani venne a sgridarle:
— Ma come? Ve ne state zitta zitta, cara cognata, quasi non si trattasse pure dalla vostra dote e dell'avvenire di questa povera ragazza? Non lo sapete dunque che il mio signor fratello è rovinato? Che, durando così, dovrà andare tra poco, con una canna in mano a chiedere l'elemosina uscio per uscio, se vorrà farvi mangiare e mangiare due soldi di pane? Ah! Cascate dalle nuvole? Se egli si figura che io debba spendere il mio per aiutarlo, ha fatto male i suoi conti! Mentre lui si è divertito.... mi capite? e ora si diverte col libro di quaranta fogli, io, cara cognata, mi sono privato di un po' di fumo di tabacco nella pipa, fin di un sorso di caffè, anche di quello che spaccia mastro Cola nella sua lurida bottega! Perchè ve lo vengo a dire? Per mettervi su l'avviso.

Troppo tardi!
Don Pietro, ora, non maneggiava più il libro di quaranta fogli, come suo fratello chiamava il mazzo delle carte da gioco, ma La smorfia, il Libro dei Sogni, il Rutilio e certi vecchi scartafacci dàtigli in prestito da suo compare Giammona, a cui li aveva confidati un frate cappuccino che aveva fatto vincere, in vita sua, ambi, terni, quaderne a tante persone.
Se non che con quegli scartafacci unti e bisunti, zeppi di numeri, di calcoli, di astruse operazioni aritmetiche, nè lui, nè suo compare Giammona riuscivano a raccapezzarsi. E per ciò don Pietro attendeva un sogno, un bel sogno rivelatore che gli permettesse di combinare una quaderna o una cinquina; di un terno, di un miserabile terno non sapeva che farsene!
Da qualche mese in qua, appena sveglio, prima di saltar giù dal letto, domandava alla moglie:
— Che ti sei sognato?
— Niente.
— È impossibile. Non sogni mai? Vedi di ricordartene.
— Niente, ti dico.
— Come si fa a non sognar mai?
— E tu, dunque?
— Io? Che ne sai? Non devo dirlo a te se sogno o no.
— Tu fai come quello che aveva perduto le mule e andava in cerca delle cavezze. Non parlo per me; ormai ho bisogno di così poco! ma per nostra figlia.
— È appunto per lei...
— Ah! Ti lusinghi col lotto? Un'altra rovina! Come non te n'avvedi?
Don Pietro saltava giù, e si vestiva brontolando. Gli pareva che sua moglie, dicendo del lotto: – È un'altra rovina! – gli facesse la jettatura, e gli guastasse tutti i calcoli della cabala secondo Rutilio e secondo gli scartafacci del frate cappuccino.
E appena vedeva la figlia che si era alzata mattiniera e preparava, in cucina, il caffè, le domandava:
— Che ti sei sognato?
— Niente.
— Vedi di ricordartene. Non sogna nessuno in questa casa! È una fatalità.
— Non sogni neppur tu!
Tua madre, niente! Tu, niente!
— Ah!... Ora mi sembra...
— Dici.
— Sì, mi sembra di avere sognato...
— Brava!
— Ma non ricordo che cosa. Mi pareva di essere.... dove? Non so più dove.
— Non importa. Che facevi?
Don Pietro aveva ragione; era una fatalità: in casa sua nessuno sognava! E se qualcuna sognava, sveglia, non rammentava che cosa avesse sognato!
Compare Giammona, invece, soleva fare due, tre sogni ogni notte, ma inconcludenti, da non poter ricavarne numeri che portassero fortuna.
C'erano gli avvenimenti della settimana, le grandi disgrazie riferite dai giornali, le piccole disgrazie che accadevano in paese.
Don Pietro e il compare perdevano intere giornate per cavarne i numeri infallibili. E quando li avevano scelti, restavano a contemplarli, estatici, scritti, anzi, sgorbiati dal compare su un pezzo di carta.
E don Pietro, sodisfatto, esclamava:
— Questa volta sono parlanti! Mi par di leggerli su la tabella del botteghino.
— Sono parlanti! – ripeteva compare Giammona.
E la sera del sabato si mordevano le mani, tiravano qualche moccolo. Invece del 35 era venuto il 36! Invece dell'82 era uscito l'83! Invece del 68, il 69! Pareva che lo avessero fatto per dispetto quei numeri infami!
Non era stato anche un vero dispetto...?
Don Pietro e il compare non potevano rammentarsene senza sentirsi soffocare dalla rabbia!
Don Vito, venuto a fare una visita alla nipote che stava a letto con febbre, passando davanti all'uscio dello studio del fratello, aveva picchiato con le nocche delle dita:
— È permesso?
Si era fermato su la soglia, ridendo alla vista impacciata dei due cabalisti che tentavano di nascondere alcune carte.
— Oh! Io non cerco di sapere i vostri numeri... veri, quelli che non escono mai! Li so meglio di voialtri, ma mi astengo di giocarli; non voglio arricchire senza fatica. Per l'estrazione ventura? 16, 37, 46. Uno più bello dell'altro. Ve li regalo. Se avete quattrini da sciupare... Terno secco, sicuro!
Ed ecco, alla immediata estrazione, tutti e tre i numeri in fila, come quegli li aveva annunziati per chiasso. Don Pietro e il compare non se ne davano pace!
Don Vito si presentava, tutti i giorni, in casa del fratello, ora che la povera Matilde andava di male in peggio con quelle febbri che le bruciavano il sangue e le carni e resistevano a qualunque medicina.
— Come va? Che ne dice il dottore? – domandava alla cognata.
— Quella figliuola è stata sempre un libro chiuso per tutti. Non mi è mai riuscito d'indovinare che c'è nella sua testa e nel suo cuore!
Un amore deluso?
— Una gran pena certamente. Ho paura di scoprirla.
— E siete sua madre!
— Che consolazione potrei darle? Siamo ridotti quasi alla miseria.
— Lasciatemi parlare a quattr'occhi con lei.
Entrò nella camera di Matilde tutto rannuvolato, quasi fosse venuto a posta per sgridarla, per farle una gran lavata di capo. Si premuniva così contro la tenerezza e la bontà della sua indole, perchè – soleva dire – anche il bene bisogna saper farlo a tempo e luogo, altrimenti non è più bene.
La cameretta era tenuta in una dolce penombra, dove risaltava il biancore della coperta del lettino e dei guanciali, e, su i guanciali, la macchia nera dei capelli di Matilde.
— Ancora febbri? – brontolò. – Non vogliamo finirla?
— Se stesse a me, zio! – rispose Matilde.
— Quando non facciamo niente per star meglio! Quando ci ostiniamo a pensare... a pensare! Il pensiero è il maggior veleno.
— Ma io non penso a niente, zio!
— Pensi.... a lui! Che ti figuri? Che nessuno abbia capito?
— Oh, zio! Oh, zio!
— Lascia stare gli oh! È naturale, alla tua età. Avresti dovuto confidarti con tua madre... o con questo zio che ti vuol bene, e tu lo sai. Tuo padre è.... un animale irragionevole; possiamo far a meno di lui e dei suoi terni al lotto... che non si decidono a venir fuori! Dunque? Su, come al confessore. Chi è? Voglio entrarvi in mezzo io.
— Nessuno!... Non è nessuno!
— E c'è bisogno di piangere per questo? Si dice: è il tale! – Vuole la dote? È giusto. Avrà la dote. Già, se fosse persona intelligente, dovrebbe contentarsi di possedere un tesoro di ragazza come te.... Ma la dote non guasta. La troveremo. Lo zio don Vito non potrà portarsi nell'altro mondo il poco che ha e che ha saputo conservare... Comincerà dal fare un po' di bene anche da vivo, al contrario del suo signor fratello.... E per ciò lo zio don Vito vuol sapere.... È qui per ricevere la confessione. Dunque?... Dunque?
Matilde, rannicchiata sotto le coperte, piangeva silenziosamente.
Don Vito si rizzò tutt'a un tratto dalla seggiola, sbuffando.
— Con voialtre ragazze si perde il ranno e il sapone! Avete certe teste!... Tu almeno dovresti pensare a quella madonna addolorata di tua madre. Non vedi che è ridotta uno scheletro? Confidati con lei, almeno con lei!
E uscì dalla cameretta deluso, indispettito. Si sfogò col fratello incontrato nel corridoio assieme col compare Giammona.
— Ma non ti accorgi che tua figlia muore non si sa di che pena? Sei allegro. Hai delle belle giocate in vista?... Non mi maraviglio tanto di lui, quanto di voi, signor Giammona, che potreste essere suo nonno, e aver senno anche per due! Voi però non siete padre, non avete una figlia, figlia unica, che languisce a letto da tre mesi e va peggiorando di giorno in giorno!...
— Che posso farci io, con le febbri? – balbettò don Pietro assalito alla sprovveduta.
— Le febbri, certe febbri, non vengono per caso. Te ne sei forse preoccupato?
— Ho chiamato il dottor Mèusa.
— Che dovrebbe fare il lustrascarpe, non il medico. Hai chiamato lui perchè si contenta di poco, perchè ammazza quasi per niente i poveri malati che gli càpitano per mano. È miracolo se tua figlia è ancora viva dopo tre mesi di visite. Tu pensi alla Càbala, ai terni da vincere... Sai quale sarebbe il vero terno per tua figlia? Un marito, sarebbe! Muore di passione la povera figliuola! Un marito, al giorno d'oggi, se non c'è una bella dote, non lo trova neppure una principessa di nascita; e la tua scioperataggine....
— Oramai, caro don Vito – disse il Giammona – ormai è inutile parlarne!
— E intanto voi lo aiutate a far peggio col Lotto!
— Non posso procurargli un marito per la figlia!
— Non si tratta di procurarlo, scusate.
E rivolto sdegnosamente al fratello, soggiunse:
— Va', va' a vederla! Sono uscito dalla sua camera col cuore sconvolto; piange, ma non parla. È ridotta irriconoscibile. Quell'asino di dottor Mèusa non ha capito niente. E tu... e tu... tu, coi tuoi terni, le tue quaderne, non avrai tanto da farle una bella cassa da morto! Dio disperda le mie parole!
Don Pietro era diventato, improvvisamente, tutto premure per la figlia. Aveva detto alla moglie:
— Chiamerò il dott. Cassisi.
— Bisognerà prima pagare il dott. Mèusa.
— Per quel che ha fatto!
— Tre mesi di visite, e qualche volta due al giorno.
— Le pagherò.... Ma, dunque, non sei riuscita neppur tu a saper niente?
— Neppure il confessore.
— Bisogna buttarsi a indovinare.
— E quando avremo indovinato?
— Tu hai detto che qualche volta parla nel sonno.
— Parole sconclusionate. – Sì!... No!... Basta! – Non si capisce nulla. Mai un nome, mai!
Don Pietro passava lunghe ore nella cameretta della figlia, attendendo che si addormentasse e che parlasse. Compare Giammona gli aveva detto che i malati, se sognano, sono veggenti. Se poi parlano nel sonno... Il difficile è interpretar bene quel che dicono; ma con un po' di buona volontà e di studio...
Perciò don Pietro stava come in agguato, seduto a piè dei lettino dove Matilde smaniava, voltandosi e rivoltandosi da un fianco all'altro, o rimaneva immobile sotto le coperte, con gli occhi chiusi, facendo sentire appena l'ansimare del suo respiro.
Il dott. Cassisi veniva due volte al giorno, impassibile, e si grattava il mento col gesto caratteristico con cui soleva significare che era poco contento di un malato. Non ordinava niente; lasciava che la malattia facesse il suo corso. Strana malattia! Sì un po' di febbre, un po' di anemia, un po' di alterazione nella circolazione del sangue e quindi nelle funzioni del cuore; ma come? ma perchè? E siccome il dottor Cassisi non credeva alla volgare stupidaggine – egli diceva – dell'anima, non poteva ammettere che il male provenisse da essa. E quando donna Michela gli accennò timidamente, sottovoce... il sospetto suo e del cognato don Vito, il dottore cessò di grattarsi il mento e con la sua brutale sincerità disse alla malata:
— Ho scritto una santa ricetta; medicina infallibile: Recipe, un bel tocco di marito!... Sei contenta?
Uno scoppio di singhiozzi e di pianto fu la risposta di Matilde.
E da quel giorno diè un tracollo.
Don Pietro, sopraffatto dalla pietà per la figlia, in certi momenti, dimenticava che stava seduto, ore e ore, là a piè del lettino, per sorprenderle nel sonno qualche parola. Come il respiro di lei si faceva più tranquillo, più uguale, egli si rizzava da sedere, si chinava cautamente su lei, stava in orecchio, trattenendo il fiato. E a ogni sillaba, a ogni parola da lei mormorata, dava uno sbalzo, attendendo un motto rivelatore, una breve frase che egli avrebbe tradotti, lì per lì, in numeri, senza consultare il Libro dei Sogni; ormai lo sapeva a memoria!
Matilde si agitava, mugolava parole inintelligibili, si destava di soprassalto; e allora lui:
— Hai fatto un brutto sogno?
— No, papà.
— Eppure smaniavi, pareva che non ti riuscisse di parlare...
— No, papà.
— Ma che hai, figlia mia? Che hai? Parla!
— Ho... Non ti rattristare... Anzi! Ho... che fra tre giorni sarò morta!... Non dir niente alla mamma!
Don Pietro si sentì stringere il cuore, gli salirono le lacrime agli occhi.
— Che ti metti in testa queste sciocchezze?
— È venuto a dirmelo la nonna.
— Ma che nonna, figliuola mia! Una ragazza intelligente come te non deve credere alle fandonie dei sogni....
— Perchè sarebbe venuta ad ingannarmi?
— Non è venuta!
La contradiceva per spronarla a parlare. Nonna, 17; morta che parla, 47; e... e... e... Non potè andare più innanzi; gli pareva di profanare quella santa creatura che, forse, tra giorni, sarebbe morta davvero. E corse a nascondersi nel suo studio, con la testa tra le mani, inorridito di aver potuto calcolare, quasi speculare su la malattia della figlia. Involontariamente, però, quei due numeri se li sentiva ronzare a un orecchio; più avrebbe voluto dimenticarli, e più divenivano insistenti.
Compare Giammona lo sgridava:
— Siete un ragazzo? Due oggi, due domani...
— No! Che m'importa più di arricchire? Se ho tentato, se volevo tentare, era per lei, per riparare il male che ho fatto a lei e a mia moglie... e pure a me. Ma io me lo son meritato!
— E se non muore? com'è certo; se non muore, dovreste ammazzarvi con le vostre stesse mani! Siete un ragazzo? Io metterei anche il 3; è indicato chiarissimo. E metterei gli anni della ragazza.
— Ventidue...
Pronunziò il numero quasi gli avesse scottato le labbra e tornò a ripetere:
— No! Non m'importa più di arricchire!

