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Il decameroncino
Titolo:Il decameroncino
Autore:Luigi Capuana
Lingua:Italiano
Lingua originale:Italiano
Formati disponibili:
Pubblicato il:2013-05-20
:

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IL DECAMERONCINO

di

Luigi Capuana


[INTRODUZIONE]
di Luigi Capuana

Questo Decameroncino l'ha raccontato, a riprese, quel caro vecchietto del dottor Maggioli che seppe, a proposito di tutto, inventare lí per lí tante novelle senza mai far sospettare che le improvvisasse.
Sembrava ricordarsi di qualche lettura, d'una confidenza ricevuta tempo addietro, di un'avventura della sua giovinezza; e l'uditorio si meravigliava della tenacità di memoria del buon vecchietto, quasi piú vegeto a ottantasei anni e certamente più brioso di un giovanotto del giorno d'oggi.
Dirò all'ultimo come io scoprissi, per caso, che il dottor Maggioli era un meraviglioso novelliere, una specie di Gianni, di Sgricci, il quale – invece di versi e tragedie – improvvisava novelle; e spero che i lettori mi saranno grati di non aver lasciato perire col narratore – spentosi serenamente tre anni fa, mentre sorbiva una delle dieci o dodici tazze di caffè che soleva bere ogni giorno – qualcuna delle tante sue felicissime invenzioni, delizia di coloro che ebbero la fortuna di udirle dalla sua bocca in casa della baronessa Lanari.
GIORNATA PRIMA
AMERICANATA

– Come! – esclamò il dottore – non sapevate che i denti, composti della stessa sostanza dei capelli straordinariamente indurita, potrebbero dirsi peli della bocca? Ma sono tutt'uno. Ne ha fatto la triste esperienza un mio povero amico di Boston. Quand'ero in America, avevo stretto amicizia con un giovane chimico, yankee puro sangue, che sognava prodigiose scoperte per arricchirsi e poter sposare la cara ragazza del suo cuore.
«Un dentifricio insuperabile! Un'acqua rigeneratrice dei capelli! C'è da cavarne milioni in pochi anni» egli diceva, spalancando avidamente gli occhi, quasi i milioni fossero là, davanti a lui, e qualcuno gl'impedisse di stendere la mano per afferrarli.
«Cercate qualche cosa di piú utile» gli consigliavo io.
«Niente è piú utile di un preparato che dia ai denti di una bella signora la pura bianchezza dell'avorio! Niente è piú utile di un'acqua che arricchisca il tesoro dei capelli, l'aureola d'oro di una graziosa testa femminile!».
«Ci sono tanti dentifrici! Ci sono tante acque rigeneratrici!».
«Imposture di ciarlatani!».
«Arricchiscono ugualmente!».
«Ma non onestamente!».
Un chimico americano che aveva degli scrupoli! Era giovine, e bisognava compatirlo. Cercava, notte e giorno, chiuso nel piccolo laboratorio, dal quale usciva soltanto per fare una breve visita alla sua ragazza, cucitora di bianco.
Bionda, alta, sottile, bella come tutte le americane quando... sono belle, miss Mary Stybel era afflitta di non possedere un candore di denti ideale, né una capellatura abbondante. Piú volte il mio amico l'aveva sorpresa con le lagrime agli occhi perché i finissimi capelli dorati le venivano via, strappati facilmente dal pettine quantunque usato con straordinaria delicatezza.
«Se continuerà cosí» singhiozzava la poverina.
E quei denti che si ostinavano a rimanere giallicci non ostante le polveri, le acque d'ogni sorta da lei adoprate per renderli bianchi!
Miglior regalo di nozze non poteva farle il fidanzato che recarle un dentifricio, un'acqua rigeneratrice di sua invenzione, efficacissimi! A che serviva la scienza, se non aiutava a trovarli?
Ed egli cercava, con l'instancabile pazienza degli inventori che si sentono destinati a riuscire.
Di tanto in tanto, lo interrogavo. Mi faceva pena. Dimagriva, aveva gli occhi cerchiati da lividure prodotte dalle veglie prolungate e dall'ansietà degli esperimenti.
«A che siamo?».
«Niente ancora! Ma credo di trovarmi su la buona strada».
«Non vi sciupate, caro amico».
«O trovare, o morire».
Era il suo motto, e lo aveva fatto incidere su una targa di ottone affissa all'uscio del laboratorio.
In verità, pensavo che «morire» era piú facile di «trovare» specialmente quando si cerca l'impossibile. Ma io sono stato sempre un po' scettico anche in gioventú, e forse per questo non sono arrivato a fare niente di buono. Pazienza ci vuole – ora lo capisco – cocciutaggine ci vuole per approdare a qualche cosa. E Lost Loiterer, contrariamente a quel che indicava il suo cognome – significa: infingardo –aveva cocciutaggine e pazienza assai più che non gliene occorresse.
Infatti!
Una mattina lo vidi entrare in camera mia, raggiante di gioia, trasfigurato:
«Eureka! Eureka!».
Fui stupito di non vederlo arrivare nudo, come dicono che accadesse ad Archimede, o almeno in mutande.
«Quando avrete bisogno di mille dollari... Sarò milionario fra due anni!».
«Mi contenterei di cinquecento ora», risposi ridendo.
La mia incredulità l'offese.
«Voi sapete che io non sono un fatuo – replicò. – Ho la prova assoluta. La mia dentifricia ha imbianchito, come latte, un bastone di ebano; la mia rigeneratrice ha reso vellosa una vecchia valigia di cuoio su cui l'ho adoprata un solo mese di seguito!».
«Rallegramenti e felicitazioni!... E figli maschi!» stavo per soggiungere; ma non volli essere crudele.
Ah! Da quel giorno appresi che è stolto dubitare della scienza, della chimica soprattutto.
«E la vostra fidanzata lo sa?» gli domandai. «Le ho già portato due boccette dei miei preparati. Guardate qui. Non scorgete nulla?». E indicava le gote.
«Nulla».
«Credevo che i suoi baci, cosí forti, cosí lunghi, avessero lasciato uno stampo».
Ironia della sorte!
Quel che doveva produrre la felicità domestica, la ricchezza di Lost Loiterer fu invece (pare impossibile!) la sua irreparabile disgrazia.
In certi momenti penso che la natura è vendicativa contro coloro che le rubano qualcuno dei suoi segreti processi.
La bella miss Mary Stybel era un po' stordita, leggera.
Nella fretta di provare i preparati del suo fidanzato, adoprò sbadatamente l'acqua dentifricia pei capelli, e la rigeneratrice per pulirsi i denti!
L'effetto fu disastrosissimo.
Non sarebbe stato gran male se si fosse trattato dei soli capelli. I capelli bianchi sono irresistibili quando ornano una bella testa rosea, giovanile, freschissima... E poi c'è sempre il rimedio di adoprare una tintura per dar loro il colore che si desidera. Quante brune non diventano bionde da un giorno all'altro e viceversa?
Ma sentir crescere, crescere i denti; e i canini conficcarsi come chiodi nel palato e nelle mascelle; e le molari crescere crescere e tener spalancata la bocca, facendo forza per spingere in su e in giú, come leve, poggiate l'una su l'altra!...
Fu il caso dell'infelice sartina, che commosse Boston e tutta l'America. Niente poté arrestare quell'impeto di crescenza destinato ai suoi biondi capelli e infuso dall'acqua rigeneratrice, per effetto dello sbaglio, ai suoi denti! Bisognò strapparglieli tutti, con inauditi tormenti. Una dentiera legata in oro, perfettissimo lavoro americano, le fu regalata con pubblica sottoscrizione; ma non poté mai consolarla della perdita dei denti veri, quantunque giallicci.
E Lost Loiterer? Non sopportò tanta sventura; e si fece saltar le cervella, senza lasciare la ricetta dei due mirabili trovati.
Non vi fate ingannare dalla réclame dei profumieri che oggi spacciano in America e in Europa l'Acqua dentifricia Loiterer e la Rigeneratrice Loiterer. Sono indegne mistificazioni!
Il mio povero amico ne ha portato via con sé il prezioso segreto, nell'altro mondo! –
GIORNATA SECONDA
L'AGGETTIVO

– Nello studio (dovrei dire nel santuario o nel cenacolo) – riprese il dottore – si soffocava. I profumi che bruciavano negli incensieri d'argento sospesi alla volta, il fumo delle sigarette consumate dal maestro e dal discepolo durante la lettura dell'Idillio cromatico, avevano già formato una densa nuvola che rendeva indistinti, nella penombra in cui era tenuta la stanza, le stoffe delle pareti, i quadri, gli oggetti di arte, gli armadi finamente intagliati in vecchio stile, e la coppa di cristallo opalino dove languivano in mucchio rose bianche, giacinti e alzalee senza nessuna foglia verde che ne menomasse il simbolico candore.
Il discepolo aveva terminato di leggere, e ansioso attendeva il responso del maestro. Sprofondato nella poltrona di rimpetto, con la bella testa calva rovesciata su la spalliera, gli occhi socchiusi, la sigaretta tra le labbra e le braccia distese sui ginocchi come quelle di un idolo egiziano, egli sembrava assorto in una delle voluttuose contemplazioni che nessuno osava interrompere, neppure nella preziosa intimità accordata a pochissimi e prediletti ammiratori in certe ore della giornata.
Dall'aspetto del discepolo traspariva il tormento dell'attesa. La commozione della lettura lo aveva fatto impallidire; e gli occhi spenti, e il respiro affannato anche per la rarefazione dell'aria, e lo stordimento prodotto dall'acutezza degli odori a cui egli non si era potuto ancora abituare, rendevano piú evidente il doloroso stato di animo di Jello Albulo; che, veramente, si chiamava Nino Bianchi, ma che aveva firmato cosí due volumetti di versi, e non voleva essere chiamato altrimenti.
Improvvisamente il maestro si rizzò: buttò nella rosea grande conchiglia, posata sur uno sgabellino là accanto, il mozzicone della sigaretta, e, grave, con un quasi impercettibile sorriso di benevola commiserazione disse:
«Tutto va bene, caro Jello; ma vi manca l'aggettivo!».
E dopo una breve pausa, continuò:
«L'aggettivo raro, intendo, pittoresco, impreveduto, comprensivo. Idillio cromatico è un bel titolo; promette però piú che non dia. L'aggettivo! L'aggettivo! Tutti i vostri sforzi debbono essere rivolti all'ostinata ricerca di esso. È il signum! Pulsate et aperietur vobis».
Il povero Jello Albulo uscí dallo studio con la morte nel cuore. Dall'invocata severità del maestro egli si aspettava qualunque altra spietata sentenza all'infuori di questa che lo aveva colpito.
Appena l'aria fresca della via lo liberò dallo stordimento che gli opprimeva il cervello, egli cominciò a stupirsi della critica del maestro, pensando che i beoti avversari lo avevano invece sempre deriso per la eccessiva copia di aggettivi da cui erano ingombrati i suoi versi. Infatti non si era mai dato il caso ch'egli ne mettesse meno di tre in fila e ricercati con lungo studio e pazientemente combinati, badando ai contrasti, al rilievo, al colore, evitando con scrupolo i piú evidenti, i piú immediati, i più comuni! Ma il maestro aveva parlato, e doveva aver ragione. Sí, gli mancava l'aggettivo raro, pittoresco, impreveduto, comprensivo specialmente! A questo non aveva pensato mai! E doveva essere il piú squisito, il piú difficile, il piú importante (anche riflettendo aveva messo tre aggettivi uno dietro all'altro) se il maestro, cosí sapiente nella gradazione delle sfumature e dei valori, gli aveva dato l'ultimo posto, che, come nella sentenza evangelica, era poi il primo.
«L'aggettivo comprensivo!».
Non voleva usarne piú altri, fino a che non ne avesse trovato una mezza dozzina di questo genere.
Ricordava la teorica del maestro, predicata ai discepoli tante volte:
«L'aggettivo è insidioso; bisogna diffidarne sempre, se accorre senza che nessuno lo chiami. Sia lo scudiero del nome proprio; e non un Sancio Panza qualunque, in brache e maniche di camicia, ma loricato, con un bell'elmo rifulgente e un fantasioso pennacchio sovr'esso!».
Loricati e impennacchiati, Jello Albulo ne aveva usato molti e n'era orgoglioso. Spesso aveva scritto uno dei suoi poemi – non li chiamava versi, o componimenti come tutti gli altri mortali – spesso aveva scritto uno dei suoi poemi unicamente per collocare, come in artistica vetrina, un bellissimo aggettivo, di quelli che parevano di non avere nessun senso ai beoti, cioè a tutti coloro che non la pensavano come il maestro e come lui; ma che appunto per ciò poteva assumerne parecchi e contradditori, e riuscire supremamente suggestivo.
Ma alla «comprensività» non aveva badato mai. Il maestro non gliene aveva fatto alcun cenno nelle sue estetiche iniziazioni.
Ora, finalmente, lo aveva creduto degno di ricevere l'alta comunicazione che lo riempiva di gioia e di scontento nello stesso tempo! Trovare l'aggettivo raro, pittoresco, impreveduto era già una grande difficoltà; trovare anche il «comprensivo» doveva essere il sommo dell'arte.
Prima di lasciare il maestro, timidamente, egli aveva osato domandare:
«Comprensivo... in che modo?».
«Cercate!» aveva quegli risposto.
Ed egli si era messo a cercare.
Un giorno, in un sonetto alla sua Liliana (l'aveva ribattezzata con questo purissimo nome, ma i parenti di lei continuavano, con vivo sdegno del giovane poeta, a chiamarla borghesemente Giuseppina) in un sonetto alla sua Liliana, egli aveva scritto:

