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Voltaire
Autore:Voltaire
Nome originale:François Marie Arouet
Nazione:Francia
Nato nel:1694
Morto nel:1778
Nato a:Parigi
Morto a:Parigi
Correnti letterarie:Illuminismo
Biografia di:Franca Fontana
Pubblicato il:2011-05-06
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François Marie Arouet (Parigi 1694 - Parigi 1778), noto come Voltaire, poeta, scrittore, filosofo francese che meglio rappresentò lo spirito e l’ideologia del secolo dei Lumi.


François Marie Arouet (Parigi 1694 - Parigi 1778), noto come Voltaire, poeta, scrittore, filosofo francese che meglio rappresentò lo spirito e l’ideologia del secolo dei Lumi.

Nacque il 21 novembre 1694 a Parigi da una famiglia benestante. Il padre François-Marie Arouet, già notaio al tribunale dello Châtelet, fu poi consigliere alla Corte dei Conti, la madre Margherite Daumard, di piccola nobiltà di toga, morì quando François Marie, ultimo di cinque fratelli, aveva sette anni.
Nel 1704, all’età di dieci anni, François Marie venne iscritto al prestigioso collegio gesuitico Louis-le-Grand, dove si appassionò nello studio degli autori classici e dove si distinse per la sua notevole intelligenza.
All’età di dodici anni venne presentato alla celebre Ninon de Lanclos, ormai novantenne, la quale rimase così positivamente impressionata dalla vivacità intellettuale del ragazzo, che gli destinò per testamento un legato di mille franchi affinché potesse comprarsi dei libri.

Nel 1711, a diciotto anni, terminati gli studi liceali al Louis-le-Grand, condizionato dai desideri del padre che voleva per lui la carriera di avvocato o notaio, François Marie, benché sentisse ormai chiara dentro di se la vocazione letteraria, si iscrisse controvoglia alla Facoltà di Giurisprudenza.
In quel periodo, il giovane e brillante François Marie aveva iniziato a frequentare l’ordine dei Templari, un gruppo di liberi pensatori, detti anche “libertins”, con i quali, dotato di grande spigliatezza e sferzante cinismo, si era immerso in un clima di aperto confronto e libera critica.
Il padre, contrariato da questi diversivi che considerava futili, lo spedì a Caen da cui proseguì per l’Aja. Si trattò di una decisione poco idonea a distoglierlo dalle sue inclinazioni essendo l’Olanda in quel periodo il crocevia da cui transitavano insieme ai profughi delle persecuzioni religiose e politiche, le idee più avanzate e “libertine”.

All’Aja, in cui svolgeva le funzioni di segretario dell’ambasciatore francese il marchese di Châteauneuf, conobbe Catherine-Olimpie du Noyer, soprannominata Pimpette, una giovane molto graziosa, ma poco meno che analfabeta. Con lei iniziò una relazione sentimentale subito contrastata da entrambe le famiglie. I due innamorati tentarono di fuggire, ma vennero scoperti, e François Marie fu costretto a rientrare a Parigi.

Per placare le ire del padre François Marie accettò di fare tirocinio presso uno studio legale, in cui conobbe Nicolas-Claude Thieriot, che ben presto divenne il suo confidente e portavoce presso gli ambienti letterari e nella società mondana parigina.
Nel contempo, François Marie, iniziò a pubblicare le sue prime composizioni letterarie. Dopo l’ode “Sur les malheurs du temps” (1713), compose l’ode “Sur le voeu de Louis XIII” con cui partecipò nel 1714 ad un concorso indetto dall’Acadèmie Française, senza vincerlo.
Nello stesso anno pubblicò “Le Bourbier” una satira contro un celebre letterato del tempo, e compose un’altra satira “L’Anti-Giton” contro un aristocratico noto per la sua omosessualità.
Seguirono altre audaci composizioni satiriche e fu proprio a causa di una di queste, in cui ironizzava sui comportamenti incestuosi del Reggente, il duca Filippo d’Orléans, che François Marie venne esiliato a Tulle, poi a Sully-sur-Loire.
Scrisse “L’epitre a M. le duc d’Orléans”, per tornare nelle grazie del Reggente, che lo perdonò, autorizzandolo, nell’ottobre del 1716, a tornare a Parigi.
Ma, l’anno seguente, a causa della satira in latino “Puero regnante”, forse erroneamente attribuitagli, François Marie, il 17 maggio 1717, fu arrestato e condotto al carcere della Bastiglia.
Ne uscì dopo undici mesi per raggiungere il confino a Châtenay, dove il padre possedeva una casa di campagna. Da lì scrisse al duca d’Orléans, sostenendo la propria innocenza e ottenendone la fine dell’esilio e il ritorno a Parigi.
In questo periodo lo scrittore, assunto lo pseudonimo di Voltaire, portò a compimento la tragedia teatrale “L’Oedipe” (1718), che, rappresentata alla Acadèmie Française, ottenne un enorme successo.
Il duca d’Orléans gli donò una medaglia d’oro e gli riconobbe una pensione annua di 1200 franchi.
Il 1° gennaio 1722 morì il padre lasciando a Voltaire un terzo dell’intero patrimonio: l’eredità paterna gli permise di trarre un’ulteriore rendita che lo rese economicamente indipendente.
In questi anni pubblicò la tragedia “Marianne” (1725), e il poema eroico “La Henriade”, dedicato all’opera illuminata di Enrico IV, il re che aveva posto fine alle guerre di religione e imposto la tolleranza.
Il notevole successo dell’opera che si protrasse nei decenni a venire, scaturiva principalmente dalle idee che vi venivano promulgate; Voltaire aveva posto sullo stesso piano la religione ufficiale della Francia e la fede calvinista dei perseguitati e dei proscritti.

