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Il Drago e cinque altre novelle per fanciulli
Titolo:Il Drago e cinque altre novelle per fanciulli
Autore:Luigi Capuana
Anno di pubblicazione:1907
Lingua:Italiano
Lingua originale:Italiano
Formati disponibili:
Pubblicato il:2013-05-20
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Il Drago
E cinque altre Novelle per fanciulli
di Luigi Capuana


IL DRAGO

- Uh! Il Drago!
Le due bambine, che s'erano messe a giocare presso il muricciolo del ponticello dove la zia le aveva appostate per chiedere l'elemosina ai passanti, alla vista del vecchio che arrivava a cavallo all'asino, s'erano subito rimesse a sedere, la maggiore sul muricciolo, la minore per terra; e ripetevano insieme sottovoce:
- Uh! Il Drago! Il Drago!
Don Paolo Drago - drago di nome e di fatto, diceva la gente - arrivato davanti a loro, si era fermato, trattenendo l'asino con una leggera tirata della cavezza.
- Che fate qui? - le sgridò; - tornate a casa, e dite a quella strega di vostra zia: Don Paolo non vuole che domandiamo l'elemosina! Tornate a casa.
E vedendo che le bambine non si movevano, fece una specie di grugnito minaccioso che le impaurì.
Infatti quella mattina finsero d'andare via zitte zitte, e allo svolto dello stradone si fermarono, aspettando che Don Paolo si fosse allontanato; poi, saltellanti, tornarono al loro posto, la maggiore sul muricciolo, la minore per terra: questa spettinata, scalza, con la camicia a brandelli; l'altra, scalza anche lei, ma un po' più ravviata, col fazzoletto azzurro di cotone, a palline bianche, avvolto attorno alla testa.
Il Drago, come ordinariamente lo chiamavano, abitava di faccia a loro; e la sera, al ritorno dalla campagna, trovatele davanti all'uscio di casa, domandò alla maggiore, col tono burbero che gli era abituale:
- Dov'è quella strega di tua zia?
- È fuori di casa.
- Glie l'hai detto: Don Paolo non vuole che domandiamo l'elemosina?
- No.
- Glie lo dirò io.
E aspettò, alla finestra, che la vecchia ritornasse.
Brutta e sudicia, ella arrivava con un canestro vuoto al braccio, borbottando e trascinando la gamba storta. Don Paolo l'apostrofò di lassù:
- Come? Mandate quest'orfanelle a domandar l'elemosina? Non vi vergognate, stregaccia?
- Dategli da mangiare voi, - rispostò la vecchia, - voi che non date neppure una buccia di fava a un cristiano!
- Io non sono suo parente e non ne ho l'obbligo! Fossero almeno ragazzi!
- Andate all'inferno, voi e i vostri quattrini!
E la strega, fatto un cenno alle bambine perchè entrassero in casa, gli voltò le spalle e infilò l'uscio.

*
**

Due giorni dopo la stessa scena.
- Uh! Il Drago!
Le bambine s'erano rannicchiate una accosto all'altra, ma questa volta la maggiore tese timidamente la mano anche a lui, quasi per burla.
Il vecchio, fermato l'asino, disse alla bambina:
- Vieni qua, tieni; e tornate subito a casa. Oggi avete da mangiare.
Le porgeva mezza pagnotta, di quelle grosse e fatte in casa, che in Sicilia chiamano guasteddi.
La bambina spalancò gli occhi dalla meraviglia e non lo ringraziò.
- Se domani vi trovo di nuovo qui! - minacciò il Drago.
Che potevano farci le bambine? La zia voleva così. Si guardarono negli occhi, consultandosi.
- Andate, subito, andate! - brontolò il vecchio.
E questa volta andarono via davvero, portando intatta la mezza pagnotta alla zia.
Pareva incredibile. - Il Drago che faceva elemosina! Era dunque vicino a morire? - La vecchia zia si spiegò il caso a questo modo; ma la mattina dopo costrinse le bambine a ritornare al solito posto, per chiedere la carità. Finchè non potevano lavorare, dovevano guadagnarsi da vivere cosi.
Appena le vide, Don Paolo diventò un drago a dirittura.
- Di nuovo qui? Su, su a casa!
E siccome le bambine esitavano, così egli soggiunse:
- A casa! Vi accompagno io dalla strega!
E se le cacciò davanti; le bambine a piedi, lui a cavallo dell'asino, con le sopracciglia aggrottate, masticando parolacce all'indirizzo della strega.
La strega, che in quel momento si trovava seduta sullo scalino dell'uscio a far la calza, appena li vide in fondo alla via, si rizzò inviperita, e non attese che don Paolo parlasse, per urlare:
- Fatevi i fatti vostri, dragaccio! Che ve n'importa? Son figlie vostre, forse?
Ma don Paolo, che era una linguaccia anche lui, non si lasciò sopraffare; e senza scendere da cavallo, cominciò a vomitare vituperi contro la vecchia che non aveva coscienza e spingeva alla perdizione quelle due creature innocenti mandandole fuori il paese a chiedere l'elemosina, quasi non avessero nessuno.
Si era fatto un crocchio di donne e di operai attorno, che ridevano ma gli davano ragione.
All'ultimo la strega, che non era stata zitta e ne aveva dette a don Paolo di tutti i colori, avvicinandosegli con le braccia in alto e le mani aperte, spalancando tanto di bocca, gli urlò in faccia:
- Vi cuoce che chiedano l'elemosina? Mantenetele voi! Prendetevele! Campo a stento io e non so come fare. È assai che le tenga in casa a dormire!
E allora si vide un miracolo - come dissero poi tutti. Don Paolo saltava giù di sella, quasi volesse cavar gli occhi alla vecchia; e invece, afferrate per un braccio tutte e due le bambine cavava di tasca la chiave della porta, le spingeva dentro senza dire una parola, e poi rivolgendosi alla vecchia, che era rimasta lì come incantata, balbettava strozzato dallo sdegno:
- Strega! Strega! Sì, le prendo io!
Proprio un miracolo.
*
**

Da anni e anni il Drago viveva in quella sua tanaccia, facendosi tutto da sè. Due stanzoni al pianterreno, e quattro stanze affumicate al primo piano, per uno solo sarebbero state più che sufficienti; ma il pianterreno serviva da stalla, fienile, magazzino di grano, cantina, dispensa e ripostiglio d'ogni cosa; nè le stanze di sopra erano meno ingombre di oggetti impolverati e coperti di ragnateli. Vi si vedevano materasse abballinate e coltroni ammonticchiati sui tavolini; tavole da letto appoggiate contro il muro; trespoli di ferro che reggevano cataste di roba di cui non si capiva più nè il colore, nè la forma. Quadri anneriti dal tempo, stampe di diverse dimensioni, nere e a colori, di santi che il fumo aveva resi irriconoscibili, tappezzavano i muri, fra mensole gremite di bocce, boccette, boccettine, tazze, caffettiere, grattuge, insomma di arnesi disparati, ridotti inservibili dalla ruggine e conservati lì, allo stesso posto, sin dal tempo in cui gli erano morte, in meno di tre mesi, la moglie e le due figlie.
In fondo alle stanze, soltanto la camera da letto e la cucina erano un po' ravviate. Egli viveva relegato colà, quasi le altre stanze non fossero sue, non permettendo mai che anima viva vi penetrasse, e uscendone di rado, quando non doveva andare in campagna, o alla messa la domenica mattina.
Le uniche creature viventi che abitassero con lui quella tana, erano l'asino e un gatto; l'asino, vecchio, spelato, con le orecchie basse e gli occhi cisposi; il gatto, magro, egualmente spelato per vecchiezza, e che, quando non si aggirava lentamente per le stanze miagolando con voce flebile, faceva le fusa su una seggiola, o su la catasta delle materasse o dei coltroni.
Don Paolo durava quella vitaccia da più di trent'anni, divenendo sempre più aspro, più burbero, più drago, come andavano notando i vicini. Oramai era ridotto un mucchio di grinze, bianco di barba e di capelli, un po' curvo, ma rubizzo e agile più che non sembrasse a vederlo. E se qualcuno della sua età, incontrandolo, lo fermava per domandargli:
- Che fate, don Paolo?
- Aspetto la morte, - rispondeva. - Che altro posso fare?
Ed era vero. Si era visto vuotare la casa in tre mesi; il tifo gli aveva portato via moglie e figliuole, ed egli non aveva saputo più consolarsi di quella disgrazia. Diventato misantropo, drago, non aveva voluto più vedere nessuno, quasi moglie e figliuole gli fossero state ammazzate dalla gente. Abballinate le materasse, ripiegati i coltroni, disfatti i letti delle sue care creature, aveva buttato ogni cosa lì, alla rinfusa; e non aveva più toccato niente da anni e anni, senza occuparsi se i topi, le tignuole, la polvere, i ragnateli avessero rovinato coltroni e materasse.
Per chi dovevano servire? Non aveva parenti lontani, neppure dal lato della moglie. Così egli aspettava la morte, fra tutte quelle cose morte. E la sera, prima di andare a letto, recitando la corona, pregava per coloro che lo avevano lasciato solo solo, e invocava che venissero a prenderselo. Ma non arrivavano mai; s'eran scordate di lui!
Quell'anno però, a poco a poco, gli era entrata in mente la convinzione che la sua vitaccia sarebbe finita in autunno.
I segni erano evidenti, secondo lui. Non si sentiva insolitamente impietosire dalle miserie altrui! Quasi ne aveva rabbia e vergogna. Forse gli altri mostravano pietà e compassione per lui?
Lo chiamavano drago; e drago avrebbe voluto essere fino all'ultimo respiro!
Affacciandosi alla finestra per fumare la sua vecchia pipa di terra cotta, aveva notato le due orfanelle della strega, venute ad abitare da poco tempo lì di faccia, e il cuore gli si inteneriva per ricordi che egli credeva scancellati da un pezzo.
Era illusione della sua fantasia o realtà. Gli pareva che le due orfanelle raccolte dalla zia strega - non la chiamava altrimenti - somigliassero davvero alle di lui figliuole quand'erano state bambine. Ebbene, che doveva importargliene? Non erano perciò le sue figliuole. Quelle erano morte, e oramai se le erano mangiate i vermi della sepoltura nella chiesa dei Cappuccini. Che doveva importargli di queste qui?
Eppure, dalla finestra e fumando la pipa senza barattare una sillaba coi vicini che non gli rivolgevano la parola perchè sapevano che non rispondeva a nessuno, eppure le osservava mentre giocavano davanti la porta di casa loro, le covava con lo sguardo, mugolando sotto voce ogni volta che la stregaccia le prendeva a maltrattare:
- Ma che deve importarmene di costoro?
Se lo ripeteva, per vincere cosi quel senso di pietà e di commiserazione di cui si sentiva invadere con suo gran dispetto.
Poi, per parecchi giorni non le vide più. Dove erano andate? Che ne aveva fatto quella stregaccia? Era stato inquieto, irrequieto tutta la giornata affacciandosi più volte alla finestra, stizzito di tale assenza. Gli mancava qualche cosa. Almeno prima si distraeva, mentre stava a fumare la pipa alla finestra!
E la mattina che, andando in campagna, le aveva trovate fuori della città, sul muricciolo del ponte, a domandare l'elemosina, aveva sentito uno strano rimescolio in quel suo cuore indurito dalle disgrazie e dalla solitudine; ma la prima volta s'era limitato soltanto a guardarle con una occhiataccia, ed era passato oltre. Due giorni appresso però non aveva potuto frenarsi; gli era costato un grande sforzo il trattenersi dall'apostrofare la stregaccia della loro zia quando la sera, al ritorno dalla campagna, l'aveva trovata seduta su lo scalino della porta, con le bambine sdraiate per terra ai due lati, come due bestiole.
Quella notte aveva dormito male, pensando sempre alle poverine, brontolando parole contro la strega che le mandava a chiedere l'elemosina e voleva vivere alle loro spalle, senza fatica, stregaccia!
La mattina, mettendo il bardo all'asino, aveva continuato a pensare alle due sventurate prive di babbo e di mamma, che avrebbe trovate certamente sul muricciolo, anche dopo che aveva leticato per loro con la strega; e aveva preparato la mezza pagnotta per dargliela e rimandarle a casa, pur ripetendosi di tanto in tanto:
- Che deve importarmene? Non sono mie figlie! Le mie figliuole, laggiù ai Cappuccini, se le sono mangiate i vermi della sepoltura!
E tutt'a un tratto, quasi qualcosa d'indurito gli si fosse liquefatto nel cuore, quel giorno non aveva più resistito, e se le era cacciate avanti dentro casa, e aveva chiuso la porta in faccia alla strega e ai vicini.

*
**

Nell'andito, mezzo buio, le bambine non sapevano dove andare.
- Salite su, vengo subito! - aveva egli detto, addolcendo improvvisamente la voce.
E s'era arrabbiato contro l'asino che non poteva entrare nella stalla lì accanto perchè le bisaccia ripiene di grano glielo impedivano; egli, impaziente, non si accorgeva dell'ostacolo.
Le bambine, saliti due o tre scalini, si erano fermate ad aspettarlo, impaurite e tremanti di quel che era accaduto, e non senza un po' di terrore di trovarsi sole nella misteriosa casa del Drago.
- Su, su, - egli brontolò vedendole lì. - Ora starete sempre con me. Quella stregaccia non dovrà vedervi neppur da lontano.
Le aveva prese per mano, una di qua ed una di là, e le aveva condotte per le stanze, accennando loro col capo gli oggetti accatastati:
- Quelli sono i letti. Ora li rizzeremo. Dormirete qui. Questa è la cucina. Quello è il forno. V'insegnerò a impastare e a infornare il pane. Tu staccerai la farina, - soggiunse rivolto alla maggiore.
Le bambine non rispondevano, stupite di quel che vedevano e di quel che udivano, assai più che non della scena di poc'anzi tra la zia e il drago; ma timide e rassegnate, quasi si stimassero di chi voleva prendersele da che non avevano più il babbo e la mamma; prima, della zia; ora, del Drago che le toglieva di mano alla zia.
- Come ti chiami? - egli domandò alla maggiore.
- Pina.
- E tu?
- Carmela.
- No: tu ti chiamerai Lisa da oggi in poi; e tu Giovanna.
Erano i nomi delle sue figliuole; e nel pronunciarli la voce del Drago tremava.

