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Gli americani di Ràbbato
Titolo:Gli americani di Ràbbato
Autore:Luigi Capuana
Anno di pubblicazione:1912
Genere:General History
Lingua:Italiano
Lingua originale:Italiano
Formati disponibili:
Pubblicato il:2013-05-17
:

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GLI AMERICANI
DI RABBATO

di

LUIGI CAPUANA
Il nonno

1. Lo zi\' Santi Lamanna rimpiange i tempi passati.

«Come andiamo, nonno?»
«Come vuole Dio, signor dottore».
«Intendo dire di quei dolori alla schiena...»
«Vengono, vanno via, tornano. Io li lascio fare. Ho quattro ventine e sette anni su le spalle. Ne avrò per poco, signor dottore».
«Voi siete più giovanotto dei vostri nipoti. Uomini come voi non se ne fabbricano più al giorno d\'oggi».
Il dottor Liardo aveva fermato avanti a la porta del Lamanna la bell\'asina ferrante su cui andava attorno per le visite ai suoi malati. Il vecchio era seduto là, e intrecciava, con sottili strisce di canna e vimini, un paniere; per non stare con le mani in mano, aveva soggiunto, dopo salutato il dottore.
In maniche di camicia, vestito alla foggia antica, con corpetto di traliccio a pistagna, abbottonato fino al collo con fitti bottoni di madreperla, con corti calzoni di felpone blu e con le calze di cotone candidissime che gli modellavano i polpacci robusti, lo zi\' Santi Lamanna, a quell\'età, era il solo che sopravvivesse della sua generazione in paese, e il dottor Liardo aveva un\'affettuosa ammirazione per lui.
«E i vostri nipoti?» egli domandò.
«Due in campagna, per l\'aratura, e l\'ultimo, il ragazzo, a scuola, giacché ora, per imbrogliare meglio il prossimo, s\'insegna a saper leggere e scrivere. Ai miei tempi...»
«Non dite così. Leggere e scrivere giova anche per i propri affari».
«Si guastano la testa, signor dottore. Lo vedo dai due maggiori che sanno anch\'essi qualche punto di lettura. Ai miei tempi...»
«Non li rimpiangete. I tempi mutano. Oggi si sta un po\' meglio di prima».
«Sarà!»
«Quella ricetta...»
«Perdoni, voscenza; ma è ancora nel cassetto. I danari dati allo speziale mi sembrano sciupati».
«Non sempre, caro nonno. Ora capisco perché i vostri dolori alla schiena vengono, vanno via, tornano. Sfido io! Non fate niente per scacciarli».
«Li prendo in sconto dei miei peccati».
«Quali? I vecchi? Ormai!»
«Da qualche mese in qua, però, i dolori mi han lasciato tranquillo. E lo speciale non c\'entra. Pare che abbiano paura della ricetta. È stata una santa cosa».
Il dottore si mise a ridere.
«Voi camperete altri cent\'anni!»
«Sarebbe troppo, signor dottore. Mi sembra di vivere in altro mondo da quello di una volta. Allorché sento certe stramberie...»
«Stramberie?»
«Voscenza ride, ma io non posso ascoltarle senza indignarmi quando i miei nipoti ne ragionano. Ai miei tempi, i signori erano i signori, e i contadini i contadini. Ora vogliono il mondo all\'inverso; nessuno è più contento del suo stato».
«Dev\'essere così, nonno».
«Voscenza ne capisce più di me. Ma io sono vecchio, ho l\'esperienza».
«L\'asina si spazienta. Sa l\'ora di certe visite e mi avverte, se indugio. Vi saluto, nonno. E quella ricetta conservatela bene... per far paura ai vostri dolori di schiena».
«Uomo allegro, Dio l\'aiuta! I suoi malati devono guarire soltanto a vederla ridere. Voscenza mi benedica. Oggi non si dice più; ma io sono all\'antica».
L\'asina ferrante non aveva atteso il lieve colpo di sprone del dottore per riprendere il trottarello con cui lo portava attorno per le vie e le viuzze di Ràbbato.
Anche lui, il dottore, corto, grasso, coi capelli e la barba bianca che gli contornavano il faccione rotondo sotto il gran cappellone di feltro grigio era un po\' all\'antica.
I suoi giovani colleghi, invidiosi della larga clientela che gli rimaneva fedele specialmente nella borghesia, lo canzonavano per quell\'asina «cavalcata da un asino», dicevano malignamente. Egli lo sapeva e non se ne curava. Fu un caso, se un giorno, nella farmacia Arcuri, si lasciò scappar di bocca davanti a uno dei quei colleghi:
«Ho sentito dire poco fa, che un dottore asino ammazza meno gente che non gli altri dottori. Quante sciocchezze si odono, caro collega!»
Questi, capito che la botta era per lui, stava per rispondere: «Sciocchezze, pur troppo!» ma la parola gli morì sulle labbra tra un equivoco sorriso.
«Brav\'uomo!» pensava il vecchio Lamanna seguendo con l\'occhio il dottore fino allo svolto della cantonata. «Quell\'asina vola più d\'una mula!»
E riprese a confezionare sveltamente il paniere.

2. Entriamo in casa del nonno e facciamo la conoscenza degli altri membri della famiglia.

La casa del Lamanna era formata da un pianterreno e da un piano superiore con tre finestre. Il pianterreno, a lato alla porta d\'ingresso, aveva la stalla per le due mule da una parte, e una stanza dall\'altra che serviva da riposto di arnesi agricoli; e anche da cantina e da dispensa, perché conteneva una botte e un recipiente di terra cotta, giarra, per serbarvi l\'olio. Vi si entrava da un uscio interno, ed era rischiarata da una piccola finestra con grata di ferro che dava sulla via.
La casa era stata comprata dal nonno poco prima di prender moglie; ma allora consisteva in una sola stanza al piano superiore, con le mura imbiancate a calce e il tetto a travi.
A lato c\'era uno stambugio, stretto e alto, da principio adoprato per riposto.
Le rondini erano venute ad appendervi alle travi due nidi perché il finestrino restava sempre aperto nella buona stagione; ed era parso lieto augurio agli sposi novelli. Ogni anno, in primavera la gnà Rosa Lamanna attendeva con dolce ansietà il ritorno delle ospiti, ed era felice la sera in cui poteva annunziare al marito che tornava dalla campagna: «Sono arrivate! Sono arrivate!»
E arrivava talvolta con le rondini un figlio o una figlia che rallegravano la casa, e cominciavano a farla parere stretta, perché marito e moglie accoglievano come una benedizione di Dio la nascita di un nuovo figlio o di una nuova bambina.
Erano già quattro figliuoli, due maschi e due femmine; e allora fu sentito il bisogno di slargare la casa, comprando un pianterreno accanto, per fabbricarvi su due stanze unendovi lo stambugio delle rondini, che venivano ogni anno, fedeli, quasi a giorno fisso ed erano tenute come parte della famiglia. Bisognava buttar giù le travi coi nidi; marito e moglie esitavano, poi il marito disse:
«Rizzeremo una specie di abbaino sul tetto; sarà la casetta delle rondini; vedrai: capiranno che è destinata per essi».
E così si misero la coscienza in pace. Infatti, a primavera, le rondini strillarono un po\' smarrite di non trovare i loro nidi; poi, capito davvero che l\'abbaino era stato fatto per loro, in meno d\'una settimana, va e vieni, affaccendate, avevano terminato la loro nuova costruzione, con grandissima gioia della gnà Rosa che credeva fermamente le rondini apportatrici di buona fortuna. Da più di sessant\'anni, di generazione in generazione, le rondini non eran mancate una sola volta di venire a nidificare lassù.
E ora, a ogni nuova primavera, lo zi\' Santi Lamanna, sopravvissuto a tutti i suoi, come le vedeva arrivare a riprender possesso dei nidi, si sentiva le lacrime agli occhi e brontolava:
«Ben venute, poverine! Ben venute! Ben venute!» pensando alla moglie, ai figli e alle figlie, tutti già morti da un pezzo, lasciandogli una nuora vedova e tre nipoti, in mezzo ai quali talvolta gli sembrava di essere un fantasma di tempi lontani.
I nipoti lo chiamavano: «Nonno avo». Ed erano moglie e figli dell\'ultimo figlio del suo primogenito. Egli solo, quasi fosse di acciaio, resisteva ancora, a ottantasette anni, a traverso le tante disgrazie, che avevano colpito la sua famiglia ed i suoi beni.
Aveva conosciuto la prosperità, l\'agiatezza, quando le buone annate veniva una dietro all\'altra con la pioggia a tempo opportuno, col sole che maturava allegramente i seminati e l\'uva; poi — gastigo di Dio, forse dei peccati di tutti! egli pensava — le stagioni erano cambiate; il cielo sembrava di bronzo, senza una nuvola, quando le campagne morivano di sete; i geli sopravvenivano a inaridire seminati e alberi in fiore, e così cascavano addosso a tutti la disdetta, la miseria, con quelle terribili male annate che soltanto da pochi anni in qua davano un po\' di tregua agli agricoltori grandi e piccoli. Nonno Lamanna si rassegnava alla volontà di Dio, anche per le nuove tasse che era costretto a pagare.
«Se Dio non avesse voluto, ci sarebbero forse le nuove tasse?»
I due nipoti maggiori non la intendevano allo stesso modo. Da un anno facevano parte del Circolo degli agricoltori istituito dall\'avvocato Marano e ripetevano quel che l\'avvocato diceva nelle sue conferenze domenicali.
«Le tasse le mettono i ministri, il sindaco e i consiglieri, per comodo loro, e le paga soltanto la povera gente!»
«Ma che c\'entra l\'avvocato Marano con gli agricoltori?» riprendeva il nonno. «Lui non ha neppure un palmo di terra al sole».
«Ha la testa che gli cammina...» replicava Stefano.
«È l\'avvocato delle cause perse!»
«Nonno, se voi lo sentiste parlare, non direste così!»
«Sento voialtri, e mi basta».
La gnà Maricchia, la nuora vedova, interveniva per impedire che nonno e nipote litigassero appunto quando dovevano ingoiare quel po\' di grazia di Dio! Stefano era cocciuto, con la fronte mangiata da neri e folti capelli, gli occhi neri, da spiritato, e la voce grossa, cavernosa; tutto all\'inverso del fratello, che portava il nome del nonno, Santi, e gli somigliava nei modi e nel carattere bonario, se non nell\'aspetto e nella statura; Menu, il più piccolo, mangiava zitto zitto, mentre gli altri disputavano del Circolo, dell\'avvocato Marano, delle tasse, dei consiglieri comunali, come avveniva ogni domenica, dopo che Stefano e Santi tornavano a casa entusiasti della conferenza dell\'avvocato.
«Parla meglio di un predicatore! Sembra che c\'imbocchi le cose col cucchiaio, tanto si esprime chiaro».
«E voialtri, sciocchi, inghiottite!»
Menu sbuffava a ridere; era sempre del parere del nonno.

3. Un personaggio misterioso che giunge da lontano.

«Nonno, sapete chi è tornato dall\'America? Coda-pelata».
«È lontana la Merica?» domandò il nonno.
«Ci vuole un mese per arrivarci».
«A piedi?»
«Si va per mare. Se lo vedeste, nonno! Coda-pelata non si riconosce. Cacciotto, abito nuovo, cravatta con grossa spilla d\'oro, dita piene di anelli, e scarpe di pelle lustra; sembra un galantuomo. Ha portato molti quattrini».
«Chi glieli ha dati?»
«Non so. Dice che in America si guadagnano quattrini a palate; non ne ha soltanto chi non ne vuole».
«E tu gli credi? Allora tutti andrebbero alla Merica per riempirsi le tasche e tornare ricchi a casa».
«Racconta cose maravigliose».
«Le inventa. Ci vuol poco, quando nessuno può dirgli: \"Non è vero\"».
«Mi ha riconosciuto: \"Tu sei dei Lamanna! Ti ho tagliato i capelli due anni addietro\". Poi mi ha domandato: \"E tuo nonno? È vivo?\" \"Sì\", gli risposi. \"Me ne rallegro: salutami i tuoi fratelli\". \"Sono in campagna\". \"Si arrostiscono al sole per guadagnare quasi niente, appena da stentare la vita. Dovrebbero venire in America con me. Anche tu; ma per ora bada a crescere\". La gente gli stava attorno a bocca aperta».
«E perché è venuto via dunque?»
«Ripartirà. Anche nel Casino dei civili stavano ad ascoltarlo a bocca aperta. Era sdraiato sul canapè e fumava un sigaro lungo così... E raccontava, raccontava!... Diceva che là le ferrovie sono sopra le case... Quest\'è vero. L\'ho letto nel libro di scuola, nonno. Diceva che ci sono palazzi più alti del campanile di Sant\'Isidoro, più alti assai! Si monta su tirati con le funi di fil di ferro».
Il nonno crollava la testa, incredulo; pareva volesse dire: «E te la sei bevuta anche tu?»
«C\'è nel libro di lettura, nonno!» replicava Menu. «Si scende anche con le funi di fil di ferro, se uno vuole uscire di casa».
Il nonno tornava a crollare la testa, incredulo.
«E gli altri pazzi, che sono partiti per la Merica, perché non sono tornati assieme a lui?» domandò.
«Dice che sono dispersi chi qua, chi là. L\'America è tanto grande, nonno.»
«Chi li ha visti i suoi quattrini?»
«Spende e spande. Ha portato un orologio d\'oro a suo padre, che lo va mostrando a tutti. A un poveretto ha dato due lire in elemosina, e quello credeva che fossero false e non le voleva. Tutti ridevano, nonno».
«Saranno state false davvero».
«Buonissime. Gliel\'ha scambiate don Franco il droghiere. Allora il poveretto gli disse: \"Vengo in quei paesi anche io, a chieder l\'elemosina colà, se dànno due lire invece di un soldo\". E lui rispose: \"Vi arresterebbero; colà non si può mendicare: si lavora e si guadagna\". Tutti ridevano, nonno».
«Spampanate! Va\'! va\'! Pensa alle cose di scuola». Il nonno era a letto, ripreso dai suoi dolori alla schiena, che questa volta non avevano avuto paura della ricetta del dottor Liardo.
La nuora gli diceva premurosamente:
«Siete ostinato! Mandiamo Menu dal farmacista, qui a due passi».
«Attendiamo fino a domani; se ne andranno come son venuti».
Il vecchio gemeva, steso vestito sulle materassa, e si voltava e rivoltava a stento, premendo con una mano sulla schiena dolorante; e non si accorgeva che Menu era apparso sull\'uscio della stanza dov\'era andato a farsi le cose di scuola».
In punta di piedi egli si accostò al tavolino appoggiato al muro, aperse cautamente il cassetto, rimestò gli oggetti, trovò la ricetta e uscì. Il farmacista appena lo vide, esclamò:
«Oh, che miracolo! Serve per tuo nonno?»
«Per mio nonno».
Il farmacista stette un pezzo a spiaccicare in un mortaio di cristallo il suo intruglio; vi aggiunse un liquido e poi versò tutto in un barattolino di vetro verdognolo.
«Dirai alla tua mamma che si fa così: se ne prende quanto un cece nel palmo della mano e poi si frega, si frega sul punto che duole, due tre volte al giorno».
«E il danaro?»
«Dieci soldi. Trattengo la ricetta; diglielo a tuo nonno».
«Dieci soldi!» esclamò lo zi\' Santi. «Avete voluto fare a modo vostro».
«Proviamo, nonno», rispose Menu. «Sono stato io, per non vedervi soffrire. Vi farò io le fregagioni; ho la mano leggera. Se ne prende quanto un cece, ha detto lo speziale, e si frega, si frega».
«Per non sciupare i soldi», si rassegnò il nonno.
«Il maestro dice che bisogna obbedire al medico».
«Sarà d\'accordo col medico e lo speziale. Una volta si cavava un po\' di sangue... Più giù!... Lì lì! Ahi! e bastava. Più su ora... lì, lì!»
E Menu quasi si divertiva a far le fregagioni sul dorso peloso del nonno che, di tratto in tratto gemeva: «Ahi! Ahi!...»
Due giorni dopo egli era in piedi, diritto come un palo, maravigliato che l\'intruglio dello speziale lo avesse liberato dai dolori alla schiena; ma non si dava per vinto.
«Se ne sarebbero andati via lo stesso, come l\'altra volta. Tieni; passando di là nell\'andare a scuola, portagli i dieci soldi. Questi due sono per te; te li sei guadagnati».

4. Anche i nipoti dello zi\' Santi subiscono il fascino di Coda pelata.

Egli non andava più in campagna. Passava la giornata a confezionare ceste e panieri, seduto davanti alla porta, fermando i conoscenti che passavano e lo salutavano.
E tutti gli ripetevano la gran notizia di Coda-pelata, il barbiere, tornato dall\'America con tanti quattrini.
«Li avete visti?»
«Ha comprato un pezzo di terreno al Faito, quello di Garozzo. Garozzo parte con lui, alla fine del mese. Partono molti altri. Se si va di questo passo rimarremo a Ràbbato soltanto noi vecchi e le donne. Che dico? Scappano anche le donne».
Lo zi\' Santi apprendeva con gran tristezza la propaganda che Coda-pelata andava facendo per le case, per le vie, per le botteghe, sfoggiando ogni settimana un abito nuovo.
Temeva pei suoi nipoti Stefano e Santi, ai quali l\'avvocato Marano aveva sconcertato la testa; e già lavoravano di malavoglia, in attesa di non si sapeva che cosa da accadere. Stefano, ogni volta che parlava di questo, masticava le parole, non si esprimeva chiaro, scrollava il capo quasi minacciasse qualcuno, aggrottando le sopracciglia, maledicendo la sorte che lo condannava a zappare, ad arare la terra, che non rendeva, perché mancava la pioggia e il sole bruciava tutto, o perché la campagna era stanca di dover fruttificare ogni anno senza un po\' di riposo. E intanto chi non lavora mangia e chi lavora muore di fame!
«Tu non muori di fame; ti lamenti a torto», gli rispondeva il nonno.
Santi parlava poco; restava a testa bassa ogni volta che venivano fuori questi ragionamenti tra il nonno e Stefano; ma si scorgeva che non era contento neppur lui.
«È tornato Coda-pelata!»
Santi, quella domenica mattina, appena arrivato dalla campagna, mentre si levava di spalla e buttava in un canto della stanza le bisacce piene di cipolle, di agli e un po\' di cicoria per la minestra della cena, diè quell\'annunzio con tanta esaltazione nella voce, tanto scintillio negli occhi, che il nonno lo guardò maravigliato.
«Che c\'è di straordinario?» disse, con tono di rimprovero al nipote.
«C\'è che quello è un uomo, nonno!»
«Perché è andato nella Merica?»
«Perché ne è tornato ricco. Ha già comprato un fondo».
«Quattro spanne di terreno».
«Dice che lo ha pagato il doppio di quel che vale».
«Per cavarsi il gusto di averlo, a dispetto del cavaliere Baratta, che faceva l\'acquolina in bocca da anni, e non sa darsene pace».
Era comparso sulla soglia della stanza Stefano, più cupo e più accigliato del solito.
«Vieni?» domandò al fratello.
«Torniamo subito», disse Santi alla madre incontrata per la scala, e seguita da Menu.
«Lasciami andare con loro, mamma! » pregò il ragazzo.
«Tu resta», gli impose Stefano bruscamente.
Coda pelata

5. Facciamo finalmente la conoscenza di Coda pelata.

Carmine Liotta, detto Coda-pelata col soprannome di famiglia, stava seduto dentro la merceria di don Franco. La gente faceva ressa davanti alla bottega per vedere l\'«americano» e sentirlo parlare. I ragazzi, in prima fila, si davano colpi di gomiti e spintoni per mantenersi il posto.
Don Franco, con la papalina di traverso sulla zucca pelata, tentava di frenare gl\'invasori della bottega.
«Signori miei! Io devo fare i miei affari. Un po\' di largo per gli avventori, signori miei!»
Coda-pelata sorrideva, superbo di vedersi così corteggiato dai suoi compaesani, concedendosi in spettacolo con le dita piene di anelli, che metteva in mostra togliendosi il sigaro di bocca e riportandovelo lentamente. Diceva:
«Qui posso darmi lo svago di sputare in terra; in America mi prenderebbero la contravvenzione e pagherei la multa».
Scorgendo Stefano e Santi Lamanna che tentavano di farsi avanti, don Franco, scambiatili per avventori, cominciò a gridare, ritto sulla soglia della bottega:
«Lasciate passare le persone... Un po\' di educazione, signori miei!»
E rimase deluso vedendo che anche i due fratelli Lamanna venivano per quel demonio di Coda-pelata che faceva ammattir tutti, se ci mancava poco che non lo convincessero a chiuder bottega e andare a metter su una bella merceria in America a «Nuova Yorca»... Ma aveva moglie e figli e non poteva trascinarseli dietro!
Lo ripeteva da sé mentre Stefano e Santi, un po\' ritrosi davanti all\'aria spavalda di Coda-pelata, gli davano il ben venuto.
«Ho chiesto di voialtri al vostro fratello piccolo», egli disse. «Quando penso che giovanotti come voi si sciupano la vita qui, senza cavare un ragno da un buco... Ne riparleremo più tardi: verrò a trovarvi a casa. Voglio salutare il nonno. Sempre all\'erta il nonno, eh?»
Gli occhi, aggrottati ma sfavillanti più che mai, le labbra strette quasi aggrinzite, tutta la persona un po\' curva verso Coda-pelata rimasto seduto con una gamba accavalcioni all\'altra e la mano inanellata, fermata a mezz\'aria, in attesa ch\'egli traesse dal sigaro alcuni sbuffi di fumo — mostravano con quanta invidiosa acuità Stefano osservasse il giovane barbiere, confrontando la figura magra, striminzita e umile di una volta, prima che egli fosse partito per l\'America, con questa che gli stava ora sotto gli occhi, mutata compiutamente, irriconoscibile.
Lo sguardo di Stefano errava dalla spilla con brillanti che straluccicava sul color granato della cravatta di Coda-pelata, agli anelli delle dita, alla grossa catena d\'oro tesa da un taschino all\'altro del panciotto, con due ciondoli diversi e una moneta d\'oro bucata pendente da una magliettina, d\'oro anch\'essa, un po\' più giù dei due ciondoli. E guardando biascicava leggermente quasi avesse qualcosa di amaro nella bocca, che gli dava fastidio.
Santi, con un vago sorriso sulle labbra stava ad ascoltare quel che Coda-pelata diceva a voce alta, per farsi sentire da tutti, tra uno sputo e l\'altro. Non provava invidia, ma una specie di fascino; sarebbe stato giornate e nottate intere a sentirlo parlare di quei paesi dove bastava stendere il braccio per afferrare manate di quattrini. Coda-pelata non diceva precisamente questo, diceva anzi che bisognava saper darsi attorno, lavorare. Colà lavoro se ne avrà per tutti; avevano bisogno di braccia nelle campagne, nelle città... E poi, se uno aveva un po\' di gnègnero poteva far da sé.
«Io per esempio, appena arrivato, mi son messo per giovane da un barbiere napoletano. Avevo la mano lesta, leggera; e da quelle parti tutti hanno fretta, e non vogliono star sotto il rasoio più di cinque minuti. Io... ziff-zaff-ziff!... senza dire una sola parola, mentre il padrone indugiava, attaccando discorso coi clienti, raccontando i fatti suoi, e gli altri giovani facevano lo stesso. Io... ziff-zaff-ziff!... col rasoio sempre arrotato di fresco; ne avevo tre di mio, li portavo in saccoccia... E tutti, dopo aver provato, volevano esser rasi da me, dal siciliano.. Allora, da rabbatano scaltro, il giorno che un cliente (ricco signore, si vedeva, mi dava una mancia a parte a ogni rasa), il giorno che egli aveva dovuto attendere per aver fatta la barba da me... ziff-zaff-ziff!... chi se l\'aspettava? Dice: \"Perché non aprite un salone voi?\" Dico io: \"E i quattrini chi me li dà?\" Dice: \"Se manca soltanto per questo!\" Qui un galantuomo avrebbe mai avuta la tentazione di prestarmi cinque soldi? E quello lì, senza pensarci su due volte: \"Ecco trecento dollari!\" Quanti sono trecenti dollari? Una miseria! Mille e ottocento lire. Più di cent\'onze come si dice da noi... E la mia fortuna era fatta! Glieli ho restituiti? Ma che! ziff-zaff-ziff!... e in meno di sei mesi, compensati; quel signore voleva essere raso una volta al giorno. Pareva che provasse un gran gusto a sentirsi insaponare la faccia in un nomine patri, e poi... ziff-zaff-ziff!... via con le gote lisce, come se non vi fosse mai cresciuto un pelo».
La gente scoppiava a ridere a ogni «ziff-zaff-ziff!» di Coda-pelata che gestiva quasi avesse sotto le mani il cliente da radere, e agitava un fantastico pennello, faceva una fantastica saponata, dava un\'affilatura a un non meno fantastico rasoio sulla costa carnosa della mano e poi — ziff-zaff-ziff! — sembrava di veder andar via il cliente ben raso e soddisfatto.
Soltanto Stefano non aveva riso, con le mani dietro la schiena e i cupi occhi intenti su Coda-pelata che, di tratto in tratto, si voltava verso di lui per scorgere l\'effetto delle sue parole.
Ora, mutato argomento, egli parlava delle campagne.
«Ma bisogna vedere. Altro che feudi! Al confronto, mettiamo, la piazza qui davanti è un fazzoletto da naso».
E ne sciorinò uno di seta, traendolo dalla tasca del petto della giacca.
«Vi dicono: \"Volete dei terreni? Prendeteli; li pagherete poi; intanto coltivateli!\". Dissodarli costa fatica. Sicuro! In quattro e quattr\'otto si rizza una casa, di legno; c\'è sempre tempo a fabbricarla in muratura... Ma il padrone siete voi. Se avete braccia sode e buona volontà...»
E mentre egli parlava, Stefano aveva la visione del pezzo di terreno che si sarebbe preso, un feudo, giacché ognuno poteva staccarsene quanto voleva; e Santi pensava che, insieme col fratello, si sarebbero arricchiti in pochi anni. Poi avrebbero venduto ogni cosa, e sarebbero tornati al paese a fare i signori, con le dita piene di anelli, e le catene d\'oro al panciotto come Coda-pelata. Allora essi avrebbero preso moglie e i Lamanna non sarebbero stati più i poveri contadini che erano ora. In che modo non sognare ad occhi aperti, dopo quel che udivano da quella bocca che non si fermava un momento, tante e tante cose aveva da dire?
L\'orologio della chiesa di Sant\'Isidoro cominciò a suonare i cento rintocchi alternati di mezzogiorno.
«Ancora all\'antica! » esclamò Coda-pelata traendo di tasca il suo orologio d\'oro. «Neppure gli orologi qui hanno fretta. Basterebbero dodici tocchi!»
La gente cominciò a sfollare.
«Il vero orologio è lo stomaco», disse don Franco. «Dunque più tardi a casa vostra», fece Coda-pelata, rivolto ai fratelli Lamanna.
«È... che col nonno...» rispose Stefano esitando.
«Me lo immagino; ha idee di cent\'anni fa! Se si dovesse dar retta ai vecchi, si rimarrebbe eternamente come le chiocciole nel loro guscio!»
Stefano e Santi presero lestamente la via di casa, senza scambiarsi un motto.
La gnà Maricchia aveva già preparata la tavola. Si attendeva il loro ritorno per scodellare i maccheroni col sugo di pomidoro.
Si fermarono stupiti sulla soglia della stanza.
Menu in piedi, davanti al nonno, rifaceva parola per parola la narrazione di Coda-pelata, con la intonazione della voce, coi gesti, e tutti i suoi «ziff-zaff-ziff!». Il nonno rideva, e lo interrogava esclamando:
«È un gran ciarlatano!»
Il ragazzo, scappato di casa dietro i fratelli, era tornato poco prima che suonasse mezzogiorno.
E riprendeva, stimolato dalle risa del nonno:
«Io, ziff-zaff-ziff!» E quel signore: «Ecco qui mille lire, cento onze! Ziff-zaff-ziff!»
«È un gran ciarlatano», ripeteva il vecchio, scotendo la testa.
Propaganda