Anima amorfa, che serenamente

e quest' «amorfa», uscitogli dalla penna senza ch'egli vi avesse pensato su, lo aveva colmato di letizia.
«Era comprensivo?...».
Gli pareva; ma credette bene di consultare il maestro.
«Quasi!» rispose l'oracolo.
Fu un grave disappunto per Jello Albulo.
Divenne malinconico, silenzioso; e i suoi amici se n'impensierirono.
«Che hai?».
«Niente».
«Tu stai male e non te n'accorgi».
«Lasciatemi in pace!».
Noi, gente poco spirituale, non possiamo intendere quali guasti sia capace di produrre nella mente di un artista raffinato una fissazione come quella che teneva continuamente alla tortura Jello Albulo.
I grandi fogli di carta a mano, azzurrognoli, ch'egli usava per scrivervi con grossa calligrafia i suoi poemi (cosí grossa che spesso un endecasillabo non poteva essere contenuto in un rigo) ora non ricevevano altro che liste di aggettivi, raramente accoppiati a nomi propri, di mano in mano che l'infelice li andava pescando nel dizionario, in qualche vecchio scrittore dei meno noti, o nei volumi dei poeti stranieri, specialmente francesi, che gli arrivano in regalo da ogni parte. Ed erano liste di proscrizione, piú tremende di quelle di Silla. Aggettivo usato ormai significava per Jello Albulo: aggettivo profanato. Non c'era piú ragione di adoprarlo, se altri se n'era già servito. E pensava che alla gloria del suo nome, all'immortalità di uno dei suoi poemi, sarebbe bastato trovare un aggettivo vergine, da incastonare in quattro, sei versi, non più. Quattro, sei versi che dovevano essere il non plus ultra della perfezione della forma; cioè, venti, trenta parole cosí superbamente allineate e con tale sapiente combinazione e con tale miracoloso impasto, che il ripeterli sotto voce doveva produrre un'estasi deliziosissima, un inebbriamento divino; inno, preghiera, incanto, vera e precisa opera di magia; carmen! E unicamente in grazia di quel vergine aggettivo!
Questo non lo aveva tentato neppure il maestro, che ogni due anni raccoglieva le poesie parsimoniosamente sparse in riviste e giornali, e ne faceva volumi dove il bianco immacolato delle pagine era appena velato da poche strofe distribuite con pensata eleganza tra larghi spazi e margini ancora piú larghi; con in fronte il ritratto che ne aveva fissato, per l'eternità, la faccia accuratamente rasa, secondo la moda di certi poeti francesi.
Non un volume, una sola pagina sarebbe cosí a lui bastata; pagina di bronzo, anzi di diamante limpidissimo, come la verginità dell'aggettivo!
E il maestro e gli amici lo videro arrivare un giorno nel santuario, e non piú silenzioso, concentrato, quasi curvo sotto il peso dell'idea fissa che gli rodeva il cervello, come vi era apparso rade volte in quegli ultimi mesi, ma con gli occhi raggianti di gioia cosí strana da far paura. E gesticolava, balbettando:
«L'aggettivo... comprensivo? No! L'aggettivo vergine!... Ecco il poema eterno, di cui esso è la pietra preziosa... legata nell'oro di quattro versi... eterni! Udite ... Favete linguis!».
E declamava, anzi mugolava suoni incomposti, parole senza senso, povera vittima dell'aggettivo! –
GIORNATA TERZA
PRESENTIMENTO

– No, caro amico – disse il dottore rivolgendosi al giovane avvocato, che finiva di parlare tra le compiacenti approvazioni di molti. – La psicologia non è ancora scienza positiva; le manca una delle piú vitali condizioni: l'esperimento. Essa studia certi fenomeni, certi fatti, ma non può riprodurli a piacere per sottometterli all'esame provando e riprovando. Ignora il processo creativo, vitale; poggia tutta su ipotesi. E quando si trova davanti a certi fatti che la mettono in imbarazzo, o li nega o li salta sprezzosamente; ma i fatti non esistono meno per questo, e rimangono là irremovibili, attendendo una spiegazione, che forse non verrà mai. Sono cosí limitate le nostre forze e i nostri mezzi d'investigazione! Ci vorrebbe però tanto poco per dire: «Ignoriamo!». E questa umile confessione sarebbe tanto piú scientifica dell'affermare: «È assurdo!». L'assurdo esiste soltanto pei matematici. E anche! E anche! Io, per esempio, ho conosciuto...
– Ah!... Ecco una storiella! – lo interruppe il giovane avvocato, ridendo.
– Sì, una storiella malinconica – riprese il dottore – come possiamo saperne soltanto noi vecchi che abbiamo avuto il non invidiabile privilegio di aver visto troppe cose tormentatrici della mente e del cuore. Non dimenticherò mai la scena a cui ho assistito quattro anni fa, e mi sento venire i brividi ripensandoci. Lei, or ora, ha negato il valore di parecchi presentimenti oscuri, arcani, che ci ammoniscono di un fatto di là da venire. Ha accennato a tanti piccoli particolari che passano inavvertiti e che, accumulati, sviluppati da un lavoro interiore di cui non abbiamo coscienza, si schiariscono tutt'a un tratto e ci danno arie di profeti, di indovini.
Ma nel caso che sto per raccontare niente di questo.
Vent'anni fa – noti, vent'anni! – io mi trovavo a pranzo dal mio amico Batocchi che non vedevo da un pezzo. Compagni di collegio e di università, ci eravamo poi perduti di vista. Io in America, lui in provincia. Io avevo dovuto conquistare una posizione, un po' di fortuna; egli, ricco, stimato pel suo carattere e pel suo ingegno, era uno dei pochi felici della terra che non debbono far altro che desiderare per essere subito appagati. Bisogna aggiungere che il mio amico aveva cosí modesti desideri, da farsi perdonare da tutti la piena felicità della sua vita. Unico suo difetto era una invincibile indolenza che lo rendeva disadatto a qualunque energica azione. Infatti egli stesso si qualificava, sorridendo, un dilettante della vita.
Ci trovavamo dunque a tavola, uno di faccia all'altro, lietissimi di esserci riveduti quando meno ce lo aspettavamo, perché il nostro incontro era stato fortuito. Di discorso in discorso, riandando il passato, rammentando vecchi amici spariti dalla scena del mondo, presi tutt'e due da un sentimento di malinconia, anche perché dovevamo presto dividerci, si venne a parlare di quella terribile cosa che è la morte; forza cieca, benefica e malefica senza ragione apparente; che dimentica spesso quaggiù esseri dai quali viene invocata, e porta via altri degni di vivere lungamente, e ne tronca i disegni, ne interrompe le opere con grave disastro per le famiglie e anche per le nazioni, secondo l'importanza degli individui.
Io dissi:
«Il peggio è che la morte arrivi sempre inattesa».
«Oh! Per questo – esclamò il mio amico – io sono fortunato. So, da un pezzo, l'anno, il giorno e l'ora in cui dovrò morire».
Sorrisi, incredulo, scrollando la testa.
«Sí, sí – egli riprese. – Io morrò nel 1883, il quarto giovedí di maggio, alle cinque di sera».
«Chi te l'ha profetato?».
«Un presentimento. Guarda, l'ho notato in un libro».
E si levò da tavola per andare a prendere nel suo studio il volume a cui aveva accennato.
«Tu però non credi a questa sciocchezza – gli dissi dopo di aver letto. – Come ti è passata per la mente?».
«Non lo ricordo. Un bel giorno mi sono sentito dire da una voce interiore: "Tu morrai nel 1883, il quarto giovedí di maggio, alle cinque di sera". E da allora in poi questa voce si è fatta cosí insistente, che ho voluto prenderne nota perché gli altri verifichino se il mio presentimento si sarà avverato».
Parlava tranquillamente, da uomo convinto della possibilità del caso.
«Sciocchezza o no – soggiunse –, questo presentimento mi giova. Fidando in esso, io ho potuto affrontare con indifferenza molti pericoli, in terra e in mare. Mi sono trovato in circostanze...».
«Tu scherzi!» lo interruppi.
«Prevedo – continuò – che non sarà divertente, se raggiungerò quell'anno, quel giorno. Ma, per ora, ci penso con viva curiosità soltanto. Ho vent'anni davanti a me; siamo nel 1867».
«Senti – diss'io – se nel maggio dell' 83 sarò ancora vivo, accorrerò qui da qualunque parte del vecchio o del nuovo mondo io mi trovi. Dopo le cinque, mi pagherai un pranzo luculliano di cui ti darò la lista un mese avanti per le varietà e le primizie che dovrai ordinare!».
«E se il presentimento si avverrà a puntino?».
«Non si avvererà!».
«Penserai tu ai miei funerali?».
«Penserò io ai tuoi funerali».
«E me li farai splendidi?».
«Splendidissimi».
«Bada a campare! Se no, dirò che sei morto per non pagare la scommessa».
«Bada a campare anche tu!...».
E mi fermai. Non avevamo preveduto il caso ch'egli morisse prima dell'83. Avrebbe perduto egualmente la scommessa; e glielo feci notare.
«Aggiungerò oggi stesso un codicillo al mio testamento. Sta' tranquillo – mi rispose. – Sarà compensato».
«Che discorsi, eh!».
«Hai tu paura della morte?».
«Paura, no; ma ti confesso che preferisco la vita. Almeno non ha misteri!».
«A me invece la vita sembra piú misteriosa della morte».
Sapendo che il mio amico si compiaceva di certi paradossi, lo lasciai dire senza interromperlo. E poi, parlava cosí bene! Ed io fumavo cosí deliziosamente un suo exceptional Rothschild mentre egli parlava!
Da quell'anno, fino al gennaio dell'83 l'amico Batocchi mi aveva dato, di quando in quando, sue notizie, rammentandomi sempre la scommessa. Stava bene, sano di corpo e di mente, com'egli ripeteva scherzando, senza un dolore di capo, senza un raffreddore. Si lamentava soltanto d'ingrassare un pochino; e scherzava anche intorno a la incipiente pinguedine. «Un po' di pancia, per ora, non disdice a la mia statura!». Era alto, aitante della persona, bell'uomo insomma.
Nell'aprile di quell'anno però improvvisamente mi scrisse:
«Mi sento finito! Mangio quanto una formica e non riesco a digerire. Non sono più un uomo, ma una larva di uomo; stenteresti a riconoscermi!».
E questa volta non parlava della scommessa.
Nei primi di maggio andai a trovarlo.
Era roseo, fresco, quasi ringiovanito a sessantatre anni, sembrava la salute in persona.
«Ho voluto farti paura!» mi disse, abbracciandomi e ridendo allegramente.
La sua allegria, la sua indifferenza, mi parvero simulate, ostentate. Riflettevo: non si porta in mente per piú di trent'anni un lugubre presentimento come quello del mio amico, senza sentirsene un po' scosso. E lo interrogai.
«No – rispose. – Attendo con curiosità; è un bel caso, ne convieni? Intanto ho dato gli ordini pel pranzo, secondo la tua lista. Saremo una diecina di amici... o sarete – si corresse – se mai! Gli antichi banchettavano dopo avere assistito a un funerale».
Nel pomeriggio di quel quarto giovedí di maggio, eravamo infatti una diecina in casa sua, e tentavamo di mostrarci allegri: ma questa volta l'ostentazione riusciva evidente. Ci sentivamo impacciati, quantunque tutti scettici; nessuno di noi aveva mai osato guardare l'orologio, quasi non volessimo punto accorgerci dell'apprestarsi dell'ora fatale.
Io raccontavo una mia strana avventura nelle pampas americane, tra le pellirosse, e tutti ascoltavano con grande interesse.
A un tratto, Batocchi scattò dalla poltrona dov'era seduto, pallido, con gli occhi sbarrati.
«Eccola!» balbettò.
«Chi?» esclamammo tutti.
«La morte!».
E, barcollante, egli si mosse verso un uscio del salotto, come chi va incontro a qualche persona arrivata all'improvviso. Fece due o tre passi, e si rovesciò indietro, agitando le braccia, fulminato.
L'orologio a pendolo suonava lentamente le cinque –.
GIORNATA QUARTA
IL GIORNALE MOBILE