*
**

In due giorni la casa era irriconoscibile. In una stanza vedevansi già rizzati due lettini, uno accanto all'altro; e li aveva messi su il Drago, aiutato dalle bambine, che si erano divertite a dargli una mano come avevano potuto. Don Paolo, portate le materasse al sole su la terrazza, le aveva sprimacciate, e poi aveva rifatto i letti, cavando dal cassettone la biancheria un po' ingiallita dal tempo. La prima sera però le bambine avevano dovuto adattarsi a dormire, vestite, su una materassa distesa sopra le seggiole; letto improvvisato, ma meglio del covile dove le faceva giacere la strega.
Don Paolo non pareva più lui, con quegli occhi sorridenti, con quel viso schiarito dalla inattesa felicità; andava, veniva, rassettava, ripuliva, spazzava, dicendo: - Lisa, fa questo: Giovanna, fa quello, - come anni addietro, quando le sue figliuole erano vive, e lui voleva vederle attive, affaccendate, mai con le mani in mano, perchè riuscissero buone massaie. Alla moglie pensava poco. Se la ricordava malaticcia, ridotta a non potersi muovere dal seggiolone dove passava intere giornate tossendo e lamentandosi dei cento malanni che aveva addosso; gli pareva che stesse meglio nell'altro mondo, dove non c'è tossi nè altre malattie.
Gli bastava d'illudersi che fossero risuscitate le figliuole; e per ciò chiamava a ogni momento:
- Lisa, Giovanna. Avete fame? Il pane è lì; e c'è anche del cacio.
Le bambine non sapevano decidersi a prenderseli da loro; e lui tirava il cassetto, cavava fuori la pagnotta, e ne tagliava due belle fette; tagliava anche due fettine di cacio e gliele porgeva, maternamente, sorridendo a vederle mangiare con tanto appetito.
- Ne mangio un boccone anch'io.
E mangiava insieme con loro. Si sentiva quasi ringiovanito.

*
**
Bisognava vestirle, calzarle; non poteva vedersele dinanzi con quei cenci addosso e i piedi scalzi; e perciò rovistava in fondo alle vecchie casse di noce scolpito, in fondo agli armadi per tirarne fuori abiti, biancherie e scarpe che non avevano veduto aria da tanti anni. Ogni vestito, ogni cencio gli ridestava in cuore dolcissimi ricordi, glielo riempiva di nuova tenerezza, quasi che le sue figliuole fossero tornate dall'altro mondo per rindossare tutta quella roba rimasta là ad attenderle; quasi lo sciorinarla all'aria e al sole fosse un segno di letizia e di festa.
Aveva teso delle cordicelle da un angolo all'altro della terrazza; e le bambine andavano e venivano per aiutarlo, a sciorinare ogni cosa, meravigliate di tante stoffe, di tante camicie e sottane che ora dovevano servire per loro, come il Drago ripeteva a ogni momento; liete di maneggiarle, di palparle, di prenderne possesso a quel modo, o provandosele addosso, e talvolta - quando il Drago non era presente - disputandosi anche la esclusiva proprietà di questo o di quel capo di roba, secondo i gusti e la preferenza per un colore o per un altro.
Intanto dovevano restar chiuse in casa con lui. Non voleva che si affacciassero alla finestra per non vedere la zia strega e non essere viste da colei. Si affacciava lui soltanto, per la solita pipata, ma senza guardare in istrada, senza rispondere alle vicine che gli domandavano: - Che fanno le bambine? - senza scomporsi se la strega rispondeva in sua vece:
- Se l'è mangiate il Drago; non lo sapete?
Neppure quando la stregaccia soggiungeva ringhiando:
- Se voglio, però, gliele faccio rivomitare intere intere!
Due volte egli aveva avuto la forza di trattenersi; alla terza, era scattato su, lasciandosi cascare la pipa di bocca:
- Dovreste vergognarvi di parlarne, stregaccia!
- Ah! Va bene. Fra strega e drago, ora vedremo chi la vince.
E buttatasi. su le spalle la mantellina di panno scuro, la vecchia aveva chiuso a chiave l'uscio di casa, ed era andata via ciampicando minacciando con la testa e con le mani.
Dove poteva andare? Che poteva fargli?
Lo seppe la mattina dopo, mentre dava gli ordini alla sarta perchè acconciasse per le bambine certe vesti e certe camicie. Era venuto un usciere a nome del pretore.
- Che vuole da me il signor pretore?
- Credo debba parlarvi delle orfanelle; la tutrice le reclama.
- La tutrice?
- Sì, la loro zia.
Gli pareva un'enormità che colei fosse tutrice.
- È la sola parente - aveva soggiunto l'usciere.
- Ma io le ho raccolte per carità. Costei le mandava a chiedere l'elemosina!
- Lo so; venite a dirlo domani, alle nove di mattina, al signor. pretore: io, povero usciere, eseguisco gli ordini.
Dalla rabbia, don Paolo poco dopo leticò con la sarta che non trovava modo di cavar due vestiti, quantunque per bambine, da una veste sola. La stoffa non bastava per le gonne e pei busti; e poi ci voleva la fodera nuova e il resto: dodici tarì (1) per lo meno.
- Tornate domani, - le disse bruscamente per finirla; - se non siete buona voi, chiamo un'altra.
E vedendo le bambine rannicchiate in un angolo, impaurite di quel che avevano udito dall'usciere, si mise ad accarezzarle :
- Dove volete stare, qui o dalla strega?
Le bambine non sapevano che rispondere.
- Dove volete stare, qui o dalla strega?
1Glielo domandava con tono di voce così alterato dalla rabbia, dalla commozione e dal sospetto che il pretore potesse dar ragione alla strega e levargliele di mano, che le povere orfanelle stettero un po' a guardarlo fiso fiso con tanto d'occhi, e subito si misero a piangere.
Allora don Paolo diventò proprio furibondo; e dalla finestra cominciò a sbraitare contro la strega, lasciandosi scappar di bocca parolacce di ogni genere, inviperendosi di più in più, come la vecchia - che non era persona da intimidirsi - rispostava, sbraitando anche lei parolacce d'ogni sorta, minacciandolo:
- Vi faccio una querela! Vi faccio una querela! Siatemi testimoni!
E si rivolgeva alla gente radunatasi a godersi lo spettacolo: don Paolo, che sembrava un predicatore sul pulpito; la vecchia, spettinata, rossa in viso, con quelle braccia agitate per aria e quella boccaccia spalancata, che era una strega a dirittura.
- Vi faccio una querela, dragaccio!
E la cosa sarebbe andata a finir male, se due vicine non avessero preso la vecchia per le spalle, rimproverandola: - Volete levar la sorte a quelle due creature? - e non l'avessero spinta dentro casa; e se mastro Rocco il falegname non avesse detto a don Paolo:
- Vi confondete con costei? C'è la giustizia che protegge le orfanelle.
Don Paolo, ritiratosi dalla finestra, trovate le orfanelle rannicchiate accanto all'armadio e col viso bagnato di lagrime si era improvvisamente raddolcito:
- Perchè piangete, sciocchine? Domani verrà la sarta, e verrà pure il calzolaio. Intanto infilatevi queste calze e queste ciabatte.
E si era messo a calzarle lui, come una mamma; e le bambine già ridevano, e andavano attorno sbattendo le ciabatte, che le impacciavano.
Quando mai avevano avuto scarpe ai piedi?
- Ora cuciniamo la minestra, - disse don Paolo. - Vieni qua, Lisa; tu che sei la maggiore accendi il fuoco. Sai accendere li fuoco? Si? Brava. Vediamo. E tu, Giovanna, aiutami a pulire la cicoria. Si fa così.

*
**

Le aveva messe a letto ed era andato a letto anche lui, dopo aver governato l'asino e rigovernato da sè piatti e pajuolo per non affaticare le piccine; ma non poteva dormire.
Aveva la testa al pretore; rimuginava quel che avrebbe dovuto dirgli; e parlava ad alta voce; quasi fosse davanti a quel funzionario e discutesse con lui. E si fermava su la possibilità che la legge gli dèsse torto; infatti la tutrice era colei, la sola parente.
- Bella legge! Dà la pecora in bocca al lupo! - brontolava.
E s'arrabbiava con sè. Perchè s'era messo in questo impiccio? Che doveva importargliene delle bambine? Erano forse sue figlie? La legge vuol darle alla strega? E glie le dia!
Ma pensando e brontolando così, si sentiva una stretta al cuore.
Da che le aveva in casa, non le stimava più sangue altrui. Lui, la sua casa, tutto era tornato a rivivere con quelle due creature, che ora gli sembravano più che mai il ritratto delle figliuole morte. Se la legge gliele avesse tolte di casa, egli non avrebbe potuto più vivere.
- Volete ammazzarmi dunque, signor pretore? Volete buttare in mezzo alla strada queste povere creature?
No; avrebbe ricorso, avrebbe messo sossopra mezza Sicilia, se il pretore commetteva quell'ingiustizia. Non c'era stato uomo al mondo che gli avesse. mai fatto, a lui, don Paolo, una soverchieria; e questa sarebbe stata proprio una soverchieria della strega. No! No!
- Domani, prima che dal pretore, andrò dall'avvocato. Ora le orfanelle sono mie; sono le mie figlie, Lisa e Giovanna! Ah, vorreste dunque farmi morire di crepacuore, signor pretore?
E si levò dal letto per andar a baciare le bambine che già dormivano.

*
**

- Perchè volete prendervi questa gatta a pelare?. - gli aveva domandato il pretore.
- Perchè?
E don Paolo era rimasto un po' scombussolato, non sapendo che dire. In quel punto non pensava nè alle bambine, nè alle sue figlie morte, una a vent'anni e l'altra a diciotto, nè alla carità, nè a se stesso: pensava soltanto alla strega che gli aveva lanciato la sfida: - Fra strega e drago vedremo chi la vince! - Ma questa non gli pareva ragione da dire al pretore, quantunque gli sembrasse la sola ragione in quel punto.
- Perchè? -ripetè don Paolo.
- Non lo sapete neppure voi.
Don paolo scoppiò:
- Ah! dunque la legge vuole che quelle due povere creature vadano in perdizione? Io le raccolgo per carità, le strappo di mano alla stregaccia della zia che le manda a chieder l'elemosina per vivere alle loro spalle, e che farà peggio quando le poverine saranno cresciute; e la legge, viene a dirmi: restituitele alla tutrice! Chi l'ha fatta questa legge da turchi? E voi, signor pretore, potete ora avere il coraggio di essere più turco della legge?...
Si arrestò, alla risata del funzionario messo di buon umore da quest'apostrofe; ma subito riprese e più accalorato di prima:
- Sì, sareste più turco della legge, se vi prestaste a favorire la stregaccia! - Sono vecchio, posso essere vostro padre, e ho il diritto di parlare così. - Eh!... Fate pure come vi pare e piace, giacchè viviamo sotto una legge peggiore di quella dei turchi! C'è Domeneddio lassù; provvederà lui. Fate, fate pure! Ora vado a prendere le orfanelle, e le conduco qui. Le consegno alla legge; a questa bella legge da turchi!...
E levatosi da sedere, cercava il cappello, non rammentando che lo aveva lasciato nell'anticamera; e si asciugava gli occhi, di nascosto del pretore, brontolando quasi con singhiozzi: Legge da turchi! Legge da turchi!
- Sedetevi, e ragioniamo tranquillamente, - gli disse il pretore, che frenava a stento le risa, additandogli la seggiola lì accanto. - Convocherò in settimana il consiglio di famiglia... Vedremo...
E così don Paolo Drago ebbe una settimana d'inferno, come diceva alle persone che lo interrogavano. vedendolo andare attorno insolitamente.
- Una settimana d'inferno, e per fare del bene!
Ma l'aveva spuntata.
E il giorno che il pretore gli disse: - Ora il tutore siete voi! - Don Paolo piangeva di contentezza, e volle per forza baciargli la mano.
Tornato a casa, alla vista delle orfanelle che mondavano il frumento su la tavola, come egli aveva lasciato ordine, s'era sentito così intenerire, da non poter pronunziare una sola parola; e per non farsi scorgere, era andato di là, aveva caricato la pipa con le mani che gli tremavano dalla commozione, e si era affacciato alla finestra, sodisfatto come un papa, mandando fuori boccate di fumo che parevano nuvoloni, sputacchiando su la via; e intendeva sputare addosso alla strega, a cui il pretore aveva detto: - Badate di tener chiusa cotesta vostra boccaccia, o mando il brigadiere per chiudervela!
Il pretore aveva raccomandato di star zitto anche a lui, per non provocarla e non irritarla.
E perciò egli stava zitto; sputare non significava provocarla. La finestra era cosa sua; vi aveva fumato sempre, e voleva continuare a fumarvi finchè campava. E se la strega crepava di rabbia, peggio per lei!
Quella volta, contro il suo solito, don Paolo fece doppia pipata.

*
**

Le bambine non si riconoscevano, vestite a nuovo e ben calzate; vestite a nuovo, cioè, con la stoffa di due vesti delle sue povere figliuole, adattate alla meglio dalla sarta, che aveva trovato modo di cavare le gonne da una e i busti dall'altra. Cosi l'illusione per don Paolo era completa; Lisa e Giovanna gli parevano proprio risuscitate, ora che vedeva quelle creaturine con quei panni, e lavate e pettinate e ravviate sotto la sua direzione ogni mattina.
- Tu, Lisa, spazza le stanze. Tu, Giovanna, spolvera i mobili e ogni cosa.
Le bambine eseguivano, zitte zitte, ancora intimidite dalla presenza del vecchio, ancora sbalordite di quel cambiamento di condizione.
- Nonno, ho finito di spazzare.
- Nonno, ho finito di spolverare.
Lo chiamavano nonno, con la parola rispettosa e piena di affetto che si usa in Sicilia verso le persone di età.
- Brave!
La domenica le conduceva a messa, vestite a festa con due altri vestiti di stoffa migliore, riadattati anch'essi, e due scialletti di lana nuovi, perchè quelli delle sue figliuole se li erano mezzo mangiati le tignuole e non si potevano usare.
- Pregate per la salute del povero nonno, figliuole mie!
E si indignò contro la strega, una domenica che Lisa gli domandò :
- Che dobbiamo dire?
- Il paternostro, l'avemmaria.
- Non li sappiamo.
Ah, stregaccia! Non gli aveva neppure insegnato l'avemmaria e il paternostro! Le faceva crescere come due animaletti, purchè sapessero chiedere l'elemosina, stregaccia!
E tornato a casa, si sedette, se le mise fra le gambe, e con le mani su le spalle delle bambine, incominciò a insegnargli quelle preghiere:
- Dite come dico io.