6. Coda-pelata fa buona propaganda all’America

La gnà Maricchia era rimasta in piedi, con le spalle appoggiate allo stipite dell’uscio, diffidente, mezza impaurita della presenza di Coda-pelata in casa sua.
Era venuto accompagnato da Garozzo, che più non lo lasciava un momento, quasi si reputasse un «americano» anche lui, ora che aveva venduto il fondo di Faito per andar via col barbiere.
Lo zi’ Santi li aveva fatti sedere, diffidente come la povera vedova, e stava ad ascoltare Coda-pelata tenendo le mani sulle ginocchia, serio, dando occhiate scrutatrici ai nipoti, che sembravano imbarazzati per quella visita, dopo di aver udito esclamare il nonno: «È un gran ciarlatano!»
Menu, allegro, attendendosi che colui ripetesse la storiella dello ziff-zaff-ziff, si era piantato di fronte a Coda-pelata a gambe larghe con le mani in tasca e cert’aria impertinente da ragazzo che poteva dire a colui: «questo l’ho letto a scuola nel libro di lettura».
«Che città, caro nonno, che città!» continuava Coda-pelata. «Ogni giorno cose nuove!... E la campagna? Si va, si va con le ferrovie, e non si vede altro che praterie, qualche casa colonica, e praterie che attendono le braccia per coltivarle... Mandrie di buoi, centinaia, migliaia di buoi, mandrie di cavalli, centinaia, migliaia di cavalli che pasturano in libertà... Uno va, con un cappio e se ne prende dieci, venti, quanti gli fanno comodo...»
«E i padroni?» domandava il nonno.
«Che padroni? Non sono di nessuno; animali selvaggi... mettiamo come i conigli qui. Sono di qualcuno i conigli? Del primo cacciatore che li ammazza. Sembrano favole; ma quando si arriva là... I buoi li macellano a milioni e fanno l\'estratto di carne, che si vende in barattoli grandi, piccoli, secondo. Qui non se ne sa nulla: e con un po\' di quell\'estratto si ottiene un brodo così buono, che il brodo da noi fatto in casa sembra, in confronto, acqua scipita».
«Vorrei vedere con che carni!» disse il nonno. «Anche di cavallo, poiché ce ne sono tanti! Qui, è vero, Maricchia?, si torce il collo a una gallina, e un cristiano sa quel che mette nello stomaco».
La gnà Maricchia approvò con la testa.
«Pregiudizi di paesi ignoranti!» esclamò Coda-pelata. «Là ci sono macellerie di cavalli che fanno affari meglio di quella di vaccacce vecchie di Saveriaccio e dello zi\' Ntoni, che tengono le carni a disposizione delle mosche nelle loro sudicie botteghe. Vi ricordate di Liddu Rizzo? Fa il macellaio in Carrol stritte. In America le vie le chiamano \"stritte\" e invece sono larghe mezzo miglio, con alberi ai lati... Se lo vedeste! Vestito di bianco, con un grembiulone bianco come la neve senza una macchia... Pare un signore, dietro il banco di marmo pulito e lucido come uno specchio. Ha messo pancia. Ed è andato via di qui con pochi soldi in tasca. Viene a farsi la barba nel mio salone e la domenica se la spassa, perché la domenica tutte le botteghe, tutti i negozi sono chiusi; la legge è così. Altro modo di pensare, altro modo di fare. Permettete, nonno?»
Aveva cavato di tasca il portasigari d\'argento.
«Voi non avete questo vizio», soggiunse accendendo un sigaro. «Ma avete anche un piacere di meno; là, in America, non solamente si fuma, ma si mastica tabacco, di quello a corda... Anche le donne...»
«Sporcaccione!»
«Tu sei ragazzo», disse Coda-pelata, rivolto a Menu che aveva fatto quell\'esclamazione di biasimo.
«Questo, nel libro di lettura, questo non c\'è», replicò Menu.
«Che vuoi che ci sia? Occorre di essere stati là per saperlo; e costoro che fanno i libri non hanno vista l\'America neppure in sogno. Io, se potessi portarmi dietro tutto Ràbbato, uomini, donne, ragazzi... Bisogna vedere coi propri occhi per persuadersi che là è davvero un altro mondo».
«Si chiama il Nuovo Mondo, lo so, e l\'ha scoperto Cristoforo Colombo, con un uovo», fece Menu, confondendo un po\' le nozioni apprese nel libro di lettura.

7. Stefano e Santi prendono la decisione di partire.

«Basta», concluse Coda-pelata dopo una pausa. «Che direste, nonno, se io conducessi via Stefano e Santi?»
«Parto anche io», soggiunse Garozzo.
«Se tu sei pazzo, figliuolo mio, non saranno pazzi i miei nipoti».
«Non parlerete così», insistette Coda-pelata, «quando vedrete arrivarvi i loro bei vaglia postali, quando vedrete tornare i nipoti con le tasche piene di dollari».
«Che sono i dollari?»
«Pezzi da cinque lire e quarantaquattro centesimi, in argento! Là li chiamano dollari, e ci sono anche in oro. Questo è un dollaro mezz\'aquila, si dice così, e vale venticinque lire; me ne son fatto un ciondolo per la catena del mio orologio. Se fossi rimasto qui, a radere la barba dei contadini, sarei più morto di fame di prima».
«Voi siete il demonio tentatore, don Carmine!»
Lo zi\' Santi lo guardava da capo a piedi, quasi per persuadersi che colui che gli stava davanti agli occhi fosse proprio il giovane barbiere di quattr\'anni fa, magro e mal vestito. Ricordava che era venuto a salutarlo: «Parto per l\'America!» «Dio ti aiuti!» gli aveva risposto, con accento di compassione...
«Dunque?» fece Coda-pelata. «Pensateci bene. Si va via tra quindici giorni. Voialtri non dite niente?»
«Partiremo anche noi» riprese Stefano con voce più cupa del solito, e senza guardare in faccia il nonno, né la madre ritta in piedi, sempre appoggiata con le spalle allo stipite dell\'uscio, immobile come una statua.
«E il danaro pel viaggio chi ve lo dà?»
«Venderemo un pezzo di terra», rispose Stefano al nonno.
«Non occorre», interruppe Coda-pelata. «C\'è chi lo presta con la cautela del fondo... e anche della casa».
«Partiremo anche noi», replicò Stefano con voce più risoluta e più aspra. «Santi ed io!»
«Santi tra due anni deve andare soldato...»
«Verrà a posta».
«Oh, voi, don Carmine, accomodate le carte come vi piace!»
«Resto io con te, nonno! Ti terrò compagnia io, nonno, insieme con la mamma! Poi, quando Stefano e Santi saranno tornati ricchi, andrò anch\'io a far quattrini».
«Bravo Menu!» disse Coda-pelata, rizzandosi da sedere per prender commiato, accarezzando con la mano una spalla del ragazzo.
Lo zi\' Santi era sbalordito, quasi le parole di Stefano: «Partiamo anche noi!» gli avessero dato una mazzata sulla testa.
«Figli miei, perché volete andarvene?» disse la gnà Maricchia, col pianto nella gola.
«Perché?... Ma come?» rispose Stefano irosamente. «Avete sentito, avete visto, e vorreste che ci lasciassimo scappar di mano la fortuna? Dobbiamo stentare ancora, perdere la giovinezza e la salute su quei maledetti quattro sassi nella Nicchiara? Io son risoluto, vado in America. Se lui...» e si rivolse a Santi: «Perché stai muto tu?»
«Nonno, mamma, se ci volete bene, lasciateci andare!» supplicò Santi. E gli tremava la voce.
Nessuno più disse niente. Parve che in quel giorno e negli altri che seguirono un silenzio di profonda tristezza incombesse sulla casa dei Lamanna, quasi vi fosse accaduta una grande sventura.
Menu aveva tentato di fare ridere il nonno, dicendo: «Nonno, avresti dovuto farti raccontare la storia dello ziff-zaff-ziff!»
Ma il nonno era rimasto a capo chino, con gli occhi socchiusi e le mani sulle ginocchia. La gnà Maricchia andava attorno per le faccende di casa, e di tratto in tratto si asciugava gli occhi con la cocca del grembiule. Stefano e Santi erano ripartiti zitti zitti per la Nicchiara.

Preparativi

8. I preparativi per la partenza.

Menu riportava ogni giorno la notizia di fuori.
C\'era un vivo fermento nel paese. Coda-pelata andava qua, andava là, per le case, seguito da un codazzo di gente.
«Sai, nonno? La zi\' Pasqua, la fornaia, come lo ha visto passare davanti alla sua porta, si è messa urlare: \"Ladro! ladro! che ti rubi i figli delle mamme! Ci penserà Gesù Cristo per te\". Va via anche suo figlio, quello che ha preso moglie da poco e fa i basti per le mule e per gli asini. Lascia la moglie. Può lasciarla, nonno?»
«Non c\'è più legge per nessuno!» sentenziò lo zi\' Santi con grande amarezza.
«Partiranno tutti, domenica. Li accompagnano i parenti fino alla ferrovia. Nonno, non devi dispiacerti di Stefano e Santi. Torneranno ricchi, come Coda-pelata. Li accompagneremo anche noi? La mamma ed io almeno; per te sarebbe troppo scomodo andare fin là. È così io vedrei la ferrovia dove le carrozze camminano senza cavalli e anche sotto terra».
«Sì, sì; anderete voialtri, tua madre e tu».
Nei primi giorni, povero vecchio, era stato aspro con tutti; se la prendeva fin con la nipote vedova, che non faceva valere la sua autorità di mamma per impedire che Stefano e Santi andassero via.
«Non dànno retta a voi che siete il nonno, più che un padre; che posso fare io? E poi, chi sa? Sarà forse la loro fortuna! Che può importare a Coda-pelata di condur via tanta gente? Lo fa pel bene del paese. Ho sentito dire anch\'io che quelli di là mandano denari alle famiglie. Vuol dire che guadagnano bene».
«Che può importare a Coda-pelata? Sarà pagato per condurre la gente al macello. Quando si troveranno in terra strania senza mezzi, dovranno fare quel che comandano quelli che là sono i padroni, me lo diceva il dottor Liardo, che ne sa più di noi e legge i fogli».
A poco a poco intanto, e col continuo ripensarvi su, si sentiva penetrare anche lui da un senso di rassegnazione e di speranza. E ogni volta che la gnà Maricchia ripeteva il suo «chi sa?» egli udiva dentro di sé una voce che gli sussurrava un uguale: «chi sa?».
Poteva dispiacergli che i suoi nipoti si arricchissero o, per lo meno, guadagnassero tanto da tornare in paese con un bel gruzzolo? Gli dispiaceva soltanto dell\'avventura. E se non riuscivano? Se doveva rivederli nudi e crudi, avviliti, malati, sfiniti dalle fatiche? Questo lo atterriva.
«Non li vedrò. Non mi troveranno vivo!»
E assisteva con l\'animo commosso ai preparativi della partenza. La gnà Maricchia aveva lavato, stirato la poca biancheria, ripulito i vestiti, cucito due bei sacchi da riporvi ogni cosa, uno per Stefano, uno per Santi. E tra le camicie aveva messo gli scapolari della Madonna del Carmine, le immagini di sant\'Isidoro e del patriarca san Giuseppe, che dovevano preservarli da ogni pericolo. Non ne aveva detto niente ai figli, perché da quello scomunicato dell\'avvocato Marano erano già ridotti che non credevano più in Dio e nei Santi, e non entravano mai in chiesa. Pregava lei per essi. Il Signore doveva concederle la grazia di farli ritornare in famiglia sani e salvi, e aiutarli e proteggerli!
Borbottava per le stanze quel che aveva in testa; Menu, se la udiva, andava di là a riferire al nonno:
«La mamma parla da sé, sotto voce, come se discorresse con qualcuno».
«È la pena che la fa borbottare. E tu non ripetere più davanti a lei: \"Quando torneranno Stefano e Santi andrò in America anch\'io\". Dovresti dirle invece: \"Mamma io resterò qui sempre con te\"».
«E se poi me n\'andassi lo stesso? Avrei detto una bugia».
«Non è male, qualche volta, dire certe pietose bugie».
«Il maestro, allora, perché ci predica a ogni po\': \"Non bisogna mai dire neppure una bugia, anche a costo della vita\"?»
«Intende dire di quelle altre che possono far male alle persone. Ecco: oggi ti fai scrupolo di dire a tua madre: \"Non andrò in America\", e l\'altra volta... non l\'ho dimenticato...»
«Ma ti confessai subito, nonno, che non era vero».
«Le bugiette appunto non bisogna mai dirle. Si prende l\'abitudine di lasciarsele scappare di bocca senza badarci, e poi nessuno ci crede neppure quando diciamo la verità».
Il nonno lo ammoniva con tenerezza, lieto di vederlo crescere buono, studioso; e spesso sognava per lui una posizione discreta, non sapeva precisamente quale, ma diversa dalla presente.
«Chi sa di lettera ora va avanti!» Si dava questo conforto. Stefano, sempre chiuso, sempre accigliato, come il giorno della partenza più si avvicinava, veniva preso da un insolito turbamento che egli non sapeva spiegarsi e che gli faceva stizza.
Vedendo Menu che tornava da scuola roteando allegramente la correggia con cui teneva stretti libri e quaderni, lo fermò sulla soglia della porta di entrata, e, con qualche imbarazzo, gli disse:
«Tu non dar dispiacere al nonno e alla mamma, mentre Santi ed io saremo lontani. Mi scriverai quel che accade in famiglia, se il nonno è malato, se la mamma... tutto insomma».
«La mamma piange».
«Non piangerà più, dopo che saremo arrivati là e saprà quel che facciamo».
Una viva commozione gli addolciva la voce.
«Mi manderai qualche cosa americana?»
«Sì: ma non dar dispiaceri alla mamma», tornò a ripetergli Stefano.
«Vi ha preparato i sacchi. Poi il nonno è andato dal notaio Catella assieme con Coda-pelata».
«E poi che ha detto il nonno?»
«Niente. Ha dato qualcosa alla mamma, non so, ma involti no. Gli tremava la mano».
Sopraggiunse Santi con un paio di stivaletti nuovi infilati all\'indice destro pei tiranti.
«Nove lire», disse al fratello, mostrandoglieli. «A sentir Coda-pelata, là ce ne vorrebbero almeno trenta».
«Noi siamo provvisti per due anni», rispose Stefano.
«Che fate qui?» domandò Santi.
«Il nonno è stato dal notaio».
«Un gran sacrificio, povero nonno!»
«Se Coda-pelata si figura di dover ingoiarsi fondo e casa!» esclamò Stefano. «Col primo danaro che guadagneremo dobbiamo buttargli in viso i suoi soldi. Avrebbe dovuto comportarsi meglio; dire: \"Ecco, vi anticipo quel che vi occorre: me lo restituirete là, appena potrete\". Invece ha voluto fare l\'atto in faccia di suo padre, come se i quattrini li avesse sborsati lui. Ci ha presi pel collo: fondo e casa per cautela!»
«Faremo una gran sorpresa al nonno», soggiunse Santi. «Gli manderemo il danaro per pagare don Natale Coda-pelata e far scancellare l\'iscrizione. Povero nonno! Gli allungheremo dieci anni di vita».
«La mamma sarà più contenta del nonno», fece Menu che era stato ad ascoltare con tanto d\'orecchi. «Ieri piangendo gli disse: \"Pel fondo non m\'importa, ma per la casa!... Voglio morire tra queste mura\". E il nonno rispose: \"Non aver paura: ci penso io\". Perché», domandò Menu. «Non è più nostra la casa?»
Stefano alzò le spalle e aggrottò le sopracciglia.
Il dottor Liardo, a cavallo dell\'asina ferrante, si era fermato davanti alla farmacia là vicino, per dir qualcosa al farmacista accorso con una boccetta alle mani. Visti i fratelli Lamanna s\'interruppe, e fece un cenno ad essi: «Aspettate! » Poi riprese a parlare con quello.
«Dunque?» disse a Stefano, fermando l\'asina che era impaziente di rientrare nella stalla. «Siete proprio decisi?»
«Decisissimi, signor dottore».
«Abbiate giudizio. Se vedrete che le cose si mettono male, tornate subito. Meglio pane e cipolla nel proprio paese...»
«Ha ragione, signor dottore», lo interruppe Santi.
«Coda-pelata è un po\' ciarlatano», riprese il dottor Liardo.
«Lo ha detto anche il nonno!» soggiunse Menu.
«Per lo meno è un gran facilone. Perché gli è riuscito di mettere insieme qualche migliaio di lire, si dà l\'aria di milionario. Anche in America i quattrini bisogna stentarli; non si trovano a ogni piè sospinto i famosi dollari di Coda-pelata. Ma la gente che non sa s\'illude. Abbiate giudizio, vi ripeto. Per lo zi\' Santi sarà un gran colpo. Buon viaggio!»
«Grazie, signor dottore! » risposero Stefano e Santi.
«Vado via anch\'io!» disse Menu con aria impertinentina.
«Zitto tu, moccioso! Salutami il nonno».
E il dottore rallentò le briglia all\'asina che partì quasi di corsa.
La partenza

9. Ecco giunto il giorno della partenza.

Pareva la festa di sant\'Isidoro. Gran folla in Piazza del Mercato attorno ai partenti. I bandisti si sfiatavano a sonare l\'inno reale, l\'inno di Garibaldi. Coda-pelata, con la bandiera in spalla, dava ordini, sollecitava, stringeva la mano a uno, salutava da ogni parte gli amici e i conoscenti confusi tra la folla, confortava le madri e le mogli che non potevano accompagnare fino alla stazione i loro cari, dava anche qualche scapaccione ai ragazzi che gli brulicavano attorno per osservarlo da vicino quasi egli fosse qualcosa di curioso e di strano.
«E questa carrozza? E questi carri? Perderemo la corsa!» gridava.
«Eccoli!»
Spuntavano da diverse strade, imbandierati: tre carrozze coi cocchieri che facevano schioccare le fruste perché la gente li lasciasse inoltrare; sei carri coi muli coperti di arnesi luccicanti di specchietti, di stagnina multicolore tra i ricami, con larghe frange alle cigne dei fianchi e gli alti pennacchi in cima ai basti e alle cavezze.
«A uno a uno, signori miei! Senza confusione, signori miei!» si sgolava Coda-pelata. «Tutti i bagagli qui, in questo carro».
E si rivoltava contro le donne che piangevano:
«Eh, via! Neppure se andassero alla morte! Gli fate la iettatura così! Eh, via! Eh, via! Su, montate in carrozza voialtri che dovete venire fino alla stazione. Sul carro, con vostro figlio? Fate come vi piace; ma spicciamoci, ma spicciamoci!»
Era una confusione di baci, di abbracci, di saluti, di strette di mani che non finivano più!
La banda musicale si avviò avanti, sonando l\'Inno dei lavoratori.
I ragazzi battevano le mani, sgambettavano attorno alle carrozze, tra i carri, gridando: «Viva la Merica!» come Coda-pelata aveva suggerito, agitando la bandiera prima di montare in carrozza.
«Buon viaggio! Arrivederci presto! Buona fortuna! Ricordatevi! Non ti scordare quel che ti ho raccomandato!»
E tra i saluti e gli auguri qualche strillo doloroso materno:
«Figlio, figlio mio!»
Le carrozze si mossero. Nella seconda, dopo quella dove si era installato solo, comodamente, Coda-pelata, per distinguersi, erano i Lamanna, madre e figli, con parecchi fagotti sulle ginocchia che Stefano e Santi non avevano voluto mettere, assieme coi due sacchi, nella rete di dietro, per via della polvere dello stradale. Menu era montato in serpa accanto al cocchiere, e a ogni po\' si voltava per dire qualcosa alla madre che non cessava di piangere zitta zitta, e portava spesso il fazzoletto agli occhi per asciugarsi le lacrime che le scorrevano lungo le scarne gote.
«Mamma, il mare il mare!»
«È il Biveri di Lentini», corresse il cocchiere, «una gocciola d\'acqua in confronto col mare. Non l\'hai tu mai veduto il mare?»
«No», rispose Menu; «quelle sono barche, è vero?»
«Per la pesca delle tinche e delle anguille».
«E non affondano?»
«Qui no, ma nel mare, quando c\'è tempesta, si annegano tanti poveri pescatori».
Menu si voltò a guardare Stefano e Santi che dovevano andare sul mare lontano lontano, e provò un senso di sgomento; ma si confortò subito, pensando che Coda-pelata e tanti altri erano andati e tornati dall\'America senza annegare.
Menu era stordito dalla confusione che avveniva alla stazione dopo che il treno fu arrivato. Guardava la macchina sbuffante e fumante e ne aveva paura come di un mostro vivente. Si teneva stretto al braccio della madre, mentre Coda-pelata urlava sollecitando i partenti, strappandoli dalle braccia delle donne, spingendoli dentro i carri...
«Su, fate presto! Il treno non aspetta! Addio!... Stefano! Santi... Là, in quel vagone di terza classe... dove sono gli altri... Su, su!»
E prese per le spalle Menu che indugiava a baciare i fratelli, respingendolo bruscamente verso la madre mezza inebetita dal dolore, con le spalle appoggiate ad un palo di telegrafo, pallida come un cencio lavato!
I suoi figli erano spariti, quasi ingoiati, assieme col treno, dalla nera buca là in fondo.
«Và sotto terra», gli spiegava un vecchio contadino, «e poi esce dall\'altra parte, come se ora vi mettessero le mani sugli occhi e poi le levassero via».
Menu cercava di spiegarsi perché Coda-pelata non era salito nello stesso vagone degli altri...
«Perché?» domandò a quel vecchio contadino. «Non va in America anche lui?»
«Ha quattrini più degli altri e fa il signore», rispose il vecchio; «ma è sempre barbiere», soggiunse con malizia, «e non se lo può levare neppure col rasoio!»
Il ritorno a Ràbbato non fu gaio. La gnà Maricchia si sforzava di mostrarsi tranquilla. Il cocchiere, di tratto in tratto si voltava verso di essa:
«Coraggio, comare!»
«A quest\'ora dove saranno?» ella domandò a Menu.
«Oh! Che hanno le ali?» rispose il cocchiere che aveva udito. «Neppure a Catania. Dice che fare il cocchiere in quei paesi non mette conto. Dice che ci sono le strade ferrate per tutte le vie. Sarà verò? Coda-pelata è un po\' sballone. Chi sa che un giorno o l\'altro non mi venga la voglia di andare a vedere se ha detto una bugia?»
«E la poveretta di vostra moglie?» fece la gnà Maricchia. «Nessuno pensa a chi resta!»
«Appunto essa mi trattiene. E poi non c\'è pericolo che le strade ferrate vengano a levarci il pane di bocca a Ràbbato... Infine nel mondo c\'è pane per tutti: basta saperselo guadagnare. Che dirà il nonno vedendovi tornar soli?»
«Mamma, lo sa che Stefano e Santi dovevano partire?».
Lo zi\' Santi era seduto davanti alla porta, intento a intrecciare con sottili vimini il manico di un panierino delicato commissionatogli dal farmacista.
Una vicina con un bimbo al seno stava a guardarlo e lo interrogava.
«Quanto glielo metterete, zi\' Santi? Questo è lavoro fino assai».
«Quanto glielo metto? Se gli dicessi dieci soldi, il farmacista mi volterebbe le spalle come se avessi detto una bestemmia. Si capisce che lo vuol regalato».
«O che lui vi regala le medicine?»
«Questo è il mondo, cara comare!»
E si rizzò da sedere, buttando il panierino per terra alla vista della nuora e di Menu che arrivavano in quel punto.
Alla Nicchiara

10. Una visita al podere tanto amato.

Due giorno dopo, lo zi\' Santi, che da mesi non si recava in campagna, volle andare a rivedere il fondo della Nicchiara.
Quei quattro maledetti sassi, come li aveva chiamati Stefano, gli erano cari. Li aveva fecondati tanti anni col lavoro delle sue braccia, col sudore della sua fronte, ed ora quasi non gli sembravano più suoi, dopo che pesava su di essi l\'iscrizione del padre di Coda-pelata in garenzia del debito dovuto fare per la partenza dei nipoti.
Era giorno di vacanza, e condusse Menu con sé, a cavallo dell\'altra mula detta la Vecchia, da stornella già diventata learda argentina e che più non aveva capricci.
La casetta era in cima alla collina, con l\'intonaco tinto in rosso, circondata da ulivi e con un po\' di vigna a solatìo.
Al povero vecchio sembrava che il fondo avesse un\'aria di broncio contro di lui pel pericolo di poter passare in mano di altri, se il debito non veniva soddisfatto. Poi, a poco a poco, egli si vide sorridere ogni cosa, non appena ebbe legate le mule alla mangiatoia esterna riempiendola di paglia; non appena dalle finestre della camera di sopra poté affacciarsi a guardare dall\'alto, dai due opposti lati. Una di esse dava a mezzogiorno e l\'altra a tramontana. Menu lo affollava di domande.
«Nonno, che albero è quello?»
«Un noce».
«E quell\'altro?»
«Un albicocco».
«E quello lì accanto?»
«Un ciliegio. Tutti innestati dalle mie mani, quand\'ero giovane. È miracolo come resistano ancora. Gli alberi invecchiano come noi. Hanno talvolta però vita più lunga della nostra».
«Anche questi ulivi hai tu innestati?»
«No, essi contano centinaia e centinaia di anni, me lo diceva mio padre a cui l\'aveva detto suo nonno... Sono del tempo dei Saraceni. Non c\'è nel tuo libro di scuola?»
«Ci sarà forse, ma ancora non l\'abbiamo letto; voglio domandarlo al maestro».
Lo zi\' Santi osservava tutto con crescente commozione.
I due giovanotti prima di partire avevan voluto lasciare ogni cosa in ordine. Nella stanza a pianterreno zappe, falci, aratri disposti lungo i muri; i basti e gli arnesi per l\'aratura a cavalcioni ai bracci di legno sprangati. Fuori, nell\'aia, la gran bica della paglia con su una piccola croce di canna, e così scavata in basso da un fianco, da sembrare che dovesse venir giù da un momento all\'altro; la vigna potata e zappata; gli ulivi rimondati, la legna ricavatane ammonticchiata là, a lato alla casa, in tanti fasci legati con le liami.
«Oh, zi\' Santi!» si udì chiamare.
«È lo Sciancatello, nonno, laggiù».
Quel contadino, salendo per la viottola che conduceva alla casa dei Lamanna, faceva larghi gesti di saluto a cui lo zi\' Santi e Menu rispondevano con gesti uguali. Non era sciancato, quantunque lo chiamassero Sciancatello col soprannome di famiglia.
«O, bravo zi\' Santi! Era un pezzo che non vi si vedeva da queste parti».
«E voi, sempre all\'erta?» rispose lo zi\' Santi.
«Finché c\'è salute! Ci vorrebbero anche i piccioli, è vero. Mah! Dire che ne hanno tanti nella Merica!... E perciò tutti se ne vanno là. Se dura di questo passo, le nostre campagne diventeranno una gran grillaia».
E siccome Menu si era messo a inseguire un grosso grillo venuto ad abbatterglisi tra i piedi, lo Sciancatello soggiunse rivolto a lui:
«Allora potrai cavarti la voglia di chiapparne a manate».
«Speriamo di no, compare Lisi», rispose il Lamanna. «Il male è che oggi, chi più chi meno, tutti siamo scontenti di quel che Dio ci dà. Abbiamo troppa fretta di arricchire».
«E ora che i vostri nipoti sono andati anch\'essi nella Merica, volevo dirvi, zi\' Santi, aiutiamoci a vicenda, da buoni vicini. Io ho ancora braccia sode. Vengo ad offrirvi l\'opera mia, se vi fa piacere. Ci accorderemo alla meglio. Che ne dite?»
«Grazie, compare Lisi. Ci penseremo. Venite da me domenica prossima».

