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Cesare Pavese
Autore:Cesare Pavese
Nazione:Italia
Nato nel:1908
Morto nel:1950
Nato a:Santo Stefano Belbo
Morto a:Torino
Biografia di:Franca Fontana
Pubblicato il:2011-05-06
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Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo, Cuneo 1908 – Torino 1950), poeta, romanziere, critico e traduttore italiano.


Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo, Cuneo 1908 – Torino 1950), poeta, romanziere, critico e traduttore italiano.

Cesare Pavese nacque il 9 settembre 1908 a Santo Stefano Belbo, in provincia di Cuneo, nella cascina di S. Sebastiano, dove la famiglia trascorreva il periodo estivo.
Il padre, Eugenio Pavese, era cancelliere presso il Tribunale di Torino e nel capoluogo piemontese risiedeva nei restanti mesi dell’anno con la moglie Consolina Mesturini.
Dal loro matrimonio nacquero cinque figli: Maria, la primogenita, altri tre bambini nati morti, e Cesare di sei anni più piccolo di Maria.
Il 2 gennaio 1914 il padre morì di cancro. Questo evento drammatico lasciò un profondo vuoto affettivo nel piccolo Cesare dal carattere introverso e malinconico.
A Torino, dopo aver terminato le scuole elementari, Cesare Pavese frequentò il ginnasio inferiore presso l’“Istituto Sociale” dei Gesuiti, e il ginnasio superiore presso l’Istituto pubblico “Cavour”. Qui conobbe Mario Sturani, con il quale instaurò un’amicizia profonda e duratura.
Nel 1923 Cesare Pavese si iscrisse al liceo “D’Azeglio”. La severa disciplina di studio inculcata negli allievi dal professore Augusto Monti, insegnante di italiano e latino, fu determinante nella presa di coscienza della sua vocazione letteraria.
Conseguito il diploma liceale, nel 1926 Pavese si iscrisse alla Facoltà di Lettere all’Università di Torino ed entrò a far parte del gruppo della “Confraternita”, formato dagli ex allievi del Liceo “D’Azeglio”, e del quale era punto di riferimento Augusto Monti, per la sua integrità morale e il suo impegno civile. Il gruppo, unito da un forte sentimento antifascista e da un prevalente interesse politico, oltre a Pavese comprendeva Mario Sturani, Norberto Bobbio, Tullio Pinelli, Giulio Einaudi, Leone Ginzburg e Massimo Mila. Ma Pavese, dal temperamento troppo inquieto e sognatore, più che dalla politica si sentiva attratto dalla letteratura, in particolare verso quella inglese e nordamericana. Sul piano sentimentale invece la sua natura romantica lo trascinava verso esperienze difficili e tormentate. La sua prima infatuazione amorosa per la soubrette Milly, che non lo corrispose, gli provocò una lacerante delusione.
Nel giugno 1930, conseguita la laurea in lettere, non abbandonò l’interesse verso i più noti scrittori inglesi e americani classici e contemporanei, tra i quali: Daniel Defoe, S. H. Anderson, Charles Dickens, Ernest Hemingway, Francis Scott Fitzgerald, O ‘Neill, Gertrude Stein, John Steinbeck, James Joyce e Siclair Lewis.
Per guadagnarsi da vivere iniziò a dare lezioni private, a insegnare presso scuole serali e a fare supplenze nelle scuole pubbliche fra le quali anche il Liceo D’Azeglio; per poter espletare questi incarichi fu costretto ad iscriversi nel 1932 al Partito nazionale fascista.
Di questo periodo fu la sua prima realizzazione poetica, “I mari del Sud”, dedicata ad Augusto Monti. Iniziò anche a lavorare per la rivista “La Cultura”, pubblicando articoli e saggi.
Il 4 novembre 1930 gli morì la madre. Pavese soffrì immensamente per la sua perdita, ma nascose dentro di se il dolore per non averle saputo dimostrare la sua tenerezza e il suo affetto. Rimasto solo, Pavese andò a vivere con la sorella a Torino.
L’anno precedente Pavese aveva conosciuto Tina, “la donna dalla voce rauca”. Questo nuovo rapporto sentimentale rappresentò un momento particolarmente sereno della vita di Pavese, da cui trasse l’ispirazione per le sue composizioni poetiche, e nuove energie che dedicò al suo lavoro di insegnante e di traduttore delle opere più rappresentative della letteratura americana e inglese, che gli diedero ben presto la notorietà. Ma Tina Pizzardo, insegnante di matematica, iscritta al Partito comunista clandestino, era anche attivamente impegnata nella politica, e all’insaputa di Pavese continuò ad avere rapporti epistolari col fidanzato Altiero Spinelli, in carcere a Roma.
Queste missive politicamente compromettenti, che Pavese aveva accettato di far giungere al suo domicilio e trovate nel corso di una perquisizione, il 13 maggio 1935 gli causeranno l’arresto per sospetto antifascismo e la successiva condanna al confino politico.
Nel 1931 Pavese diede inizio al suo primo impegno narrativo con il libro di racconti “Ciau Masino”, pubblicato postumo nel 1968, che però non ottenne una buona accoglienza presso gli amici.
Nel 1933 partecipò alla fondazione della casa editrice “Giulio Einaudi” in cui si trovò a lavorare insieme a M. Mila, Leone Ginsburg e ad altri amici, e dove svolse l’incarico di direttore editoriale dal maggio 1934 fino al gennaio del 1935, quando decise di dimettersi per continuare solo con l’insegnamento che gli avrebbe permesso di avere più tempo per la scrittura. Ma il 13 maggio 1935 avvenne il suo arresto: dapprima venne rinchiuso nelle Carceri Nuove di Torino, poi fu tradotto nelle Carceri di Regina Coeli di Roma. Infine, il 15 luglio venne condannato a tre anni di confino da scontare a Brancaleone Calabro, dove vi giunse il 4 agosto. Gli anni di pena poi vennero ridotti a pochi mesi, e alla metà di marzo del 1936 ricevette il condono.
Il rientro a Torino per Pavese fu molto amaro in quanto coincise con la notizia dell’abbandono di Tina e del suo imminente matrimonio con un altro uomo. Questa delusione rappresentò per Pavese un trauma che gli peserà per tutto il resto della sua vita. L’avvilimento per l’abbandono subito lo spinse a caricarsi di torti e giudizi estremamente impietosi verso se stesso; e la viva percezione della sua inadeguatezza nei confronti della vita lo sprofondarono in una grave crisi depressiva che rese acuta la sua tentazione al suicidio.