Si parlava delle trasformazioni avvenute nel giornale in questi ultimi anni, e un giornalista di professione aveva espresso il suo convincimento che altre e piú importanti modificazioni sarebbero imposte dalle circostanze a quest'organo della pubblica opinione.
– Si è tentato il giornale parlato col telefono; non ha attecchito. Il giornale non è soltanto un mezzo di discussione e d'informazione – egli diceva – ma è anche, e soprattutto, un digestivo o un soporifero, secondo l'ora della sua pubblicazione; e il tentativo telefonico non corrisponde a questi due uffici. Si riduce a un disturbo per gli abbonati. Avverrà nel giornalismo la specializzazione che è avvenuta nelle professioni e nei mestieri? Ci saranno giornali per dir cosí, Articoli di fondo? Giornali Fatti diversi? Giornali Ci scrivono? Giornali Sappiamo con certezza? Chi lo sa!
– Il giornale dell'avvenire – disse il dottor Maggioli quella sera – è già venuto al mondo, un po' prematuramente, come accade spesso, e perciò non è riuscito. Ma il suo germe, sepolto sotto le zolle, si desterà, metterà le foglioline, diverrà alberetto; poi ingrosserà di fusto, allargherà i rami, sarà albero, e si riprodurrà in foresta; lasciategli un po' di tempo, e vedrete.
Io ho assistito alla sua nascita e alla sua morte... apparente; dico cosí perché sono sicuro che risorgerà. L'idea è pratica, come tutte le cose che fanno gli americani; ingegnosa, come tutte le cose suggerite dall'amore quando è messo alle strette.
E quel Dgiosciua Pròn, di cui voglio parlarvi (si scrive Joshua Prawn e si potrebbe tradurre: Giosuè Granchiolini), era stato proprio messo alle strette da una specie di ultimatum della miss del suo cuore:
«Diventate milionario, Dgiosciua! Soltanto allora ci sposeremo».
Da noi una proposta di questo genere scoraggerebbe qualunque innamorato. In America, dove un venditore di fiammiferi di legno è diventato «Re delle ferrovie» con una fortuna ch'egli stesso non sapeva esattamente calcolare, quella risposta presentava qualche seria difficoltà, ma non tale da scoraggiare un cuore cosí fortemente infiammato come quello del mio amico.
Ci eravamo incontrati precisamente il giorno in cui la sua miss gli aveva detto: «Diventate milionario!». Egli mi veniva incontro accigliato, concentrato, stropicciandosi le mani; e mi avrebbe urtato, se io non gli avessi gridato:
«Ohe! Prawn! Gli affari procedono bene, a quel che pare!».
«Benissimo – rispose. – Vado in cerca di uno, due, tre milioni! Bisogna trovarli».
«Che dovete farne?».
«Niente; debbo prender moglie».
«Mi paiono troppi per tale scopo. Potreste impiegarli meglio».
«Ah, caro amico! Qui non siamo in Italia, dove la gente prende moglie senza avere il becco di un quattrino».
«Vorreste darmi a intendere che in America prendano moglie i milionari soltanto?».
«I veri matrimoni sono un lusso; ci vogliono i milioni. Gli altri sono società commerciali, società di mutuo soccorso, anche accomandite mascherate, se cosí vi piace; matrimoni, no davvero!».
Conoscevo il mio amico per uomo di spirito, e sapevo che la sua specialità giornalistica era il canard sbalorditoio.
«Fate una prova in anima vili?» gli dissi ridendo.
«Non capisco».
«Volete saggiare su me qualche vostro bel canard in preparazione?».
«Parlo seriamente».
«In questo caso, non capisco io. Uno, due, tre milioni? Capitano di rado tra' piedi».
«Stanno nelle tasche della gente. Non è difficile cavarneli».
«Quando avrete trovato il processo, datemene la ricetta, ve ne prego».
«Voi non avete fede; i milioni non sono per voi!».
Egli ebbe troppa fede, povero Dgiosciua! E quando se li trovò in mano – li trovò, non era americano per nulla! – se li lasciò scappare.
Qualche mese dopo, New York era tappezzata da immensi cartelloni multicolori, invasa da avvisi proiettati con la lanterna magica, da uomini sandwich che percorrevano le vie in processione con l'annunzio della prossima pubblicazione del «Fickle Journal», giornale mobile, e che ne spiegava il meccanismo.
Ogni abbonato poteva formarsi il giornale da sé, secondo il suo gusto e il suo capriccio. Il giornale non era stampato in foglio, ma in strisce. Abbonati e compratori spiccioli avevano diritto a venti colonne di testo e a trenta di annunzi e di corrispondenze private per tre soldi, costo ordinario di un numero di giornale americano; col doppio di colonne, per cinque soldi.
La trovata geniale consisteva in questo: che la materia delle cinquanta colonne variava secondo il desiderio giornaliero dei compratori spiccioli; settimanale o mensile degli abbonati, che dovevano manifestare il loro desiderio col preavviso di un giorno. Ogni striscia, stampata a due facce, conteneva una sola materia: articoli di fondo; notizie politiche; notizie commerciali; fatti diversi; cronaca mondana; varietà letterarie, scientifiche, religiose; avvisi commerciali; corrispondenze private, ecc. ecc. E ogni giorno venivano pubblicate cinque strisce diverse di ogni materia. Cosí, chi non amava gli articoli di fondo poteva lasciarli da parte, e supplirli con fatti diversi, per esempio, o con la cronaca mondana, o con le varietà, e via dicendo.
Andai a cercarlo nell'ufficio di redazione, palazzo a dodici piani con cinque ascensori – secondo che si voleva andare dai redattori, in tipografia, dall'amministratore, dallo spedizioniere, dal collettore degli avvisi e delle corrispondenze private – con ufficio telegrafico e telefonico. Lusso da sbalordire. Al primo piano, dov'era la redazione, anche un bar pei redattori, con annessa trattoria, e camere da letto pei cronisti che si davano il cambio, dovendo restare sempre a disposizione del pubblico notte e giorno.
Io mi ero sperduto per quei corridoi luminosi, per quelle vaste sale dove nessuno mi domandava chi cercassi e che cosa volessi. I redattori, occupati a scrivere, non alzavano gli occhi, non si voltavano per guardare chi andava e veniva.
Per fortuna, ecco Dgiosciua, seguito da un codazzo di gente.
«Ah, caro dottore! Arrivate in mal punto. Ho una seduta con gli azionisti. Se avete un'ora da perdere, attendetemi nella mia stanza».
E chinatosi fino al mio orecchio, mi sussurrò:
«Vedete? Non è difficile trovare i milioni!».
Un usciere mi condusse nella stanza del direttore. Un'ora dopo, Dgiosciua era seduto, anzi sdraiato sul suo seggiolone di cuoio, stanco ma sodisfatto:
«Tutto va a meraviglia! Ormai l'affare è lanciato, e procederà coi suoi piedi. Niente di piú semplice e nello stesso tempo di piú complicato. Ora non rimane altro da fare che sbarazzarsi degli stocks rimasti invenduti; le trattative sono avviate. Gli Articoli di fondo vanno a fondo. Benissimo i Fatti diversi: si vendono a milioni. Le Notizie politiche così, cosí, meno in tempo di elezioni; allora si possono inventare balordaggini di ogni sorta; il pubblico ingolla tutto. E le Corrispondenze private! Meraviglie. Ho dovuto aumentare il numero dei redattori, per inventarle quando mancano, e drammatizzarle; sono il pettegolezzo alla mano di tutti.
Non potete immaginare come la gente s'interessi dei fatti del prossimo. C'è un redattore speciale per gli scandali velati, mia invenzione. E le finte traduzioni dei migliori autori europei! Molti scrittori del nuovo mondo sono oggi qui conosciuti mercè il mio grande giornale, piú per quel che non si sono mai sognati di scrivere, che per quel che hanno veramente scritto. Orrori di novelle e di romanzi, ma con tanto di chiarissime firme. Non è onesto? Oh, il giornale è ben altro che l'onestà! È un affare, un grande affare; un problema di amministrazione anche! Ed io ho fatto miracoli. Ho pensato a tutto io; bado a tutto io! Dormo appena tre ore al giorno, e già mi sembrano troppe. Ma tutte le tasche si sono slabbrate perché io vi affondi le mani e ne cavi biglietti di banca e dollari. Ho già un milione di mio. Dovranno essere tre, per lo meno... E poi prenderò moglie, se n'avrò il tempo. Gli affari sono invadenti, dispotici, supremamente violenti; quando vi hanno acciuffato, non vi lasciano piú! Figuratevi, caro mio! In sei mesi, diciotto milioni e mezzo di colonne di Fatti diversi! Trenta milioni di colonne di Corrispondenze private! E tutto diviso in pacchetti da tre, da cinque, da dieci colonne, con la relativa fascia, perché il servizio di vendita proceda rapido, spiccio! E non voglio dirvi altro! Ora tutto procede come nel macchinismo di un cronometro; ma per avviarlo, ce n'è voluto! E le novità da introdurre! E le modificazioni da tentare! Vi par poco che oggi i lettori e gli abbonati del mio giornale possano compilarselo da sé, a gusto loro? La loro vanità è soddisfatta; non hanno da lagnarsi di nessuno, se se lo combinano male ... E quando voi adulate la vanità della gente ...! Ecco perché i milioni affluiscono!».
Si arrestò, guardò l'orologio, e soggiunse:
«Vi ho accordato un quarto d'ora del mio tempo; non sono ancora cosí ricco da poterne accordare altri alla buona e solida amicizia. State sano ... Voi comprate il mio giornale, è vero?».
«E miss Helen?» domandai sul punto di prender congedo.
«È felice. Le ho fatto fare da imperatrice dei francesi, la settimana scorsa ... Non ve ne siete accorto? Ho pubblicato il suo ritratto, con sotto la leggenda: "Eugenia Maria de Montjio de Guzman, imperatrice dei francesi". Successo strepitoso! La imperatrice Eugenia dovrebbe ringraziarmi, Helen è cento volte piú bella di lei e soprattutto piú giovane... Ottocentomila colonne andate a ruba ... A rivederci a le mie nozze!».
«Se avrete tempo di prender moglie!» risposi sorridendo.
Due anni dopo, l'impresa del «Fickle Journal» dichiarava fallimento. Perché? Come mai?
Era nato troppo presto. Non si vincono facilmente le abitudini inveterate. Il pregio di poter farsi il giornale da sé aveva un grande inconveniente: mancava dell'imprevisto, e non dava ai lettori il pretesto di sfogare il loro malumore contro il direttore e i redattori. Le piccole cause producono grandi effetti. I milioni, creati in fretta, erano spariti piú in fretta. E, durante questo tempo, il mio caro amico Joshua Prawn non aveva avuto un momento di largo per sposarsi anche alla lesta, come usa in America.
Quando lo rividi, pareva invecchiato di dieci anni. Aveva consumato tanta energia e tanti capitali, ma non aveva perduto il coraggio.
«L'avvenire del giornale è là – mi disse. – Il "Fickle Journal" è il giornale futuro. Esso intanto mi ha insegnato una cosa: non bisogna tirar troppo la chioma della fortuna. I capelli di questa pazza si strappano piú facilmente che non si spezzi una corda tesa. Ecco un proverbio da mettere in circolazione. Se Helen avesse voluto attendere ancora un altro paio d'anni! Ha sposato un pastore presbiteriano. Tanto meglio! Le donne sono un grande impaccio nella vita» –.
GIORNATA QUINTA
CREAZIONE