11. Il nonno è preoccupato per Menu.

Si misero ad andare attorno pel fondo. Menu, che finalmente avea chiappato il grillo, li seguiva.
«Lascialo andare, povera bestiolina», gli disse il nonno. «Che male ti ha fatto? Ti piacerebbe se qualcuno, più forte di te, ti prendesse pei piedi allo stesso modo?»
«Io non sono grillo», rispose Menu, facendo una piccola smorfia.
«Lascialo andare!» replicò lo zi\' Santi.
«Obbedisci al nonno», soggiunse lo Sciancatello.
Menu rilasciò il grillo, e si mise a correre di qua e di là, abbracciando i tronchi degli alberi, scotendo i rami che penzolavano a portata delle sue mani, tirando sassi ai passerotti, fermandosi di tratto per fare qualche domanda.
«Nonno, perché i fichi d\'India hanno le spine?»
Ce n\'era una piccola siepe sul margine della vigna.
«Perché il Signore ha voluto così», rispondeva lo zi\' Santi sorridendo.
Ogni albero, ogni pianticina, quasi ogni zolla rammentavano al vecchio Lamanna i bei tempi, quando egli era giovane, e dava le sue braccia, il suo sudore, tutta la sua anima a quella terra che i nipoti avevano disprezzata e abbandonata, e già non gli sembrava più quella di una volta.
E guardava Menu con un lieve senso di rimorso, pensando che lo aveva mandato a scuola, mentre invece avrebbe dovuto fare come suo padre, che lo portava in campagna sin da quando aveva quattro anni, e lo teneva là settimane intere, addestrandolo in piccoli lavori. Se lo metteva a sedere davanti sul basto della mula, e gli dava in mano il pungolino col manico di osso nero, o pur la fune della cavezza ch\'egli teneva più in su, e lui, bambino, era orgoglioso di guidare la mula; si lusingava così. Menu, ora, poteva più ridursi a fare il contadino dopo di essere andato tant\'anni a scuola, e di aver fatto il signorino?
Perciò alla domanda di Sciancatello: «Che ne farete di questo ragazzo?» egli rispose malinconicamente: «Quel che Dio vorrà!»
«Andrò in America», disse Menu, «a fare il medico, come il fratello del nonno che è in Turchia».
«Dovrai mangiarne pane! » soggiunse lo Sciancatello. «Fa\' piuttosto il contadino come tuo nonno, come i tuoi fratelli, come me. Perché sai due chicchi di lettura? Vedi, laggiù, laggiù, quell\'uomo in maniche di camicia, che zappa senza smettere? Ne sa più di un canonico, più di un avvocato, e legge anche il Rutilio: tu ancora non sai che sia il libro di Rutilio; ora non se ne trovano più... Eppure don Pietro Sgroi ara, zappa, semina, miete... Si sente più ricco di un principe. 22" title="Leggi informazioni sul libro">Starebbe a petto di un presidente di tribunale... E a chi lo chiama don Pietro rimbecca subito: \"Mi chiamo zio Pietro io: sono villano io!\" » E il don gli spetta meglio che a tant\'altri. Capisci?»
Menu guardava in viso il nonno per convincersi se lo Sciancatello aveva detto la verità. E, in risposta, replicava:
«Andrò a fare il medico in America, come il fratello del nonno che è in Turchia».
«A proposito», domandò lo Sciancatello, «non avete più nuove di vostro fratello?»
«Nessuna, da un anno».
«È proprio dalle parti dei turchi?»
«Sì. Dice che là i turchi sono meglio dei cristiani».
«Sempre turchi sono, senza legge di Dio», sentenziò lo Sciancatello. «Ora potrebbe tornare, se volesse. La legge non può più colpirlo; sono già passati trent\'anni».
«Ne sono passati quaranta, compare Lisi! Fu infamato a torto, compare; e perciò Dio lo ha aiutato. Vorrei rivederlo, prima di morire... Infamato a torto, povero fratello mio!»
E per cangiar discorso lo zi\' Santi, fermatosi davanti a un pero, disse:
«Nel mese entrante verrò a rinnestarti! Sei stanco, lo vedo. Nel mese entrante!»
Parlava al pero con grande dolcezza nella voce, quasi esso fosse in caso di udirlo e d\'intenderlo. Soggiunse:
«Noi uomini, compare Lisi, possiamo manifestare i mali che abbiamo, muoverci, andare in cerca del dottore; ma queste buone creature, se non ci badiamo noi, intristiscono e seccano. Chi sa come soffrono senza dir nulla!» Sorrideva, quasi sentisse rifluir nelle vene il caldo sangue della giovinezza.
La prima lettera

12. Le rondini si preparano a partire.

Quella mattina la gnà Maricchia aveva osservato con vago senso di tristezza il via vai delle rondini sempre fedeli, di generazione in generazione, all\'ospitalità accordata ad esse nell\'abbaino in cima alla casa. Andavano, tornavano, volteggiavano, con vivo affaccendamento, si posavano per breve istante sulla sporgenza della grondaia, gorgheggiando, e quasi subito si slanciavano come frecce lontano, sparendo per poi ritornare, di lì a poco, in sempre più folta schiera.
«Che hanno, poverine?», ella pensava affacciandosi di tratto in tratto alla finestra, interrompendo il suo lavoro di attiva donna di casa. E lo disse al nonno.
«Si preparano a partire», le spiegò questi.
«Dove andranno?»
«Chi lo sa? Nei paesi caldi; vi hanno lasciati altri nidi».
«Se andassero nella Merica!»
«Può darsi. Dice che là fa estate quando qui fa inverno».
«Troveranno Stefano e Santi; dovrebbero riconoscerli».
«E salutarli da parte nostra», rispose il nonno, con una risatina di affettuoso compatimento.
«Almeno ce li riportassero con loro nell\'aprile venturo!»
«Dovresti dirglielo! »
«Sono una sciocca. È la pena di quei figli alla strania che mi fa parlare così».
Le rondini, dopo di essersi radunate in gran numero sulla grondaia, all\'arrivo di altre compagne, che parvero accorse a sollecitarle, spiccarono un gran volo e disparvero oltre i tetti della casa di faccia.
«Buon viaggio! Buon viaggio!»
Le pareva di tornare a dirlo ai figli, come lo aveva ripetuto tra i singhiozzi alla stazione quando li aveva visti montare sui carri del treno.
Menu era tornato di scuola a corsa; rifiatava appena.
«Le rondini?» domandò ansiosissimo.
«Sono partite; dovevano aspettar te?»
Menu, dal disappunto, si lasciò cascar di mano qualcosa che ruzzolò sul pavimento tintinnando.
«Avevo comprato un sonaglino!... Dice il maestro...»
«Riprendi fiato...»
«... che per far la prova...»
«Non tirar fuori il pretesto del maestro», lo ammonì lo zi\' Santi.
«Sì, nonno... Dice il maestro che per far la prova se ritornano le stesse rondini... se ne prende una, le si attacca al collo un sonaglino... Lo avevo comprato a posta... Lui una volta le ha legato un fogliolino arrotolato dov\'era scritto un saluto... e l\'anno dopo ricevette la risposta...»
«Che ti dà ad intendere il tuo signor maestro?»
«Davvero, nonno! Una risposta che non si poteva leggere, scritta nella lingua di quelle parti... La conserva ancora».
«Che ti dà ad intendere! L\'avevano scritta le rondini?»
«I padroni della casa dove quella rondine aveva il nido. Accortisi del fogliolino avvoltolato ch\'essa portava al collo, l\'avevano presa e gliene avevano attaccato un altro, di risposta».
«Se l\'avessimo saputo prima... Avremmo mandato un saluto a Stefano e a Santi», esclamò la gnà Maricchia.
«Ma le rondini, di qua, dice il maestro, non vanno in America».
«Che ne sa lui?» fece lo zi\' Santi. «Vanno dove vogliono; hanno le ali per questo».
«Vanno in un paese di là dal mare, chiamato Egitto. Avessi visto, nonno! Un nugolo... Il maestro ce l\'ha fatto osservare dalla finestra della scuola, e ci ha detto: \"Fate un compito: La partenza delle rondini!\" Peccato! L\'avevo comprato a posta da don Franco il merciaio».
E si chinò a raccattare il sonaglino.
«Lo conserverò per l\'anno venturo».

13. Arriva la prima lettera dall\'America!

Il nonno non voleva darlo a vedere, per non affliggere la nuora, ma era commosso anche lui di quella partenza che gli rammentava la partenza dei nipoti. Aveva un triste presentimento: non li avrebbe più riveduti. Erano già trascorsi tre eterni mesi senza che essi avesser mandato un rigo di lettera. Se non si fidavano di scrivere, potevano ricorrere a Coda-pelata o a uno scrivano di quelli che si trovano in piazza nelle grandi città, con tavolino, carta, penna, calamaio, e riempiono un foglio per due soldi... Li aveva visti a Catania. Non si maravigliava tanto di Stefano, quanto di Santi. Ma, pur rammaricandosi internamente, li scusava:
«Sono giovani. Chi sa quante cose nuove vedono! Devono anche pensare a collocarsi».
E che gioia il giorno dopo, quando Menu tornò a casa gridando per le scale: «Mamma!... Nonno! » e balzò con un bel salto nella camera, agitando in alto una lettera.
«Me l\'ha dato il postino per via!»
La gnà Maricchia gliela strappò di mano per baciarla, quasi dovesse trovare sulla busta l\'impronta dei baci dei figli lontani.
«Sentiamo... Saprai leggerla?» disse il nonno a Menu. «Chi sa che scarabocchi! Si vede dalla soprascritta».
«A li mano del signori Santo Lamanna. Rabbatto Talia, Siggilia...»
«Ci ha messo due t e due g!»
E con un certo sorriso di sufficienza Menu aperse la busta e spiegò il foglio. La lettera diceva precisamente così in un italiano-siciliano di equivoca ortografia:

«Caro nonno, cara mamma, caro fratello.
Semo arivati qui in una cità che si chiama Nuova iorca ed è più grande di tutta la Siggilia che fa spavento tanta è la popolazioni nelle strate. Uno si perde. Ma cci sono molti nostri paesani che pare di essere a Rabato e si fa tanto di cuore sentendo il nostro linguaggio. Abbiamo ncontrato Nascarella con la moglie e la figlia che suonano lorganetto. Hanno li cappelli come le signore, che si riconoscono a stento: la figlia canta le canzonette napoletane: la matre raccoglie i soldi col pattino che ci mangiano ci bevono pagano la casa, e ci ne restano. Non avemo visto ancora il Salone di Coda-pelata che è chiuso, dice, per farlo meglio; ma Nascarella cià detto che non è vero e sta a picciotto in un altro salone.
Noi ci colloghiamo in una masseria per lavori di campagna; poi, dice, avremo li terreni. La paga è buona.
Non stati inpensiero per noi. Faremo fortuna. In questi paesi ognuno fa persé, abiamo la testa ntronata dalla gran gente che va e viene; pare che tutti corrono come savessero gli sbirri alle calcagne e noi dobbiamo fare pure così. Le masserie le chiamano ferme come se potessero scappare; e se non vi fossero i nostri paesani non ci capirebbe nessuno perché parlano una lingua ingresa che pare se la masticano coi denti mentre il linguaggio siggiliano è tanto spiccio che sarebbi meglio parlassino siggiliano. Figurativi che per dire: buona sera dicono: cuttinaite.
Noi stiamo bene e così speriamo sentire di voi. Bacciamo la mano alla mamma, al nonno e salutamo a Menu: la risposta mandatela come è scritto qui. Salutate li vicini e tutti gli amici che domandano di noi.
Vostri cari nipoti
Stefano Lamanna
Santo Lamanna»
Menu dovette leggere tre volte di seguito questa lettera, e in certi punti spiegarla alla mamma che piangeva, per le buone notizie, diceva. Il nonno aveva ascoltato serio serio; crollando la testa ogni volta che Menu arrivava al punto in cui si parlava del salone di Coda-pelata.
«Dice dunque che non è vero?»
«Forse Nascarella parla per invidia», faceva osservare la gnà Maricchia.
«E le Nascarella madre e figlia coi cappellini come le signore!» diceva Menu, messo in allegria da questa notizia.
«Chi sa che cappellini! Qui avevano a stento una mantellina di panno e uno scialletto di lana da cinque tarì».
«Anche la figlia di Cudduzzu, mamma, tornò dall\'America col cappellino e faceva ridere».
«La paga è buona!» ripeteva quasi incredulo lo zi\' Santi.
«La bella Madre Santissima deve aiutarli. Ho fatto dire una messa per loro», concluse la gnà Maricchia.
E ogni giorno, appena Menu tornava da scuola, voleva riletta la lettera quasi così si mettesse in diretta comunicazione con quei due figli alla strania.
Inquietudini

14. Quanta inquietudine, se mancano notizie!

«Non vi strapazzate troppo! » raccomandava il dottor Liardo al vecchio Lamanna.
«Mi servirà di svago, signor dottore, l\'andare in campagna. E poi, se non li guardo io i miei interessi... Ho combinato col mio vicino di fondo, con lo Sciancatello che è un brav\'uomo. Ma, dice il motto degli antichi: \"L\'occhio del padrone ingrassa il cavallo\"».
«Ho saputo che i nipoti vi hanno mandato del danaro: vuol dire che là guadagnano bene».
«Dugento lire, signor dottore. Ma ora è un pezzo che non si fanno vivi. C\'è quella povera mamma che non sa darsi pace».
Infatti appena la gnà Maricchia sentiva dire da qualche vicina: «È tornato il tale dalla Merica», si metteva addosso la mantellina di panno blù, perché le pareva che lo scialle le disdicesse per l\'età, e andava a cercare del nuovo arrivato.
«Avete veduto i miei figli?»
«No».
«Sono là da un anno. Come mai?...»
«E in che paese sono? L\'America non è come Ràbbato che ci conosciamo uno per uno. Per andare da un paese all\'altro ci vogliono giornate e giornate».
«Sono nel paese dov\'è Coda-pelata; partirono insieme con lui, con Garozzo e tanti altri».
«Non ne so niente».
Tornava a casa desolata, e non ne ragionava col nonno. Si raccomandava però a Menu perché s\'informasse se fosse arrivato qualche altro «americano», come chiamavano a Ràbbato gli emigranti. E appena Menu veniva a riferirle: «Ne sono tornati due, tre, cinque», ella afferrava subito la mantellina e si presentava.
«Ben venuto! Avete veduto i miei figli?»
«Se li avessi visti, sarei venuto a dirvelo, senza farvi incomodare. Io e miei compagni veniamo dall\'Argentina».
«Ah!... Mi avevano detto dalla Merica».
«Dall\'America, sicuro; ma è come domandare, per modo di esempio, a uno che viene da Catania: \"Avete visto mio figlio?...\" E vostro figlio è a Palermo. Che ne può sapere?»
«Avete ragione. Scusate».
E tornava a casa desolata. Ma dov\'erano andati dunque i suoi figliuoli? In un paese dove non andava nessuno di quelli che erano partiti da Ràbbato? Le pareva di vedere Stefano e Santi sperduti in quelle campagne immense, delle quali aveva parlato Coda-pelata; tra migliaia di buoi e cavalli selvatici, senza aiuti, privi di ogni cosa e che piangevano pentiti di aver abbandonato il loro paese, la loro casa. Chi sa? Forse, in quel momento, gridavano: «Mamma! Nonno! Menu!».
E quasi le sembrava di udire le voci invocanti.
«Che dite, nonno?» si rivolgeva al vecchio. «Non si potrebbe battere il telegrafo?»
«Che sappiamo se arriva fin là? C\'è di mezzo il mare».
«Mandiamo Menu ad informarsi. Don Corrado della posta deve saperlo, lui che batte il telegrafo tutti i giorni».
«Vado io stesso. Quel cristiano mi conosce».
E il vecchio si presentò allo sportello:
«Mi dica, voscenza, si può battere il telegrafo fino alla Merica?»
«In qualunque parte del mondo».
«È pei miei nipoti che non si fanno vivi da un pezzo e ci tengono in gran pensiero».
«Va bene. Devo scriverlo io il dispaccio? Dove sono?»
«In un paese che si chiama... si chiama... hanno certi nomi così strani i paesi di là!»
«Mi rammento: a Nova York. Bisogna sapere il nome della via e il numero della casa dove abitano. Nelle lettere devono averveli indicati. Senza di questo...»
«Manderò Menu, mio nipote, che sa leggere».
«Volete sapere quanto si spende? Si paga una lira e cinquantacinque centesimi per ogni parola. Per venti parole, per esempio, paghereste...»
«Voscenza...» disse, esitando, lo zi\' Santi: «voscenza non può farmelo per qualcosa di meno?»
E siccome l\'ufficiale si mise a ridere, il vecchio s\'affrettò a dire:
«Scusi, voscenza; siamo ignoranti. Tornerò».
«È meglio mandare una lettera raccomandata; con cinquanta centesimi siete sicuro che la lettera non si smarrisce».
«Allora... Grazie a voscenza!»
E tornando a casa lo zi\' Santi andava ripetendo da sé: «Venti parole trentadue lire!»
Le avrebbe spese, anche se avesse dovuto levarsi il pane di bocca; ma giacché la raccomandata serviva lo stesso!
«Non si può», disse alla nipote che lo attendeva ansiosa. «Il telegrafo non passa il mare. Ci vuole una raccomandata. È più sicura, mi ha risposto don Corrado, e costa poco».
Lo zi\' Santi si vergognava della sua piccola bugia, ma giacché la raccomandata serviva lo stesso!
Pensava ai quattrini da tener da parte per riscattare il fondo e la casa dall\'ipoteca di Coda-pelata.

15. La mamma in pensiero per Menu.

In quella settimana Menu aveva compiuto il corso elementare. Le scuole si erano chiuse.
«Che ne faremo di questo ragazzo?» si domandava il nonno.
Ne parlò un giorno, alla Nicchiara, con lo Sciancatello, mentre questi faceva merenda con pane e cipolla.
«Non vedete che abbiamo bisogno di braccia per l\'agricoltura? Mandatemelo qui. Deve prendere amore alla terra».
«È già grandicello. Ha dieci anni».
«Io, se avessi un figlio di quest\'età, gli metterei la zappa tra le mani. Contadini siamo e contadini dobbiamo rimanere. Qualcuno di quelli tornati dalla Merica è già pentito di esservi andato, se voi non lo sapete».
«Si adatterà, dopo di essere stato a scuola?»
«Per ora ha le mani delicate, ma soltanto le mani coi calli, come queste mie, dànno il pane e le vesti».
«La terra è divenuta ingrata, caro compare!»
«E diventerà peggio, se noi non ci rompiamo la schiena a coltivarla. La settimana scorsa è tornato da soldato il figlio di mio cugino Zangàra. Dice che lassù, nella Talia, le campagne sono lavorate e anniaffiate come un giardino, e non valgono le nostre. Hanno fin gli aratri a macchina lassù. Vorrei vederli su questa costa sassosa... Braccia qui ci vogliono... Ah! la Merica maledetta! Ci porta via la gioventù. Per questo, dice, che là sono tutti ricchi; si arricchiscono a spese dei nostri figli».
«È vero. Danari però, non possiamo negarlo, ne vengono. E perciò tutti sono presi dalla pazzia d\'andarsene là. Se non avessi cinquant\'anni sulle spalle, forse farei la pazzia anch\'io, per provare almeno».
«Chi cangia la vecchia per la nova peggio trova!»
«Intanto pensiamo al ragazzo».
«Vorrei consultarmi col dottor Liardo; è uomo di esperienze e vuol bene a Menu».
«Date retta a me; mandatemelo qui. Contadini siamo e contadini dobbiamo rimanere, vi ripeto. E il ragazzo che dice?»
«Niente. Sempre coi libri in mano, anche ora che non può più andare a scuola. Ha preso la medaglia di argento l\'anno scorso, e credo che l\'avrà anche quest\'anno».
Allo zi\' Santi sembrava di fare una cattiva azione mandando Menu in campagna, dopo di aver commesso lo sbaglio - diceva così - di metterlo a scuola. La mamma aveva provveduto che suo figlio non scomparisse pei vestiti, pei libri, pei quaderni, per tutto.
Vedendolo attento allo studio, voluto bene dal maestro, lo aveva abituato a certe delicatezze, come si fa con una pianticina che richiede cure speciali, minute. E perciò il nonno talvolta scherzando, lo chiamava: il signorino.
Mamma e nonno si compiacevano di vederlo serio, attento, ordinato, poco amante di mescolarsi ai giuochi ed ai divertimenti degli altri ragazzi. Se avessero saputo quel che macchinava quella testolina da alcuni mesi in qua! La mamma, che quando egli stava in casa, a tavolino, con davanti certi libri, prestatigli da un giovanetto suo amico, andava e veniva dalla stanza quasi per covarlo con gli occhi, cominciava un po\' a rimpensiersi di vederlo muto più del solito, con una lieve ruga tra le sopracciglia specie quando egli, smesso di perdere gli occhi su quei libri pieni di santini, come essa chiamava le illustrazioni, si dava a passeggiare su e giù, con le braccia dietro la schiena, la testa un po\' indietro e gli occhi socchiusi, quasi inseguisse qualcosa con la fantasia. Quei libri le ispiravano diffidenza.
Una volta, nell\'assenza di Menu, si era messa a sfogliarli e a osservare santini. Stentava a raccapezzarsi, lei che non sapeva leggere, con quelle figure di gente strana, mezza ignuda, armata di lance, con quegli animali feroci che pareva assalissero quei disgraziati, con cert\'altri animali che sembravano brutti uomini con la coda e si spenzolavano dai rami degli alberi, o con mostri che uscivano dall\'acqua con tanto di bocca spalancata simili a certe lucertole squamose...
Altro che santini!
«Devono mettergli paura», pensava. «Ecco perché il ragazzo si leva da tavolino così sbalordito!»
E raccomandava al figliuolo:
«Lascia di leggere cotesti libracci».
«Mi divertono, mamma».
La povera donna si rassegnava alla sua ignoranza, ma rimaneva diffidente.
Menu, senza dir niente alla mamma e al nonno, aveva scritto ai suoi fratelli:
«Vorrei venire anch\'io in America. Qui non so più che fare, ora che ho terminato le elementari. Verrei di nascosto della mamma e del nonno, che, se sapessero la mia intenzione, non mi lascerebbero partire. Dovresti mandarmi il danaro con la posta, direttamente a me, per il viaggio; o mandarmelo con qualcuno fidato che ritorna a Ràbbato. La mamma piange perché non scrivete; il nonno non dice niente, ma è addolorato anche lui. Se fossi costì, scriverei io alla mamma e al nonno, una volta la settimana; e sarebbero contenti. Il nonno va alla Nicchiara; ha dato il fondo a mezzadria a compare Lisi lo Sciancatello. Se vi bisognasse qualche cosa ve la porterei io...»
Menu fantastica!

