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Titolo: Il Pessimismo di Giacomo Leopardi
Autore: Risorsa esterna
Articolo vocale: Ascolta
Tipo: Articolo
Pubblicato il: 2013-01-24
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Il pessimismo è l'aspetto filosofico che caratterizza tutto l'evolversi del pensiero del poeta e filosofo Giacomo Leopardi, assumendo nel tempo connotazioni diverse.

Il pessimismo è l'aspetto filosofico che caratterizza tutto l'evolversi del pensiero del poeta e filosofo Giacomo Leopardi, assumendo nel tempo connotazioni diverse. Esse possono essere seguite attraverso le pagine dello Zibaldone e si manifestano con evidenza nei testi letterari, come i Canti e le Operette morali. Il suo pessimismo filosofico ha le sue origini nel materialismo del Settecento (d'Holbach, sensismo di Condillac) derivato dal razionalismo dell'Illuminismo, dall'atomismo greco e dal pessimismo mostrato da alcuni autori antichi, come Omero. Esso presenta analogie con il pensiero di Schopenhauer.


Le fasi del pessimismo leopardiano

Gli studiosi hanno distinto tre fasi del pessimismo leopardiano: una fase di "pessimismo individuale", una di "pessimismo storico" e una di "pessimismo cosmico", più una fase finale di "pessimismo eroico". Il suo pessimismo ha una matrice filosofica nel materialismo del Settecento derivato dal razionalismo dell'Illuminismo, oltre che nelle sue riflessioni personali.


Il pessimismo individuale

Le esperienze dell'adolescenza e della prima giovinezza conducono Leopardi a pensare che la vita sia stata spietata con lui, ma che altri possono essere felici (pessimismo personale o soggettivo). Questa contrapposizione emerge, ad esempio, nel canto La sera del dì di festa e, con qualche incrinatura, nella canzone Ultimo canto di Saffo. Il dolore diviene dunque strumento di conoscenza in quanto fonte di una riflessione che accompagna tutta la vita del poeta.


Il pessimismo umano (o storico)

Leopardi giunge ben presto a considerare il dolore come il frutto negativo dell'evoluzione storica: lo sviluppo del sapere razionale ha negato a tutti gli uomini quella spontanea e libera immaginazione che permetteva di trovare conforto al dolore.
L’infelicità dell'uomo è dunque un prodotto della ragione moderna; secondo il poeta di Recanati soltanto gli antichi, non condizionati dall'incivilimento dovuto alla ragione nel loro accostarsi alla natura e alla vita stessa, hanno potuto raggiungere una condizione, per quanto illusoria, di felicità.
Per Leopardi le epoche passate sono quindi migliori di quelle presenti. La natura, in questa fase del pensiero leopardiano, è ancora considerata benigna, perché, provando pietà per l’uomo, gli ha fornito l’immaginazione, ovvero le illusioni, le quali producono nell’uomo una parvenza di felicità. Nel mondo moderno queste illusioni sono però andate perdute perché la ragione ha smascherato il mondo illusorio degli antichi e rivelato la realtà nuda.


Il pessimismo cosmico

Approfondendo ulteriormente la riflessione, Leopardi perviene al cosiddetto pessimismo cosmico, ovvero a quella concezione per cui, contrariamente alla sua posizione precedente, afferma che l'infelicità è connaturata alla stessa vita dell'uomo, destinato quindi a soffrire per tutta la durata della sua esistenza.
« La natura non ci ha solamente dato il desiderio della felicità, ma il bisogno; vero bisogno, come quel di cibarsi. Perché chi non possiede la felicità, è infelice, come chi non ha di che cibarsi, patisce di fame. Or questo bisogno ella ci ha dato senza la possibilità di soddisfarlo, senza nemmeno aver posto la felicità nel mondo. Gli animali non han più di noi, se non il patir meno; così i selvaggi: ma la felicità nessuno. »
(Giacomo Leopardi, Zibaldone, 27 maggio 1829)

La natura è infatti la sola colpevole dei mali dell’uomo; essa è ora vista come un organismo che non si preoccupa della sofferenza dei singoli, ma svolge incessante e noncurante il suo compito di prosecuzione della specie e di conservazione del mondo: è un meccanismo indifferente e crudele che fa nascere l’uomo per destinarlo alla sofferenza. Infatti la natura, mettendoci al mondo, ha fatto sì che in noi nascesse il desiderio del piacere infinito, senza però darci i mezzi per raggiungerlo.