Seguirono mesi di continui spostamenti da un castello all’altro della Francia, ospite dei più prestigiosi nomi della nobiltà francese e vezzeggiato dalle aristocratiche più affascinanti.
Voltaire, trentunenne, aveva ormai raggiunto le gioie della fama e dell’agiatezza.
Ma, nel 1726, al suo rientro a Parigi si scontrò con una nuova disavventura. A causa di uno screzio con il potente cavaliere Gui-Auguste de Rohan-Chabot, venne nuovamente incarcerato alla Bastiglia. Abbandonato dalla nobiltà che tanto lo aveva elogiato, per poter uscire dal carcere Voltaire propose alle autorità di esiliarsi volontariamente in Inghilterra. Condotto sotto scorta fino a Calais, Voltaire s’imbarcò per l’Inghilterra dove vi trascorse due anni, rimanendovi fino al novembre 1728. Tuttavia il soggiorno inglese si rivelò assai benefico per la formazione di Voltaire.
Venne presentato a corte, frequentò i maggiori rappresentanti della cultura e della politica inglese, studiò i testi filosofici di Bacone, Locke e Newton, che diverranno le fonti dell’Illuminismo francese, imparò correttamente la lingua per conversare con i letterati inglesi, fra i quali apprezzò particolarmente Alexander Pope, Jonathan Swift, William Congreve e Robert Walpole.
Prese appunti sui costumi locali e scrisse tre importanti opere, pubblicate al suo ritorno in Francia negli anni successivi: la tragedia “Brutus” (1730), “l’Histoire de Charles XII” (1731) e le “Lettres philosophiques ou Lettres sur les anglois” pubblicata in una prima edizione inglese nel 1733.

Nell’aprile del 1729, riottenuto il permesso di tornare a Parigi, una serie di fortunati eventi finanziari, fra i quali la partecipazione alla lotteria del municipio di Parigi che gli fece guadagnare mezzo milione di franchi, ristabilirono la sua indipendenza economica e lo posero al riparo dagli attacchi dei suoi non pochi nemici.
Riprese anche a scrivere intensamente producendo opere importanti quali: “Zaire” (1732), “Le temple du Goût” (1733), “Adelaide du Guesclin” (1734).
Nel 1734, uscì la pubblicazione in edizione francese delle “Lettres philosophiques ou Lettres sur les anglois”: l’opera creò un vero sconvolgimento nella Francia dell’Assolutismo monarchico e della filosofia cartesiana, ponendo lo scrittore in conflitto con le autorità. Lo scandalo fu enorme, almeno quanto il successo, ma quando gli si prospettò nuovamente l’arresto, dopo la condanna dell’opera sancita dal parlamento il 10 giugno 1734, Voltaire si rifugiò nuovamente a Cirey, ducato indipendente della Lorena, presso Madame du Châtelet. Con lei Voltaire aveva da circa un anno iniziato una intensa relazione amorosa e una convivenza che durerà circa dieci anni.