16. Menu ormai non pensa ad altro che all\'America.

Mamma e nonno non sapevano che Menu, quando andava fuori casa per qualche commissioncella o per fare quattro passi, non aveva altro pensiero che correre a trovare ora questo, ora quello degli «americani» per chiedere notizie, per avere informazioni. Parecchi, rimasti rozzi contadini, non ostante il viaggio e la dimora in America, non sapevano dirgli niente di particolare.
Egli spesso notava che l\'uno contradiceva quel che gli aveva detto l\'altro. Si vantavano di aver guadagnato molti quattrini ma li avevano lasciati là, nelle banche, perché dovevano ritornare a riprendere i loro negozi.
Qualcuno, e sembrava più sincero, gli rispondeva:
«Caro mio, tutto il mondo è paese. Qui ci lamentiamo dei proprietari. Ci pagano male, è vero, ma ci trattano da cristiani. Là, quando si capita in certe mani... Non si sa a chi ricorrere per difenderci; ci fanno lavorare come schiavi, con la frusta, quasi fossimo animali; e se qualcuno si lagna, frustate su frustate... Ci trasportano con la ferrovia, lontano, in campagne deserte. Chi volesse scappare si sperderebbe e se lo divorerebbero le bestie feroci».
«Ma dunque, tutti gli altri?»
«Ci sono i fortunati!»
Allora Menu a qualcuno arrivato di fresco, domandava: «È vero questo? È vero quest\'altro?»
«Se non fosse vero, io non condurrei là mia madre e le mie sorelle; sono venuto a posta per prenderle».
Costui aveva la stessa aria di Coda-pelata; e le sballava anche più grosse di lui.
«Là cinque lire valgono meno di cinque centesimi. Se uno le vede per terra, non le raccatta; come qui nessuno raccatta un soldo, a meno d\'essere un mendicante».
Aveva anche lui le dita piene di anelli, e, siccome apriva spesso le labbra quasi per mostrare i denti, gli si vedeva luccicare in bocca un dente d\'oro.
«Là tutti», egli affermava, «hanno uno, due denti d\'oro, per sfarzo. Si fanno cavare a posta i denti buoni... È di gran moda sostituirli così. Oh! Li cavano senza dolore... Io me n\'accorsi soltanto quando vidi il mio dente in mano al dentista».
E il giovane sarto don Pietro Ruffino mostrava a tutti quel dente d\'oro, ben incastrato, luccicante, che formava il suo orgoglio.
Menu, pensava che lui non si sarebbe mai fatto cavare un dente sano pel gusto di sostituirlo con uno d\'oro. Gli produceva un\'impressione buffa don Pietro che, per la smania di mostrare quella novità, era costretto a fare, parlando, una smorfia con le labbra come se glieli spingessero in fuori.
Dava a intendere pure:
«Aghi? Là non se ne trova neppur uno nelle sartorie. Io ho una botteguccia, a confronto dei grandi negozi con palazzi a dieci piani, ma che passerebbe per sartoria straordinaria non qui, a Ràbbato... eh, via! ma a Palermo, a Catania. Dieci macchine da cucire, americane, di quelle che qui non se ne vedono... Lavorano quasi da sé. In novanta minuti con l\'orologio alla mano, posso consegnare, allestito, bello e stirato, un vestito da uomo».
«In un\'ora e mezzo?»
«In un\'ora e mezzo!»
«Bummh!»
«Chi ha fatto: bummh!»
«Io», rispose un vecchio sarto. «Le ore dell\'America sono come le nostre? O sono lunghe quanto una giornata? E neanche...»
E Menu si era maravigliato che tutti i presenti dessero ragione a don Pietro Ruffino.
«Che ne sappiamo noi?» diceva uno.
«Quella è terra di miracoli», approvava un altro.
Un vestito da uomo, tagliato, cucito e stirato in un\'ora e mezza! Sembrava un po\' enorme anche a Menu. Ma avrebbe creduto al dente d\'oro, se qualcuno gliel\'avesse riferito?
E così, a poco a poco la sua giovanile immaginazione si accendeva a vedere le dieci macchine da cucire in gran moto, e il vestito venir fuori cucito e stirato come se avesse dovuto indossarlo lui.
Arrivò in quei giorni un\'altra lettera degli «americani» - in famiglia non chiamavano altrimenti Stefano e Santi - con un vaglia di quattrocento lire.
«Poche righe, quasi lo scrivere costasse fatica!» si lamentava la gnà Maricchia. Il solito: grazie a Dio, stiamo bene e così speriamo sentire di voi; l\'immancabile: salutate i vicini e tutti gli amici che domandano di noi, e niente di quel che facevano colà, di come vivevano!
Lo zi\' Santi si sentì slargare il cuore, quando si vide in mano tante belle monete d\'oro pagategli alla posta. Prese le altre dugento lire, tenute in serbo in fondo al cassettone, e corse lo stesso giorno dal notaio.
«Che premura avete? Se vi fanno comodo», diceva il padre di Coda-pelata, che si era lusingato di beccarsi il fondo e la casa, e non si aspettava così presto i quattrini anticipati da suo figlio ai nipoti del Lamanna.
«Teneteli in serbo voi, don Natale. Nelle vostre mani possono figliare, nelle mie, no».
Alludeva, sorridendo, alla reputazione di strozzino, che don Natale godeva in paese. Solevano dire: «Lui è Coda-pelata, ma pela peggio anche gli altri».
«Ognuno fa quel che può», rispose secco secco don Natale.
E intascò a una a una le monete.
«Penserò io a fare scancellare l\'iscrizione», concluse il notaio.
Dalla contentezza, al vecchio Lamanna brillavano gli occhi. E corse a casa per portare alla vedova la bella notizia.
«Tutto è fatto, sia lodato Iddio!»
La poveretta, non sapendo come esprimere la sua commozione, si chinò e baciò più volte il davanzale della finestra presso cui si trovava; avrebbe baciato tutte le mura della casa, quasi fosse stata una persona cara che le appariva innanzi inattesamente.
Menu intanto pensava:
«Se avessi avuto in mano io quelle seicento lire! A quest\'ora...»
Per poco non si vedeva già sul piroscafo in rotta per l\'America.
Riscatto

17. Un gran giorno, per il nonno.

La gnà Maricchia aveva baciato il davanzale; lo zi\' Santi voleva andare a baciare il terreno della Nicchiara. Si figurava di dover trovarlo trasformato ora che non vi gravava più l\'ipoteca di Coda-pelata. E condusse con sé anche Menu.
Stimolava col pungolo e con la voce la sua mula baia: la Vecchia, cavalcata da Menu, rimaneva un po\' indietro. «Nonno, hai fretta di arrivare?»
«Sì, e tu non sei contento di venire in campagna?»
«Lo Sciancatello mi ha promesso un nido di merli».
«Per questo soltanto?»
«C\'erano due uova nel nido. Me li fece vedere l\'altra volta. Mi disse anche: \"Dovresti restare qui con me, fare come il nonno, come i tuoi fratelli, come me...\" Quasi io sapessi zappare!»
«S\'impara».
Menu lo guardò: si aspettava tutt\'altra risposta dal nonno.
E procedettero lunga la strada senza dir altro.
«Sai nonno?» ruppe il silenzio Menu mentre prendeva la ripida viottola che conduceva alla casa rustica. «Gli \"americani\" hanno mandato tanti quattrini per la festa del Patrono».
«Sant\'Isidoro era contadino come noi», rispose lo zi\' Santi. «E mentre lui diceva le orazioni, inginocchiato, a mani giunte (l\'hai visto nel quadro del suo altare), gli angeli scendevano dal cielo a guidare l\'aratro coi bovi in sua vece».
«Così gli risparmiavano la fatica».
«Era una grazia di Dio, per quel vero gran cristiano».
«Anche tu, nonno, sei un vero cristiano, ma gli angeli non son mai venuti a fare i solchi per te».
«Io sono peccatore e quello era santo... Gesù, Maria e Giuseppe, compare Lisi... Si parlava del nostro Patrono miracoloso».
«Che si è scordato di far miracoli... Ho il mulo col cimurro; gli ho attaccato alla fronte l\'immagine benedetta del Santo... e il povero animale va peggio di prima».
«Fede ci vuole, compare Lisi!»
«Vedremo. Sei venuto anche tu...»
«Pel nido dei merli», lo interruppe Menu.
«Ah! Credevo per dare una mano di aiuto al nonno e a me nei lavori di campagna... I merli sono scappati via. Buone notizie, zi\' Santi? Avete un viso così allegro...»
«Buone notizie, compare».
E il vecchio Lamanna scese da cavallo lesto e arzillo come un giovanotto.
Sì, la casetta intonacata in rosso, gli alberi, la vigna, il seminato gli sembravano sorridenti con quel vario verde vivo inondato di sole, quasi in festa per la liberazione della ipoteca di Coda-pelata. Anche il pero innestato aveva messo foglie nuove; lo zi\' Santi lo guardava con paterna compiacenza.
Poi andò su e giù pel fondo, seguito da Sciancatello e da Menu.
«Il nido era in questa siepe...»
«Pensi ancora ai merli? » rispose lo Sciancatello ridendo. «Senti? Cantano dal noce... Quello che canta lassù è un cavaliere».
Tutto il fondo risonava di cinguettii di passeri su per gli ulivi, di richiami di tortore che tubavano, di trilli di cardellini svolazzanti per le siepi. E lo zi\' Santi aveva la sensazione che ogni cosa attorno a lui si affrettasse lietamente a crescere, a vegetare sotto quel benefico occhio di sole che gli scaldava il sangue e vivificava talmente i suoi novant\'anni, da non fargli quasi scorgere che li portava sulle spalle.
Passarono il limite che divideva il suo fondo da quello dello Sciancatello.
«Facciamo una visita al malato», disse lo zi\' Santi.
Il mulo era nella stalla, abbattuto, con una specie di rantolo.
«Suffumigi di nepitella ci vogliono. Sono una santa cosa».
E uscirono fuori. Risalendo la viottola, il Lamanna rifletteva: «Che vuol dire la fantasia! Il fondo dello Sciancatello oggi mi sembra meno allegro del nostro».
Diceva: nostro, pensando ai nipoti lontani con intensa gratitudine pel denaro mandato. Le volevano bene ancora a quelle terre benedette, che essi dovevano di nuovo mettersi a coltivare da padroni quando sarebbero ritornati. E scoteva malinconicamente il capo all\'idea che gli si affacciava spesso alla mente: «Non li rivedrò più! Non li rivedrò più!»
Lo disse allo Sciancatello, che gli dié sulla voce.
«Avete ragione, compare Lisi», rispose. «È mezzogiorno; prendiamo un boccone: fateci compagnia».
Menu trasse da una tasca della bisaccia un involto con pane, cacio pecorino col pepe, un pezzo di salame; e dall\'altra il fiasco di terracotta stagnata di Caltagirone.
«Questo non lo scordo mai. Il vino è il latte dei vecchi. Servitevi, compare Lisi».
Lo Sciancatello prese di mano del vecchio la grossa pagnotta di pane e ne tagliò tre belle fette. Pensò per tutti.
Lo zi\' Santi e lui, nello spianato si erano seduti sulle seggiole portate fuori da Menu, ai lati della lastra di pietra arenaria, sorretta da due larghe traverse, intagliate alla grossa. Menu, in piedi, irrequieto, aveva cavato di tasca il coltellino e masticava allegramente, guardando attorno, con gli orecchi intenti al canto dei merli che, dal noce, pareva volessero farsi beffe di lui con quella specie di lor fischio.
Una gran pace attorno, la pace meridiana dei campi, che rendeva più deliziosa quella giornata invernale dolce e luminosa come una giornata di maggio.
«Non fate cerimonie», diceva lo zi\' Santi allo Sciancatello, ogni volta che questi attaccava le labbra al muso stretto del fiasco.
Erano anni, anni ed anni che il nonno Lamanna non godeva una beatitudine come quella. Se non che, in certi rapidi momenti, tornava a turbarlo il triste pensiero: «Non li rivedrò più! Non li rivedrò più!»
E beveva anche lui lunghi sorsi di vino per scacciarlo.
La festa del Patrono

18. Ràbbato è in festa per sant\'Isidoro.

Sin dall\'alba gran scampanio a distesa, e spari di grossi mortaretti nel piano della chiesa di Sant\'Isidoro. Era la vigilia della festa del Patrono. Grandissima aspettativa per l\'arrivo della banda militare, ingaggiata a spese degli «americani» lontani e dei presenti a Ràbbato; volevano far le cose alla grande, per distinguersi, quasi il resto dei loro compaesani fossero dei pezzenti. Erano una trentina, vestiti a festa, seguiti da parenti, da amici e da un nugolo di ragazzi chiassosi che di tratto in tratto gridavano: «Viva gli \"americani\"!» Questi, marciavano in tre file alla testa di tutti, per accogliere allo svolto dello stradale fuori del paese la loro banda, come dicevano.
E prima che il sole comparisse sull\'orizzonte, le vie di Ràbbato risonavano delle fragorose marce della musica del 72° di fanteria e delle grida dei ragazzi che applaudivano.
Le bande di due paesi della provincia arrivavano più tardi, accolte non meno calorosamente dalla Commissione della festa e condotte, come la militare, per le vie principali, con grande seguito di gente e degli stessi ragazzi che, poche ore prima, avevano gridato: «Viva gli \"americani\"!» e ora gridavano: «Viva la Commissione!» Il vero divertimento era per loro.
Ai primi spari, Menu saltava giù dal letto. E, uscito di casa, s\'intruppava con gli «americani» quasi già si sentisse uno di loro, anche perché i suoi fratelli avevano pensato di mandare cinquanta lire, per i fuochi di artificio da sparare alla cantonata di casa, quando la processione con la statua del Santo si sarebbe fermata là, come doveva fare davanti a tutte le case degli «americani» e dei loro parenti.
Infatti si vedevano rizzati lungo le vie steccati più o meno grandi pei fuochi d\'artifizio. Era cosa nuova a Ràbbato, dove la statua del Santo, fino a un anno addietro, veniva recata attorno sulla macchina portata a spalla dai devoti, solennemente seguita dai preti in cotta e stola, dalle confraternite coi loro stendardi, senza la pulcinellata — dicevano gli avversari degli «americani» — di dover fermarsi a ogni po\' per sentirsi sparare in faccia quattro razzi, o accendere un paio di lumi di Bengala, quasi fossero novità non mai viste.
«Si ricordano del Patrono anche lontano! Devozione!» rispondeva qualcuno.
«Vanità! Il sindaco e il parroco dovrebbero impedire gli spari».
«Lasciateli fare! Mettono il paese in allegria. I quattrini sono di loro, e li spendono come vogliono».
Il vecchio Lamanna, non ostante che si sentisse pizzicare dai soliti dolori alla schiena, la sera della processione aveva condotto in piazza la nipote e Menu per godere l\'illuminazione e sentire il concerto delle bande, che erano quattro, compresa quella di Ràbbato mantenuta a spese del Comune.
Gli «americani» avevano voluto distinguersi anche col decorare, con carte da parato straluccicanti di stagnina a vari colori, con lanternini giapponesi e rami verdi di alloro, il palchetto della loro banda, rizzato nel posto di onore trattandosi di banda militare che «poteva insegnare la musica alle bandicelle di paese».
Quel «bandicelle» dispregiativo lo ripetevano a ogni po\', per fare rabbia agli invidiosi.
Anche i ragazzi si mostravano partigiani. Menu, col permesso del nonno, era andato ad appostarsi in prima fila sotto il palchetto della banda degli «americani»; e, a ogni pezzo sonato, applaudiva calorosamente, si sgolava a gridar: «Viva!» voltandosi di qua e di là per aizzar gli altri a gridar come lui. Primo a cominciare, ultimo a smettere, si era accorto di un impertinente che, quasi appiattato all\'angolo del palchetto, osava di fischiare. Gli corse addosso e gli scaraventò un pugno sul viso; l\'altro gli appioppò un ceffone in risposta, e rimasero per un istante a guardarsi in cagnesco.
«Hai fischiato?»
«Faccio quel che mi pare. Che te ne importa?»
«M\'importa; è la nostra banda».
E calcò la voce su quel «nostra».
«Sei \"americano\" anche tu?»
«Ho due fratelli in America. Va\' a fischiare piuttosto la tua bandicella che stona!»
L\'altro mise due dita in bocca e cacciò un fischio più forte. Si afferrarono, si rotolarono per terra. Menu era proprio inferocito. Una guardia municipale accorse, li divise, e prese per un braccio Menu che si divincolava volendo raccattare il berretto che gli era cascato per terra.
«Non è niente! Ragazzi!»
Lo trascinava per allontanarlo di là e impedirgli di ricominciare. Si udì una voce:
«Menu, ti vuole il nonno!»
«Dov\'è? Andiamo», fece la guardia un po\' seccata.

19. Menu si sente ormai un \"americano\".

Attraversando la folla, tenuto sempre pel braccio dalla guardia che diceva a ogni passo: «Con permesso, signori miei!» Menu aveva un\'aria spavalda affatto insolita a lui. Gli pareva di aver fatto una bella cosa, da vero «americano» perché aveva sentito dire che questi fanno subito a pugni a ogni piccola questione. Don Pietro Ruffino, il giovane sarto, gli aveva anche mostrato, tre giorni addietro, la bozza di acciaio che usano là; la chiamano così.
«Si portano in tasca, e all\'occasione quando... si fa in questo modo: quasi come un guanto e poi giù! ... Rompe le ossa».
«Se avessi avuto quella bozza!» pensava Menu.
E avrebbe dovuto pensare invece alla sgridata del nonno e della mamma che si sarebbe buscata.
Non si era neppure accorto di avere il vestito tutto insudiciato di polvere.
«Come?» rispose ai rimproveri. «Fischiava la nostra banda».
Lo zi\' Santi non aveva capito bene.
«Ti preme tanto, la banda di Ràbbato?» domandò. «Oh, nonno! La nostra, quella degli \"americani\"», fece Menu maravigliato che il nonno potesse prendere quell\'abbaglio.
Intanto le bande erano scese dai palchetti, e parte della gente sfollava dalla piazza per avviarsi dietro ad esse verso la chiesa di Sant\'Isidoro, e godersi l\'uscita del Patrono e la processione; parte invadeva le vie e osservava i preparativi dei fuochi d\'artifizio degli «americani».
Lo zi\' Santi e la gnà Maricchia, tornati a casa, si erano seduti ai lati della porta, in attesa che la processione passasse per là. Menu faceva la guardia al loro fuoco d\'artifizio addossato alla cantonata vicina.
Piccole brigate di giovani contadini andavano attorno, divertendosi a spaurire i parenti degli \"americani\" fingendo di volere accendere le micce con la punta dei loro sigari, e incendiare le macchinette prima dell\'arrivo del santo. Strilli, proteste, risate, e i giovanotti passavano oltre per ricominciare lo scherzo più in là.
«Vuoi scomettere che questa qui non prende?» disse uno di essi a Menu.
E tese il braccio col sigaro acceso.
Menu gli diè un colpo sulla mano e gli fece cascare il sigaro a terra».
Il nonno lo sgridò:
«Stupido, non capisci che scherzano?»
«Si meriterebbe uno scapaccione», disse il contadino, raccattando il sigaro. «Ma è ragazzo...»
E tirò via per raggiungere i compagni.
Si udivano gli spari lontani, e il suono indistinto delle bande; la processione si avvicinava.
Tutto a un tratto, in fondo alla via, scoppi di bombe e un gran chiarore. In mezzo dei fuochi d\'artifizio, già si vedeva la statua del santo, con attorno la raggiera di argento e le fiammelle delle torce che sembravano d\'oro. Pareva campata per aria, tutta circonfusa dal fumo degli spari.
Questi cessavano per qualche momento, la processione s\'inoltrava e la bara del Patrono era costretta ad arrestarsi di nuovo. Nella via si circolava appena. Gli spettatori si sporgevano dalle finestre e dai balconi per godersi meglio lo spettacolo. E sembrava che, di mano in mano, a ogni passo del santo Patrono, la via grondasse fuoco, tra il rapido girare delle ruote schizzanti fiammelle, e lo scoppiare delle bombe che rimbombavano dall\'alto in pioggia di stelle a diversi colori, o si spiegavano in palme di fuoco, estinguendosi rapidamente sul fondo scuro del cielo.
Quando sant\'Isidoro, col manico del pungolo dell\'aratro tra le mani unite in atto di preghiera, venne a fermarsi davanti alla casa dei Lamanna e i fochisti davano mano agli spari, Menu cominciò a saltare dalla gioia, ma invece di gridare, come gli altri: «Viva sant\'Isidoro!» con l\'ultima bomba, lanciò per aria un: «Viva gli \"americani\"!» che provocò una gran risata.
La pazza

20. Dalla \"Merica\" giungono anche cattive notizie e dolori.

La gnà Maricchia, udendo un brusio nella via, si era affacciata alla finestra.
«Che è stato, comare?»
«Dice che è impazzita la moglie dello Scarso».
«Poveretta! Come mai? Perché?»
«Dice che suo marito ha preso un\'altra moglie nella Merica».
«Date retta?»
«Pare impossibile anche a me», soggiunse la vecchina che aveva risposto alla domanda della gnà Maricchia.
«Ha portato la notizia il figlio dello zi\' Cola Nigido arrivato ieri», confermò un\'altra delle donne raccolte in gruppo là davanti.
«L\'ho vista io, vengo di là».
«Piange e ride... Fa compassione».
«Dopo un anno di matrimonio!»
«Non se lo meritava quella bella figliola!»
«Oh che sono senza legge di Dio nella Merica?»
Parlavano tutte a una volta.
La gnà Maricchia, strabiliata, si ritirò dalla finestra, facendosi il segno della santa croce, quasi c\'entrasse il demonio in quella trista faccenda.
Il figlio di Nigido si presentò lo stesso giorno in casa dei Lamanna. Recava una lettera di Santi e dei regali pel nonno, per la mamma e per Menu; tra le altre cose, un album con le vedute di vie, di edifizii, di giardini di New York che il ragazzo non si stancava di guardare.
La lettera era firmata soltanto da Santi, e concludeva: «Nigido, caro nonno, vi dirà il resto a voce».
Infatti, approfittando di un breve momento, mentre la gnà Maricchia e Menu erano occupati ad ammirare i regali, l\'\"americano\" sussurrò in un orecchio allo zi\' Santi:
«Devo parlarvi a quattr\'occhi».
Il vecchio, turbato, ordinò:
«Maricchia, Menu andate di là. Vi chiamerò poi».
«Qualche brutta notizia? Oh Dio!»
«Che vi passa pel capo, gnà Maricchia?»
E accennando con una strizzatina d\'occhio a Menu, fece intendere alla mamma, per illuderla, che si trattava di cose che il ragazzo non doveva sentire.
«Ma è vero», ella domandò, «che lo Scarso ha un\'altra moglie?»
«Se avessi potuto prevedere!... Ma lui m\'aveva detto: \"Sai? Di\' pure a mia moglie che si trovi un altro marito anche lei! Tanto, Ràbbato non mi rivedrà più\"».
«E come ha fatto per ingannare il sindaco?»
«Là non c\'è sindaci, zi\' Santi. Si fa alla spiccia. Si va davanti a un pastore...»
«I pecorai fanno da sindaci?»
«No, no; si chiamano pastori i preti, come qui diciamo il parroco. \"Questa è mia moglie; questo è mio marito\". Il pastore li benedice e tutto è fatto».
La gnà Maricchia tornò a segnarsi e uscì chiudendo l\'uscio; Menu era già andato via con l\'album sotto braccio.
«Dunque, figlio mio?» domandò lo zi\' Santi.
«È per Stefano. Ha preso la mala strada, coi cattivi compagni. Il povero Santi, che ha trovato lavoro in un parco... diciamo noi nella tenuta, di un gran riccone, di quelli che rimescolano i milioni con la pala, non sa più che cosa tentare. Dovreste far scrivere una lettera a Stefano in nome vostro, come se vi fossero arrivate all\'orecchio queste brutte notizie sul conto di lui, ma senza nominare Santi, per carità, e neppure, me!»
«Mi ascoltava poco quand\'era qui! Figuriamoci ora, così lontano!»
«Può capitar male da un giorno all\'altro. Santi se lo vede davanti a ogni far di luna, per spillargli dei soldi. È un peccato che quel giovane voglia perdersi».
«Gli farò scrivere dal dottor Liardo».
«In nome vostro. Non è cattivo, è traviato. A Santi più non dà retta, Vedendosi arrivare una lettera del nonno, mi diceva Santi, forse rimarrà scosso...»
«Forse!»
«C\'è qualche mala persona là tra i siciliani. E nocciono agli altri che lavorano e si fanno i fatti loro. Stefano è capitato male».
Lo zi\' Santi si strizzava le mani dalla gran pena che gli attanagliava il cuore, e non sapeva dir altro che: «Ah, Signore! Ah, Signore!» con voce che pareva un lamento.
«Non facciamo trapelar niente alla povera madre» soggiunse.
«Direte che abbiamo parlato di quel maiale dello Scarso. Avesse sposato almeno una donna più bella di sua moglie! L\'ha fatto pei quattrini. E un giorno, probabilmente, la pianterà, e lo vedrete tornare a Ràbbato, con tanto di faccia fresca, perché là si maritano e si smaritano con uguale facilità; e tu al levante e io a ponente, come se non si fossero mai visti».
«E la legge?»
«La legge è così, caro zi\' Santi. Non lo sapete? Quello è il Mondo Nuovo».
«Dovremmo contentarci del vecchio, figliuolo mio».
«Cè tante cose buone anche là, zi\' Santi. Se uno ha braccia e testa a posto... Chi credete che vi ha mandato il danaro per riscattare il fondo e la casa? Santi, Santi soltanto. Stefano anzi gli diceva: \"Abbiamo tempo tre anni. Che premura c\'è?\" E Santi gli rispondeva, l\'ho sentito con quest\'orecchi: \"Prima di partire da Ràbbato non parlavi così\"».
«È vero! È vero!»
«Fategli scrivere subito».
«Cerco oggi stesso del dottore».
La gnà Maricchia volle andare anche lei a vedere la povera moglie dello Scarso.
Non diceva niente, non faceva grandi stranezze.
Si guardava le mani, voltandole e rivoltandole, e, tutt\'a un tratto, scoppiava in una risata che spezzava il cuore, rimanendo seduta in un angolo della camera a pianterreno. Qualche volta canticchiava:

Mi maritai e un sacciu siddu è veru...
Ca havi cchiù di un annu ca un lu viiu.