Questa concezione, che è alla base della maggior parte della produzione poetica di Leopardi, emerge per la prima volta con assoluta chiarezza nel "Dialogo della Natura e di un Islandese", un'Operetta morale scritta nel 1824. In questo Dialogo la Natura si mostra del tutto indifferente alla sofferenza dell'uomo, che è soltanto un elemento del ciclo universale di produzione e distruzione. Nella Ginestra, del 1836, Leopardi ribadisce che la Natura non ha per gli uomini riguardo maggiore di quello che ha per le formiche: eppure "l'uom d'eternità si arroga il vanto". Leopardi sviluppa quindi una visione meccanicistica e materialistica della natura, una natura che egli con disprezzo definisce "matrigna" (cfr. "La Ginestra", v.125).

L’uomo deve perciò rendersi conto di questa realtà di fatto e contemplarla in modo distaccato e rassegnato, come un saggio che pratica l’atarassia (per la dottrina epicurea "assenza di turbamento") e la lucida contemplazione del reale. Il destino dell’uomo, ovvero la sua malattia, è in fondo lo stesso per tutti, pur nelle differenti condizioni materiali, sociali, culturali (cfr, A Silvia e Canto notturno di un pastore errante dell'Asia). In questa fase non ci sono reazioni titaniche perché Leopardi ha capito che è inutile ribellarsi, ma che bisogna invece raggiungere la pace e l’equilibrio con sé stessi, in modo da opporre un efficace rimedio al dolore. Leopardi reputa proprio la sofferenza la condizione fondamentale dell’essere umano nel mondo, arrivando perfino a dire che “tutto è male”. Significativa è, a questo proposito, la conclusione del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia (vv. 100-104), dalla quale emerge tutta la sfiducia del poeta verso la condizione umana nel mondo, una condizione fatta di sofferenza e di diuturna infelicità.
« Questo io conosco e sento,
che degli eterni giri
che dell’esser mio frale
qualche bene o contento
avrà fors’altri; a me la vita è male. »
(Giacomo Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell'Asia, vv. 100-104)
« O natura, o natura,

perché non rendi poi
quel che prometti allor? perché di tanto
inganni i figli tuoi? »
(Giacomo Leopardi, A Silvia)


Il nichilismo leopardiano

Il critico tedesco K. Vossler parla di una "religione del Nulla" a proposito del pessimismo di Leopardi, cioè di un atto di fede nel Nulla. Nel culmine del suo pessimismo Leopardi, raggiunto ormai il nichilismo, scrive anche un inno al Male, l'inno ad Arimane, dio del Male nel Mazdeismo persiano, identificato con il Destino o lo spietato Fato degli antichi. Leopardi anticipa il nichilismo di Nietzsche e quello dell'esistenzialismo ateo moderno (ad es. Albert Camus o Emil Cioran).


L'ateismo di Leopardi

Leopardi, pur costretto dalla censura (nonché dal rispetto verso la sua religiosa famiglia, come emerge dalle lettere), non mancherà di abiurare il cristianesimo, criticare il clero (le sue opere finiranno all'Indice dei libri proibiti), la religione cristiana, come nel Dialogo di Plotino e Porfirio in cui definisce Cristo - chiamandolo Platone per aggirare la censura pontificia e borbonica - il più spietato dei carnefici dell’umanità, per aver creato, insieme ad altri, la paura della vita dopo la morte (da cui da piccolo il poeta aveva grande timore, a causa del fanatismo della madre), anziché un aldilà senza pene e premi come l'Ade di Omero, caratterizzato da malinconica e rassegnata accettazione, approdando quindi all'ateismo. Come Foscolo, Leopardi pensa che la religione cristiana ha spinto l'uomo a disprezzare la vita, ma si spinge poi oltre, poiché la Chiesa, vietando il suicidio (che comunque Leopardi non approva per motivi "solidaristici") ha spinto l'uomo a temere la morte, che invece, nella visione pessimistica, libera l'uomo sofferente da tutti i mali.