La mattina dopo, il dottor Cassisi dichiarò:
— Non verrò più.
E incontrato per la scala don Vito, lo fermò:
— È questione di qualche giorno, forse di ore!
— E porta via il suo segreto! – esclamò don Vito.
Don Pietro in due giorni pareva invecchiato di dieci anni. Si aggirava per la casa come un fantasma; e nell'esagerazione del rimorso pel patrimonio dilapidato, strizzandosi le mani, si rinfacciava:
— L'hai uccisa tu! L'hai uccisa tu, scellerato!
Ragionava meglio don Vito, dicendo che la nipote portava via nell'altro mondo il suo segreto.
Matilde, ora, sorrideva alla mamma, sorrideva al padre come persona che sa prossima la sua liberazione. E, infatti, di vivo le rimanevano soltanto gli occhi, i begli occhioni neri, che avevano scintillato quasi in continuo sorriso quando andava per casa, canticchiando, aiutando la madre nelle faccende domestiche. Don Pietro non poteva sostenere quello sguardo con cui ella pareva chiedesse perdono di morire, di abbandonare padre e madre in tristissime circostanze.
Per questo egli si fermava poco nella cameretta della malata; andava e veniva come una mosca senza capo; e se, involontariamente, gli attraversava il cervello l'idea che la figlia avrebbe potuto suggerirgli un bel terno, una quaderna, come compare Giammona sosteneva che i moribondi son capaci di fare; se, involontariamente, si sedeva su la seggiola a piè del lettino, e guardava Matilde con aria di attesa quasi supplicante, si riscoteva tutt'a un tratto, indignato contro di sè; e andava di là, nel suo studio, per rinfacciarsi:
— L'hai uccisa tu! L'hai uccisa tu, scellerato! Ed ora pretenderesti anche... Scellerato!
Fu verso l'alba del funestissimo giorno.
Don Pietro che aveva mandata quella larva di sua moglie a riposarsi un pochino dopo mezza nottata di veglia, interrogata la figlia a bassa voce, con un tremore di tenerezza nell'accento, chino su lei, carezzandole lievemente i capelli:
— Come ti senti? Come ti senti?
— Bene, papà. Non ho bisogno... di nulla! Egli si era seduto dapprima al solito posto, poi aveva collocato la seggiola vicino al capezzale, e teneva la mano su quella fronte scottante, madida del sudore della febbre che consumava le ultime forze di tanto fiore di giovinezza.
— Papà! – ella disse con un filo di voce. – I santi sacramenti, presto... E tu, non dubitare: verrò a darti in sogno... quel che tu desideri. Sì, sì, papà!
Egli la baciò tutta su le coperte, dal capo ai piedi, delicatamente, come una santa reliquia, col cuore pieno d'immensa gratitudine per quella promessa che egli non avrebbe rivelato a nessuno fino a che non si fosse avverata.
E quando la collocò con le sue mani nella cassa mortuaria, che don Vito aveva fatta fare a sue spese, foderata di raso bianco internamente e di velluto azzurro, fuori – povera creatura! Era leggera come una piuma! – e quando la casa parve vuota, schiacciata sotto il silenzio della desolazione, ed egli si trovò finalmente solo con la moglie vestita a lutto, dopo tre giorni di visitu, in cui erano accorsi amici, conoscenti per prender parte al loro dolore – entravano, senza dire una parola, rimanevano seduti, si rizzavano, muti, per far posto ai sopravvenienti – dopo tre giorni di doloroso stupore, durante i quali aveva tentato di consolarsi ripensando le parole della figlia: – Verrò a darti in sogno, quel che tu desideri. Sì, sì, papà! – la moglie e il fratello lo videro andare in cucina con una bracciata di libri e di scartafacci, accendere il fuoco e buttare sui carboni divampanti i fogli dei diversi libri dei Sogni, strappati, sparpagliati perchè bruciassero meglio, i fogli del Rutilio e gli scartafacci del frate cappuccino che non erano stati buoni a fargli vincere neppure un terno!
Don Vito, maravigliato e contento, vedendo salire per aria, portati via dall'impeto della fiamma i neri residui del fogli che s'ingolfavano nel camino e sembravano tanti uccellacci di malaugurio messi in fuga, gli disse: – Hai fatto bene! Dovevi pensarci prima.... Meglio tardi che mai! – Don Pietro avrebbe voluto rispondergli: – Non ne ho più bisogno.... Verrà Matilde! – Ma si mordeva le labbra per non parlare.
E attese.
Un mese, tre mesi, un anno! Attanagliato dall'angosciosa agonia di quella speranza, di quella promessa che la morta si era dimenticata di mantenere – nonostante le preghiere, nonostante le messe fàttele dire in suffragio! – egli declinava rapidamente, quantunque il fratello don Vito fosse venuto a coabitare da lui, col caritatevole pretesto di fargli l'amministratore del poco che gli era rimasto.
Don Vito, qualche volta, si lasciava scappare un lieve ironico accenno al passato; e allora don Pietro scoteva amaramente il capo e rispondeva:
— Se fosse venuta!... Ma non è venuta!
— Chi? La quaderna?
E un giorno, convinto che ormai fosse inutile tenere il segreto, al rimpianto del fratello che, alla risposta: – Se fosse venuta! – tornava a domandare: – Chi? La quaderna? – egli scoppiò in lacrime ed esclamò:
— Perchè lusingarmi? Perchè promettere?
Don Vito, nell'udire il racconto, pensava con spavento: – Mio fratello impazzisce!



L'IDEALE

Alberto Coscia non poteva soffrire questo suo volgarissimo cognome.
— Scegli un pseudonimo – gli diceva Rocchi, il pittore di anitre e di oche. – A furia di ripeterlo...
— Perchè? Come? Non rappresento nulla in niente. Mangio, dormo, passeggio, faccio qualche partita al bigliardo... Chi vuoi che prenda sul serio il mio pseudonimo?
— Dovrebbero prenderlo sul serio? Sei buffo, sai? lo, vedi? non ho adottato un cognome di battaglia. Ho battagliato con le mie anitre, con le mie oche. Le conduco, stavo per dire, a pascolo in tutte le Esposizioni, e ormai sono più conosciuto sotto il titolo di pittore di anitre e di oche, o soltanto di oche – quasi la gente abbia in uggia le povere anitre! – conosciuto più assai che non col mio nome di Filiberto Rocchi. Credi tu, forse, che questo ridicolo Filiberto mi abbia mai fatto piacere? L'ho annullato così.
— Quando penso che mia moglie dovrebbe essere chiamata: la signora Coscia... mi sento correre i brividi per tutta la persona.
La invincibile fissazione era questa: – Sua moglie sarebbe chiamata: la signora Coscia!
— Ah! Ah! – sbuffava a volte in camera – Certi sconci cognomi andrebbero proibiti per legge!
E dire che Alberto Coscia non era solamente un buon giovane, una gentilissima persona, ma pure un giovane colto, a cui l'agiatezza ereditata dal babbo e, più, da uno zio, permettevano di menare quella ch'egli qualificava vita di niente, per significare non occupata in una professione, in un negozio, in un'impresa industriale qualunque!
— Mangio, dormo, passeggio!...
Oh! Esagerava, per modestia, e anche per delusione di non sapere in che modo raggiungere un certo suo mistico ideale. Proprio: mistico! Quel cognome – Coscia! – per ciò gli pareva la disastrosa influenza, il motto cabalistico di iettatura che incombeva su la sua vita.
— Tant'è vero – concludeva il pittore di anitre e di oche – che uno, quando non ha nessun guaio addosso, va a cercarselo col lumicino, e dei peggiori che avrebbero potuto capitargli!
Veramente Alberto Coscia il guaio non se lo era cercato col lumicino; gli era stato apportato dal testamento dello zio, pel quale egli godeva di un largo patrimonio, da usufruttuario, in vista del futuro piccolo Nicola Coscia che sarebbe stato il vero erede, se Alberto si fosse deciso di prender moglie e di metterlo al mondo, e così perpetuare la stirpe dei Coscia, che, in caso diverso, si sarebbe estinta con lui.
— Gran disastro! – egli esclamava ironicamente.
Ed era ingiusto verso le due generazioni dei suoi che, a furia di onesta attività, di economie, avevano messo insieme una sostanza da permettere a lui, ultimo dei Coscia, di menare una vita senza preoccupazioni di sorta alcuna, e di fare quel che voleva, cioè, niente!
Era rimasto solo, libero, a diciotto anni mentre cominciava il suo corso di filosofia e lettere all'Università. Lo aveva scelto tanto per dire: ho una laurea anch'io. Laurea che, infine, non gli imponeva nessun esercizio professionale, come quelle di avvocato, di medico, di farmacista.
Permetteva, tutt'al più, di concorrere a una cattedra di Ginnasio, di Liceo e, tardi, anche di Università.
Le tre, le cinquemila lire all'anno, che essa avrebbe potuto fruttargli, le aveva già, senza grattacapi, dalle rendite del suo patrimonio; e, se gli fosse piaciuto, non gli sarebbe stato difficile di duplicarle, di triplicarle con oculate speculazioni. Ma, a quale scopo?
La Natura gli aveva dato un'anima gentile, la filosofia – sembra strano – gliel'aveva ridotta fantastica. Giacchè, ottenuta la laurea, egli aveva continuato ad occuparsi di filosofia, volendo foggiarsi una vita razionale, elevata, conforme alle grandi leggi dello Spirito – con l'esse maiuscola, come lo canzonava il terribile Filiberto Rocchi che gli voleva bene disinteressatamente. E intanto, egli, che avrebbe potuto cavarsi cento piccoli capricci, e godere la giovinezza meglio di qualunque altro, viveva quasi da eremita, ridottosi al terzo piano della vasta casa dov'era nato, per non aver disturbi dagli inquilini, sui quali poi non voleva far pesare l'incubo della sua presenza di padrone di casa.
Vita razionale, elevata, conforme alle grandi leggi dello Spirito!
— Quale? – gli domandava Filiberto Rocchi suo amico d'infanzia, che andava spesso a trovarlo, o a scovarlo, come soleva dir lui, in quel silenzioso terzo piano elegante e severo, quale si conveniva a filosofo giovane, ma proprietario, cosa che ai filosofi accadeva di rado.
— Quale? – ripeteva Alberto Coscia – Quasi io lo sapessi! Studio, cerco: qualcosa di assolutamente diverso dalla stupida vita attuale.
— La chiami stupida perchè l'hai appena assaggiata, da studente. Poi, quel can barbone del tuo professore di filosofia ti ha guastato la testa; e si può dire che ti sei chiuso in quest'eremo.... Ah! Te lo invidio! Me ne farei uno studio principesco, e forse non dipingerei più anitre ed oche, ma animali più nobili, se ce ne sono... Ti sei chiuso in quest'eremo a ringrullirti dietro l'Ideale! L'Ideale, caro mio, è la realtà che si tocca e si mangia e si beve; è la piena sodisfazione dei sensi tutti, con le grandi impressioni dello spettacolo della Natura, della musica, delle altre arti, comprese le mie anitre e le mie oche, che tu avresti dovuto comprare per avere qui, nel tuo studio, una sensazione di colore passata a traverso il cervello di un tuo amico. L'Ideale è la donna amata e posseduta, in qualunque maniera... Non scandalizzarti perchè il tuo Spirito non ha mai detto se si deve amare così e così o cosà e cosà...
— L'ha detto.
— Per bocca di chi? Di quel can barbone del tuo professore di filosofia? E a lui perchè non gli hai detto che non prender moglie e far funzionare da moglie quella povera contadina della sua serva, non è precisamente l'Ideale?
— Chi lo sa? L'Ideale è così infinito, che ognuno può appropriarsene una parte e adattarlo ai bisogni del suo organismo, del suo intelletto.
— E allora? Tagliatene una gran fetta per te, e vivi la vita vera, la vita vivente; scusa se mi esprimo male. Mi ispiri pietà. Ti voglio tanto bene, che non so che farei per vederti commettere un magnifico sproposito, di quelli che permettono di assaporare l'esistenza e lasciano indolcita la bocca per un gran pezzo.

Ah, se Alberto avesse avuto il coraggio dì rivelare al suo amico quel che teneva chiuso, sprofondato, da quasi cinque anni, in fondo al cuore! Ma Alberto era un gran timido, e nessuno se n'era mai accorto; il Rocchi meno di tutti, forse perchè lui, di carattere vivace, non poteva affatto capire che si potesse essere timidi fino a quell'eccesso.
Aveva notato, è vero, da qualche tempo in qua che la corsa di Alberto a l'inseguimento dell'Ideale non era più, come prima, una specie di sport, con lunghe intermittenze di riposo e di ristoro; ma continua, celere e, in certi giorni, quasi affannosa. E questo gli sembrava buon segno, da un lato. Dall'altro però gli faceva sospettare che Alberto gli nascondesse qualcosa, un segreto doloroso, del quale avrebbe voluto sbarazzarsi, e non ne trovava la via.
Di tratto in tratto, con quella sua sarcastica imperturbabilità, il Rocchi lo interrogava:
— Quanti chilometri abbiamo filato in questi giorni verso l'Ideale? Parecchi, credo: mi sembri un po' stanco.
Rocchi fu stupito, una mattina, di sentirsi rispondere:
— Non ne posso più! O sono un imbecille, o sono un pazzo, o sono in via di diventare qualcosa di peggio dell'uno e dell'altro!
— Cominci ad accorgertene ora?
Meglio tardi che mai!
— Me ne rallegro sinceramente con te. E... si può sapere di che si tratta?
— Si tratta... che l'intelligenza è il peggior dono che ci sia stato fatto dalla Natura, da Dio, da non sappiamo chi.
— Il can barbone del tuo professore di filosofia dovrebbe saperlo.
Lo chiamava così per la straordinaria somiglianza della testa di lui con quella di un cane di questa razza.
— Ma, più precisamente, di che si tratta, se è lecito domandarlo? – insistè Rocchi.
— Sono nel bivio, o di rinunciare alla vistosa eredità di mio zio e ridurmi quasi povero, o prender in moglie, per forza, la prima femmina che càpita, ed essere infelice per tutta la vita.
— Senti: prender in moglie la prima femmina che càpita non è poi, come tu immagini, un'idea cattiva. Con le donne non si sa mai! Indovinala grillo! Ma che c'entra qui l'eredità di tuo zio?
— Tu non sai! Fra cinque mesi io compio trent'anni. E il testamento di mio zio dice che se al trentesimo anno non avrò ancora preso moglie, il suo patrimonio va interamente devoluto alla Congregazione di carità....
— E tu, per far dispetto a cotesto tuo zio nell'inferno dove si trova – giacchè uno che commette l'infamia di un tal testamento dev'essere con certezza all'inferno! – tu, per fargli dispetto, prendila subito, la prima femmina che ti càpita tra' piedi. Forse avrai la fortuna di sposare la migliore delle mogli possibili. Il caso spesso... Vincere un terno al lotto è meno difficile di trovare una buona moglie. Non dire che sono pessimista. Ho l'esempio di mio padre. Mio padre era un gran originale...
— Lascia stare le storielle!
— No, questa è opportuna, ed ha il rarissimo pregio di esser vera. Mio padre era rimasto scapolo fino a quarantacinque anni. Bellissimo – non badare a me, non gli somiglio punto, – aveva avuto una giovinezza avventurosa, in tutti i sensi.... Una notte – raccontava spesso – misi senno tutt'a un tratto (non sapeva spiegarselo nemmen lui) e prima che spuntasse l'alba avevo già deliberato:
— Sposerò la donna che passerà davanti alla mia porta allo spuntar del sole. Attesi. Passò una donnina che andava a messa. Non era giovane, non era bella, era anche gobbetta. Ma non esitai. E fu la mia fortuna. – Mia madre infatti è stata una santa. Con questo non intendo di affermare che il caso sia sempre così benigno.
— Ma io amo, da cinque anni, una creatura divina!
— Sposala dunque: che aspetti?
— Lei non sa niente!
— Faglielo sapere; ci vuole tanto poco! Se occorre un messaggero... Non ho mai fatto questo mestiere; ma per te son pronto a tutto.

L'aveva vista a una fiera di beneficenza. Bionda, alta, snella, con certi occhi sognanti... indimenticabili; voce soavissima, musicale... indimenticabile; e una lieve andatura di tutta la persona quasi sfiorasse il terreno coi piedi... indimenticabile! Infatti non aveva dimenticato nulla di quanto potè osservare quella sera, l'unica volta che aveva avuto l'occasione di starle vicino, confuso tra la folla, pauroso di farsi scorgere, bevendosela tutta con gli occhi, e sentendosi ristorare l'anima e il cuore proprio come un assetato che riesca ad accostar le labbra a una limpida e fresca fonte.
Un altro, dopo otto giorni di attivissimo fantasticamento, avrebbe preso disperatamente la risoluzione di avvicinare, a ogni costo, quella signorina, di farle sapere l'opera di sconvolgimento prodotta dalla sola vista di lei in un povero cuore. La risposta non avrebbe potuto essere dubbia se la signorina era libera di scegliere; ma egli si sentiva così indegno della felicità di possedere quel tesoro da rassegnarsi anticipatamente a un possibile rifiuto.
Voleva almeno non meritarlo. E fece questo calcolo:
— La Divina – non la chiamava altrimenti – ha poco più di sedici anni: io ne ho ventiquattro. In due tre anni, potrò fare lo sforzo di rendermi non del tutto indegno di lei, spiritualmente, non fosse altro; giacchè non abbiamo nessun potere di modificare il corpo e le sembianze ricevuti nascendo. C'è l'azzurro del cielo nei suoi occhi; c'è la più paradisiaca melodia nella sua voce; m'ispirerò ad essi per arrivare a penetrare, ad intendere il cuore e l'anima della Divina e conformare ogni mio sentimento, ogni mio pensiero, ogni mio atto alla benefica ispirazione che mi verrà da lei.
E per ciò si era quasi segregato dalla società, tutto intento a quell'opera di purificazione che lo esaltava ogni giorno più, come più credeva che essa servisse ad accostarlo a lei.
C'erano ore e spesso giornate, nelle quali il suo misticismo filosofico gli faceva immaginare che certi influssi, certe correnti sprigionate dalla sua volontà dovessero arrivare fino a lei, farle vagamente sentire che qualcuno, da lontano, le stava attorno, in una specie di adorazione continua; e, forse, farle anche indovinare chi fosse; perchè, certamente, ella avea dovuto notare gli sguardi dello sconosciuto che, tra la folla, la sera della Fiera di beneficenza non aveva cessato un sol momento di fissarla con avida ammirazione.
Poi, tutt'a un tratto, il bel sogno del suo Ideale gli crollava davanti alla maligna insinuazione parsagli suggerita da qualche spirito irrisore:
— E la tua Divina dovrà venir chiamata: signora Coscia?... Signora Coscia!
Una mazzata sul capo gli avrebbe fatto minore impressione.
Corse dal suo avvocato:
— Vorrei mutar cognome.
— Occorre un decreto reale, ma c'è un ostacolo.
— ...?
Il testamento di suo zio. Appena lei diventasse mettiamo il signor Alberto Manzoni – scegliamo un cognome illustre – la Congregazione di carità vorrebbe sùbito mettersi in possesso del patrimonio che non servirebbe più a continuare la stirpe dei Coscia. Non ci ha pensato?
Fece e rifece parecchi calcoli.
— Che mai poteva rimanergli, se avesse rinunziato alla maledetta eredità dello zio?
Poco, assai poco! Suo padre era stato uno sciupone sbadato. Fin la casa era inclusa in quella eredità!
Lui, come lui, avrebbe fatto il sacrifizio a occhi chiusi: ma avrebbe poi potuto pretendere dalla Divina: – Vieni a condividere la mia povertà, se ti sembra che il mio amore valga qualcosa? – Lei e i parenti gli avrebbero riso in faccia!

