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Titolo: La vita che circonda la morte nella "Recherche" proustiana
Autore: Christian Michelini
Articolo vocale: Ascolta
Tipo: Articolo
Pubblicato il: 2011-05-06
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Un approfondimento su “Alla ricerca del tempo perduto” di Marcel Proust.

Mi è capitato di parlare della "Recherche" di Marcel Proust, opera che ammiro grandemente, con altre persone. Queste mi hanno fatto notare che a loro non era parsa così soave, perché era impregnata di un profondo senso della morte, un disagio tanatologico che domina l'intero romanzo.
Riflettendo su questa affermazione, sulla quale non mi trovavo d'accordo, ho comparato la "Recherche" con opere di altri letterati. Qui citerò pochi esempi.
In volumi come "Forte come la morte" di Guy de Maupassant, il senso di decadimento psicofisico è palpabile e lancinante, e mi sembra giusto parlare di istanza tanatologica in questo libro. Anche in poesie come quelle delle sorelle Brontë ("Poesie"), Hermann Hesse ("Poesie romantiche"), Antonio Machado ("Soledades - Campos de Castilla"), Salvatore Quasimodo (vedere la raccolta delle sue poesie), questo disagio a raffrontarsi con il senso di disfacimento e di caducità è concreto e a tratti desolante.
Oriana Fallaci, autrice contemporanea, infonde ad uno dei suoi più importanti romanzi, "Insciallah", una carica e una forza espressiva dominata da una sola legge: quella dell'entropia di Boltzmann, che per l'autrice è la formula della Morte. Banana Yoshimoto (vedi "Amrita", "Kitchen", "Tsugumi") circonfonde i suoi romanzi di una languida e malinconica allusione alla labilità dell'esistenza, e le sue opere sono cavalcate da un'onda di mestizia dovuta alle riflessioni sulla negazione dell'essere.
L'opera di Marcel Proust invece non mi pare assimilabile, per questo tipo di istanza tanatologica, alle opere degli autori sopracitati. Proust parla della morte, ma essa, in lui, è sempre racchiusa e circondata e ravvolta in una intensa vita speculativa. La morte della nonna nel terzo volume non è un evento a se stante, ma sempre rielaborato e reinterpretato dell'autore con il procedere dell'opera, verso una comprensione sempre più profonda di quella contingenza: la morte della nonna è un evento gravido di conseguenze che condizionerà la vita della madre dell'autore e dell'autore stesso.
La morte di Albertine è seguita nel romanzo da un continuo lavorio intellettuale che riesce a mantenere viva e fulgida la figura della ragazza, anche al di là dei suoi limiti temporali. Addirittura nasce un sentimento sconvolgente, perché noi lo applichiamo solo a persone vive: la gelosia, che diventa postuma, e che permettere un'insorgenza dialogica in cui l'io narrante parla e reinterpreta eventi che vedevano per protagonista la sua amante.
Nel finale, l'irruzione del Tempo è sì un evento chiave e una clef del dechiffrement di tutta l'opera; ma, proprio dopo che questo Alter maestoso irrompe nella struttura narrativa, nasce quella che potrebbe essere interpretata come la vera vita, o almeno il vero motivo della vita, dell'autore: la realizzazione del Suo romanzo. Questo rimando di logica quasi paradossale che mi richiama alla memoria i paradossi dei filosofi presocratici, questo dialettico richiamo della vita con l'Opera, il motivo della vita per l'autore, e nuovamente il rimando dell'Opera con la vita, mi pare un dialogo sublime, e in esso la Morte, e il suo alfiere chiamato Tempo, vengono racchiusi in una imprescindibile struttura vitale che fonda sulla fecondità del pensiero, e la sua rilevanza concreta, il cammino escatologico per la propria auto-accettazione.

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