– Eh, lo sappiamo! – esclamò un giovanotto, studente in legge, che si dava aria di scettico. – Il buon marito fa la buona moglie, e vicerversa. Ma non è niente vero che tutti i proverbi siano provati.
– No, – rispose il dottor Maggioli – non intendo dir questo. Forse mi sono spiegato male. Ecco: secondo me, uomini e donne ci conosciamo cosí poco, da formarci un falso ideale degli uni e delle altre. I nostri pregi e i nostri difetti, questi specialmente, non dobbiamo stimarli un'accidentalità del nostro organismo; ma accettarli quali sono – insieme indissolubile – per non crearci da noi stessi illusioni, che poi producono spesso tragici disinganni. Se le donne però potessero crearsi da sé gli uomini e gli uomini le donne, non riuscirebbero a farli punto diversi da quel che sono. L'esperimento lo ha dimostrato, e la filosofia da' la ragione dell'esperimento fallito. I filosofi affermano essere le idee una realtà, anzi la sola realtà. Le idee uomo e donna non le abbiamo foggiate noi, ma Dio o la natura, o non sappiamo chi; e se noi avessimo la potenza di attuarle come la hanno Dio, o la natura, o non sappiamo chi, arriveremmo soltanto a fare quel che hanno già fatto questi onnipotenti maestri –.
Dopo una breve pausa, il dottore soggiunse:
– Ho conosciuto un uomo singolare a cui la ricchezza, l'ingegno, la forte volontà permisero di cavarsi il capriccio di crearsi una donna...
– Oh! Oh! – urlarono tutti.
– La vostra incredulità non mi stupisce – riprese il dottore, calmo e col solito bonario sorriso su le labbra. – Ma io non vi spaccio una teorica; voglio raccontarvi un fatto, avvalorato dalla mia testimonianza. Ho veduto, ho toccato con mano; e per quanto esso sia meraviglioso e quasi incredibile, non è meno vero. Nel maggio del 1881 incontrai a Londra un intimo amico che non rivedevo da parecchi anni; tornava allora dalle Indie.
«Che sei andato a fare colà?» gli domandai.
Rispose:
«Un viaggio scientifico».
«Da naturalista?».
«Per iniziarmi nell'altra scienza, nella Ragi-Yog».
Era la prima volta che ne sentivo parlare, e perciò chiesi spiegazioni.
Insomma, il mio amico, attratto dalle pubblicazioni occultiste della signora Blavatsky e del colonnello Olcott, era andato a Adyar, nella provincia di Madras; e, fatto il suo noviziato mistico, di sette anni, nelle solitudini del Himalaja, aveva ricevuto la comunicazione dei grandi poteri dell'antica occulta scienza indiana posseduta dai mahatma del Tibet, come dire dai grandi maghi, depositari gelosi di una scienza a petto della quale la nostra fisica e la nostra chimica, coi loro piú meravigliosi trovati, sembrano veri giuochi da fanciulli.
Da prima io credetti che il mio amico volesse divertirsi a mie spese; poi, di mano in mano che udivo le sue spiegazioni, cominciai a sospettare che fosse ammattito, sconvolto dalle astinenze, dai digiuni, dalle mistiche esaltazioni del suo noviziato di sette anni. Infatti aveva preso aspetto da asceta, magro, con barba e capelli già grigi, con lo sguardo vago e sbalorditivo di chi ha visto cose straordinarie, di un altro mondo, e non sa rendersi ancora conto se ha visto davvero o sognato.
«A che scopo tutto questo? – gli dissi all'ultimo. – Non era meglio che tu avessi continuato la tua vita di godimenti e di amori che la giovinezza e la ricchezza ti consentivano?».
«Appunto, un terribile disinganno di amore...».
«Volevo ben dire che non c'entrasse la donna!» lo interruppi.
«Ma ora sono sul punto di raggiungere la felicità suprema; potrò crearmi una donna a modo mio».
«Sarà una bella cosa! Ed hai cominciato?».
«Appena arriverò a Napoli. È il luogo prescelto».
«Parto per Napoli anch'io. Potrò assistere all'esperimento?».
Dovetti dir questo con cosí mal dissimulata incredulità, che il mio amico crollò il capo compassionandomi, e soggiunse soltanto:
«Vedrai!».
Durante la traversata da Marsiglia a Napoli, Enrico Strizzi m'iniziò con molta pazienza – ero ricalcitrante – nei misteri della scienza occulta, pel tanto che occorreva perché io capissi quel che egli voleva fare. Soprattutto mi spiegò che cosa sono gli elementali: granuli, atomi viventi, sparsi nell'aria, capaci di ricevere, da chi ne ha il potere, la virtú di esplicarsi in una forma determinata. Bisognava afferrare uno di questi atomi, assoggettarlo, incubarlo, trarne insomma la creatura nuova, la donna perfetta che egli intendeva creare per sé.
«Vedrai!».
Gli avevo ormai udito ripetere questa parola tante volte e con tale serietà, che cominciavo a sentirmi scosso ed a pensare:
«Ma sarà possibile? Vedrò proprio questo miracolo?».
E l'ho veduto! Vi giuro che l'ho veduto. Non è stata un'allucinazione. Ho veduto e toccato con mano!
Enrico Strizzi stava chiuso da un mese in quella bella casetta sul Vomero, scelta per operarvi l'esperimento, ed io avevo rare notizie di lui per mezzo di qualche laconico biglietto, che mi assicurava: «Tutto va bene!».
«Ma sarà possibile? Vedrò proprio questo miracolo?».
Me lo domandavo ogni giorno, ogni momento, e non senza un gran timore che alla fine io non dovessi assumermi il triste incarico di condurre il mio amico al manicomio. Questo timore diventò certezza per me la mattina in cui ricevei un biglietto di Enrico che mi diceva: «Vieni!». E, per precauzione, mi feci portare lassú da una carrozza chiusa, che, caso mai, avrebbe potuto servire a quello scopo.
Prima di introdurmi nel laboratorio, – non so come chiamare la stanza dov'egli faceva l'esperimento – Enrico volle spiegarmi la ragione per cui aveva scelto Napoli, e non un altro paese, pel suo tentativo. Anche gli elementali sentono l'influsso del clima, dell'ambiente; e lui, meridionale, voleva crearsi una donna meridionale, forse in omaggio al proverbio: moglie e buoi dei paesi tuoi.
Era divenuto piú scarno, piú pallido; e nel suono della voce e nel tremito di tutta la persona appariva una straordinaria concitazione nervosa.
«Tu soffri» gli dissi.
«Un po'! Parte della mia vitalità si è trasfusa nell'opera mia. Vieni; ma non fare bruschi movimenti, e parla a bassissima voce. Stupirai».
La stanza mi parve al buio. Poi cominciai a distinguere la luce dei vetri rosso cupi di parecchie lanterne, e, finalmente, in un angolo, aguzzando lo sguardo, potei discernere una forma biancastra, vaporosa, che oscillava lentamente per aria.
«Eccola!» mi sussurrò all'orecchio.
Sembrava la proiezione di una bella statua rappresentante una dormente, fatta col mezzo della lanterna magica, sul nero del drappo che rivestiva le pareti e la volta. Se non che quel corpo aveva una trasparenza maggiore di quella dell'alabastro; ed era cosí lieve, che i nostri fiati bastavano a imprimergli un movimento di ondulazione. Si spostava a poco a poco, girando attorno; e quando passava davanti a uno di quei vetri rossi delle lanterne, si coloriva di un rosso tenero, inesprimibile. Ci fu un momento che esso mi passò cosí vicino e cosí lentamente, da permettermi di scorgere quella specie di involucro sottolissimo che lo teneva chiuso e lo proteggeva dalle impressioni esterne.
«Tutto questo deve solidificarsi. Occorreranno altri due mesi prima ch'ella si svegli alla vita e rompa l'involucro elementale».
Credevo di sognare. Mai la mia ragione e il mio scetticismo erano stati messi a piú dura prova!
«Avrà tutte le perfezioni – mi disse Enrico uscendo di là. – Ho voluto incarnare il piú alto ideale di donna che mente umana possa concepire. E sarà mia e m'amerà, come io amo me stesso; è parte di me, e la più eletta!».
Due mesi dopo, il gran portento era compiuto. Quella creatura incredibile aveva rotto l'involucro elementale, e si era come destata da un lungo sonno. I suoi occhi non potevano tollerare la luce viva del giorno; tutti i suoi sensi erano incerti nelle loro funzioni, simili a quelli di un neonato. Ma pochi giorni bastarono perché io non potessi piú distinguere lei da qualunque altra donna che avesse raggiunto l'età di vent'anni. Che incanto però! Che freschezza di carnagione e di tinte! Anche Enrico sembrava ringiovanito. Oh, era felice!
Io mi sentivo cosí sconvolto da quella realtà che non potevo piú negare, da sembrarmi, in certi momenti, di essere sul punto di perdere la ragione. Fortunatamente cominciai a riflettere che quel portento, se era avvenuto – e come resistere alla testimonianza di tutti i miei sensi? – se era avvenuto, bisognava crederlo un fatto naturale simile a tanti altri che l'abitudine di ogni giorno, di ogni minuto, ci fa stimare meno miracolosi, meno stupefacenti!
E già invidiavo la felicità del mio amico ...
Ahimè! Né lui né io avevamo preveduto che si possono spingere, sí, fino oltre certi limiti le forze della natura, ma non mai ridurle diverse da quel che sono. Egli aveva potuto creare, infatti, una donna ideale perfetta, ma in questa creatura si era incarnata l'idea superlativa della donna coi pregi e coi difetti che ne costituiscono l'essenza. Perciò in Eva – l'aveva chiamata cosí – tutto era riuscito estremo; e mai donna ordinaria aveva accumulato in sé tanto orgoglio, tanta vanità, tanta leggerezza, tanta tenerezza, tanta sensualità, tanta gelosia, tanta caparbietà, tanta elevatezza e tanta miseria, da renderla a dirittura insopportabile! Il povero mio amico ne fu spaventato. Dopo sei mesi egli odiava la sua creatura, e già pensava al modo di disfarsene.
«Commetteresti un delitto!» gli dissi.
«Ne ho già commesso uno assai maggiore – esclamò – violentando la natura!».
«Abbandona costei alla sua sorte!».
«No!».
Era geloso che altri potesse possederla.
E, un giorno, mi condusse a casa sua.
Non ho mai assistito a spettacolo più spaventevole e piú triste.
La bella creatura era già ridotta di nuovo forma vaporosa, evanescente. Tutte le supreme angosce dell'agonia ne scomponevano il bellissimo viso; gli occhi smorti nuotavano già nell'ultimo sonno, sotto l'influsso di un potere omicida altrettanto forte quanto quello che l'aveva evocata alla vita.
Enrico Strizzi – entrato in un convento di frati trappisti – vi medita ancora, nel silenzio, la vanità della scienza e attende, espiando, la morte! –
GIORNATA SESTA
LA SPINA

– Oh, non si contenga, signora! – esclamò ridendo il dottor Maggioli. – Io non sono più medico da parecchi anni; sono un parassita decrepito che rubo agli altri un po' di posto, un po' d'aria e di luce, e non posso piú fare niente di bene, e neppure di male, per fortuna. Si sfoghi dunque, signora! Tanto, non potrà dir corna dei medici quanto ne penso io che sono lor confratello. Sappia però che, tra molti, anzi moltissimi, medici ciarlatani, c'è degli eroi ignorati, dei martiri, dei veri santi degni dell'onor degli altari e della pubblica adorazione; umili che hanno fatto e fanno bene al prossimo senza nessuna speranza di ricompensa né in questa né nell'altra vita, perché spesso sono materialisti che non credono all'anima immortale e intanto, secondo me, ne sono la prova evidentissima; generosi, che cimentano la loro esistenza serenamente per medicare una piaga pericolosa, per studiare una malattia infettiva e trovarne il rimedio; ciarlatani ed eroi nello stesso tempo – e questa non è la loro minore stranezza – come colui che fu mio maestro e del quale voglio raccontarle una gran bricconata e la mirabile morte.
Allora facevo la pratica presso l'illustre medico chirurgo... No, non debbo dirne il nome, perché la bricconata di cui sono stato testimone può oscurarne la fama tra coloro che tengono assai piú conto di un'azione cattiva che di cento buone.
Alla nostra clinica si era presentato un giorno un pecoraio col braccio destro legato al collo e col pollice della mano rozzamente fasciato. Il professore doveva conoscerlo e aveva forse qualche ragione di non essere benevolo verso di lui, perché lo ricevette con modi assai bruschi:
«Ah! Voi! Vediamo. Che c'è?».
«Signor dottore, mi sento morire!».
Intanto il professore gli afferrava il braccio, senza punto badare agli strilli del poveretto, e disfaceva la fasciatura del dito. Un dito enorme, rosso pavonazzo, con chiazze nere e bianche, quasi un frutto mostruoso innestato nella mano, che attirò l'attenzione di noi giovani. Ma noi solevamo rimanere in disparte, finché il professore non c'invitava ad osservare. Questa volta non c'invitò. Pareva sprofondarsi nell'esame di quel caso nuovo; tastava, premeva con due dita, faceva delle domande, intimidendo il cliente con la burbera intonazione di voce assunta sin da principio.
«Com'è stato?».
«Non so ... Tutt'a un tratto. Una mattina, all'alba, grandi trafitture, mi hanno svegliato...».
«Quando?».
«Otto, dieci giorni fa».
«Perché non siete venuto subito?».
«Non sospettavo che si trattasse...».
«Per risparmiarvi di pagare il chirurgo, eh?».
«No, signor dottore».
«E ora siete in pericolo di perdere la mano, forse anche il braccio!».
«Ah, signor dottore! Mi salvi!».
«Che intrugli avete adoprato?».
«Un impiastro di pane bollito nel latte».
«Bravo! E avete fatto peggio. Ecco qua!».
«Ahi! Ahi!».
Il professore gli lavò il dito con una soluzione disinfettante, glielo fasciò, e disse al poveretto che gemeva e piangeva:
«Tornate domani».
Quando colui fu andato via, egli riprese la sua aria ordinaria, e, rivolto a noi, soggiunse:
«Aveste visto quel tanghero? Sembra quasi un mendicante, ed è ricco sfondato!».
E del male che gli deformava il pollice non fece nessun cenno.
Mutò contegno nei giorni appresso. All'apparire di quel cliente, il professore accorreva premuroso, lo tirava in disparte verso la finestra, lo faceva sedere e, sorridendo, gli domandava:
«Come va? Meglio?».
«Niente affatto, dottore».
«Un po' di pazienza!».
«Tagli, squarti, dottore! Non ne posso piú!».
«Se foste venuto subito, il primo giorno in cui sentiste le trafitture, sarebbe stato una cosa da nulla. Ma ora ... bisogna lasciar maturare la suppurazione ...Taglieremo a suo tempo, se occorrerà; ma spero che non occorrerà...».
«Ahi! Ahi!».
Alla minima pressione delle dita del professore, il poveretto trambasciava.
«Dovete mettervi a letto; tenere il braccio in completo riposo. Verrò io da voi, tutti i giorni...».
«Ne avrò per un pezzo, dottore?».
«Chi lo sa? Sí e no; secondo!».
Lavatura, fasciatura, strilli del cliente, e non un motto a noi giovani intorno a quel caso che ci sembrava assai complicato e strano, se il professore teneva per sé ogni osservazione, e si prendeva la cura di andare a medicare il cliente a casa, piuttosto che nella clinica, portando colà cassette di ferri chirurgici e barattoli e fasce, con molto suo scomodo.
Mi era toccato piú volte di accompagnarlo, di aiutarlo a disporre sur un tavolino ferri, medicamenti e bambagia che poi non servivano a niente, perché non occorreva adoprarli. Lavatura, fasciatura, strilli del cliente anche colà, e silenzio del professore.
La cosa durava da tre mesi; e da tre mesi, tutte le settimane, arrivavano al professore carichi di formelle di cacio, di ricottelle, di ricotte, e agnelli e capretti... doni da pecoraio ricco, che intendeva ingraziarselo perché lo facesse guarire piú presto.
Noi ci attendevamo, da un momento all'altro, una stupenda lezione intorno a quel caso, qualche rivelazione scientifica, come l'illustre professore era solito di regalarcene; attendevamo, per lo meno, una pubblicazione, di quelle che poi facevano il giro di tutte le riviste mediche del mondo.
Invece, capitò a me... Oh, non dimenticherò piú il furore del maestro e la mia mortificazione di quel giorno!
Una grave operazione lo aveva trattenuto in casa. Tutt'a un tratto si rammentò del pecoraio; e, rivolto a me, disse:
«Va' tu; una lavatura, capisci, e una semplice fasciatura; non occorre altro».
Orgoglioso dell'incarico, ero tornato infinitamente piú orgoglioso della scoperta che credevo di aver fatto. Il dito si era già spaccato come una melagrana matura, e nel centro della piaga avevo potuto scorgere una piccola spina, causa permanente della suppurazione. Tolta via, con una pinzetta, la spina, il paziente si era sentito subito alleviato.
«Animale!» esclamò il maestro, appena io gli esposi quel che avevo fatto.
Gli aveva lasciato apposta la spina nel dito, per aumentare il numero delle visite e il conto del cliente ricco sfondato!
Eppure l'uomo cosí poco scrupoloso, e che si compiaceva di mostrarsi senza pregiudizi di sorta alcuna in molte circostanze della vita, è morto per aver fatto un'opera di carità di cui sapeva il pericolo e alla quale non era punto obbligato.
Ve lo figurate voi quell'illustre scienziato curvo su un povero malato di tifo, in una fetida stamberga, e intento a fargli lunghe frizioni di chinino alla spina dorsale?
«Mi permetta, professore...» gli diss' io.
«No, caro; è pericoloso. Voi siete giovane, dovete vivere; io, ormai!...».
Infatti si contagiò, e morí stoicamente, contento di aver fatto il suo dovere; lo ripeteva fin nel delirio della febbre.
Oh! Egli portava su la coscienza parecchie di quelle spine di pecoraio; ma Domineddio non ne avrà tenuto conto, speriamo. Questa morte è cosí bella da scancellare qualunque macchia!... Ed ora, si sfoghi pure contro i medici, gentile signora! – conchiuse il dottor Maggioli. – Era giusto che io dicessi almeno che vi sono molte e grandi eccezioni alla regola... E, per rispetto dell'umana dignità, voglio credere che sia cosí in tutte le professioni e in tutti i mestieri –.
GIORNATA SETTIMA
IL SOGNO D'UN MUSICISTA