E quel soffio di voce lento, monotono sembra uscisse dalle profonde viscere della disgraziata.
Allora la madre di lei riprendeva a picchiarsi con le palme della mani sulle cosce, per atto d\'imprecazione, ripetendo forte tra i singhiozzi:
«Signore, vo\' vederne esperienza, Signore!»
La vera pazza pareva lei.
«Ma com\'è avvenuto?» domandò la gnà Maricchia a una delle donne che stavano là, tentando di confortare almeno la madre.
«Lo scellerato le ha mandato a dire: \"Trovati un altro marito\". Ed è rimasta come di sasso, bianca in viso, con gli occhi spalancati così... Non dovevano dirle niente. Occhio non vede, cuore non crede. Ieri piangeva e rideva; ora non più. Ride qualche volta, canticchia, sta là, immobile, giorno e notte da tre giorni. Non lo nomina neppure. Le parlate e non risponde, istupidita, col cervello che le è andato via... Scellerato! Come ha potuto farlo?»
E siccome la madre tornava a picchiarsi con le palme delle mani sulle cosce, per imprecazione, ripeteva: «Signore! vo\' vederne esperienza, Signore!» la gnà Maricchia le disse:
«State zitta comare! Fatelo per vostra figlia! Vi pare che non capisce? È giovane; superarà il colpo».
E andò via mormorando:
«Ah, questa Merica maledetta!»
Proprio come aveva esclamato in campagna il vecchio Lamanna.
Menu vuol partire

21. Le notizie che giungono su Stefano confermano le ansie del nonno.

Eppure non ostante l\'avversione che le cattive notizie intorno a Stefano gli alimentavano nel cuore riguardo all\'America, lo zi\' Santi a ogni nuovo arrivo di emigranti sentiva una crescente compiacenza di vederli quasi trasformati da quei rozzi contadini che erano andati via. Quasi tutti avevano nell\'aspetto un che di spigliato, di fiero, per l\'orgoglio di esser tornati a Ràbbato con molti quattrini guadagnati lavorando. Vestivano pulitamente, parlavano più spediti del solito — avevano tante cose da dire! — e badavano ai loro interessi con una certa furberia, da gente punto disposta a farsi mettere in mezzo.
A quanti ne incontrava per le vie, o andando in campagna, ripeteva la stessa domanda, come la gnà Maricchia: «Avete visto i miei nipoti?»
Nessuno li aveva visti. Uno finalmente rispose:
«Ho incontrato due volte il maggiore. Si è lasciato crescere la barba».
«Perché?»
«Forse per risparmiare i quattrini che spendeva a farsi radere».
Lo zi\' Santi rimase imbarazzato; Stefano con la barba non gli pareva più lui; non riusciva a figurarselo. E pensò amaramente: \"Il cervello avrebbe dovuto farsi crescere!\"
Il giovane contadino, corto, tarchiato, andava a piedi a visitare un fondo vicino alla Nicchiara. Camminava lesto, fumando, accanto alla mula dello zi\' Santi.
«È un buon terreno quello di Rocco Mulè?» domandò. «Voi dovete saperlo».
«Lo vende?»
«Siamo in trattative. Ho i quattrini alla posta, nei libretti; ma è meglio impiegarli. Compro anche una casa, quella dei Michelazzi. È un mezzo sfasciume; la rifabbricherò a modo mio, all\'americana, zi\' Santi».
«Come sono le case nella Merica? Senza porte e senza tetto?»
«Intendo dire con tutte le comodità. Mia madre deve avere la buona vecchiaia. Ha lavorato sempre, poveretta, rompendosi il petto e le braccia a tesser tela per gli altri. La tela gliel\'ho portata io; dovrà godersela».
«Bravo!»
«E poi, al ritorno prenderò moglie. Ci siamo già dati la parola con la figlia di mastro Cola Russo, il falegname che ha la bottega poco distante da casa vostra».
«Buona ragazza davvero; lo dice tutto il vicinato. Hai dunque intenzione di andartene via un\'altra volta?»
«Fra due mesi, zi\' Santi. Quando avrò messo insieme un nuovo gruzzoletto, tornerò e non mi muoverò più. L\'America è bella, ricca, ma a casa propria si sta meglio... se si ha tanto da non dover patire la fame nei primi mesi... Poi...»
S\'interruppe fermandosi sulla proda dello stradale, per guardare nella sottoposta vallata.
«Il fondo di Rocco Mulè è quello là, se non sbaglio».
«Quello col cipresso accanto alla casa».
«Prendo la scorciatoia. Vi saluto, zi\' Santi. Ho voluto venire a vederlo solo. Rocco chiacchiera troppo; mi stordisce la testa. Ed ha certe pretese! Che s\'immagina? Che i quattrini io li abbia avuti in regalo? Ogni centesimo, zi\' Santi, è una goccia di sudore della mia fronte».
«Lo credo, figlio mio. Il Signore ti aiuta, perché vuoi bene e rispetti la tua mamma».
Mentre quello prendeva la scorciatoia, lo zi\' Santi lo seguiva con l\'occhio. Ecco, in quattri salti si era lasciato dietro la rampa scoscesa dello stradale, e già infilava la viottola del fondo di Rocco Mulè. Come si era sveltito in poco tempo!
E riprendendo il cammino verso la Nicchiara, lo zi\' Santi pensava al nipote Stefano che si era lasciato crescere la barba, cosa che parecchi anni addietro non sarebbe passata per la testa di nessun contadino. Infatti egli era compiutamente sbarbato, come suo padre, come suo nonno, come tutti gli altri. Allora in casa sua il barbiere veniva pagato ad anno: due tùmmina di frumento e le mance per Natale e Pasqua. Oltre a radere doveva salassare una volta al mese. Allora s\'usava così: e si stava bene in salute, lontani dal medico e dallo speziale!
«Oggi il mondo è sottosopra. Sarà meglio, non dico di no», parlava ad alta voce quasi ragionasse con qualcuno. «Ai tempi della mia gioventù chi sapeva che esistesse la Merica? Si nasceva e si moriva nel proprio paese. Ora chi va qua, chi va là... E quello che si è lasciato crescere la barba!»
Non sapeva darsene pace.
Se avesse avuto una trentina d\'anni di meno, si sarebbe imbarcato per l\'America, unicamente per andare a dirgli: «Non ti vergogni? Fatti radere cotesti pelacci!»

22. Notizie di Santi.

Si trattenne soltanto un paio d\'ore alla Nicchiara, e tornò a Ràbbato di buon\'ora.
Menu, che era alla vedetta, vedendo spuntare la mula di fondo alla via, corse incontro al nonno, e prima che scendesse da cavallo gli annunziò:
«Ha scritto Santi!... Ha mandato quattrocento lire!»
«Poveretto! si leva il pane di bocca», esclamò il vecchio con la voce tremante dalla commozione, attaccando la mula alla mangiatoia.
«È arrivato oggi mastro Iano il Tignoso, con suo figlio. Vedi, nonno? Ha undici anni quanto me... ed è stato in America».
«Che maraviglia? Suo padre non poteva lasciare qui, solo, un ragazzo senza mamma né altri parenti».
«Dice che lui e suo padre non sono più italiani, ma americani».
«Già si son fatti rimpastare di nuovo!»
«Domandalo al dottore Liardo che ha visto le carte».
«Che carte! Che carte! Sciocco! Se tu vai putacaso a stabilirti a Palermo, a Messina, a Catania, non rimani sempre di Ràbbato, rabbatano nato? Sei stato a scuola e non capisci che il Tignoso vuol darsi l\'aria di vero americano. Gli hanno messo il bollo? Lo hai tu visto? Ne sballano tanti questi che vengono di là!»
«Non è neppur vero che il figlio del Tignoso va a una scuola dove gli insegnano un mestiere?»
«Che mestiere?»
«Non so: il mestiere delle macchine, pare».
«Gli servirà assai quando tornerà qui!»
«Non tornerà più. Parla inglese».
«Me ne compiaccio. Può dare a intendere quel che vuole... Cchiàppati! cchiàppati! cchiàppati! Parlo inglese anch\'io».
«Ah, nonno!... Lasciami andar con loro... Andrò a trovare Stefano e Santi... Gli ho scritto a Santi: \"Mandami il danaro pel viaggio\". Se me lo mandasse, eh? nonno!»
«Vuoi far piangere tua madre oggi? Santi, tra sei mesi, dovrà tornare per andar soldato».
«Dice che anche Stefano e Santi sono diventati americani, e perciò Santi non ha più l\'obbligo del servizio militare. Chi va là diventa subito americano: la legge è così».
«E Santi dovrà fare il soldato nella Merica?»
«Non c\'è leva da quelle parti; fa il soldato chi vuole; chi non vuole non lo fa... Eh! nonno? Eh?»
«E ti farai crescer la barba anche tu! »
Menu non comprese che volesse dire il nonno con queste parole. E gli andò dietro per le scale insistendo:
«Eh, nonno? Eh, nonno?»
La lettera di Santi nominava il fratello soltanto per dire che stava bene. Si diffondeva invece a parlare della farm — traduceva masseria — dov\'egli lavorava voluto bene dai padroni e dai compagni forestieri. Diceva che una figlia del padrone, stata anche in Sicilia, e che parlava l\'italiano da farsi capire, ogni tanto lo mandava a chiamare al palazzo e voleva dette le canzoni che cantano i contadini siciliani.
«Se li scrive», aggiungeva col suo misto linguaggio e la ribelle ortografia, «in un pitazzo. \"O che cosa bella! O checosa bella!\" E dopo che la scritto vuole sentirli un\'altra volta dalla mia bocca. Ha una macchina che canta e parla come un cristiano e ci ha voluto mettere una canzona nostra. Si canta nella bocca di la macchina e la voce e li palore restano: pare una magaria. Io mi vergognavo di cantare davanti a tutti e mi lasciarono solo per fare entrarvi la voce là dentro. E cce restata che mi pareva di sentire un altro con la mia stessa voce nella replica.
Dicevano: O che cosa bella! O che cosa bella! E m\'anno rigalato venti dollari cioè cento lire della nostra moneta, che ne canterei dieci al giorno per venti dollari a ogni canzona. E noi non le calcoliamo!
Ora dice che vuole contare le nostre favole. Ci vorrebbe lo zi\' Irpino Cudduruni che ne sa tante che li sa contare che mi ricordo saremmo restati senza mangiare per sentirlo nell\'anto anche belli grandi e grossi. E la notte cci penso per ricordarmene: quella di Pilusella, di lu Lupunaro e tutto. Cci volesse che la signorina mi dasse altri venti dollari. Caro, nonno, qui non si fà niente per niente, e perciò uno lavora di cuore, che si guadagna la sua giornata».
Si vedeva che il povero Santi l\'aveva scritta a più riprese, per intrattenersi quasi ogni giorno coi suoi cari lontani. Intanto non trovava nulla da dire intorno a Stefano, come se non fosse a New York anche lui.
«E Stefano?» domandò la gnà Maricchia che era stata tutt\'orecchi ad ascoltare la lettura, quasi avesse voluto ingoiarsi le parole.
«Non hai sentito? Sta bene».
«Ma che cosa fa?»
«Quel che fa Santi: lavora».

23. Menu è disposto a tutto, pur di partire.

Menu, non aveva detto al nonno e alla mamma che dentro la busta aveva trovato una letterina diretta a lui e che se l\'era nascosta in tasca per leggerla da parte, certo che Santi aveva risposto alla sua.
Si chiuse nella sua cameretta, con un pretesto e spiegò il foglio.
Santi gli raccomandava di obbedire alla mamma e al nonno.
\"Questo lo so\", rispondeva Menu mentalmente.
Non era facile che il nonno gli permettesse di andare in America, anche quando lui gli avesse mandati i danari pel viaggio.
Tra un anno, se tornava a Ràbbato, come sperava, avrebbe tentato di persuadere il nonno e la mamma. Che poteva andare a fare in America alla sua età? Là bisognava lavorare di braccia. Intanto, da fratello che gli voleva bene, avrebbe cercato dove allogarlo.
\"E il figlio del Tignoso lavorava forse di braccia?\", gli rispondeva, quasi Santi potesse udirlo, indispettito.
Se invece di mandarle al nonno, che non ne aveva bisogno, avesse mandato a lui le quattrocento lire! Sarebbe partito alla chetichella, assieme con gli altri che sapevano la strada.
Non erano andati via Stefano e lui, contro il volere del nonno e della mamma? E la mamma e il nonno si erano messi il cuore in pace. Sarebbe avvenuto lo stesso anche ora.
Brancicava il foglio, così pensando, quasi le cose che portava scritte fossero colpa di lui. Pestava coi piedi ripetendo:
«Malannaggio! Malannaggio! Che non ci sia un mezzo di crescere subito!»
Si fermò tutt\'a a un tratto. Una cattiva idea cominciava ad insinuarglisi nel cervello. Gli luccicava davanti agli occhi, come se fosse là, a portata di mano, il mucchietto delle quattrocento lire nuove che il nonno avrebbe ritirate domani dalla posta. Le avrebbe riposte nella cassetta del tavolino dove soleva serbare i quattrini, sicuro che non le toccava nessuno... Zitto, zitto una mattina di buon\'ora, se le sarebbe prese e via con mastro Iano il Tignoso e suo figlio! Si faceva trovare alla stazione.
Che poteva importare ad essi se il nonno e la mamma sapevano o non sapevano?
«I quattrini?... Me li ha dati il nonno... Me li ha mandati mio fratello Santi, apposta. Direte che sono un altro vostro figlio».
Gli pareva di ragionare con mastro Iano alla stazione.
Appena sopra mare chi lo agguantava?
E lo stesso giorno andò in cerca del figlio del Tignoso per domandargli quando ripartivano.
«Non lo so; presto, credo. Mi par mill\'anni di tornare alla scuola di meccanica».
«Partirei tanto volentieri anch\'io!»
«Ti ci vogliono le carte».
«Quali carte?»
«Oh, è un affare noioso! Ma ci vogliono; se no, è inutile imbarcarsi. Alla batteria ti impediranno di scendere a terra; dovresti tornare addietro. La batteria è il punto dove si sbarca vicino a New York; là sono gli agenti del commissariato... Una confusione, caro mio! Migliaia di persone, coi fagotti della loro roba in ispalla...»
«E tutti hanno le carte? Si comprano qui? Dove?»
«Le fa il sindaco, il prefetto... non te le so dire precisamente. Non si paga niente, ma dovrebbe chiederle tuo nonno».
A ogni parola di quel ragazzo, che parlava come un uomo maturo Menu si sentiva stringere il cuore. Il suo bel castello in aria crollava tutt\'a un tratto!
«Portami via con te! » disse con voce supplicante. «Le carte non può farle tuo padre? Come fece per te... Malannaggio! Malannaggio!»
E alzava le braccia, coi pugni stretti, quasi minacciasse qualcuno.
«Che ti è successo?» gli domandò la madre, vedendolo tornare accigliato, col viso scuro...
«Ci vogliono, dice, le carte! » rispose buttando per terra il berretto e torcendo gli occhi.
«Chi le vuole? Che carte?»
Menu si accorse di essersi lasciato scappar di bocca parte del suo segreto; ma non si riprese.
«Le carte per andare in America! Voglio andare in America, mamma! Lasciami andare, mamma! Dillo tu al nonno che mi lasci partire!... Le carte dovrebbe richiederle lui al sindaco. Voglio andare! Voglio andare!»
La gnà Maricchia era atterrita di quell\'improvviso scoppio rabbioso; le sembrava che al ragazzo si fosse esaltato il cervello.
E lo prendeva tra le braccia, e gli accarezzava la testa ripetendo:
«Menu! Menu! Figlio del mio cuore! Menu!»
Egli tentava di svincolarsi con le mani.
«Ma che ti è successo, Menu?»
«Voglio andare... in America!... voglio!...»
Uno scoppio di pianto gli soffocò la voce in gola.
«Ma che ti è successo?»
La povera madre non poteva spiegarsi quella che le pareva una smania improvvisa. Non gliene aveva mai sentito parlare, e perciò continuava a chiedere spiegazioni delle parole e del pianto che le straziavano il cuore, come se quel figliuolo le stesse davanti ferito, malato, colpito da grave disgrazia.
«Menu! Menu!... Zitto! ecco tuo nonno».
Il vecchio Lamanna saliva la scala tossicchiando. Tornava dalla posta con le quattrocento lire in oro strette nel pugno, avvolte in un pezzettino di carta.
Si fermò su la soglia.
«Che c\'è? Fa il capriccioso? Sentiamo».
«Dillo al nonno, giacché non hai voluto dirlo a me!»
Vedendo che Menu continuava a piangere con tanti singulti, la gnà Maricchia soggiunse:
«È impazzito; vuol andare in America!... Anche lui!»
E nella voce della povera donna si sentiva lo strazio per i figli partiti da quasi due anni e che non pensavano a ritornare. Lo zi\' Santi fece un viso severo e, contrariamente all\'aspettazione di lei e di Menu, rispose:
«Lo faremo partire!»
Il dottor Liardo

24. Che cosa aveva fatto cambiare idea al nonno?

Uscito di casa per andare alla posta, lo zi\' Santi aveva incontrato il dottor Liardo che quel giorno faceva le sue visite a piedi.
«Come mai, signor dottore?»
«Per sgranchirmi le gambe. La verità è che ho dovuto prestar l\'asina a mio cugino. E voi?»
«Vado alla posta».
«A prender quattrini? Vedete se i vostri nipoti hanno avuto ragione di andare in America? Accompagnatemi un po\'; vi accompagnerò poi fino all\'ufficio postale».
Il dottor Liardo si compiaceva di conversare con quell\'uomo patriarcale, come soleva chiamarlo. Si divertiva soprattutto a studiare in lui lo stupore del vecchio in faccia a tante cose nuove.
Di tratto si fermava davanti a una casa in fabbrica.
«Danaro americano», diceva. «A poco a poco il paese si trasforma. Qui c\'erano due sudicie casupole terrane, ricordate? E vi sorge una casetta a due piani, con balconi. Non vogliono saperne di finestre gli \"americani\". Guardate: là, in quell\'altra casa, le hanno già mutate in balconi: è una mania».
Passavano davanti alla chiesa di Sant\'Isidoro. La porta grande era spalancata. Il parroco, in robone e berretta a tre punte, sorvegliava i lavori del pavimento.
«Grande novità, signor parroco!»
«La carità dei fedeli supplisce alla tirchieria del Governo. I quattrini vengono da lontano, dall\'America. Ma ne occorrono ancora, la spesa è grande».
«Ne verranno altri, non dubitate».
«Ha visto l\'altar maggiore? Una bellezza! C\'è scritto sotto: \"A spese dei rabbatani di America\". Cinquemila lire, dottore. Tutto di marmi fini scolpiti. Han mandato di là fino il disegno. Una bellezza! Il pavimento, quando sarà finito, luccicherà come uno specchio. Siamo appena alla metà».
«Mi rallegro! La riverisco!»
«Meno male che pensano alle chiese!» disse lo zi\' Santi.
«Pensano anche alle terre: questo è ancora meglio. Significa che torneranno, e le coltiveranno con più amore, ora che sanno di essere proprietari».
«Voscenza dice bene. Ma non tornano tutti».
«Non importa. Ecco un\'altra casetta pulita, con la facciata intonacata, con le imposte tinte in verde. La pulizia delle persone. La miseria ci rende sporchi; è il nostro maggior difetto, perché infine la pulizia costa tanto poco! Sapete come ci chiamano in America? Sporchi italiani! E specialmente per noi siciliani, pei calabresi, per gli abruzzesi, hanno proprio ragione. Là però i nostri contadini si trasformano. Troppo, forse».
«Quando penso che Stefano si è lasciata crescere la barba! È cattivo segno, signor dottore».
«Un po\' di pelo di più in viso non fa niente! Ecco là mastro Iano il Tignoso; ha messo tanto di baffi; sembra un altro, ma ha portato quattrini anche lui. Chi sta in disagio ora sono i galantuomini che continuano a fare i fannulloni. Tra dieci anni i veri galantuomini saranno gli \"americani\"».
«Chi esce riesce, dicevano gli antichi. Il male è che qui già mancano le braccia».
«Se i contadini fossero pagati meglio, non andrebber via».
«In che modo, signor dottore?»
«Non so, io faccio il medico. Ci devono pensare gli altri».
«Chi? L\'avvocato Marano guastateste? Dice che la roba degli altri è roba di tutti».
«Non ha niente da perdere lui. Ma gli \"americani\", ora che son diventati possidenti, non gli danno retta. Se la son guadagnata con stenti la loro roba, l\'hanno messa insieme a furia di risparmi e di sobrietà (è la gran virtù dei nostri contadini) e vogliono godersela loro. Io, che tesso e ritesso il paese anche nelle più remote viuzze, rimango maravigliato di questo senso di crescente benessere che osservo dappertutto. Ve n\'eravate accorto?»
A ogni novità veduta, a ogni spiegazione del dottore, il vecchio Lamanna si sentiva allargare il cuore, quasi qualcosa di tutto quel crescente benessere gli rimanesse nel sangue, gli vivificasse i polmoni. E non se ne rallegrava per sé — era già vecchio, abituato all\'antica, rassegnato alla vita dura — ma pei suoi nipoti, per tutti gli altri, pel paese dov\'erano nati e dovevano vivere e morire come un\'unica famiglia, perché la terra del paese natìo lega anche nostro malgrado.
Nella piazza grande, il dottore, fermatosi, continuava:
«Qui Bacareddu mette su un piccolo caffè... Là, la moglie e la figlia di Centonze hanno aperto una bella merceria. Don Franco non ci ha avuto piacere: gli fanno concorrenza proprio sul muso; ed ha dovuto ritingere il suo sudicio scaffale, e provvedersi di merce nuova per non chiudere bottega. Gli avventori affluiscono là dirimpetto, anche perché sono trattati con garbo, mentre don Franco pare un orso nei modi, quasi faccia una grazia dando la roba che la gente va a comprare da lui. Il marito della Centonze va e viene dall\'America e rifornisce ogni volta il negozio. Don Franco ha voglia d\'insinuare che si tratta di vecchi fondi di bottega. E quand\'anche? Qui sono bella novità e fanno comodo a tutti».
«Dice bene, voscenza».
«Sì, i nostri prendono facilmente qualche vizietto americano; un po\' di boria, un po\' di fasto, un po\' di chiacchiera... È inevitabile. Io mi diverto a sentirli parlare, anche quando m\'accorgo che vorrebbero farmi passare per stupido. Penso che parecchi di essi sono andati via marmotte, e non mi dispiace di vederli tornati con qualche eccesso di sveltezza. A voi sembra che Stefano abbia fatto chi sa che cosa lasciandosi crescere la barba...»
«Non questo soltanto, signor dottore!»
«Via! Qualche leggerezza da giovinetto. Si è trovato, di punto in bianco in mezzo a tante tentazioni... Attendetemi qui; ho finito».
Era la quarta volte che il dottore, interrompendo il ragionamento, lasciava lo zi\' Santi sulla via, davanti alla porta di un cliente, per fare una visita. Ed il vecchio rimaneva là, con un po\' di stordimento per quel che aveva visto ed udito.
Per lui, che non andava attorno e usciva di casa soltanto per recarsi qualche volta alla Nicchiara e, la domenica, alla messa cantata conducendovi anche Menu, quella trasformazione di Ràbbato, anche nelle vie traverse, nei vicoli, era stata una gran sorpresa. Se l\'avesse vista prima, forse non ci avrebbe neppur badato senza la spiegazione del dottor Liardo: danaro americano.
Si ricordò del giovane incontrato per lo stradale e che andava a vedere il fondo di Rocco Mulè per comprarlo. Danaro americano anche quello, che il giovane diceva di avere sui libretti postali.
Danaro americano questo che egli doveva ritirare dalla posta; e in quel momento gli tornò all\'orecchio la voce di Menu: «Eh, nonno? Eh, nonno? » E fu come una puntura d\'ago al suo cuore.
«Eccomi!»
Il dottore usciva allegro dalla casa del cliente.
«Sta meglio?» domandò lo zi\' Santi.
«La natura è il più gran medico, caro nonno!... Ora andiamo alla posta».
Ed ecco come era avvenuto che il vecchio Lamanna, tornando a casa e visto il nipote che piangeva perché voleva andare in America, aveva risposto dopo un istante di esitazione: «Lo faremo partire!»
Menu a New York

25. L\'arrivo a New York.

Menu aveva annunziato a Santi la sua partenza per l\'America ma la lettera aveva viaggiato con lo stesso piroscafo che portava lui a New York. Così egli non trovò nessuno ad attenderlo allo sbarco. Mastro Iano Motta, detto il Tignoso a dispetto della folta capellatura brizzolata che gli copriva la testa, lo aveva condotto a casa sua; e soltanto due giorni dopo, Menu accompagnato da lui, era riuscito a rintracciare Santi che fu stupito di vedersi il fratello davanti agli occhi; e da prima, per qualche istante, credette a un inganno di stranissima rassomiglianza.
In quei due anni, Menu era diventato quasi un giovanotto. Alto, robusto, decentemente vestito, col berretto alla marinara, comprato partendo per comodità del viaggio, si era presentato con una cert\'aria di affettuoso rimprovero, fermandosi a pochi passi di distanza da Santi che lavorava a ripulire la siepe di bosso di un viale.
Santi non rinveniva dalla sorpresa.
«Minuzzu! Minuzzu! Fratelluccio mio!»
Non riusciva a dirgli altro, accarezzandolo anche con quel diminutivo del nome adoperato quando Menu era bambino.
«Non hai ricevuto la mia lettera?»
«No. Figurati se non sarei venuto allo sbarco!»
«E Stefano?»
«Lo vedrai... più tardi», rispose Santi con qualche esitanza.
«È vero che ora ha la barba? Al nonno è dispiaciuto».
«Povero nonno! E la mamma?»
«Stanno bene, ti salutano tanto! Ti salutano tutti i vicini!»
«Te lo consegno sano e salvo, come me l\'hanno affidato», disse mastro Iano. «Durante il viaggio: \"Quando arriveremo? Quando arriveremo?\"».
«Mi pareva che non si arrivasse mai!» soggiunse Menu. «Venti giorni di mare!»
Santi avrebbe voluto sapere in che modo il nonno e la mamma si erano decisi a farlo partire da Ràbbato. Gli sembrava quasi impossibile; Menu non poté dirgli altro:
«È stato il nonno. La mamma non voleva».
In quei primi giorni il gran rumore delle vie di New York dava a Menu un\'impressione terrificante. Si teneva stretto alla mano del fratello, quasi dovesse a ogni passo accadergli la disgrazia di esser travolto dai trammi, dalle biciclette, dalle automobili; di vedersi precipitare addosso qualcuno di quei vagoni che passavano, sbuffanti, all\'altezza delle finestre delle case, e pareva si inseguissero tanto eran frequenti, con corsa sfrenata.
«E Stefano?» domandava Menu.
«Muta sempre di alloggio, oggi qua, domani là! » Santi aveva ottenuto di assentarsi dal lavoro per alcuni giorni. Voleva occuparsi di trovare qualche allogamento per Menu, e intanto non sapeva decidersi. Miss Mary, la padroncina entusiasta delle canzoni siciliane e delle fiabe, gli aveva promesso di pensare lei a collocare il fratello minore quando sarebbe venuto a New York; ma la buona signorina, da due mesi, si trovava a Trenton, in casa di una sua zia, e Santi ignorava quando sarebbe tornata.
Provvisoriamente poteva metterlo presso un compaesano che aveva bottega di fruttaiolo e vendeva aranci, limoni, fichi secchi, uva passa, un po\' per conto proprio, un po\' per un grossista palermitano, e faceva buoni affari.
«Tu sai di numeri, è vero?»
«Le quattro operazioni».
«La contabilità dello zi\' Carta non è molto difficile; egli sa leggere appena e scarabocchiare soltanto la sua firma. Ti dirà lui quel che devi fare. Ha mandato via da poco lo scrivano perché lo imbrogliava nei conti delle operazioni. Vieni; sentiremo».

