Ti diamo tanti contenuti. Senza pubblicità. Senza spiarti. Dai una mano. Grazie.

Home > Indice articoli > Articolo: Sulla sofferenza, o animi dolores

Titolo: Sulla sofferenza, o animi dolores
Autore: Christian Michelini
Articolo vocale: Ascolta
Tipo: Articolo
Tags: sofferenza,animi,dolores
Pubblicato il: 2011-05-06
:

1643 visualizzazioni

Essenzialmente cos’è la sofferenza? E quando mi riferisco alla sofferenza, intendo gli animi dolores, l’afflizione morale, non il dolore fisico, quantunque esso possa essere cagione di sofferenze morali. Ebbene, la sofferenza a mio parere è ne più ne meno che un semplice collegamento.

Essenzialmente cos’è la sofferenza? E quando mi riferisco alla sofferenza, intendo gli animi dolores, l’afflizione morale, non il dolore fisico, quantunque esso possa essere cagione di sofferenze morali.
Ebbene, la sofferenza a mio parere è ne più ne meno che un semplice collegamento. È decisamente un collegamento, una correlazione, un punto di contatto, un ponte di transito che ci ricollega alla parte del nostro cervello atavica, sede dei timori e delle fobie ancestrali, dove non certo la ragione, ma nemmeno la ragionevolezza possono abitare. In questa regione arcaica della nostra mente esistono solo pulsioni primordiali di orrore fobico, ossessive, auto perpetuanti, incessanti e frenetiche come solo le emozioni possono essere. Ed in effetti è un centro eminentemente emozionale quello che ci si presenta, un luogo dove la logica è bandita, dove l’astrazione è fonte di incubi esiziali, dove la concretezza è solo vaneggiamento ottuso e insensato.
In questi luoghi che prima o poi tutti esplorano, viene da domandarsi quando si potrà uscire. Già, perché la sofferenza è pervasiva, autoreplicante, generata da se stessa come ermafrodita fobico e delirante. La sofferenza è tutto, quando convergiamo verso di essa, e la speranza si allontana da noi come un lucore smorzato da un buio annichilente e avvolgente come mielosa gelatina.
Ognuno ha la sua propria sofferenza, come ha le sue proprie fobie, che ad essa sono correlate. Ma io penso che esistano tratti in comune a tutte le persone che soffrono.
Innanzitutto, la sofferenza è sempre totale, e quando si soffre si pensa di aver raggiunto il massimo possibile della sopportabilità. Poco importa la natura della sofferenza, e neanche la sua entità, perché ogni sofferenza è totalizzante. Questo significa che essa accentra in se tutti i tratti della vastità e incommensurabilità propri di ogni esperienza estatica. L’estasi, si sa, è un esperienza totale, che avvolge completamente la persona, che la immerge in una sensazione completa e permeante. Anche la sofferenza è, in ultima analisi, un’estasi, ma la si deve definire un’estasi al negativo. Sì, un’estasi dove il nostro senso di totalità e di compartecipazione al tutto si concretizza ferocemente nella sola contemperanza dell’umana ossessione, paura, fobia, panico, ansia scardinante, che tutte si inseguono in un putiferio irrazionale di aduggiata disperazione.
Abbiamo parlato un attimo dell’aspetto totalizzante, ma esso non si confina in se, ma si collega ad un altra importante caratteristica. E questa è la relativizzazione al soggetto. Cosa intendo con questo? Intendo semplicemente che la sofferenza non ha dimensione assoluta, né può essere oggettivamente catalogata in un compendio universale delle sofferenze individuali. La sofferenza invece è compendiata secondo il soggetto, relativa ad esso, e solo e unicamente in questa chiava deve essere interpretata, e se possibile, compresa.
C’è sempre qualcuno che ha l’idea di dire ad una persona sofferente: - pensa a quelli che stanno peggio. Ma questo è un atteggiamento sbagliato, come ci ricorda anche Kierkegaard nel suo mirabile ma complessissimo “La malattia mortale”. Non si può edificare una pietra di paragone per le sofferenze. Ci sono persone invalide a vita che, consce della propria disgrazia, sono altresì gioiose e in ultima istanza vivono con partecipazione e vivacità la loro esistenza, senza abbandonarsi a funeree visioni o pessimismo cronico. D’altro canto, esistono persone che sembrano affliggersi per banalità. Vi sono persone che vivono nei più lussuosi agi, che hanno ricchezze, orgoglio, onori e fama, ma che continuamente si logorano in idee ossessive e distruttive per la loro persona. Non è un caso che molti grandissimi artisti, specialmente quando già sono famosi, soffrano di gravi crisi depressive.
Abbiamo parlato dell’aspetto totalizzante della sofferenza, e quindi della sua relativizzazione al soggetto: credo che ad una analisi anche solo un poco approfondita e coscienziosa non ci siano molti dubbi sulla reale fondatezza di queste due caratteristiche.