Nella primavera del 1735, tornato a Parigi iniziò la sua corrispondenza con Federico principe ereditario di Prussia, il quale lo aveva contattato per averlo come suo confidente e guida letteraria.
Negli anni successivi la sua produzione letteraria si arricchì di altre importanti opere: “La Pucelle d’Orléans” (1734), “La mort de Jules César” (1735), “Alzire” (1736), “L’Enfant prodigue” (1736), “Défense du Mondain” (1736), “Eléments de la philpsophie de Newton” (1736), “Siècle de Luois XIV” (1738), «Discours sur l’Homme» (1738).
Quando Federico il 31 maggio 1740, salì al trono di Prussia, Voltaire gli fece visita recandosi a Clèves e seguendolo poi a Berlino. Verso la fine del 1741 rientrò a Parigi, dopo un periodo di circa dieci mesi trascorsi in Belgio.
Miglioratisi i rapporti con la corte di Luigi XV, si trasferì a Versailles dove venne nominato “storiografo del re” e dove, in un clima di serena tranquillità scrisse il “Poema di Fontenoy” (1745), “Le temple de la gloire” (1745) e portò in scena l’opera “La princesse de Navarre” (1745) in onore del matrimonio del Delfino.
Nel 1746 venne eletto all’Académie Française: in questa sede, il 9 maggio pronunciò un discorso sulle caratteristiche e lo spirito della letteratura francese. Questo alto riconoscimento spinse altre accademie europee ad includerlo fra i loro membri, compresa quella italiana della Crusca.
In questo periodo vennero pubblicate la tragedia “Mahomet” (1742), e il racconto “Zadig” (1748).
Il 10 settembre 1749 Madame du Châtelet morì di parto lasciando Voltaire in una profonda disperazione. Lasciata la residenza di Cirey, si stabilì a Parigi, dove diede ospitalità alla nipote Marie-Louise Denis, figlia di sua sorella e vedova.
Nel maggio 1750 scrisse “La voix du sage et du peuple”, un pamphlet contro il rifiuto del clero di contribuire con il pagamento delle imposte all’erario dello Stato. Condannato dal Sant’Uffizio e dal Consiglio del re, si rifugiò a Potsdam, accolto alla corte di Federico II di Prussia, che gli conferì il titolo di suo ciambellano, e dove rimase per circa tre anni, fino a quando, per alcune incompatibilità di carattere e divergenze di vedute col sovrano, decise di lasciare la Prussia.
Durante questo periodo Voltaire aveva scritto nuove opere: “Pensées sur le gouvernement” (1751), il racconto filosofico “Micromega” (1752), con cui mise a nudo l’orgoglio e l’ignoranza della specie umana, “L’Histoire de la guerre del 1741” (1752) che è la storia completa della guerra di successione austriaca.
Trascorse due anni soggiornando in diverse città europee: Berlino, Lipsia, Gotha, Francoforte dove subì l’arresto per ordine di Federico II e il sequestro di tutte le sue carte. Liberato raggiunse Mannheim, accolto trionfalmente alla corte palatina, e successivamente trascorse alcuni mesi a Strasburgo e a Colmar. Soggiornò presso l’Abbazia di Sénones in cui lavorò presso la biblioteca, fece tappa a Lione e infine verso la fine del 1754 si fermò a Ginevra dove, raggiunto da Madame Denis, che da quel momento divenne sua inseparabile compagna, acquistò una villa a cui diede il nome di “Les Délices” e contemporaneamente affittò una casa a Monriond presso Losanna.
In entrambe le abitazioni diede l’avvio alle rappresentazioni teatrali delle sue opere. Ben presto però le autorità religiose e civili ginevrine, che avevano bandito le rappresentazioni teatrali, entrarono in contrasto con Voltaire e proibirono ai fedeli di assistere agli spettacoli messi in scena nella villa del filosofo; più tollerante invece si manifestò la società losannese: gli stessi pastori calvinisti parteciparono alla prima dell’“Enfant prodigue” (1755) che si tenne nella sua casa di Monriond.
Quando il tremendo terremoto di Lisbona distrusse la città, Voltaire vi dedicò il “Poème sur le désastre de Lisbonne” (1756), da cui traspare il pessimismo cosmico di Voltaire, già accennato in opere precedenti. Nello stesso anno uscirono: “Essai sur les moeurs et l’esprit des nations” e il “Poème sur la loi naturelle”, scritto diversi anni prima.
In questo periodo ebbero inizio i contrasti d’opinione con Jean-Jacques Rousseau, che si protrassero a lungo negli anni.

Nel 1758 Voltaire acquistò la tenuta di Fernet e le terre confinanti della contea di Tournai.
Nella vastissima tenuta composta da venticinque poderi, si fece costruire, a Ferney una villa di stile neoclassico circondata da un grande parco e a Tournai un teatro. I vantaggi furono notevoli: Voltaire poteva vivere ora sul territorio francese, ma nel tempo stesso nella diocesi straniera del vescovo di Annecy (Savoia), in territorio svizzero. Quando gli si prospettavano noie giudiziarie e scontri con le autorità ora svizzere ora francesi, a Voltaire bastava compiere pochi passi per ritrovarsi da una parte all’altra della sua immensa tenuta, risolvendo così ogni problema di fuga.
Acquistando Ferney tuttavia si era assunto l’onere di far eseguire lavori di riparazione alle costruzioni e di miglioria ai terreni. Compito che assolse facendo dissodare le terre, abbandonate da anni a brughiera e facendo piantare 4.000 viti e 20.000 alberi. Ordinò la costruzione di una stalla e una scuderia, e la ristrutturazione di una grande cappella, su cui fece incidere una lapide con le parole: “Deo erexit Voltaire”- “Dio volle, Voltaire eresse”.