*
**
Ma spesso, la notte,. appena entrato in letto, gli venivano in mente, insistenti, le parole del pretore:
- Perchè volete prendervi questa gatta a pelare?
Sentiva tutto il peso della responsabilità assunta, e tornava ad arrabbiarsi con se stesso, come l'altra volta. Prima non aveva pensieri, era tranquillo; casa e campagna, casa e chiesa, ecco la sua vita. Ora, quando metteva il basto all'asino, quasi aveva rimorso di allontanarsi di casa per mezza giornata; e in campagna, invece di aver la testa ai lavori e badare ai contadini,. pensava alle bambine rimaste sole sole e non vedeva l'ora di tornare in città. Insomma aveva perduto la sua bella pace; non era più libero. Il pretore aveva ragione: perchè aveva egli voluto prendersi quella gatta a pelare?
E si sentiva stanco dalle fatiche della giornata, e se gli doleva un po' il capo, o la tosse lo tormentava, s'arrabbiava di più. L'idea di dover morire e dover lasciare abbandonate di nuovo alla loro mala sorte quelle poverine, lo faceva smaniare. Prima sarebbe stato felice di andarsene all'altro mondo, a dormire accanto alla moglie e alle figliuole nella sepoltura dei Cappuccini. Ogni sera, recitato il rosario alle sue care morte, si raccomandava: - Venite a prendermi; che ci faccio più qui, senza di voi? - Ora invece... ora non poteva più morire tranquillamente. Come sarebbero rimaste quelle lì? Quand'anche gli avesse lasciato tutti i suoi beni... Che ne avrebbero fatto? Chi le avrebbe garantite, chi le avrebbe difese dalle male persone? Ed ecco il bel risultato della sua carità!... Il pretore aveva ragione: perchè aveva egli voluto prendersi quella gatta a pelare? Vecchio rimbambito, che non era altro!...
E si voltava e rivoltava nel letto, brontolando.
Già questa insonnia era un cattivo segno. Quando mai gli era accaduto di entrare in letto e non addormentarsi subito?
Ah, ah, credeva di dover campare quanto Matusalemme!... Quasi ci fosse qualcuno che potesse levargli i settantadue anni d'addosso!... E per ciò s'era presa quella gatta a pelare!
Oramai le parole del pretore erano diventate un ritornello per don Paolo.
Infine, se si rammaricava di dover morire - il Signore lo vedeva! - se ne rammaricava soltanto per le povere orfanelle... Oh, sì, il Signore e la Madonna Santissima dovevano farlo campare almeno un'altra decina d'anni. Che ne avrebbero fatto lassù in paradiso, che avrebbero fatto di un vecchio catarroso come lui? Non gli bastavano le tre anime giuste che s'erano prese tutte a una volta? Campando, egli avrebbe assestato le bambine, le avrebbe maritate, con la dote, ora che si potevano dire proprio sue figliuole ; e allora... allora avrebbe chiuso gli occhi in santa pace. Non chiedeva altro. Ci voleva forse un miracolo per farlo arrivare a ottant'anni?
Ripeteva ogni notte le stesse cose; e le rimuginava nella giornata, quando si vedeva attorno le orfanelle che spazzavano, ravviavano, ripulivano, come due donnine, vispe, allegre, attente a eseguire gli ordini, e che già facevano parecchie cosette anche da sè, senza bisogno che il nonno le suggerisse.

*
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Egli s'affrettava ad addestrarle, per paura che gliene mancasse il tempo.
- Lisa, vieni qua; t'insegno a stacciare.
Aveva preparato la madia su le panchette di legno, e vi aveva riversato dentro un bel mucchio di farina.
- Questo qui è lo staccio per la crusca. Guarda: si prende così, e si scote, girandolo torno torno fra le mani; la crusca che rimane nello staccio si versa nel moggio; serve per l'asino. Questa estate poi, avremo in istalla un porcellino; la crusca allora servirà per lui. A Natale, lo ammazzeremo, e faremo le salcicce e i salami.
Rideva, pensando al porcellino; e intanto stacciava, stacciava ripetendo:
- Hai capito? Si prende così, e si scote girandolo torno torno fra le mani. Vediamo se riesci; ma prima avvolgiti un fazzoletto alla testa.
Le panchette della madia erano troppo alte e Lisa non ci arrivava.
- Aspetta; ti metterò qualcosa sotto i piedi.
Don Paolo la sorvegliava, la incoraggiava. - Brava! Bene! - e aveva le lagrime agli occhi.
- Tu intanto, Giovanna, fa fuoco sotto il paiolo, per scaldare l'acqua; impasteremo il pane; impasterai anche tu. Devi essere massaia quanto la sorella. Quando sarai cresciuta di qualche anno, staccerai la farina; come lei. Nell'acqua si mette il sale; perchè il pane, sia saporito.
Per le bambine tutto quel tramenìo era un divertimento, ma don Paolo ci godeva più di loro; e dava un'occhiata ora a Lisa, già tutta sparsa di farina sui vestiti e sul viso, ora a Giovanna che stentava a spezzare i ramoscelli secchi di ulivo per alimentare il fuoco sotto il paiuolo.
- L'acqua bolle. Bisogna far la massa. Sbracciatevi fino al gomito.
Radunò con le mani tutta la farina nel centro della madia e vi fece in vuoto in mezzo; poi intinse il boccale nel paiuolo e versò l'acqua in quel vuoto.
- Bada! Ti scotti.
Lisa aveva steso le mani, ma egli la trattenne. Poi, cavatasi la giacca, si era sbracciato anche lui; voleva insegnarle con l'esempio.
- S'intride in questo modo, a poco a poco; poi si aggiunge altr'acqua, e si torna a intridere. Ora che la massa è fatta si lavora coi pugni, per renderla soda. Su, mettetevi qui tutte e due: ne faccio due pastoni, uno grande e uno piccolo. Su! Io intanto preparo la gramola.
E le bambine affondavano allegramente le pugna nei pastoni, pigiavano, avvolgevano la pasta, ripigiavano, e si davano spinte e gomitate per ridere, scommettendo a chi facesse più presto rubandosi a vicenda un po' di pasta per aggiungere al proprio pastone.
- Come Lisa e Giovanna, Dio le abbia in gloria! - pensava don Paolo, intenerito dal grazioso spettacolo e dai ricordi.
- Basta: lasciate fare un po' a me- disseall'ultimo.
E ridotti i due pastoni in uno, lo arrotondò, lo allungò, lo ripiegò, ne fece un bel pastone corto corto, spargendo di tanto in tanto poche stille d'olio nel fondo della madia, perchè la pasta non s'appiccicasse. E quando fu pronto lo levò di peso e lo depose in mezzo alla gramola. Egli sedette a cavalcioni, da cima, dove la stanga s'impernia nelle assicelle ritte, e disse:
- Voi, una di qua e una di là, alzate e abbassate la stanga; al pastone bado io.
E per cinque minuti s'intese soltanto il rumore del pernio della stanga, menata su e giù dalle bambine che ridevano, quasi facessero il chiasso, mentre don Paolo girava di qua e di là il pastone, ne ricacciava in dentro lestamente con le mani le coste, rimettendolo sempre in centro sotto la stanga che lo induriva, finchè non gli parve il momento di gridare:
- Fermate!
Allora cominciò un altro chiasso, con le pagnotte da arrotondare e schiacciare.
- Questa è per me.
- Questa è pel nonno.
- Pel nonno, figliuole mie, ci vogliono le focacce. Le faremo dopo. E questa volta il pane lo manderemo a cuocere dalla fornaia.
Le bambine erano accese in viso, sparse di farina con le mani e le braccia impiastricciate di pasta. Don Paolo le avrebbe baciate, se i baci non gli fossero parsi segni di tenerezza eccessiva. E un po' burbero, per frenare la loro vivacità, brontolò:
- Via, via; lavatevi mani e braccia, e spolveratevi bene!
Ogni giorno, una lezione pratica. Don Paolo sapeva fare tutto, fin la calza, e voleva insegnargli ogni cosa, da sè; non gli piaceva vedersi gente estranea fra' piedi. E se qualcuno, interrogandolo intorno alle pupille, gli diceva:
- Perchè non le mandate a scuola?
- A scuola? - rispondeva quasi arrabbiato. - Le mie figliuole non sapevano leggere, ed erano donne di casa. Ora, riducono le bambine tante dottoresse... Ma che vale? Non sanno imbastire una calza, nè fare un rammendo, nè cucinare una minestra! La scuola è per le principesse.
Su questo punto Don Paolo non intendeva ragione.
- Io sono della pasta antica, - aggiungeva. - Allora si sapeva leggere meno, ma si era più galantuomini. Non è vero forse?
Inutile tentare di convincerlo. Voleva agire all'antica.

*
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Di tanto in tanto, per far svagare le bambine, le conduceva in campagna, a Doguara, nel fondicello tutto piantato a olivi e mandorli con un po' di vigna su la costa; o a Pietra-che-suona, dove seminava grano, fave, ceci, ed era la dote della moglie. Dognara sarebbe stato di Lisa, Pietra-che-suona, di Giovanna, se se lo meritavano, se crescevano buone, virtuose, e massaie come voleva lui.
Le notti che non poteva dormire, pensava spesso al testamento che occorreva fare perchè le orfanelle, alla sua morte, non si ritrovassero in mezzo d'una via, e la roba non se la prendesse il fisco, poichè egli non aveva parenti vicini nè lontani.
Ma non sapeva risolversi; andare dal notaio e mettere in carta le sue ultime volontà gli pareva mal augurio.
Che fretta aveva? S'era consultato però col canonico suo compare che aveva battezzato Lisa, e quel servo di Dio gli aveva risposto ridendo:
- Volete dunque comprarvi un bel pezzo di paradiso? Fate bene, compare.
Ma non occorreva aver fretta; il paradiso era grande, ne avrebbe trovato sempre un pezzetto per sè e per la moglie e le figliuole, caso che esse stessero ancora in purgatorio. Per suffragio di quelle anime benedette non faceva dire tre messe ogni anno, il giorno dei morti?
No, non occorreva aver fretta; intanto stava sempre con l'animo sospeso. La morte arriva quando meno ce l'attendiamo; non manda l'avviso avanti. Chi ha tempo, non aspetti tempo...
Ne conveniva: ma l'idea del mal'augurio gli si metteva per traverso, e gl'impediva di prendere una risoluzione.
Per questo rimase proprio atterrito la mattina che gli dissero:
- È morta la sciancata. Siete contento?
Lui la chiamava la strega, ma tutti gli altri la sciancata.
Piena di salute, grassa e ben pasciuta, era morta d'accidente, in un minuto.
- Dio le perdoni! - esclamò: - Dio le perdoni il male che voleva fare alle orfanelle!
Quella morte però gli era parsa un ammonimento. Se l'accidente fosse venuto a lui? Per scacciar via quel tristo pensiero, si faceva il segno della santa croce. E la sera, disse alle bambine rimaste mute all'annuncio:
- Recitiamo il santo Rosario per l'anima della...
Stava per dire: - della strega - ma subito si corresse. E fu la prima e l'ultima volta che gli accadde di chiamare zia colei.

*
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No, non voleva morire ora che anche la casa pareva rifiorita per la bella imbiancatura recente, per l'ordine, per la pulizia, con la terrazza piena di graste di garofani, di menta, di basilico, e quel gelsomino che s'arrampicava alla parete, ricordo di Lisa che gli voleva tanto bene, e lo annaffiava, lo ripuliva delle foglie secche, e lo aveva potato di sua mano pochi giorni prima della disgrazia. Quel gelsomino don Paolo lo aveva curato tant'anni, raccogliendone i fiori e conservandoli in un cartoccio, quasi fossero stati qualcosa sopravvivente della sua povera figliuola.
Ingrossato nel tronco, si era arrampicato coi rami ai sostegni di canna; ma ora sembrava sentisse anche lui il soffio di vita che rianimava tutta la casa, e verdeggiava e fioriva per festeggiare la nuova Lisa, come non aveva verdeggiato e fiorito da un pezzo.
- Il gelsomino e di Lisa, - diceva don Paolo a Giovanna.
- Perchè? - domandava la bambina un po'ingelosita di quella particolarità.
- Perchè si chiama Lisa. Sono tuoi i garofani, il basilico, la menta.
- Ma lo innaffio anch'io.
- No, deve innaffiarlo lei, soltanto lei.
Voleva procurarsi tutte le illusioni, povero vecchio. Tanto più che l'autunno gli metteva in cuore una gran malinconia, come l'anno passato, quando s'era immaginato che quell'autunno dovesse essere l'ultimo di sua vita. S'era ingannato; invece gli era anzi capitata la buona fortuna di quelle due bambine.
- Vuol dire che il Signore mi darà tempo di tirarle su queste due creature; è giusto che sia così.
Tentava di confortarsi a questo modo; e si stizziva ogni volta che suo compare il canonico, a cui aveva parlato del testamento, glielo rammentasse, e lo esortasse a farlo subito, per non pensarci più.
- O che sono coi piedi nella fossa? - rispondeva.
Si sentiva bene, con le gambe solide. Aveva badato alla vendemmia e al raccolto degli ulivi, come un giovane di vent'anni; ora preparava la seminagione del grano e delle fave, e non poteva occuparsi del testamento; ci pensava e ripensava però, voleva maturarlo. Se ne sarebbe riparlato insieme, nel prossimo inverno, dopo Natale.
- O che sono coi piedi nella fossa?
E a proposito di Natale, si rammentò che l'anno scorso i suonatori della Ninnaredda (2), nelle notti della Novena, non erano venuti a suonare sotto le sue finestre; disabituati, dopo tanti anni, non si rammentavano più ch'egli esistesse al mondo. Ma ora che aveva in casa le bambine, egli voleva suonata la Ninnaredda sotto le finestre, come tutti gli altri; poteva regalare i suonatori meglio degli altri, la vigilia di Natale, quando sarebbero venuti a casa sua, di giorno, com'era costume. Dolci, càlia, vino... e il vino quest'anno era proprio di quello!

Il primo giorno della Novena appunto, aveva incontrato i suonatori che accompagnavano un Bambino Gesù di cera, toccato in sorte a una vicina nella chiesetta delle Orfanelle. Che festa mettevano per la via quei tre violini e il contrabasso, fra una trentina di ragazzi che li precedevano e li seguivano, allegri, saltellanti, quasi che il Bambino Gesù fosse toccato a loro!
E mentre i suonatori passavano davanti la porta di casa, don Paolo, che faceva ferrare l'asino, accennato a mastro Gaetano e a mastro Neli, sorridendo, e aveva gridato per farsi sentire bene:
- Non vi scordate di me!
I suonatori tirarono innanzi senza rispondere, borbottando qualcosa tra loro, continuando a grattare i violini. Ma egli si era persuaso che avessero capito. E per ciò la sera, dopo cena, mentre le bambine si disponevano ad andare a letto, le aveva avvertite:
- Questa sera, quando sarà il momento, vi sveglierò io. Domani poi, con vino cotto e miele e farina, impasteremo i mostaccioli pei suonatori, e faremo la càlia.
Spogliandosi, Lisa disse a Giovanna:
- Io non m'addormenterò.
- E neppure io.
Ma don Paolo, che le aveva udite dall'altra stanza soggiunse:
- Addormentatevi. Vi sveglierà il nonno.
- Fingiamo di dormire, - sussurrò Lisa all'orecchio di Giovanna.
- Sì, sì!
E finsero così bene, che si addormentarono profondamente.