26. Menu scopre che la vita in America presenta anche aspetti molto brutti.

Lo zi\' Carta non era cambiato da quello di quattro anni addietro, quando era partito da Ràbbato con un centinaio di lire in tasca oltre il danaro pel viaggio. Appena arrivato a New York, aveva scelto il suo mestiere: si era messo a rivendere aranci e limoni per le vie, urlandoli proprio alla rabbatana, fermandosi in certi punti dove lo sbirro, come egli diceva parlando dei policeman, non gli avrebbe dato fastidio; abbandonandosi ad allegre variazioni di banditore che, appunto perché non erano capite, facevano smascellare dalle risa i ragazzi, gli operai e le bambinaie dei quali era formata la sua clientela. Allora portava infilate al braccio le due ceste con la merce, e la sera tornando a casa, aveva le braccia così indolenzite da non poter alzarle facilmente.
«Poi, figlio mio», egli spiegava rivolgendosi a Menu, «tuo fratello lo sa, comprai una carrettina usata, e la ritinsi da me con quattro soldi di terra rossa. Vi mettevo su la cesta; si trattava di spingerla davanti... Potevo spendere per l\'affitto di una bottega? La mia bottega era la carrettina; la portavo dove volevo. \"Aranci! Aranci di Palermo!... E di che sono? D\'oro? E che mangiate? Miele?\" Pane e cacio, pane e cipolla e acqua fresca; due volte la settimana un bel piatto di maccheroni, che cucinavo da me... E così potei metter su bottega; una botteguccia (ricordi, Santi?) che sembrava una grotta affumicata... Me la imbiancai con queste mani, la ripulii; in alto i ritratti del nostro re e della nostra regina e torno torno, le tavole infisse al muro per le ceste con gli aranci e i limoni. Allora un piattone di pasta al giorno, un po\' di carne le domeniche... vino... niente... Mi ubbriacherò tutto a una volta quando tornerò a Ràbbato, col buon vino di Vittoria, di quello non battezzato... Ed ora, eccomi qui a dispetto degli invidiosi, di quelli che mi voglion male...»
«Dunque?» fece Santi.
«Sì, sì, finché non avrai trovato meglio. Un po\' di conti, qualche lettera. Il ragazzo sembra svelto; si sveltirà meglio, non dico con me, ma con gli americani, che pare abbiano l\'argento vivo addosso. 22" title="Leggi informazioni sul libro">Starà qui, come diciamo a Ràbbato, di casa e di bottega. Dovrà adattarsi. Quindici dollari al mese per cominciare... Ti va? Lo terrò come figlio. Ed ora parliamo di altro. Stefano...?
«Dov\'è? Non l\'ho ancora visto», fece Menu.
«Faglielo vedere quanto meno puoi!» disse il fruttaiolo rivolto a Santi.
«Perché?» domandò Menu.
«Perché... Non te l\'ha detto?... Perché tuo fratello ha preso la mala strada. Tanto, un giorno o l\'altro, lo avrebbe saputo», soggiunse lo zi\' Carta a un gesto di Santi. E continuò: «Gli ho fatto la predica l\'ultima volta che è venuto da me».
Santi ripeté il cenno con gli occhi.
«È meglio parlar chiaro», insisté lo zi\' Carta. «Se non fossi venuto a trovarmi, sarei venuto a cercarti io. Come? Anche tra paesani? La cosa comincia a seccarmi. Dice: \"Per vostro bene zi\' Carta\". Perché s\'intromette lui? Lasci che me la vegga io con quegli amici. Io non sono di quelli che subito s\'impauriscono. Con certa gente, più uno mostra di aver paura e più rincarano le pretese. \"Dieci dollari, zi\' Carta\". \"Ma io non li ho in serbo\". \"Che volete? Fate conto che vi siano cascati di tasca! Venti dollari, zi\' Carta!\" \"Tu scherzi!\" \"Se si trattasse di me! Imbasciatore io sono. L\'ho saputo per caso: ne volevano cinquanta! Ho detto: ma dove volete che li prenda quel povero diavolo?\" Se ne viene con questi discorsi, ed io non mi son rivolto alla polizia, per rispetto di suo fratello. Sarà per inesperienza, per buon cuore; chi sa con chi s\'immagina d\'aver da fare? Ma non tutti possono pensarla come me, che vi conosco da bambini, che ho conosciuto tuo padre, che conosco quel gran galantuomo di tuo nonno... In certi momenti però, te lo confesso, mi son domando: \"È un mafioso, un camorrista, un manonera anche lui?\"».
«Per carità, zi\' Carta!»
«Capisci bene, figlio mio, che se la cosa continua... Che intendi dire?... Mi sparano... Danno fuoco alla bottega? Mi buttano una bomba, come hanno fatto la settimana scorsa, cinquanta passi più in là, col vinaio di Mascalucia? Gli hanno uccise la moglie e una bambina, che facevano pietà a vederle, quasi ridotte due pezzi di carbone! Volevano trecento dollari. Il vinaio, uomo di fegato, rispose: \"Venite a prenderveli con le vostre stesse mani, con la vostra bella faccia, se avete coraggio: voglio vedervi negli occhi\"».
«L\'ho sentito raccontare», disse Santi.
«Credevano che il vinaio fosse nel negozio e così uno lanciò la bomba. Per sua buona sorte, il mascalucioto che arrivava in quel momento vide il gesto e vide l\'uomo fuggire... Gli corse dietro, l\'agguantò... e voleva buttarlo in mezzo alle fiamme della bottega per vendicare la moglie e la bambina. Due guardie glielo strapparono a stento di mano. Devo dirtelo? In quel momento mi passò per la mente Stefano...»
«Per carità, zi\' Carta!»
«Se tu sapessi che stretta al cuore».
Menu era stato ad ascoltare attentissimo, attratto anche dalla vivacità della narrazione di zi\' Carta, che pareva recitasse una parte da teatro, cangiando voce nei dialoghi, accompagnando alle parole i gesti, col movimento di tutti i muscoli della faccia da far venire la pelle d\'oca con quella storia della bomba. Non aveva capito bene perché c\'entrasse Stefano. Ed era preso da grande paura. Lo zi\' Carta aveva detto: «Mi sparano? Danno fuoco alla bottega? Mi buttano una bomba?» Per ciò quando all\'ultimo, il fruttaiolo, rivolgendosi a lui fece: «Puoi restare qui fin da ora», Menu rispose:
«No, Santi. Domani! Domani!»
Nessuno di quelli tornati dall\'America aveva mai detto a Ràbbato che là si ammazzava la gente con le bombe perché non voleva pagare venti, cinquanta, cento dollari. C\'erano dei ladri anche a Ràbbato, ma non a quella maniera. Le bombe le sparavano i fuochisti per la festa di sant\'Isidoro, e non ammazzavano nessuno.
Camminarono per un buon tratto di via silenziosi; Menu attaccato alla mano del fratello come un bambino che abbia paura di smarrirsi. Santi a testa bassa, con le sopracciglia corrugate, mordendosi lievemente le labbra.
«Ma che fa Stefano? Dimmi», domandò Menu, fermandosi. «Spara bombe anche lui, per ammazzare la gente?»
«È malato, all\'ospedale. L\'ho saputo questa mattina da Coda-pelata incontrato per caso. Andremo a visitarlo domani».
I due fratelli

27. Menu incontra Stefano.

Era stata una pietosa bugia. Infatti il giorno dopo, Santi e Menu si trovarono faccia a faccia su un marciapiedi della Quarta Avenue, con Stefano che andava in compagnia di due signorilmente vestiti, uno giovane, l\'altro maturo, con barba biondiccia che gli scendeva sul petto e un cappello a cencio a larghe falde, messo un po\' a sghembo quasi per bravata.
Più che maravigliato, Stefano parve impacciato di quell\'incontro.
«Oh, guarda! E chi lo sapeva? Da quanti giorni?»
Abbracciò, baciò Menu e disse a quei due:
«Permettete... È mio fratello, arrivato di fresco».
«Bravo, Menu! Chi se l\'aspettava?», e poi: «Ci rivedremo questa sera dallo svizzero», soggiunse scambiando due strette di mano all\'americano coi suoi amici.
Menu stentava a riconoscerlo. La barba nera, fitta, tagliata a punta, pareva una stonatura col vestito molto chiaro, col candore dell\'alto colletto stirato a lucido, con la rossa cravatta svolazzante fermata nel nodo da una spilla contornata di diamantini.
Una grossa catena d\'oro si stendeva da un taschino all\'altro del panciotto; grossi anelli gli luccicavano alle dita di tutte e due le mani. Fin il cappello grigio con falde strette, che lasciavano scappare un fitto ciuffo di capelli sulla parte sinistra della fronte, contribuiva a sfigurarlo.
«Non mi dici niente, Menu?»
«Ti salutano tutti, il nonno, la mamma».
«Stanno bene?»
«Sì, stanno bene».
«È da te?» domandò Stefano a Santi.
«Per ora».
«Potevi avvertirmi».
«Se si sapesse dove trovarti!»
«Avete fatto colazione? Andiamo da compare Cheli Murabitu che ha aperto da sei mesi un\'osteria. Vi si mangia bene. È nostro paesano; bisogno aiutarlo. V\'invito io».
«Gli amici ti aspettano», disse Santi, con qualcosa nella voce che poteva essere rincrescimento o rimprovero, o tutte e due le cose insieme.
«Non fare lo sciocco!... Su, andiamo».
E, preso Menu per una mano, camminando diceva: «Ti sei annoiato anche tu della vita di Ràbbato. Già, a poco a poco, Ràbbato intero sarà a New York. Io incontro un rabbatano a ogni due passi. Chi più, chi meno, tutti si rimpannucciano. Ce n\'è che mangiano a stento, pur di mandare danari a casa; pensano a ritornare tra i morti, pentiti di esser venuti per qualche tempo tra i vivi!»
«Pensa che tra quei morti», lo interruppe Santi, «ci sono la mamma e il nonno».
«Quelli non contano. La mamma, povera donna, che ne sa di queste parti? Il nonno ha ottantotto... ottantanove anni; è di altri tempi... Eppure, hai visto? Ha mandato qui Menu; mi pare un miracolo... Ecco Coda-Pelata!»
Il barbiere camminava in fretta, buttando le braccia una avanti e l\'altra indietro, come due remi che dovessero aiutarlo ad andar più lesto».
«Oh! Ben venuto, boy! Non mi fermo; vado di corsa. Vi saluto; ci rivedremo, boy».
E scappò.
«Perché mi dice boia?» domandò Menu sdegnato. «Sarà boia lui!»
«Qui significa ragazzo!» spiegò Stefano ridendo.
Svoltavano a destra, entrando in una via ingombra di carri lunghi e stretti, tirati da grossi cavalli, con operai affaccendati a caricare e scaricare balle di merci. Si procedeva a stento per scansare gli urti. Tutt\'a un tratto, un lungo fischio, un gran fracasso, un treno passava davanti i primi piani delle case fuggendo per la via traversa. Menu aveva abbassato la testa quasi se lo fosse sentito venire addosso.
«Ti abituerai», disse Stefano.

28. Nell\'osteria di compare Cheli.

Entrarono nell\'osteria. Uno stanzone con la volta e le pareti bianche, lucide, e poche finestre che davano sulla via. Altre finestre con grosse inferriate ricevevano un po\' di luce da un cortile donde veniva un rumore cupo, cadenzato, puff! puff! puff! In fondo, il bancone rivestito di zinco, e dietro ad esso un trofeo di bandiere nazionali attorno al ritratto di re Umberto in cornice dorata. In giro e nel mezzo, tavolini senza tovaglia occupati da avventori che mangiavano, bevevano, discorrendo a voce alta, picchiando nei bicchieri e nei piatti per sollecitare i garzoni.
Compare Cheli Murabitu, alto, magro, in maniche di camicia, con la zucca che gli luccicava nel centro contornata da pochi capelli castagni, il naso lungo, affilato, gli occhi piccoli e furbi e due orecchi aperti come due alette ai lati della faccia quasi stessero sempre ritti a origliare, era accosto a un tavolino, tenendo un bicchiere di vino levato in alto, per osservarlo contro luce.
Non parve molto contento di veder avvicinare Stefano. «Là ci sono tre posti liberi; vengo subito».
Guardò attentamente, con grande curiosità, Santi e Menu... «Chi ti riconosceva! » esclamò poi stringendo la mano a Santi.
«E questi? Ah! Il fratello minore... Lo raffiguro a stento. L\'ho lasciato bambino; cominciava ad andare a scuola; passava ogni giorno davanti alla mia bottega coi libri sotto braccio».
Menu affermò col capo; quantunque non si ricordasse di lui.
«Quel che avete di meglio, compare Cheli», disse Stefano. «Fate voi... E niente horse mit!... S\'intende».
«Che significa?» domandò Menu a Santi.
«Significa», rispose, «niente carne di cavallo. Probabilmente ce la darà lo stesso: ma è bene avvertirglielo. Vo a salutare mistress Anna, la padrona. Ha fatto un buon affare compare Cheli sposandola».
«Io non ne voglio carne di cavallo», disse Menu, appena Stefano si diresse verso il banco.
Un garzone, col grembiule bianco, portò tre bicchieri, una bottiglia d\'acqua e domandò:
«Bionda o bruna?»
«Per noi niente birra; mio fratello ordinerà dopo».
Compare Cheli si era accostato a Stefano, presso il banco, e tornava con lui al tavolino, dove Menu si sbocconcellava un panetto.
«Alla casalinga, anzi alla rabbatana! » disse compare Cheli.
«Abbiamo fretta», lo avvertì Stefano.
Menu si sentiva il capo intronato da quel puf! puf! che veniva dal cortile, e dal gran chiacchierio degli avventori.
«È la macchina per la luce elettrica; qui la via è stretta, con case troppo alte, e bisogna tenere accese le lampade da mattina a sera».
Mangiarono zitti. Santi era preoccupato; aveva qualcosa sulla punta della lingua — Stefano se n\'era già accorto — e faceva sforzi per trattanersi.
«Eh, Menu?» disse Stefano per sviare il pericolo d\'una spiegazione col fratello. «Non è meglio questo locale, che il Casino dei civili di Ràbbato? Ed è un\'osteria! Ho sentito dire che Raccareddu ha aperto un caffè. Ci rimetterà i piccioli portati via di qui».
Passava da una domanda all\'altra, con allegria stentata. E la festa del Patrono? E il pavimento della chiesa? E il tale? E la tale?
Menu lo guardava per scoprire se anche Stefano aveva il dente d\'oro. No, non gli luccicava niente in bocca.
«Dunque a rivederci, compare Cheli», disse all\'ultimo Stefano, accendendo un sigaro.
«Ma presto, mi raccomando... Non dobbiamo guastarci».
«Che discorso è questo?»
«Sai come si dice? Conti corti e amicizia lunga».
«A me piacciono anche i conti lunghi», rispose Stefano. «A rivederci, compare Cheli!»
E il saluto aveva aria di ammonimento.
«Ah, Stefano! Stefano!... Se il nonno e la mamma sapessero!»
«Tu bada ai fatti tuoi. Quando Menu si sarà un poco impratichito della vita di qui, io potrò procurargli un posto di fattorino presso una piccola banca, tanto per cominciare».
«Per ora c\'è chi ci pensa».
«Miss Stoppa? Io la chiamo così per quei suoi capelli che paiono proprio di stoppa».
«Non siamo degni neppur di nominarla quella buona signorina!»
«Ti ho toccato nel debole!... Addio, Menu».
Si allontanò sghignazzando.
La «Mano nera»

29. Menu al lavoro.

Da due mesi Menu era dallo zi\' Carta un po\' da contabile, un po\' da giovane di bottega.
Stava ancora con l\'animo sospeso, e squadrava da capo a piedi gli avventori che affluivano, specialmente quelli che erano decentemente vestiti e portavano fagotti e panieri in mano.
Si divertiva un po\' occupandosi a disporre nelle ceste gli aranci avvolti nella carta stampata a colori diversi; formava disegni a croce, a rosoni, a circoli, perché allettassero l\'occhio dei compratori, secondo la qualità, secondo il prezzo; e in ogni cesta metteva un arancio senza involucro, per mostra.
Così pei limoni, pei cedri, per le cassette di uva passa, di fichi secchi.
Quando non aveva da fare, si sedeva sull\'uscio dalla parte interna, e leggeva il giornale allo zi\' Carta, che ora lo comprava ogni giorno, e voleva le notizie della Talia, della Siggilia, maravigliandosi che quei bestia dei giornalisti non dessero neppure notizia di Ràbbato, come se non esistesse.
E un giorno che il foglio riportava un dispaccio con l\'annunzio di una scossa di terremoto avvenuta colà, la compiacenza dello zi\' Carta fu tanta, che si lasciò scappare di bocca:
«Ci vorrebbero almeno tre terremoti al mese per sapere qualcosa di lassù!»
Ma soggiunse subito:
«Dio ne scansi!»
Già Ràbbato lo aveva tutti i giorni sotto gli occhi nelle due larghe cartoline affisse al muro, insieme con l\'immagine di sant\'Isidoro, com\'era nel quadro dell\'altare maggiore della sua chiesa, con gli angioli che aravano mentre il santo glorioso faceva orazione, e il re, venuto a certificarsi del miracolo, apriva le braccia e spalancava gli occhi, che pareva proprio vivo.
«Cose dei tempi antichi. Oggi santi non ce ne sono più!» concludeva ogni volta che si raccomandava al santo Patrono perché lo aiutasse a far prosperare il suo negozio.
E poi, occorrevano forse le cartoline e le immagini del santo per ricordarsi ogni giorno di Ràbbato?
Non ne passava uno che egli e Menu non si sentissero salutare da qualche «americano» del paese:
«Come va, zi\' Carta?»
«Ah! Sei ancora qui? Ti credevo già andato via».
«Chi sta bene non si muove».
«Salutiamo, zi\' Carta! Tu sei nipote di zi\' Santi Lamanna, mi pare».
«Sì», rispondeva Menu.
Di tanto in tanto, ecco Nascarella col suo organino, e la moglie e la figlia che cantava in siciliano, storpiando le canzonette napolitane. Si fermavano davanti ai caffè, davanti alle osterie della via e la gente usciva fuori per guardare quella ragazza che si sgolava, contorcendosi, ballando, facendo scoppiettare le castagnette, con gran stupore di Menu che vedeva Nascarella travestito da napolitano, coi fiori al cappello, e le due donne coi cappellini sgualciti infiorati stranamente, e certe vesti rosse e verdi evidentemente comprate da un rigattiere. Agli americani dovevano però sembrare proprio costumi napolitani, si divertivano allo spettacolo, a star a sentire, e buttavano bei soldi nel piattino delle donne che andavano attorno e raccattavano a terra quelli che piovevano dalle finestre piene di curiosi.
Nascarella, per saluto al paesano faceva una breve sosta davanti alla bottega dello zi\' Carta e le due donne accettavano volentieri un regalo di arancie sbucciandone qualcuna, e mangiandola: per rinfrescarsi la gola, diceva la ragazza. Qualche volta accadeva di veder passare tre quattro poveri rabbatani che parevano sperduti, e con la fame sul viso. Lo zi\' Carta li riconosceva agli abiti, alle mosse, e non s\'ingannava mai, preso da grande pietà per quei disgraziati.
«Voi siete di Ràbbato?»
«Sissignore!»
«Io sono lo zi\' Paolo Carta; e questo è nipote dello zi\' Santi Lamanna».
«Ah!»
Quei poveretti quasi non credevano alla fortuna di avere incontrato due compaesani.
«Siamo stati ingannati. Ci hanno lasciato in mezzo a una via. Non sappiamo come fare».
«Vi condurrò io dal commissario... Intanto... Venite con me...»
Li faceva entrare nella vicina osteria.
«Prendete un boccone. Se non ci aiutiamo tra noi! Non sono ricco...».
Così ne aveva consolati parecchi, trovando di collocarli bene, di salvarli dalle unghie degli sfruttatori.
Menu, che passava tutte le domeniche in compagnia di Santi, aveva riveduto due sole volte Stefano dalla mattina in cui erano stati a colazione nell\'osteria di compare Cheli Murabitu.
La prima volta era venuto col pretesto d\'informarsi se miss Stoppa fosse tornata.
«Io avrei da collocarti come fattorino in una banca; poi potresti passare ad usciere e andare su su, se sapresti fare».
«Che banca?» aveva domandato lo zi\' Carta. «Di quelle che falliscono a ogni sei mesi?»
«Voi non ve n\'intendete».
«Lasciane la cura a Santi. Se lo prende a proteggere la figlia del suo padrone...»
«Sarà un pulcino... nella stoppa», sghignazzò Stefano.
«Hai voglia di chiamarla miss Stoppa! Quella ci ha qualche milioncino che non avremo mai né tu né io».
«Suo nonno vendeva cerini, dicono».
«Questo le fa onore».
«Diglielo a Santi che il posto è pronto. Avete sentito, zi\' Carta? Hanno accoltellato il mascalucioto».
«Dopo che gli hanno ammazzato la moglie e la figlia!»
Aveva dato la notizia sul punto di andar via.
«Se la caverà con trenta giorni all\'ospedale. Vi saluto, zi\' Carta. Se scrivi al nonno e alla mamma...»
«Tu non hai mani per prender la penna?»
«La zappa m\'insegnò il nonno, zi\' Carta».

30. Una brutta avventura con la \"Mano nera\".

Una mattina, Menu aveva notato due figuri che pareva facessero la ronda, passando e ripassando davanti alla bottega. Lo zi\' Carta, dietro il piccolo banco, contava certi quattrini da portare alla posta, e ne faceva tanti pacchetti da cento lire l\'uno.
«Vado e torno subito», disse.
Menu, che dalla soglia della bottega non aveva perduto d\'occhio quei due, si accorse che uno di essi, all\'uscire del suo padrone, si era allontanato in fretta.
Poco dopo, vide spuntare Stefano e gli parve che, per un piccolo tratto della via, fosse accompagnato da colui che aveva lasciato l\'altro a fare la guardia.
Stefano andò di filato alla bottega.
«Che ti ha detto Santi?»
«La signorina tornerà tra giorni».
«Va bene, mi farete sapere qualcosa».
Si aggirava per la bottega, osservando le ceste, come uno che non avesse altro da fare. Poi si fermò, si accostò a Menu e quasi sottovoce gli disse:
«Dovresti darmi una ventina di lire; te le renderei fra tre giorni».
«E chi le ha?» rispose Menu maravigliato della richiesta. «Dalla tua mesata».
«Non ho manco un soldo. Lo zi\' Carta la paga a Santi».
«Prendile dal cassetto. Ci saranno ben più di venti lire».
«Neppure se avessi io la chiave! Ma ti pare!»
«Bella fiducia ti ha il tuo padrone! Fa\' conto che non ti ho detto nulla. Hai capito? Fa\' conto che non mi hai visto anzi, ricordatene».
Quei due figuri sparirono dietro a Stefano. Menu li aveva seguiti con l\'occhio fino allo svolto della cantonata. Era rimasto con un lieve tremore per tutta la persona. Viveva sotto l\'ossessione delle revolverate, delle bombe, e ora delle coltellate, come era accaduto al mascalucioto. Non temeva precisamente per sé, ma per lo zi\' Carta, che spesso diceva: «Ce l\'hanno con me!»
«Le bombe però non hanno riguardo!», pensava il povero Menu.
E non vedeva l\'ora che tornasse la miss di Santi per allontanarsi da quel posto, quantunque poi gli dispiacesse di lasciare lo zi\' Carta che davvero gli voleva bene come a un figlio, e gli aveva raddoppiata spontaneamente la mesata.
«\"Fa\' conto che non mi hai visto anzi! Ricordatene!\" Perché mi ha detto questo?», si domandava Menu, nel momento in cui lo zi\' Carta ritornava tranquillamente dall\'ufficio postale.
«Chi ha portato questa lettera?» domandò prendendola dalla cesta su cui era posata.
«Quale lettera?» fece Menu,
«Questa!»
Lo zi\' Paolo era impallidito scorgendo nel posto del sigillo una piccola impronta nera che rappresentava una mano.
«Qualcuno, con la scusa di comprare...»
«Non è venuto nessuno», affermò Menu, pensando al \"ricordati\" di Stefano.
«È piovuta dall\'aria dunque?... Ah, gl\'infamacci! Ma questa volta vado a ricorrere alla polizia. Non l\'apro neppure... No: leggila... Sentiamo!»
E stracciò a stento la busta, tanto gli tremavano le mani.
«Che dice?»
«Dice che...»
Menu aveva percorso rapidamente con gli occhi lo scritto del foglio e si era fermato a una cifra.
Poi lesse con voce mal ferma:
«Lunedì sera, al quarto albero a sinistra della Terza Avenue, un vecchio attenderà la grazia di voi signor Paolo Carta, cioè trecento dollari, che manderete col vostro ragazzo, se non volete che vi avvenga qualche grosso dispiacere. E zitto, altrimenti farete peggio. Con noi non si scherza. Gli amici della...»
E sotto, la stessa impronta della busta: una piccola mano nera.
Lo zi\' Carta rimase un momento a testa bassa, con gli occhi socchiusi, quasi annichilito, respirando appena. Poi si rizzò tutto a un tratto sulla persona, tolse di mano al ragazzo la lettera, ripiegò il foglio, lo rimise dentro la busta e detto a Menu: «Andiamo!» tolse via le ceste posate su due panchetti ai lati della porta, rimosse i panchetti e, chiusa la bottega coi catenacci e con le sbarre di ferro, come faceva le domeniche quando andava a passare le giornate fuori di casa, si avviò verso il posto di polizia del quartiere. Menu stentava a seguirlo, tanto lo zi\' Carta andava in fretta.
Coi gesti, più che con le parole, giacché egli non sapeva un motto d\'inglese (le due o tre frasi apprese a memoria le riduceva incomprensibili per la cattiva pronunzia), soprattutto mostrando la lettera che indicava chiaro, per via dell\'impronta, la sua provenienza, lo zi\' Carta fece capire all\'ispettore di che cosa si trattava. Fu fatto venire un interprete che traduceva in italiano le domande:
«Questa lettera non è venuta per posta. Chi l\'ha portata?»
«L\'ho trovata su una cesta di frutta. Io sono fruttaiolo».
«Non eravate in bottega?»
«No. C\'era questo mio ragazzo. Parla tu».
«Chi è venuto nella sua assenza?»
«Nessuno. Non ho visto nessuno!»
Menu scoppiò a piangere.
«Non aver paura, ricorda bene!»
«Non ho visto nessuno!»
«È siciliano anche lui?»
«Del mio paese, fratello di un mio amico», rispose lo zi\' Carta.
L\'ispettore e l\'interprete, si misero a parlare in inglese tra loro, fissando di tratto in tratto Menu che continuava a singhiozzare, atterrito di trovarsi in presenza di quei due che lo squadravano da capo a piedi.
«È la prima volta che vi si minaccia?» domandò l\'interprete allo zi\' Carta, che si trovò imbarazzato a rispondere.
«Mi hanno estorto, due volte, piccole somme», disse dopo un momento di esitazione.
«Chi? Li conoscete?»
«Se li vedessi, li riconoscerei. Non li ho più riveduti.»
Poteva accusare Stefano? E che prova avrebbe potuto dare?
«Sarete chiamato. Il ragazzo resta qui».
«Voscenza... rispondo io di lui! Rispondo io!» esclamò lo zi\' Carta portando la mano al petto per giuramento.
«Il ragazzo... sa!» concluse l\'interprete: «Interrogatelo bene».
Miss Mary

31. Santi cerca di far ragionare Stefano.

Un policeman, due giorni dopo, andò a cercare Menu, nella bottega dello zi\' Carta. Ciangottava un po\' d\'italiano.
«Perché?» domandò il fruttaiolo.
«Dev\'essere interrogato».
«Ma il ragazzo ha già risposto di non saper niente».
«Avuto ordine condurre con me».
«L\'accompagno».
Menu, pallido, con gli occhi sbarrati, tremava da capo a piedi alla vista di quell\'uomo di polizia.
«L\'ho stretto da tutte le parti, l\'ho minacciato; dice di non aver visto nessuno».
Intanto lo zi\' Carta prendeva il cappello, chiudeva la bottega e seguiva il policeman, tenendo Menu per una mano.
Sì, l\'aveva stretto da tutte le parti, lo aveva fin minacciato, e non gli aveva cavato di bocca altro che la insistente negazione: «Non ho visto nessuno!»
Con Santi però Menu non aveva mentito.
«C\'è stato Stefano!» — aveva risposto sottovoce, quasi avesse avuto paura di essere udito da qualcuno; ed erano loro due soli.
«Che voleva?»
«Con la scusa di avvertirmi che è pronto il posto di fattorino per me».
«E tu ti sei accorto che la lettera fu messa lì da lui?»
«No. Ma non era venuto nessuno prima di lui, e poi arrivò subito lo zi\' Carta. Vedendolo turbare alla vista di quella lettera col sigillo nero, io pensai che ne sarebbe venuto male a Stefano, e infatti...»
«Va bene, nega sempre. Non c\'è testimoni. Vado a trovarlo io».
E Santi aveva perduto mezza giornata per rintracciarlo.
«Ma dunque, tu vuoi andare in galera ad ogni costo?» gli disse affrontandolo, dopo averlo tratto in disparte.
Stefano gli rise ironicamente in faccia.
«Il nonno sa tutto; la notizia delle tue prodezze è arrivata fino a Ràbbato. Tu non lavori e intanto spendi e spandi; la polizia ti tiene d\'occhio. Come non pensi che, da un momento all\'altro, tu e i tuoi mali compagni potreste essere arrestati?»
«Chi ti ha raccontato queste favole?»
«Favole? Ringrazia prima Dio e poi Menu se l\'affare della lettera non è stato scoperto».
«Quale lettera? Non so di che lettera parli. Fammi il piacere di badare ai fatti tuoi, ai miei bado io».
«Menu volevano trattenerlo nel posto di polizia. Se lo spaventavano, se il ragazzo era costretto a confessare: \"C\'è stato mio fratello Stefano\"?»
Stefano fece una spallucciata.
«Ci vuol altro per accusare e fare arrestare uno».
«Maledetto il giorno e l\'ora che siamo partiti per l\'America!» esclamò Santi con vivo accento di dolore.
«Se ti dispiace, ritorna a Ràbbato».
«Dovresti ritornare anche tu. Non ti riconosco, tanto sei mutato».
«Me lo dicono tutti e ne godo. Hai altro da aggiungere?»
«Fratello mio! Fratello mio! Muta vita! Lascia i mali compagni! Cerca il lavoro!»
«Ognuno lavora come può. Ti saluto. Non ho tempo da perdere io».
Stefano accese il sigaro che gli si era spento, e raggiunse i due loschi individui con cui confabulava all\'arrivo di Santi.
Bisognava levar via Menu da quella bottega insidiata.
Miss Keller, la sua padroncina, era tornata da tre giorni, ma egli non l\'aveva ancora veduta.
La mattina dopo, la incontrò in bicicletta assieme con due sue giovani amiche, in un viale del parco.
«Oh, Santi!» E si fermò: «Vostro fratellino è arrivato?»
«Sì, miss. Appunto volevo pregarla, giacché è tanto caritatevole, di interessarsi del ragazzo».
«Sa qualche mestiere?»
«È stato a scuola. Ha undici anni».
«Potrà continuare nelle scuole italiane. Io gli darò lezioni d\'inglese; vi piace? Ne riparleremo».
E si allontanò rapidissima con le sue amiche.