Sogno di un'azione concorde degli uomini: il pessimismo eroico

Nell'"Operetta morale" Dialogo di Plotino e Porfirio, la lunga discussione tra i due filosofi antichi sul suicidio si conclude con l'affermazione che la scelta di uccidersi dev'essere rifiutata in quanto questo gesto aggiungerebbe un'ulteriore motivo di sofferenza agli amici del suicida, i quali, come tutti gli uomini, devono già patire tanto dolore. Dunque, conclude Plotino, "andiamoci incoraggiando, e dando mano e soccorso scambievolmente, per compiere nel miglior modo questa fatica della vita". In questo testo è possibile trovare la manifestazione di uno spirito di solidarietà e condivisione, che nasce dalla constatazione che non v'è altro modo per difendersi dalla potenza cieca della Natura e dall'alternativa dolore/noia entro la quale si svolge la vita dell'uomo.

Del resto Leopardi respinse sempre con forza l'accusa di misantropia, come si legge in un pensiero dello "Zibaldone" (Recanati, 2 gennaio 1829):
« La mia filosofia fa rea d'ogni cosa la natura, e discolpando gli uomini totalmente, rivolge l'odio, o se non altro il lamento, a principio più alto, all'origine vera de' mali de' viventi »

Su queste basi, matura in seguito l'auspicio di una società rinnovata in senso solidale, non per astratti insegnamenti di morale o di religione, ma per la presa di coscienza che solo l'accettazione coraggiosa della verità ed il rifiuto di ogni inganno, illusione, autoinganno possono rendere gli uomini veramente uomini, e la vita un po' meno indegna di essere vissuta (cfr. "La ginestra", vv.111-157). Quest'ultima fase del pessimismo leopardiano è chiamata pessimismo eroico poiché appunto l'uomo afferma orgogliosamente ed eroicamente la propria dignità, insieme con i propri simili. Il titanismo solidale leopardiano è stato avvicinato da taluni critici (specialmente quelli di area marxista) alla nascente ideologia socialista, anche se in realtà è più legata alla filantropia di stampo illuminista, in particolare è evidente l'ispirazione da Voltaire, e dal suo Poema sulla legge naturale, il quale presenta alcune similitudini ideologiche con La ginestra.


Autori legati al pensiero e alla poetica di Leopardi

Autori che lo influenzarono e su cui formò il suo pensiero:
Luciano di Samosata, Omero, Socrate, Platone, Saffo, Cicerone, la Bibbia (spec. Libro di Giobbe e Qoelet), Democrito e gli atomisti, Epicuro, Protagora e i sofisti, Lucrezio, Orazio, Epitteto e gli stoici, Mosco, George Gordon Byron, Percy Bysshe Shelley, François-René de Chateaubriand, Giambattista Vico, Torquato Tasso, Ugo Foscolo, Vittorio Alfieri, Madame de Stael, Voltaire, Jean-Jacques Rousseau, Paul Henri Thiry d'Holbach, Denis Diderot, Conte di Buffon, Jean Baptiste Le Rond d'Alembert, Etienne Bonnot de Condillac, Pietro Verri, Arthur Schopenhauer

Autori su cui ha influito:
Vincenzo Cardarelli, Giovanni Pascoli, Umberto Saba, Arthur Schopenhauer, Friedrich Nietzsche, Franz Kafka e tutti gli esistenzialisti, Emil Cioran, Eugenio Montale.

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