*
**

Don Paolo, aspettando i suonatori, si era messo ad acconciare la cavezza dell'asino, e si godeva anticipatamente il piacere del1a. svegliata delle bambine alle prime note della Ninnaredda.
I suonatori non si facevano sentire nè da vicino, nè da lontano, ed era quasi mezzanotte. Dovevano aver cominciato il giro dall'altra punta del paese. Poveretti! Andare attorno con quel freddo e suonare con le mani intirizzite non era un divertimento; ma alla fine della Novena potevano spartirsi un bel gruzzoletto, una catasta di dolci, parecchi sacchi di càlia, senza contare il vino! Poveretti! Quei regali erano proprio ben guadagnati!...
- Ah! Eccoli
Si sentiva, a volte sì, a volte no, secondo il vento, il grugnito del contrabbasso, ma lontano assai. Don Paolo s'impazientiva delle troppe fermate, e rifletteva che nella sua via essi non avevano molte case sotto cui arrestarsi: dal dottor Cipolla, dai Carcò, dal notaio Miani, e poi da lui.
- Oh!
Ora si udiva benissimo, oltre il suono del contrabbasso, anche quello dei violini; don Paolo si sentiva intenerire. E appena si persuase che i suonatori erano già sotto la casa del notaio Miani, posò per terra la cavezza, si levò da sedere, aperse l'uscio della camera delle bambine e aspettò per svegliarle.
- Come saranno contente!
Gli pareva che i suonatori lo facessero apposta indugiando colà. Non era bastata la Ninnaredda! Attaccavano anche una suonatina allegra!
- Faranno lo stesso qui sotto, - pensava.
Nel silenzio della notte si sentiva sul selciato il rumore delle scarpe grosse, e le voci dei suonatori che parlavano fra loro e ridevano...
- Ora si fermano...
Invece, con gran rabbia di don Paolo, i suonatori erano passati oltre. Egli tremava dall'indignazione per quel dispetto, sperando d'ingannarsi finchè il rumore dei passi, ancora vicino, potè illuderlo un istante; poi, con le lagrime agli occhi, guardò le bambine che dormivano, e tese i pugni, minacciando quei pezzi di ubbriaconi!
- E la Ninnaredda? - domandarono le bambine la mattina appresso.
- Come? Non ve ne rammentate, dal gran sonno? - rispose don Paolo, sforzandosi a ridere. - Eppure io vi ho svegliate.
E andò a fare una lavata di capo a mastro Gaetano:
- Vi pagherò meglio degli altri! Capite? Ora ci ho le bambine.

*
**

La notte di Natale aveva voluto condurle a vedere il presepe e a sentire la messa di mezzanotte. Piovigginava, tirava vento; ma la chiesa era lì a quattro passi, e don Paolo non aveva creduto di commettere un'imprudenza, all'età sua, con quel tempaccio. Per tenere deste le bambine fino alla mezzanotte, s'era messo a giocare all'oca con loro, usando la gentile malizia di contar male i propri punti perchè il perditore fosse sempre lui, e fingendo, ogni volta, di arrabbiarsi contro la disdetta:
- Santo Dio! voi mi spogliate.
La posta era di venti nocciuole, ma egli invece pagava un soldo; e le bambine ridevano, vedendosi accumulare davanti tante belle palanche, mentre i loro mucchi di nocciuole rimanevano intatti.
- Santo Dio, voi mi spogliate! Questo è l'ultimo soldo.
E don Paolo faceva atto d'arrovesciare una tasca.
- No, ce n'è ancora un altro.
Ce n'era sempre qualcuno in questa o in quella tasca. Lisa contava i suoi; quindici! Giovanna contava dall'altra parte: dodici!
- Oh!. ecco le campane. È il primo seguo per la messa cantata.
Nel silenzio della notte le campane squillavano allegre, annunziando gloria in cielo e pace in terra; e già cominciava per la via il via vai della gente.
- Al secondo segno, andremo in chiesa.
Intanto aveva continuato a lasciarsi spogliare, come diceva. Aveva anzi finto di dover giuocare sulla parola, perchè non possedeva piò un soldo spicciolo. Poi tirate fuori due mezze lirette di argento, aveva detto serio serio:
- Se mi vincete pure queste qui, domani non potrò fare la spesa.
- La faremo noi, - aveva risposto Lisa, ridendo.
- Brava!
E don Paolo si era lasciato spogliare anche delle due mezze lirette d'argento, prima che le campane suonassero il secondo segno.
In chiesa c'era folla, e gran confusione; la gente arrivava a frotte; un pecoraio strillava la Ninnaredda con la cornamusa, intanto che i sagrestani accendevano i lumi dell'altare. Il vento e la pioggia scotevano i vetri delle grandi invetriate; dalla porta, continuamente aperta, penetravano sbuffi d'aria umida e fredda, ma dentro si scoppiava dal caldo.
- C'è da prendere un malanno all'uscita! - rifletteva don Paolo.
E infatti egli lo prese,: tosse e febbri, febbri e tosse. Da prima non aveva voluto mettersi a letto, nè far chiamare il medico; ma poi aveva dovuto persuadersi che lo stare in piedi era peggio.
Pure aveva aspettato fino a tardi e si era coricato l'ultimo, per illudersi che non si metteva a letto come malato.
La mattina dopo però non aveva avuto la forza di levarsi; e svegliate le bambine, aveva detto:
- Andate del dottor Cipolla, qui vicino; ditegli che venga a farmi una visita; prendete la chiave della porta di casa.
E quando aveva inteso il rumore della porta chiusa dalle bambine, s'era sentito solo solo, abbandonato; e tutti i terrori della notte precedente gli erano piombati addosso.
- Questa volta è finita! - ripeteva. - Questa volta non c'è più rimedio! Invece del medico, perchè non mando a chiamare il notaio?
No, no: gli pareva quasi impossibile che Gesù Bambino volesse ripagarlo in quel modo della messa andata a sentire a mezzanotte, ripagarlo facendolo morire. :No, Gesù Bambino misericordioso si sarebbe ricordato delle orfanelle che rimanevano senza aiuto e senza guida, se il loro tutore era portato via dalla febbre e dalla tosse che gli toglieva il respiro.
Il dottor Cipolla, lungo, lungo, lungo, magro e stecchito, col bastone sotto braccio, aggiustandosi a ogni po' le punte del colletto della camicia, era entrato sorridendo, senza togliersi il cappello a staio perchè aveva paura d'infreddarsi, e s'era fermato in piedi davanti al letto.
Lo chiamavano San Pantaleone chi sa perchè, forse per la statura, quasi quel San Pantaleone indicasse qualcosa di spropositamente alto col semplice suono delle sillabe.
- Sedete, dottore! sedete! - disse don Paolo, con voce lamentosa, interrotta da colpi di tosse.
Non poteva vederselo davanti, ritto in piedi, con quella tuba in testa che toccava la volta della camera, e il collo incastrato nell'alto colletto che non gli permetteva di abbassare il capo.
- Sedete, dottore!
Temeva che la sua voce di malato non riuscisse ad arrivare fino a lassù, sotto la tuba, e penetrargli dentro gli orecchi sempre turati con la bambagia.
- Voialtre, andate di là, - soggiunse per allontanare le bambine.
E appena esse furono uscite di camera, si mise a singhiozzare.
- Dottore, ditemi la verità! Per quelle creature, che non voglio lasciare in mezzo a una via, ditemi la verità!
- Certe cose, caro don Paolo, - rispose il dottore, tirandosi le punte del colletto, - non bisogna mai rimandarle proprio agli estremi momenti, quando la testa non ci regge più! Cosi anche per le cose della santa Chiesa.
- Dunque sono spacciato?
- Non esageriamo caro don Paolo!... Ecco qui un calmante per la tosse! una cucchiaiata all'ora; poi penseremo alla febbre... Niente di grave.
- La mia sentenza di morte! - pensava don Paolo, seguendo con gli occhi la mano che scriveva la ricetta sul ginocchio della gamba accavalcata all'altra.
E prima che il dottore andasse via, egli lo pregò di mandargli il notaio Miani, pel testamento, erano a uscio e bottega, non sarebbe stato troppo incomodo per lui.
Il dottor Cipolla, che s'interessava molto anche della salute dell'anima dei suoi clienti, dopo il notaio, s'affrettò a mandargli pure suo compare, il canonico.
Ma don Paolo, che aveva dovuto fare un bello sforzo per vincere l'idea di malaugurio del testamento, quando vide entrare il canonico, non potè frenarsi:
- Venite a portarmi la jettatura anche voi? Lasciatemi in pace!
- Sono venuto per una visita, - si scusava il canonico.
Don Paolo però seguitava a strillare:
- No, compare; se mi confesso muoio!
- Siete cristiano, sì o no?
- Cristianissimo; ma se mi confesso e prendo il viatico, muoio!
- Le cose sante sono la miglior medicina, compare.
- Ma se non debbo morire...
E non voleva morire, almeno questa volta. E ragionava, a modo suo, parlando a stento, fra un colpo di tosse e l'altro, per convincere il canonico, che si frenava a stento per non ridere.
- Come? sono andato alla messa di Natale per devozione, ci ho condotto anche le bambine e il Signore, in ricompensa, mi farebbe morire? Non è possibile. Dio è giusto. Non può mandarmi all'inferno; non ho rubato, non ho ammazzato, non ho calunniato; ho fatto anzi un'opera di carità da meritarmi il paradiso...
- Questo non dovreste dirlo voi, - lo interruppe il canonico.
- Se il Signore si avvede che mi son confessato e comunicato, dice: - Quel povero don Paolo portiamolo in paradiso, è meglio, giacchè ora si trova in grazia nostra! - No, Signore benedetto! lasciatemi star qui... Non vedete che queste orfanelle hanno soltanto me, e che se muoio io, le spogliano, le riducono alla miseria con tutto il bel testamento che ho fatto? Lasciatemi quaggiù un altro pochino!
- Il Signore sa bene quel che deve fare, non ha bisogno dei vostri consigli!...
- Non lo consiglio, lo prego! E dovreste pregarlo anche voi nella. santa messa! Io dico: Il Signore, non vuol farmi dannare. Ebbene, se muoio non confessato, mi danno... Dunque mi dia. la salute del corpo, non per me, per le orfanelle... E per ciò non mi confesso, no, no, no! Potete andarvene, compare canonico!
Il canonico, dalle risa, era passato alla commozione per tanta ingenuità, che in fine significava profondissima fede in Dio; e non insistette, anche per non turbare il malato, che non gli sembrava cosi grave come il dottor Cipolla gli aveva detto.
- Riposatevi; avete chiacchierato troppo!
Infatti, calmatasi l'eccitazione, don Paolo era ricaduto, ansimante, con la testa sui guanciali, la bocca aperta e gli occhi chiusi.
Le orfanelle lo guardavano atterrite, senza osare di accostarsi al letto, interrogandosi con cenni:
- Che dobbiamo fare?
Non dovettero far altro che preparare qualche scottatura di tiglio, di cammomilla, e poi ottimi brodi di pollo durante la convalescenza.
La quale, contro ogni previsione del dottore, fu cosi rapida, che una mattina in cui egli credeva di trovare il malato ancora a letto in attesa del permesso di alzarsi per qualche ora, lo trovò invece in cucina davanti a un fornello, mentre Giovanna grattava il cacio, e Lisa sbatteva in un piatto le uova per una magnifica frittata, e lui sminuzzava un po' di prezzemolo e di cipolla da servire pel condimento.
Il dottore, che appunto tornava dalla casa di un cliente morto pochi minuti prima senza permesso di lui, ed era rimasto male davanti ai parenti in lagrime e che quasi l'accusavano di aver ammazzato il malato, visto don Paolo in atto di fare il cuoco, s'era messo a ridere e s'era sentito venire l'acquolina in bocca all'odore.
- Ah, voi fate venir in casa il medico per invitarlo a colazione?
- Se volete favorire, - aveva risposto don Paolo, sorridendo.
Ma per levarselo di torno subito, gli aveva messo in mano una carta da dieci lire, pagamento delle visite. Non voleva conti in sospeso con nessuno, col medico soprattutti: certa gente è meglio tenerla lontana quanto più si può.
- 22" title="Leggi informazioni sul libro">Staremo un bel pezzo prima di rivederci, caro dottore! - gli disse su l'uscio, allegro, quasi avesse in tasca il contratto con Domineddio, di dover campare un secolo o poco meno.
E fu proprio così.