32. Un brutto guaio per Stefano!

Lo stesso giorno egli apprendeva da un giornale che Stefano era stato gravemente ferito in rissa e che si trovava all\'ospedale della colonia italiana tra la vita e la morte. Aveva ferito anche lui, e perciò un policeman lo guardava a vista.
La rissa era avvenuta in un negozio di rigattiere al n. 30 di Mulberry Street e il giornale faceva credere che fosse nata per dissensi sorti nella divisione di danaro e di oggetti furtivi.
Presso il rigattiere ne erano stati sequestrati parecchi edegli non aveva saputo giustificare la provenienza.
Santi si sentì salire vampe di rossore al viso, vedendo il nome di suo fratello mescolato con quello di coloro che il giornale chiamava vecchi arnesi di prigione. Pensò al nonno e alla mamma che forse la malignità di qualche compaesano non avrebbe tardato d\'informare della disgrazia di Stefano, e gli vennero le lacrime agli occhi.
Il giornale parlava di feriti gravi. Santi corse alla bottega dello zi\' Carta. Trovò Menu che piangeva in un canto con le mani sul volto. Aveva letto, poco prima, la triste notizia anche lui.
«Zitto, non è niente! » disse Santi accostandosi al fratello. «Ora andremo a vederlo».
«Una volta o l\'altra», fece lo zi\' Carta, tentennando la testa, «qualcosa doveva accadere. Il meno sono le ferite. Stefano deve avere in tasca la ricetta del poeta Paolo Maura:

Stativi allegru, signuri cumpari,
L\'omini mali nun ponnu muriri!

Dico per dire. Gli servisse almeno di lezione!»
Lo zi\' Carta sbrigava alcuni avventori; ma pesando e avvolgendo nella carta straccia fichi secchi e uva passa continuava a parlare con Santi.
«Non mi vogliono lasciare in pace. Ieri ho ricevuto con la posta un\'altra lettera di minaccia. Dice che non hanno paura della polizia... Un quarto di dollaro... Ma io voglio vederla tutta! Che ci sta a fare la polizia, se non garantisce le sostanze e la vita dei cittadini? Venti, cento... Ah, caro mio! Un cantuccio di Ràbbato, con tutti i guai della miseria, vale assai più di questa babilonia qui!»
«Io non posso dirne male», rispose Santi. «Lavoro, mi faccio i fatti miei, quel che guadagno con le mie braccia...»
«Ed io?» lo interruppe lo zi\' Carta. «Sto inchiodato qui, dalla mattina alla sera. Chi si mescola degli affari degli altri? E intanto... Trecento dollari! quasi io fossi un milionario! Ammazzatelo meglio un povero diavolo! Non se ne può più.»
«Vado all\'ospedale; vorrei condurvi anche Menu».
«Lascialo stare, poverino. E non dar retta ai fogli; non saranno ferite gravi; vedrai».
Erano invece gravissime. Santi dovette pregare a lungo e raccomandarsi caldamente prima che gli permettessero di entrare a visitare il fratello.
La barba nerissima rendeva più evidente il pallore del volto fasciato di larghe bende, per la ferita al collo e l\'altro allo zigomo sinistro, che aveva prodotto un gran gonfiore all\'occhio.
Più grave era la terza ferita al fianco, intorno alla quale i dottori non avevano espresso un giudizio definitivo.
«Fratuzzu miu, fatti curaggiu!» gli disse Santi con voce commossa.
Stefano accennò di voler parlare, ma l\'assistente glielo impedì, prendendo Santi per un braccio e allontanandolo dal letto del ferito.
«È in pericolo?» egli domandò.
«Non si può affermare nulla. Il giovane però è forte», rispose l\'assistente.
Santi pensava al nonno e alla mamma. La notizia avrebbe tardato quasi un mese prima di giungere a Ràbbato: questo lo confortava.
Pensava anche alla situazione di Menu. La bottega dello zi\' Carta non gli pareva più un posto sicuro. Quando quelli della «Mano nera» prendevano di mira una persona, non smettevano facilmente se non avevano raggiunto il loro scopo. Il mascalucioto aveva dovuto chiudere il negozio e andarsene lontano, a Boston. E bisognava vedere se gli amici lo avrebbero lasciato tranquillo colà!
Santi era stato fortunato. Con un po\' di buona volontà si era improvvisato mezzo giardiniere. Da prima aveva fatto rozzi lavori di braccia nel vasto parco del banchiere Keller. Poi, per via delle canzoni siciliane e delle fiabe, l\'aveva preso a ben volere la sua giovane figlia che aveva visitato la Sicilia pochi anni prima, e n\'era tornata entusiasta; e, per mezzo di essa, Santi era stato incaricato della coltura di certe piante rare. Tra le rarità contavano alcune piante di fichi d\'India che lo facevano sorridere, quando pensava che alla sua Nicchiara essi servivano da siepe e nessuno badava a coltivarle.
Era stata una festa per la signorina Mary il giorno che Santi le aveva sbucciato i primi frutti.
Ella correva pei viali in bicicletta e si fermava volentieri a discorrere con lui, facendogli ripetere davanti alle sue amiche i canti popolari siciliani che quelle ascoltavano con grande curiosità senza intenderne una parola. Miss Mary li traduceva alla meno peggio e chiamava Santi il suo professore di dialetto siciliano: professore molto impacciato.
«Mio fratello Menu potrebbe spiegarglieli meglio».
«Verrà?»
«Se sapessi di collocarlo bene, lo farei venire».
«Fatelo venire. Interesserò mio padre per lui».
«È istruito; ha passato tutte le scuole».
Perciò ora che la signorina era tornata da Trenton, Santi aveva colto l\'occasione di rammentarle la promessa.
«Conducetelo qui», gli disse miss Mary una mattina. E soggiunse: «Mi avete parlato tempo fa anche di un altro vostro fratello».
«È ammalato», balbettò Santi. «Tornerà al paese per rimettersi in salute».
«Poveretto!... Ha lavoro troppo. Qui gli italiani sono molto sfruttati, se càpitano in mano di certi boss. I siciliani, specialmente, sono troppo ignoranti da guardarsene. E poi fanno vita a parte. Ho visitato il loro quartiere nell\'East U. Street. Ho creduto di riveder certe vie di Palermo e di Messina. Ho voluto assistere una volta anche alla festa di una Madonna. Mi sembra di essere trasportata centinaia di miglia lontana da qui. Mi piace però quest\'attaccamento alla terra d\'origine che dimostrate voialtri siciliani in particolare. Vostro fratello è ammalato di nostalgia?»
Santi non comprese, esitò un momento, poi rispose di sì.

33. Finalmente Menu conosce miss Mary.

Menu si era sentito fortemente intimidire entrando nel salottino di miss Mary, che aveva voluto riceverlo assieme col fratello.
«Ah! Ma è un giovanotto», ella esclamò vedendo Menu. «Come vi chiamate?»
«Menu... Carmelo», egli si corresse subito.
«Sapreste scrivere una lettera di affari?»
«Non ne ho mai scritte, voscenza».
«Chiamatemi miss o signorina, come vi piace. Qui il voscenza non usa. Non ci sono cillenze (si dice così?) tra noi. So un po\' di siciliano anch\'io. Studio con vostro fratello».
Menu guardò, stupito, Santi; gli pareva impossibile che facesse il maestro di scuola. Miss Mary capì:
«Studio per modo di dire», spiegò ridendo. «Ho appreso una parola ieri, una oggi, conversando. Sapete anche voi canzoni, fiabe?»
«Canzoni, no, fiabe... quelle lette in scuola».
«Le fiabe scritte non mi piacciono. Non ve n\'ha raccontate vostra madre?»
«Sì. Ma non saprei ripeterle come le diceva la mamma; io ero bambino allora. Anche mio nonno ne sa tante!... Poi sono andato a scuola, e le fiabe le leggeva il maestro. Io le rileggevo a casa; le so quasi tutte a memoria».
«No, no, le fiabe scritte non mi piacciono. Ecco, io vorrei essere per voi una buona fata, come quelle delle fiabe. V\'insegnerò l\'inglese; è indispensabile. E voi, a poco a poco, apprenderete a far qualcosa di meglio che servir da fattorino. Nell\'ufficio c\'è un altro italiano che vi spiegherà quel che dovete fare. Brav\'uomo! Ha perduto un figlio due mesi fa. Non ne ha altri. Vi vorrà bene come figlio, il signor Coralli».
«Ringraziala, baciale la mano!» disse Santi a Menu.
Menu fece un passo: miss Keller gli tese, ridendo, tutte e due le mani con le dita coperte di anelli.
«È un modo siciliano di ringraziare?» disse. «È galante. Ma veniamo al sodo. Avrete una piccola stanza al quarto piano dell\'ufficio, accanto a quella del signor Coralli, come parecchi nostri impiegati che non hanno famiglia. Potrete fare pensione con lui e con gli altri. Venti dollari al mese per cominciare... Eh?»
«Signorina! Solamente Dio e la Madonna potranno renderle il bene che fa a me! » disse Santi. E rivolto al fratello soggiunse: «E tu pensa di meritartelo. Hai la fortuna nel pugno; non lasciartela scappare».
Lo zi\' Carta fu dispiacentissimo di perdere Menu. Aveva detto parecchie volte a Santi:
«Finché tuo fratello sarà qui, non tenteranno niente contro la mia bottega, per riguardo di Stefano. Credi che non c\'entri pure lui nell\'affare dell\'ultima lettera? Quando uno è cascato nelle granfie di quella gente! A proposito, come va?»
«Uscirà dall\'ospedale tra una settimana. È pentito, è cangiato. Ha visto la morte con gli occhi».
«Speriamolo».
«Se lo aveste sentito parlare ieri! Il cuore mi brillava dalla gioia».
«Dall\'ospedale passerà al carcere. È stata una lezione».
«Dice che lui non c\'entrava. Ci sono i testimoni».
«Sì? E il giudice se la berrà?»
«I testimoni dunque a che servono?»
«Per me, figurati! Lo vorrei già libero, e vorrei vederlo sulla via giusta e diritta».
«Se occorrerà una cauzione...»
«Lascia stare, per mio cattivo consiglio. I soldi che hai messi da parte li hai guadagnati col tuo lavoro. E poi non credo che in questo caso la cauzione sia possibile... Per mio cattivo consiglio... lascia stare».
«No, zi\' Carta, voglio aiutare mio fratello in tutti i modi».
«Deve aiutarsi da sé, lavorando onestamente».
«Lavorerà, lavorerà; me l\'ha promesso. Dice che vuole andarsene all\'Argentina».
«Resti qui, se ha buone intenzioni. E tu sei contento di lasciarmi?» domandò a Menu.
«Faccio quel che vuole mio fratello».
Altro se era contento! Era rimasto incantato dei modi di miss Mary. Quantunque si fosse allontanato poco dalla bottega del fruttaiolo, Menu aveva acquistato, inconsapevolmente, una scioltezza di maniere che lo rendeva diverso dal ragazzo timido e un po\' rozzo arrivato da Ràbbato. Si vedeva dalle lettere che scriveva ogni quindici giorni al nonno e che questi si faceva leggere dal dottor Liardo.
L\'impressione che il povero vecchio ne riceveva era così viva da spesso interrompere il dottore.
«Mi par di sentirlo parlare!»
E siccome Menu gli descriveva la vita di New York, il nonno Lamanna esclamava meravigliato:
«È davvero un altro mondo, signor dottore!»
La gnà Maricchia andava a farsi rileggere la lettera dalla maestra venuta ad abitare là di faccia. Non era mai sazia.
E ne ragionava, col nonno, a tavola, confusamente, perché tutti e due certe cose non arrivavano ad intenderle bene, non ostante le spiegazioni del dottor Liardo e della maestra. Vivevano così, col cuore, in continua relazione con quei cari lontani, però afflitti che le lettere di Menu parlassero poco di Stefano e ne riferissero soltanto i saluti. Il Lamanna alzava gli occhi al cielo, compiangendo la povera madre che ignorava, contento che ignorasse.
Lo zi\' Carta

34. Santi organizza una festa.

Santi aveva voluto festeggiare l\'insediamento di Menu come fattorino negli uffici del banchiere Keller, e perciò avevano invitato a cena in una piccola trattoria di via Mulberry alcuni compaesani: lo zi\' Carta, Coda-pelata che aveva promesso di portare la sua chitarra, mastro Iano il Tignoso e suo figlio, e don Pietro Ruffino il sarto. L\'appuntamento era per le sette nel viale del parco presso le prime case delle vie.
Mancava Stefano, mezzo guarito e trasportato nell\'infermeria del carcere. Quest\'assenza rendeva tristi i due fratelli.
Santi e Menu passeggiavano da pochi minuti lungo il viale affollato di gente, quando li raggiunse Coda-pelata con la chitarra sotto braccio.
«Che bella serata!» egli esclamò. «Qui si respira! Peccato che non si possa cenare all\'aria aperta. Dunque, caro Menu, stiamo per diventare banchieri! Non ridere; qui si comincia così. Tutti questi miliardari non sono stati meglio di te, di me, di tanti altri; poi è venuto un colpo di vento che li ha portati su, su. Oggi ammucchiano le aquile e le doppie aquile con la pala, e sono veri re del mondo».
«In tutto ci vuol fortuna!» sentenziò Santi.
«Ah, questi americani son fatti apposta per arricchire!» rispose Coda-pelata. «È vero, ci vuol fortuna. C\'è chi corre dietro al dollaro e non riesce a raggiungerlo; c\'è chi lo inciampa a ogni passo e se n\'empie le tasche, senz\'altra fatica che di chinarsi a raccattarlo... Gli americani però sono cocciuti. Non si stancano subito, come noi; e perciò, chi più, chi meno, fanno fortuna. Noi, quando abbiamo messo insieme un pugno di soldacci, ci crediamo ricchi e torniamo al paese. Quel bestione di Garozzo ha più di tremila lire, e rimpiange il fondo che mi ha venduto. Riparte per andare a comprarsi quattro sassi laggiù».
Arrivavano lo zi\' Carta, mastro Iano il Tignoso e suo figlio.
«Siamo in ritardo?»
«Sempre in tempo, zi\' Carta. Come? Siete venuto con le mani in mano? Un po\' di aranci e fichi secchi non guastavano».
«Tu intanto hai portato la chitarra che non si mangia».
«Ma che fa stare allegri, anche quando siamo a stomaco vuoto».
«È vero», disse mastro Iano. «Ricordate, compare Carta, mastro Gaspare Nolfo? Era barbiere come voi», e si rivolse a Coda-pelata, «e anche dentista; strappava le mole ai contadini con un tenaglione grosso così. È morto da un pezzo, e non era vecchio. Aveva un mucchio di figli, tutti piccini, quasi stentassero a crescere, dalla fame... E con tanti guai addosso, era sempre allegro. Quando tornava a casa, la sera, senza un soldo di pane e i figliuoli strillavano, afferrava la chitarra e: \"Su, lesti, quattro salti! Lesti!\" Li faceva ballare e li mandava a letto sfamati così. Mi par di vederlo. Rosso in faccia da parere ubbriaco... E il vino lo vedeva da lontano, poveretto!»
«Per questo, Santi ha voluto che portassi la chitarra», disse Coda-pelata. «Vo\' veder ballare voi e lo zi\' Carta... Quattro salti, e non c\'è altro».
«Tu saresti capace. Non sei collega di mastro Gaspare Nolfo per niente!»
Menu restava in disparte col figlio di mastro Iano, ragazzo corto, tarchiato, coi baffi incipienti, esperto, serio, giovane maturo; ed aveva soltanto due o tre anni più di Menu.
«Avresti fatto meglio a frequentare una scuola professionale, ma bisogna sapere l\'inglese», diceva.
«Comincerò a studiarlo tra giorni; me lo insegnerà miss Mary».
«Chi è costei? Una maestra?»
«No, la figlia del banchiere Keller».
«Figurati! Si annoierà presto. Qui le signorine hanno ben altro da fare».
«È stata lei ad offrirsi».
«In un momento di buon cuore. Sono così strane le signorine di qui. Che età ha?»
«Non mi pare molto giovane. Sa l\'italiano. È stata in Sicilia».
«Bella?»
Menu fu distolto dal rispondere dall\'urlo che accolse don Pietro Ruffino, arrivato in quel momento.

35. Un allegro incontro tra compaesani.

Si avviarono per via Mulberry.
«Come si vede che qui siamo nella \"piccola Italia\"! Guardate», disse il sarto con una mossa sprezzante, additando tutti quei panni stesi alle finestre e alle terrazze. «Non par di esser più a Nova York».
E, di mano in mano che procedevano, si voltava per dire a Santi o a Coda-pelata, o allo zi\' Carta: «Un palermitano!... Un messinese!... Due della provincia di Catania!»
Li riconosceva alla parlata.
«Trattoria Sicilia!» egli lesse nella tabella. «Taverna avrebbe dovuto farvi scrivere il padrone».
«Scusate, don Pietro», rispose Santi. «Vi ho condotto qui perché conosco il padrone. Non ci farà mangiare porcherie».
«Oh, non dicevo per offendervi».
La vasta sala, dalla volta bassa, era affollata di gente che ciarlava davanti ai tavolini ingombri di bicchieri di birra, di vino, e rideva, giocava alla morra.
Il padrone, grasso, panciuto, con in testa un berretto di velluto nero ricamato a fiori, riconosciuto Santi, gli accennò con la mano che la tavola riserbata per loro era laggiù già bella e apparecchiata.
«Il posto di onore al banchiere!» esclamò Coda-pelata, indicando Menu.
«Chi lo sa? Tu lo dici per scherzo», rispose lo zi\' Carta. «E potrà benissimo avverarsi».
«Dio lo volesse!... Quando gli amici hanno quattrini, li abbiamo anche noi. Metto al muro la chitarra. Più tardi musica, e paesana», soggiunse con aria misteriosa.
Appena egli vide recare in tavola un gran tondo colmo di maccheroni, stese le mani per prenderlo e collocarlo davanti.
«Faccio le parti io, se permettete. Chi sparte ha la meglio parte, dice il motto degli antichi».
«Zi\' Carta, vorreste che uno lavorasse per niente?»
Rideva.
«Ecco una cosa che gli americani non avrebbero mai saputo inventare».
«Ben detto, don Pietro!» approvò Coda-pelata.
«Hanno inventato qualcosa che vale assai più», disse il figlio di mastro Iano serio serio. «La navigazione a vapore!»
«Tu stai zitto, tu che fai l\'americano per forza! Ricorda che sei nato a Ràbbato, capo di Regno quando gli americani non esistevano ancora. Prima dei Saraceni, caro mio, me lo diceva sempre il canonico Cannatella, quello che scavava le antichità».
«Bella roba!» fece il giovanotto con un\'alzata di spalle.
«Bella roba! sicuro! E mangia questi che ti ristoreranno», soggiunse Coda-pelata, porgendogli il piatto coi maccheroni. Venne portato un altro tondo ricolmo.
Coda-pelata si affrettò a servire Santi, e, scherzando, si mise il piattone davanti.
«Questi pochini per me!»
Il tondo fumigava.
«Ci vuol la replica, come nei terremoti», soggiunse rivolto allo zi\' Carta e mastro Iano.
Fece la sua parte e spinse il piatto in mezzo alla tavola. «Ed ora, ognuno si serva da sé».
Santi non diceva una parola; pensava al fratello che stava nell\'infermeria del carcere, e chi sa quando ne sarebbe uscito!
Mangiavano di buon umore, ridendo alle barzellette di Coda-pelata. Non era vero che lo zi\' Carta fosse venuto con le mani in mano; e quando il garzone portò in tavola una cesta con arance e frutta secca, da lui mandate avanti all\'insaputa di tutti, fu uno scoppio di applausi.
In quel momento, davanti alla porta della trattoria si udì il suono di un organetto.
«Musica paesana», esclamò Coda-pelata. Egli aveva avvisato Nascarella.
«Facciamolo entrare qui. La festa deve essere completa». E si mise in allegria tutta la gente che mangiava e beveva vedendo passare l\'organino e le donne.
«Volevo fare un brindisi a Menu, ma ormai!» concluse Coda-pelata.
E la gazzarra durò fino a tardi con le canzonette che il barbiere accompagnava anche con la chitarra, con gli avventori tutti in piedi, che applaudivano, facendo da coro.
Soltanto il figlio di mastro Iano, da americano... per forza, rimaneva da parte, mutrione.
L\'arrivo delle rondini

36. Si preannuncia il ritorno delle persone care.

Lo zi\' Santi Lamanna era stato ripreso dai soliti dolori alla schiena, ma questa volta in modo un po\' violento, che inquietava il dottor Liardo.
Aveva dovuto mettersi a letto e la gnà Maricchia faceva due volte al giorno le frizioni ordinate, ma con scarso sollievo del malato.
«Signor dottore, questa volta ci siamo!» egli diceva rassegnato. «Non mi dispiace di morire; son vissuto anche troppo. Ma prima di andarmene avrei voluto rivedere i miei nipoti!»
«Non vi mettete in testa queste malinconie!» ripondeva il dottor Liardo. «Ancora due settimane e i vostri nipoti saranno qui».
«Due settimane sono lunghe!»
«Passeranno anch\'esse, come son passati i tre anni della loro lontananza. Voi siete resistente più di una quercia».
«Muoiono anche le querce, signor dottore».
«Metteteci un po\' di buona volontà. Bisogna dire: \"Voglio guarire! Sì, sì!\" La volontà influisce».
«Allora!»
Lo zi\' Lamanna sorrideva, incredulo. I giorni gli sembravano eterni. Una mattina, mentre il dottor Liardo faceva la sua visita, il postino recava una lettera che riempì di gran consolazione il malato. Suo fratello gli annunziava da Bucarest che si era deciso di tornare a Ràbbato, dopo quarant\'anni da che aveva dovuto scappare via.
«Voglio venire a morire costì», diceva la lettera. «La terra nativa mi chiama; non so resistere al suo appello.
Mi stacco da mio figlio che non ha più bisogno di me. Occupa un posto elevato nella magistratura, ha numerosa famiglia. Ed io, ciò non ostante, dopo quarant\'anni, mi sento qui come un esiliato.
So che colui da cui è provenuto ogni mio danno è morto da poco tempo. Gli ho perdonato. Ho sofferto assai, innocente; ma Dio mi ha aiutato.
Preparami un posticino in casa tua. Ci rivedremo e quasi non ci riconosceremo...»
Anche il dottor Liardo era commosso leggendo.
«Tutti i mali non vengono per nuocere», esclamò.
«Ma quando uno patisce a torto», rispose lo zi\' Santi.
«Fu accusato di omicidio, è vero?»
«Infamato e dalla stessa persona che aveva commesso il delitto. Fortunatamente, poté imbarcarsi. Per anni ed anni non si seppe se era vivo o morto. Poi scrisse che si trovava bene, che faceva il medico. Pare che in quei paesi può fare il medico chi vuole. Mio fratello era a Palermo e doveva studiare per avvocato».
«Meglio!» disse il dottore. «Vuol dire che ha ammazzato meno gente di qualche medico con la laurea! Tanto è vero, che ha fatto fortuna. Già, in terra di ciechi beato chi ha un occhio!»
«Dice che là sono turchi».
«Non tutti. Vedete? Le consolazioni arrivano quando uno meno se l\'aspetta. Il fratello, i nipoti; che vorreste di più? Pensate a guarire».
«Col suo aiuto, signor dottore».
«E con la vostra forte volontà, ve l\'ho detto».
«Se fosse così, non morrebbe nessuno».
«È così! È così! Datemi retta».
La gnà Maricchia pareva fuori di sé in quei giorni.
Ripuliva la casa, preparava i letti, affaccendatissima.
«La cameretta di Menu, la daremo a vostro fratello».
«Dovrà adattarsi».
«Come vi sentite oggi?»
«Un po\' meglio. Tenterò di levarmi da letto».
«Domani, domani l\'altro. Che premura avete?»
«Voglio farmi trovare in piedi. Chi sa come sarà cresciuto Menu? Le sue lettere mi hanno tenuto in vita. Ha scritto ogni quindici giorni».
«Figlio benedetto!» soggiungeva la gnà Maricchia. «E vostro fratello quando arriverà?»
«Presto, pare».