– I sogni? – rispose il dottore. – Se dovessi dire la mia opinione, vi farei strabiliare.
– Ce la dica! Ci ha fatto strabiliare tante volte, che, una di piú una di meno, non conta nulla!
– Lo so, caro avvocato – rispose il dottore –, loro credono che io mi diverta a raccontare fandonie ogni volta che metto fuori una delle mie storielle. Ma, se io scrivessi le mie memorie – e queste storielle, infine, non sono altro che memorie parlate – vedreste che gli scienziati se ne impossesserebbero e darebbero valore di documenti ai fatti narrati. Qui però non posso pretendere che lor signori li prendano sul serio. È assai che mi facciano l'onore di stare a sentirmi. Sono persone educate, sanno che ai vecchi come me si deve deferenza e rispetto, e mi lasciano dire. Io non credo di aver mai abusato della loro cortesia; le mie storielle arrivano sempre a proposito di qualche soggetto della conversazione, e non sono mai tanto lunghe da stancare.
– Eh, via! Com'è malinconico questa sera! – lo interruppe la baronessa Lanari. – Noi lo ascoltiamo perché lo stare a sentirlo ci fa gran piacere. Dunque, i sogni secondo lei...
– Giacché si vuol sapere la mia opinione...
– Ce la dirà con una storiella!
– Anche con una storiella, caro avvocato! E, innanzi tutto, contro l'opinione comune, affermerò che, dormendo, noi sogniamo sempre, anche quando non abbiamo nessun ricordo di aver sognato. Il sogno differisce dalla realtà in questo soltanto: è un'altra realtà. E piú bella, piú libera, piú reale aggiungo, non ostante il suo risolino di compassione, avvocato.
– Come piú reale? – lo interruppe questi. – Parecchie volte mi son sognato di essere ferito, di morire, e mi sono svegliato vivo e sano!
– Ma di là, nella vita del sogno è stato ferito davvero; ma di là, nella vita del sogno, è morto davvero. E quando, tra cento anni, se le fa piacere, morrà qui, in questa realtà, in questa natura, forse si desterà nell'altra precisamente come da un sogno, e dirà: «Che stranezza! Mi era parso di morire! Come sembrano veri certi sogni!». Lei ha troppo fiducia nei suoi sensi; si figura che non lo ingannino. Ma sappia che la scienza non ha ancora provato che quel che noi vediamo e tocchiamo sia precisamente quale noi crediamo di vederlo e di toccarlo. L'enimma sta in questa essenza che noi chiamiamo spirito e non sappiamo affatto che cosa sia. Egli spesso, nel sogno, vede chiarissimo il futuro; scioglie problemi che, sveglio, non era riuscito a distrigare, crea opere d'arte che, sveglio, era incapace di creare. Piú realtà di questa vuole lei? Ma è inutile discutere. Il giovane viennese di cui voglio parlare è una prova evidentissima di quel che sostengo io.
Abitavamo nella stessa casa in due stanze, l'una di faccia all'altra; povere stanze a un quarto piano, appena appena mobiliate, ma silenziose e piene di luce; quasi due celle di convento. Saputo che io studiavo medicina, un giorno venne a consultarmi intorno a certo mal di stomaco che gli dava gran fastidio. Era biondo, bianco, esile e di una timidità infantile. Gli volli subito bene. Egli si meravigliò che uno scienziato, diceva lui, si interessasse molto di musica e di musica sacra. Giacché Volgango Brauchbar si occupava soltanto di musica sacra. Aveva su questo argomento una teorica tutta sua, mistica, elevatissima. Secondo essa, la piú alta espressione musicale si poteva raggiungere soltanto nei soliloqui dell'anima pregante, invocante Dio. E per ciò non studiava altro che i grandi maestri italiani e Bach, il suo Bach, come lo chiamava. Allora io ero materialista, ateo, e quei soliloqui dell'anima pregante e invocante Dio, mi facevano sorridere, con grandissima afflizione del biondo Volgango; ma gustavo infinitamente le sue meravigliose esecuzioni; e ammiravo i pezzi di sua fattura che egli si compiaceva di sottomettere al mio giudizio. Spesso spesso però non finiva di sonarli; s'interrompeva, scoraggiato; e non andava piú avanti.
«No, no! Non è quel che intravedo. C'è ancora troppa sensualità, troppa materialità in queste note. Non riuscirò; non farò niente di buono!».
Ed era inutile che gli dicessi sinceramente:
«Anzi! Anzi! Vedete? Io, che non credo, sono commosso. Mi avete quasi costretto a pregare insieme con voi... Che pretendete di piú?».
«La mia disgrazia – mi confessò un giorno –, proviene dallo stato del mio cuore. Amo, riamato!».
«E la chiamate disgrazia?».
«Per l'arte, sí. Ma come fare?».
«Io v'invidio».
«Se potessi strapparmi il cuore!».
«Non esagerate, amico mio!».
«Forse, dopo sposato...».
«Sposerete presto?».
«Tra sei mesi».
E quel tedesco biondo, mezzo anemico, timido come un fanciullo, si era innamorato di una giovane italiana di forme giunoniche, fior di bellezza e di salute, che rideva sempre, e che alla musica sacra del suo fidanzato preferiva i valzer degli Strauss e le canzonette napoletane. Mai la teorica dei contrasti, che si completano a vicenda, aveva trovato nella vita una piú chiara conferma.
Io passavo le giornate all'università e all'ospedale, e Volgango era libero di sonare da mattina a sera senza timore di disturbarmi. Nei giorni di vacanza però mi piaceva di andare a passare qualche ora nella sua stanza a discutere, a sentirlo sonare – bisognava pregarlo –, a ricevere le confidenze del suo amore, che non era meno ideale della sua musica. Io, che allora correvo strenuamente dietro le serve e le sartine, lo compiangevo, e glielo dicevo, ridendo.
Una notte, cosa affatto insolita – era d'inverno e faceva freddo intensissimo – ecco il pianoforte di Volgango che rompe il gran silenzio della casa e mi desta nel meglio del sonno. Sto ad ascoltare, mezzo insonnolito, e mi metto a sedere sul letto, vinto dalla delizia della musica. Il pianoforte tace per alcuni minuti, poi riprende lo stesso pezzo. L'impressione è cosí viva, cosí forte, cosí meravigliosa, che salto giú dal letto, mi vesto in fretta, e picchio all'uscio del mio amico:
«Volgango! Volgango!».
Indietreggiai quando venne ad aprirmi. A quell'ora, con quel freddo, egli era in mutande e aveva la faccia cosí sconvolta e gli occhi cosí sbalorditi, da metter paura.
«Scusate! – balbettò. – Vi ho svegliato ... Scusate ... Ah, se sapeste, caro amico! Se sapeste!».
«Mi direte tutto, ma prima vestitevi; copritevi bene, se non volete prendere un malanno».
E vestendosi mi raccontava:
«Ho fatto un sogno! ... Mi pareva di essere in mezzo a una fitta nebbia, illuminata da luce bianca, assai piú bianca della luce lunare. Ero atterrito di trovarmi cosí sperduto, e non osavo di fare un passo, quando tutt'a un tratto una dolcissima voce mi disse, piano, all'orecchio: "Ascolta!".
Un coro di voci femminili; prima lento, quasi lontano, poi incalzante, con una melodia larga, ma piena di fremiti, di lagrime... Oh! Oh! Una cosa ineffabile! Avevo coscienza di sognare; e ascoltando intentamente, dicevo tra me e me: "Potessi ricordarmene sveglio! Potessi trascriverlo! Basterebbe a immortalarmi! Signore, Signore, fate che io me ne ricordi! Che non me ne perda una nota!". E intanto il coro sembrava allontanarsi, diveniva piú fievole, si estingueva quasi in un sospiro. Ma ecco uno scatto di gioia, un sussulto, un inno di liberazione, di redenzione, di trionfo! Tutte quelle voci lo lanciavano per lo spazio, tra la nebbia che nascondeva ogni forma, via per l'infinito. Nessuna musica umana aveva mai attinto quell'altezza di espressione e di forza. Me la sentivo vibrare dentro, dalla testa ai piedi, come se tutte quelle voci scaturissero dai miei nervi in tumulto, dalle mie fibre, dal mio sangue, dal mio spirito ... E la sensazione era cosí forte che credevo di doverne morire.
Quando il coro, all'improvviso tacque con uno schianto, io pregavo insistentemente: "Signore, Signore fate che me ne ricordi svegliandomi!". E quella dolcissima voce tornò a parlarmi, basso, all'orecchio: "Ricorderai la prima parte soltanto. Se ricordassi anche la seconda, morresti!". Mi destai con un gran scossone, tremante, quasi i miei nervi, simili a corde di pianoforte, ancora fremessero delle ultime ondulazioni di quel coro divino.»
«E, sveglio, ve ne siete ricordato, e vi siete messo a sonare, capisco».
«La prima parte soltanto! Dell'altra mi è rimasta una sensazione confusa, indeterminata, indefinibile, inesprimibile! Ah! Vorrei ricordarmene...».
«Anche a costo di morire».
«Anche a costo di morire! Ho tentato, ma invano!».
E si slanciò verso il pianoforte, e ricominciò a sonare.
«Udite! Udite!».
Pareva trasfigurato! Mai le sue dita avevano tratto dal pianoforte suoni cosí meravigliosi.
«È il vostro capolavoro!» gli dissi.
«Mio?».
«Di chi dunque?».
Qualche giorno dopo, Volgango mi confidò che non aveva più cercato di rammentarsi. Era anzi atterrito della possibilità di rammentare la sublime seconda parte del coro. Aveva paura di morire.
Trascrisse infatti la prima, ma non la suonò piú. Non ne parlò con nessuno, neppure con la sua fidanzata. Aveva sempre nell'orecchio la dolcissima voce da cui gli era stato sussurrato: «Se ricordassi anche la seconda parte, morresti!». Amava e non voleva morire. Io lo punzecchiavo per questa sua ingenua paura.
«Siete superstizioso quanto un latino!» gli dicevo.
Egli alzava le spalle e sorrideva tristamente.
Mi aveva invitato alle sue nozze. Era raggiante di felicità quella sera, in muta adorazione attorno alla sposa, con gli occhi quasi notanti nelle lagrime di tenerezza rattenute a stento.
Aveva composto un epitalamio musicale, e fu pregato di sonarlo.
Io mi ero seduto accanto a lui per voltargli i fogli della musica. Terminato quel pezzo, tra fragorosi applausi degli astanti, egli non si alzò, ma riprese a preludiare. Si fece subito silenzio. E, con mia grande meraviglia, udii le prime battute del coro da lui sognato.
«Perché?» gli dissi sottovoce, vedendolo impallidire. Con gli occhi spalancati enormemente e fissi davanti a sé, quasi non vedessero, egli sonava, assorto, impallidendo sempre piú. Perline di sudore cominciarono a spuntargli su la fronte e su le tempia; il respiro diveniva affannato, ansimante.
«Smettete, Volgango; vi fa male!».
«Oh Dio! Oh Dio! – mi disse con un fil di voce. – Ricordo! ... Oh Dio!».
E nello stesso tempo scattò dai tasti del pianoforte l'inno di gioia, di liberazione, di redenzione, di trionfo di cui egli mi aveva parlato. Tutti gli invitati si erano levati in piedi, affollandosi attorno a lui, attratti dal fascino di quel miracolo musicale...
Io avrei voluto afferrare le mani di Volgango, impedirgli di sonare, ma ero ammaliato anch'io, incredulo e nello stesso tempo ansioso di vedere quel che ne sarebbe seguito.
Con lo schianto delle ultime note, Volgango Brauchbar reclinava la testa sul pianoforte. Era morto! –
GIORNATA OTTAVA
«IN ANIMA VILI»