Fu appunto in una di quelle terribili giornate di angoscia che gli scappò detto al Rocchi:
— Non ne posso più! O sono un imbecille o sono un pazzo!
Il Rocchi, che gli voleva veramente bene, allora si credette in dovere d'insistere. E quando potè strappargli, a poco a poco, una mezza confessione, lo prese per le mani, e guardandolo negli occhi, gli disse:
— Ma è possibile che tu sia fanciullo fino a questo punto? E la filosofia a che giova dunque? Non capisco perchè Coscia ti debba sembrare cognome indecente. E tutti i Bocca, i Bracci, i Nasi, i Denti, i Gamba, i Panza, dei quali è popolato lo Stato civile? Hai dimenticato quel nostro collega di Università che si chiamava... No, no! Con quel cognome, quantunque un po' modificato, una signora avrebbe dovuto arrossire di sentirsi nominata... Eppure... Via! via! Io credo che la tua Divina, se non è una sciocca, se è ancora libera... – Sì? tanto meglio! – dovrà dichiararsi felice di poter chiamarsi Coscia; siine certo, fanciullo mio!
Alberto sentiva lo sbalordimento dì chi vien destato improvvisamente nel meglio del sonno e di un sogno. La semplice ipotesi espressa dal Rocchi, che la Divina potesse adattarsi a quel cognome, gli annebbiava nella mente la bionda figura snella, dagli occhi sognanti!
Rocchi poi fu più feroce riguardo alla rinunzia della eredità.
— Caro mio, l'amore, l'Ideale, ne convengo, sono bellissime cose, ma ti lasciano morire di fame, se non hai altro con cui rimediare. L'amore, disgraziatamente, non è eterno; l'Ideale si trasforma, tramonta, e non somiglia al sole che rispunta la mattina dopo. Se la filosofia non insegna questo, che... filosofia è? Il can barbone del tuo professore, quello ah! la sa lunga. Filosofo su la cattedra, nei libri – ne ha scritti? Non lo so; – ma nella vita è uomo pratico. Impara dunque da lui. Credi a me; non c'è donna al mondo che valga trecentomila lire, quando esse sono tutto quel che un galantuomo possiede. E poi, l'Ideale te lo sei goduto cinque anni; dovresti già esserne sazio; sei ingordo, intendi? Come sono contento di aver potuto finalmente penetrare il mistero! Ma sai che sei stato davvero a tocca e non tocca con la pazzia? Ora, lesto, richiesta, fidanzamento, nozze... con fulminea rapidità! Figùrati se quelli della Congregazione non stanno con tanto d'occhi aperti, contano i giorni, le ore, i minuti! Mi ero profferto, ma riconosco che non sono l'uomo più adatto per un messaggio matrimoniale. Il tuo avvocato è persona savia, garbata; quel che ci vuole. E non aver quest'aria sbalordita! O scendo giù, nella via, prendo per la mano la prima signorina che passa, e te la conduco qui: Ecco tua moglie!

— E se accetta... di chiamarsi...? E se non accetta?
Tre giorni di terribili ansietà.
Anche l'avvocato gli aveva detto ridendo:
— Andiamo! Un uomo come lei si preoccupa di queste sciocchezze?
Ma per lui era tuttavia cosa suprema che l'Ideale, la Divina rigettasse sdegnosamente di essere profanata da quel vilissimo cognome.
E non volle, non seppe attendere; gli parve che, in ogni caso, gli era già venuta meno ogni ragione di vivere.
La palla del suo revolver fu però più intelligente di lui; non lo ammazzò.
Quando, dopo due mesi di alternativa tra vita e morte, egli entrò in convalescenza, Rocchi, che lo aveva assistito notte e giorno da infermiere affettuosissimo, fu felice di sentirlo esclamare:
— Com'è bella la vita anche... quando è cattiva!
Alberto Coscia si alzò da letto già guarito dalla ferita al fianco, e dalla malattia dell'Ideale. Il tentativo del suicidio aveva impedito all'avvocato di eseguire l'incarico avuto; e proprio in quei giorni la bionda creatura dagli occhi sognanti si lasciava rapire da un galante chauffeur.
Alberto non ne fu scosso. Disse soltanto:
— Infine, non è gran male l'aver sognato tanti anni!
Il giorno delle sue nozze con una buona e modesta signorina propostagli dall'avvocato, Rocchi fece all'amico il regalo di un simbolico quadro: L'Ideale: Dalla cresta d'un caminetto che si scorgeva appena, in basso, salivano larghe ondate di denso fumo che dileguavano disperdendosi in fondo, lontano, su la vasta campagna illuminata dal sole.



UN SOGNO

— E dove lo mettiamo quel caro Natale Mirone che si farebbe in quattro per un amico?
— Lo ha messo a posto il becchino.
— Morto?
— Quattro giorni fa.
— E non me ne avete detto niente!
— Non era una bella notizia che avrebbe potuto farti piacere.
— Oh, povero Natale! Lo avrei accompagnato volentieri ai Camposanto.
— Gran consolazione pel morto!
— Non scherziamo su certe cose. Era una brava persona, quantunque...
— Già, quantunque....
— Ma la colpa non è stata sua. Si può essere il primo galantuomo del mondo e aver la sventura....
— Sua moglie appunto suol dire: Si può essere la più buona donna del mondo e aver la sventura....
— Di che si lagna?
— Va' a domandarglielo. Io non sono curioso. Il mio metodo è di attenermi alle apparenze. Che ne sappiamo di quel che c'è sotto?
— Le apparenze ingannano.
— Ed io mi lascio ingannare.... Buono questo capretto al forno!
— Mi è passato l'appetito.... Gli volevo bene al povero Natale. Ricordo....
— Eh, via! Sei in un momento di estrema tenerezza!
— Voi non potete capire. Si arriva dopo lunga assenza; ci si fa anticipatamente una festa di rivedere questo, di abbracciare quello; tutta la nostra vita, a una cert'epoca, consiste nelle memorie della giovinezza, nelle testimonianze viventi, i compagni di allora; ed ecco, uno è morto, l'altro è andato in America, il terzo... insomma, spariti tutti! Questa di Natale non me l'aspettavo!
— Hai trovato noi.
— Voialtri siete della seconda generazione.
— Ma come ti è venuto in testa di ricordarlo?
— Finiamo di cenare. Non voglio contristarvi il piacere di quest'ora di dolce intimità che avete voluto procurarmi. Si può bere.... alla salute di un morto?
— Alla salute eterna! – direbbe il parroco.
— Beviamo alla sua cara memoria.
— Beviamo!
Così i quattro amici finirono di festeggiare quella sera il ritorno di don Ciccio Lanuzza al paese nativo d'onde mancava da più di dieci anni.
La cena avveniva nell'«Albergo Nuovo» di cui uno degli amici era azionista. Nuovo sì, ma piccolo: otto stanze in tutto, compresa la sala da pranzo. E quella sera don Ciccio Lanuzza era l'unico passeggero.
Preso il caffè, accesi i sigari, dopo alcuni momenti di silenzio, egli tornò a parlare del morto.
— Povero Natale! Che malattia lo ha ucciso?
— Mah!...
— Si dicono tante cose....
— Se ne dovrebbe, forse, mescolare la Giustizia.
— La Giustizia? Perchè?... Che mi fate sospettare!
— Non sei solo a sospettarlo.
— La moglie?
— O il ganzo.
— O tutt'e due!
— Come? Dopo tant'anni? Che noia gli dava?
— Appunto, forse, perchè accettava tranquillamente il fatto compiuto.
— È un'infamia! E nessuno li denunzia?
— Non ci sono interessati a farlo. Si è trovato un testamento di parecchi anni fa, col quale egli istituiva sua erede universale la moglie.
— E così, ora, don Neli Tasca sposerà la vedova e si godrà....
— Don Neli Tasca è furbo: non sposerà. Con quella donna, non si sa mai....
— E dire che è stato un matrimonio di amore! I parenti di lei non volevano. – Chi sposi? Uno che ancora non ha nè arte ne parte? – Allora Natale Mirone era studente di terz'anno in legge. Vista l'ostinatezza di lei, i parenti, all'ultimo, acconsentirono. La cerimonia religiosa fu quasi lugubre. A sera avanzata, non eravamo una diecina nell'ampia chiesa di cui poche candele accese sull'altare di una cappella rischiaravano l'oscurità. La sposa vestita dimessamente, con l'abito di tutti i giorni, accompagnata soltanto da una zia e dalla madre di lui, tutte e tre con quegli scialli neri che io non ho potuto mai tollerare e che mi mettono di malumore anche oggi quando li rivedo. Scortammo la sposa fino all'uscio di casa sua. Il matrimonio civile fu celebrato un anno dopo, con qualche sfoggio. I parenti di lei ormai si erano rabboniti: e gli sposi che, dalla sera della cerimonia religiosa, si erano sempre visti lei dal balcone, lui dalla via, come due innamorati, andarono ad abitare una casetta di quattro stanze, arredate semplicemente, quella con la facciata verde pisello, non ancora sbiadita, perchè una volta le cose si facevano con coscienza, quella dirimpetto alla chiesuola di Santa Lucia; l'ho riveduta questa mattina, arrivando.
— Don Natale Mirone da cinque anni non abitava più là. Aveva comperata la palazzina dei Nolfo, col giardinetto dietro.... È morto proprio nel giardinetto.
— E non era un vigliacco, posso assicurarvelo. Quella sua incredibile tolleranza è rimasta un gran mistero per me. Una sola volta, da principio, gli ho veduto, momentaneamente, perdere la padronanza di se stesso e con uno che metteva paura ai più arrischiati. Lo avete forse conosciuto: Mastro Nitto, il ferraio, quello che faceva chiavi false pei ladri, e «temperini» di due spanne per gli assassini. Un colosso, con certe braccia, e certi pugni.... Basta! Passavano davanti alla sua bottega. Egli era seduto al sole, senza berretto, con la zucca pelata che stralucciacava. Mi par di vederlo. E Natale, sbadatamente, gli disse: – E che, Mastro Nitto? Ve le cuocete al sole? – E Mastro Nitto, passandosi la lingua su le labbra, rispose: – Voscenza, le sue, e fa bene, se le custodisce col cappellone di paglia. – Non so chi mi diè, quel giorno, la forza di trattenerlo. Un luccicore di belva apparve e sparve nei suoi occhi. Un lampo! Un istante! Poi egli prese il mio braccio e disse: – Grazie!... Ha ragione!... – Ebbi la ingenuità di dirgli: Tu dunque sai? – Abbassò il capo e lo rilevò immediatamente: – Da un pezzo!... Come ignorare? – Fece un'alzata di spalle e non disse altro. Peccato! Un gentiluomo come lui! Un cuor d'oro come lui! Chi non ha sperimentato la sua bontà?
— Bontà fino a un certo punto! Si lasciava sfruttare, senza mai accorgersi che abusavano di lui.
— Altro, se se n'accorgeva!
— Dicono però che in casa, a quattr'occhi, con la moglie era terribile.
— In che modo? Fandonie! Avrebbe potuto prenderla per le spalle e buttarla in mezzo di una strada. Peggio: farla arrestare in flagrante, lei e il suo complice, specialmente dopo che lei si era assestata con don Neli Tasca, e facevano il comodo loro come se il marito non esistesse. Per questo non capisco perchè se lo siano tolto davanti.
— La ragione c'è. Si temeva che facesse un altro testamento.
— Non doveva prendere il permesso da lei.
— Si dice anzi che ili testamento esista, non si sa in quali mani o presso quale notaio.
— Intanto la moglie ha messo fuori quello di anni fa. Non ci sono parenti dalla parte di Don Natale, per far ricerche e tentar di scoprire...
— E il Pretore? I carabinieri? Nessuno ha pensato di aprire gli occhi alle Autorità.
— Chi vuoi che s'impicci con don Neli Tasca?
— Ma com'è avvenuto il fatto?
— Semplicemente. Don Natale faceva la sua solita partita a tresetti nello studio del notaio Radice. Non era allegro; si sentiva indisposto. Io mi trovavo là per caso e stavo a guardare i giocatori. Tutt'a un tratto don Natale si rizzò da sedere, pallido, barcollante. Disse: – Scusate: vado a casa. – Lo accompagnò il giovane del notaio. Egli tornò dopo un quarto d'ora, atterrito, balbettando a stento: – È morto! È morto! – Poi, riavutosi un po', raccontò che il povero don Natale era andato a sedersi su una panca, sotto un albero di arancio dei giardinetto, perchè non si sentiva in forze di far le scale. Accorse la signora. Insisteva domandando: – Che vi sentite? Spericolone! Che vi sentite? – Quasi lo maltrattava. – Su, venite a prendere una tazza di caffè! Spericolone! – E se non c'era il giovane del notaio, il povero don Natale cascava per terra.
— Ora pochi credono al colpo apoplettico, al male cardiaco. Si è osservato che la vedova ha avuto troppa fretta di farlo seppellire; mah!...
— Come... mah?! Bisogna avere il coraggio di avvertire la Giustizia, per scrupolo di coscienza.
— Per buscarsi probabilmente una querela di calunnia?
Don Ciccio Lanuzza quella sera andò a letto commosso e indignato, e stentò a prender sonno. Ma quando si svegliò, tardi, la mattina, non sapeva persuadersi di aver sognato.