37. L\'attesa impaziente sta per terminare.

Due giorni dopo, la gnà Maricchia accorreva in camera del vecchio coi capelli sciolti sulle spalle, agitando le braccia. Si pettinava vicino alla finestra quando udì stridi che la fecero trasalire.
«Sono arrivate! È buon augurio! Sono arrivate!»
«Chi?»
«Le rondinelle, nonno! Sono arrivate!»
Il vecchio si rizzò a sedere sul letto; quell\'avviso sembrava di buon augurio anche a lui. E volle alzarsi per vederle.
Erano quattro, posate sulla piccola grondaia dell\'abbaino, quasi fossero stanche del lungo viaggio.
Di tratto in tratto aprivano le ali, volavano in giro attorno al tetto, penetravano dentro dov\'erano i nidi abbandonati nell\'autunno dell\'anno scorso, uscivano festose e tornavano a riposarsi sulla grondaia, gorgheggiando sommessamente. Parevano liete di rivedere il luogo, di aver trovato tutto come lo avevano lasciato, di ringraziare, con quel sommesso gorgheggio, per l\'ospitalità che ricevevano.
Poi ne sopraggiunsero parecchie altre accolte allegramente dalle prime arrivate.
«Le invitano a vedere la loro casa. Ci sarà posto anche per esse», diceva la gnà Maricchia. «Sembra che si confidino qualche cosa».
Non sapevano lei e il nonno staccarsi dalla finestra, quasi le rondinelle facessero parte della famiglia.
Come non pensare che aveva influito il loro buon augurio, se quello stesso giorno, verso sera, arrivava il telegramma di Menu?
«Saranno a Ràbbato domani!»
La gnà Maricchia, piangendo dalla gioia, si buttò ginocchioni davanti a un\'immagine della Madonna.
«Vi ringrazio, bella Madre Santissima!»
E, a desinare, le pareva di vedersi davanti i figli, seduti al loro posto come una volta. C\'era mancato poco che non avesse già preparato tre posti per essi.
La casa era piena di vicine venute a congratularsi.
«Non dovreste lasciarli ripartire, gnà Maricchia!»
«Ora lo zi\' Santi non può badare alla campagna».
«Che rimanga qui almeno Stefano».
«Sì, là guadagnano danari; ma avete visto lo Scarso? Ha abbandonato la povera moglie, l\'ha fatta impazzire».
«Non si riconosce più la disgraziata!»
«Sabato prossimo, han dovuto andare a prenderla alla ferrovia; voleva partire per la Merica!»
«Parliamo di cose allegre! La gnà Maricchia pare ringiovanita».
«Chi sa quante belle cose vi riporteranno, gnà Maricchia».
Facevano un passeraio. Era un via vai. Alcune, le più intime, entravano nella camera dove lo zi\' Santi stava ancora a letto.
«Il Signore vi ha fatto la grazia, eh?»
«Come vi sentite?»
«Dolori? Cosa da nulla. A me mi rodono le ossa, e sto in piedi. Quando non c\'è febbre...»
«Ci sono gli anni, comare Pina! » rispondeva lo zi\' Santi.
Aveva nella voce una dolce malinconia. Era più dimagrito, più pallido del solito; e la barba non rasa da parecchi giorni lo faceva apparire più sofferente che non fosse. Gli occhi però gli brillavano sotto le folte sopracciglia; ogni volta che qualcuna delle vicine nominava Menu, egli sentiva un breve sussulto per tutta la persona.
Entrò lo Sciancatello che doveva andare incontro agli arrivati alla stazione.
«Vo col carro per la roba».
«Abbracciateli e baciateli per me».
«Se volesse venire anche la gnà Maricchia».
«No, no; lasciatela stare. Partite subito. Meglio aspettare che farsi aspettare. Passando, dite a mastro Taddarita che venga a farmi la barba».
Le ultime ore di attesa gli sembravano secoli.
E quando fu in piedi, vestito da festa, raso, si mise alla finestra, con gli occhi alla via, laggù, donde dovevano spuntare i nipoti, scesi in Piazza del Mercato dalla carrozza postale.
Finalmente!

38. Finalmente gli \"americani\" tornano a Ràbbato.

E Stefano? E Stefano?
Era stata una gran delusione non vederlo arrivare assieme con gli altri due fratelli.
«Verrà l\'anno prossimo. Ha trovato un buon posto e non ha voluto lasciarselo sfuggire. Ha ottenuto terreni, una masseria, diciamo qui. Ha venti uomini con lui e dieci sono nostri paesani».
«Ma è vero che è stato ferito, in pericolo di morte e anche carcerato?»
Lo zi\' Santi lo interrogava da parte, per via della povera madre che non sapeva consolarsi e che in cucina nel medesimo tempo interrogava insistentemente Menu.
Menu ripeteva quasi la stessa risposta del fratello.
«E tutte le brutte voci che spargevano qui?» diceva lo zi\' Santi.
«Ferito in una rissa per sbaglio. In carcere, sì, pochi giorni. Un po\' traviato nel prim\'anno... Ma poi...»
Santi e Menu avevano mentito così bene da tranquillizzare il nonno e la mamma. Potevano dire che Stefano era stato condannato a un anno di carcere e doveva scontare la pena?
Essi, appunto, si erano decisi a tornare per impedire che i compaesani rincarassero la dose delle cattive notizie, e contristassero gli ultimi giorni del nonno, dopo che una lettera del dottore li aveva avvisati che stava male.
«Se volete rivederlo tornate presto».
Ed erano partiti immediatamente.
Tra i regali portati da essi c\'era un bel pappagallo verde. La gnà Maricchia lo guardava con gran curiosità; era la prima volta che ne vedeva uno.
«Ma che fa? Non può star fermo un momento».
L\'uccello si arrampicava alla stecca della gabbia, si avvolgeva attorno ad essa, quasi facesse la ginnastica, tenendosi penzoloni.
Pareva un po\' stranito di trovarsi in un posto nuovo; mandava rauchi stridi.
Menu aveva messo la gabbia sul davanzale della finestra della stanza dov\'era preparata la tavola. Si erano appena seduti che lo zi\' Santi e la gnà Maricchia trasalirono sentendo chiamare: «Menu! Menu! Santi! Santi!»
«Oh Dio! ... Parla come un cristiano!»
E la sorpresa di lei fu maggiore, quando il pappagallo, rassicurato, sfoggiò la sua parlantina:
«Nannu! Nannu! ... Gnà Maricchia! Nannu!...»
Nella via si era formato un gran crocchio di gente. I ragazzi si divertivano ad eccitarlo, ripetendo quelle parole, e il pappagallo rispondeva.
Così il desinare, che l\'assenza di Stefano rendeva alquanto triste, ebbe un po\' di allegria.
Avevano invitato anche lo Sciancatello, che mangiava di gana e beveva meglio.
«Non faccio cerimonie. Non mi capita tutti i giorni di aver davanti un così bel piatto di lasagne, e di bere un bicchier di vino come questo... Alla vostra salute, zi\' Santi! Alla tua, Menu! Oggi è festa grande qui!... Ogni volta che vostro nonno veniva alla Nicchiara, non si parlava di altro. \"Chi sa che fanno quei carusi?\" Vi chiamava sempre così, te e Stefano... Allora Menu era ancora qui. Ed io ripondevo: \"Fanno quattrini!\" Infatti!... Gli è rimasta in gola la Nicchiara a quell\'usuraio del padre di Coda-pelata... Quando lo incontro, gli dico: \"Eh? Il fondo dei Lamanna vi è scappato di mano!\" Come se gli dessi una coltellata, tanto si fa brutto in viso... Alla salute di Stefano! Non dobbiamo dimenticarlo».
Egli intanto non dimenticava a mescersi, e a ogni bevuta ripeteva:
«Oggi è festa grande qui!»
Il pappagallo, che era stato zitto un pezzetto, in questo punto ricominciò:
«Nannu! Nannu! gnà Maricchia! Nannu!»
«Bravo! Bravo! Diamo un bicchier di vino anche a lui».
Lo Sciancatello riempito il bicchiere si alzò per portarglielo. Menu lo trattenne.
«Non beve vino», gli disse ridendo di quell\'atto.
«Lo bevo io per amor suo!»
E lo tracannò tutto di un fiato.
Appena finito di desinare, la casa fu invasa dai vicini e dagli amici che volevano salutare gli «americani». Santi e Menu erano storditi dai mirallegri, dalle domande di tutta quella gente che parlava ad alta voce. Chi chiedeva notizie di parenti, chi di questo, chi di quello. Si stupivano che Santi e Menu rispondessero: «Non sappiamo, non li abbiamo visti!»
Che si figuravano? Che l\'America fosse un paesetto come Ràbbato?
Poi si fece sera. Lo Sciancatello era andato via un po\' barcollante. E allora, nell\'intimità, mentre Menu raccontava alla mamma i casi suoi, Santi disse al nonno:
«Ho accumulato seimila lire. Le metto nelle vostre mani. Se lo Sciancatello volesse venderci il suo fondo, ingradiremmo la Nicchiara. Potremmo anche comprare la casetta della gnà Pina qui accanto, e fabbricarci su un\'altra stanza. Ci ho pensato sempre; perché, sì, là si sta bene, si guadagna, chi ha la testa a posto e le braccia sode... ma ci si sente come pesci fuor d\'acqua. Par di essere portati via da uno di quei mulinelli che fa il vento con la polvere della strada. Non si ha tempo di prender respiro».
Il nonno lo ascoltava commosso, con le lacrime agli occhi.
«Io tornerò per dare una mano di aiuto a Stefano nelle terre che gli sono state accordate». La sua voce era velata nel ripetere questa bugia.
«Basterà un anno. L\'avvenire di Menu è assicurato. La figlia del banchiere Keller, l\'attuale mio padrone, lo ha preso a ben volere. Il ragazzo è assennato, diligente; parla inglese; la signorina gli ha fatto da maestra. È stata una fortuna. Menu si farà strada, nonno».
«Tu parli, figlio mio, come se io dovessi campare fino a cento anni», disse tristamente lo zi\'Santi. «Credevo di non più vedervi. Sono stato male, molto male nei giorni scorsi. Il Signore mi ha concesso la grazia di rivedere almeno voi due, te e Menu; mi basta. Se arriverò a vedere mio fratello... Può essere qui da un giorno all\'altro... Guarda come tua madre si beve con gli occhi le parole di Menu».
Menu parlava sottovoce, quasi facesse gravi confidenze, e la gnà Maricchia sorrideva, asciugandosi di tratto in tratto gli occhi con una cocca del fazzoletto che aveva in testa.
«Ed ora andiamo a letto», disse il nonno. «Dovete essere stanchi del viaggio. Avremo da chiacchierare domani, domani l\'altro e ancora! Ancora!»
«Sì, un po\' stanchi, nonno», rispose Menu.
«Santa notte, figli miei!»
«Buona notte, nonno!»
«Buona notte, mamma!»
«Mi par di essere tornato ragazzo!»
«Infatti, ora sei vecchio», rispose il nonno. Gli posò una mano sulla testa e soggiunse:
«Dio ti benedica! »

39. Un altro ritorno completa la felicità del nonno.

Due giorni dopo Santi all\'uscire di casa si trovò faccia faccia con un nobile signore che domandava a una vicina: «Abitano qui i Lamanna?»
«Sì», rispose. E subito soggiunse: «Zio! Zio!»
Si chinò a baciargli la mano.
«Stefano? Santi?» balbettò quello con accento straniero.
«Santi... Venga, venga!»
E chiamò:
«Nonno! Nonno!»
Il vecchio cercò d\'impedirglielo.
«Volevo fargli una sorpresa».
Salirono in fretta la scala. I due fratelli stettero un istante uno di fronte all\'altro quasi esitassero a riconoscersi.
Poi lo zi\' Santi aperse le braccia e se lo strinse al cuore, e baciò e ribaciò il fratello che, dalla gioia, non riusciva a pronunziare una sola parola. Singhiozzava.
Lo zi\' Santi era un po\' impacciato. Guardava con stupore quel vecchio tutto canuto, con gran barba, vestito da galantuomo mentr\'egli portava tuttavia il costume di contadino di molti anni fa. Era cangiato nell\'aspetto, nella voce, nell\'accento, nei modi il suo povero fratello che aveva tanto sofferto!
Avrebbe potuto incontrarlo, passargli davanti senza mai sospettare chi fosse.
«Anch\'io! »
«E come sapevate i nostri nomi?» domandò Santi.
«Da una lettera di lui, li ho tenuti a memoria. Allora eravate ragazzi. Ignoravo che c\'eri anche tu», soggiunse rivolto a Menu.
La gnà Maricchia si teneva in disparte, intimidita dalla presenza del nuovo arrivato.
Il quale sembrava non rinvenisse dalla maraviglia di trovarsi in quella casa che non riconosceva più, tanto era mutata, in mezzo a persone che, meno suo fratello, erano degli ignoti per lui.
I suoi genitori, un altro fratello, il padre dei nipoti, erano spariti da un pezzo; li ricordava come in sogno. E quasi per riconoscersi da se stesso, tentava di riprendere a parlare il dialetto siciliano.
«L\'ho mezzo dimenticato».
Menu sorrideva sentendogli storpiare certe parole, certe frasi.
Il giorno dopo, venne a trovarlo il dottor Liardo.
«Caro collega», gli disse, «siate il ben venuto tra noi».
«No, non mi chiami collega», rispose. «Non mi faccia arrossire. Sono medico per caso; bisognava vivere. Mi sono ingegnato, ho studiacchiato un po\', alla meglio. Molti miei colleghi là ne sapevano meno di me. Bisognava vivere, signor dottore! Qui non mi attenterei... neppure a fare il maniscalco. E poi, sono venuto per morire nella terra dei miei. Nessuno di voi può immaginare che cosa voglia dire essere costretto a starne lontano! Non vale aver trovato una certa agiatezza, essersi formata una famiglia... La patria è sempre la patria! La portiamo nel sangue, nel cuore, nella mente. Non so capire come uno possa lasciarla volontariamente».
«La fame, dice il proverbio, fa uscire il lupo dalla tana», rispose il dottore. «Troverete qui un mondo nuovo. I nostri contadini ora vanno e vengono dall\'America, come se fosse a quattro passi da Ràbbato. È vero però: la patria è sempre la patria. Vanno, e appena hanno fatto un po\' di fortuna ritornano e rimangono. Ràbbato è trasformato. Stenterete a riconoscerlo. Che ve ne sembra di questo piccolo \"americano\"? Qui chiamano così gli emigranti».
«Americano di nome», rispose Menu fieramente, «ma siciliano, anzi italiano sempre!»
«Ben detto», esclamò il dottore.
«Bravo!» soggiunse lo zio. «Io mi son dichiarato siciliano anche quando potevo correr pericolo nel farlo sapere».
Oh, la patria!

40. Eh... la patria è sempre la patria.

Santi era impaziente di rivedere il fondo della Nicchiara riscattato col suo lavoro.
Sarebbe stato troppo strapazzo pel nonno e per lo zio il fare, a dosso di mulo, il lungo tratto di cammino da Ràbbato fin là. Menu propose di andare in carrozza. Arrivati al punto dove la viottola cominciava a salire, nonno e zio non avrebbero sofferto molto montando a cavallo. I due fratelli e la mamma — Menu aveva voluto che vi andasse anche lei — avrebbero fatto comodamente la salita a piedi.
Attraversando le strade del paese, don Paolo Lamanna mandava esclamazioni di gioia riconoscendo una casa, una chiesa, un monastero di monache rimasti tali e quali li aveva lasciati quasi mezzo secolo fa. Ma quante altre cose trovava mutate! E ricordava nomi, persone, famiglie... Tutti morti!
«Qui era la vecchia spezieria Raia, coi panciuti barattoli di ceramica con le etichette azzurre!... Qui la bottega da sarto di mastro Fortunato... Là la merceria dello Storto, che era storto davvero».
Provava una sensazione triste nel vedersi guardato con curiosità o salutato da ignoti; e trasse un profondo respiro quando uscirono in piena campagna.
Anche là quanti cangiamenti! Le viottole polverose in estate, impraticabili in inverno erano sparite per dar posto allo stradale che serpeggiava tra le colline come un largo nastro bianchiccio. E sulle colline, villette, case rustiche a due piani, casette nuove nascoste tra gli ulivi... In un punto, una vivace esclamazione gli sfuggì.
«La cappelletta di San Giuseppe!»
Quasi avesse incontrato una cara persona.
Santi, a cavallo della mula baia, e Menu sulla vecchia storna trottavano ai fianchi della carrozza.
Don Paolo, appena arrivati lassù, si era fermato davanti alla casa rustica intonacata in rosso:
«Si è ripulita anch\'essa!» esclamò. «Ricordo: era quasi un pagliaio, bassa, con i muri di pietra e gesso e il tetto così inclinato che sembrava dovesse da un momento all\'altro scivolare giù. Là c\'era la piccola bica della paglia e, accanto, un fico contorto che produceva certi borgiotti grossi così».
«È seccato dieci anni fa», disse lo zi\' Santi.
«Ho gli innesti nel mio fondo», soggiunse lo Sciancatello che era venuto ad incontrarli.
«Avevo, vicino a Bucarest, una villetta; ma ogni volta che andavo colà, mi venivano davanti agli occhi la casetta e la bica di paglia e il fico contorto di qui, e sospiravo pensando: \"Chi sa se li rivedrò più\". Sempre! Sempre!»
«E i merli?... Sono scappati via, zi\' Carmine?» disse Menu.
«Li ricordi ancora?» rispose lo Sciancatello.
La gnà Maricchia era entrata nella casetta per disporre la tavola. Si era affaccendata il giorno avanti a preparare la colazione e il desinare.
«Vi contenterete, zio?» aveva detto. «Noi mangiamo alla contadinesca, all\'antica».
«Ah, il vostro buon pane di grano! Non so saziarmi di mangiarne quasi fosse un dolce», rispose don Paolo.
«Impastato con le sue mani di buona massaia», soggiunse lo zi\' Santi.
E mentre i due fratelli, seduti davanti a la porta, rievocavano i loro ricordi, e Menu aiutava la mamma a levare dalle bisacce i fagotti portati da Ràbbato, Santi traeva in disparte lo Sciancatello.
«Sentite, zi\' Carmine. Vorrei proporvi... Non ve l\'abbiate per offerta... Senza stima, quanto vorrete voi... perché, un giorno o l\'altro, non caschi in mano di un malo vicino... Voi potrete rimanere come mezzadro, se vi fa piacere... Non ve l\'abbiate per offesa».
«Offesa di che?... Anzi! Se ti dicessi che non mi dispiace direi una maledetta bugia. Non ho figli, non ho nessuno. A patto di godermelo sino alla morte... Ogni zolla, ogni albero, ogni sasso, come se sentissi attaccati ad essi brani del cuore... Era passato per testa anche a me: \"Meglio ai Lamanna che ad altri!\" Ma non avevo coraggio di farti la proposta».
«Ve l\'ho fatta io. Senza stima, quanto vorrete... Potremo andare dal notaio domani. Fra persone oneste si pratica così».
«Ma tu, ho inteso dire, vai via di nuovo».
«Chi lo sa? Ho trovato il nonno molto giù. Anche la mamma mi è parsa invecchiata di dieci anni».
«E Stefano?»
«Ah! Quello là...»
Santi si sentì stringere il cuore al ricordo del fratello; vedendo però che lo Sciancatello lo guardava maravigliato soggiunse subito:
«Vuol guadagnare ancora, ma tra qualche anno tornerà anche lui. Non vorrei lasciarlo solo... Chi lo sa però?»
«Tuo nonno, tua madre hanno bisogno di te. C\'è Menu, è vero. Dice che era ben situato...»
«Sì, sì, potrebbe farsi una bella posizione.. Ma è troppo ragazzo. Questo mi dà a pensare... Dunque, zi\' Carmine? Dite una parola francamente».
«Per non aver scrupoli né tu né io, rimettiamoci al perito».
«Ed io farò un\'aggiunta, per ringraziamento. Qua la mano. Come se tutto fosse già messo in carta bollata, davanti al notaio».
I due fratelli non finivano di ricercare ricordi. Don Paolo, di tratto in tratto, raccontava qualche triste avvenimento dopo la sua fuga da Palermo, quando aveva dovuto errare di qua e di là per la Grecia, per la Turchia, facendo tutti i mestieri per guadagnarsi da vivere alla giornata.
«E noi», diceva lo zi\' Santi, «che non ricevevamo nessuna notizia!»
La mamma piangeva: «Chi sa dove ha chiusi gli occhi, povero figlio».
Santi e Sciancatello si accostavano:
«Siate testimoni», disse lo Sciancatello ridendo, «che questo mariolo qui mi ha rubato il fondo, lasciandomi nudo e crudo».
«Come mai?» domandò don Paolo. «Un fondo non si mette in tasca come questa tabacchiera».
E offerse una presa allo Sciancatello.
«L\'ho fatto per voi, zi\' Santi, per voi gnà... Maricchia... A tavola? Subito... Vi ho legati qui vostro nipote e vostro figlio. Che volete ora ch\'egli vada cercando nella Merica? Ha qui la sua terra da coltivare».
Lo zi\' Santi si rizzò da sedere.
«Sì, nonno», disse Santi. «Sì, mamma! Ho riflettuto in questi giorni... Rimango a Ràbbato!»
«La patria è sempre la patria!» esclamò don Paolo.
«Rimango anch\'io!...»
Menu pronunziò queste parole con tal enfasi di gioia che fece ridere tutti. E continuò gesticolando.
«Voglio essere siciliano, italiano, non americano bastardo!... Sapete che farò, nonno? Prenderò la patente di maestro di scuola. Me lo ha consigliato il mio maestro di quarta. Insegnerò un po\' di americanismo qui: la gran volontà, il grande amore al lavoro. Ah, se la miseria non scacciasse via i nostri paesani!... Finirà anche questa».
In un anno e mezzo di vita nel fervido affaccendamento di New York quel ragazzo sembrava diventato uomo maturo.
E fu un abbracciarsi, un baciarsi come se tutti si fossero inattesamente trovati insieme per la prima volta.
«Su, a tavola!» gridò lo Sciancatello.
Santi e Menu, rimasti indietro, si guardarono negli occhi e s\'intesero. L\'immagine dell\'assente li turbò.
«È pentito; lavorerà, tornerà un giorno anche lui!» sussurrò Santi all\'orecchio di Menu, che assentì con un cenno della testa e ripeté internamente:
\"È pentito, lavorerà, tornerà un giorno anche lui!\"
«Ah, par di sognare!» ripeteva don Paolo Lamanna. E rivolto ai due \"americani\" soggiungeva: «Eh? La patria... è sempre la patria!»

INDICE

Il nonno
1 Lo zi\' Santi Lamanna rimpiange i tempi passati.
2. Entriamo in casa del nonno e facciamo la conoscenza degli altri membri della famiglia.
3 Un personaggio misterioso che giunge da lontano.
4. Anche i nipoti dello zi\' Santi subiscono il fascino di Coda-pelata.
Coda-pelata
5 Facciamo finalmente la conoscenza di Coda-pelata.
Propaganda
6 Coda-pelata fa buona propaganda all\'America.
7 Stefano e Santi prendono la decisione di partire.
Preparativi
8 I preparativi per la partenza.
La partenza
9 Ecco giunto il giorno della partenza.
Alla Nicchiara
10 Una visita al podere tanto amato.
11 Il nonno è preoccupato per Menu.
La prima lettera
12 Le rondini si preparano a partire.
13 Arriva la prima lettera dall\'America!
Inquietudini
14 Quanta inquietudine, se mancano notizie!
15 La mamma in pensiero per Menu.
Menu fantastica!
16 Menu ormai non pensa ad altro che alla Merica.
Riscatto
17 Un gran giorno, per il nonno.
La festa del Patrono
18 Ràbbato è in festa per sant\'Isidoro.
19 Menu si sente ormai un \"americano\".
La pazza
20 Dalla \"Merica\" giungono anche cattive notizie e dolori.
Menu vuol partire
21 Le notizie che giungono su Stefano confermano le ansie del nonno.
22 Notizie di Santi.
23 Menu è disposto a tutto, pur di partire.
Il dottor Liardo
24 Che cosa aveva fatto cambiare idea al nonno?
Menu a New York
25 L\'arrivo a New York.
26 Menu scopre che la vita in America presenta anche aspetti molto brutti.
I due fratelli
27 Menu incontra Stefano.
28 Nell\'osteria di compare Cheli.
La «Mano nera»
29 Menu al lavoro.
30 Una brutta avventura con la \"Mano nera\".
Miss Mary
31 Santi cerca di far ragionare Stefano.
32 Un brutto guaio per Stefano!
33 Finalmente Menu conosce miss Mary.
Lo zi\' Carta
34 Santi organizza una festa.
35 Un allegro incontro tra compaesani.
L\'arrivo delle rondini
36 Si preannuncia il ritorno delle persone care.
37 L\'attesa impaziente sta per terminare.
Finalmente!
38 Finalmente gli \"americani\" tornano a Ràbbato.
39 Un altro ritorno completa la felicità del nonno.
Oh, la patria!
40 Eh... la patria è sempre la patria.

Citazioni di Luigi Capuana:
La signorina Deledda fa benissimo di non...
Quando l'artista riesce a darmi il perso...
Questa benedetta o maledetta riflessione...
[NDR|Ferdinando Petruccelli della...
Quando il denaro non serve a far godere...
Il paradiso è quaggiù, mentre respiriamo...
L'anima è il corpo che funziona; morto i...
«Perché Dio ci ha creati?»«Non ci ha...
«I preti cattolici hanno preso Dio agli...
"Badiamo, marchese! ...Badiamo!" egli si...
Quando un Roccaverdina prende un drizzon...
"Zosima!" esclamò il marchese. "Permette...
I libri catalogati di Luigi Capuana:
C'Era Una Volta... Fiabe (1882)
C'era una volta...: fiabe
Cardello (1907)
Chi Vuol Fiabe, Chi Vuole?
Come l'onda (1921)
Cronache letterarie (1899)
Delitto ideale (1902)
Eh! La vita... (1913)
Giacinta (1879)
Giacinta
Gli americani di Ràbbato (1912)
Il benefattore
Il decameroncino
Il Drago e cinque altre novelle per fanciulli (1907)
Il Marchese di Roccaverdina (1901)
Il Marchese Di Roccaverdina
Il Raccontafiabe
Le Ultime Fiabe
Per l'arte
Profumo (1891)
Profumo
Racconti - Tomo I
Racconti - Tomo II
Racconti - Tomo III
Rassegnazione
Scurpiddu (1898)
Scurpiddu
Si Conta E Si Racconta
Un vampiro (1906)
Un Vampiro

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