– Io non saprei determinare fin dove si estenda il diritto dell'osservazione scientifica; so però che certe volte esso rasenta il delitto.
– Rasenta soltanto? Siete troppo indulgente, dottore.
– Caro amico, – riprese il dottor Maggioli – se la colpa consiste principalmente nelle intenzioni... Ecco: mi spiegherò meglio con un caso particolare, che mi tiene ancora, dopo tant'anni, molto perplesso. L'autore, diciamo cosí, di questo delitto scientifico rimase tranquillo anche dopo il tragico scioglimento da lui provocato. Forse l'esperimento sorpassò, nelle conseguenze, la sua intenzione; ma egli, alla fine, non fu troppo dispiacente di quel che era accaduto. Se dovessi anzi giudicare dalla mia impressione di quella mattina, quando egli venne ad annunciarmi, con gioia di scienziato che ha ricevuto dai fatti la conferma di un'ipotesi: «Sai? Si è ammazzata!», dovrei confessare piuttosto che ne fu lietissimo. Ma in quel momento, per colui la morte di una creatura umana significava unicamente un problema fisiologico e psicologico risoluto; nient'altro. La scienza, o meglio gli scienziati, hanno un particolare egoismo; il loro interesse personale non c'entra punto, o c'entra per quel po' di vanità umana che vien sollecitata dall'idea di poter scoprire una verità prima degli altri.
– Oh! Di molte verità scientifiche si può fare a meno. Non casca il mondo, se l'umanità rimane ignorante di un fatto, di una legge! È andata avanti per migliaia di secoli, ignorando tante e tante cose; va avanti ignorandone tante altre!
– Lei ha ragione, baronessa – rispose il dottore, sorridendo. – Ed io mi spingo anche piú in là; penso che essa perdura e perdurerà a lungo appunto perché sarà sempre una grande ignorante. Non è meno vero però che il suo istinto di penetrare nei misteri della vita può scusare talvolta anche gli eccessi di soddisfarlo. Sono curioso di sentire come lei giudicherà l'esperimento in anima vili fatto dal mio amico, che è stato tra i primi a introdurre nella psicologia il metodo puramente sperimentale. Egli aveva scritto una lunga e particolareggiata memoria intorno al caso che voglio narrare. Doveva essere presentata, dopo la sua morte, alla famosa «Società per le ricerche fisiche», di Londra; vivente, egli temeva di vedere mal giudicato il suo esperimento e non voleva aver che fare col codice penale... Temeva poi, e piú d'ogni altro, la gelosia di sua moglie, che forse non avrebbe creduto schiettamente scientifico l'esperimento fatto da suo marito. Non so che cosa sia avvenuto di quella relazione. Il mio amico è morto da un pezzo, e i suoi manoscritti forse sono andati a finire presso qualche salumaio; gli scienziati, ordinariamente, hanno grandi asini per eredi. Ma veniamo al fatto. Il mio amico studiava da qualche anno questo problema: la rassomiglianza fisica di alcuni individui implica pure una rassomiglianza morale? Certe linee della faccia, certe proporzioni di membra, certi gesti, il suono della voce sono in cosí stretta relazione con la psiche d'un individuo, da dover riprodurre gli stessi fenomeni inferiori, se si ripetono quasi identicamente in un altro individuo?
Aveva esaminato parecchi gemelli; ma i risultati della sua inchiesta non erano stati soddisfacenti. E poi egli stimava i gemelli un unico individuo. Bisognava studiare piuttosto la straordinaria rassomiglianza fra estranei, e non era facile riuscirvi. Un giorno egli venne a parlarmi di un caso proprio incredibile. Si trovava a passeggiare, con la moglie sotto braccio, per una via remota della città, quando ecco davanti a loro due persone, un uomo e una donna, prese anch'esse a braccetto; padre e figlia; si capiva dall'aspetto e dal loro contegno. Ma la giovane rassomigliava, in tutto, talmente a sua moglie, che il mio amico, su le prime, credette a un'allucinazione. La rassomiglianza era stata notata anche dalla signora. Per ciò affrettarono il passo e sorpassarono quei due per osservare se mai non si fosse trattato di una illusione ottica prodotta dalla distanza. No; quella giovane era, per dir cosí, una riproduzione cosí esatta, cosí perfetta di sua moglie (la sola differenza consisteva nella qualità della stoffa e nel colore del vestito) che tutti e due furono spinti a seguirli, meravigliatissimi della stranezza del caso. Sua moglie, ridendo, gli disse: «Se io morissi, dovresti sposare costei. Cosí ti parrebbe di non avermi perduta. Abitano qui non dimenticarlo. Potrai chiedere informazioni al portiere». Il mio amico rispose con una spallucciata. Ma aveva già notato il nome della via e il numero della casa. Dell'idea che gli era spuntata improvvisamente nel cervello però non fece motto alla signora. Ne parlò con me, esponendomi il suo disegno; non voleva lasciarsi sfuggir di mano cosí bella occasione. Avrebbe cercato di avvicinare la ragazza, entrare nella sua intimità e tentare di metterla nelle stesse circostanze in cui si era trovata la sua signora sette od otto anni addietro. Prima ch'egli la conoscesse, ella si era avvelenata per una delusione di amore, ed era stata salvata a stento; risentiva tuttavia gli effetti di tale pazza risoluzione. Avrebbe tentato di suicidarsi anche quella giovane per delusione di amore? Ecco il problema.
«E come farai?».
«M'ingegnerò d'innamorarla».
«E poi?».
«La tradirò, l'abbandonerò, meglio, le confesserò che sono ammogliato».
«Ma tu commetti un'azione disonesta!».
«La scienza giustifica qualunque atto».
«E se invece... – può benissimo accadere; noi non siamo padroni del nostro cuore – se comincerai col fingere, e finirai con far sul serio?».
«Voglio troppo bene a mia moglie».
Le circostanze lo avevano aiutato. Il mio amico era un bell'uomo, gioviale, pieno di spirito, quantunque fisiologo e psicologo. Allora aveva appena trentadue anni, e gli fu facile insinuarsi nel cuore della ragazza.
«Passo – mi diceva – di meraviglia in meraviglia. Vi sono dei momenti in cui mi sembra proprio di stare a conversazione con mia moglie. Ho dovuto fare la mia dichiarazione al padre; mi sono fidanzato».
«E se il padre scoprirà?...».
«Ho dato un nome falso. La ragazza mi adora».
«Quel padre è un imbecille».
«È un buon uomo; non gli par vero di maritare la figlia; è vedovo e impiegato alla dogana».
«E tu lo inganni...».
«Per amor della scienza. Sono su la via di provare, assolutamente, che o è il corpo che foggia quel che chiamiamo psiche, o è questa che foggia il corpo in una data maniera. Non è un fatto accidentale avere il naso a un modo, i capelli di un certo colore, gli occhi così e così. Ogni linea, ogni proporzione del nostro corpo, ogni facoltà dell'animo sono determinate da una legge d'intima corrispondenza. Il Gall e il Lavater hanno sbagliato strada; erano, disgraziatamente, anche metafisici. L'esperienza soltanto potrà dare risultati positivi. Quando avremo messi insieme qualche migliaio di fatti di questo genere, saremo sicuri...».
«Intanto tu ti prendi i baci della ragazza!».
«Quasi fossero quelli di mia moglie».
«Se tutte le esperienze scientifiche rassomigliassero a questa!...».
«Per me, stare con Lidia (si chiama Lidia) è come stare in laboratorio. Quel che scopro ogni giorno è strabiliante».
«Qualche piccola differenza però tra tua moglie e lei ci dev'essere».
«Sì, qualcuna; e, guarda, l'ho notata; ma le identità fisiche e morali sono a dirittura incredibili. Senti, senti».
E mi leggeva gli appunti delle osservazioni fatte, i dialoghi che si riscontravano parola per parola, i gesti, i gusti...
«Stessa foga di affetto, stessa tenerezza, stessa abnegazione, stesso disinteresse... stesso modo di baciare, di accarezzare... stessi capricci, stessi impeti di gelosia, di collera...».
«Bada: non spingere tropp'oltre l'interesse dell'osservazione...».
«Oh, no! Sono un gentiluomo».
Infatti io mi meravigliavo di vedere la sua tranquillità: era proprio un esperimento in anima vili quel ch'egli faceva.
«Ora ho cominciato a mostrarmi un po' freddo, un po' indifferente. Non me n'ha parlato – è troppo orgogliosa, come mia moglie – ma mi sono accorto che ha pianto».
«Smetti; tu tormenti una povera creatura!».
«Voglio andare fino in fondo. Tra due giorni le farò sapere che sono ammogliato».
«E se si avvelenerà?».
«La salverò; giungerò in tempo; la sorveglio».
Non giunse in tempo! E mentr'egli si attendeva che la giovine dovesse avvelenarsi, per compire le rassomiglianze con l'altra, colei aveva agito piú spicciamente; si era tirato un colpo al cuore con una rivoltella di piccolo calibro. Il povero padre l'aveva trovata morta, stesa sul lettino e cosí composta che sembrava addormentata.
Quando il mio amico venne ad annunciarmi: «Sai? Si è ammazzata!», quasi quella morte lo interessasse perché dava una ultima conferma al suo esperimento, io lo guardai atterrito degli snaturamenti che può produrre la scienza. Quel mostro umano, bisogna confessarlo, era sublime in quel momento.
Dopo, ripensandoci meglio, mi son sentito imbarazzato. Il diritto dell'osservazione scientifica può estendersi fino alla morte di un'innocente creatura, perché un fatto, una serie di fatti siano positivamente verificati e sia accertata una legge? Egli intanto è vissuto e morto tranquillo, da uomo convinto di avere adempito a un dovere –.
GIORNATA NONA
L'ERÒSMETRO

– La mia opinione intorno all'amore? Ah, signorina! – disse il dottor Maggioli. – Lei sa che ho compito ieri l'altro ottant'anni... colgo questa occasione per ringraziarla del simbolico acquerello regalatomi quel giorno... Un mazzo di semprevivi – spiegò, rivolgendosi alle persone che lo circondavano – disegnato e dipinto con gran bravura d'artista... Mi sono sperduto tra le parentesi – soggiunse ridendo. E riprese: – Volevo dire che, a ottant'anni, difficilmente si può avere intorno all'amore un'opinione che non sia il riflesso di un ricordo lontano e quasi scancellato dal tempo. Poi, se nella vita dell'uomo, secondo il giudizio di un'illustre donna, l'amore è soltanto un episodio, nella mia esso è stato appena un'apparizione fugace. Ho dovuto pensare a cose piú urgenti quando correva per me il gaio tempo di amare; e, dopo, ho avuto il buon senso di rinunziarvi per non riuscire ridicolo. Se però non posso dirle la mia personale opinione, le riferirò quella di un mio intimo amico che ha avuto la fortuna, beato lui! di contraddire alla sentenza della signora De Staël, e fare della sua vita un lungo poema di amore, con parecchi e deliziosissimi episodi! Ebbene, costui, già maturo e sul punto di scrivere, diciamo cosí, le ultime ottave del suo poema, mi confessava un giorno che l'amore è uno dei tanti dommi a cui va applicato, forse piú ragionevolmente che ai religiosi, il famoso motto di quel padre della chiesa: credo quia absurdum.
– Oh! Oh! – lo interruppe la signorina Villotti.
– Non protesti, cara signorina! – continuò il dottore. – C'è amore e amore; ed io sarei molto imbarazzato se dovessi spiegarle questa sottile differenza. Senza dubbio, il mio amico intendeva parlare dell'amore quale lo abbiamo ridotto noi, gente civile e... raffinata, come oggi sogliamo poco modestamente qualificarci. La domanda da lei fattami riguarda, è vero? questo sentimento, sublimato, o sofisticato, lungo i secoli con intenso lavorio, in guisa che non si sa piú che cosa esso sia precisamente. L'amico mio era giunto alla conclusione che nell'amore odierno non c'è piú nulla, proprio nulla, che sia spontaneo, sincero, naturale; e per ciò egli lo chiamava brutalmente: amore-margarina. Sembra amore e non è, come la margarina sembra burro e noti è.
– Il suo amico era matto!
– No, baronessa – replicò il dottore, rivolgendosi alla interrutrice –: era invece uno scienziato.
– Oh! Gli scienziati non sono... uomini! – esclamò la baronessa Lanari, provocando uno scoppio di risa nel salotto e ridendo anche lei.
– Ammettiamo, per farle piacere, che siano un po' diversi dagli altri. Ma il mio amico era scienziato per caso, nelle ore perdute (ed è stato il suo gran torto) quando gli intrighi galanti glielo permettevano; quasi quasi direi che è divenuto tale appunto per questi. Aveva ingegno meraviglioso; immaginazione divinatrice, la piú preziosa e rara facoltà di uno scienziato. E questa, assieme con la sua grande curiosità e col virile orgoglio di non essere ingannato da una donna, lo spinse alla ricerca di un mezzo materiale per misurare i gradi e la qualità dell'amore, simile a quello con cui il Mosso, per esempio, è riuscito a misurare la trasformazione dell'attività psichica in calore ed in moto.
– Costui non ha amato mai, se ha potuto riflettere! – lo interruppe la baronessa.
– Ha amato, a modo suo, e con straordinaria intensità. «Stavo per perdere la testa, – mi disse un giorno – anzi l'avevo perduta a dirittura, se ho potuto commettere la immensa sciocchezza d'inventare l'eròsmetro. Dal giorno in cui ebbi la soddisfazione di veder agire il mio strumento con precisione mirabile, io ho avuto la stupida soddisfazione di sapere in che modo e fino a quanto amavo ed ero amato; ma non ho piú goduto dell'amore, mai piú! Il mistero era sparito. Maya, la divina illusione, dileguatasi sdegnosamente nella piú alta profondità dei cieli...». Parlava cosí, per immagini, da poeta.
– E che cosa era quel suo...?
– Eròsmetro? Un gingillo di oro, una specie di armilla che egli, con un gentile pretesto o con un altro, applicava al braccio delle donne da lui amate; giacché ne amava, contemporaneamente, parecchie, secondo una sua particolare teorica intorno alla diversa loro virtú suggestiva. A questo proposito soleva dire:
«Se la mia convinzione riuscisse a farsi strada nei cervelli femminili, il sentimento della gelosia sarebbe, di botto, annientato. Ognuna avrebbe la sicura coscienza di dare alla persona amata qualche cosa di speciale che nessun'altra possiede, e addio rivalità!... Ma i cervelli femminili sono vasi troppo piccoli da poter ricevere cosí grande verità; e la gelosia rimarrà eternamente fra i terribili flagelli di questo mondo».
L'eròsmetro, ahimè, gli tolse anche questa illusione! Gli era capitato quel che capita a tutti a detta del proverbio: «Tanto va la gatta al lardo, che vi lascia lo zampino». Proverbio falso, perché gatte che abbiano lasciato lo zampino nel lardo non se n'è mai viste finora; ma lasciamo andare.
Insomma, dopo di aver quasi continuamente scherzato con l'amore, c'era cascato e come! Quella nuova e insperata conquista era tale da indurlo fino a dubitare della stessa vittoria. Egli non lo dava a capire a nessuno, ma ne soffriva orribilmente. Amore o capriccio da parte di lei? Non sapeva distinguerlo, e voleva accertarsene.
Allora gli balenò nella mente l'idea dell'eròsmetro, non come cosa possibile ma come una diquelle fantasie che rallegrano il meraviglioso regno delle fiabe. A furia però di pensarci su e ripensarci... La fata odierna è la scienza; gli imbecilli siamo noi che non osiamo di chiederle quel che giudichiamo stoltamente impossibile. Tutti coloro che hanno, in qualche modo, osato sono stati appagati. Io non posso spiegare qui i principii positivi che servirono di base alla creazione di quel mirabile strumento, né descriverlo minutamente. Non rimpiangerò neppure che il mio amico lo abbia distrutto dopo averne fatto amara prova. È bene che certe illusioni sopravvivano per consolare questa nostra misera vita e a lusingarci di crederla meno brutta che non è.
Quando egli ebbe fatto parecchi esperimenti, fu atterrito dell'opera propria. L'impassibile rivelatore livellava tutti i pretesi gradi dell'amore, riduceva questo sentimento a cosí meschina realtà da disgustarne qualunque umana creatura. La donna piú bella e la piú deforme, la piú buona e la peggiore venivano poste allo stesso livello; tutta la poesia del sentimento era annullata, ridotta cosa soggettiva dell'amatore, pura opera dell'ingannatrice Maya...
Egli stesso non voleva crederlo, ma nel medesimo tempo non poteva dubitare. La donna che formava in quei giorni l'orgogliosa felicità della sua vita... No, egli non riusciva a persuadersi che potesse essere anche lei uguale a tutte le altre!... Ma se era?... Nonostante questo, esitò parecchi mesi prima di risolversi allo esperimento.
«La gelosia mi ha perduto! – egli diceva, raccontandomi il caso con le lagrime agli occhi. – Era avviticchiata al mio collo con le braccia ignude e mi baciava, ribaciata... Feci uno sforzo supremo. Trassi di tasca la fatale armilla, e, di fare, gliel'avevo adattata alla parte superiore di un braccio. Le parve un elegante gingillo imitato dall'antico, mio regalo; e lo guardò commossa, con un senso di vanità che le sfavillava negli occhi e nel sorriso. Io tremavo, quasi commettessi in quel punto il piú vigliacco e il piú tremendo dei sacrilegi. E mentalmente pregavo che lo strumento, almeno questa volta, s'ingannasse o mentisse.
"Che hai?" ella mi domandò, guardandomi con diffidenza.
E siccome io avevo gli occhi fissi su l'armilla, ella portò la mano al braccio, premé la mollettina e buttò via quell'oggetto con orrore istintivo. Mi affrettai a raccoglierlo. Ella guardò il segno bianco lasciatole dalla pressione sul braccio, e mi prese per le mani interrogandomi sbigottita. "Che è questo? Che mi hai fatto?"».
Egli fuggí via come un assassino. Volle però vedere quel che lo strumento aveva registrato. E soltanto allora ... ma era troppo tardi! Maya, la divina illusione – com' egli si espresse – si era dileguata sdegnosamente nella piú alta profondità dei cieli!
– Infine, che cosa vide? Che scoperse? – domandò spazientita, la signorina Villotti.
– Niente! – rispose, con equivoco sorriso, il dottore.
– O dunque?...
– Ho voluto dirle, invece della mia, l'opinione di un altro intorno all'amore. E, se le piace, segua il consiglio del mio amico, faccia secondo il sapiente padre della chiesa da lui citato: creda nell'amore! Fermamente! È un'assurdità, ma non vuol dire... Credo quia absurdum! –
GIORNATA DECIMA
UN UOMO FELICE