Il sogno era stato questo.
Gli era parso di vedersi davanti al letto l'amico, entrato senza far rumore, quantunque l'uscio della camera fosse rimasto chiuso col paletto interno.
— Tu? E mi hanno detto che sei morto!
Si era rizzato a sedere sul letto, tendendogli le mani.
— Non si muore; sono più vivo di prima.
La voce era esile e le parole parevano tremolare, quasi ondulare dietro la gola prima di uscire dalle labbra smorte che si movevano appena.
— Son venuto per ringraziarti di quel che hai detto ieri sera di me. È vero: mi hanno avvelenato!...
— Dunque sei morto!
— Non si muore, ti ripeto. Si sparisce, perchè gli occhi nostri non riescono a vedere.
— Che posso fare per te? Denunziarli?
— È inutile.
— Dovranno godersi il tuo patrimonio gli assassini? Hai lavorato tanto! È una infamia!
— Non se lo godranno. Vedi? Questo è il mio ultimo testamento. L'amico a cui era affidato è morto due giorni dopo di me. Sono andato a riprenderlo dalla cassetta dove stava riposto. Vuoi leggerlo?
Il foglio di carta, spiegato, si agitava nell'aria quasi la mano che lo porgeva stentasse a sostenerlo.
— Non importa!
Lanuzza cominciava ad avere paura di trovarsi faccia a faccia col fantasma del suo amico.
— Andrò a rimetterlo dov'era. Lo ritroveranno.
— Ma... spiegami, come mai tanta tolleranza da parte tua?
— Dovevo scontare. Quel che ho sofferto nessuno lo saprà mai.
— Scontare che?
— Non puoi capirlo.
— E ora, che vuoi da me?
— Dovrai dire al Pretore: C'è un testamento in casa degli eredi di don Tino Lo Faro, in fondo alla terza cassetta a sinistra della sua scrivania. Andate a cercarlo. Grazie... Addio! Addio!
Don Ciccio Lanuzza, destatosi di soprassalto, si trovò a sedere sul letto, con le gambe penzoloni dalla sponda, con brividi per tutta la persona, e un gran sgomento nel cuore.
Dalle fessure dell'imposta già penetrava nella camera la luce del sole. Saltò giù dal letto e principiò a vestirsi.
— Sogno?... Realtà?...
Egli era un po' scettico, un po' libero pensatore, quantunque intorno a certe cose pensasse assai poco. Ma il ricordo di quel che aveva visto e udito in sogno era così vivo e così netto che, udito e veduto da sveglio, non avrebbe potuto essere più netto e più vivo.
Ordinariamente, nel sogno c'è sempre qualcosa di indeciso, di confuso, di scucito. Invece egli rivedeva l'amico un po' pallido, un po' dimagrito; aveva nell'orecchio l'accento alquanto fievole ma chiaro, con cui quello aveva parlato, e gli pareva di sentirsi ripetere le precise indicazioni: – Nella terza cassetta a sinistra.
Ma, aperta la finestra, lavatosi, terminato di vestirsi, l'impressione del sogno si attenuava, lo faceva sorridere. Ieri sera avevano parlato tanto del povero Natale Mirone, del sospetto di avvelenamento, della probabile esistenza di un ultimo testamento; e, nella nottata, l'immaginazione aveva lavorato, aveva lavorato.... Via! Quando si muore è per sempre! E gli parve fin ridicolaggine il parlarne agli amici che vennero a trovarlo all'albergo quantunque provasse nell'animo l'incitamento continuo di dire:
— Sentite che sciocchezza ho sognato!
La notte appresso, però, riecco l'amico Natale. La sua persona emanava una sottile fosforescenza che la faceva distinguere benissimo nel buio fitto della camera.
— Mi fai soffrire! Perchè non sei andato dal Pretore?
— Scusa, mi è parso...
— Come siete vanitosi e ignoranti voi vivi! Andrai? Giurami che andrai! Dammi la mano.
— Te lo giuro!
La sensazione del ghiaccio di quella mano lo fece destare tutt'a un tratto.
— Ma dunque non era sogno? Possibile?
E la mattina dopo andò dal Pretore, giovanotto quasi imberbe che faceva le sue prime prove giudiziarie, da incaricato.
Si era fatto presentare da uno dei suoi amici, il quale aveva voluto, prima, esser rassicurato ohe non si trattava di denunziare il sospetto di avvelenamento.
— No; si tratta di un sogno.
— E vuoi raccontarlo al Pretore?
Il giovane magistrato sospese l'istruttoria di un processo di furto e ricevè con aria di grande curiosità la visita del Lanuzza che già conosceva di nome.
Don Ciccio cominciò a parlare un po' imbarazzato.
— Non vorrei che il signor Pretore credesse a uno scherzo di cattivo genere. Ho esitato, anzi non ho voluto, ma poi... Nei casi come questo è pericoloso credere e non credere. Pericoloso veramente no. Infine, tentando, non si nuoce a nessuno.
— Parli pure, tagli corto i preamboli.
Durante il racconto di don Ciccio, il Pretore aveva fatto uno sforzo per mantenersi serio. All'ultimo, disse ridendo:
— E lei presta fede ai suoi due sogni?
— Per dire la verità.... Ma ho letto, non so dove, di sogni veridici che si sono verificati punto per punto....
— È forse spiritista?
— Oh, no! – protestò don Ciccio. – Se lei però volesse provare.... Sarebbe bella che si trovasse davvero il testamento in casa dei Lo Faro! Non si può sospettare di un trucco. Io manco da dieci anni da questo paese. Fino a due giorni fa ignoravo la morte del mio amico. E poi... due notti di sèguito: – Nella tale cassetta! – Facciamo come san Tommaso, che credette dopo ch'ebbe toccato....
— Mette in gran curiosità anche me.
Andarono di sera, Pretore, Cancelliere e i due amici, zitti zitti, con grand'allarme della famiglia Lo Faro.
— Scusino; si tratta semplicemente di ritrovare una carta affidata all'amicizia e all'onestà del loro rimpianto capo di famiglia. Terza cassetta, a sinistra: numero e posto precisi.
Silenzio profondo; tutti ansiosissimi attorno alla scrivania.
Al Pretore, che poco prima faceva il bello spirito, tremava la mano nell'infilare la chiave nella toppa.
La cassetta era piena zeppa di carte: lettere, ricevute, note di fornitori. All'ultimo, proprio addossata al fondo, ecco una busta gialla, con cinque suggelli e la soprascritta: Testamento olografo del signor Natale Mirone, consegnato all'amico don Tino Lo Faro.
Tutti si sentirono correre un gran brivido per le ossa.
Il Pretore strappò la busta, e aperse il foglio, Don Ciccio Lanuzza impallidì riconoscendolo per quello veduto in sogno.
— Un pezzo di carta, inutile! – esclamò il Pretore. – Manca la firma. Dice: – Io qui sottoscritto, sano di corpo e di mente... – Di mente no, perchè ha dimenticato l'essenziale.
— È la sua scrittura! Ma se non c'è la firma....
La delusione fu grande. Don Ciccio, dopo questa gran prova, attese inutilmente, tante nottate, che l'amico Natale venisse a dargli qualche schiarimento.
E ogni volta che raccontava il suo veridico sogno, soleva aggiungere:
— Anche i morti sbagliano! Sbagliano tutti! E dire che se non mancava la firma, a quest'ora la vedova e il suo ganzo non riderebbero alle spalle dell'assassinato! La giustizia di questo mondo va così; e – soggiungeva a bassa voce – anche quella dell'altro, a quel che pare!



ARME RITORTA

Non lo poteva soffrire... indovinate perchè? Per la estrema gentilezza delle sue maniere. A ogni suo atto, a ogni sua parola, a ogni suo gesto bisognava dirgli: Grazie! Grazie! Sorridergli, stringergli la mano... Ed era, per Rocco Biagi, un'oppressione, un soffocamento!
Non già che egli fosse duro di cuore, incapace di apprezzare un favore, una cortesia; lo irritava l'eccesso. E Bortolo Giani – bisogna riconoscerlo – eccedeva.
Rocco glielo diceva a modo suo, con tono di voce tra serio e scherzoso:
— Tu dovresti apprendere a fare qualche piccola sgarberia, per intermezzo, per dar più valore e sapore alla squisitezza dei tuoi modi. Una grossa sgarberia non guasterebbe. Anzi! Anzi!
— Ma io....
— Sta' zitto! Tu somigli a certe paste.... troppo dolci. Il guaio è che mentre nessuno può forzarci a mangiarne più di una, invece, con te non si sa come rifiutare....
— Ma io....
— Sta' zitto! Prova. Vedresti che mirabile effetto! Un'impertinenza, una sgarberia di Bortolo Giani! Impagabili!
— Intanto, scusa....
— Ci siamo!
L'altro giorno tu dicevi...
— Dio mio! Con te non si può neppur fiatare!...
— Chiami fiatare lo esprimere un desiderio, così, senza nessun'intenzione di incomodare qualcuno?
— Mi metti paura!... Che cosa ho detto l'altro giorno?
— Che avresti pagato un occhio....
— È un modo di dire.
— Lo so. Ed io, per caso, ho trovato, senza che tu sia costretto.... a pagarlo un occhio. Ecco qua!
Ogni volta così. Rocco Biagi si sentiva annichilito davanti a tanta cortesia.
Gli altri compagni di ufficio ne abusavano: – Giani, scusa.... questo! Giani, scusa, quello! – Giani era diventato il servitore di tutti, ma lo faceva così volentieri, ma sembrava così deliziato di poter rendere un servigio, che quasi sarebbe parso villania risparmiarlo. Ne abusavano e ne ridevano tra loro. Qualcuno aveva tentato anche di sfruttarlo; ma su questo punto dei quattrini, Bortolo Giani trovava sempre modo di scusarsi, specialmente se la somma richiesta superava le dieci lire. E la scusa era sua moglie.
— Quella benedetta donna!... Mi fa i conti addosso! Non posso disporre di venti lire a modo mio!
— Ribèllati! Infine sono sangue tuo!
— Ribèllati! Ci vuol poco a dirlo. E la pace domestica?... Quella benedetta donna!
E ripetendo queste ultime parole pareva masticasse tossico.
Tutti ne convenivano: Giani aveva una bella moglie; quasi non se la meritava.... Ma quella benedetta donna doveva esser tutt'altro che benedetta nella intimità della casa.
Giani, sospettavano, n'era forse geloso. Sospettavano di gelosia anche lei. Probabilmente, quella che Giani chiamava la pace domestica era proprio il contrario. Li spiavano, tutte le domeniche, quando i due coniugi facevano la passeggiata pel Corso, per via Nazionale, o stavano seduti a un tavolino davanti a un caffè, sorbendo una bibita, prendendo un gelato, scambiando poche parole, quasi non avessero niente da comunicarsi.
I colleghi passavano, salutavano e non osavano di accostarsi con qualche pretesto, tanto l'aspetto serio, rigido della signora sembrava poco incoraggiante. E neppur Giani faceva un gesto, nè diceva una parola di cortesia. Marito e moglie mostravano evidentemente di non voler essere disturbati nel godimento di quella intimità al cospetto di tutti.
Perciò, una domenica, i colleghi furono molto maravigliati d'incontrare per via Nazionale Rocco Biagi che dava il braccio alla signora Giani, e di vederli poi seduti a un tavolino, sul marciapiede; la signora e Rocco intenti a prendere uno schiumone identico, di pistacchio, e Giani che sorseggiava deliziosamente un gran bicchiere di birra, uno scioppe, egli diceva.
Che cosa era avvenuto?
Soltanto questo. Giani aveva fatto a Rocco Biagi una gentilezza tale... che lo aveva proprio messo fuori della grazia di Dio. Strano tipo quel Biagi! Un altro avrebbe dimostrato all'amico tutta la sua immensa gratitudine; non si trova a ogni piè sospinto chi, zitto zitto, senza di esserne richiesto, va a pagare alla Banca una nostra cambiale sul punto di essere protestata.
Biagi si era lasciato cogliere alla sprovveduta. Non si trattava di somma enorme; ma accade anche a un banchiere di non avere qualche volta in cassa poche centinaia di lire. Se non che il banchiere sa dove andare a trovarle, e lui, Biagi, aveva fatto quattro inutili tentativi per cavarsi d'impaccio. Da due giorni, era di tristissimo umore. Giani gli si aggirava attorno, senza avere il coraggio di domandargli.
— Che hai? Ti senti male?
Attendeva una confidenza.
Biagi, che paventava l'assalto di una cortesia, restava muto, imbronciato, al tavolino, masticando la punta del sigaro che gli si era spento fra le labbra.
Giani gli vide cavar di tasca una busta gialla con intestazione stampata, e poi estrarre dalla busta un fogliolino stampato anch'esso; un avviso di pagamento bancario; non c'era da ingannarsi... Ah! Per questo il povero Biagi era impensierito, agitato.... Ma come dirgli:
— Ho capito: tu hai un effetto da pagare e non hai con che pagarlo! Se non si trattasse di somma rilevante!...
Era un mescolarsi degli affari altrui.... E Biagi non transigeva su questo punto; la sua estrema delicatezza faceva cascar le braccia a chiunque. Povero Biagi!
Un usciere entrò a chiamarlo. Quel Capo-sezione arrivava in mal punto.
— Accidenti!
Biagi era scattato dalla seggiola a bracciuoli con tale impeto di stizza da sembrare che corresse a strozzare chi lo aveva disturbato.
Così Giani potè indiscretamente osservare l'avviso di pagamento del Banco di Napoli lasciato da Biagi sul tavolino, impossessarsene, chiedere sùbito il permesso di un'ora per un affare urgente, e tornare in ufficio con la cambiale ritirata; si trattava di trecentocinquanta lire!
E fece un po' di commedia.
Trovò Biagi che metteva sossopra le carte del tavolino, rabbiosamente.
— Scusa, che cerchi?
— Un fogliolino. L'ho avuto tra le mani poco fa....
— Permetti? Ti aiuto a cercare.
— No, grazie! Non occorre.
Intanto continuava a frugare febbrilmente.
Giani, prese in mano una pratica, finse di sfogliarla e poi disse:
— Questo, forse?...
Come vide la sua cambiale già pagata, Biagi diè uno sbalzo:
— Ma, Giani!... Ma Giani! Questo è troppo!
— Ti sei offeso? Ho creduto....
— Grazie!... Ma è troppo!... Avevo tempo fino alle tre di domani. Grazie!... Oh! Con te non c'è verso!... Ora sono tuo debitore.... Ecco!... La Banca non è una persona.... Grazie, sì, grazie, ti dico!... Intanto, capisci.... è troppo!... Tieni tu la cambiale, finchè.... No! No! Giani! È troppo!
E tentò d'impedirgli che la facesse in minutissimi pezzi!
Un altro sarebbe saltato al collo del generoso salvatore; ma Biagi si sentiva così sopraffatto da quella non richiesta gentilezza, così mortificato – diceva tra sè – da quella gratitudine imposta, da quella schiavitù morale che, anche dopo il pagamento, sarebbe durata ancora, da non accorgersi che, nonostante le belle parole e i: – Grazie! Grazie! – si comportava, per lo meno, da ineducato verso il buon Giani, rimasto là, confuso, un po' stupìto di quel contegno inatteso.
— Scusa, Biagi, se mi son permesso....
— Chiedi anche scusa? Ma, Giani!... Giani!...
E parve gli tenesse il broncio durante i tre o quattro giorni che gli occorsero per trovare da uno strozzino le trecentocinquanta lire da restituirgli, lieto che per esse, in sei mesi, dovesse renderne cinquecentotrenta.
La cosa aveva irritato tanto più Biagi quanto più insolito era l'atto di Giani, sempre pronto, prontissimo a rendere ai colleghi e agli amici piccoli o grandi servigi di qualunque sorta, all'infuori di servigi che riguardassero danaro. Arrivava, con alcuni, fino al prestito di dieci lire, ma se il debitore fingeva di scordarsene, Giani era là per rammentarglielo, protestando.
— Con quella benedetta donna! Mi fa i conti addosso!
Come mai ora non aveva esitato di metter fuori trecentocinquanta lire, spontaneamente? Forse perchè lui, Biagi, non gli aveva mai detto: Prestami due soldi, neppur per ischerzo? Voleva, dunque, obbligarselo a ogni costo?
Più ci pensava e più Biagi diventava furibondo contro il povero Giani, dimenticando che quel giorno di scadenza egli era stato il suo salvatore. In certi momenti si accorgeva di aver torto e si proponeva di mostrarsi meno scortese, meno burbero con lui; ma a un nuovo atto di gentilezza – e Giani era inesauribile, era incorreggibile! – la soperchieria del pagamento della cambiale gli tornava alla gola, come cosa indigesta, quantunque già fossero trascorsi parecchi mesi.
E spesso, a ogni nuova piccola cortesia, Biagi si sorprendeva a fantasticare brutalmente un potentissimo mezzo di sbarazzarsi di Giani, d'inimicarselo, se pure quell'uomo era capace di diventare nemico!
Aveva trovato! Almeno, gli era parso di aver trovato, giacchè su Giani si poteva contare fino a un certo punto.
E quella domenica che i colleghi lo avevano incontrato per via Nazionale con a braccetto la signora Giani e il marito dall'altro lato, e li avevano poi visti tutti e tre seduti a un tavolino davanti un Caffè, Biagi aveva iniziato il suo terribile progetto, soffocando nella coscienza ogni tentativo di anticipato rimorso, anzi rallegrandosi internamente di vedere che il suo progetto trovava meno ostacoli di quelli ch'egli non avesse immaginati.
Biagi era un bell'uomo, si poteva quasi dire un bel giovane, a trentadue anni. Giani, che aveva due anni meno di lui, ne mostrava più di quaranta.
Nel presentarlo alla moglie, Giani aveva soggiunto:
— Il più gran scavezzacollo del nostro ufficio!
Non era vero; ma godeva di questa fama, e Biagi lasciava dire, protestando appena con un oh! pieno d'ipocrisia, ogni volta che qualcuno, per adularlo, gli ripeteva quella frase.
Giani aveva creduto a un incontro fortuito, non potendo immaginare che Biagi li avesse seguìti un bel pezzo e avesse già preparato quell'incontro faccia a faccia.
— Dunque è pericoloso mostrarsi in pubblico assieme con lei!
La signora Giani aveva preso un grazioso atteggiamento di paura.
— Oh, signora! Si accorgerà sùbito che sono l'uomo più innocuo di questo mondo.
E siccome, sorbendo il gelato, ella aveva insistito su quel pericoloso, Biagi, quasi sottovoce, le aveva ripetuto:
— Il pericolo è.... altrove!
Complimento che le aveva fatto abbassar gli occhi e abbozzare un lieve sorriso di modesta compiacenza.
Da certe mosse, da certe parole quasi involontariamente scambiate, Biagi capì che tra marito e moglie non potevano esserci quelle cordiali relazioni supposte da tutti, vedendo la vita appartata che i Giani menavano.
— Probabilmente – pensò – la povera donna è soffocata sotto il peso delle cortesie, delle amabilità, delle tenerezze del marito! Se è asfissiante fuori, con gli amici, figuriamoci che deve egli essere in casa!
Era bella, fresca la signora Giani, ma un po' goffina, un po' impacciata, e con qualcosa di grossolano, di rozzo in certi atti, in certe espressioni della voce; ma per Biagi però era la moglie di Giani, quasi come dire del suo più fiero personale nemico, dell'opprimente, del soffocante, dell'inevitabile, gentilissimo, cortesissimo Giani! E questo bastava per fargli scorgere soltanto i pochi pregi esteriori della donna e non curarsi del resto.
Tardi Biagi si avvide che invece di prendere era stato preso.
La signora Giani – Làlia, come era già arrivato a chiamarla – non aveva opposto molta resistenza.
— Fo male, lo so; ma se lo merita!
Possibile? Bortolo Giani, il mellifluo, il cortesissimo, il gentilissimo era un brutale tiranno nell'intimità? Làlia rappresentava dunque una schiava che rompeva le sue catene, una vittima che prendeva la sua rivincita?
E se la sentiva tremare fra le braccia come scossa da terribili presentimenti, e cominciava a provare anche lui certi brividi, quando Làlia sembrava di divertirsi nell'immaginare tranelli, nel supporre raffinate combinazioni di vendetta da parte del marito che, per ora, fortunatamente non si era accorto di nulla o fingeva di non essersi accorto di nulla.... a fine di rassicurare i colpevoli e sorprenderli quando meno se lo sarebbero atteso.
Quel che Làlia ideava per deviare i sospetti del marito era proprio incredibile: una specie di corsa vertiginosa da appartamentino ad appartamentino, da camera mobiliata a camera mobiliata, da albergo ad albergo fuori mano.
E ciò contribuiva ad accrescere per Biagi il valore della vendetta. Aveva pensato, quando la realtà presente era un semplice maligno progetto, aveva pensato anche alla tragica scena finale, alla rottura irrimediabile con cui sarebbe riuscito a levarsi di torno l'oppressione, il soffocamento di quell'uomo, e sarebbe stato per sempre.
Ma ora cominciava a riflettere:
— Va bene! Va bene! E quando mi sarò liberato, di lui, anche a costo di un duello – vado agli estremi – come dovrò poi fare per liberarmi dalla moglie?
Giacchè non poteva rimanere con quel laccio al collo, laccio che cominciava ad essere impaccioso per le pretese, le esigenze, i capricci, le testardaggini con cui, a poco a poco, veniva fuori una Làlia molto diversa da quella che si era mostrata nelle prime settimane della loro relazione. Allora Biagi non aveva punto badato a certe rozzezze, a certe grossolanità; ma ora, dopo otto mesi – la cosa si era prolungata troppo! – la vendetta contro Giani gli sembrava comprata un po' caramente.
Spesso, davanti a quell'uomo che non cessava, in tutte le occasioni, di colmarlo di cortesie, di gentilezze di ogni specie, Biagi si sentiva avvilito, mortificato; ma quasi sùbito si lasciava vincere dalla incoercibile irritazione che le troppe cortesie e gentilezze gli producevano, e una volta, fu sul punto di gridargli, davanti ai colleghi di ufficio:
— Ma lo sai che cosa ho fatto? Ti ho fatto!... Ti ho fatto!...
E lui stesso non sapeva com'era riuscito a frenarsi.
Da qualche giorno, Biagi aveva notato certi misteriosi confabulamenti dei colleghi di ufficio, dai quali egli era escluso. Giani andava da un tavolino all'altro, da una stanza all'altra, tirava in disparte ora uno, ora l'altro dei colleghi. E siccome Biagi, insospettito, – aveva la coda di paglia – domandò: – Io sono scartato? – Giani, con aria di insolita serietà, aveva risposto: – Appunto! Appunto! Quantunque.... si tratti di te.
— Di me? Ma io non permetto...
— Permetti o non permetti...
— Permetterai, fino a domattina – intervenne un collega ridendo.
Si era dimenticato che il 16 di agosto avveniva il suo onomastico. Giani aveva organizzato una piccola festa di fiori e una colazione al Pozzo di S. Patrizio. Biagi trovò su la sua cartella un cumulo di carte da visita con augurii e l'invito a colazione disegnato a penna da uno dei colleghi che aveva pretese artistiche.
Ma quando seppe che tutto questo era stato affettuosamente organizzato da Giani, fu preso da un incredibile impeto di collera misto a brevi scoppi nervosissimi di risa. Voleva protestare, e non riusciva a dir altro:
— Ma.... Giani! È troppo!... Ma, Giani!
— Troppo? Troppo?... Niente a petto del servizio che tu mi hai reso!
Giani lo abbracciava, lo baciava, tornava ad abbracciarlo.... E rivolto agli amici poi disse:
— Si è preso mia moglie!... Mi ha liberato di mia moglie!... Da oggi in poi, ritornerò scapolo!... Non ne potevo più! Grazie, grazie, caro Biagi! Non ne potevo più!
Biagi, pallido come un morto, stringeva i pugni, tremando da capo a piedi sentendosi ridicolo davanti a Giani e ai colleghi. I quali si erano guardati in faccia domandandosi con gli sguardi se Giani non era improvvisamente impazzito.
Alcuni, per evitare un malanno, lo condussero via.
— C'è un malinteso, Giani! Biagi non è capace.... E tua moglie poi....
Allora Giani si sfogò rivelando che terribile donna fosse sua moglie nell'intimità: villana, prepotente, inesorabile, testarda, una lingua che non riposava mai, che assaliva da tutte le parti. Egli non sapeva spiegarsi come mai Rocco Biagi si fosse indotto.... E, in ogni modo, gli era grato, gratissimo di quel che gli aveva fatto, qualunque fosse stata la sua intenzione. Povero Biagi!... Lo compiangeva!...
— Sarà difficile che se ne sbarazzi – soggiunse. – Io, per non commettere una enormità, ho dovuto far provvista di bontà, di cortesia, di amabilità fuori di casa; per distrarmi anche. Povero Biagi! Non saprò mai, mai, ringraziarlo abbastanza!... L'ho abbracciato e baciato sinceramente. Diteglielo, per confortarlo. E ditegli che, per evitare d'incontrarci in ufficio, mi son fatto mutare di sezione.
Biagi non si aspettava questo strano risultato.
— L'arme si è ritorta contro di me! – disse a un amico che gli accennava dalla lontana quello che era avvenuto. Intanto, finalmente, mi sono liberato dalle asfissianti cortesie del marito!
Non avrebbe confessato, per puntiglio, a qualunque costo, che ora lo avrebbe preferito volentieri a la moglie!