Ferney divenne meta di pellegrinaggio di aristocratici, letterati, politici, attori e gente semplice.
Presso la sua villa vennero ospitati decine di personaggi provenienti da tutta l’Europa.

La sua attività intellettuale e politica si fece più intensa e incisiva, mentre le sue prese di posizione pubbliche, le sue opinioni, i suoi racconti, le sue opere teatrali, i suoi sarcastici libelli contro l’intolleranza religiosa della Chiesa cattolica e le sue satire suscitavano spesso le reazioni negative delle autorità religiose e civili.
Nella sua nuova residenza, dove visse i suoi ultimi vent’anni, Voltaire scrisse alcune delle sue opere maggiori: “Candide ou l'optimisme” (1759), “Traité sur la tolérance” (1763), “Idées républicaines” (1763), “Dictionnaire Philosophiques” (1764), “Les Scytes” (1767), “L’Ingénu” (1767), “A.B.C.” (1768). Elaborò centinaia di libelli e manifesti satirici con i quali criticava ogni genere di sopruso.
Coloro che subivano una persecuzione per le loro opinioni trovavano sempre in Voltaire un eloquente e autorevole difensore sempre pronto a contrastare l’intolleranza e il fanatismo.
Fra i casi giudiziari riaperti per il suo personale impegno restano famosi quello del protestante Calas, giustiziato nel 1762 e del quale nel 1765 ottenne la riabilitazione della memoria e la liberazione della sua famiglia, e quello di Sirven, un altro protestante che per sfuggire alla condanna a morte trovò rifugio a Farney e del quale riuscì ad ottenere l’assoluzione nel 1771.
Nel 1772 uscirono completate le “Questions sur l’Encyclopédie”. Nel 1775 propose un progetto per “L’entière abolition de la servitude en France”. Nel 1777 il governo di Luigi XVI decise finalmente di annullare l’ennesimo provvedimento che impediva a Voltaire di far ritorno a Parigi.

Ormai ultraottantenne, fisicamente in precarie condizioni, Voltaire scrisse ancora due tragedie, “Irène” e “Agathocle”, riprese la lotta per la riforma della legislazione penale con la pubblicazione de “Le prix de la justice et de l’humanité” e il saggio metafisico “Dialogues d’Evhémère”. Il 5 febbraio 1778, preceduto da Madame Denis, si mise in viaggio per Parigi dove fu accolto in trionfo.
L’Académie Française e il Théatre Français gli inviarono loro rappresentanze per salutarlo e decine di personalità politiche e letterarie gli fecero visita nella casa dei marchesi di Villette presso cui si era alloggiato.
La rappresentazione dell’opera “Irène” all’Académie Française ottenne uno strabiliante successo e sul palcoscenico venne scoperto il suo busto incoronato di alloro, accolto da un applauso interminabile. Tante emozioni e tante fatiche esaurirono definitivamente le sue energie, forse anche spezzate dall’uso di qualche eccitante.
Nella notte del 30 maggio 1778, Voltaire morì rifiutando i conforti religiosi. Sepolto quasi clandestinamente nell’Abbazia di Seillières in Champagne, le sue spoglie vennero riesumate l’11 luglio 1791 e deposte nel Pantheon.

Il pensiero di Voltaire, che si rispecchia in tutte le sue opere, si può definire come una forma di illuminismo tollerante. Egli credeva profondamente nella ragione umana e nel progresso, ed era convinto che tutti i mali da cui l’umanità era oppressa dipendessero dalla confusione delle idee, dalla intolleranza e dal fanatismo. Combatte tenacemente ogni costrizione e tutte le religioni e tutte le superstizioni. Fu strenuo difensore dei perseguitati e degli umili, contribuendo al miglioramento delle leggi e della procedura giudiziaria francese. Fece costruire molte case per i poveri e aiutò i contadini favorendo la loro istruzione. Con parole perspicaci e convincenti seppe far comprendere a coloro che gli erano vicini la superiorità dell’idea della tolleranza quale idea suprema dell’umana civiltà e seppe far convivere in armonia protestanti e cattolici.
Con la sua prodigiosa fertilità letteraria sollecitò gli uomini del suo tempo a lottare per la libertà di pensiero e il rispetto per ogni individuo a prescindere dalla sua condizione culturale e sociale.

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