– Singolarissimo uomo! – riprese il dottor Maggioli. – Ci eravamo conosciuti all'università, egli studente di lettere e filosofia, io di medicina. Perché, quasi povero, avesse scelto le lettere e la filosofia che avrebbero potuto condurlo soltanto a una cattedra di liceo, e, tardi, di università, se fosse riuscito una cima, egli me lo spiegò una mattina che era venuto ad assistere a una lezione di anatomia.
«Tu qui!» esclamai, meravigliato di vedermelo accanto nella prima fila dell'emiciclo, proprio davanti alla tavola di marmo dove giaceva, coperto da un lenzuolo, il cadavere da sezionare.
«Per curiosità – rispose. – Ho saputo che oggi avete il cadavere di una bella ragazza. Voglio provare la sensazione di vedervelo squartare».
«Scapperai, nauseato, al primo colpo di bisturi del professore».
«Sono già abituato. L'anno scorso ho assistito a parecchie lezioni di anatomia; avevo la tentazione di lasciare le lettere per la medicina».
«Avresti fatto bene. È una professione piú rimuneratrice».
«Pensavo appunto a questo. Mi ha trattenuto una riflessione».
«Quale?».
«Con la cattiva sorte che mi pesa addosso, ammazzerei tanti malati, che presto non troverei nemmeno un cane per cliente. Invece, con le lettere e la filosofia, farò degli asini, dei prosuntuosi, scribacchini o sognatori, parolai venditori di fumo senz'arrosto, e sarà poco male».
E per ciò si era laureato in lettere e filosofia due anni dopo.
Poi lo avevo perduto di vista. L'ho riveduto poche settimane fa, vecchio arzillo e allegro, quantunque quasi povero come quand'era studente.
«Che fai?» gli dissi.
«Niente; mi ostino a vivere, al pari di te. Ci ho preso gusto».
«Eri professore, se non m'inganno».
«Godo una misera pensione. Mi basta».
«Filosofo anche nella pratica?».
«Soprattutto nella pratica. Sono felice».
«È la prima volta che sento dir questo da un uomo».
«La mia felicità è cosí particolare, che non posso augurartene una simile».
«Cioè?».
«Sono il piú gran disgraziato di questo mondo, e per ciò mi stimo felice. Da che son nato, non me n'è andata mai bene neppur una».
«Non capisco...».
«Capirai subito, quando ti avrò esposto la mia filosofia della felicità. Hai mezz'ora da concedermi?».
«Faremo colazione insieme».
«Grazie. Io mangio una sola volta al giorno, la sera».
«Berrai almeno un caffè».
«Non prendo caffè».
«Un bicchiere di marsala».
«Non bevo vino di nessuna sorta».
«Parlerai mentre ingoierò un boccone alla lesta».
«Volentieri, quantunque avrei preferito di passeggiare».
«Passeggeremo dopo».
Si sedette di rimpetto a me, nell'angolo appartato della trattoria dove l'avevo condotto.
«Dunque?» esclamai, appena ordinata la solita frugale colazione.
«Nella mia qualità di filosofo – prese a dire sorridendo – dovrei cominciare con una definizione della felicità in generale; te la risparmio. La mia è consistita fin oggi nella certezza di vivere lungamente, perché soltanto i disgraziati come me non muoiono mai. Io sono quasi sicuro di arrivare ai cento anni. E la vita mi sembra cosí prezioso tesoro, che nessun sacrificio può essere giudicato abbastanza elevato per conquistarlo e mantenersene il possesso. Riguardo a questo mondo, abbiamo sufficienti indizi della sua realtà. Dell'altro non sappiamo niente. Godere quaggiú non è facile. Avere almeno la certezza di vivere a lungo, ecco la felicità. Hai tu mai notato come i disgraziati siano di pelle dura? Essere disgraziati val meglio di avere in tasca una delle tante assicurazioni su la vita, che si dovrebbero chiamare piuttosto assicurazioni della morte. I supposti felici, coloro che toccano il colmo delle loro aspirazioni, dei loro desideri, delle loro speranze, muoiono quasi subito appena raggiunto lo scopo. Se, per caso, non muoiono, ricominciano a desiderare nuovamente, con maggior intensità, a sperare con piú forti illusioni, cioè a tormentarsi, ad affaticarsi, a soffrire ansie e timori peggio di prima. Quando i disgraziati che non ne indovinano una si convinceranno del gran compenso che loro accordò la natura, facendoli nascere sotto una cattiva stella ma con forza di vitalità da resistere a qualunque urto, non sentiranno piú invidia di coloro che essi considerano in miglior condizione di loro. Amare però la vita per se stessa non è da tutti».
«Non tutti possono essere filosofi – lo interruppi – e pascersi di paradossi!».
Ridevo.
«Sai tu che significa paradosso? Verità che ha l'apparenza di non esser tale» egli rispose gravemente.
«Credevo significasse: stramberia che vorrebbe darsi apparenza di verità».
«È errore comune... Dunque fino ai trent'anni io pensavo come gli altri. Vedendo che non me n'andava una sola pel giusto verso, mi arrabbiavo, mi disperavo. Una volta, dopo un gran delusione, tentai anche di suicidarmi. Avevo preso ogni precauzione per non sbagliare nel finirla. Tu non lo crederai; mi andò a male anche il suicidio per eccesso di precauzioni. Avevo ingoiato cosí forte dose d'arsenico da ammazzare non un uomo ma dieci cavalli. Il mio stomaco si ribellò, rigettò il veleno quasi subito, prima di esserne intaccato. Anzi, a quel che mi dissero i dottori, se ne assimilò tanto quanto bastò a guarirmi da una malattia viscerale che mi infastidiva e a farmi anche ingrassare. Ridi? È stato proprio cosí. Allora mi sono rassegnato. Ne ho viste di tutti i colori, ne ho gustate di tutti i sapori. Quando pensavo che il destino doveva ormai esser stanco di prendersela con me, scoprivo, da lí a poco, che ne aveva già trovata una nova di zecca, assolutamente imprevedibile.
"Non sono riuscito ad ammazzarmi con l'arsenico, mi ammazzeranno – speravo – la bile, i dispiaceri!...". Niente!
Muscoli di acciaio, stomaco capace di digerire i ciottoli meglio di quello degli struzzi. E intanto disdette sopra disdette. Il proverbio: se si mettesse a fare il cappellaio, tutti gli uomini nascerebbero senza testa, sembrava di essere inventato unicamente per me. Dissi:
"Infine, l'aver studiato filosofia non deve soltanto servirmi per insegnarla agli scolari". E mi misi a filosofare intorno ai casi miei. Non mi parvero accidentali, dopo che intrapresi a studiarli anche negli altri.
"Qui sotto c'è una legge! – esclamai. – Bisogna scoprirla!".
E l'ho scoperta: legge di compensazione. Mirabile legge! Occorre di essere disgraziati per raggiungere l'estremo possibile limite della vita. Ti par poco? E d'allora in poi – per me che apprezzo la vita per se stessa – le disgrazie son diventate una benedizione di Dio. Ogni volta che intraprendevo un'impresa – qualcosa bisogna fare a questo mondo! – la mia ansietà era al rovescio di quella che sarebbe stata per gli altri.
"Se, per sventura, riuscissi!".
Fortunatamente non riuscivo. E cosí, di disgrazia in disgrazia, sono arrivato a ottantanove anni. Trovami uno dei pretesi felici che sia arrivato a quest'età».
«Io» risposi trionfalmente.
«Ebbene, eccezione che conferma la regola. Ma no; sei un disgraziato anche tu! A quest'ora, con la tua scienza, con la tua operosità dovresti essere milionario, come certi tuoi colleghi, che non valgono neppure un terzo di quel che tu vali».
«Oh! oh!» feci io.
«Ecco: la modestia è stata la tua disgrazia! Non era possibile che la legge fallisse!».
E rideva e si stropicciava allegramente le mani.
«Andiamo a fare una bella passeggiata! – dissi, levandomi da tavola. – Viva aprile! Viva la primavera!».
«Sí, è stata la tua disgrazia! – egli ripeté assorto nella sua idea. – La legge non fallisce».
Si fermò su la soglia, guardando un pezzetto di carta per terra. Poi si chinò, e prese con due dita quel fogliolino quadrato. V'erano scritti tre numeri.
«Ho trovato piú di venti volte pezzetti di carta come questo, con tre, quattro, cinque numeri, e li ho sempre giocati al lotto, mettendovi su tutto quel che avevo in tasca. Due miei amici sono arricchiti, da un giorno all'altro, facendo cosí; e son morti tutti e due senza poter godersi l'improvvisa fortuna. Ho dieci lire; me ne serbo cinque per vivere due giorni. Siamo al venticinque del mese; tra due giorni esigerò la pensione. Mi è piaciuto sempre di fare questa sfida al destino! Ed ho sempre vinto io, perdendo, s'intende. Vediamo: 52, 47, 21! Nemmeno uno di questi numeri uscirà sabato prossimo, in tutte le ruote del regno!».
E, piegatolo accuratamente, si mise in tasca il fogliolino.
Il mio amico filosofo aveva proprio scoperto, com'egli affermava, una legge? Sembra di sí. Due giorni dopo, s'era fermato tutto a un tratto per guardare la tabella di un botteghino del lotto.
«52, 47, 21! Oh, Dio!», esclamò.
E indietreggiando, indietreggiando, come davanti all'annunzio d'una grande disgrazia, prima che io potessi afferrarlo per un braccio, era travolto sotto le ruote di una carrozza che veniva di corsa.
Quando potei sollevarlo, pesto e sanguinante, con l'aiuto di due altre persone, egli respirava appena, aveva perduto i sensi. Rinvenne un istante nella farmacia vicina, dove l'avevano trasportato.
«La legge non fallisce!» balbettò, riaprendo gli occhi.
E li chiuse per sempre! –
CONCLUSIONE