LA TRAGEDIA CHE....

— Accadono tutte a me! – soleva esclamare Coraldi ogni volta che gli capitava qualcosa un po' fuori dell'ordinario.
Quel tutte era, evidentemente, un'esagerazione. Che ne sapeva lui di quel che toccava agli altri in questo mondo di guai? Ma la mattina che l'amico Borelli lo vide arrivare a casa sua alle sei e mezzo, con quel diluvio che veniva giù, interminabile, dalla sera precedente, inzuppato d'acqua nonostante l'ombrello e così sconvolto che le parole gli uscivano a stento di bocca, non osò neppur di sorridere sentendolo esclamare desolatamente:
— Accadono tutte a me, caro Borelli!
In altra circostanza Borelli lo avrebbe mandato al diavolo. Gli aveva interrotto, sul meglio, un sogno così significativo che, pur sognando, egli pensava; – Se ne possono cavar tre numeri per l'estrazione di Napoli, infallibili! – Svegliato di soprassalto, il sogno gli si era intorbidato nella mente da non fargli più raccappezzare i numeri da cavarne. E chi sa la gran debolezza di Borelli pel Lotto, quantunque giocatore costantemente disgraziato, comprenderà l'impressione ricevuta dall'aspetto sconvolto di Coraldi, se riflette che gli rispose soltanto:
— Non mi spaventare!... Che ti accade?
— Ho mutato casa da otto giorni.
— Ti trovi già male nella nuova abitazione?
— No. Anzi! Padrona di casa un'amabile signora, quasi vecchia, vedova di un capitano di marina. Pensione discreta. Ma... caro Borelli, stammi a sentire e consigliami. Si tratta di cosa gravissima!
— Allora, permetti che mi vesta. Intanto la donna ci preparerà una tazza di caffè, e potremo discorrere con comodo. Faccio in un batter d'occhio.... Che tempaccio!
La pioggia sbatteva violenta sui vetri della finestra.
Pur sapendo che Coraldi desse, molte volte, grande importanza a cosine da niente, l'ora, la pioggia, l'aspetto e la voce turbata dell'amico avevano messo Borelli in grandissima curiosità.
E perciò, seduto davanti al tavolinetto dove la donna aveva posato il vassoio con le tazze, la zuccheriera e il bricco del caffè, cominciando a sorbire la bevanda versata, disse a Coraldi, seduto di faccia a lui:
— Dunque.... cosa gravissima?
— Che non riguarda me direttamente. – rispose Coraldi. – Ma la mia coscienza dai galantuomo vi si trova implicata, perchè non so se devo denunziare un delitto o lasciare che l'ignoto autore di esso rimanga impunito.
— Senti: a priori, come dice il nostro comune amico Ratti, io penso che di delitti e di assassini deve occuparsi la polizia. Perchè lo Stato paga questori, commissari, guardie, carabinieri, senza contare i confidenti che guadagnano più degli altri? Quando un privato se ne mescola, è come se dicesse a quella gente: – Che ci state a fare? – A priori dunque ti consiglio: fa conto di non saper niente.
— Ma io, per caso, mi trovo in mano un terribile documento.
— Distruggilo. Cotesto tuo delitto...
— Mio?
— Cotesto delitto di cui tu possiedi il segreto non sarebbe il primo nè l'ultimo che rimarrebbe impunito. È spaventevole: la statistica degli assassini dei quali non si scopre nessuna traccia supera il settanta per cento di quelli che la giustizia arriva a punire!
— Possibile?
— Bevi il caffè; ti si fredda. Cito a memoria – continuò Borelli: – un centinaio di meno o di più non vuol dire. Ed ora non dovrei domandarti neppur io: – Che documento? – Ma poichè tu vuoi un fraterno consiglio....
— Ecco qua!
Coraldi trasse dallo sparato del panciotto una busta gialla ripiena di carte. Erano cinque fogli di formato diverso, coperti da fitta e minuta scrittura, già rabbiosamente sbrancicati e avvoltolati.
— Ho dovuto quasi stirarli per poterli leggere, e andare poco oltre la metà. Poi ho avuto paura, e son corso da te. Ho interrogato la padrona di casa: – Scusi, che persona era l'inquilino di cui ho occupato la camera? – Strano, orso! – ha risposto. – Passava le giornate in casa, scrivendo e leggendo giornali; ne comprava sei o sette, anche francesi e inglesi. Verso le sei desinava, faceva pensione da me, e poi andava fuori fino alla mezzanotte. Per un uomo della sua età – pareva, ma non era vecchio – questo genere di vita mi faceva una certa impressione. Ma pagava puntualmente, non sofisticava intorno al servizio. In due mesi che ha abitato qui mi ha rivolto appena venti parole. La gente chiusa mi piace poco; per ciò sono stata contenta di vederlo andar via. – Avrei voluto sapere – continuò – qualcosa di più, dopo che nella cassetta di fondo del cassettone avevo trovato impigliati questi fogli in maniera che soltanto aprendo molto la cassetta potevano essere scoperti. Cominciai a leggere stentatamente; la calligrafia era minuta e non chiara. Da principio mi era parso di aver trovato l'abbozzo di una novella, di un racconto, con tutte le scancellature e i rifacimenti della introduzione; ma poi mi son convinto che si tratta di una specie di auto-denuncia, come sogliono farne certi assassini per invincibile bisogno di confessare; per smargiasseria di gente che crede di poter rimanere impunita, per audace sfida alla polizia, o con l'intenzione di sviarla, d'ingannarla. Giudica te.
Coraldi porse i fogli a Borelli, dimenticando che egli era miope.
— Leggi tu; risparmiami questa fatica – disse Borelli.
Accese una sigaretta, si sdraiò su la poltrona, invitando l'amico a sedersi sul canapè, e stette ad ascoltare Coraldi che leggeva a bassa voce, quasi avesse paura di essere udito da un Commissario di polizia.

— Leggo tutto, anche le cancellature; sono importanti per comprendere lo stato d'animo di colui che ha scritto:

«Signor Questore,


Mi denuncio da me per evitare che qualche innocente potesse essere imputato....»

Pensò meglio, scancellò e riprese daccapo:

«Signor Procuratore del Re,

«Sto per commettere uno degli atti che voialtri uomini di Giustizia chiamate delitti. Per me è un atto di Giustizia più sicuro e più sincero di quelli che emanano dalla vostra autorità. Vi sono circostanze nella vita in cui l'individuo diventa, per diritto naturale, giudice e giustiziere, e forse dovrei dire: per diritto divino. Ho inquisito, ho fatto il processo con imparzialità; ho condannato con piena coscienza; più tardi eseguirò...».

Non fu contento neppure di guasto esordio. Vi diè un frego rabbioso – guarda – e ricominciò con scrittura agitata, rapida, un po' deformata.

«Signor Procuratore del Re,

«Tra poche ore compirò un atto di vendetta, cioè di giustizia, perchè la vostra Giustizia, infine, non è altro che l'ipocrisia della vendetta sociale. Non cadrò nelle vostre mani. Ho già preso le più sicure precauzioni per sviare le vostre ricerche. Non avrò bisogno di nascondermi, di fuggire. Vi passeggerò sotto gli occhi, verrò nelle vostre aule, assisterò alle vostre discussioni per vedervi brancolare nel buio.... E forse dovrò fare uno sforzo per non gridarvi in viso....»

O manca qualche pagina, o egli si sentì spinto a buttar giù alcuni particolari per fissarli e non dimenticarli.

«Sì, lo so: l'amore non s'impone; ma chi l'aveva mai costretta a fingere? Le ero stato dietro otto mesi, implorando più con gli occhi che con le parole, perchè la passione mi aveva reso timido più di un fanciullo. E la mattina che ella mi domandò, maravigliata: – Ma dunque mi amate davvero? – io non seppi rispondere neppure: – Sì, vi amo davvero; – tanta fu la commozione prodottami dalla soave ingenuità che mi parve di sentire nella sua voce e di scoprire nel suo sguardo!
«Ha occhi neri, grandi, ombrati da lunghe ciglia. Sono stati questi occhi che han prodotto l'incantamento. Saranno chiusi, tra poche ore, e per sempre.
«Che gran dono ha fatto la natura all'uomo dandogli in balìa la vita altrui! Se non si potesse uccidere, il mondo sarebbe il peggiore degli inferni. In questo momento io assaporo un'immensa felicità pensando che è in mio arbitrio spezzare il filo della malefica esistenza che mi ha fatto soffrire le...»
Ha scancellato fittamente; credo che aveva scritto: le pene più atroci e che non gli fosse sembrato di aver detto abbastanza.
«È un'infamia! Perchè ci è stato messo nel cuore questo assurdo bisogno dell'esclusivo possesso della persona amata? L'amore è l'attimo, l'istante.... Ah! Ragiono bene! E intanto mi preparo a smentirmi col fatto.
«Non lo nego: ella mi aveva confessato tutto. Prima che io la conoscessi, era stata di parecchi. Aveva abbandonato, l'avevano abbandonata, brutalmente. Con certe donne noi non ci crediamo obbligati neppure ad essere persone educate, non dico indulgenti. La colpa era stata un po' sua; molto di altri che l'avevano stimata cosa, non creatura umana. Così la perversione si era insinuata nel suo cuore, nel suo carattere. Credevo di essere arrivato a scancellarne ogni traccia. Eh, sì! La donna è un abisso senza fondo.
«Non ne potevo più. Il sospetto finalmente era diventato certezza! Eppure osavo ancora di lusingarmi.
«Ho pensato sempre che la donna che tradisce è un rettile sozzo – anche l'uomo, s'intende; non voglio accordarmi privilegi. Bisogna schiacciarli col piede. Ma quando si ama! Il terribile è appunto questo: quando si ama!... -
«Lidia doveva credersi sicura di non poter essere non che scoperta, sospettata. Era allegra; canticchiava, diceva cose buffe delle quali rideva anche prima di metterle fuori; non si accorgeva del mutamento avvenuto in me, da qualche giorno. Che significava? Che non glie ne importava niente.
«Ieri le dissi a bruciapelo:
« – Tu mi tradisci!
« – Ti tradisco? – rispose. – Faccio quel che mi pare. Non sono una schiava.
«E siccome io le sbarravo gli occhi in viso, quasi atterrito di tanta spudoratezza, soggiunse:
« – Perchè sono la tua amante? Anche tu hai goduto di avermi indotta a tradire un altro! Vuol dire che è lecito, che è permesso. Non fare il ragazzo.
« – Lidia! – le gridai. – Lidia!
«Riprese a canticchiare, come se il mio grido di suprema angoscia non le fosse penetrato negli orecchi, non fosse arrivato al suo cuore!
«Il momento era quello: un lampo mi aveva attraversata la mente e fatto fremere da capo a piedi; le mie dita si erano contratte come artigli che si apprestavano ad afferrare, a stringere, a dilaniare.... Non avrei dovuto lasciar trascorrere quel momento di bestiale ferocia; e a quest'ora!... Si vede che fin nelle più grandi crisi della nostra intelligenza veglia, potentissimo, l'istinto della personale conservazione. Mi vidi arrestato, condannato....»
— Qui ci sono otto righi scancellati in maniera da non potersi affatto leggere.
— Non importa; prosegui –disse Borelli. – Insomma, l'ha ammazzata? Non l'ha ammazzata?
— Ho letto soltanto fino a questa quinta cartella. Ha mutato penna e inchiostro. Qui si parla dei preparativi; mette i brividi addosso per la freddezza con cui scrive:
«No; deve accorgersi che sconta una colpa; deve vedersi morire e sapere perchè, – Desdemona, avete detto le vostre orazioni? – Lidia forse non ha pregato mai. Forse nessuno le ha mai fatto comprendere che si possa, che si debba pregare. Meglio così. Non ci saranno indugi. La giovinezza? Ci son donne invecchiate senza aver mai provato nè goduto la più piccola parte di quel che ha goduto e provato costei; donne oneste, donne buone che invece hanno sofferto, hanno pianto.... Lidia, avete detto le vostre orazioni? Le parrà una parodia, e sarà una tragica verità. Perchè queste parole dello Shakespeare mi tornano insistentemente alla memoria? Non morrà soffocata come Desdemona, tra due guanciali; sarebbe troppo onore per lei far la fine della buona moglie del Moro di Venezia.... Morrà annegata, precipitata tra gli scogli.... Ho visitato questa mattina la località....»