Già da questi primi punti di partenza, ci si rende conto che la sofferenza, più precisamente gli animi dolores, siano delineati da una struttura più complessa e articolata di quanto si possa presumere in una prima istanza.
Più precisamente, voglio arrivare a dire che la sofferenza presenta un’infinita complessità, come da una singola equazione si possono ottenere figure infinitamente complesse nell’insieme di Mandelbrot. E voglio anche suggerire che la sofferenza, come molte delle afflizioni dell’animo, sono strettamente correlate alla teoria del caos.
In quest’ultima, vi è un concetto basilare e di indubbio valore: la dipendenza sensibile dalle condizioni iniziali. È né più né meno che il concetto della farfalla a New York che, sbattendo le ali, genera un terremoto a Tokyo. Detta in questa maniera sembra un’idea balzana, ma la sua evidente efficacia intellettuale è ormai indubitabile. Cosa sarebbe successo se Hitler non fosse esistito? viene da chiedersi. Ecco, è all’incirca questo. In determinate circostanze, come ci viene anche evidenziato da libri e film sull’argomento, la nostra vita, il nostro futuro, possono essere decisi da piccolissime variabili che alterano il nostro cammino. Cosa succederebbe se una mattina decidessimo di non prendere un aereo, per poi scoprire che quello stesso aereo sul quale dovevamo salire sarebbe poi precipitato? Come vedete anche una ragionamento popolare come questo comprova che la dipendenza sensibile dalle condizioni iniziali si evidenzia normalmente nella nostra vita.
Io affermo che sono piccole o comunque uniche le variabili che ci scagliano con sfrenatezza nella sofferenza. Ma questi aspetti limitati e circoscritti permettono una proliferazione di circostanze, idee infelici, elucubrazioni tetre che hanno una vastità di accorgimenti e una varietà di concatenazioni uniche.
Da uno stato di ordine mentale, tramite queste univoche variabili che si introducono nella nostra vita, si perviene al caos della sofferenza, che, nella sua ondata di marea, non sembra lasciare spazio alla speranza.
Chi ha analizzati gli stati confusionali, sa che la causa in questi casi è l’impossibilità suddividere il grosso problema che ci si pone in tanti piccoli sottoproblemi di più facile risoluzione. Ma è proprio il caos, cioè la sofferenza, che genera ciò. Gli animi dolores, ricollegandoci alla parte del nostro cervello più atavica ed emozionale, estromettono la ragione dal nostro stato raziocinante per relegare la nostra mente a unica sede di pulsioni e compulsioni violente quanto efferate.
Ma un altro aspetto che si ricollega al caos e la sua infinita complessità: come gli insiemi di Mandelbrot ci insegnano, basta una piccola equazione di partenza per ottenere delle figure infinitamente complesse. Stessa cosa per la sofferenza, che partendo da un fattore - spesso, come ho detto, è proprio solo uno il fattore - ci porta ad una soluzione di infinita complessità di considerazioni nefaste e infelici per il nostro cervello.
La relativizzazione al soggetto della sofferenza porta invece il nostro ego a credere che la nostra sofferenza sia definitiva, e completa, adempiendo quindi alla sua totalizzazione. Ma è il caos di questa circostanza, che chiamerò caos afflittivo, a generare l’intricatissima trama dei vari quanti di sofferenza.
Purtroppo è proprio la relativizzazione al soggetto, soprattutto se in congiunzione a personalità superegotiche ed egocentriche, a impedire che si abbia un ragionevole punto di vista sulla propria sofferenza. Come si cita in un proverbio raccontato da Leopardi, - puoi parlare così perché la testa a te non fa male - nella relativizzazione al soggetto si perde di vista la pietra di paragone della propria sofferenza per approdare ad una visione egotistica negativa. Poi il caos afflittivo esaspera le riflessioni ossessive, fobiche e paniche che costellano la percezione alterata della propria sofferenza.
Io credo che la sofferenza sia d’estrema importanza per la nostra società: solo essa permette la comprensione, cioè quella capacità della nostra mente di metterci nei panni degli altri, di avere per un po’ il loro punto di vista, estraniandoci da noi stessi; e come assioma la comprensione si fonda sulla sensibilità.
Se vogliamo migliorare noi stessi, come doti di comprensione, sensibilità e saggezza, dobbiamo prima di tutto soffrire. Solo camminando per qualche tempo nel baratro della sofferenza, è possibile poi apprezzare meglio la felicità che ciononostante ci circonda, ed essere quindi delle persone più equilibrate, e, in ultima istanza, più felici.

Scrivi un commento







Libro | Scrittore | Citazione
Aiutaci! Clicca qui

Donazioni BitCoin:

Aiuta ALK Libri donando Bitcoin
Sì | No