*
**

Erano passati dieci anni. Lisa aveva preso marito da sei mesi; si parlava già di certe trattative con un cugino del marito di Lisa che aveva posto gli occhi su Giovanna; e don Paolo sembrava più arzillo di quando aveva leticato con la strega per le bambine. Soltanto la testa non lo serviva bene come una volta; la memoria gli veniva meno di giorno in giorno. Chiacchierava troppo del passato, rammentandosi i più minuti particolari; ma gli avvenimenti vicini, anche della giornata, gli si scancellavan subito dalla mente.
Le prime volte, accorgendosene, ne aveva riso egli stesso:
- Comincio a istupidire, figlie mie!
Da lì a qualche mese però le cose cambiarono.
Non usciva più di casa; andava da una stanza all'altra come sperduto, con le sopracciglia aggrottate, le mani dietro la schiena, guardando attorno con aria diffidente, quasi andasse notando novità che gli dispiacevano.
Brontolava, si stizziva per cose da nulla, ripeteva certi atti giorno per giorno, a ora fissa, quantunque ogni volta si lasciasse subito convincere che aveva torto.
A ora fissa, da una settimana, si metteva a preparare la tavola.
- Che fate, nonno?
- Lo vedi. Non si desina oggi forse?
- Ma se abbiamo già desinato due ore fa!
- Abbiamo già desinato?... È vero, hai ragione.
Stava un momentino esitante, e zitto zitto sparecchiava.
Poi, da lì a un mese, non si lasciò convincere più. Era inutile ripetergli: - Abbiamo già desinato! - egli scoteva il capo, con aria maliziosa e continuava ad apparecchiare. Quando aveva finito, si sedeva a tavola, aspettando, battendo sull'orlo del piatto con la forchetta e col coltello, impazientendosi del ritardo:
- Volete farmi morire di fame, povero vecchio? Ingrate, ingrate! Vi ho dato tutta la mia roba; mi sono spogliato per voi... ed ecco la ricompensa! Dannate! L'inferno vi aspetta.
Urlava, piangeva. Lisa e Giovanna un po' ridevano, un po' rimanevano stupite, afflitte di vederlo piangere; poi, a furia di carezze e di buone maniere, riuscivano a farlo levare da tavola, a deviarlo da quella fissazione; suggerendogli:
- È mezzanotte; andate a letto.
Il sole vicino al tramonto inondava la camera dove lo conducevano, ma egli non se n'avvedeva; e mentre Lisa chiudeva gli scuretti della finestra, egli dava mano a spogliarsi, e intanto domandava:
- E il santo rosario?
- L'abbiamo recitato or ora.
- Sì, sì, è vero; non bisogna scordarsene mai altrimenti la Madonna non ci aiuta. Andate a letto anche voi. È mezzanotte.
Ma questo stratagemma giovò per poco.
Una notte Lisa e Giovanna furono svegliate da forti picchi all'uscio.
- Dormiglione, su, levatevi! È mezzogiorno.
E d'allora in poi, a ogni mezzanotte era mezzogiorno per lui.
Lisa si alzava, apriva la finestra:
- Non vedete che è buio?
- È annuvolato. C'è l'ecclissi...
Si rammentava dell'ecclissi di anni addietro, e affermava che il sole sarebbe ricomparso subito. Insomma ci voleva una pazienza da santi; e Lisa e Giovanna erano proprio due sante, che gli volevano bene, e lo adoravano, e lo compativano, povero vecchio. Lisa qualche volta leticava col marito che non aveva carità, com'ella gli rimproverava:
- Forse sa quel che fa, poverino?
Ora, di tanto in tanto, egli perdeva anche la conoscenza delle persone.
- Chi siete? Che fate qui? Chi cercate?
- Sono Lisa; non mi conoscete?
- Lo so, lo so; ma costei, chi è costei?
- Giovanna.
A quei nomi rimaneva turbato. I ricordi delle figliuole morte e la figura delle due donne che si vedeva davanti lo imbrogliavano, lo rendevano dubbioso; e voltava le spalle, crollando la testa, ricominciando da capo dopo un momento:
- Chi siete? Che fate qui? Il padrone sono io. La roba è mia.
E si metteva a discorrere, divagando:
- Avevo due figliuole... Quella strega le mandava a chiedere l'elemosina... E sono morte, povere creature, morte di tifo!... Ve ne ricordate? Io ho fatto testamento; ho lasciato ogni cosa a loro... Erano orfanelle, abbandonate da tutti... Il Signore se l'è prese... Sia fatta la volontà di Dio! Come vi chiamate? Lisa? Giovanna? Si chiamavano cosi anche le mie creature. Se volete stare con me e servirmi ora che sono vecchio, faccio testamento e lascio ogni cosa a voi... Il padrone sono io. Ma qui non ci voglio più stare; voglio andarmene a casa mia. Prendete le chiavi; andiamo, andiamo!
E bisognava secondarlo, perchè non s'arrabbiasse e non urlasse.
Lisa fingeva di mettersi lo scialle - e spesso bastava buttarsi addosso una salvietta, un asciugamani - e gli dava braccio per le scale.Scendevano giù, in istalla o in cantina, e risalivano:
- Eccoci in casa nostra!
- Ah, come si sta bene qui! Colà non mi ci potevo vedere!... In casa altrui uno non può fare a modo proprio.
Si erano abituate a queste stranezze; spesso le prevenivano, le secondavano sempre, visto che era il miglior mezzo per non farle prolungare; e anche ci si divertivano quando il povero vecchio si sfogava a parlare del passato lontano, molto lontano, che gli veniva alla mente con lucidità e precisione meravigliosa.
Si divertivano quasi, anche quando se la prendeva con loro, con quelle ingrate che lo facevano morire di fame, che non potevano più vederselo dinanzi, perchè il padrone era lui e loro volevano tutta la roba per sè...
- Ma le gastigherò io! So io come gastigarle!
- Come?
- Straccerò il testamento, le lascierò nude in mezzo a una via!
- Fate bene, - gli diceva Lisa ridendo. - Dovreste lasciare la roba a noialtre.
- A voialtre? Che c'entrate voialtre? La roba mia è delle mie figlie, delle orfanelle che ho cresciute, nutrendole con la carne del mio cuore, col sangue delle mie vene! Che c'entrate voialtre? Esse soltanto mi vogliono bene; e pregheranno per l'anima mia quando sarò morto; che c'entrate, voialtre?

*
**

Per altri due anni era durata cosi, senza un giorno di tregua.
Poi il vecchio era diventato triste, muto. Passava le ore della giornata su una seggiola, con le mani su le ginocchia, guardando di tratto in tratto le due giovani, o tirando il laccio della culla dove dormiva Paolino, il bambino di Lisa; docile e obbediente alla parola di lei:
- Su, cullate il bambino.
Non aveva mai domandato di chi fosse quel bambino, nè come si trovasse in casa, nè come si chiamasse.
Ma un giorno avevano visto il povero vecchio alzarsi dalla seggiola dov'era stato tutta la mattinata a sedere, e stropicciarsi gli occhi e la fronte, quasi si destasse da profondissimo sonno.
- Lisa!... Giovanna!
Le chiamava sorridendo, con voce tremula dalla commozione, maravigliato, quasi le rivedesse dopo lunga assenza.
E pareva ricordarsi di tutto, e pareva si vergognasse di quel che ricordava...
- Sono stato pazzo? Oh, povere figlie mie, quanto vi ho fatto soffrire!... Ma ora me ne vado; non vi tormento più... Me ne vado a trovare quelle altre che mi aspettano da un pezzo... Dio vi benedica, povere orfanelle!
E fece atto di alzar le mani per benedirle... Le lasciò ricadere... S'era spento tutt'a un tratto, dolcemente, tra le braccia di Lisa e di Giovanna.

Roma, novembre 1893.









LA PRIMA SIGARETTA

Giorgio era un buon ragazzo, ma molto vanesio; i suoi compagni di scuola lo chiamavano il filosofo, perchè raramente si degnava fare il chiasso insieme con loro. Aveva da qualche tempo in qua la fissazione d'apparire giovanotto, quantunque non oltrepassasse i quattordici anni, e s'arrabbiava dell'ostinazione del suo babbo e della sua mamma che non volevano fargli smettere la camiciola col cinto e i calzoni a mezza gamba.
- Sì, vestito a quel modo, faceva bella figura; lo sapeva anche dalle parole d'ammirazione che gli erano giunte talvolta all'orecchio, andando attorno col babbo nei giorni di vacanza; ma non gliene importava.
Il peggio era che, ogni volta ch'egli pregava il babbo o la mamma di vestirlo con la giacchetta e i pantaloni lunghi, come tant'altri suoi compagni minori di anni di lui, babbo e mamma sorridevano e scuotevano la testa, quasi lo canzonassero. Doveva, insomma, portare quell'odiosa foggia fino a vecchio? Non se ne dava pace.
Un giorno, finalmente, il babbo gli rispose :
- Se passi col maximum dei punti, sarai contentato.
- Parola di babbo?
- Parola di babbo!
Giorgio era studioso; ma in quegli ultimi quattro mesi di scuola fece proprio miracoli, sempre con la giacchetta ed i pantaloni lunghi davanti agli occhi come meta da raggiungere a ogni costo; giacchetta e pantaloni valevano bene quattro mesi di studio accanito. Aveva per ciò adottato come suo il motto d'Enrico IV, appreso nel manuale di storia moderna: Parigi vale bene una messa. E per lui, giacchetta e pantaloni lunghi rappresentavano una gioia sospirata da quasi due anni, la conquista del regno della giovinezza. Non sarebbe stato più un bel ragazzo, ma un bel giovinotto, e smaniava di sentirselo dire dalla gente nelle passeggiate col babbo o con la mamma, e anche andando a scuola o tornando a casa coi libri sotto braccio.
Mai non s'era tanto impensierito degli esami quanto quell'anno. Più il terribile giorno s'avvicinava e più egli perdeva la fiducia nel buon successo, e più vedeva allontanarsi e perdersi in una nebbia fitta l'agognata giacchetta, gli agognati pantaloni lunghi, che gli erano stati cosi evidentemente davanti agli occhi nell'ultimo mese, da sembrargli che avrebbe potuto prenderli, se avesse steso la mano.
Il giorno che il babbo lo vide arrivare a casa rosso, scalmanato, facendo salti e buttando libri berretto per aria, per poco non lo credette ammattito.
- Il sarto! La giacchetta e i pantaloni lunghi!
Giorgio non sapeva dir altro.
E siccome il babbo, sorridendo, gli accennava di chetarsi, così egli soggiunse:
- Parola di babbo, hai detto!
E aveva le lagrime agli occhi, dalla paura che il babbo non volesse più adempire la solenne promessa.

*
**

Giorgio ebbe facoltà di scegliere la stoffa da sè e dar gli ordini al sarto, quasi fosse stato proprio giovanotto. Si mostrò incontentabile: - Quella stoffa no; questa sì, ma... Sarebbe meglio quest'altra. - Il sarto cominciava a spazientirsi, vedendolo così incerto e così variabile da un istante all'altro. Intervenne il babbo per farla finita.
Ma il sarto dovette spazientirsi peggio quando giunse il momento della prova degli abiti. Le maniche della giacchetta oggi parevano a Giorgio troppo lunghe, domani troppo corte; i petti non si reggevano bene... E i pantaloni, oh Dio, come cascavano male su la scarpa!... Sbattevano goffamente nel camminare...
- Lei sarà un avventore indiavolato, - esclamò il sarto. - Chi le ha insegnato queste cose?
Finalmente, con gran sollievo di tutti, il vestito fu all'ordine. Giorgio volle provarlo un'ultima volta; gli stava a pennello.
Gli bruciava di uscire di casa subito, la mattina stessa, per farsi ammirare; ma il babbo, volendo correggerlo di quella smania eccessiva, gli disse:
- Verrai con noi questa sera in casa Ronzano. È il compleanno della signora. Intanto termina il compito di tedesco; questa sera torneremo a casa tardi, e domani non avrai tempo; la maestra viene di buon'ora.
Giorgio domandò per grazia che il vestito fosse deposto sul letto in camera sua: voleva vederlo li, mentre egli avrebbe lavorato sfogliando grammatica e dizionario.
Era possibile fare le traduzioni dal tedesco in italiano e dall'italiano in tedesco con quel vestito nuovo fiammante sciorinato sul letto? Giorgio si voltava a ogni po', si levava da tavolino per rallegrarsi gli occhi guardandolo, e per tastare la bella e morbida stoffa inglese. Infatti era passata un'ora, e la traduzione dal tedesco rimaneva arrestata alle prime righe.
- Ho tempo fino all'ora di pranzo! - egli pensava.
Si sentiva allettato dalla tentazione d'indossare nuovamente il vestito per persuadersi, osservandolo con attenzione davanti allo specchio, se stava proprio bene. Appunto ora rammentava certe pieghette della giacca sotto la manica, alle quali gli pareva non aver badato quanto avrebbe dovuto; voleva vedere se s'ingannava o no. Il babbo era fuori; la mamma aveva visite in salotto; nessuno lo avrebbe disturbato...
Esitò un istante, poi si lasciò vincere dalla tentazione; e cominciò, in fretta in fretta, a togliersi di dosso il vestito di casa.
No, tutto stava benissimo; nè pieghe sotto l'ascelle, nè niente!
Egli andava su e giù per la camera, pavoneggiandosi, prendendo aria da giovanotto, col cappello in testa e la mazzettina in mano.
Doveva camminare un po' chinato, con le braccia penzoloni, come il cavaliere Sganzetti che era, dicevano, un vero scicche? O piuttosto con la testa alta, e il petto sporgente, con un che di spavaldo, come il cugino Rubini?
Si provava, e subito s'arrabbiava di sentirsi molto impacciato nelle mosse. I pantaloni lunghi gli impedivano di buttare le gambe scioltamente. Che vuol dire non essere abituati!
E provava, e tornava a provare, finchè non gli parve d'avere già acquistato un po' della necessaria franchezza. Allora...
Andò a origliare dietro l'uscio del salotto. Dalla mamma c'era tuttavia gente. Tornò in camera in punta di piedi e mise il paletto; se qualcuno fosse venuto, avrebbe risposto che non voleva essere disturbato per terminare il còmpito in tempo.
Il giorno avanti, rovistando il cassetto d'un armadietto del babbo, Giorgio aveva trovato una sigaretta dimenticata lì chi sa da quanto tempo; il babbo non fumava sigarette da un pezzo, ma sigari lunghi così.
Per far compiute le prove del suo atteggiamento a giovanotto, Giorgio aveva pensato di fumare quella sigaretta, con la finestra aperta, s'intende, perchè nessuno poi s'accorgesse dell'odor del tabacco.
Detto, fatto; la trae fuori dal nascondiglio dove l'aveva deposta, l'accende, e comincia a gettare grossi sbuffi di fumo da questa parte e da quella, socchiudendo gli occhi, spasseggiando per la camera come avrebbe voluto fare pel Corso, se gli fosse stato permesso. Una sigaretta così piccina non poteva fargli male.
E boccate di fumo, una dietro all'altra; e talvolta un po' di tosse, quando il fumo, per malaccortezza del fumatore, gli entrava in gola.
Deliziosa quella sigaretta! Ah, non vedeva l'ora di esser grande, per comprarsi un bel portasigarette giapponese, come quello di Sganzetti, con le gru che volavano. Venti lire, a quel bel negozio di via Condotti; l'aveva adocchiato nella vetrina tante volte, passando.
A metà di sigaretta, già sentiva un po' di disturbo; qualcosa gli saliva dallo stomaco alla testa e gli dava una specie di dolce stordimento... Eh via! Era proprio un ragazzo. Avanti!
E boccate di fumo, una dietro all'altra, come da gola di fumaiolo.

*
**

Ma quasi tutt'a un tratto non si raccappezzò più... Le gambe gli si piegarono sotto, e gli parve prudente mettersi a sedere...
- Oh, Dio!
Si vedeva diventato lungo lungo, grosso grosso... omaccione, gigante... Se si fosse seduto su quella seggiolina, l'avrebbe sconquassata col peso... Come mai era cresciuto tutt'a un tratto?... Già toccava il soffitto con la testa... Ah! Ah! Ah!... Se la mamma. o il babbo fossero entrati in quel punto, non lo avrebbero riconosciuto... Ah! Ah!
Rideva, barcollando, aggrappandosi ai mobili; e intanto si sentiva allungare, allungare, allungare, quasi qualcuno lo tirasse pei capelli... Ora non solo toccava con la testa la volta, ma doveva anche chinarsi... Nella camera non ci stava più... Soffocava! E guardandosi, si vedeva certi piedoni, e certe manacce... Diventava mostruoso?
Si spaventò e cominciò a gridare:
- Aiuto! Soccorso!...
Fin rannicchiato per terra toccava col capo la volta.
- Aiuto! Soccorso!
Sentiva picchiare forte all'uscio, sentiva gridare: - Apri! Apri! Che hai? Che è stato? - ma non poteva muoversi, non aveva coscienza di quel che accadeva. Vedeva attorno a sè persone che non riconosceva, udiva parole che non intendeva...
E non capì più niente.