«Signor Procuratore del Re...»

— Ecco disse Coraldi. – Arrivato fin qui non ho avuto il coraggio di andare avanti, anche perchè ieri sera ho letto nel giornale il rinvenimento del cadavere di una bella giovane annegata non si sa ancora se per suicidio o per delitto.

— La povera Lidia?... Leggi, leggi! – fece Borelli.
Coraldi aperse la penultima cartella scritta su mezzo foglio di carta protocollo. Gli tremavano le mani nel tenerla spiegata:

«Signor Procuratore del Re.

Giustizia è stata fatta! – come si diceva una volta.
« – Che bel chiaro di luna! – ella esclamò.
« – È l'ultimo che tu vedi!
« – Perchè l'ultimo?
« – Perchè devi morire! Non tradirai più nessun altro!...
«Eravamo in cima agli scogli: la spiaggia era deserta. Il mare un po' agitato, pareva assalisse gli scogli con ondate di spuma.
«Dalla cupezza della mia voce, dal mio viso sconvolto, ella ha capito che non si trattava di una stupida finzione.
«Si è afferrata al mio braccio, ha tentato di tornare indietro, di sfuggirmi... Una vigorosa spinta... Stetti a guardarla, quasi non fosse la creatura che ho più amata in vita mia: mi pareva di assistere ad uno spettacolo, a una finzione d'arte. Le ondate la sballottavano, l'avvolgevano, la sopraffacevano. Due o tre volte mi chiamò per nome; poi si abbandonò, affondò lentamente, non ricomparve più!... Giustizia era stata fatta!
«Era bruna di capelli, ma aveva voluto ridursi bionda... Il sale marino forse corroderà la tintura; l'avverto di questo, signor Procuratore del Re, pel riconoscimento del cadavere, se mai dovesse accadere!»

Coraldi era così commosso da non aver coraggio di continuare la lettura.
— E il cadavere trovato è di una bionda?
— No; di una bruna – rispose Coraldi.
— Ma costui è pazzo! – esclamò Borelli. – Ragiona troppo freddamente. C'è la sua firma in fondo?
— No.
— Finisci di leggere.
Coraldi prese in mano l'ultima cartella, mezzo foglietto di carta da lettera e:

«Signor Procuratore del Re,

«Le ho descritto l'annegamento... come, secondo il mio progetto, avrebbe dovuto accadere. Per fortuna mia, della sciagurata, e un po' anche di lei, magistrato, che così non avrà noie per cagion mia, durante la nottata ho lungamente riflettuto. Mi son detto: – Non ti basta di sentirla morta nel tuo cuore? Dovrebbe bastarti!
«Mi sembra di essere diventato un altro, un uomo, mi sembra... Sono quarantotto ore che non prendo cibo.... Vado alla trattoria....»

— L'ha fatta finire così? Brava, Lidia! Non ti meritava!
Borelli era indignato.
Coraldi non rinveniva dallo stupore.
— Atterrito tanto! Conciato dalla pioggia! – pensava con rabbia. – E se ne va alla trattoria!
Non sapeva darsene pace!



L'AMICO RAMAGLIA

Da qualche tempo in qua Edmondo Peretti, in quella stanza d'ufficio dove avrebbe dovuto lavorare assieme col suo collega Taranzi, si distraeva a leggere gli avvisi economici del Giornale d'Italia ed a protestare contro l'immoralità di certe corrispondenze private.
— Che te n'importa? – gli disse un giorno Taranzi. – Costano, sai? Vuol dire che c'è gente che può spendere quattro, cinque lire e anche dieci, e che le risparmierebbe se fosse in caso di servirsi del mezzo ordinario della posta. Io, con cinque centesimi, mando alla mia sartina un letterona di due fogli. Vuol dire...
— Vuol dire – lo interruppe Peretti – che è uno scandalo e che il Governo dovrebbe impedirlo!
— Chi ti obbliga a leggere quelle corrispondenze? Io non le leggo mai. Bado ai fatti miei.
— Come sei bestia! Non capisci che è una gran tentazione per certe donne?... «La signora bianco-vestita incontrata, ecc.». «La signora a cui nel tram ho mostrato questo giornale, ecc.». E poi: «Sono ancora sotto l'infuocata impressione delle tue labbra!...» quando non c'è peggio, con dei puntini che dovrebbero far arrossire fin la carta!
— Ripeto: che te ne importa?
— Ah!... Tu non hai moglie, nè figlie! – lasciò scapparsi di bocca Peretti.
Taranzi diè in una gran risata.
— Non parlo per me – si corresse Peretti. Non ho figlie... ma non sono un egoista. Penso a tante brave persone che non sospettano l'insidia che portano a casa col giornale.
— Eh, via! Accadevano le stesse cose quando gli avvisi economici e le corrispondenze private non erano ancora inventati! Le donne! Ne sanno più del diavolo. Tu, intanto, per cautela, non portare a casa nessun giornale.
— Non ho bisogno di questa precauzione! – pretestò dignitosamente Peretti. – Non parlo per me.
Invece, appunto in quei giorni, era roso dal sospetto che certa corrispondenza – Tre garofani – fosse indirizzata proprio a sua moglie. Egli aveva notato che la sua Letizia era andata fuori, o era tornata a casa, con tre garofani in mano. Nè lo aveva tranquillato la risposta: «Non mi seguite più, ve ne prego», ripetuta due volte, nè il vedere che la sua Letizia, invece di garofani, ora portava in mano un bel mazzolino di rose. – Le donne! Ne sanno più del diavolo! – aveva detto Taranzi.
— Non mi seguite più!
Questa volta non c'era il «ve ne prego!» Dunque colui insisteva a perseguitarla!
Senza dir niente a nessuno, Peretti aveva chiesto ed ottenuto quindici giorni di permesso. Con la moglie fingeva d'andare alla solita ora all'ufficio, e si metteva in agguato per tenerle dietro, non visto, e scoprire se mai... Chi sa che quell'imbecille non avesse l'ardire di fermarla!... E se Letizia si fosse già lasciata lusingare? Fremeva da capo a piedi... Avrebbe fatto uno sterminio!
Era, per dir così, in servizio d'ispezione da parecchi giorni, pedinando la moglie che pareva, in certi momenti, tentasse di sviarlo. Molti si voltavano a guardare la bella donnina che passava a testa alta, con quel gran cappellone bianco torno torno fiorito di mammole, e sostava davanti a tutte le vetrine dei negozi di stoffe, di modiste, di calzature. Nessuno la seguiva... o almeno nessuno dava a vedere che la seguisse con qualche intenzione. E Peretti un po' se ne rallegrava, un po' ci si arrabbiava, pensando che i giorni di permesso stavano per terminare, senza che egli fosse riuscito a scoprir niente.
L'ultimo giorno, Peretti non ne poteva più. Non già che sua moglie lo avesse costretto a camminar molto; lo aveva stancato con le lunghe attese in vedetta davanti ai negozi, quasi si divertisse a farlo smaniare indugiando nella scelta, spesso finendo col non comprar nulla, uscendo da un negozio per entrare in un altro non molto distante, e ripetere le stesse lungaggini di sosta che dovevano, certamente, far spazientire i commessi... Compassionava anche i commessi.
Si sentì chiamare:
— Peretti! Sei tu?
— Ramaglia! È vero?
— Sì; siamo un po' invecchiati...
— Pur troppo!... Non tanto però!
Peretti stava per abbracciarlo.
— Scusa!
E guardò i due lati della via, lontano...
— Attendi qualcuno? fece Ramaglia.
— No... Che piacere! E come mai sei qui?
— Dovrei domandarlo a te. Sono a Roma da sei mesi. Ti credevo ancora a Firenze.
— Sempre alla Banca d'Italia?
— Sempre. E non ci siamo mai incontrati!
— Roma ha questo di particolare: uno può vivervi ignorato senza cercare di nascondersi.
— Scapolo?
— Impenitente!
— Donnaiolo come prima?
— Si fa quel che si può. Tu devi avere due o tre figli.
— Nemmeno uno, per fortuna!
— Se avessi moglie non direi così. Muoviamoci; accompagnami.
Peretti esitò un istante: fece una lieve spallucciata visto che sua moglie s'era immobilizzata in quel negozio di modista, e prese il braccio di Ramaglia per dimostrargli la vivissima gioia di averlo incontrato.
Erano amici d'infanzia, educati nello stesso collegio; poi, sempre insieme, all'Università di Pisa... Laureati nello stesso anno, uno in Lettere, l'altro in Legge; e ora Peretti era segretario di seconda classe al Ministero della Pubblica Istruzione; Ramaglia non so che cosa alla Banca d'Italia.
— Le lauree ci son servite bene! – disse Ramaglia, ricordando quelli ch'egli chiamava i bei tempi! – Mah! Tu avresti potuto farti nominare professore, ora che hai le mani in pasta.
— Sto meglio dove sono. Che t'immagini?
Scesero per via Nazionale, infilarono il corso Vittorio Emanuele, rievocando allegramente il passato, tornarono indietro, sempre discorrendo come due scolari in vacanza.
— Domenica, vieni a far penitenza da me: ti presenterò a mia moglie. Trovati davanti al portone del Ministero alle dodici precise. Ti piacciono tuttora i gnocchi?
— Più di prima! – fece Ramaglia, ridendo.