Il dottor Maggioli era stato proprio meraviglioso. Io non ho l'audacia di trascrivere la sua storiella di quella sera. Il maggior pregio di essa non consisteva tanto nel soggetto e nella forma, quanto, e soprattutto, nell'espressione del viso, nell'efficacia dell'accento e del gesto, che avevano trasformato il narratore in attore e, direi quasi, in protagonista.
– Ah! – gli dissi, stringendogli la mano. – Voi potreste essere un gran novelliere, se vi decideste a fare la dolce fatica di scrivere quel che vi piace di narrare a voce, con immenso piacere di chi vi ascolta.
– Dio me ne guardi, caro amico! – egli rispose. E aveva un'aria cosí atterrita, che non potei far a meno di insistere:
– Perché?
– Perché ho provato, una sola volta. Oh, non ritenterei per tutto l'oro del mondo!
– Eh, via!
– Sí, sí, per tutto l'oro del mondo!
– Che vi è mai accaduto?
– Una cosa incredibile.
– Sentiamo.
– Voi mi costringete a ricordare i piú tristi giorni della mia vita!
– Oh!
– Molti anni fa, precisamente come voi, un amico mi disse: «Perché non scrivete qualcuna di queste vostre novelle? Sarebbero lette con lo stesso piacere con cui sono ascoltate». Vah! Grattate l'uomo piú modesto e troverete, sotto, un vanitoso; per ciò mi lasciai lusingare.
Io, sappiatelo, non ho mai riflettuto un istante intorno al soggetto delle mie storielle. Esso mi fiorisce nella mente cosí all'improvviso, che io sono il primo ad esserne stupito. Una parola, un accenno... e mi sento costretto a raccontare. Che cosa? Non lo so neppur io cominciando; ma, dopo il po' di esordio destinato ad attirare l'attenzione degli uditori, l'immaginazione, tutt'a un tratto, mi si schiarisce; e veggo i miei personaggi, osservo i loro atti, odo la loro voce, quasi avvenga in me una semplice operazione di memoria, piú che di altro.
Spesso, quel che mi dà la spinta è un concetto astratto, un principio morale, o anche una nozione scientifica. Per qual processo essi mi si trasmutano subito in persone vive, e con tale rapidità da farmi dimenticare il lor punto di origine? Non saprei dirlo, né mi son mai curato di saperlo. Ho creduto anzi, per un pezzo, che questo fenomeno avvenisse in tutti e fosse cosa ordinaria. Noi respiriamo, digeriamo, adopriamo i nostri sensi; pensiamo forse a cavarci la curiosità di sapere in che modo ciò avvenga? Lasciamo che vi perdano il lor tempo gli scienziati; ci basta poter respirare, digerire, adoprare liberamente i nostri organi. Quella esplosione di storielle – proprio, esplosione! – mi sembrava dunque un fatto comune, ed io mi divertivo ad ascoltarmi, al pari degli altri. La novella che cosí mi usciva dalle labbra era una novità anche per me.
– Che? Vorreste darmi ad intendere...?
– La piú schietta verità. A furia di sentirmi applaudire, a furia di osservare la meraviglia dei miei uditori, ho dovuto poi convincermi che ero dotato d'una facoltà d'improvvisazione... in prosa, non tanto comune e ordinaria quanto prima credevo. Non dirò che io l'abbia coltivata di proposito; ma esercitandola, continuamente e volentieri, ogni volta che mi si presentava l'occasione – non posso resistere, debbo raccontare per forza – essa si è talmente educata, aumentata, ed è divenuta cosí facile e cosí varia, che forse formerebbe la fortuna di un novelliere di professione.
– Forse? Certamente potreste dire.
– Purché non gli accadesse quel che poi è accaduto a me!
– Ma, insomma, che cosa?
– Una cosa incredibile – ripeté il dottore. – Quando la vanità se ne mescola, noi ci riduciamo impazienti come i bambini. E quel giorno tornando a casa, pensavo: «Perché, infine, non dovrei scrivere le mie novelle? Mi riescono cosí facilmente! E piacciono tanto!». Non vedevo l'ora di cominciare un esperimento che solleticava il mio amor proprio, anche per la ragione che mi era stato suggerito da un altro, e a me non sarebbe mai passato per la testa.
Voi immaginate, senza dubbio, che io dovetti soltanto sedermi a tavolino e prendere un quaderno di carta e la penna per scrivere, di foga, senza esitazione alcuna, quasi raccontassi, la mia prima novella... Lo credevo anch'io, caro amico!
– Capisco – lo interruppi. – La novità dell'atto, la trepidazione... Ma poco dopo...
– Né quel giorno, né parecchi altri appresso. Ero stato assalito da scrupoli letterari, dalla paura del pubblico, io, io che pure soleo improvvisare una, due novelle davanti a un eletto uditorio, formato di colte e spiritose signore, di professori, di letterati, di artisti, di eleganti uomini di mondo, senza punto badare alla loro qualità, imperturbabile, con tale faccia tosta da destare invidia in un ciarlatano.
In quel tempo era in gran moda il verismo o naturalismo che voglia dirsi, assai più che non adesso. Dovevo essere, pensavo, verista naturalista, anch'io; e osservare, studiare, dipingere minuziosamente la realtà. In che modo? Non sapevo da che parte rifarmi. E rimanevo là, con la penna tra le dita, tormentandomi i baffi e la barba allora biondi, stropicciandomi la fronte, quasi il calore della mano dovesse farvi scaturire le idee.
Una malaugurata ispirazione mi balenò nella mente: non avevo, a portata di mano, al secondo piano della casa dove abitavo, quella coppia di giovani che facevano all'amore da un anno? I parenti della ragazza chiudevano un occhio, anche tutti e due, nelle serate in cui ricevevano poche famiglie di amici. Vi andavo pure io, qualche volta, insistentemente invitato, e mi divertivo a osservare le manovre dei due innamorati per darsi una stretta di mano, per susurrarsi tenere paroline in questo o quel canto del salotto. Il babbo e la mamma di lui non mancavano mai; sembravano contenti anche loro che quell'amoretto prendesse piede. La ragazza, figlia unica, aveva una buona dote; egli si sarebbe laureato dottore fra qualche anno, e avrebbe ereditato la clientela del padre, medico un po' all'antica e pieno di acciacchi... Come non ci avevo pensato subito?
E imbastii, faticosamente, sí, il piano della mia novella; infine! E non meno faticosamente scrissi le prime cartelle.
Ma dopo che ebbi buttato giú quel che avevo tante volte osservato, non seppi andare piú avanti. Intanto non pensavo ad altro, agitato per la condotta di quel giovanotto che non si curava di fare ai parenti della ragazza la richiesta in piena regola; intendo del giovanotto della mia novella. Giacché, modificando un po' la realtà, io volevo fare di quel personaggio un cattivo soggetto, un seduttore di bassa lega; e bisognava mettere in guardia almeno la mamma di lei.
Una mattina... Avevo ideato che un brav'uomo, amico di quella famiglia, si assumesse il difficile incarico di aprire gli occhi alla signora. E da due giorni mi sforzavo inutilmente di entrare, come si dice, nella pelle del bravo omo, d'indovinare la scena, il dialogo che avrebbero dovuto aver luogo tra lui e quella signora. Se avessi dovuto raccontare in conversazione questa scena, il dialogo mi sarebbe uscito dalle labbra quasi senza che io me ne accorgessi. Ora, invece, mi sentivo impacciato dal maledetto verismo o naturalismo, dalla maledettissima teorica dell'osservazione diretta. Avevo io mai badato a queste sciocchezze? E in quei giorni me ne sentivo oppresso, ossesso; e non vivevo piú, e piú non curavo i miei affari. I fatti da me ideati mi torturavano quasi fossero realtà.
Una mattina, dunque, salendo le scale, investito della parte che colui doveva rappresentare, tiro il campanello del secondo piano e mi faccio annunziare alla signora...
Vi figurerete facilmente la scena che accadde!
«Ma voi siete matto, dottore! Mia figlia...? È impossibile!». Mentre la povera signora protestava, mezza svenuta, con le lagrime agli occhi, atterrita dalla terribile rivelazione da me fattale per conto del mio brav'omo, io gongolavo di assistere a qualcosa che non avrei saputo immaginare, felice di raccogliere frasi, brani di dialogo di efficacia suprema, gridi di dolore, schianti di desolazione che avrebbero dato alla mia novella tale impronta di verità da farla riuscire – e me n'inorgoglivo – un capolavoro!
Soltanto il giorno dopo cominciai a comprendere la stupida enormità che avevo commesso. Ne fui sbalordito. Cercavo di persuadermi che avevo fatto un brutto sogno, quand'ecco il giovanotto, il vivo, il vero, che viene a chiedermi ragione della calunnia con cui avevo tentato di denigrarlo! Balbettavo: «Ecco!... Ecco!...» e additavo le cartelle del manoscritto ammucchiate su la scrivania.
Ci volle del bello e del buono per convincerlo di che si trattava. E dovetti soffrire l'umiliazione di andare assieme con lui dall'afflitta e dare schiarimenti e chiedere scuse, senza riuscire compiutamente a scancellare il sospetto che avessi voluto metter male tra le due famiglie, chi sa per quale inconfessabile scopo!
La vanità però ne poté piú del dispiacere che mi aveva colpito.
Tra i personaggi della novella c'era anche una vecchia donna, che faceva da mezzana ai due amanti; e la mia donna, vecchia e sempliciona, mi era servita da modello per foggiare quel personaggio. Io le parlavo degli amori di quei due, quasi ella potesse capirmi. Mi spalancava in viso gli occhi smorti, e protestava forte che lei certi mestieri non li aveva mai praticati... «Tu menti!» le gridai un giorno, investendomi della parte del babbo della ragazza. La povera vecchia scoppiò in pianto dirotto, giurando e spergiurando che non era vero. «Via, via di qua, megera!». Ed era andata via davvero quel giorno, povera vecchina! E si era presentata dalla signora per dirle che l'avevano ingannata, e che lei non sapeva nemmeno che la signorina facesse all'amore. «Di nuovo? Ancora?» esclamò la mamma, furibonda. E ne nacque tal putiferio, ed ebbi una serie di cosí gravi dispiaceri... che, appianata alla meglio ogni cosa, corsi di lancio nel mio studio, feci una manata delle cartelle scritte e andai a ficcarle in fondo a un baule per liberarmi dall'oppressione di quella sciagurata novella. Avrei dovuto buttarle nel fuoco; sarebbe stato piú spiccio. Mah! Le mie viscere paterne non furono capaci di cotanto sacrifizio.
Respirai! Per una settimana credetti di essermi liberato dell'enorme peso che mi gravava sul petto. Una notte, però, nel piú fitto del sonno, mi par di sentirmi scotere da mani che volevano destarmi, e che mi destarono infatti. E subito, appena sveglio, ecco tornarmi alla memoria i due amanti della novella!
Sentii un brivido di orrore. Ricominciavo? Accesi la candela, fumai una sigaretta, sorridendo della strana allucinazione, e mi riaddormentai.
Ma la notte appresso, alla stess'ora, riecco l'impressione di quelle mani che mi scotevano per destarmi; e, appena desto, riecco la figura dei due amanti, che quasi mi sembrava di scorgere nel buio della camera, con l'aria dolente di chi invoca soccorso e pietà:
«O dunque? Ci lascia cosí, né in cielo né in terra; con le mani in mano, in questo stato? Una fine dobbiamo farla, non possiamo rimanere perpetuamente innamorati, e nelle circostanze in cui ha avuto la crudeltà di abbandonarci!».
Mi sentivo ammattire. Capivo che era affare di nervi, di allucinazione proveniente dallo sconvolgimento prodotto in me dai casi in cui mi ero impigliato; e intanto non sapevo come dominarla, come scacciarla!
Voi ridete; vi sembra assurdo che un uomo cosí solidamente imbastito possa essere giunto a tal estremo; ma in questo momento io non invento niente, caro amico!
Quell'idea diventava una fissazione, una persecuzione. Me li sentivo attorno, dovunque, imploranti:
«O dunque? Ci lascia cosí? Né in cielo, né in terra?».
Ah! Il pensiero di riprendere in mano la novella mi faceva sudar freddo. Temevo che non dovessero accadermi peggiori complicazioni delle già sofferte; e mandavo al diavolo l'amico che mi aveva soffiato il maligno suggerimento di diventar novelliere.
Finalmente, una notte che non ero riuscito a chiuder occhio, e l'allucinazione aveva preso tale intensità che io vedevo e udivo quei due quasi fossero persone vive, balzai dal letto, in camicia, a piedi scalzi, corsi a cavar fuori dal baule le infami cartelle; e scritta, rapidamente, nell'ultima mezza pagina questa laconica chiusa: «Una pleurite uccise Giulio; il dolore e la febbre tifoidea sopraggiunta uccisero Ernesta!», tracciai con mano convulsa la parola: «Fine!».
Fui liberato, per sempre!
Ed ora voi vorreste che tornassi a tentare? Nemmeno, ve lo giuro, per tutto l'oro del mondo!–
Il dottor Maggioli si era allontanato, continuando a dir di no coi gesti, di no, di no!
Ebbene, non ho potuto mai sapere con certezza se quella sera egli mi abbia detto la verità o si sia burlato di me con quest'altra improvvisazione.
Non vorrei, però, che l'aver trascritto, alla peggio, queste ed altre sue storielle (ne lascio inedite parecchie) potesse essere creduto una specie di mia vendetta contro il povero dottor Maggioli, e menomarmi l'indulgenza dei lettori del Decameroncino.

INDICE

[INTRODUZIONE] di Luigi Capuana
GIORNATA PRIMA. AMERICANATA
GIORNATA SECONDA. L'AGGETTIVO
GIORNATA TERZA. PRESENTIMENTO
GIORNATA QUARTA. IL GIORNALE MOBILE
GIORNATA QUINTA. CREAZIONE
GIORNATA SESTA. LA SPINA
GIORNATA SETTIMA. IL SOGNO D'UN MUSICISTA
GIORNATA OTTAVA. «IN ANIMA VILI»
GIORNATA NONA. L'ERÒSMETRO
GIORNATA DECIMA. UN UOMO FELICE
CONCLUSIONE

Citazioni di Luigi Capuana:
La signorina Deledda fa benissimo di non...
Quando l'artista riesce a darmi il perso...
Questa benedetta o maledetta riflessione...
[NDR|Ferdinando Petruccelli della...
Quando il denaro non serve a far godere...
Il paradiso è quaggiù, mentre respiriamo...
L'anima è il corpo che funziona; morto i...
«Perché Dio ci ha creati?»«Non ci ha...
«I preti cattolici hanno preso Dio agli...
"Badiamo, marchese! ...Badiamo!" egli si...
Quando un Roccaverdina prende un drizzon...
"Zosima!" esclamò il marchese. "Permette...
I libri catalogati di Luigi Capuana:
C'Era Una Volta... Fiabe (1882)
C'era una volta...: fiabe
Cardello (1907)
Chi Vuol Fiabe, Chi Vuole?
Come l'onda (1921)
Cronache letterarie (1899)
Delitto ideale (1902)
Eh! La vita... (1913)
Giacinta (1879)
Giacinta
Gli americani di Ràbbato (1912)
Il benefattore
Il decameroncino
Il Drago e cinque altre novelle per fanciulli (1907)
Il Marchese di Roccaverdina (1901)
Il Marchese Di Roccaverdina
Il Raccontafiabe
Le Ultime Fiabe
Per l'arte
Profumo (1891)
Profumo
Racconti - Tomo I
Racconti - Tomo II
Racconti - Tomo III
Rassegnazione
Scurpiddu (1898)
Scurpiddu
Si Conta E Si Racconta
Un vampiro (1906)
Un Vampiro

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