*
**

Lo spavento della mamma era stato grande. Mentre un servitore correva in cerca del padrone, un altro volava a chiamare il medico nella vicina farmacia.
- Che è stato? - gli domandavano tutti.
Giorgio non rispondeva, o rideva scioccamente, o rispondeva stramberie inintelligibili:
- Allungo!... Mi allungano!... Fatemi posto!...
Il mozzicone della sigaretta, trovato per terra in camera di Giorgio, diè finalmente al babbo la spiegazione del mistero.
- Ha fumato una sigaretta con l'ascich, -egli esclamò, riconoscendola; e la mostrò al dottore.
Quella sigaretta, preparata con l'estratto della canabis indica, - estratto che dà visioni fantastiche e il cui abuso istupidisce coloro che hanno il vizio di fumarlo, in Oriente, - gli era stata regalata, perchè la provasse, da un amico tornato dal Cairo. Egli non aveva voluto avventurarsi alla prova, temendo che gliene venisse male; e aveva buttato la sigaretta in un cassetto. Quel frugone doveva averla scovata chi sa come.
Allora il dottore lo rassicurò; si trattava d'un disturbo passeggero; e ordinò di far prendere al ragazzo molto caffè, e di lasciarlo riposare.
Intanto quella sera fu impossibile andare in casa Ronzano, con dispiacere del babbo e della mamma, che non avrebbero voluto mancare alla festa d'una amica carissima. Mamma e babbo erano sconvolti dallo spavento avuto, quando nessuno sapeva che male avesse il figliuolo; e Giorgio, fino al giorno appresso, si sentiva ancora mezzo stordito dagli effetti dell'ascich, e lo stomaco ancor in ribollimento con nausee straordinarie.
Il babbo, lasciato che fosse completamente svanita quella specie d'ubbriacatura, fece a Giorgio una lavata di capo numero uno.
- E il vestito dai pantaloni lunghi... a quest'altr'anno! - egli conchiuse severamente.
Giorgio, a testa bassa non osò rifiatare, pur maledicendo in cuor suo le sigarette coll'ascich e chi l'aveva inventate.
Così guarì della smania della giacchetta e dei pantaloni lunghi e del vizio di frugare nei cassetti del babbo.


I PADRONCINI

- Madonna mia!... I padroncini!
Con le mani in tasca e il bastone sotto braccio, il pecoraio si era fermato ad aspettare al varco i quattro monelli che laggiù, in fondo alla strada, tiravano sassi a un albero di albicocco per farne cascare a terra le albicocchine immature. Le macchie di rovi, che formavano siepe da quel lato, e la fronda d'un grosso ulivo che sormontava il ciglione gl'impedivano di riconoscerli.
I quattro monelli poi non stavano fermi; si abbassavano per prendere i sassi da lanciare, si accapigliavano per raccorre le albicocchine cascate, giravano di qua e di là attorno all'albero per colpire - si capiva bene dai gesti - i rami più carichi; insomma pareva sguizzassero a posta per non farsi riconoscere.
Il pecoraio aveva assistito cinque buoni minuti allo strazio del povero albicocco dai cui rami veniva giù un nugolo di foglie e fronde per la grandinata di sassi che lo colpiva; poi non ne aveva potuto più e aveva gridato: - Oohh! Oohh! - in tono di minaccia. I monelli si erano fermati, avevano guardato in direzione della voce e, riconosciutolo, avevano risposto con un urlo di gioia:
- Pecoraio! Pecoraio!
E gli si erano slanciati incontro di corsa. Allora li aveva riconosciuti anche lui e subito gli era sfuggita quell'esclamazione : - Madonna mia!... I padroncini! - che non significava certamente un bell'elogio a quei monelli.
Infatti, ogni volta che i quattro figliuoli minori del padrone arrivavano alla fattoria, si poteva dire che arrivavano quattro diavoli scatenati.
E ogni anno, nel mese di maggio, il caso si dava tutti i sabati dopo pranzo. Venivano a piedi dal paesetto vicino, affidati alla custodia di un contadino che, non avendo voglia di correre come loro, spesso li perdeva di vista a metà di strada; e per quella mezza giornata e l'intera giornata della domenica, la fattoria era proprio messa sossopra senza un minuto di tregua. Galline e tacchini sbandati, inseguiti pei campi di frumento; asini fatti imbestialire da mazzi di spine introdotti sotto la coda; vitellini perseguitati a colpi di canna o di bastone, e che il ragazzo del bovaro stentava a rimenare in istalla; aratri trascinati attorno; carrettelle rovesciate pei burroncelli; zappe, tridenti seminati da per tutto, secondo il capriccio del momento. E non dico niente del saccheggio all'uva agresta, alle mele, alle susine immature, agli alberi di albicocco e di ciliegio; niente delle scalate ai tetti del casamento in cerca di nidi di passerotti. Come mai quei diavoletti non si facessero male, non ricevessero qualche calcio dalle bestie, anzi non si rompessero l'osso del collo, pareva proprio un miracolo. Ma i contadini avevano ordine di lasciarli fare; e li lasciavano fare brontolando però sotto voce, perchè poi toccava a loro rimenare al posto gli oggetti dispersi, rassettare e far sparire ogni traccia di quella specie di saccheggio.
Per ciò, al riconoscerli, il pecoraio aveva esclamato:
- Madonna mia!... I padroncini!
Egli era arrivato soltanto da una settimana alla fattoria, con le pecore che dovevano pascolare su per le colline e per la vallata dello Sgombo, e ricordava con spavento quel che gli era toccato di tollerare il maggio dell'anno passato.
Dopo pochi minuti, li vide scoppiare in mezzo alle pecore che pascolavano tranquille e che si sbandarono, impaurite anche dagli urli di gioia dei quattro ragazzi datisi ad afferrarle pei velli, per le corna, per le code, a rincorrerle chi di qua, chi di là.
- Ecco la ricotta! - gridò il pecoraio, per impedire che continuassero.
E alzando il braccio, mostrò il cestino che la conteneva.
- Bravo, pecoraio! La ricotta! la ricotta!
Gli saltarono addosso; ognuno voleva essere il primo a levargli di mano il cestino, e dava spinte, urtoni all'altro, urlando, ridendo; tanto che il pecoraio si sentì intenerito di quella allegra gazzarra fanciullesca, sorrise, abbassò il braccio e consegnò il cestino con la ricotta al maggiore, dicendo:
- Portatela alla fattoria; qui non c'è piatti.
E sospirò, come sollevato da un peso, quando li vide andar via di corsa, il maggiore avanti, col cestino in alto quasi fosse stato una spoglia di vittoria, e gli altri dietro, acclamanti, facendo sollevare un nugolo di polvere, peggio che se passasse per la via una mandra di capre.

*
**

Quell'anno i padroncini parevano presi da particolare affezione pel pecoraio e per le pecore.
La mattina, mentre egli si disponeva a mungere il latte, gli abbai del cane gliene preannunciavano l'arrivo; e tosto giungevano, ognuno munito di piatto, di cucchiaio e di una fetta di pane fresco, per mangiare la giuncata o la ricotta calda o semplicemente una zuppa di pane e latte.
Fossero rimasti tranquilli, non sarebbe stato niente. Ma volevano metter le mani dappertutto, mungere loro, e loro rimescolare il latte posto a scaldare, e loro far fuoco, e aiutare il pecoraio, cioè e imbarazzarlo nelle delicate operazioni del frutto, come egli diceva. Il poveretto doveva avere cent'occhi, cento mani per impedire che quei benedetti figliuoli non rovesciassero la caldaia o i secchi col latte.
Fin il cane di guardia si mostrava seccato del chiasso importuno, e ringhiava accoccolato davanti al pagliaio per impedire che coloro vi entrassero; pareva capisse che quei ragazzi avevano paura della bestia sciatta, pelosa e brutta che egli era.
Quella volta intanto, invece d'un giorno e mezzo, i ragazzi dovevano rimanere alla fattoria l'intera settimana. C'erano non so quali vacanze, e il babbo, forse per stare più tranquillo in casa, li aveva mandati in campagna.
Indurli a tornare alla fattoria, dopo mangiata la giuncata o la ricotta o la zuppa di latte, ogni mattina era una fatica.
- Vogliamo stare con voi; venire dietro le pecore!
Il pecoraio, alla fine, era riuscito a persuaderli; prometteva che, al ritorno dal pascolo, avrebbe loro portato fiorì di campo, o nidiate di uccelli, o bacchette lunghissime, o avrebbe raccontato una bella fiaba; così i padroncini lo lasciavano in pace.
Un giorno però essi volevano aspettarlo dentro il pagliaio, per non rifare due volte la strada dalla fattoria alla mandra.
- Dentro il pagliaio no!
- Perchè?
- Perchè no. Lì non ci può entrare nessuno.
I ragazzi parvero convinti di questa perentoria ragione. Ma appena stimarono che il pecoraio doveva essere con le pecore nella vallata dello Sgombo, tornarono addietro da sotto il carrubo dove s'erano fermati a mezza strada, e in due salti si trovarono davanti al pagliaio.
Avevan ordito una congiura. Sapevano che il pecoraio riponeva lì dentro la ricotta che poi la sera egli soleva portare alla fattoria; dovevano mangiarsi quella ricotta, per farlo disperare. E la mangiarono.

*
**

Il povero pecoraio strillò contro i contadini della fattoria; sospettava autore del furto uno di loro. Non gli era accaduto mai in vita sua che qualcuno avesse osato rubargli una goccia di latte; intanto, da due giorni, gli mancava un bel cesto di ricotta al giorno.
- Se me n'accorgo, rompo la testa anche al figlio di mio padre!
E i ragazzi che erano presenti alla sfuriata, stettero zitti e seri, un po' impauriti della minaccia; ma appena il pecoraio andò via, di nascosto dei contadini, per non farsi scoprire, si diedero a saltare, a ridere, a battere le mani, applaudendosi per la prodezza fatta.
Non risero il terzo giorno. Tornavano quatti quatti alla fattoria rimpinzati della ricotta fresca rubata; quando proprio sotto il carubbo dovettero fermarsi.
Si erano guardati in viso, e si eran visti pallidi, bianchi come cenci lavati, e non avevano potuto dirsi neppure una parola, tanto si sentivano sconcertati di stomaco.
Il minore diè l'esempio il primo; poi lo imitarono gli altri tre, uno appresso all'altro, quasi invece di ricotta avessero ingoiato un violento vomitivo. Il minore piangeva, chiamando: - Mamma! Mamma! - Il maggiore voleva fare il coraggioso, ma non si reggeva in piedi. Si misero a piangere tutti e quattro, a gridare, a chiamare il fattore.
Un uomo accorse dal fondo vicino, e si spaventò vedendoli ridotti a quel modo. Ne prese in collo due, li portò alla fattoria, e tornò a prendere in collo gli altri sotto il carrubbo.
Le donne del fattore non sapevano che rimedio apprestare; volevano spedire un messo al paese per avvertire il padrone.
- Che avete mangiato, Signore Iddio? Uva agresta? Frutta immature?
- Abbiamo mangiato la ricotta!
Lo confessarono tutti e quattro insieme.
Ma nessuno gli credeva,. vedendoli contorcere anche dai dolori di pancia; pensavano che il pecoraio non poteva poi avergliene data tanta, da produrre: quello sconquasso.
Il pecoraio passava tra quei contadini un po' per medico, un po' per fattucchiere; perciò gli diedero la voce dall'alto; - Venite su, presto: venite! Lasciate le pecore. - Lui solo poteva consigliare, lì per lì, qualche rimedio per quei poveri bambini.
Arrivò trafelato; e appena li vide, si diè un colpo alla fronte:
- Madonna! Erano loro che mi rubavano la ricotta!
Per accertarsi che il ladro fosse stato uno dei contadini della fattoria, come gli era venuto il sospetto, quella mattina egli aveva messo nel latte certi succhi di erbe a lui note, che non facevano molto male, ma davano dolori di pancia e producevano vomiti.
- Non è niente, - disse. - Un po' d'acqua bollita, con due stille di limone.
- E il poveretto angustiandosi che il vomitivo fosse proprio toccato ai ragazzi, non finiva di ripetere, meravigliato e mezzo incredulo:
- Erano loro che mi rubavano la ricotta.

*
**

La lezione giovò. I ragazzi nei giorni appresso lasciarono in pace pecoraio e pecore, e non vollero neppur sentir nominare la ricotta.
Fecero anche meno chiasso, meno capestrerie. D'allora in poi, a ogni loro ritorno alla fattoria, se essi accennavano a riprendere un po' dì solito aire, bastava che il fattore dicesse: - Eh, padroncini, ci vorrebbe un po' di ricotta! - perchè tutti e quattro si frenassero e anche stessero un po' cheti.