La signora Letizia era molto seccata di quell'invito a desinare, specialmente di quei gnocchi che non le sembravano piatto delicato da offrire a uno che veniva per la prima volta in casa loro.
La curiosità di conoscere quest'intimo amico, di cui suo marito le intronava gli orecchi da due giorni, l'aveva fatta affacciare alla finestra, dietro le persiane di quel secondo piano di via Sardegna dove essi abitavano.
— Oh, Dio! – ella esclamò, portando una mano al cuore.
Suo marito, in pieno sole, era apparso in capo alla via accompagnato da... Le pareva impossibile! Aveva creduto a un'allucinazione! Ma che! Era proprio lui! E parlavano tranquillamente, ridendo... forse di lei che aveva preso sul serio la corrispondenza privata Tre garofani!
Fece lo sforzo di ricomporsi; e, alla scampanellata, del marito, corse a rifugiarsi in camera per velare con un po' di cipria rosea il pallore che si sentiva sul volto.
Vedendola apparire su la soglia dell'uscio del salotto, Ramaglia era rimasto interdetto. Gli balenò in mente l'assurdo sospetto di un tranello, ma si rassicurò sùbito, vedendo con quale affettuoso sorriso Peretti lo presentava alla moglie:
— Edmondo Ramaglia – si chiama Edmondo come me – l'amico d'infanzia di cui ti ho tanto parlato!
Ramaglia fece un grande inchino.
Letizia gli porse la mano guardandolo fisso negli occhi.
— Ti stupisce che mia moglie sia così giovane? – fece Peretti.
— No – rispose Ramaglia. – Notavo una strana rassomiglianza... con la sorella di un mio collega.
— Può darsi – e Peretti rideva un po' grossolanamente di quel che stava per dire – può darsi che la debolezza ti faccia travedere. Io, quando ho fame....
— La signora è servita – annunciò la cameriera.
Ramaglia diè il braccio alla signora, che vi si appoggiò leggermente con la mano che le tremava. Egli non sapeva come comportarsi in quella strana circostanza. Distratto, stava per commettere la balordaggine che la vita di trattoria rende abituale agli scapoli, quella cioè di ripulire col tovagliolo il bicchiere e la posata. Si arrestò in tempo e guardò rapidamente la signora che non gli sembrava meno impacciata di lui.
Intanto Peretti diceva:
— Ti tratto alla buona, senza cerimonie. A tavola faccio le parti io; non è elegante; ma mia moglie non se ne trova male.... Troppi? Via! So che i gnocchi ti piacciono ancora... me lo hai confessato ieri l'altro. Li ho ordinati a posta... Mia moglie s'è ribellata. Come se ci fossero pietanze aristocratiche e pietanze volgari!... Per me, tutto è buono quel che piace e che vien digerito facilmente... secondo gli stomachi. Non badare a mia moglie; mangia quanto un uccellino; ha paura d'ingrassare.
— Quante sciocchezze ti scappano dalla bocca!
— Vedi? Letizia vorrebbe che io ti trattassi come una persona... seria. Non è un capo-ufficio, un commendatore... Non è neppure cavaliere: è un altro me stesso.... Oggi mi sembra di essere tornato addietro di quindici, diciassette anni... Ringiovanito addirittura. Tu, confessalo, hai un po' di soggezione di mia moglie. Sai? Le ho raccontato certe tue prodezze... Hai riso! Hai riso!
— Signora, la prego; sua marito esagera...
— Ho detto metà della metà!
— Sarebbe enorme!
La signora Letizia sorrise; e, quasi improvvisamente rinfrancata, soggiunse sùbito:
— Io sono indulgente. Compatisco gli scapoli... fino a un certo punto.
— Sentiamo: fino a che punto?
Peretti aveva fatta questa domanda perchè sì era accorto che la conversazione languiva.
— Il signor...
— Ramaglia – suggerì il marito.
— ... non ha bisogno che io gli spieghi fin dove possa arrivare la mia indulgenza.
— Io, invece, con gli scapoli, se stesse a me, sarei feroce – disse Peretti. – Passato un limite d'età, sono imperdonabili; diventano un pericolo sociale... Non hanno grattacapi di famiglia; non sanno come passare il loro tempo... Tu, per esempio, sei più pericoloso ora che non a vent'anni.
— Che c'entro io?...
— Mangia intanto; ne ragionaremo dopo.
Così il ghiaccio fu rotto. La signora Letizia volle scusarsi pel desinare.
— Mio marito ha voluto farla rivivere vent'anni addietro come quando desinavano a non so quale trattoria...
— Un giorno lo inviterai tu – la interruppe Peretti, piccato – e potrà fare il confronto. Nei pranzi moderni accade di levarsi da tavola con più appetito di prima di sedervisi. Tutto è delicato, idealizzato... Questione di stomachi. Io divoro... all'antica.
Erano andati nel salotto pel caffè, quando la cameriera portò il Giornale d'Italia. Peretti se ne impadronì e corse sùbito con gli occhi alle «Corrispondenze private».
— Ancora!... Cretino!
Non aveva potuto trattenere questa esclamazione, leggendo: «Tre garofani. Perchè si è rifugiata in quel negozio? Seguivola umilmente. Nessuna imprudenza da parte mia. Invoco. Attendo».
— Che c'è? – domandò Ramaglia, che stava per avvicinarsi a Letizia e susurrarle qualche parola di scusa.
— Niente... – rispose Peretti. – Da un mese e mezzo mi diverto a seguire un'imbastitura di romanzetto nelle «Corrispondenze private» del Giornale d'Italia. Sono sempre là: non vanno avanti. Tre garofani tien duro; non ne vuol sapere.
— E ti diverti a queste stupidaggini?
— Spesso le stupidaggini sono quelle che più attirano.
— Meno male se tu facessi come Righini.... Ricordi? Quel matto di Righini! Rispondeva lui; dava appuntamenti; la rompeva, insomma si divertiva a imbrogliare quei poveri innamorati... E chi sa che non sia responsabile di qualche tragedia! Perchè spesso quelle corrispondenze sono più serie che tu non immagini. S'incontra per via, si vede in teatro, una persona che ti lascia nel cuore un solco di fuoco. Tu non conosci chi sia, non sai come poter avvicinarla e ricorri agli avvisi economici... Economici per modo di dire. Parecchie volte non ricevi risposta. Quando ti si risponde anche con una repulsa, tu non sai come intenderla. Giacchè la signora si è scomodata, può significare... Che ne dice lei?
— Non so... – fece la signora Letizia. – Non mi è accaduto mai. Dico soltanto che mi sembra una bella imprudenza, una bella sfacciataggine quella di mettere sul giornale una signora...
— Ma come deve fare un povero diavolo che ha la disgrazia d'innamorarsi perdutamente?...
Perdutamente! Sono cose che si dicono.
— Sì, signora, perdutamente. Io conosco qualcuno...
— Ripenso a quel che faceva Righini! – esclamò Peretti. – Doveva essere un gran divertimento!
— Che gli costava parecchio. Ma lui era ricco e poteva permettersi...
— Via! La spesa di due, tre lire, può permettersela chiunque. Ecco: non so perchè, questo Tre garofani mi dà ai nervi. Che dici?
— Io?...
— Mi è parso che tu abbia fatto una mossa e... che volessi parlare.
— Signor Ramaglia, non badi alle fissazioni di mio marito.
— Lasciamoli divertire... Divertiamoci un po' anche noi. Che tiro vorresti fare a quel povero Tre garofani?
— Dargli un appuntamento... in piazza del Popolo, attorno all'obelisco. Noi dalla terrazza del Pincio staremmo a vederlo passeggiare su e giù, a guardare di qua, di là... Così scopriremmo...
Mentre Peretti, infatuato di quest'idea, andava a prendere carta e penna per formulare la corrispondenza, Ramaglia, concitatamente, diceva alla signora Letizia...
— Mi perdoni... Se avessi saputo!...
— Mio marito deve avere qualche sospetto!
— Bisogna sviarlo... Sia buona, sia compiacente, mi scriva ferma in posta.
— Ma...
Quantunque la signora Letizia lo guardasse severamente, Ramaglia non si sentì punto scoraggiato.
Due giorni dopo Peretti leggeva, con gran sodisfazione, nel giornale, la sua corrispondenza privata. Rideva, si stropicciava le mani. Taranzi, dal tavolino di faccia, lo guardava meravigliato.
— Hai vinto un terno al lotto?
— Lo vincerò, domenica.
Sabato, vuoi dire.
— Il mio terno esce domenica.
Domenica, alle 10, Peretti, sua moglie e Ramaglia erano già al loro posto su la terrazza del Pincio che guarda in Piazza del Popolo. A farlo apposta, attorno all'obelisco non c'era anima viva. Poi si vide arrivare uno zoppetto, giovane, ben vestito, che si mise a far la ronda; si fermava, squadrava le donne che passavano, riprendeva a passeggiare.
— È lui! Zoppetto per giunta!
Peretti rideva, rideva!
— Sei stato crudele! – gli disse Ramaglia.
— Eh, sì! Ora che lo vedo arrancare a quella maniera... sarei capace di andare laggiù e dirgli: – Smetta... non si affatichi; è uno scherzo!
— Ti salterebbe agli occhi, e avrebbe ragione.
Ramaglia aveva dato cinque lire al figlio di un usciere della Banca d'Italia perchè rappresentasse la parte dell'innamorato che attende; e aveva scelto apposta lo zoppetto.
Ma quella mattina egli non era allegro, quantunque avesse ricevuto dalla signora Letizia una letterina che diceva e non diceva, e lasciava perciò campo a fantasticare, a cercar d'indovinare, specialmente per un uomo così esperto, come lui, delle faccende d'amore.
La signora Letizia stava su la sua, resisteva. Forse, ora, se Ramaglia non fosse stato intimo amico di suo marito, ella avrebbe presa un'attitudine assai più dura ancora. Da quella lettera infatti s'intravvedeva che l'amicizia di Ramaglia poteva essere una circostanza da dare più squisito sapore all'avventura, una tentazione acre, raffinata. La signora Letizia mostrava di paventar ciò e di voler difendersene a ogni costo.
E fu questo che spinse Ramaglia a riflettere. La moglie del suo amico gli piaceva moltissimo. Probabilmente essa era alla sua prima avventura, anzi all'inizio della sua prima avventura, e non pareva donnina da rinunziare a cavarsi, un giorno o l'altro, il capriccio di un'escursione fuori dei limiti del contratto nuziale. Aveva dovuto provare un po' di gusto nel rispondere: «Non mi seguite più, ve ne prego!» Perchè non aveva finto di non essersi accorta della corrispondenza Tre garofani?
E quel Peretti! Sospettoso, geloso, e inutilmente furbo, come tutte le persone destinate a far parte della categoria dei mariti ingannati!
Dopo la farsetta con lo zoppetto di Piazza del Popolo, Peretti, rassicurato, diventato espansivo, aveva confidato a Ramaglia il vano sospetto da cui era stato tenuto in grande agitazione per più di un mese.
— Quando si dice: Pare impossibile! Non c'è niente d'impossibile al mondo. Certe coincidenze fanno strabiliare. Tre garofani! E mia moglie appunto, in quei giorni, usciva di casa e tornava con tre garofani... Che avresti pensato tu? Pensa male ed opra bene: è una gran norma nella vita! E lo zoppetto? Ci vuol coraggio a far il galante con quella cianca!
Ramaglia provava fastidio e insieme compassione del buon umore chiacchierino di Peretti. Gli voleva bene davvero, ma ciò nonostante... pensava.
Le teoriche di lui intorno alle donne degli altri erano molto scettiche: – Ogni lasciata è persa. Se non sarò io, sarà un altro; e allora perchè? – E questa riguardava le mogli degli amici.
Ma altro è dire, altro è fare. Ramaglia, per quanto scapolo impenitente com'egli amava di qualificarsi, non mancava di essere una persona onesta, un galantuomo. Le sue avventure amorose non erano poi state tante, nè così straordinarie da meritargli davvero la reputazione che godeva presso conoscenti ed amici.
Ora, ecco, quella donnina bellina, elegante, con un misto d'ingenuità e di furberia che la rendeva più attraente dopo di averla praticata da vicino, lo teneva da più giorni in grande perplessità. Egli capiva che se si fosse lasciato prendere, sarebbe potuto arrivare troppo oltre. In certe avventure amorose si sa come si comincia, e non si sa mai come si potrà finire. – Se non sarò io, sarà un altro. E allora.... – Ma se lo ripeteva fiaccamente. Non gli sembrava una bella ragione riguardo all'amico Peretti.
Avrebbe dovuto rispondere alla lettera della signora Letizia che portava in tasca da tre giorni e che aveva riletto più volte per indovinare il vero significato. Le ripugnava o non le ripugnava di tradire il marito col suo più intimo amico?
A traverso qualche piccolo errore d'ortografia e qualche periodo rimasto per aria, Ramaglia non era riuscito ad afferrare il senso preciso. Non importava niente l'atteggiamento austero che la signora Letizia assumeva davanti a lui in presenza di Edmondo. Aveva scritto: dunque... Tanto più che le lettere buttate giù a quel modo gli piacevano assai più di quelle stilizzate o copiate da qualche Segretario galante.
Non gli era avvenuto mai di esitar tanto.
— Che ti accade? – gli domandò Peretti. – Sei di cattivo umore. M'inganno?
— Indovini. Sono... mezzo innamorato.
— Al solito!... C'è qualche ostacolo?
— Nessuno, tranne quello che la donna appartiene a.... un mio superiore ed amico.
— Se è destino! Perchè in questi casi, credo che ci entri il destino.
— Che mi consigli?
— Tira via!
— Com'è feroce l'uomo – stette a riflettere Ramaglia – quando non si tratta personalmente di lui! Quasi, quasi! E se un giorno dovesse rimproverarmi, potrei rispondergli: – Non mi hai detto: Tira via?
Ramaglia però si trovava in un buon quarto d'ora; in un cattivo quarto d'ora, com'ebbe a correggersi da lì a due giorni, dopo che la onesta azione di rinunzia ottenne questo bel risultato: La signora Letizia, alla lettera di lui che le chiedeva scusa di sacrificare il proprio cuore all'amico, rispose soltanto con una parola: Imbecille! Peretti, certamente messo su da la moglie chi sa con quale scaltra perfidia femminile, cominciò a trattarlo freddamente, fino a voltarsi dall'altra parte per non salutarlo incontrandolo.
— Com'è buffo questo mondo! – concluse Ramaglia. – Ho commesso tante... non belle nè buone azioni in fatto di donne, e me la son passata sempre liscia! Ho fatto una veramente buona azione in pro dell'onore di un amico, e mi sono buscato l'imbecille! dalla moglie e la inimicizia del marito! È proprio buffo questo mondo!



L'«OMO SELVAGGIO»

E dire che era stato un bel giovane!
Poi si era ingrassato, si era lasciato crescere la barba, e si faceva aggiustare i capelli due volte l'anno. Quella selva irta, folta, arruffata gli faceva un testone grosso così, da vero «omo selvaggio», come i suoi concittadini lo avevano ribattezzato. «Omo selvaggio» anche per la trascuratezza dei vestiti, che sembravano vecchi fin quand'erano nuovi, e gli piangevano addosso, tagliati alla carlona e cuciti alla peggio.
Pareva ch'egli si compiacesse di mostrarsi trasandato in tutta la persona, e l'ostentasse seduto davanti alla sua bottega di merciaio, di tabaccaio, di panettiere, con le gambe larghe, la pipa in bocca, e il continuo brontolio su le labbra contro i giovani di bottega, gli avventori e i passanti che lo salutavano.
— Buon giorno! Buona sera! Che c'è di nuovo, «omo selvaggio»?
Ormai glielo dicevano in viso e non si offendevano delle brutali risposte.
Era stato pure un buon giovane, di carattere allegro, servizievole, intento a far prosperare il suo negozio, che, da piccola merceria, come l'aveva gestita suo padre, era divenuta la migliore merceria del paese, fornita di tutto; e poi tabaccheria, con rivendita di sigarette e sigari esteri; e poi, per completarla, spaccio di pane e paste delle migliori qualità.
Allora stava egli stesso dietro il banco, orgoglioso di servire gli avventori che aumentavano di giorno in giorno, esattissimo nel peso, scrupoloso nei prezzi, con grande rabbia dei colleghi che lo accusavano di voler rovinare il commercio.
— Mi basta di non rovinare i clienti! – egli rispondeva a coloro che gli riferivano le lagnanze degli altri rivenditori. – Basta anche a te, mamma, è vero?
La vecchietta agucchiava in un angolo, interrompendosi se occorreva di aiutarlo a servire un avventore, e approvava con una mossa della testa e un bel sorriso le parole del figlio, che per lei era un oracolo.
Le pareva un sogno la trasformazione della bottega, con gli scaffali dipinti in verde, con le cassette torno torno, e le vetrine, e tutti quegli arnesi, appesi negli spazi tra uno scaffale e l'altro, che le confondevano un po' la mente, e non davano un momento di riposo a quel povero figliuolo, sempre con le braccia all'aria, sempre con le mani occupate a pesare, a involtare, a legare i pacchetti coi nastrini a due colori; novità quest'ultima che non si praticava in nessun'altra bottega in paese.
Due anni addietro, verso le sette e mezzo o le otto, secondo la stagione, bisognava chiudere la bottega con catenacci e spranghe di ferro e portar via il denaro della giornata, per evitare certe visite notturne che ormai erano diventate frequenti, visto che anche i signori ladri avevano perfezionato i loro strumenti di scasso.
Ora non più, dopo che suo figlio aveva comprato la bottega e la casa soprastante, e praticata una comoda scaletta interna. Chiuso con spranghe e serratura inglese l'uscio della bottega, dalla porta interna tutti e due montavano su, e ispezionate minuziosamente le quattro stanze, la cucina, e fatta una cenetta sbrigativa, se n'andavano a letto.
L'ultima a coricarsi voleva essere la mamma. Aveva sempre qualche cosa da dire, da ricordare, da raccomandare pel giorno dopo. E, da qualche tempo in qua, quasi per fare come i salmi che finiscono tutti in gloria – glielo diceva ridendo il figlio – ella gli rispondeva:
— Quando penserai a darmi una bella nuorina? Ogni giorno che passa vale più di un anno per me. Voglio vederti ammogliato prima di chiudere gli occhi.
— Sì, mamma. Trovami una bella moglina nel sonno. Ne riparleremo domani.
Senza quel fuggi fuggi, la sera della festa di Sant'Anna, mentre il popolo era radunato nella Piazza della Fontana in attesa dello sparo dei fuochi, chi sa quando ne avrebbero riparlato! Ma quella sera la bottega fu invasa dalla gente che voleva salvarsi dal pericolo di essere travolta dalla gran rissa scoppiata nessun sapeva dir come e perchè, e Pietro La Rocca dovette stentare per riuscire a chiudere la porta ed attendere che i carabinieri avessero sedato il tumulto.
Si erano trovate là dentro una diecina di persone, donne la più parte, che urlavano e piangevano quasi fosse arrivato il finimondo. Alcune, scavalcato il banco, si erano rifugiate nel piccolo retrobottega. Sul banco, sorretta da una donna vestita di nero, era distesa una giovine bellissima che sembrava anche più bella pel gran pallore del viso, con gli occhi chiusi, le labbra sbiancate; e sarebbe parsa morta senza gli sbalzi che dava, quasi volesse singhiozzare e non potesse.
— Non è niente, signori miei! Tutto è terminato. Aria! Aria! Per questa poveretta... Aria! Aria!
Pietro La Rocca ributtò indietro due donne che volevano impedirgli di aprire la porta della bottega, e spalancò i due battenti con impeto.
Nella Piazza poca gente. Doveva essere accaduto qualcosa di grave. I carabinieri invitavano, con le buone, gli uomini rimasti ad andar via. I fuochi erano rimandati alla domenica prossima.
Egli non si era fermato a chieder altre notizie. Tornato indietro, vedendo che la svenuta apriva gli occhi, domandò alla donna vestita di nero:
— È vostra figlia?
— Nipote, orfana di padre e di madre.
La giovane guardò attorno con occhi spaventati, e pregò:
— Non ci mandate via!
— Nessuno vi manda via. Ma qui state scomoda. Mamma, conducila su. Vi calmerete. Avete avuto paura, eh?
— Si sono ammazzati?
— Pare. Ho inteso dire: un morto e quattro feriti.
— Oh, Dio! Oh, Dio!
— Ci sono sempre i guasta-feste in questo mondo. Ormai siete al sicuro.
E così avvenne che la bella moglina non gliela cercò la mamma nel sonno, ma se la trovò da se, dopo quella nottata passata conversando, perchè la ragazza aveva continuato a pregare: – Non ci mandate via! – e aveva spiegato perchè. Non erano del paese. La zia aveva voluto svagare la nipote facendola assistere alla caratteristica processione per Sant'Anna, processione a cui potevano prender parte soltanto le donne in istato interessante, e vi accorrevano dai paesetti vicini e anche da lontano, per voto. La gente si divertiva a vedere quei bauli portati attorno con una torcia in mano; e per questo la processione era famosa nella provincia.
La ragazza si chiamava Caterina, come la mamma di lui.
— Che ne dici, mamma?
— Sei tu che devi scegliere.
Egli aveva già scelto, senza por tempo in mezzo, quando fu l'aurora. La ragazza sembrava un'altra, allegra, chiacchierina, come se i La Rossa, madre e figlio li avesse conosciuti da anni. Si era lavata, pettinata, ravviata, ripetendo spesso:
— È stata una fortuna per noi! Un morto e quattro feriti, dunque!... Oh, Dio! Oh, Dio!... Che bella bottega, è vero, zia? Vengano da noi per la festa del nostro patrono San Cipriano; anche senza il pretesto della festa... Capisco: non può abbandonare la merceria... Che peccato!
Ogni parola di lei Pietro La Rocca se la sentiva scendere in fondo all'anima, lieto, commosso anche delle espressioni più insignificanti. E quando le due donne furono andate via, Pietro rimase mezzo intontito; se qualcuno degli avventori gli diceva:
— Don Pietro, dove avete la testa?
Rispondeva sorridendo:
— Su le spalle, caro amico.
Ma non sapeva risolversi.
— Che ne dici, mamma?
— Sei tu che devi scegliere.
Si decise tutt'a un tratto.
— Anche perchè si chiama Caterina, come te, mamma.
Questo gli parve di buon augurio.