Nel gennaio 1936 le edizioni Solaria pubblicarono la sua prima raccolta di poesie, dal titolo “Lavorare stanca”, il cui lo scarso successo non contribuì a sollevargli il morale. Una seconda edizione definitiva, comprendente nuove poesie scritte fino al 1940, venne pubblicata da “Einaudi” nel 1942.
Insieme al difficile periodo di crisi esistenziale, Pavese si trovò davanti anche a problemi pratici. L’insegnamento gli era stato precluso a causa delle accuse subite e il poco denaro guadagnato dalle lezioni private, che non bastava a farlo sopravvivere, aggravarono il suo senso di frustrazione. Il 1° maggio 1938 tornò a lavorare per “Einaudi” con lo stipendio fisso di mille lire al mese.
Nel 1939 portò a compimento il romanzo intitolato “Il carcere”. La frequentazione degli intellettuali antifascisti della città, oltre a ravvivare una certa fiducia in se stesso, contribuì a fargli maturare una coscienza politica più emotivamente partecipativa ed a orientarsi verso una chiara opposizione al regime fascista. Quando il 10 giugno 1940 l’Italia entrò in guerra, e l’Europa era ormai sconvolta da un susseguirsi di avvenimenti drammatici, Pavese non si lasciò coinvolgere. Egli stava vivendo da pochi mesi una nuova esperienza sentimentale. Aveva conosciuto Fernanda Pivano e dal suo vivace e fresco temperamento ne era rimasto vivamente colpito. Di lei Pavese s’innamorò e le chiese di sposarlo, ma ne ebbe un rifiuto che lo scrittore subì con disarmata rassegnazione.
Nel 1941 avvenne il suo esordio narrativo con il romanzo “Paesi tuoi”, pubblicato da Einaudi, che ottenne vasti consensi dalla critica letteraria, al quale seguì il romanzo “La spiaggia” (1942).
Nel 1943 Pavese venne inviato a Roma per organizzare l’apertura di una nuova sede “Einaudi”, ma dopo i bombardamenti che colpirono la città ed anche i locali della casa editrice, rientrò a Torino. Dopo l’8 settembre 1943 anche Torino venne occupata dai tedeschi e a Pavese non restò che raggiungere la sorella sfollata a Serralunga di Crea. A dicembre, per sfuggire alle retate dei repubblicani e dei tedeschi, si rifugiò a Casale Monferrato presso i Padri Somaschi, dove restò fino al 25 aprile 1945. La biblioteca del collegio gli offrì la possibilità di dedicarsi alla lettura di numerosi volumi sulla storia delle religioni, che lo portarono a vivere una profonda crisi religiosa.
Dopo la Liberazione Pavese rientrò a Torino e riprese il lavoro presso la Einaudi.
Alcuni suoi amici fraterni erano morti , fra questi Leone Ginzburg e Giaime Pintor. Queste dolorose assenze gli provocarono forti sensi di colpa che lo spinsero ad iscriversi al P.C.I. e a collaborare con “L’Unità”, quasi volendo inconsapevolmente pagare il debito per non aver partecipato alle lotte di Resistenza. In questo periodo gli furono di conforto l’amicizia discreta e comprensiva di Italo Calvino e di Natalia Ginzburg.
Tuttavia Pavese, incapace di sostenere qualsiasi altro impegno se non quello prettamente letterario, ben prestò trascurò la politica per dedicarsi con fervore alla casa editrice e alla sua attività di scrittore. Nel 1946 pubblicò una raccolta di racconti “Feria d’agosto”.
Tornato a Roma per riavviare anche la sede della capitale, nella segreteria romana incontrò Bianca Garufi: con lei Pavese visse nuovi e brucianti sentimenti d’amore, che tuttavia non riuscirono a cancellare quell’accumulo di tormenti ormai sedimentati nel suo animo. Esauritasi la passione, con Bianca Garufi scrisse a quattro mani il romanzo “Fuoco grande” rimasto interrotto all’undicesimo capitolo e pubblicato postumo nel 1959. Con lei scrisse anche i versi poetici “La terra e la morte”.
Nel 1947 pubblicò una raccolta di liriche dal titolo “I dialoghi con Leucò” e il romanzo “Il compagno”, col quale vinse il Premio Salento.
Nel 1948 la “Einaudi” pubblicò “Prima che il gallo canti”, che comprende “Il carcere”, scritto nel 1939, e “La casa in collina “, scritto nel 1948. Nel 1949 venne pubblicato il trittico di racconti “La bella estate”, che comprende il racconto omonimo scritto nel 1940; “Il diavolo sulle colline”(1948) e “Tra donne sole” (1949): con questo volume il 24 giugno 1950 ottenne il Premio Strega.
Si recò a Santo Stefano Belbo per un breve soggiorno, dove gli amatissimi luoghi dell’infanzia a cui era sempre rimasto legato lo trascinarono ad un deludente consuntivo della sua esistenza.
Nonostante l’attività di scrittore negli ultimi anni gli avesse fatto conoscere elogi e riconoscimenti, dentro di se Pavese avvertiva un profondo senso di abbattimento.
Rientrato a Roma, logorato e privo di energie, la sera era spesso ospite in casa di amici. In una di queste serate, Pavese incontrò Costance Bowling, una giovane attrice americana in cerca di successo, e ne rimase affascinato. In Pavese, innamorato, rinacque la speranza di poter cambiare la propria vita. Al suo rientro a Torino, Costance lo seguì e spesso trascorrevano giornate insieme, ma all’improvviso la ragazza ripartì per l’America. Pavese ne soffrì immensamente e si ritrovò di nuovo sommerso da un’ondata di sconforto. Visse questo ultimo abbandono come una disperata sconfitta, come una definitiva remissione al destino. Per lei scrisse le poesie di “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” pubblicate postume nel 1951.
Nell’aprile del 1950 venne pubblicato il romanzo “La luna e i falò” considerato la sua migliore opera in prosa. Paveso lo dedicò a Costance, quasi a volerle pronunciare il suo ultimo addio.
Con questa opera Pavese considerò compiuta la sua attività di scrittore. Seguirono lunghe settimane cariche di sofferenza e angoscia. Le amarezze personali confluirono in un vertiginoso senso di vuoto che prese il sopravvento, opponendosi anche ai tentativi di incoraggiamento degli amici.
Nella notte del 27 agosto 1950, fra sabato e domenica, in una stanza dell’Albergo Roma di Torino, Pavese si tolse la vita, ingerendo una forte dose di sonnifero. Nella prima pagina dei “Dialoghi con Leucò” lasciati sul tavolino, aveva scritto: “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono...”.