LA COMMISSIONE

Ogni volta che in casa del commendator Scalandri si riuniva la Commissione, i bambini venivano relegati in uno stanzone in fondo al corridoio, e per loro era una festa.
Che cosa fosse la Commissione non erano mai riusciti a saperlo.
In certi giorni della settimana, vedevano arrivare a uno, a due, una diecina di signori in tuba, quasi tutti di età matura, che si salutavano gravemente tra loro dandosi del cavaliere, del commendatore ed anche dell'onorevole, e che - ragionato un pochino in salotto con la signora Scalandri e con la signora Margherita, sua sorella maggiore - andavano poi a rinchiudersi col babbo in una sala preparata apposta per bisticciarvisi, dicevano i bambini che udivano fin da laggiù il rumore confuso delle lunghe e vivaci discussioni.
Più volte ora l'uno ora l'altro, aveva domandato al babbo, alla mamma, alla zia, perchè quei signori della Commissione si riunivano là dentro e che cosa voleva dire Commissione; ma babbo, mamma e zia avevano sempre risposto:
- Quando sarete grandi lo saprete.
Perciò la parola Commissione aveva preso nella mente di quei bambini un significato misterioso, che stuzzicava la loro curiosità ed eccitava la loro fantasia.
E siccome parecchie volte erano stati sorpresi a origliare dietro l'uscio della sala; e una volta, spingendosi e urtandosi per udir meglio, avevano fatto spalancare l'uscio mal chiuso, e uno o due di loro erano ruzzolati sul pavimento disturbando quei signori nel meglio d'una discussione; così ora, per prevenire qualunque monelleria, a ogni seduta della Commissione, la mamma li menava nello stanzone in fondo al corridoio, e raccomandato di non far troppo chiasso, ve li chiudeva a chiave insieme coi bambini loro amici, quando ve n'era qualcuno.
Un giorno, dagli Scalandri erano venuti i bambini Colocci, tre demonietti scatenati. Essendo appunto giorno di Commissione, a una cert'ora la signora Scalandri disse loro:
- Su, bambini, venite con me.
E li condusse nel solito stanzone.
- Giuocate qui, ma senza troppo chiasso.
Fatta questa raccomandazione, la signora li chiuse a chiave.
- Perchè ci chiude a chiave la tua mamma?. - domandò il maggiore dei Colocci a Lello che era il maggiore degli Scalandri.
- Perchè c'è la Commissione.
- Chi è costei?
- Certi signori che non vogliono far sentire dl che stanno a discorrere e si bisticciano sempre. Che c'importa di loro? Giuochiamo.
- No, non voglio star chiuso a chiave; voglio andarmene!
Aldo Colocci, subitamente imbroncito, si era addossato all'uscio, e, puntando i piedi, tentava di spingerlo e farlo aprire.
Gli altri bambini lo guardavano costernati.
- Hai paura? - gli domandò Lello.
- Ma che paura! Non mi garba stare in carcere.
- E noi ci divertiamo tanto! Possiamo fare quel che ci piace. Non picchiare; finchè c'è la Commissione, dobbiamo star qui.
Aldo cominciò ad aggirarsi per la stanza, mordendosi le labbra, irrequieto, fermandosi davanti agli altri usci, domandando:
- Da qui dove si entra?
-Nel salotto della zia Margherita.
- Da quest'altr'uscio?
- In camera di Cristina, la serva.
- E dalla camera di Cristina?
- In camera nostra, dove dormiamo io e Carlo; non lo sai?
-Sfondiamo quest'uscio! - disse Aldo con gesto risoluto.
Ai bambini Scalandri tale proposta parve una enormità.
- Oh, no! Che dirà la mamma? - esclamarono in coro.
- A me non dirà nulla; non sono suo figliolo.
Dalla stizza, aveva le lacrime nella voce. Parve raccogliersi per meditare un espediente, poi tutto a un tratto si rovesciò contro l'uscio, che si aperse. a metà, stridendo; un altro urto, e fu spalancato.
- Dove vai?
- Me ne vado. Venite via anche voi! - soggiunse imperiosamente rivolto ai suoi fratellini.
E vedendo che nessuno si moveva, fece una alzata di spalla, e s'avviò solo.
- Aldo ci vuol procurare una buona sgridata! - disse Carlo.
- Aldo! Aldo! - chiamò sottovoce uno dei fratellini, vedendo la mossa afflitta di Carlo.
S'erano radunati tutti insieme su la soglia dell'uscio spalancato, e guardavano, tra timidi e curiosi, sperando anche di vedere Aldo acquattato in un angolo per far loro una burla. Ma l'altro uscio, lasciato socchiuso, rivelava che egli era già passato oltre. Lello pestava i piedi, quasi stesse commettendo lui quella disobbedienza agli ordini della mamma; quando ecco un lieve urto d'uno dei bambini rimasti più indietro, che lo spinge dentro la camera; ed ecco tutti gli altri appresso a lui. Lello, tentato, fece due o tre passi, e andò a spiare dall'uscio socchiuso. Alcuni minuti dopo nessuno di loro avrebbe saputo dire in che modo si fossero trovati nell'altra stanza. L'audacia dell'esempio di Aldo li aveva tentati, esaltati, e in tutti era già vivissima la curiosità di sapere in che modo egli se l'era cavata, giacchè per andar via doveva passare proprio dalla stanza dove stava radunata la Commissione.
Altri pochi minuti dopo, neppure i quattro bambini Scalandri pensavano più agli ordini della mamma; s'erano consultati con un'occhiata, con un cenno, con un sorriso d'invito, e zitti zitti, in punta di piedi, tenendosi per mano, quasi tentassero proprio un'evasione, avevano seguito i passi d'Aldo di stanza in stanza.
Di mano in mano che essi s'accostavano, il rumore della discussione di quei signori di là diventava più forte; nella confusione si distinguevano le diverse voci, quale roca, quale stridula, quale irosa, quale ironica; ma spesso tutte insieme formavano un vocìo, accompagnato da pugni sul tavolino, da scampanellìi prolungati e dal grido: Signori! Ma, signori!
- Questo è il babbo! - esclamò Lello fermandosi, quasi il babbo avesse gridato per loro.
Tra la stanza della Commissione e quella dove i bambini si trovavano in quel punto, c'era di mezzo soltanto un salotto; e il battente rimasto aperto lasciava vedere Aldo che, appoggiate le mani all'uscio, rizzato su ]a punta dei piedi, guardava dal buco della serratura.
Irruppero, attratti da forza irresistibile; e nello stesso istante, come se la loro entrata fosse servita di segnale, irruppe nella sala della Commissione un tumulto straordinario di voci, di scampanellate, di strepito di seggiole smosse, di passi confusi, di usci sbatacchiati, insomma di persone che scappavano via e che pareva s'inseguissero, quantunque la voce del commendator Scalandri tentasse trattenerle, gridando a squarciagola: Signori! Ma, signori!
Poi non s'intese più niente. I bambini erano rimasti lì atterriti, specie gli Scalandri; avevano dipinta in viso la paura che non fosse accaduto qualcosa. di male al loro babbo.
Aldo, che non s'era accorto della loro presenza, si voltò tutt'a un tratto e appena li vide esclamò:
- Buffi quei signori! Sono andati via leticando; c'è mancato poco non facessero a pugni.
Nessuno fiatò. Il silenzio succeduto al tumulto li aveva sbalorditi. Ma Aldo, che s'era messo di buon umore, s'avvide di un tavolino apparecchiato in un angolo, e l'additò spalancando gli occhi.
Il tavolo era ingombro di piatti ricolmi di paste, di vassoi con biscottini e dolci d'ogni sorta, di vassoi con bicchieri e bicchierini, dì bottiglie di marsala, di bottiglie di rosolio belle e stappate, di vassoi con sigari e sigarette.
Tutti. si accostarono meravigliati; neppure i bambini Scalandri sapevano niente di quell'apparato di tante belle cose mangiabili e bevibili, e guardavano, ammiravano, con l'acquolina in bocca, senza che nessuno osasse stendere la mano.
Ma quel demonietto d'Aldo non faceva mai le cose a mezzo.
- Tutto questo è per noi, ora che quei signori se ne sono andati!
E presa con due dita una pasta di cioccolata, l'addentò, esclamando subito:
- Buona!
Gli altri esitarono un momentino; poi, come travolti a un tratto dall'esempio di lui, si precipitarono sui diversi piatti, soffocando gli scoppi di risa provocati dallo strano caso, mangiando, anzi divorando a gara paste e dolci, saltando dall'allegria, reprimendo in gola, con paste su paste, i gridi di gioia che avrebbero voluto sprigionarsi dai loro cuoricini riboccanti di felicità in faccia a tanta abbondanza di cose ghiotte. Si spingevano, si urtavano, si contendevano la presa di questo o quel dolce, di questa o quella pasta, quasi tutta quella grazia di Dio fosse stata raccolta lì unicamente per loro.
Poi Aldo, che brillava dalla contentezza per la riuscita della sua impresa, afferrò pel collo una bottiglia di marsala, riempì solennemente sette bicchieri, quanti erano loro; e levato in alto il suo, disse:
- Alla salute della Commissione!
E lo bevve d'un fiato, strizzando gli occhi con una smorfia.
Trincarono tutti, senza badare a quel che facevano, inebriati anticipatamente dell'avventura, immemori del babbo, della mamma, della zia, incoraggiati dal gran silenzio attorno che faceva parere disabitata la casa, quasi, babbo, mamma, zia e persone di servizio fossero corsi dietro quei dellaCommissione per attrapparli.
E bevvero e ribevvero, e tornarono all'assalto delle paste e dei dolci. Ormai non si sapevano più frenare; e dopo il marsala, venne la volta del rosolio. Tutti erano accesi in viso, con gli occhi luccicanti; e già parlavano ad alta voce, già ridevano chiassosamente, quando Aldo, preso il vassoio con le sigarette, si mise ad offrirle attorno dicendo:
- Vogliono fumare?
Per sè prese un sigaro e l'accese, e porse il fuoco agli altri, che cominciarono a tossire dopo poche boccate di fumo.
Poi fece un gesto per imporre silenzio, s'accostò all'uscio, girò il pomo, e spinto indietro il battente gridò:
- Signori della Commissione, passino, passino!
Si precipitarono attorno al tavolino, insediandosi tumultuosamente, contendendosi il campanello, brancicando i fogli, brandendo le penne, urlando, schiamazzando, come avevano udito urlare e schiamazzare, mentre Aldo gridava: - Ma, signori! signori! - scampanellando da ossesso.
E proprio ossessi parvero alla signora Scalandri, alla zia e al commendatore accorsi subito alle grida:
- Bambini, bambini! Che è mai! Zitti! Cheti!
Si, zitti! cheti! Le carte volavano per aria, il calamaio veniva rovesciato sul tappeto, il campanello, staccatosi dal manico, andava a cascare sul pavimento.
Alle macchie di crema e di rosolio che si scorgevano sui vestiti di tutti, la signora Scalandri, capì quel che era avvenuto e corse ad accertarsene. Tornò subito ridendo, e anche un po' spaventata del male che l'orgia di paste, di marsala e di rosolio e di sigarette poteva produrre ai bambini.
- Hanno bevuto il marsala! Sono ubriachi!
Hanno mangiato dolci e paste! Dio che indigestione! Hanno anche fumato!
E il commendatore, che era ancora furibondo per la scena di quei signori della Commissione, e voleva scapaccionare i monelli, scoppiò in una gran risata esclamando:
- Tutte a un modo le Commissioni! Maledetto chi l'ha inventate!
I bambini però pagarono cara la loro disobbedienza; dovettero stare otto giorni a letto, e invece di dolci e marsala, ingoiare disgustose medicine.

ARIA! MOTO!

In casa Borsino avevano proprio paura che l'aria si mangiasse quei due bambini tanto desiderati e venuti con tanto ritardo; e avevano paura del freddo, del caldo; insomma non saprei dire di che cosa non avessero paura.
Per ciò Angiolina ed Alfredo crescevano come fiori di serra, palliducci, stentatini, riguardosi e timidi da non sembrare due bambini, ma una donnina e un omino rimasti con quelle sembianze in virtù di qualche incanto.
L'aria veniva rinnovata attentamente a ogni quarto d'ora; ma per aprire le finestre d'una stanza, i piccini erano condotti via nella stanza appresso. Se la cameriera e il servitore lasciavano socchiuso un uscio che poteva produrre un riscontro, padrone e signora diventavano furibondi, li maltrattavano quasi avessero voluto attentare alla vita dei loro figliolini; e marito e moglie erano ordinariamente d'una bontà estrema con le persone di servizio.
Il dottor Carlani doveva venire a far visite due, tre volte la settimana e osservare quelle povere creaturine, se mai non avessero qualche male latente, se mai non vi fosse qualcosa da arrestare subito ai primi passi, o qualcosa da prevenire.
- Ma così loro fanno peggio! Aria, aria, moto!
Il dottore predicava invano.
- Ah, lei non ha bambini! - gli rispondevano insieme marito e moglie.
Per poco non sospettavano che il dottore dèsse quei consigli a fine d'avere una grave malattia da curare, e di rendere più preziosa la sua assistenza.
Una passeggiata coi bambini - in carrozza, s'intende - veniva discussa per ore. Il marito consultava il termometro, tenuto a posta fuori la finestra, per esser ben certo della. temperatura: la signora spiava il cielo, le nuvole, l'atteggiamento dei passanti, con pochissima fiducia nei responsi del termometro. E quando la decisione era affermativa, bisognava vedere come quei bambini venivano infagottati, perchè non sentissero nessun cattivo effetto dell'impressione dell'aria aperta!
- Ma cosi loro fanno peggio!
Il dottore predicava invano.
- Ah, lei non ha bambini! - rispondevano invariabilmente marito e moglie.
Il signor Borsino s'era formato una bibliotechina di opere mediche intorno alle malattie della prima età, e le studiava da mattina a sera. Studiava meglio anche tutte le quarte pagine dei giornali; e di nascosto del dottore faceva ingollare ai figliuolini intrugli ricostituenti, proclamati miracolosi dagli inventori e anche dalla compiacente ciarlataneria dei medici di grido; i quali forse si prestavano al giuoco convinti che quei ricostituenti, se non ricostituivano niente, non nuocevano neppure.
Verso i sette e gli otto anni, i bambini però si risentirono tutt'a un tratto di questo strano regime. Cominciarono a deperire a vista d'occhio; pareva invecchiassero, invece di crescere.
Padre e madre addebitavano quel deperimento allo studio; le lezioni che due maestre venivano a dare in casa, tre sole volte la. settimana, furono diradate anche di più, e alla fine soppresse a dirittura. Appunto in quei mesi si parlava di difterite, di rosolia, di morbillo, che menavano strage in città; e padre e madre temevano che le maestre non importassero, da qualche casa da loro frequentata per altre lezioni, il germe fatale di qualcuna di quelle malattie.
Le precauzioni vennero raddoppiate; l'aria rinnovata meno frequentemente; i soliti portentosi intrugli somministrati in più larghe dosi; ma senza nessun giovamento.
Un giorno il dottore per isgravio di coscienza, parlò quasi brutalmente:
- O mutano questo genere di vita, o i bambini sono spacciati!
Padre e madre atterriti, si rimisero nelle mani del dottore, lo implorarono con le lagrime agli occhi:
- Ordini, per carità; sarà obbedito!
E l'ordine fu questo:
- Li mandino dalla nonna in campagna!
- Dalla nonna?
E parve dicessero:
- Da quella vecchia pazza?
Giacchè, appunto per via dei bambini, una rottura era avvenuta tra madre e figlio; e la nonna aveva giurato che non sarebbe più venuta in casa di lui, finchè egli avesse persistito a tenerli all'ospedale; la casa del figliuolo, a lei abituata all'aria libera della campagna, non pareva casa, ma ospedale.
- E, ne ha il tanfo! - avea soggiunto l'ultima volta che n'era uscita per non rimetterci più piede.
Marito e moglie si guardarono negli occhi quando il dottore rispose insistentemente e calcando le parole:
- Dalla nonna! Dalla nonna!
E chiedendo mille scuse, facendo interminabili proteste di stima e di rispetto senza accorgersi della contraddizione, proposero un consulto; e non con uno, ma con altri tre dottori.
- Anche con cento! - acconsentì, ridendo, il dottor Carlani.
Quasi fosse stato fatto a posta, in quei giorni s'ammalò gravemente la signora. E i bambini dovettero essere condotti in campagna dallo stesso dottor Carlani che si offerse gentilmente.