Due anni di felicità, di prosperità. La buona vecchietta avea potuto assistere a un'altra trasformazione della bottega e della casa, quasi la bella nuorina avesse rinnovato con la sua presenza ogni cosa, quasi gli oggetti toccati dalle sue bianche mani avessero acquistato doppio, triplo valore. Poi era venuta la consolazione di una bambina, a cui Pietro avrebbe voluto imporre il nome della madre. Ma sua moglie aveva esclamato:
— Troppe Caterine in una casa!
Ed era stata battezzata con quello di Rosaria, come la zia di lei.
— Aspetto che arrivi il maschietto e poi me ne vado... figlio mio!
Il maschietto tardò a venire, e lei se n'andò, portata via da una fiera polmonite in pochi giorni.
Per Pietro fu un terribile colpo. La moglie vedendolo triste, inconsolabile, gli si rivolse in tono di rimprovero.
— Sarebbe stato meglio se fossi morta io!
— Tu non le volevi bene!
— Non mi voleva bene neppur lei.
— T'inganni.
— Era gelosa di me. Pareva sorvegliasse ogni mio atto, diffidasse d'ogni mia parola, specie in questi ultimi mesi. Che si figurava? Non te n'ho parlato mai. Che si figurava?
— T'inganni.
Era vero; la morta non era arrivata a voler molto bene a quella nuora, vivace, ardita, la quale si compiaceva di fare a botte e risposte con certi avventori che venivano a comprare sigari o sigarette, e indugiavano nella scelta, evidentemente per intrattenersi con lei. Verissimo: la morta era diventata diffidente del figlio che sembrava incantato di qualunque cosa dicesse o facesse la moglie, e rideva di ogni risposta piccante di lei a qualche avventore, senza adombrarsi dell'insidia che le parole dell'avventore potessero nascondere.
— Se al suo paese usa di parlare così con gli uomini, tu dovresti avvertirla che qui non usa.
— Parole, mamma! Parole di scherzo, mamma!
— Dalle parole ai fatti ci suol correre poco.
L'estrema bontà del suo cuore non gli permetteva di concepire il minimo cattivo sospetto contro la moglie; ma da quel giorno in poi ebbe qualcosa nell'animo – una lieve nebbia, un sordo ronzio – non avrebbe saputo spiegarlo – che gli turbò a poco a poco la serenità dello spirito, specialmente dopo la morte di sua madre. Caterina se ne accorse sùbito e non glielo nascose. Egli, dispiacentissimo, tentò di disingannarla, ma fece peggio quando le disse:
— Questo, in ogni caso, vuol dire che ti voglio estremamente bene.
— Voglio essere rispettata anche!
— Nessuno ti rispetta più di me.
Pareva che il malinteso fosse stato dissipato, ed era come un fuoco che cova sotto la cenere; basta rimescolarla perchè esso divampi. Pochi mesi dopo avvenne la malattia della bambina. Deperiva, consumata da una febbre che il medico non riusciva a vincere. Caterina faceva rare apparizioni nel negozio. Era venuta dal suo paese la zia, chiamata da Pietro per aiutarla nell'assistere la bambina. Il dottore faceva tre visite al giorno: iniezioni la mattina, iniezioni la sera.... Niente!
E quando Pietro vide uscire dal portoncino di casa la bella cassa rivestita di seta bianca col cadaverino della figlia, si sentì spezzare ii cuore, quasi egli avesse visto andar via, per sempre, la felicità della sua casa!
Caterina dalla tristezza delle giornate attorno al letto della malatina, dal sonno perduto, dal gran dolore per la morte della creatura che già formava il suo grande orgoglio, «era ridotta uno straccio», come si espresse la zia. Perciò Pietro acconsentì volentieri che la zia la conducesse con sè per farla svagare e ristorarla laggiù, nel paese nativo.
In quei tre mesi – c'era stato anche il pretesto della festa di San Cipriano – egli era andato parecchie volte a trovarla per alcune mezze giornate, lasciando affidato il negozio a due garzoni dovuti prender per servir più lestamente gli avventori.
Ma una mattina egli era su la soglia della bottega, con le mani dietro la schiena, assistendo a la rissa di due cani che si assalivano a morsi, ringhiando, e pensava anche che tra due giorni sua moglie sarebbe tornata. Gli si avvicinò il farmacista di faccia: lo guardava con curiosità, quasi con stupore.
— Bravo! – gli disse. – Così si fa! Siete davvero un uomo!
— Perchè? Scusate.
— È inutile fingere con me. L'ho saputo ieri sera da uno di quel paese....
— Che avete saputo?
— Quel che volete darmi a credere d'ignorare. Bravo! Siete davvero un uomo!
Era rimasto di sasso, per alcuni momenti, dopo di aver insistito per strappar di bocca al farmacista la notizia. Poi, incredulo, aveva risposto ironicamente:
— Tornerà dall'America domani l'altro!

Non pianse, non si disperò: solamente si sentì come svaporare dal cuore ogni bontà, ogni dolcezza, ogni gentilezza; si sentì cambiare da così a così, quasi lo avessero scorticato e gli fosse venuta su una pelle nuova affatto diversa. Tanto diversa che quando qualcuno lo chiamava per nome egli, su le prime dubitava che parlassero con lui, ma con qualche altro che si chiamava Pietro La Rocca, com'egli forse si era chiamato una volta.
Era stato uno sconvolgimento terribile, durato parecchi mesi e ch'egli aveva voluto, per dignità, nascondere a tutti.
Le persone che gli volevano bene non gli accennavano neppur dalla lontana alla sciagurata che era fuggita con l'amante nell'Argentina; e avevano la delicatezza di non mostrar nessuna intenzione di voler consolarlo.
I maligni, gli impertinenti tacquero anche essi, poichè Pietro la Rocca faceva le viste di non capire le domande:
— Avete avuto notizie? Non se ne parla più!
Era proprio cambiato, da così a così. Chi non aveva provato in altri tempi il suo buon cuore? Non era mai accaduto che qualcuno si fosse rivolto alla sua carità e avesse dovuto andar via con le mani vuote. Anzi, egli soleva ringraziare chi gli dava l'occasione di fare un'opera buona. Perchè Domineddio gli faceva prosperare il negozio se non per aiutare i disgraziati? Ed ora, invece, pareva che gli facessero un insulto ogni volta che lo invitavano a partecipare a un atto di carità.
Poi, a poco a poco, si sparse la notizia che Pietro la Rocca, di notte tempo, quasi commettesse una cattiva azione, andava a picchiare all'uscio di questo o di quello e lasciava elemosine, soccorsi di ogni sorta, raccomandandosi:
— E.... zitto! Altrimenti non riceverete più niente!
Infatti egli faceva ogni sforzo per smentire quella voce; rispondeva sgarbatamente a chi si azzardava di chiedergli un piccolo favore, come se il torto della moglie gli fosse stato fatto con la complicità di tutti, e tutti ne fossero responsabili.
— Ci son mai venuto da voialtri a importunarvi? O dunque? Lasciatemi in pace!
Smaniava, sbuffava, quasi lo facessero soffrire E dalla volta che una vecchietta gli rispose: – Che siete diventato? L'omo selvaggio? – il motto fece fortuna e in breve tempo Pietro La Rocca non fu chiamato altrimenti.
Sì: omo selvaggio! Per parecchi mesi se ne stette confinato nel retrobottega, fumando, sorvegliando i due garzoni, brontolando contro la loro lentezza o la loro poca destrezza nel servire gli avventori, rispondendo appena ai saluti di questi. Sul tardi, quando la Piazza della Fontana era deserta, egli usciva a far lunghe sgambate davanti a la bottega per muoversi, per prendere aria, col pensiero lontano lontano, a quell'America dove la ingrata, la scellerata era andata a rifugiarsi con l'amante.
— Peggio per lei! Peggio per lei!
Qualche ritardatario, i carabinieri di ronda non gli si avvicinavano, non lo salutavano neppure fingendo di non riconoscerlo perchè sapevano ormai di fargli piacere. Poi egli rientrava, sbarrava la porta e saliva su, strapazzando la vecchia contadina che aveva preso in casa e che si ostinava ad attenderlo in piedi per assistere alla cena di lui, caso mai avesse bisogno di qualcosa.
— Non voglio essere atteso! Non ho bisogno di niente!
Così passarono i mesi, passarono parecchi anni. Il bel giovane di una volta era diventato irriconoscibile, con quella folta barba che cominciava a brizzolarsi, con quella arruffata capellatura che provava soltanto due volte all'anno il benefico lavoro della forbice del barbiere; trasandato nei vestiti, meno che nella biancheria. Pareva finalmente che l'«omo selvaggio» cominciasse a mansuefarsi, perchè non stava più rintanato nel retrobottega, ma prendeva l'abitudine di sedersi, in certe ore della giornata, davanti al negozio, con le gambe larghe, con la pipa continuamente in bocca, sempre accigliato, muto, con aria scontenta e scontrosa, quasi che il tradimento della moglie fosse avvenuto giorni addietro e lui non potesse nascondere la gran pena che ne provava.
Pareva impossibile! Avrebbe dovuto, anzi, ringraziare Iddio che quella donna se ne fosse andata lontana. Poteva far peggio: tradirlo proprio sotto i suoi occhi, cimentarlo, fargli perdere la ragione, quantunque, se l'avesse ammazzata, non l'avrebbe pagata neppure due soldi...
Parlavano così perchè nessuno sapeva che cosa bollisse e ribollisse da cinque anni in quella povera testa, in quel povero cuore. Lo seppe soltanto il parroco la sera che lo vide arrivare nella canonica con l'aspetto irritato di chi avrebbe voluto essere lasciato in pace.
— Mi ha mandato a chiamare.... In che posso servirla?

Era stato ad ascoltarlo con le mani giunte, le braccia tese tra i ginocchi, a testa bassa, socchiudendo di tratto in tratto le palpebre, poi era scattato:
— E che pretende lei ora da me, con la misericordia di Dio? Io non sono Dio, ma un misero verme della terra, signor parroco.
— Siete un buon cristiano. Riflettete. Dio l'ha tremendamente gastigata, in quel che formava la sua vanità e che l'ha spinta a perdersi: la bellezza.
— Avrebbe fatto meglio a impedirle di perdersi!
— Non dite stoltezze. Noi non possiamo intendere le vie del Signore.
— Parlo da ignorante; mi scusi.
— Dopo cinque anni e nello stato in cui si trova, dovreste almeno perdonarle.
— Che se ne farà del mio perdono?
— Dicono che è ridotta in uno stato orrendo. Il cancro, il terribile cancro, le ha mangiato quasi intera la faccia. Abbandonata dai seduttore è vissuta un anno facendo i più umili uffici. Poi è stata accolta in un ospedale. Ha pregato di essere rimpatriata: le è stato accordato a stento. È arrivata, da tre giorni, al suo paese.... Le avete voluto bene.... allora.
— Ah, signor parroco! Ah, signor parroco! Di me nessuno ha avuto pietà!... Mi hanno creduto un vigliacco egoista, perchè non son corso dietro a quei due, imbarcandomi immediatamente – mi mancavano forse i mezzi? – per andare ad ammazzarli come due cani. Chiedevo di essere voluto bene, come mi aveva giurato davanti a Dio! Che avrei ottenuto ammazzandola?... E non ho il minimo rimorso, signor parroco! La sua volontà era la mia. Non s'è mai dato il caso che io le abbia detto: – Questo no! – Ed è stato forse il mio torto!
— Non vi pentite di essere stato buono!
— Cinque anni! Notte e giorno! Come se fosse rimasta sempre quella davanti a me, bella, sorridente, allegra, con la parola pronta, vivace... E dovevo cacciarla via dicendole la parola più brutale.... per poter chiudere gli occhi al sonno, stanco, sfinito, quasi avessi fatto un opprimente lavoro col pensare a lei tutta la giornata e parte della nottata! Nè il sonno era riposo, ma sogno agitato. Notte per notte la povera mamma: – Te lo dicevo? Te lo dicevo? – Perchè non mi lascia in pace neppure mia madre?... Ed ora lei viene a raccontarmi.... Io non so più perchè campo: odio me, odio gli altri!... Il cancro se la rode viva viva? Felice lei! Ne avrà per poco.
— Deve morire disperata? Almeno isolarla in una casetta, darle una di quelle infermiere che sono sostenute nel loro ufficio dall'alto sentimento religioso nella cura delle malattie più repugnanti; renderle meno penosi questi ultimi mesi di vita, perchè mi è stato scritto che il male è rapidamente inesorabile. Pure bisogna fare quel che si può... Ma, prima di tutto, perdonare.
— Mi chiamano: l'«omo selvaggio». Non voglio smentirli.
Pietro La Rocca si era lasciato ricadere di peso su la seggiola da cui si era rizzato cominciando a sfogarsi: Ah, signor parroco!
Era pallido come un morto, curvo e si torceva le mani mentre cominciavano a sgorgargli dagli occhi due rivoletti di lacrime che s'infiltravano tra i peli dell'ispida barba, senza ch'egli facesse niente per arrestarle o un gesto per asciugarle.
— Siate forte!... Lasciatevi vincere dal vostro gran buon cuore. Voi soffrite pel divieto che v'imponete di non fare il bene.... Volete che vi aiuti?... Volete?
— No!
E mentre egli, scattato in piedi, tentava di ricomporsi, di far sparire dal viso le tracce delle lacrime, il parroco gli diceva:
— Ricorrerò alla carità dei benefattori che non si rifiutano di aiutare il prossimo, qualunque esso sia. Dirò: per la moglie di Pietro La Rocca!
— La moglie di Pietro La Rocca – egli rispose, parlando come un trasognato – non ha bisogno della carità di nessuno!... Ha la sua casa, ha una stanza, un letto dove potrà morire in pace....
— E il vostro perdono, sopratutto.
— Di notte. Non deve vederla nessuno. La riceverà lei. Venga accompagnata dalla suora infermiera: c'è una cameretta anche per essa....

La malata aveva pregato insistentemente ch'egli non cercasse di vederla.
— Vi farebbe molto male – gli aveva detto la suora. – Farebbe male pure alla disgraziata. Sembra che il cancro abbia furore di divorarsela presto.
Pietro La Rocca non dovette fare molti sforzi per non cedere alla trista curiosità di vedere come la sua Caterina era ridotta. Voleva conservarsi intatta nella memoria la bella, fresca figura di lei, quale gli era rimasta cinque anni in fondo al cuore, incessantemente adorata e maledetta, più adorata che maledetta, e senza che qualcuno lo avesse mai sospettato.
La pianse morta, la fece seppellire come se non fosse stata moglie infedele. Per alcuni mesi mandò fiori a quella tomba su la lapide della quale aveva fatto incidere soltanto il nome di lei da ragazza, e poi....
Egli credette che fosse stato un miracolo operato dalla sua mamma. La sognò per l'ultima volta, quasi fosse venuta a dirgli addio!... E poi, lentamente, una gran pace discendeva a invaderlo: il passato sembrava allontanarsi, allontanarsi, dileguare nell'ombra; ed egli si lasciava vivere alla giornata; in apparenza, ancora «omo selvaggio», domandandosi ad intervalli:
— Perchè campo? Perchè campo?



INDICE

Pasqua senz'Alleluja
Il segreto di Dora
Sanguedolce
Rinnovamento
Don Mignatta
Al Santuario
I soliloqui di Bicci
L'inconsolabile
L'ultima lusinga
L'ideale
Un sogno
Arme ritorta
La tragedia che
L'amico Ramaglia
L'«Omo selvaggio»

Citazioni di Luigi Capuana:
La signorina Deledda fa benissimo di non...
Quando l'artista riesce a darmi il perso...
Questa benedetta o maledetta riflessione...
[NDR|Ferdinando Petruccelli della...
Quando il denaro non serve a far godere...
Il paradiso è quaggiù, mentre respiriamo...
L'anima è il corpo che funziona; morto i...
«Perché Dio ci ha creati?»«Non ci ha...
«I preti cattolici hanno preso Dio agli...
"Badiamo, marchese! ...Badiamo!" egli si...
Quando un Roccaverdina prende un drizzon...
"Zosima!" esclamò il marchese. "Permette...
I libri catalogati di Luigi Capuana:
C'Era Una Volta... Fiabe (1882)
C'era una volta...: fiabe
Cardello (1907)
Chi Vuol Fiabe, Chi Vuole?
Come l'onda (1921)
Cronache letterarie (1899)
Delitto ideale (1902)
Eh! La vita... (1913)
Giacinta (1879)
Giacinta
Gli americani di Ràbbato (1912)
Il benefattore
Il decameroncino
Il Drago e cinque altre novelle per fanciulli (1907)
Il Marchese di Roccaverdina (1901)
Il Marchese Di Roccaverdina
Il Raccontafiabe
Le Ultime Fiabe
Per l'arte
Profumo (1891)
Profumo
Racconti - Tomo I
Racconti - Tomo II
Racconti - Tomo III
Rassegnazione
Scurpiddu (1898)
Scurpiddu
Si Conta E Si Racconta
Un vampiro (1906)
Un Vampiro

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