Il diario scritto dal 1935 al 1950 col titolo “Il mestiere di vivere” venne pubblicato nel 1952. Le “Lettere” raccolte in due volumi (1924-1944) e (1945-1950), vennero pubblicate nel 1966.

Scrittore sensibile, colto, finissimo, e pur alieno da ogni compiacimento letterario, sempre amato dalle giovani generazioni, Cesare Pavese ha interpretato con sofferta sincerità e con vigore poetico le inquietudini e le nostalgie dell’uomo moderno, riflettendo nel contempo, taluni concreti e particolari aspetti della società italiana.
L’intensità delle sue opere, la sua attività di traduttore di alcuni dei maggiori romanzi della letteratura nordamericana, la sua ricerca dei testi stranieri da pubblicare per la prima volta in Italia contribuirono notevolmente a far uscire la cultura italiana di quegli anni dalle ristrette retoriche nazionalistiche, nelle quali si era trovata costretta durante il periodo della dittatura fascista, aprendo così nuovi orizzonti culturali.

Galleria di immagini

I libri catalogati di Cesare Pavese:
Dialoghi con Leucò
Feria d'agosto
Ferie d'Agosto
Il carcere
Il compagno
Il mestiere di vivere
La bella estate
La bella estate
La casa in collina
La luna e i falò (1950)
La luna e i falò
La spiaggia (1942)
La spiaggia
Lavorare stanca
Paesi tuoi
Vita attraverso le lettere
Citazioni di Cesare Pavese:
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