*
**

Angiolina e Alfredo erano ormai ridotti peggio dei loro genitori, cioè assai. più paurosi dell'aria, della luce, del caldo e del freddo; e per qualche settimana furono la disperazione della nonna, che aveva accettato di averli presso di sè a patto di farli vivere come avrebbe voluto lei.
Bisognava proprio che li cacciasse fuori di casa per farli andare pei campi, o a giuocare sotto gli alberi. Rispondevano sempre:
- Il babbo non vuole, la mamma non vuole.
- Babbo e mamma sono dei grulli! - rispondeva irritata la vecchia. - Fuori, fuori!
E attrapparono unl forte raffreddore, con tosse, febbre e il resto.
- Benissimo! - disse la nonna.
I bambini si credettero capitati in mano d'una tiranna.
Il signor Borsino non era potuto andare a vederli, ma aveva scritto una lettera al giorno.
Appena sua moglie entrò in convalescenza, senza preavviso, una mattina capitò alla villa, e pareva uno stralunato. Sua madre credette che fosse accaduta una disgrazia.
- Tua moglie?
- Sta meglio. E i bambini?
- Sono fuori.
- A quest'ora?
- Sono fuori da due ore.
- Dove?
- Pei. campi.
- E la rugiada?
- Gli bagnerà le scarpe; non vuol dire!
Il signor Borsino fece un gesto di desolazione, e scappò alla ricerca dei figliuoli. Chi sa in che stato li avrebbe trovati!
Non credette ai propri occhi; - ed era passato appena un mese! - Abbronzati dal sole, ingrassati, cresciuti di statura mezza spanna, ma conciati nei vestiti in modo da far paura, con mani sporche di mota, con scarpe infangate e bagnate, a quell'ora, quasi alle otto di mattina! Non credeva ai propri occhi!
S'era accostato piano piano, dopo averli scoperti in mezzo all'erba, laggiù. E che aveva veduto? Angiolina con un cappellaccio di grossa paglia in testa e Alfredo in berretto, chinati e intenti a riempire di mota un barattolo di latta; la bambina con un cucchiaio di legno, il bambino a dirittura con le mani. E dove, proprio dove? In un posto acquitrinoso, coi piedi in mezzo all'acqua che faceva gora tra i giunchi nascenti! Rimase. Potè a stento dar loro la voce, e li spaventò mostrandosi a quel modo con le braccia aperte e gli occhi spalancati.
I bambini non osavano accostarglisi, temendo peggio di un rabbuffo. Ma quando videro spuntare dietro le spalle del babbo il fazzoletto rosso che la nonna portava in testa, si rassicurarono e si slanciarono verso di lui; ma la nonna li trattenne pei braccini:
- Non gli sporcate il vestito!
Il signor Borsino si sentiva mortificato da quella incredibile realtà che gli dava così apertamente torto; e arrossì quando Angiolina, che aveva preso una cert'aria impertinente, gli domandò :
- Babbo, sei venuto per portarci via?
Il babbo li baciava e li tastava. Come erano sodi quei polpaccini, quelle braccine! E che bel rosso sotto la pelle abbronzata!
- Maria non li riconoscerà! - balbettava.
Eppure, poco dopo, voleva dare dei consigli di moderazione e di riguardi alla nonna che si teneva i nipotini stretti tra le braccia con gran tenerezza; ma la vecchia gli turò la bocca, rispondendo:
- La mia casa non è il tuo ospedale! E qui costoro sono figli miei, e ne faccio quel che voglio io! Nè per ora te li rendo; neppure se mandi i carabinieri!
Il signor Borsino, commosso non seppe rispondere altrimenti che ripetendo:
- Maria non li riconoscerà!



PAURA

Invano il babbo diceva a Masino:
-Non bisogna aver paura di niente!
Masino aveva paura di tutto, specialmente quando trovavasi solo in qualche stanza dov'era entrato credendo che vi fosse qualcuno. Vedendosi là solo solo, senza nessuna ragione cominciava a urlare pestando i piedi, coi pugni su gli occhi, tremante come una foglia:
- Sciocco, perchè urli? Che è stato?
- Niente, - egli piagnucolava. - Ero solo!
- E avevi paura, al solito! Ma di che? Chi ti poteva far male qui? Le seggiole, la poltrona, i tavolini? Chi? Parla!
- Mi era parso...
- Che cosa?
Non gli era parso niente, ma oramai aveva preso quell'aire, quell'abitudine di montarsi la testa con la fantasia d'un pericolo ignoto, appena, vedeva che non c'era lì pronto nessuno che potesse difenderlo; e si metteva a tremare e a urlare.
Zina, sua sorella e minore di anni di lui, invece era coraggiosa, quasi audace per la sua età e si faceva beffe di Masino e gli dava del poltrone, come aveva inteso chiamarlo al babbo. Quando Masino era cattivo con lei, ella lo minacciava:
- Bada! Ti faccio una paura!
E gliela faceva quasi subito; e Masino ci cascava sempre, quantunque anticipatamente avvertito.
Da qualche tempo in qua, egli sentiva vergogna di questa sua debolezza, di questa sua inferiorità fin a una fanciulla minore di anni di lui; ma non riusciva a reagire contro la prima impressione. Ed era inutile che il babbo si sforzasse a fargli capire quanto male poteva produrgli quella viltà indegna di un ragazzo, d'un uomo, come lo adulava il babbo per correggerlo.
- Non bisogna aver paura di niente; anche quando uno si trova di fronte a un pericolo certo. La paura turba la mente, impedisce di ragionare. Se un cane ti corre incontro per morderti e tu hai paura, che fai? Chiudi gli occhi, rimani lì impalato, e il cane ti piomba addosso e ti morde fortemente. Se la paura non ti avesse turbato, avresti pensato al modo di evitarlo, di difenderti, e non saresti stato morso. Capisci? Quella stanza è al buio, bisogna traversarla. Tu sei certo che lì non c'è nessuno, che i mobili e l'aria non possono farti male: di che cosa hai paura dunque?
- Di nulla... Ma... ho paura! - confessava Masino ingenuamente.
Allora il babbo pensò di guarirlo procurandogli a posta delle paure, e facendogli, dopo, osservar da vicino gli oggetti che lo avevano impaurito.
Erano in campagna per la villeggiatura. Verso sera lo prendeva per una mano e lo conduceva a traverso i campi. Di tratto in tratto, come si faceva più buio, il babbo sentiva che Masino gli stringeva la mano più forte e gli si teneva attaccato ai panni, o faceva un movimento quasi per accostarsi.
Al lume di luna, i tronchi degli alberi, i massi prendevano aspetti strani.
- Guarda lì; quel tronco non pare un animale? Avviciniamoci. Dov'è più l'animale, il mostro? E tu hai avuto paura, quantunque io sia con te. I tronchi, che male possono farti?
Masino taceva. Aveva avuto davvero paura di quel sembiante di animale, di mostro che pareva li attendesse al passaggio; e quasi non sapeva persuadersi che la figura vista da lontano fosse proprio quella stessa che ora vedeva da vicino.
E il babbo lo trascinava avanti pel silenzio della campagna.
- Guarda lì.
Dal tremito della mano del ragazzo, egli aveva indovinato.
A pochi passi da loro, sembrava vi fosse una. persona accoccolata in atteggiamento minaccioso.
Si vedeva la faccia, gli occhi, il naso, i vestiti, il bianco della camicia... ed era un sasso che al lume di luna, per uno scherzo di luce e di ombra, assumeva sembianze umane, atteggiamento umano.
Masino spalancava gli occhi e seguiva, un po' riluttante, il babbo che lo costringeva ad avvicinarsi colà.
- Capisci? È un sasso. Vedi che cosa è il naso? Questa piccola sporgenza; questi, son gli occhi, due buchi pieni d'ombra. Se tu fossi stato solo, avresti gridato; saresti forse scappato via; davanti a chi? Davanti a un sasso inerte! Bella figura avresti fatto!
Masino taceva, meravigliato che quel sasso, visto a distanza, potesse prendere così preciso aspetto di uomo accoccolato, che vuol nascondersi.
Il babbo gli faceva ripetere la prova.
- Capisci? Ora tu sai che quello è il sasso che hai visto da vicino; eppure, da qui, torna a sembrare un uomo col naso, con gli occhi e ogni cosa. Ma è sempre quel sasso. Capisci?
E gli raccontava che una volta, da giovane, era stato illuso anche lui da uno di quegli scherzi di luce e d'ombra.
Aspettava, davanti una chiesuola, un amico che era salito a fare un'imbasciata nella casa vicina. C'era un plenilunio meraviglioso; l'ombra della chiesetta si proiettava fino a metà del largo; e lì di faccia, le casupole erano inondate di luce quasi come in pieno giorno. Una di quelle casupole aveva una scala esterna. Aspettando l'amico, egli vedeva su per la scala una donna fermatasi a guardare, con un piede poggiato per salire, e con in testa un fagotto di panni sorretto da un braccio. L'amico tardava, e la donna non si muoveva; pareva incantata dalla curiosità. All'ultimo, seccato di quell'insistenza, egli aveva rivolto la parola a colei: - Che sta a guardare? - La donna non si mosse e non rispose. - Che sta a guardare, dico? Vada pei fatti suoi. - La donna non si mosse e non rispose. Indispettito, si accostò, minacciandola con la mazza ... Era il muro! Una strana combinazione di sassi, di mattoni, di gesso screpolato producevano, a poca distanza, la completa illusione di quella figura femminile. C'era da strabiliare. E non era stata un'illusione dei suoi occhi soltanto. Quando l'amico ritornò, egli, additandogli il muro, gli disse: Guarda! E anche colui vedeva la donna, sul muro inondato dal lume di luna. E stettero lì più di mezz'ora, avvicinandosi, scostandosi, meravigliati che un miscuglio di sassi d'ogni colore, di mattoni e di gesso screpolato potesse produrre quel meraviglioso effetto pittorico. Se non si fossero accostati, sarebbero rimasti nell'illusione di avere visto proprio una donna fermatasi a mezza scala, per curiosità, a guardare.
Dopo un mese di passeggiate di questa natura, Masino si sentiva scosso, convinto della propria sciocchezza, ma... C'era un gran ma. Alla prova, quando il babbo non era con lui, la paura tornava ad afferrarlo. Ora però ci ragionava un po' sopra, ma aveva paura egualmente.
Occorse un caso straordinario e che gli effetti della irragionevole paura fossero gravi, perchè egli vincesse completamente quella sua debolezza.
E il caso fu questo.
Una sera di ottobre, la famiglia era radunata in salotto. La mamma lavorava con l'uncinetto, il babbo leggeva il giornale. Masino e Zina si divertivano a guardare le incisioni del Don Chisciotte, del Dorè, comprato dal babbo la mattina.
Tutt'a un tratto, il babbo disse a Masino:
- Apri l'imposta del balcone, fa troppo caldo qui.
E Masino corse ad aprire e si affacciò per guardare nella via.
Un urlo di spavento! E il ragazzo si precipitava nella stanza, pallido come un cadavere, convulso. Per un pezzetto non ci fu verso di cavargli di bocca una parola. Poi cominciò a balbettare:
- Un mostro!... Un gigante!... È apparso ed è sparito!
- Ma che mostro? Che gigante? Sciocco, vieni a vedere!
Questa volta Masino resisteva e urlava tanto, che il babbo volle prima affacciarsi per capire di che cosa si trattasse.
E per poco non ebbe paura anche lui.
A pochi passi un'ombra grigia, grande, gigantesca gli si era rizzata davanti. Ma il babbo capì subito.
C'era una nebbia fitta; affacciandosi al balcone, il lume da! tavolino proiettava l'ombra della persona su la nebbia, ingrandendone smisuratamente le proporzioni. Pareva proprio di avere dinanzi un gigante.
Il babbo rise e chiamò Zina e la moglie perchè osservassero anche loro il bizzarro fenomeno. Zina si divertiva, batteva le mani, faceva delle mosse con la testa e con le braccia per vederle ripetute dall'ombra, e chiamava Masino.
- Vieni a vedere! Com'è bello!
Masino allora si lasciò trascinare dal babbo al balcone, dopo che ebbe ben spiegata l'apparizione gigantesca, e si divertì anche lui a far mosse con la testa e con le braccia.
Ma il colpo della paura aveva già prodotto il suo cattivo effetto. Masino si ammalò gravemente. Quando fu guarito dalla malattia, era però anche guarito dal vigliacco sentimento della paura. E quando gli capitava, ripeteva alla sua volta ai compagni:
- Non bisogna aver paura di niente.
INDICE

Il Drago.............................................................................................2
La prima sigaretta.................................................................................19
I padroncini.........................................................................................22
La Commissione...................................................................................25
Aria! Moto!.........................................................................................28
Paura................................................................................................31

NOTA:

(1) Un tarì siciliano valeva quarant'un centesimo.
(2) Ninna-Nanna.

Citazioni di Luigi Capuana:
La signorina Deledda fa benissimo di non...
Quando l'artista riesce a darmi il perso...
Questa benedetta o maledetta riflessione...
[NDR|Ferdinando Petruccelli della...
Quando il denaro non serve a far godere...
Il paradiso è quaggiù, mentre respiriamo...
L'anima è il corpo che funziona; morto i...
«Perché Dio ci ha creati?»«Non ci ha...
«I preti cattolici hanno preso Dio agli...
"Badiamo, marchese! ...Badiamo!" egli si...
I libri catalogati di Luigi Capuana:
C'Era Una Volta... Fiabe (1882)
C'era una volta...: fiabe
Cardello (1907)
Chi Vuol Fiabe, Chi Vuole?
Come l'onda (1921)
Cronache letterarie (1899)
Delitto ideale (1902)
Eh! La vita... (1913)
Giacinta (1879)
Giacinta
Gli americani di Ràbbato (1912)
Il benefattore
Il decameroncino
Il Drago e cinque altre novelle per fanciulli (1907)
Il Marchese di Roccaverdina (1901)
Il Marchese Di Roccaverdina
Il Raccontafiabe
Le Ultime Fiabe
Per l'arte
Profumo (1891)

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